Visualizzazione post con etichetta protectaweb. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta protectaweb. Mostra tutti i post

12 novembre 2024

COP29 - Petrolio e gas sono un dono di dio

Post amareggiato, già a partire dalla sede, dalle dichiarazioni d’apertura, e dall’aria che tira.
Questa COP parte come atteso: malissimo. E finirà peggio.


«Petrolio, gas e materie prime sono un dono di dio», queste le parole del presidente azero; ed ha aggiunto che hanno arricchito il suo paese.  Ilham Aliyev nel suo intervento di apertura alla COP29 di Baku (capitale dell’Azerbaigian), ha sottolineato ricordandolo che l'Unione Europea gli aveva chiesto di fornire più gas, dopo la crisi energetica del 2022. «Qualsiasi risorsa naturale, petrolio, gas, eolico, solare, oro, argento, rame: queste sono risorse naturali e i paesi non dovrebbero essere incolpati di averle e di fornirle ai mercati, perché i mercati ne hanno bisogno»; e ci ha messo il carico dicendo che «I fake news media degli Stati Uniti, il principale produttore mondiale di combustibili fossili, farebbero meglio a guardarsi allo specchio».

Touché?

Il Segretario delle Nazioni Unite António Guterres, che non ha mai nascosto d’essere fortemente schierato affinché vengano urgentemente rinforzate le politiche di transizione energetica, quando addirittura ancora non avviate, ha potuto rispondere con un timido vagito che «la transizione non è un’opzione».

E tutte le associazioni, pubbliche e private, Onlus, ONG, comitati e movimenti, che hanno chiesto da mesi di depennare dalle COP i paesi produttori di petrolio? Non pervenute perché censurate.

E i più grandi tra i grandi assenti, Cina e Stati Uniti?

Ricordo brevemente cos’è una COP, che sta per Conference of the Parties. La Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC in inglese, United Nations Framework Convention on Climate Change), fu firmata nel 1992 ed è a tutt’oggi il punto di riferimento per la regolamentazione giuridica sovranazionale in ambito climatico. È un trattato che fa da strumento operativo per il contrasto al cambiamento climatico, così come definito appunto da UNFCCC: "attributed directly or indirectly to human activity that alters the composition of the global atmosphere and which is in addition to natural climate variability observed over comparable time periods". Sono 197 i paesi che hanno, ad oggi, ratificato il trattato.

A proposito, sul cambiamento climatico ho scritto di tutto e di più.

La Convenzione non è un accordo legalmente vincolante ma ogni paese firmatario ha degli obblighi sanciti, alcuni validi per tutti ed altri solo per i paesi più sviluppati. Ogni COP, riunita annualmente, è l’organo supremo di controllo delle parti che hanno ratificato tale accordo, eche lo esercita esaminando l’attuazione della convenzione. Alle COP possono partecipare come osservatori anche altre agenzie delle Nazioni Unite, rappresentanti di organizzazioni internazionali, enti, agenzie e ONG.

Le negoziazioni relative al tema del cambiamento climatico si svolgono in seno e durante ogni COP. La più famosa delle conferenze fu COP21, del 2015, che si chiuse con il famoso Accordo di Parigi, quello che prevedeva un impegno collettivo per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C…a chiacchiere, perché a quanto pare già quest’anno siamo andati sopra.

Ed ecco pronta un’altra COP ospitata da un paese la cui economia è fondata sui combustibili fossili. 

Di male in peggio quindi.

Panorama azero

L’anno scorso avevo sottolineato che anche la COP 28 a Dubai era fortemente inquinata (l’allusione è voluta) dal fatto che il paese ospitante fosse uno dei principali produttori di petrolio al mondo, e soprattutto che la strategia dei paesi arabi mira chiaramente a massimizzare lo sfruttamento delle considerevoli riserve petrolifere, rappresentanti oltre la metà delle risorse globali, finché il mercato del greggio mantiene la sua rilevanza e prima che sia gradualmente sostituito. La COP28 finì quasi in clamoroso fiasco, nonostante le dichiarazioni che furono annunciate entusiasticamente; e cosa ci fu allora di meglio a provarlo se non le parole dall'emiro Sultan Al Jaber, leader degli Emirati Arabi Uniti? «Torneremo alle caverne» disse, e sottintendeva se non si continuerà ad usare combustibili fossili, a cominciare dai paesi arabi a cui resterebbe solo la sabbia da vendere.

Gli Stati Uniti, assenti e con Trump neo(ri)eletto, sono già in odore di uscire da qualsiasi accordo climatico. Per il presidente USA il cambiamento climatico è una bufala. E ho detto tutto.

Sulla Cina, presente con circa 1000 delegati, andrei più cauto. È vero che è attualmente il maggior produttore di CO2 (non storicamente, lì il triste primato è tutto americano) ma è altrettanto vero che il grande paese ha un piano ambizioso di decarbonizzazione che, per quanto se ne sa, ha avviato da tempo e intende rispettare


Storico delle emissioni di biossido di carbonio di Cina e USA comparati col resto del mondo.
Grafico interattivo.

Insomma, a Baku è un deja vu: allarmi, promesse, ipocrisie e il solito capro espiatorio. Mentre ancora contavano i voti in Minnesota, Trump era già indicato come uno dei colpevoli del fallimento della COP29. È vero, il predecessore e il successore di Biden ha promesso che, come ho scritto poco fa, farà uscire gli USA dall’Accordo di Parigi, ma è un pezzo ormai che le COP ostentano autolesionismo e si sabotano da sole.

Con uno schema ripetuto e collaudato si passerà attraverso le previsioni catastrofiche, e lungi da me dal fare appunto catastrofismo, di esempi ne abbiamo a iosa, al messaggio in stile last generation con ultimatum alla Terra tirando in ballo i soliti tipping points (e anche su questo ne ho scritto a iosa) fino ad arrivare alle grandi promesse durante le discussioni che quasi H24 terranno impegnati i presenti. Un accordo ci sarà, sarebbe troppo vergognoso uscirne senza, ma sarà, ancora una volta al ribasso, tanto si avrà modo di tornarci su, si diranno. E questo la dice lunga su quel che davvero pensano i leader mondiali del cambiamento climatico.

Almeno fino alla prossima COP, perché come avevo detto per la COP26 nel 2022, prendendola forse troppo seriamente, ce ne sarà un’altra. Purtroppo?

Ci sono altri grandi assenti. Joe Biden, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Narendra Modi, Olaf Scholz e Xi Jinping non presenzieranno e Giorgia Meloni farà un passaggio obbligato dal suo momentaneo ruolo di capo del G7. Assente persino Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Brasile che ospiterà la prossima COP. Le banche? Assenti. I petrolieri? Tutti presenti!

 

La via del petrolio e del gas azeri

Il presidente della COP, Mukhtar Babayev, risiede stabilmente da decenni nella compagnia petrolifera statale azera Socar, e molti osservatori sostengono che l’obiettivo dell’Azerbaigian in questi giorni è trovare accordi per aumentare le proprie esportazioni di gas all’estero; grottesco vero? Ma già visto l’anno scorso a Dubai. E come dimenticare il dettaglio, non è un segreto per nessuno, che  l’Azerbaigian sta ospitando la COP per ripulirsi l’immagine a livello internazionale, dopo l’invasione del Nagorno-Karabakh e numerose violazioni dei diritti umani denunciate anche dal Parlamento Europeo? (sull’eterno conflitto tra armeni e azeri suggerisco il bel video di Stefano Tiozzo).

Ma fare promesse, tutte in odore di greenwashing è facile. A proposito di verde, avete notato la scelta strategica del colore dato all’evento azero? Un bel verde…verde petrolio o speranza!




Tanto sarà stata colpa di Trump, almeno per i prossimi quattro anni.  Mai sostenuto il tycoon e la sua politica, ma qualcuno si è accorto che durante il suo primo mandato presidenziale le emissioni di carbonio pro capite degli Stati Uniti sono scese dalle 16,1 tonnellate a persona del 2016 alle 14,9 del 2021? E che il suo principale sponsor elettorale, Elon Musk, sia uno dei più importanti produttori di auto elettriche al mondo? Ancora una volta, grottesco.


Emissioni 2017-2021 pro capite di cittadini statunitensi comparati con altri paesi.
Grafico interattivo.

Con il disimpegno americano dall’Accordo di Parigi  sarà chiaro a tutti quello che già è noto: nel mondo quasi nessuno ha intenzione di sacrificare la crescita economica e industriale per raggiungere obiettivi totalmente arbitrari con mezzi costosissimi.

Questa COP era un fallimento certificato prima ancora di iniziare.

AP/Peter Dejong

Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità.

Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

[Edit del 13/11/2024] Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole del Papa: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». [fine]

Volete la prova? L’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità. Un altro indicatore dello stile di vita insostenibile, come quando si dice che uno svizzero consuma 10 volte più di un eritreo.

[Edit del 14/11/2024] Nel suo intervento odierno, intervento di prammatica in quanto momentaneo capo del G7, Giorgia Meloni ha detto, tra le varie cose «dobbiamo proteggere la natura con l'uomo al suo centro». Niente di peggio. È proprio l'antropocentrismo che crea la non esistente antitesi uomo-natura alla radice dell'atteggiamento di superiorità degli esseri umani sul resto della natura; che invece non è altro da noi, ma ne siamo parte, ricordando con umiltà che siamo qui solo da 200.000 anni e che per tutto il resto del tempo, 4 miliardi di anni, ovvero almeno 20.000 volte di più, la natura ha fatto a meno di noi. [fine]

Ricordando da quanti decenni si parla, e basta, di cancellazione del debito dei paesi poveri il sillogismo con lo squilibrio delle responsabilità ambientali e climatiche sarà chiaro. 

Così come finora i paesi ricchi, che sono anche i più inquinanti, non hanno pagato nessun extra per tentare di ridistribuire la ricchezza e migliorare la vita della maggioranza dell’umanità, questi stessi paesi non hanno realmente intenzione di pagare quel che anni fa, nel suo libro sul clima, Bill Gates (molto più esperto ed attento di quanto si ritenga) ha definito Green Premium.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico.

Concedetemi un’ultima amarezza: le rinnovabili? Nonostante i 3870 GW (IRENA, marzo 2024) di energia prodotta da fonti esclusivamente rinnovabili, laddove il fotovoltaico da solo rappresenta quasi i tre quarti del totale, la quota di energia da combustibili fossili è ancora superiore all’80%, appena cinque punti in meno che nel 2015, ai tempi dell’Accordo di Parigi. E non perché non stiamo aggiungendo rinnovabili (500 GW solo nel 2023), ma perché non le usiamo per sostituire le fonti fossili, ma vengono aggiunti al fabbisogno energetico complessivo. Un grafico ostentato con orgoglio che rappresenti un aumento delle rinnovabili, privo di contesto, è narrare di una lotta al cambiamento climatico inesistente.

Non è energia che ha sostituito le fonti fossili, ma energia che si è aggiunta allo status quo. E ciò non significa transizione.

Scetticismo, delusione e rammarico crescono.
Non servirà a niente quel minimo di impegno che qua e là emerge.
Come fare la differenziata e buttare tutto in discarica.

AP/Rafiq Maqbool

________________
Pubblicato anche su Protectaweb

14 gennaio 2022

COP26–Note a margine

 

Si è conclusa da poco la COP26, Conference of Parties, ultima di una lunghissima serie nata la prima volta a Berlino nel 1995 a seguito della creazione dell’IPCC (International Panel on Climate Changes) nel 1988 e del successivo UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) entrambi enti ONU. Una delle COP più famose è la terza, quella del 1997, che portò all’altrettanto famoso Protocollo di Kyoto. Perché allora? Perché è in quegli anni che diventa evidente, dati scientifici alla mano, che è in atto un cambiamento climatico con una causalità diretta legata alle attività umane.

I primordi del sospetto

image

Da già parecchi decenni prima se ne aveva il fondato sospetto: per quel che vale, ricordo qualcuno all’Università nel 1980 che già parlava di tipping point, punto di non ritorno. Nel 1958 Charles D. Keeling (nella foto), chimico e pioniere della nascente climatologia, aveva raccolto dati (vedi il più recente post) che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo, e nel 1965 l’allora presidente USA era al corrente dei cambiamenti climatici in atto e misurabili. Alla fine degli anni Settanta persino le ricchissime e gigantesche aziende del cosiddetto «Big Oil», investendo diversi milioni di dollari di allora, avevano condotto ricerche scientifiche di pregio che confermavano quanto era già noto alla comunità scientifica del settore, e al di là di ogni ragionevole dubbio, i due punti fondamentali: è in atto un cambiamento climatico e dipende dalle attività umane. Ed è già allora che inizia a germogliare la macchina del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

image

 

In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil», per ovvii motivi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in «dibattito» tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»? Ovvero il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili (petrolio, gas naturale e carbone). Ma questa, quella della macchina del negazionismo, pur se drammatica, è un’altra storia.

La percezione del problema

La questione di cui vorrei trattare è un’altra. Innanzi tutto sarebbe opportuno usare sempre il suo vero nome: «riscaldamento globale», purché non porti ad immagini rilassanti, che so, una spiaggia ai Caraibi, tanto che in inglese qualcuno ha proposto di passare da global warming a global heating perché quel warm può far pensare al tepore di un caminetto acceso. Comunque sia, nonostante il termine cambiamento può inconsciamente far pensare ad una transizione verso qualcosa di migliore, se parlare di emergenza o crisi può avere risvolti positivi, le emergenze passano e le crisi aprono opportunità, il cambiamento climatico ci riguarda tutti. E qui sta uno dei punti cruciali: se tutti sono coinvolti allora non è coinvolto nessuno e l’assuefazione alle immagini del povero koala bruciacchiato o dell’esausto orso bianco che nuota per decine di chilometri fa il resto. Siamo tutti nella stessa barca si dice e si scatena quello che gli anglosassoni chiamano bystander effect (effetto spettatore): maggiore è il numero di persone che stanno a guardare qualcuno che affoga, minore è la probabilità che qualcuno si tuffi per salvarlo.

image

 

 

Se a ciò aggiungiamo che la reiterazione di messaggi, ancorché corretti soprattutto scientificamente, alla fine crea assuefazione persino in chi ha gli strumenti cognitivi per comprenderli, la cosa diventa ancora più complessa. Purtroppo si vive ancora tutto questo come «non ora, non qui». E, non ultima, l’enorme sacca di ignoranza e sfiducia nella scienza prima ancora che nei singoli scienziati, fa il resto. Ed è l’ignoranza, non solo scientifica, che crea ponti d’oro alla manipolazione, alla mistificazione dei fatti, alla propaganda intesa nella sua accezione più negativa, arrivando ad instillare dubbi o ripensamenti persino nei più attenti, complice l’enorme cassa di risonanza che i social mettono a disposizione a chiunque.

Gli anni passano, le COP sul clima si susseguono l’una all’altra, ma a quanto pare “il copioso flusso di esternazioni green che tutti ci avvolge e seduce è ancora elemento retorico, nebuloso” (Enzo di Giulio); ma nonostante ci sia una certa responsabilità dovuta all’incapacità della scienza di spiegare se stessa, di chi, pur se parte stessa del mondo accademico, veicola al suo posto messaggi che hanno lo scopo di generare ritorni economici, di potere, di immagine o vuoi solo di reputazione (e guarda caso il negazionismo ha come scopo principale l’interesse di pochi a danno di molti); questo genera un modo generalista di fare politica, che giustifica le decisioni con un «lo dice la scienza» senza aver capito cosa dice la scienza! E si torna all’ignoranza diffusa o semplicemente alla mancanza dei necessari strumenti cognitivi che portano non già a non fidarsi di questo o di quello scienziato, ma della scienza in quanto tale, che non ha mai avuto la pretesa di essere la depositaria della verità assoluta ma di avere sempre solide fondamenta di quando afferma qualcosa: fidarsi dunque perché fondata!

La cattiva… disinformazione

   
image

 

Dopo tutto, è dall’inizio del 2020 che è palese il come la macchina del negazionismo abbia utilizzato gli stessi mezzi, copiati alla lettera, per diffondere il dubbio e la menzogna, mentre si sta cercando di debellare la pandemia da Covid-19. Premesso quindi che le strategie utilizzate per la disinformazione scientifica sul virus sono le medesime di quelle adottate per negare l’emergenza climatica e nonostante la scelta possa portare a vivere o morire, se una percentuale cospicua dell’umanità vaccinabile, penso ad esempio ai paesi occidentali che ne hanno i mezzi, ha deciso di ignorare del tutto dati e fatti concreti, dimostrabili e replicabili, ma quanta parte dell’umanità non ha ancora realizzato che quando si parla di emergenza climatica si sta parlando di qualcosa di terribilmente e tremendamente serio? E di questa, quanta è convinta che sia…il solito complotto? Troppa a quanto pare.

A chiusura della COP26 vorrei quindi ricordare un’accusa mossa spesso ai dati che arrivano dagli enti che, da decenni, forniscono le prove del cambiamento climatico in atto e della sua origine pressoché esclusivamente antropica. In un articolo recentemente comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

image

 

Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l’urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

Il dopo…

image

 

a COP26 non ha aggiunto molto a quel che già era noto, proprio perché assodato, e non mi stancherò mai di ripeterlo, oltre ogni ragionevole dubbio (il famoso 98% di consenso scientifico), né purtroppo lo ha fatto rispetto a quanto si era già ratificato a Parigi nel 2015 o a Kyoto nel 1997!

image

 

Né le lacrime di delusione del Presidente Alok Sharma (nella foto) potranno cambiare in un altro valore quel 40% di quei circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni prodotto da soli tre produttori (Cina, India, e Stati Uniti) su oltre 200 paesi o, peggio ancora, se si confrontano le emissioni pro-capite di un cittadino USA con uno della Gran Bretagna (il triplo). E non consola sapere che l’Europa e gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte dei virtuosi, perché proprio in questi giorni ci giungono le immagini delle città indiane soffocate dall’inquinamento che è soltanto l’altra faccia della stessa medaglia: l’emergenza climatica.

Nonostante le numerose ratifiche e gli impegni, sul metano, della deforestazione, sul carbone, i problemi di sempre restano gli stessi: nessuna certezza sulla fattibilità più che sulla validità, poche alternative energetiche davvero in grado di implicare uno sguardo di insieme: da una parte quelli che credono si possa risolvere tutto con le auto elettriche, l’eolico e il fotovoltaico, e rinunciando alla bistecca; dall’altra quelli che, tra malati di assuefazione e negazionisti fino all’ormai è troppo tardi, continuano a dire che va bene così.

Concludo ricordando che è ormai tantissimo tempo che, con operazioni studiate a tavolino, si sta cercando di spostare l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire, parafrasando John Kennedy, cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare la crisi climatica, il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa.

image

 

Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta. Dobbiamo ridurre le emissioni, non serve l’IPCC per saperlo; non basta compensarle, a partire da adesso e non tra 10 o 30 anni! Ma se la guida di quasi 8 miliardi di esseri umani continuerà ad essere appannaggio di populisti, sovranisti e paternalisti la strada è tuttora in salita, ripida; soprattutto perché a questi quasi 8 miliardi l’evoluzione ha insegnato a non fare programmi per un futuro troppo lontano né tanto meno preoccuparsi di ipotetici benefici che avranno le generazioni future.

Alla prossima COP, perché ce ne sarà un’altra.


Nota: la posizione "ormai è troppo tardi" è una delle tipiche posizioni negazioniste. L'ultima, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati "tanto ormai è tardi" buttato lì. Il negazionismo in 5 mosse.

Originariamente pubblicato il 28/11/2021 su Protectaweb.it