Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta democrazia. Mostra tutti i post

21 marzo 2026

Polymarket. Quando scommettere sul futuro significa provare a manipolarlo


L'affascinante e oscuro mondo dell'economia, ogni tanto ci faccio un'incursione, anche se alla lontana. 

Fin dai tempi del cosiddetto "Toto nero", conosciuto anche come picchetto, visti i soldi in gioco e l'illegalità del tutto, la possibilità che le partite potessero essere truccate era quasi una certezza. E guarda caso, il mondo del calcio italiano fu interessato negli anni da ben quattro episodi clamorosi di cosiddetto calcioscommesse, che coinvolsero giocatori e intere squadre, con squalifiche e retrocessioni famose.

È noto, truccare i dati, o nascondere l'asso nella manica, è nella natura umana, una deformazione della nostra visione finalistica del mondo, fino a voler forzare gli eventi casuali a nostro vantaggio.

Ma la manipolazione di quantità inimmaginabili di dati, la loro analisi dettagliatissima con sofisticate tecniche di AI, consente di realizzare un vero e proprio mercato della previsione, dove la verità ha un prezzo, imposto dal mercato.

Una delle conseguenze l'ha direttamente vissuta di recente un cronista di guerra israeliano, per aver pubblicato una breve striscia in cui si dava notizia di un missile iraniano caduto in un'area aperta senza far danni. Ma dietro questa notizia, c'erano in gioco milioni di dollari scommessi sulla possibilità che un missile iraniano colpisse Israele proprio quel giorno. Da qui una valanga di insulti e minacce gravi al malcapitato cronista.

Se negli ultimi mesi vi è quindi capitato di vedere screenshot di gente che fa trading sulle elezioni americane o sulla prossima guerra, con grafici colorati e percentuali al centesimo, molto probabilmente quelle informazioni venivano da Polymarket, o siti del genere. Non la classica piattaforma di gaming, di cui ho avuto modo di scrivere di recente, o un casinò online, almeno non nel senso tradizionale: è un mercato di previsioni, dove si possono investire soldi veri sull’esito di eventi reali, dalla politica al gossip internazionale, persino su ipotesi di atterraggi alieni o cadute di asteroidi, e perché no, sulla seconda venuta del Messia! L'idea affascinante che ne nasce è che se abbastanza persone ben informate scommettono sul futuro, magari il prezzo che ne esce è una sorta di verità statistica, più affidabile dei sondaggi e delle opinioni da talk show. Micidiale e pericoloso. Altro che il tormentone del gioca responsabile che tenta miseramente di dare un aspetto rispettabile al gioco d'azzardo.

Il problema è che, una volta che le cifre iniziano a diventare grosse, e con milioni di utenti si fa presto, il passaggio da “prevedere il futuro” a “spingere il futuro in una certa direzione” è molto più breve di quanto sembri e considerano i limiti che gli LLM hanno nel comporre, valutare ed esprimere un giudizio, la manipolazione può anche essere involontaria quando non decisamente in malafede. 

Il giudizio espresso da un essere umano, è modulato dall'incertezza, alla necessità di giustificare una decisione e al costo potenziale di sbagliare: se le evidenze sono incomplete o ambigue, tendono a sospendere il giudizio o a ridurre il livello di confidenza. I modelli linguistici, invece, tendono a produrre una risposta plausibile e linguisticamente coerente anche quando le evidenze sono scarse o contraddittorie. Se adesso accoppiamo i bias che ogni singolo giocatore ha, con la deriva che milioni di questi possono imporre, la situazione può rapidamente sfuggire di mano. Anzi, lo ha già fatto.

In altre parole: quando azzardare sul mondo diventa un business miliardario, c’è sempre qualcuno che si chiede se non convenga, invece di indovinare l’esito, provare ad aggiustarlo.


Cos’è Polymarket
Polymarket è una piattaforma cripto dove si comprano e vendono “azioni” su eventi futuri – elezioni, guerre, prezzi di asset, perfino pettegolezzi sul mondo politico. L’utente medio la vede come una borsa delle notizie: compri “Sì” o “No” su una domanda, aspetti che il mondo faccia il suo corso e, se hai indovinato, incassi. I volumi, sommati a quelli di altri mercati simili come Kalshi, sono ormai nell’ordine dei miliardi di dollari a settimana.

Il problema strutturale: interessi a truccare la realtà

In teoria, un prediction market dovrebbe allineare informazione e denaro: più sei informato, più hai incentivi a puntare sull’esito giusto. In pratica, quando la posta in gioco è alta, la tentazione diventa un’altra: non solo prevedere l’evento, ma intervenire sull’evento stesso. Anche se lo strumento in sé è neutrale nei confronti dei suoi possibili utilizzi, può essere comunque deviato a lavorare in modo fraudolento.

Insider e attori con accesso a informazioni riservate hanno già sfruttato eventi geopolitici e militari per scommettere su colpi di stato, catture e attacchi, piazzando puntate concentrate poco prima che quegli eventi avvenissero. Insomma, è come possedere l'Almanacco sportivo della fortunata saga di "Ritorno al futuro".

Su mercati come Polymarket sono stati segnalati account, spesso protetti dall'anonimato, che hanno guadagnato oltre 1,2 milioni di dollari puntando su uno specifico attacco degli USA all’Iran, con il sospetto che fossero stati pagati per farlo o che avessero informazioni privilegiate.

Se sai che un determinato raid, un annuncio politico o una decisione di governo stanno per arrivare, il mercato delle “previsioni” smette di essere un banco di prova per ipotesi collettive, sagge o malsane che siano, e diventa un circuito parallelo di monetizzazione nascosto e illegale: è come fare insider trading. E se la posta in gioco è sufficientemente grande, il rischio è ancora più allarmante: c’è un incentivo economico diretto a influenzare decisioni politiche, strategie militari, campagne mediatiche, pur di far verificare l’esito “giusto” per il proprio portafoglio. Proprio quel che la criminalità organizzata, collusa con i soliti insospettabili, faceva, in questo caso con contatti diretti, corrompendo giocatori e dirigenti di squadre di calcio.

Non solo si scommette sul mondo; ma si stanno pagando persone perché, se possono, lo pieghino dalla parte della loro puntata.

Manipolazione dei prezzi e dei mercati

La manipolazione non riguarda solo la realtà del mondo esterno, ma anche il modo in cui il contratto viene regolato sulla piattaforma. Molti mercati fissano le regole in modo che il contratto si chiuda guardando solo al prezzo su un singolo exchange o a un’unica fonte dei dati; questo significa che basta alterare brevemente quel punto preciso per inquinare l’esito finale e incassare su un mercato truccato. In questo caso per exchange si intende una piattaforma online dove si comprano e si vendono criptovalute (o altri asset) facendo incontrare domanda e offerta, una borsa valori in versione digitale. Se il regolamento di un mercato dipende da un solo parametro, basta alterare quel parametro – anche per un breve intervallo – per far risultare “vera” una previsione che sul resto del mercato non avrebbe mai retto.

Ricordate il mercato delle arance nel divertente film "Una poltrona per due"? 

Questo non è un difetto marginale della struttura, ma una conseguenza diretta di come molti di questi mercati sono disegnati: se l'esito dipende da un solo termometro, basta truccare il termometro.

Identità, legalità, etica e zona grigia
Un altro nodo è dato dalla differenza tra piattaforme più regolamentate e piattaforme che vivono in una zona grigia.

Kalshi, ad esempio, opera sotto supervisione CFTC, obbliga all’identificazione degli utenti e impone paletti su cosa si può mettere in gioco: ad esempio niente guerre, assassinii, eventi intrinsecamente contrari all’interesse pubblico.

Polymarket, invece, è nata in un contesto molto meno regolamentato, si appoggia alle criptovalute e in passato non ha richiesto verifiche d’identità paragonabili, rendendo più semplice il gioco di insider anonimi e attori opachi.

Nel 2022 la CFTC ha sanzionato Polymarket per aver offerto swap su eventi senza la dovuta registrazione, imponendo la chiusura di contratti non conformi e una multa da 1,4 milioni di dollari; solo nel 2025 la piattaforma ha ottenuto il permesso per rientrare nel quadro legale USA con condizioni più chiare. L'idea di base degli swap è simile a quella dei derivati: sono entrambi contratti il cui valore dipende da un evento o da un prezzo futuro.

La zona grigia non è solo giuridica; è etica: chi può scommettere su guerre, catastrofi o decisioni politiche cruciali, spesso senza lasciare il proprio nome in chiaro, si trova in una posizione di potere che nessun sondaggio tradizionale aveva mai previsto.

Rischi sistemici: dalla democrazia al giornalismo
Quando miliardi di dollari si appoggiano su elezioni, guerre e crisi, il passaggio dalla previsione alla pressione diventa sottilissimo.

I mercati di previsione sulle elezioni possono diventare uno strumento in più per orientare l’opinione pubblica: se “il mercato” assegna poche chance di successo a un candidato, all'esito di un referendum o ad un qualsiasi partito durante un turno elettorale, quel numero entra nel ciclo mediatico e può influenzare proprio l’esito che dovrebbe solo descrivere.

La crescita delle scommesse o la creazione di veri e propri mercati basati su atti di guerra e decisioni di sicurezza nazionale ha portato alcuni esperti a definirli una minaccia alla sicurezza: esiste il rischio che attori con interessi finanziari spingano per escalation violente o per ritardare accordi di pace.

Così come non mancano episodi di intimidazione collegati a questi ambienti, come abbiamo visto in apertura: giornalisti e ricercatori che indagano sui prediction market sono stati presi di mira da trader e influencer, in un clima che mescola puntate ad alto rischio e campagne di odio.

In questo scenario, Polymarket e affini non sono solo “strumenti di previsione”. Sono infrastrutture che legano il destino di persone reali – in guerra, in campagna elettorale, nei palazzi del potere – a schemi e modelli probabilistici in tempo reale da cui qualcuno spera di trarre profitto, spesso in modo quanto meno scorretto. 

E il rischio più grande, forse, è proprio questo: abituarci all’idea che la realtà, prima di essere vissuta o compresa, possa essere quotata.



04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.