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13 maggio 2025

Inazione - Origini e contromisure

Pretendere la certezza scientifica assoluta equivale a non poter far nulla

Nel post precedente abbiamo visto come vada diffondendosi, in gergo social si direbbe virale, una forma di pessimismo climatico, diffusa soprattutto tra i giovani. E come occorre mettere in campo una serie di iniziative in grado di sfidare la sfiducia, la disillusione, la perdita di ogni speranza che si possa invertire la rotta, diventa giorno dopo giorno fondamentale. Qui non si tratta di controbattere posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, ma di convincere gli sfiduciati convinti che sia troppo tardi che non è vero. Opporsi al catastrofismo climatico quindi. Ma da dove nasce questa sorta di pessimismo che porta quasi automaticamente a tirare i remi in barca e smettere di agire?

Prima di dare delle risposte due parole sulla cosiddetta teoria delle decisioni. Un’analisi ragionata basata sulla teoria delle decisioni dimostra che, se il grado di conoscenza è incerto, l’opzione migliore consiste nel non far nulla. Fare qualcosa ha dei costi – finanziari, temporali o in termini di opportunità – e se si ritiene che questi costi non possano essere ripagati da futuri benefici è meglio lasciare le cose come stanno. Inoltre, agire per prevenire danni in futuro significa rinunciare a dei benefici nel presente: benefici certi contro guadagni incerti. Ecco perché quelli che più si avvantaggiano dall’inazione sono proprio quelli che enfatizzano le controversie tra gli scienziati, creando ostacoli, anche se falsi, ritardando il tutto, e soprattutto che sostengono che servono più ricerche, prima azione compiuta da chi in genere è colpevole. Per cambiare la percezione del riscaldamento globale, ad esempio, occorre fornire la prova indiscutibile che non fare nulla conduce al riscaldamento, e che fare qualcosa potrebbe impedirlo. Ma qualsiasi prova può essere contestata da avversari sufficientemente determinati, ed è impossibile fornire prove tangibili riguardanti il futuro: occorre aspettare e vedere. Quindi la questione diventa, con sarcasmo: perché dovremmo aspettare una prova indiscutibile?

Diamoci una mossa!

Che cosa porta un essere umano, ancorché raziocinante ed in grado di capire, all’inazione, a quell’apatia, direi piuttosto ignavia, che lo affligge in determinate condizioni? Autodifesa. Qualcosa di atavico, legato ai tempi in cui eravamo più facilmente prede che predatori, e dove ciò che contava erano risposte e azioni immediate, spesso istintive, quelle che ti salvavano la vita.

Origini
Il sociologo norvegese Per Espen Stoknes, esperto di economia e comunicazione ambientale, riassume questi ostacoli all’azione, in cinque D. Distance, Doom, Dissonance, Denial iDentity.


Innanzi tutto i problemi del clima appaiono distanti, in senso spaziale e cronologico. Chi ci parla di gigatonnellate (miliardi di tonnellate) e misurazioni con relativi dati, annotati per decenni, secoli o millenni, non si rende sempre conto che il nostro cervello non è fatto per comprendere certi ordini di grandezza. E restando lontano da quanto siamo in grado di percepire ci fanno sentire del tutto irrilevanti. La nostra realtà è molto più limitata e ristretta ai problemi quotidiani. La questione climatica rimane quindi remota per la maggior parte di noi, per diversi motivi. Non possiamo vedere il cambiamento climatico. I ghiacciai che si sciolgono sono solitamente lontani, così come i luoghi sulla Terra che ora stanno subendo l'innalzamento del livello del mare, inondazioni più gravi, siccità, incendi e altri sconvolgimenti climatici. Potrebbe colpire altri, non me o i miei parenti. E gli impatti più gravi sono lontani nel tempo: nel prossimo secolo o più lontano. Nonostante alcuni affermino che il riscaldamento globale sia già in atto, sembra ancora lontano dalle preoccupazioni quotidiane.

Il catastrofismo, approfondito nel post precedenteè un’altra azione di difesa del cervello, ci fa apparire gli effetti caotici del cambiamento climatico come un insieme di catastrofi, generando assuefazione e la convinzione che qualsiasi cosa accadrà sarà inevitabile, qualunque sia l’azione che potremmo intraprendere, sarà stato inutile. Sui social gli hanno assegnato nome e hashtag: doomism e, come non bastasse, spopola tra gli attivisti un novello «Ok Doomer!». Quando il cambiamento climatico viene inquadrato come un disastro incombente che può essere affrontato solo con perdite, costi e sacrifici, si crea il desiderio di evitare l'argomento. Siamo prevedibilmente avversi alle perdite. In mancanza di soluzioni pratiche, l'impotenza cresce e il messaggio di paura si ritorce contro di noi. Abbiamo sentito dire «la fine è vicina» così tante volte che ormai non ci rendiamo più conto di questo.

Un’altra difesa spontanea è quella che tende ad evitare di farci sentire in dissonanza: la discordanza tipica del predicatore che razzola male. Crediamo nella rivoluzione ambientale, conosciamo gli effetti del cambiamento climatico a lungo termine e ci preoccupiamo di figli e soprattutto nipoti, ma continuiamo ad agire come se non ci fosse un domani. E allora accettiamo tutto questo per evitare di sentirci a disagio cercando giustificazioni: cosa vuoi che conti il singolo gesto della singola persona? Il clima è sempre cambiato (qui un approfondimento, e anche qui). Narrazioni che ci gratificano e di fatto orientano le nostre azioni. Se ciò che sappiamo (ad esempio, il nostro consumo di energia fossile contribuisce al riscaldamento globale) è in conflitto con ciò che facciamo (guidare, volare, mangiare carne di manzo o riscaldarci con combustibili fossili), allora si instaura una dissonanza. Lo stesso accade se i miei atteggiamenti sono in conflitto con quelli delle persone importanti per me. In entrambi i casi, la mancanza di comportamenti appropriati e di sostegno sociale indebolisce gli atteggiamenti climatici nel tempo. Ma mettendo in dubbio o minimizzando ciò che sappiamo (i fatti), possiamo sentirci meglio riguardo al nostro modo di vivere. Pertanto, il comportamento effettivo e le relazioni sociali determinano l'atteggiamento a lungo termine.

Di errore in errore si arriva infine alla negazione, anche inconscia. Razionalmente si conosce la gravità di ciò che sappiamo, ma facciamo finta di non saperlo, selezionando solo le informazioni (lo chiamano cherry picking, ne scrissi qui) che fanno comodo (bias della conferma), ignorando, e controbattendo all’occorrenza, tutto ciò e tutti coloro che la smentiscono. Fino, come sappiamo, a creare anche teorie complottiste, millantando presunte manipolazioni di scienziati o tecnici, e insinuando l’esistenza di piani occulti dietro alle politiche per il clima. Quando neghiamo, ignoriamo o evitiamo in qualche modo di riconoscere i fatti inquietanti sul cambiamento climatico, troviamo rifugio dalla paura e dal senso di colpa. Unendoci al negazionismo e alla presa in giro espliciti, possiamo vendicarci di coloro che, a nostro avviso, criticano il nostro stile di vita, credono di saperne di più e cercano di dirci come vivere. La negazione si basa sull'autodifesa, non sull'ignoranza, sull'intelligenza o sulla mancanza di informazioni.

Persino lidentità culturale di ciascuno di noi genera autodifesa: nei più conservatori genera minor disponibilità ad accettare norme stringenti da parte delle istituzioni governative, a ridicolizzare gli attivisti del clima. Il rifiuto di subirle porta costoro a seppellire o calpestare la realtà. Filtriamo le notizie attraverso la nostra identità professionale e culturale. Cerchiamo informazioni che confermino i nostri valori e le nostre idee, escludendo ciò che li mette in discussione. Se, ad esempio, chi ha valori conservatori sente da un progressista che il clima sta cambiando, è meno propenso a credere al messaggio. L'identità culturale prevale sui fatti. Se una nuova informazione ci impone di cambiare noi stessi, è probabile che l'informazione venga persa. Incontriamo resistenza alle richieste di cambiamento della nostra identità.

Se a tutto ciò aggiungiamo due nuovi fenomeni, il free riding e l’ansia climatica (ecoansia) la situazione si aggrava.

Nel primo caso, se sappiamo che qualcuno fa o sta facendo qualcosa, possiamo stare tranquilli, se ne occuperà qualcun altro di salvare il mondo! E, a quanto pare, a nulla sembra siano valsi finora gli sforzi di costruire politiche collaborative in grado di ridurre gli egoismi umani costruendo un’architettura di scelta in grado di limitare tale rischio.

L’ansia climatica che colpisce e tocca in varie forme adulti e giovani, soprattutto questi ultimi, se si esclude quella a breve termine che colpisce gli anziani che si apprestano all’arrivo dell’estate seriamente preoccupati. Per quanto non sia ancora riconosciuta come condizione diagnosticabile, ci sono chiare evidenze tali per cui avere a che fare con gli effetti del cambiamento climatico aumenti il rischio di depressione, fiacchezza e, per chi ha già problemi o è affetto da malattie mentali, anche profonda angoscia, disagio mentale, disturbo post traumatico da stress, propensione al suicidio e ulteriore deterioramento.

Nel 2020 un sondaggio in Inghilterra ha evidenziato come il 57% tra giovani e bambini si definiscano angosciati per la crisi climatica e lo stato di degrado dell’ambiente. Il fenomeno poi, sia per adulti che ragazzi, si appesantisce anche perché tocca sempre più il portafoglio: difendersi da un clima cattivo, significa dover progressivamente spendere più soldi (mezzi privati da sostituire via via, case da efficientare e certificare), oltre che patire limitazioni.

Contromisure
Al fine di superare questi cinque ostacoli e soprattutto la dissonanza cognitiva, Espen Stoknes offre altrettante soluzioni, le cinque S, che sono le sue cinque soluzioni: Social network, Supportive framings, Simple Actions, Storytelling, Signals.

Social network. Dobbiamo usare il potere dei social network per far arrivare i messaggi sul clima. La pressione dei pari è uno strumento potente. In uno studio classico, i ricercatori hanno testato l'installazione di un cartello in una camera d'albergo che informava che il 75% degli ospiti di quella stanza aveva riutilizzato gli asciugamani. Il tasso di riutilizzo è aumentato drasticamente, sebbene un cartello simile, che invitava le persone a riutilizzare gli asciugamani per risparmiare acqua, abbia avuto scarso effetto. Gli esseri umani vogliono essere come coloro che ci circondano. Pertanto, dovremmo dare risalto alle persone popolari che stanno facendo la cosa giusta, come ad esempio sta facendo la Green Sports Alliance. I pari sono anche i migliori messaggeri per cambiare l'atteggiamento nei confronti del cambiamento climatico attraverso conversazioni faccia a faccia.

Supportive framings (inquadramenti di supporto). La maggior parte dei messaggi sul clima è racchiusa in concetti di catastrofe, costi e sacrifici. Gli studi hanno individuato inquadramenti che generano maggiore supporto per i temi climatici. Tra questi, i più importanti sono quelli relativi a salute, assicurazione e opportunità. Quindi: il clima è in realtà una questione di salute, non di sacrifici. È ricco di opportunità piuttosto che di costi. E dovrebbe essere considerato come una questione di gestione del rischio e di assicurazione, più che come una catastrofe imminente.

Simple Actions (azioni semplici).   Prendere decisioni rispettose del clima nella vita di tutti i giorni può essere difficile: siamo vincolati ad automobili, centri commerciali e prodotti alimentari ad alta intensità di combustibili fossili. Ma possiamo rendere le decisioni rispettose del clima per energia, alimenti ed elettrodomestici la scelta più semplice e predefinita. Disponibilità, rilevanza e promemoria tempestivi rendono le opzioni climatiche convenienti. Rendendo più semplice per tutti vivere e fare acquisti green, invertiamo la dissonanza e generiamo sostegno per le politiche.

Storytelling (narrazione). Siamo stanchi della storia dell'apocalisse climatica, con orsi polari che annegano e ci viene detto che abbiamo torto. L'inferno non vende. Servono storie di imprenditori e scienziati che hanno successo con nuove soluzioni. Le visioni e le narrazioni che dobbiamo raccontare descrivono una società in crescita verde con migliori mezzi di sussistenza, città più intelligenti attorno alle quali la natura si sta rinaturalizzando in modo resiliente.

 

 

Signals (Segnali). Infine, meno attenzione agli indicatori globali sulla velocità con cui la CO2 si accumula nell'atmosfera o sulla velocità con cui l'Antartide si sta sciogliendo. Piuttosto, abbiamo bisogno di nuovi segnali e indicatori per sapere che la nostra società sta facendo progressi nella risposta alla crisi. Segnali personalizzati, che misurino quanto aziende, città, stati, amici e noi stessi stiamo contribuendo – mensilmente o quotidianamente – alla grande svolta ecologica.

Fortunatamente, esiste una cornucopia di alternative e iniziative simili a queste cinque strategie, che vengono sperimentate e testate oggi. Si tratta di strategie più positive, poiché si collegano meglio ai bisogni umani di benessere e fluidità.




Riassumendo

  • Social, riuscire cioè a portare nella nostra quotidianità le norme sociali per diffondere le buone azioni creando comunicazioni che evidenziano i buoni comportamenti dei nostri vicini. Quanto più si diffondono tanto più, per imitazione e desiderio di essere come gli altri, le perseguiremo.
  • Supporto o Sostegno delle buone azioni in modo che le scelte giuste siano valorizzate come sane per ciascuno di noi, per la salute di ognuno ed anche di tutti.
  • Semplicità, rendere le scelte virtuose facili, accessibili, congegnate con cura.
  • Signal, fornire feedback che motivano e generano anche attenzione diffusa intorno ai comportamenti virtuosi.
  • Storie, raccontare storie positive di chi è riuscito a cambiare, di chi per esempio ha compiuto scelte con soddisfazione e senza pentimento. Le storie positive sono infatti contagiose, la nostra innata preferenza per le storie a lieto fine le rende memorabili, diventano fatti degni di essere condivisi anche sui social: e torniamo così alla prima S.

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Riferimenti:
https://www.stoknes.com/
https://sigea-aps.it/scienza-tecnica/la-cerniera-irene-ivoi/


08 ottobre 2024

Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

 


No, non è un post contro il tabagismo, su cui ho già avuto modo di portare la mia testimonianza diretta, ma partendo dal comportamento suicida del fumatore cercherò ancora una volta di entrare nelle teste dei negazionisti climatici, soprattutto i pochissimi in buona fede (lo so, è un ossimoro…).

Di fronte ad una minaccia incombente a nessuno piace sentirsi dire, di primo acchito, che occorre cambiare radicalmente le proprie abitudini, che il presente consolidato non è più adeguato. Di fronte agli scenari che il cambiamento climatico prospetta sapere che occorre cambiare il sistema economico e comportamentale fa ancora più paura, e in molti, scatta lo spettro del complotto in atto, che dietro tutto ciò ci sia qualcuno che paventa situazioni pro domo sua. Nella sua lectio magistralis del 2015 Umberto Eco aveva ben inquadrato il problema. 

Se tutto ciò da un lato è psicologicamente normale, d’altra parte in realtà è ancora più insidioso il fatto che porti ad una specie di dissociazione cognitiva verso le conseguenze temporali delle nostre azioni, quello che è comunemente chiamato bias, una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio, condizionati da concetti preesistenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi.

Più o meno quel che accade nella testa di un fumatore che, nonostante su ogni pacchetto ci sia scritto che fumare uccide, o che provoca malattie invalidanti, continua a farlo imperterrito, e se glielo fai notare ti guarda male dandoti come minimo dello iettatore (per esperienza, da ex fumatore, confermo); anche qualora il fumatore sia conscio, in un lampo di razionalità, dei pericoli che sta correndo il fastidio viene immediatamente soppresso dietro lo schermo della mancata percezione del problema causata dall’intervallo temporale anche molto lungo che gli si prospetta davanti: la dissociazione permette di distinguere tra il morire subito causato dall’ingestione di una capsula di cianuro, e il morire lentamente, magari ammalandosi, tra 30 o 40 anni, o peggio, con un velo di complottismo, trincerandosi dietro il sillogismo personale, che come noto non fa statistica, che mio nonno fumava come un turco ed è campato 100 anni!

Ebbene, e torniamo in tema, Il bias cognitivo che affligge le menti intorpidite dei negazionisti climatici (o negazionisti in genere, come quelli che affermano che l’uomo non è mai stato sulla Luna o che la Terra è piatta), è come quello dei fumatori, che nonostante vedano scritto ovunque 'il fumo uccide' (e lo sappiano benissimo) continuano imperterriti a fumare, con la tosse mattutina, iniziando a vedere qualche problema senza nemmeno immaginare quelli che potranno essere i problemi veri.

Più volte su queste pagine è stato scritto che la mente umana non è preparata a gestire problemi e sistemi complessi, e soprattutto non riesce a ragionare in termini temporali che riguardino un futuro lontano; non ha, per dirla con una metafora, la mentalità dei costruttori di cattedrali che, progettandole e realizzandole, sapevano che sarebbero dovute durare secoli o addirittura millenni!

Così come il fumo è inequivocabilmente e scientificamente provato sia letale, in tema di cambiamento climatico legato alle attività umane a partire da un paio di secoli a questa parte, ci sono più di cento anni di verifiche scientifiche, tutte estremamente autorevoli, e che sono già state discusse nei decenni precedenti ad oggi, rendendo inutile tornarci su; quindi, chi continua a proporre e rispondere con le tesi che definiamo negazioniste non ha fondamentalmente accettato le acquisizioni della ricerca precedente. Avere dubbi nel 1950 poteva andar bene, al limite anche nei primi anni Settanta quando, soprattutto uno stimato ricercatore, a causa di un modello climatico incompleto, prospettò un raffreddamento.

Ma oggi questi dubbi sono stati tutti confutati e addirittura, a voler essere precisi, sono stati fugati, tant'è che il primo rapporto di consenso scientifico sul cambiamento climatico di origine antropogenica, generato cioè dalle attività umane, è del 1979, un rapporto di consenso siglato dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti.

E già allora inizia a germogliare la gramigna del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil» (il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili).  Per ovvi motivi quindi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in dibattito tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»?

Ma nonostante le grandi manovre della negazione da allora in poi non si è fatto altro che acquisire nuovi dati e nuove conferme: e purtroppo le tesi negazioniste prosperano rilanciate dalla grancassa che i social forniscono e alimentate da un rumore di fondo, da un disturbo, generato essenzialmente dalla paura di cambiare, di affrontare qualcosa di diverso. Basta seguire una qualsiasi pagina social che si occupi di cambiamento climatico e leggere i molti commenti di stampo negazionista. Ma al peggio non c’è mai fine si dice.  

C'è tuttora una parte di mondo scientifico che nega questa acquisizione scientifica, facendo proseliti disinformati. Ad esempio ho trovato quanto meno curiosa l’attenzione che si è rivolta al Nobel per la fisica John Clauser (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera), mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellizzato il riscaldamento globale antropogenico.

L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

E qui sta il punto. Le voci discordanti, ancorché da parte di persone acculturate scientificamente, vengono da un mondo che non appartiene alla climatologia ma occupano altre categorie di discipline scientifiche che purtroppo si inseriscono in questo dibattito o per motivi di interesse economico o semplicemente per motivi ideologici, e quindi remano contro usando la scienza, ma non quella della climatologia. Se ci addentriamo nel variegato settore delle scienze del sistema Terra, che sono ormai molto più ampie della climatologia in sé, comprendendo come minimo anche l'oceanografia, la glaciologia, la biologia e la geologia, tutte stanno riscontrando gli effetti dell'aumento di temperatura e c'è consenso totale sulla responsabilità dell'uomo di questo aumento di temperatura; chi si inserisce a gamba tesa, spesso forzatamente cercando di creare dibattito dove non c’è, negando le evidenze consolidate molto spesso non appartiene all'ambito disciplinare delle scienze del sistema terra, della meteorologia e del clima. E figuriamoci quanto possa contare l’opinione non suffragata da fatti di tutti coloro i quali non hanno nemmeno quelle conoscenze scientifiche minime per affrontare gli argomenti. Dopo tutto, se i fumatori riescono a negare a loro stessi quanto ormai evidente in fatto di rischi sulla salute nell’immediato delle loro stesse vite (e altrui, considerati anche i danni da fumo passivo) è, per quanto assurdo, comprensibile che possano negare quanto non riescono a materializzare, nemmeno di fronte a record continui di temperature in crescita o ad un aumento esponenziale dei fenomeni meteorologici estremi.

Il negazionismo del clima da 70 anni trova il modo per inquinare la scienza e screditare la comunità scientifica seria e purtroppo, la cosa è spesso guidata: una ricerca pubblicata su Nature pochi anni fa svelò come i gruppi di interesse e dell'industria dell'energia fossile ostacolano le politiche ambientaliste. E la disinformazione si adatta ai tempi.

Ma quali sono gli argomenti che, come un disco rotto, i negazionisti climatici cavalcano, spesso scimmiottando il sentito dire per puro spirito di contrapposizione?

Il fattore CO2 – Tesi negazionista #1
Innanzi tutto tutte le tesi negazioniste fanno leva sul non accettare la correlazione tra tenore di biossido di carbonio (CO2) in atmosfera e aumento della temperatura. Per approfondire suggerisco la rilettura di questo post, e di quest’altro.


Da 800.000 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una concentrazione di CO2 in atmosfera così alta (siamo poco sopra le 420 ppm) e il valore attuale è di circa il 30% superiore a quello massimo registrato andando indietro nel tempo (circa 300 ppm durante l’interglaciale di 300.000 anni fa), di poco inferiore a quanto si aveva nel 1960, seguito da una crescita vertiginosa. Questo 30 per cento in più che abbiamo oggi in atmosfera deriva da un fattore esterno: l’attività dell’uomo che in un tempo enormemente breve ha liberato il carbonio trattenuto dei depositi di petrolio, gas naturale, carbone che hanno impiegato milioni di anni per formarsi, o che è stato liberato dall’abbattimento e dalla distruzione di dozzine di milioni di ettari di foreste, alterando pesantemente il ciclo di questo elemento chimico, sia quello atmosferico più veloce che quello geologico, lentissimo. Ed è questa la causa principale che sta creando l'aumento di temperatura che osserviamo. 

Quando un negazionista in grado di capirlo, osserva un grafico come quello precedente tendenzialmente tende a invertire il rapporto causa-effetto con cui fenomeni si verificano. Se da un lato si afferma, correttamente, che all’aumentare del tenore di CO2  la temperatura aumenta, loro dicono che è invece l'aumento della temperatura dovuto un fattore esterno ad aumentare il quantitativo di questo gas; ma, come ha ben detto qualcuno, “I polli non fanno le uova, perché nascono dalle stesse”. La relazione tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, ed è stata definitivamente consacrata dal lavoro di Svante Arrhenius del 1896. Che specifici incrementi di CO2 possano seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2 intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di temperatura. 

Quindi, la risposta da dare a questo tipo di negazione è che, cosa nota appunto fin dal XIX secolo, il CO2 è un cosiddetto fattore forzante dell’aumento di temperatura, una specie di interruttore del riscaldamento globale. In passato, in alcune situazioni innescate da fenomeni completamente naturali, in assenza del genere umano in definitiva, il CO2 è stato emesso come elemento di feedback che ha amplificato la forzante originale. Ad esempio, durante certi cicli interglaciali l’aumento di temperatura sul pianeta è stato inizialmente innescato da un cambiamento di intensità della radiazione solare, e questo aumento ha favorito la degassazione degli oceani per evaporazione, la liberazione di gas serra e la fusione dei ghiacci, soprattutto quelli contenuti nel permafrost. A questo punto il sistema Terra è entrato in risonanza: più caldo, più CO2, più biossido di carbonio più caldo…

Nella situazione attuale non abbiamo invece avuto nessuna forzante esterna al pianeta ad iniziare l’aumento di temperatura, ma è stata proprio la quantità in eccesso di CO2 liberata in atmosfera dalle attività umane ad iniziare la crescita delle temperature. E la fonte di questo eccesso è dovuta, lo ribadiamo, all’utilizzo di combustibili fossili, prodotti, in misura diversa per i vari comparti, dalle attività umane. Non ha tutto sommato molta importanza avere una causa giustificante il primo inizio di riscaldamento, l’importante è comprendere e accettare che l’accelerazione ha la sua causa nell’immissione in eccesso di gas serra, governandone l’andamento futuro, innescando altri feedback positivi (solo un paio di esempi: la fusione dei ghiacci innesca un lento ma inesorabile aumento dei livelli medi dei mari e l’immissione di acqua dolce può alterare i cicli delle correnti oceaniche in maniera drammatica). E si tenga inoltre conto che mentre ne parliamo si continua ad immettere in atmosfera gas serra ad un tasso praticamente uguale a quanto fatto finora ed avendo già attivato quel che chiamiamo tipping point, punti di non ritorno. Il passaggio da quel circa 300 ppm all’attuale 420 ha la sua causa principale nelle attività umane.

Cherry picking  - Fattore negazionista #2
Questa colorita espressione inglese altro non è che un modo popolare di descrivere una fallacia logica, caratterizzata dall'attitudine da parte di un individuo volta ad ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore. Insomma, il suddetto nonno fumatore che è campato 100 anni…

Sulla pagina Wikipedia dedicata al cherry picking c’è giusto un bel grafico con didascalia applicato al negazionismo climatico basato su questi errori logici.

Ad esempio, alle nostre latitudini, dopo anni di temperature decisamente sopra la media, anche in inverno, quest’anno, con l’autunno piovoso e addirittura nevoso fin dai primi di settembre sulle Alpi, i negazionisti si sono scatenati. Che poi, fateci caso, se le temperature sono decisamente sopra la media, come nella torrida estate appena trascorsa, costoro tacciono; ma basta un po’ di tramontana, figuriamoci una nevicata inattesa, e subito si fanno sentire gridando a gran voce la loro negazione.

Proprio questo è un altro argomento su cui mediamente fanno leva i negazionisti. Occasionalmente capita in questi anni di aver avuto ondate di freddo anomalo (paradossalmente causate dal riscaldamento globale), molto intense e fuori stagione, e questi episodi vengono amplificati e rilanciati come prove che non c’è affatto nessun riscaldamento della Terra in atto, anzi: un giorno freddo automaticamente serve a cancellare centinaia di giorni caldi, basta un giorno freddo per farlo diventare tendenza climatica di lungo periodo.

Un classico: una confusione inestricabile tra eventi meteorologici, concentrati nel tempo e nello spazio, e tendenze climatiche che, per essere tali, devono essere durevoli su una scala ultradecennale. Se volessimo semplificare, il clima è la media ultradecennale delle condizioni meteorologiche, e queste sono quanto quotidianamente si verifica.

Così come speranza e aspettativa anche meteo e clima sono due cose completamente diverse, e lo si è ribadito spesso. Il famoso matematico e meteorologo Edward Lorenz diceva che “Il clima è ciò che ti aspetti, il meteo è ciò che ottieni”.

Gli eventi meteorologici sono localizzati nel tempo e nello spazio: una nevicata in giugno non significa che si sta andando verso un’era glaciale, né una giornata particolarmente calda a fine gennaio è prova di riscaldamento globale. In altre parole è come un’analisi sociologica in grado di mediare su grandi numeri di esseri umani pur sapendo che, presi singolarmente, potrebbero comportarsi imprevedibilmente.

Ma persino un qualche tipo di evento meteorologico, come la temperatura in una determinata ora del giorno, la quantità di millimetri di pioggia caduta o il valore della pressione atmosferica, se cumulati a formare una base di dati sufficientemente grande da poter applicare la cosiddetta legge dei grandi numeri, sono stati in grado di fornire un’evidenza statisticamente significativa del cambiamento climatico in atto, a partire da dati giornalieri.

A quanto pare, scalzare questo pregiudizio è di una difficoltà quasi insormontabile, a nulla vale rendergli la cosa semplice con un esempio del genere: nel 2023 sono stati battuti quasi mille record di caldo in altrettanti luoghi della Terra, mentre i record di freddo sono stati qualche decina. Vorrà pur dire qualcosa?

L’uomo non c’entra niente, dipende tutto dal Sole – Tesi negazionista #3
Ma ecco infine l’argomento principale dei negazionisti, accecati, letteralmente, dal Sole: come un mantra ripetono ossessivamente che la temperatura della Terra è determinata essenzialmente, se non esclusivamente, dall'intensità della radiazione solare, che può aumentare a seconda dell'attività del Sole, o dai cambiamenti di orbita dell’asse terrestre. E stendiamo il famoso velo pietoso sulle cause dovute alle attività vulcaniche o, nel peggiore dei casi, a segretissimi esperimenti di geoingegneria, talmente segreti che tutti (tutti i negazionisti) però conoscono.

Ma la Terra non è soltanto un sasso al Sole, come ho scritto tempo fa.

Da non molto tempo una voce ricorrente tra i negazionisti dice che sta per arrivare un grande minimo solare, un periodo di ridotta attività che provocherebbe, come realmente accaduto in passato (Minimo di Maunder), un generale raffreddamento dell’atmosfera. A nulla valgono le smentite da parte di voci autorevoli e ufficiali.

Ammettiamo pure che le cose stiano così. Ci sono stati e ci saranno periodi di attività solare ridotta, diciamo per 40 o anche 100 anni di seguito, a provocare un generale raffreddamento, forse più intenso in alcune zone che non in altre della Terra, ma in ogni caso parliamo di eventi estremamente puntuali, passati i quali il riscaldamento riprenderà la sua corsa, e senza contare che nel frattempo avremo continuato ad emettere gas serra, magari più intensamente che prima! Non si nega ovviamente l’importanza fondamentale dell’attività solare sull’andamento del clima terrestre, ci mancherebbe altro. Comunque, a guardare il grafico precedente, se fosse dipeso solo dall’attività solare, le temperature dovrebbero essere scese, anziché salite.


La climatologia è materia estremamente complicata e multifattoriale, e che coinvolge rami della scienza spesso estremamente distanti tra loro, e in tutto questo enorme calderone di gas serra, radiazioni solari, spostamenti orbitali, meccanismi a feedback positivo, padroneggiarne le basi è piuttosto difficile.

Sono passati ormai anni a sufficienza per avere prove dirette raccolte e tramandate dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basta arrivare al tempo dei nostri nonni, un paio di generazioni, per ascoltare dai loro stessi racconti di come fosse il clima allora, per vedere fotografie di ghiacciai o verdi colline di un tempo sostituite oggi dai loro depositi morenici o da aride distese.

Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

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Edit 10 novembre 2024
. L'amico Aldo Piombino ha oggi pubblicato un interessantissimo post che traccia il quadro su chi siano esattamente i climascettici, cosa cerchino di spacciare per scienza consolidata e soprattutto come confutarne gli argomenti. Qui il lavoro.