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20 ottobre 2026

A volte ritornano…i punti di non ritorno

Combinando lo stato di tutti e nove Limiti Planetari in un unico numero diagnostico,
il risultato del Planetary Health Check 2026 è in zona pericolo. E cresce anno dopo anno.

Lo so, già in passato si è trattato del ritorno…dei punti di non ritorno (tipping point), ma questa è un’analisi che parte da un punto di vista diverso. E sarebbe il caso di evitare di ritornarci…

C’è un profondo legame tra lo stato di salute del pianeta Terra e quello umano: un’interconnessione esplicitata attraverso sistemi complessi e adattativi. 

Si veda oltre per i dettagli

Nell’ottobre del 2024, presso la "European School of Management and Technology" di Berlino (ESMT) si tenne un incontro noto come “Virchow-ESMT Lecture”. In quell’occasione fu ampiamente illustrato e dimostrato come la rapida crescita delle pressioni antropiche siano agenti destabilizzanti il sistema terrestre. Dopo aver definito nove limiti planetari da rispettare (figura a sinistra, dettagliata più avanti anche se già da qui è chiaro quanto si sia…in rosso!), le evidenze scientifiche indicavano chiaramente già da tempo che ben sei dei nove limiti planetari sono già stati superati, aumentando il rischio di oltrepassare soglie di collasso irreversibili. Tipping point appunto. Tra i vari limiti planetari ad esempio il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, lo stato della biosfera e l’estinzione di massa in corso. 

La civiltà umana ha preso forma e si è sviluppata durante l’Olocene, un’epoca geologica iniziata 11.700 anni che coincide, approssimativamente, con la fine dell’ultima fase glaciale che interessò l’emisfero boreale: un’epoca di stabilità climatica, un punto di riferimento per condizioni operative adeguate alle esigenze dell’umanità. Rimanere entro questo spazio è essenziale sia per la resilienza ecologica sia per il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG), che dipendono dalla stabilità del sistema terrestre.

Nonostante la Terra presenti ancora retroazioni autoregolanti, dette anche «negative» e sembrano offrire una finestra d’azione limitata ma decisiva per invertire la rotta, sappiamo oggi purtroppo che la capacità della biosfera di regolare il clima è gravemente minacciata: senza interventi urgenti per ripristinare e proteggere la natura e i suoi serbatoi naturali di carbonio, persino la completa decarbonizzazione entro il 2050 potrebbe non bastare a prevenire crisi sistemiche.

I self-dampening feedbacks sono infatti meccanismi in cui l’esito di un processo contribuisce a stabilizzarlo, rallentarlo o contrastarlo, mantenendo l’equilibrio (ne abbiamo scritto di recente); agiscono quindi in modo opposto ai cosiddetti feedback positivi, auto-rinforzanti.

Soltanto riconoscendo lo stato di salute del nostro pianeta come fondamento del benessere umano e della giustizia, che sia quella climatica o quella legata alla necessaria ridistribuzione delle risorse, possiamo valutare, persino annualmente, il percorso da percorrere.

Introduzione
C'è una connessione importante tra la salute delle persone e quella del pianeta, entrambe comprensibili come sistemi complessi adattivi che interagiscono. Come la Terra, anche un sistema sanitario è complesso e adattivo: comprende persone, strutture, istituzioni e ambiente, le cui interazioni possono amplificare o attenuare una crisi. Allo stesso modo, la scienza descrive il pianeta come un sistema adattivo complesso, composto da componenti biologiche e geologiche interconnesse: alle famose cinque sfere, litosfera, idrosfera, biosfera, criosfera e atmosfera, insieme alle loro interazioni fisiche, chimiche, geologiche e biologiche, dovremmo aggiungere secondo molti una cosiddetta antroposfera, che non tanto distingue biologicamente Homo sapiens dalle altre entità viventi, quanto culturalmente per il suo profondo impatto.

Con una visione certamente al di fuori della concretezza e del rigore del metodo scientifico (gli stessi autori precisavano il carattere metaforico delle loro affermazioni), nel 1979 James Lovelock e Lynn Margulis (ne scrissi qui) elaborarono la cosiddetta “Teoria di Gaia”, espressione estrema di un certo tipo di pensiero ecosistemico del XX secolo: una Terra vista come entità vivente, che si autoregola per rimanere in uno stato di sano equilibrio allo scopo di attenuare il disturbo. Se il pianeta si scalda per effetto della pressione antropica (sotto forma di emissioni di gas serra) il pianeta deve raffreddarsi per controbilanciare lo squilibrio energetico (cioè il calore in eccesso) creato dalle pressioni antropiche sotto forma di emissioni di gas serra, ecco che deve raffreddarsi con degli opportuni cicli di feedback negativo. Ma se il pianeta, come accade, viene lasciato troppo poco curato, potrebbe intraprendere un percorso malsano, allontanandosi dalla sua capacità di autoregolarsi (cioè attenuare lo stress).

Metafora o no, per la prima volta nell’esistenza umana sul pianeta Terra, abbiamo prove ampie e inequivocabili che la Terra paziente è in una condizione critica.

E tornando al paragone iniziale un sistema sanitario resiliente non può limitarsi a curare i pazienti: deve contribuire a proteggere le condizioni ambientali che rendono possibile la salute. Occorrono controlli sanitari regolari e va definito scientificamente uno spazio operativo sicuro sulla Terra entro cui sia possibile l'equità, la prosperità e sistemi sanitari funzionali per gli esseri umani.

La posta in gioco? L’umanità.

Ricordando un antico proverbio Navaho che recita che «noi non ereditiamo la terra dai nostri padri ma la prendiamo in prestito dai nostri figli» ribadisco che siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.

Stato attuale della salute della Terra
Sia il “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico” (IPCC), che il “Panel internazionale sulla biodiversità e i servizi ecosistemici” (IBPES) riconoscono che non sarà possibile raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile senza un pianeta sano. L’obiettivo siglato più di un decennio fa a Parigi sembra essere già saltato. E tutto questo perché finora non si è stati in grado di definire politiche globali che comprendano e affrontino l’interezza del problema.

È di ieri la notizia che l’assemblea internazionale di IPCC si è conclusa senza una decisione sui tempi del prossimo rapporto mondiale, e questo stallo favorisce ovviamente i governi meno interessati alla decarbonizzazione che, guarda caso, sono i più grandi emettitori di gas serra. Dopo gli ultimi fallimenti inoltre, dalla prossima COP non c’è molto da attendersi se non…le solite chiacchiere.

Anche eliminando carbone, petrolio e gas e raggiungendo emissioni nette zero entro il 2050, il pianeta continuerebbe a perdere stabilità. La decarbonizzazione, infatti, non basta se non proteggiamo le funzioni complesse del sistema Terra, soprattutto quelle svolte dagli organismi viventi della biosfera. È questa la sfida cruciale del nostro tempo.

Secondo l’IPCC, abbandonare i combustibili fossili non è sufficiente: per rispettare l’Accordo di Parigi, occorre anche preservare la capacità della biosfera terrestre e marina di assorbire circa il 50% della CO₂ che emettiamo. Ciò richiede di mantenere intatta fino alla metà delle terre emerse e di conservare entro intervalli stabili la fisica, la chimica e la biologia degli oceani. Da qui la necessità di definire e misurare uno «spazio operativo sicuro» per i processi biofisici che sostengono la resilienza, la stabilità e la vita sulla Terra. L’obiettivo è salvaguardare l’abitabilità del pianeta, preservandone la capacità di autoregolarsi.

Stabilità, resilienza e capacità di sostenere la vita definiscono, nel loro insieme, la salute del pianeta: la possibilità per il sistema Terra di garantire nel tempo le funzioni da cui dipende l’umanità. Oggi questa stabilità è minacciata, perché le pressioni umane hanno già raggiunto i limiti dei processi naturali che regolano il pianeta.

Allo stesso tempo, i progressi scientifici ci consentono di giungere ad alcune conclusioni fondamentali:

  • Abbiamo oggi un punto di riferimento che ci consente di definire lo stato di salute del pianeta.
  • Sappiamo riconoscere i segnali di un pianeta in sofferenza e individuare quelli da monitorare per valutare il rischio di superare i punti di non ritorno.
  • Indipendentemente dalle osservazioni della  International Commission on Stratigraphy dobbiamo riconoscere che siamo ormai nell’Antropocene, dove noi, esseri umani nel mondo attuale, siamo la forza dominante del cambiamento sul pianeta Terra e dove i rischi di cambiamenti irreversibili si avvicinano rapidamente.

Nella Figura 1 seguente, «Viaggio dell’umanità sulla Terra», c’è la sintesi delle evidenze che definiscono lo stato di riferimento da cui dipende la salute del pianeta e dell’umanità.

Figura 1 - Il viaggio dell'umanità sulla Terra – Dimensione della popolazione umana e temperatura globale da 500.000 anni fa e fino al 2100.
La figura è un insieme composto di diversi set di dati, inclusi stime di dati paleocliimatici, proxy data, misurazioni recenti e proiezioni future.

La Figura 1 (qui per una visione più nitida) mostra la base scientifica su cui sono definiti i limiti planetari, e serve a comprendere l’evoluzione del pianeta Terra negli ultimi 400.000, a comprendere quindi un periodo compreso tra 200.000 e 300.000 anni fa, parallelamente al viaggio di Homo sapiens su di essa.

La temperatura media globale della superficie è già aumentata di 1,2 °C rispetto all’epoca preindustriale. Se l’attuale degrado ambientale e l’uso dei combustibili fossili continueranno al ritmo attuale, entro la fine del secolo il riscaldamento potrebbe raggiungere almeno 2,7 °C. Sono passati circa tre milioni di anni da quando la Terra aveva temperature del genere: un cambiamento di questa portata potrebbe segnare la fine del Quaternario. Una traiettoria che porti ai 2,7 °C è quindi estremamente pericolosa, perché non sappiamo se il pianeta riuscirebbe ancora a garantire condizioni di vita dignitose a otto, presto nove, o ai dieci miliardi di persone attesi per la fine del secolo.

Il dato più sorprendente è che, dalla nascita delle prime civiltà circa 12.000 anni fa, la temperatura media della Terra è rimasta entro l’intervallo eccezionalmente ristretto di 14 ± 0,5 °C, caratteristico dell’Olocene, una stabilità affermatasi dopo il raggiungimento del culmine glaciale e l’avvio della fase di riscaldamento, circa 18.000 anni fa. In precedenza, per gran parte dei suoi circa 2-300.000 anni di storia, Homo sapiens contava al massimo pochi milioni di individui, organizzati in comunità di cacciatori-raccoglitori, e attraversò due glaciazioni e due periodi interglaciali. Con l’uscita dall’ultima era glaciale ebbe inizio la rivoluzione neolitica: l’umanità divenne sedentaria, sviluppò agricoltura e allevamento e avviò il percorso verso le civiltà odierne.

L’ingresso nell’Olocene offrì all’umanità una stabilità climatica senza precedenti: stagioni e piogge divennero abbastanza regolari da consentire la pianificazione agricola; nelle savane la prevedibilità delle precipitazioni rese possibile seminare e conservare acqua fino al raccolto; nelle zone temperate le temperature primaverili intorno ai 15 °C garantivano circa 120 giorni utili prima della raccolta autunnale. Questa regolarità sostenne lo sviluppo delle società moderne. Oggi, però, ci stiamo allontanando proprio da quelle condizioni, che rappresentano il riferimento climatico favorevole all’umanità.

Che cosa ci sta spingendo fuori dall’Olocene, ovvero fuori dal punto di equilibrio?

Figura 2 - Un'immagine stilizzata dei possibili stati del sistema terrestre. Attualmente la Terra si trova su un percorso lontano dall'Olocene.
Se atterrerà in condizioni "simili all'Olocene" o si allontanerà ulteriormente, dipende dagli sforzi dell'umanità per piegare
la curva delle emissioni di gas serra e proteggere e restaurare la natura.

Nella Figura 2, rappresentando l’Olocene come una zona di equilibrio a minor dispendio energetico, la Terra ha intrapreso un percorso (Antropocene) che la vede attualmente in bilico sull’orlo di due possibilità. Per adesso abbiamo normali variazioni naturali, includendo tutto ciò che ha a che fare con il vulcanismo e la sismicità del pianeta, o con i processi climatici o le tempeste solari, ma, per ora, la resilienza del sistema è tale che anche urtato, il sistema non traboccherà oltre il bordo di questa coppa.

Le evidenze indicano però che questa depressione si sta facendo meno profonda: basteranno forzanti sempre più deboli per spingere il sistema Terra oltre la soglia. Il pianeta potrebbe così passare a un nuovo stato di equilibrio, una «Terra-serra», dalle conseguenze profondamente incerte per l’umanità.

L’Olocene è lo stato di riferimento favorevole all’umanità: il sistema Terra è però complesso e adattivo, i suoi principali organi, gli elementi che contribuiscono alla stabilità del clima e che possono assumere stati diversi, separati da soglie critiche, sono in stato di disequilibrio. Se le pressioni superano tali soglie, i meccanismi di autoregolazione possono trasformarsi da feedback stabilizzanti in processi auto-rinforzanti, accelerando il cambiamento. Come quando la fusione del ghiaccio delle banchise polari espone le sottostanti acque più scure diminuendo fortemente il potere riflettente della superficie: l’aumento della temperatura aumenta la fusione che espone le acque scure che aumentano la temperatura che…

Figura 3- Il sistema di tipping points relazionati all’aumento della temperatura globale media, al di sopra del quale
ciascun punto di non ritorno è probabile che si inneschi. (via Potsdam Institute)

Tipping point – punto di non ritorno

Quali sono le ragioni della deriva che allontana il pianeta dalle condizioni oloceniche?

Le cause, ancora una volta, sono da ricercare nei tipping points: ogni volta che uno di essi viene raggiunto e superato lo stato di salute generale del pianeta peggiora in maniera irreversibile e indebolisce lo stato di salute e le possibilità di ripresa, ecco perché l’Olocene rappresenta dunque lo stato di riferimento favorevole da cui dipendiamo. L’interazione continua tra le cinque sfere rende il sistema Terra complesso, reattivo e adattivo. Facendo riferimento a quanto illustrato nella Figura 3, è possibile individuare 16 tipping points, alcuni dei quali contribuiscono a regolare il clima e possono assumere stati stabili diversi, separati da soglie critiche. Di questi 6 si trovano nell’Artico dove la calotta glaciale della Groenlandia svolge un ruolo centrale ed è collegata, attraverso l’Atlantico settentrionale e la circolazione AMOC, ad altri sistemi come la foresta amazzonica e la calotta antartica. Sono componenti fisiche e biologiche interconnesse, nelle quali l’oceano agisce come il sistema circolatorio del pianeta, integrando anche i cicli biologici. Se le pressioni superano le soglie di criticità i meccanismi di retroazione possono passare dall’attenuare lo stress all’amplificarlo.

Mettendo dunque in relazione tutti questi fattori emergono due aspetti fondamentali.

Una volta individuati i processi ambientali che regolano la salute del pianeta occorre conoscerne quantitativamente i limiti, per ciascuno di essi, superati i quali è dimostrato che la condizione della Terra possa deteriorarsi al punto di generare cambiamenti irreversibili e tali da compromettere i sistemi di supporto alla vita.

Un esempio: l’espansione termica dell’acqua all’aumentare della temperatura.

Ogni volta che si parla aumento del livello medio dei mari a causa del cambiamento climatico si fa spesso riferimento solo alla fusione dei ghiacciai continentali, delle calotte polari e della Groenlandia. In realtà la causa principale dell’innalzamento del livello del mare in tempi recenti è dovuto all’espansione termica seguita all’aumento della temperatura degli oceani.

Nel grafico gli scenari. Più tardi si smette di riscaldare più alta sarà la crescita del livello, ma crescerà comunque. E se 1 m o 1,5 m vi sembrano pochi vi ricordo quel che ho scritto in questo post, prendendo ad esempio il delta del Mekong. Più della metà dell’effetto di innalzamento registrato ad oggi è causato dall’espansione termica e, mentre possiamo avere incertezze sulle modalità e le tempistiche che riguardano la fusione dei ghiacci, non ce ne sono in questo caso. Anche molto tempo dopo la cessazione delle emissioni di gas serra il livello del mare continuerà a salire. Questo è un tipping point, e questi altri.

  • Il ghiaccio galleggiante della banchisa, o quello continentale dei ghiacciai, fonde a causa del cambiamento climatico. Ma questo espone le acque o le terre sottostanti, più scure, che quindi riflettono meno luce solare e ne assorbono di più, causando un ulteriore scioglimento del ghiaccio, e così via. Sta succedendo nell'Artico.
  • Il ghiaccio delle calotte fonde e riduce l'altezza della calotta, ma la temperatura a quote più basse è più alta, dunque la sommità del ghiaccio scende di livello, si riscalda ancora di più e si scioglie più velocemente. Sta succedendo in Groenlandia.
  • Le acque calde causano l'erosione delle piattaforme glaciali galleggianti e le frantumano, ma queste ultime facevano da contrafforte a enormi ghiacciai, che ora sono liberi di riversarsi in mare destabilizzando ulteriormente la calotta retrostante. Sta succedendo in Antartide.

La base teorica per la definizione dei limiti planetari c’è ed è quel che porta a definire  e quantificare uno spazio operativo sicuro per l’umanità sulla Terra, uno spazio di salute planetaria.

Qui potete accedere al report completo del Potsdam Institute per l’anno 2026.

Figura 4 - L'iconico e fondamentale diagramma dei Limiti Planetari (PBs, 2026) rappresenta visivamente lo stato attuale dei nove processi che regolano la salute del nostro pianeta. Ogni processo è quantificato da una o più variabili di controllo basandosi su dati osservativi, simulazioni di modelli e opinioni di esperti.

Infine, in Figura 4, sono rappresentati i nove sistemi biofisici, nove limiti planetari: cambiamento climatico, sovraccarico con entità nuove[1], esaurimento dello strato di ozono stratosferico, accumulo di aerosol atmosferici, acidificazione degli oceani, interferenza nei flussi biogeochimici, cambiamento delle acque dolci, cambiamento dei sistemi terrestri e cambiamento nell'integrità della biosfera.

L’inquinamento atmosferico è un esempio concreto di relazione tra salute planetaria e salute umana. Oltre ad interferire col regime monsonico, il tasso di inquinamento atmosferico provoca la perdita di circa 8 milioni di persone ogni anno. 7–8 milioni di persone all'anno. È di questi giorni la drammatica situazione in Indonesia.

Nel 2023, per la prima volta, è stato possibile quantificare tutti e nove i limiti planetari e definire per ciascuno una soglia di sicurezza. Superarla aumenta il rischio di allontanare la Terra dalle condizioni che hanno sostenuto lo sviluppo umano. Sei limiti sono già stati oltrepassati. Nella Figura 4, la zona gialla rappresenta l’incertezza scientifica e segnala una condizione di pericolo: entrarvi non comporta necessariamente un collasso immediato, ma indica rischi crescenti. Nella zona rossa, invece, aumenta la probabilità di cambiamenti irreversibili. Il cambiamento climatico vi è già entrato, mentre anche i limiti della biosfera sono ampiamente fuori dallo spazio sicuro. Questo rivela un duplice errore umano: stiamo generando uno squilibrio energetico che minaccia la stabilità e l’abitabilità della Terra e, allo stesso tempo, indeboliamo la biosfera, cioè la capacità del pianeta di attenuarne gli effetti. Si noti invece come l’aver risolto il problema noto come “buco dell’ozono” abbia fatto rientrare il limite planetario in zona verde.

Figura 5 -  Salute planetaria. Così come un esame del sangue fornisce informazioni sulla salute del corpo umano e identifica aree di attenzione, questo controllo valuta 13 variabili di controllo per mezzo dei 9 processi limite (PB), per riferire sulla stabilità, la resilienza e le funzioni di supporto vitale della Terra:
è un colpo d’occhio sulla salute complessiva del nostro pianeta.

Nella Figura 5, il verde indica la zona sicura, mentre il giallo e l’arancione rappresentano condizioni di incertezza e pericolo. Sei dei nove limiti planetari risultano ancora oltre la soglia di sicurezza e le frecce mostrano che continuano a peggiorare. Non solo ci troviamo quindi in una zona di pericolo, ma non abbiamo ancora invertito la tendenza. Occorre cambiare rapidamente rotta per rientrare nello spazio sicuro per l’umanità. La figura all’inizio sintetizza la situazione riassumendo l’intero intervallo dei limiti planetari e mostra che la Terra si trova nella zona di pericolo, avvicinandosi rapidamente alla fascia rossa.

Sappiamo ormai che la foresta amazzonica, il bioma terrestre più ricco, non assorbe più carbonio nella sua vasta regione sud-orientale, divenuta una fonte netta di emissioni: è questo un grave segnale d’allarme. Anche la calotta glaciale della Groenlandia fonde più rapidamente del previsto. E la maggior parte dello squilibrio energetico alla base dell’attuale crisi climatica viene assorbito dal sistema Terra: nonostante rimanga in atmosfera solo l’1% del calore in eccesso prodotto dalle attività umane, che causano le emissioni di gas serra, ciò ha già contribuito a un aumento della temperatura media globale che ha ormai superato 1,5 °C, per tre anni di fila. Il resto è assorbito soprattutto dagli oceani, 89%, mentre il 4% alimenta la fusione dei ghiacci e il 5% riscalda il suolo. Come un organismo sotto stress, il pianeta attiva quindi meccanismi che ne attenuano gli effetti, ma la loro capacità non è illimitata. La salute planetaria non è separabile alla cosiddetta giustizia climatica, perché il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità. Dove collocare i limiti dei confini planetari per non superare i livelli massimi tollerabili di danno significativo alle persone?

Considerando anche la salute e la giustizia sociale, lo spazio operativo sicuro si restringe. Il pianeta può tollerare concentrazioni di inquinanti e aumenti di temperatura superiori a quelli sopportabili dagli esseri umani, è già accaduto nel passato geologico, con temperature che oggi sarebbero letali per gli esseri umani, ma che hanno consentito la permanenza della vita in continua mutazione e adattamento. Con un riscaldamento globale di 2 °C, circa due miliardi di individui potrebbero essere esposti a condizioni di calore letale: lo abbiamo toccato con mano durante la torrida estate 2026 e le ondate di calore che hanno interessato l’Europa.

Poiché molti vivono già nelle aree più vulnerabili, questa prospettiva rappresenta una grave minaccia fisica e morale per il futuro dell’umanità.



[1] Consistono nell’introduzione o nella messa in circolo di elementi nuovi. C’è un po’ di tutto, possono essere di natura umana o causati da mobilizzazione chimico-fisica. Per esempio inquinanti organici, micro e macroplastiche, elementi radioattivi, pesticidi, PFAS. Sono per lo più impattanti la biosfera ma non esclusivamente.

Adattamento e rielaborazione da Diagnosing earth's tipping points: where we stand in the Anthropocene.