Visualizzazione post con etichetta consenso scientifico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta consenso scientifico. Mostra tutti i post

04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.


24 settembre 2025

No! Il cambiamento climatico non è una truffa con dati manipolati

Sommario

Introduzione
Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica
La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico
Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione
Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica
Conclusioni

Introduzione

In linea con le dichiarazioni di gennaio scorso, con la richiesta di redazione di un rapporto pieno di imprecisioni e falsità, ecco il recentissimo intervento di Trump all'ONU, che se non fosse tragico sarebbe esilarante. Questo sì che è un esempio evidente di manipolazione!

L'affermazione che il cambiamento climatico sia una montatura  è quasi diventata un luogo comune, un inganno perpetuato dagli scienziati al soldo di chissà quali poteri occulti, che manipolano dati e informazioni allo scopo di favorire ora una cosa ora l’altra. Tuttavia, questa affermazione si sgretola sotto il peso di prove schiaccianti e di rigorosi processi scientifici che hanno reso la realtà del cambiamento climatico in atto pressoché inequivocabile, al di là di ogni ragionevole dubbio. La verità è che i dati climatici sono solidi, credibili e meticolosamente verificati, e le accuse di manipolazione sono infondate. Per cambiamento climatico[1] si intende qui quanto indicato dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, nata nel 1992): «(…) si intende un cambiamento del clima attribuito direttamente o indirettamente all'attività umana che altera la composizione dell'atmosfera globale e che si aggiunge alla variabilità climatica naturale osservata in periodi di tempo comparabili.». Ed è questo, uno dei processi che può condizionare fortemente la rivalità e la competizione tra le grandi potenze del pianeta, oltre ai nuovi equilibri che gli assetti geopolitici globali stanno vedendo nascere.

Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Con metodo, ovviamente scientifico, senza ardire a proclamarne la verità assoluta, di contro la voce scientifica è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni fino al cosiddetto consenso scientifico. Fortunatamente le prime sembrano avviarsi infine ad essere sempre più flebili e arroccate sulle loro posizioni sbagliate tanto quanto, e tanto per iniziare, quanto quelle degli astrologi che credono che ancora oggi, tra gennaio e febbraio, la Terra sia in Acquario.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: e nonostante non sia la famosa supercazzola, il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che si tratti di clima, virus, danni da inquinamento o da tabagismo, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

In fondo, tutti vorremmo sperare che i negazionisti climatici abbiano ragione. Se per caso venisse fuori che, veramente, è stato tutto un abbaglio, che il clima non sta cambiando così velocemente come sembra o che, perlomeno, l’uomo non c’entra nulla…sarebbe come risvegliarsi da un incubo: il mostro che ti stava rincorrendo non esiste. Ma così non è.

Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica

Classifica mensile di temperatura media globale per il periodo 2001-oggi. Conoscendo le temperature globali medie per ogni mese, è stata ricostruita la classifica dei mesi più caldi a partire dal 1880. Per vedere quale sia stato il marzo più caldo, o il secondo agosto più caldo, o il terzo novembre più caldo, si deve far riferimento al numero corrisponde alla posizione in classifica. Quindi ad esempio  1  sulla riga del mese di aprile indica l'anno dall'aprile più caldo,  2  l'anno del secondo aprile più caldo,  20  l'anno del ventesimo aprile più caldo, e così via. Il cromatismo rosso-blu più o meno intensi indicano dal più caldo al più freddo, rosso e blu scuri rispettivamente. Dal grafico si nota come i mesi più vicini ai nostri giorni siano effettivamente tra i più rossi, e quindi più caldi. Notiamo anche come non serva andare troppo indietro negli anni per trovare il mese più caldo mai misurato. Questo ancora una volta mostra che il nostro pianeta si sta scaldando come mai sia stato registrato fino ad ora. (@galselo su chpdb.it)

Per comprendere l'integrità della climatologia, la scienza del clima, è fondamentale definire cosa intendiamo per dati, informazioni e manipolazione. I dati si riferiscono a fatti e cifre grezze, come le letture della temperatura e della pressione, il livello del mare e le concentrazioni dei gas componenti l’atmosfera. Quando questi dati vengono analizzati, interpretati e contestualizzati, diventano informazioni che otteniamo sulle tendenze climatiche. Questa cospicua parte del lavoro dei climatologi o di altri scienziati è una noiosissima normalizzazione e omogeneizzazione di milioni (!) di valori. E laddove manchino dati derivanti da misurazioni dirette esistono gli annuari, i diari, gli appunti ed altri documenti tramandatici dalla storia e realizzati, fin da quando furono inventati termometri e barometri. E prima? Ci sono i cosiddetti proxy data, dati per procura, indiretti, come quelli relativi al polline dei vegetali o alla presenza (o assenza) di determinati microrganismi fossili, testimoni di condizioni climatiche particolari, i rapporti isotopici di alcuni elementi chimici, fino all’analisi della composizione delle bolle d’aria rimaste intrappolate nel ghiaccio accumulatosi migliaia o decine di migliaia di anni fa, estratto dalla profondità dei ghiacciai o delle calotte polari (paleoclimatologia).

Ed ecco che già si delinea un quadro in cui la manipolazione, in questo contesto, che implica l'alterazione deliberata di dati o informazioni per presentare una falsa narrazione diventa qualcosa di assai improbabile, dovendo essere coordinata e normalizzata a livello globale. La raccolta di dati climatici è uno sforzo globale e collaborativo, fatto da migliaia di scienziati provenienti da diverse istituzioni in tutto il mondo, che raccolgono queste enormi quantità di dati utilizzando metodi standardizzati e strumenti calibrati, dalle stazioni meteorologiche e dai satelliti alle boe oceaniche e alle carote di ghiaccio. Dati quindi sottoposti a rigorosi controlli di qualità, tra cui la verifica indipendente, il cosiddetto peer review[2] e l'accessibilità pubblica, rendendo praticamente impossibile qualsiasi manipolazione coordinata su larga scala. Infine, molto spesso, gli scienziati contribuiscono alla ricerca volontariamente e gratuitamente, azzerando qualsiasi sospetto di interesse.

La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico

Le prove del cambiamento climatico non sono aneddotiche; sono un arazzo tessuto da innumerevoli linee di indagine indipendenti. Organizzazioni come l'IPCC, che sintetizza il lavoro di migliaia di scienziati in tutto il mondo, riportano costantemente una chiara tendenza al riscaldamento, strettamente associato all’attività umana, con una sovrapposizione più che evidente della crescita di quest’ultima, a partire dalla rivoluzione industriale, su quella del quantitativo di gas cosiddetti climalteranti (il più famoso dei quali è il biossido di carbonio, più noto come anidride carbonica).  Assistiamo all'aumento delle temperature globali, alla fusione dei ghiacciai e delle calotte glaciali, all'innalzamento del livello del mare e a eventi meteorologici estremi più frequenti e violenti. Il consenso scientifico sui cambiamenti climatici causati dall'uomo è schiacciante, con studi che dimostrano che oltre il 97% degli scienziati del clima che pubblicano attivamente concordano sul fatto che le tendenze del riscaldamento climatico nell'ultimo secolo sono pressoché inequivocabilmente dovute alle attività umane, a partire da quelle legate al consumo di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas naturale. Questo consenso non si basa su un singolo studio, ma su decenni di prove accumulate in varie discipline. Il 97%, e forse anche più, concorda: risulta abbastanza difficile ipotizzare che anche in questo caso abbiano ragione coloro che soffrono di paranoia da complotto, come diceva Umberto Eco, e che vede noi italiani un po’ più ossessionati dall’idea che in qualche modo esista un potere che menta continuamente; idea che nasce soprattutto dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti dati preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non lo fanno perché ci fa male accettarle. Certamente, lo insegna la scienza col suo metodo, ogni conclusione scientifica è vera fino a prova contraria, soprattutto sulle ricerche più recenti occorre sempre mantenere un atteggiamento di cautela e gli scienziati devono continuamente, in un certo qual modo, generare dubbi, persino sul loro stesso operato, ai dubbi seguono nuove ipotesi, nuovi modelli, nuove verifiche e, laddove necessario, un cambio di paradigma. Ma sull’argomento in oggetto i modelli realizzati, gli scenari futuri previsti, sembra proprio non abbiano bisogno di ulteriori conferme, e sono ormai passati diversi decenni da quando furono impostate le prime ricerche sul cambiamento climatico, tristemente confermate dalle evidenze osservate.

Nella figura sopra l'andamento della variazione media di temperatura rispetto alla media globale: si è modellato uno scenario dovuto alla sole attività naturali, solare e vulcanica, rispetto ad uno dove la forzante antropogenica si somma alle tendenze naturali. I dati osservati, cioè misurati, concordano col secondo modello. (ResearchGate, agosto 2023)

Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione

Le accuse di manipolazione dei dati emergono spesso. Una delle, se non la più famosa fu quella chiamata controversia sul bastone da hockey. Nel 1998, sulla base dell’analisi di migliaia di proxy data, fu presentato e discusso un diagramma - la cui forma ricorda appunto una mazza da hockey su ghiaccio - che presentava la temperatura media dell’emisfero settentrionale dell’ultimo millennio. Le ricostruzioni evidenziano costantemente mostrato una lenta tendenza al raffreddamento a lungo termine di raffreddamento a lungo termine, che si è improvvisamente trasformato in un riscaldamento accelerato a partire dalla fine del XIX secolo e impennatosi a metà del XX. Oggi sappiamo che le cose sono andate proprio così, se non peggio in termini di valori. Ma già allora era una prova del riscaldamento globale in atto e del conseguente cambiamento climatico.

La ricostruzione del 1998 fu subito messa in discussione da parte di alcuni critici, non molti, ma spesso fonti autorevoli perché famosi in altri campi della scienza. Alcuni in buona fede e operanti con spirito scientifico ma la maggior parte si scoprì a breve legati a gruppi di pressione finanziati dall'industria dei combustibili fossili, nel tentativo di mettere in dubbio nemmeno solo quei risultati, ma addirittura tutta la climatologia. In sostanza i critici ritenevano che i dati fossero stati manipolati per dare alla curva questa forma. Tuttavia, numerosi studi indipendenti, compreso uno del nostro CNR, utilizzando diverse metodologie e insiemi di dati anche diversi furono in grado di replicare il modello del bastone da hockey, convalidando i risultati iniziali.

Un altro degli esempi più frequentemente citati di su presunte manipolazioni fu la controversia sul Climategate del 2009, parafrasando il famoso scandalo presidenziale americano del Watergate. Furono sottratte con l’inganno, ad opera di hacker prezzolati, dozzine di messaggi di posta elettronica dall'Università dell'East Anglia, selezionate e travisate per suggerire che gli scienziati stavano complottando per sopprimere i veri dati o esagerare il tasso del riscaldamento. Diverse indagini indipendenti sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito hanno successivamente scagionato gli scienziati da qualsiasi illecito, concludendo che i dati non furono manipolati e che furono seguite correttamente tutte le pratiche scientifiche standard.

Questo tipo di accuse spesso selezionano i dati ad hoc, quelli che fanno comodo, travisano i metodi scientifici o ignorano il più ampio corpo di prove. I climatologi, non diversamente da altri scienziati, sono trasparenti riguardo ai loro dati e alle loro metodologie, anzi lo fanno proprio in cerca di conferme, e il loro lavoro è sottoposto a un esame approfondito, rendendo incredibilmente difficile perpetrare inganni diffusi.

Nella figura sopra la curva smussata mostrata in blu con il suo intervallo di incertezza in azzurro, è sovrapposta a punti verdi che mostrano la media globale trentennale data da una ricostruzione del 2013. La curva rossa mostra la temperatura media globale misurata con dati dal 1850 al 2013. (Wikipedia)

Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica

La libertà d'opione è libertà di mentire? Il persistente tentativo di indebolimento della climatologia ha gravi implicazioni. La sfiducia nei dati scientifici può paralizzare l'azione politica, ostacolando la nostra capacità di affrontare una crisi che richiede un'urgente cooperazione globale. Quando il pubblico è indotto a credere che i dati climatici siano fabbricati, erode la fiducia nelle istituzioni scientifiche e rende difficile l'attuazione di strategie efficaci di mitigazione e adattamento. Affidarsi ad affermazioni non verificate e disinformazione, piuttosto che a ricerche peer-reviewed e al consenso degli esperti, crea un ambiente pericoloso in cui le decisioni critiche si basano sull'ideologia piuttosto che sui fatti.

E spesso, in buona o cattiva fede che sia, il clima di sfiducia, che sfoga spesso in violenza verbale o derisione, è scatenato da appartenenti al mondo scientifico che, pur non avendo competenze specifiche né esperienza in materia di climatologia o geofisica, si dilettano di interessarsi al tema. Curiosa, ad esempio, fu l’attenzione che si rivolse a un Nobel per la fisica (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera) che esprimeva dubbi profondi sui risultati delle ricerche climatiche, mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellato il riscaldamento globale originato dalle attività umane. L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

Per non parlare di quei casi in cui la montatura e la manipolazione sono costruiti e diffusi da manipoli di scienziati al soldo dell’industria o della politica, da comitati think tank o da organizzazioni sovranazionali con interessi soprattutto economici: sono qui i veri manipolatori, come hanno ottimamente raccontato, fin dal 2015, Oreskes e Conway nel loro libro “Mercanti di dubbi” (a breve sarà disponibile qui la mia recensione).

Senza tra l'altro dimenticare il danno causato da quella sorta di catastrofismo climatico che va diffondendosi, e che genera un pericolo altrettanto serio, quello dell'inazione o, ancora più gravemente, una gestione fallimentare del cambiamento climatico, che ho trattato in una serie di tre post; quadro già molto ben tratteggiato, purtroppo.

Conclusioni

In definitiva, le affermazioni sulla manipolazione dei dati e delle informazioni riguardanti il cambiamento climatico sono palesemente false. La natura robusta, trasparente e collaborativa a livello globale della scienza del clima, unita a prove schiaccianti e al consenso degli esperti, confuta fermamente queste accuse. Fidarsi di dati scientifici credibili non è un'opzione ma una necessità per prendere decisioni informate e salvaguardare il nostro futuro. Dobbiamo valutare criticamente le fonti di informazione e sostenere l'azione per il clima, guidati dalle prove innegabili fornite da una rigorosa indagine scientifica.

Il cambiamento climatico va affrontato con una sfida relativa alla gestione complessiva, che va spiegata ai cittadini perché ciò che oggi definiamo emergenza rappresenta qualcosa che sarà molto più comune in futuro.

Il dibattito odierno è tuttavia ancora bloccato su posizioni pressoché dogmatiche, inutili e sterili. Da una parte c'è chi dice che l'agire deve avvenire solo in risposta al rischio evidente di catastrofe climatica, posizione stupida perché, quando e se coloro che la sostengono avranno avuto ragione, sarà troppo tardi per le reazioni; d'altra parte, gli oppositori non esprimono più che far finta di nulla, accusando di catastrofismo i primi. Possiamo discutere sull'utilità, soprattutto politica, di una narrazione catastrofista, ma non possiamo negare che, se non verrà posto un freno o un limite alle emissioni di gas che alterano il bilancio termico del pianeta, le conseguenze saranno disastrose.

La scienza ovviamente non deve legittimare le scelte politiche, perché la tecnologia, sua derivazione, è fonte di potere; ma è indiscutibile che deve fornire i mezzi per supportarle, per guidarle, e la politica al tempo stesso deve innanzitutto fare in modo che il linguaggio scientifico sia reso accessibile alla cittadinanza, sia capito in modo che questa possa sostenere e legittimare le scelte politiche, affinché le scelte condivise siano sottoposte al vaglio della comunità.

I risultati scientifici sono comunque chiari: il clima sta cambiando, rapidamente. Resta da capire quanto e con quali impatti anche se le idee in proposito sono già parecchio chiare.

Questi risultati non derivano da domande poste da ambientalisti in cerca di conferme alle loro tesi particolari ma da interrogativi che nacquero quando si cercava di capire come funziona il sistema, senza scopi politici reconditi, quando la climatologia muoveva i primi passi.

Veicolare questi risultati al grande pubblico è fondamentale, soprattutto perché bombardato continuamente dalla diffusione di false notizie amplificate dalla cassa di risonanza dei social e realizzate perlopiù per strumentalizzare, in un'epoca di incremento del disinteresse e dell'ignoranza generalizzata.

La climatologia ha già fatto la sua parte, occorrono adesso scelte che non siano solo basate su principi di precauzione, notoriamente inutili in questi casi perché non indicano una strada univoca.




[1] Anche se numerose sono le fonti che utilizzano il concetto di “cambiamenti climatici” al plurale, perché ritenuto più inclusivo e accurato a sottolineare la complessità del fenomeno, personalmente preferisco il singolare “cambiamento climatico”, derivata dall’originale Climate Change introdotta nel 1992 con la nascita di UNFCCC. Il termine era in origine utilizzato come riferimento al riscaldamento globale; è mia opinione che il cambiamento, per quanto complesso, sia unico come causale di molteplici conseguenze.

[2] Pratica indispensabile nel mondo della ricerca, permette di discriminare un articolo con fondamenta scientifiche da uno che non ne ha, accreditando il primo e screditando il secondo. Questo lavoro viene svolto dalle riviste scientifiche, che con i propri revisori, operano una valutazione critica (revisione) del lavoro che verrà pubblicato. I revisori sono protetti dall'anonimato e generalmente privi di qualsiasi conflitto di interesse.



20 agosto 2025

Smascherare la negazione del cambiamento climatico - 2 (il rapporto DoE)


I negazionisti climatici, come un disco rotto, ripetono fino alla nausea sempre gli stessi, spesso vecchissimi, argomenti. Con questo mio nuovo post magari potrò offrire loro la possibilità di aggiornarsi nel tipo e nel numero di fesserie disponibili, rendendo così, a chi vorrà farlo, più divertente l'opera di confutazione.
Ho quindi selezionato, adattato e tradotto una parte minima ancorché essenziale dalle circa 80 pagine del documento di risposta che Carbon Brief ha fatto realizzare ad un più che nutrito gruppo di scienziati, che hanno fatto una doverosa revisione paritaria della montagna di fesserie, spesso false e comunque come minimo sempre ingannevoli, contenute nelle affermazioni del rapporto redatto dal Dipartimento per l'Energia USA (DoE). Qualche dettaglio sul rapporto del DoE, sul suo scopo e sul documento di risposta in questo mio post precedente.

Anche se l’onere della prova dovrebbe spettare a chi cerca di negare i risultati scientifici, qualunque essi siano, in un mio recente post ho cercato di realizzare una sorta di manualetto tascabile che metta in grado di rispondere, punto per punto e con un minimo di argomenti, ai tentativi di smentita, di gran moda, in tema di cambiamento climatico; ciò perché a fronte di un consenso scientifico che nasce dal lavoro corale di centinaia di scienziati si vedono spesso, direi continuamente, contrapposti i soliti argomenti. Parafrasando un altro mio post, anch’esso contenente argomentazioni negazioniste confutate punto per punto, negare è facile, come distruggere; capire, come costruire, è difficile.

A partire quindi da alcune considerazioni espresse sulla recente pubblicazione da parte del Department of Energy (DoE) (qui e qui) in questo post cercherò di fornire ulteriori informazioni selezionandole dal documento di risposta a quello DoE, qui disponibile, dettagliato ed interattivo. Verranno quindi riportati alcuni degli argomenti che i negazionisti del cambiamento climatico usano allo scopo di dimostrare le loro tesi; soprattutto se organizzati e strutturati come una vera e propria agenzia di propaganda (qui i dettagli), come il gruppo del DoE in questo caso. Si tratta solo di una breve selezione, rimandando al documento originale. 

In corsivo nel seguito la sintesi delle considerazioni degli autori del rapporto del DoE.

Non ho riportato nessun esempio dalla sezione Impatti sugli ecosistemi e sulla società, dove gli autori DoE cercano di dimostrare i benefici economici del riscaldamento climatico, prendendo esempi soprattutto (dire quasi del tutto) da casi relativi alla Francia (…). Indipendentemente dalle risposte avute e dalle analisi econometriche gli aspetti che legano l’economia al clima sono estremamente labili e molto privi di struttura. La storia insegna che gli economisti molto spesso hanno completamente ignorato i fattori ambientali come influenzanti ciò che amano definire come equilibrio naturale del mercato: si lasci fare al mercato e tutto si aggiusta. Nulla di più falso. Anche dalla sezione Fertilizzazione con CO2 e perdita di nutrienti non ho estratto esempi.

Alcune delle affermazioni del rapporto DoE sono state considerate, dagli autori della revisione, di tipo FALSO o dal contenuto INGANNEVOLE, e così sarà utilizzata l'equivalente etichetta prima di ogni loro dichiarazione (in corsivo). 

Iniziamo la disamina. Per semplicità di lettura e selezione degli argomenti farò uso di un indice dei contenuti.


17 agosto 2025

Le menzogne di Trump

 Factcheck: il rapporto di Trump sul clima include più di 100 affermazioni false o fuorvianti

Immagine della mappa interattiva a disposizione sul sito di Carbon Brief: le pagine evidenziate in rosso contengono affermazioni false, mentre quelle evidenziate in arancione contengono affermazioni fuorvianti. Le pagine possono contenere più di un'affermazione falsa o fuorviante. Le pagine non colorate rappresentano parti del rapporto che sono state dichiarate accurate dall'autore citato o che non hanno ricevuto alcun commento dagli esperti invitati. 

No. Non è un commento dei fatti recenti e relativi all'incontro con Putin; ma potrà comunque servire a capire con chi il mondo ha avuto e avrà a che fare.

Fin dall’inizio del suo secondo mandato, con diversi segnali fin dalla campagna elettorale, in tema ambientale s’era capito dove stesse andando a parare Trump, e ne avevo scritto lo scorso gennaio. Immediatamente a seguire una serie di colpi, definiti mortali non a caso, alla stragrande maggioranza delle agenzie federali, soprattutto quelle che si occupano di ambiente, agli istituti di ricerca, alle università, e via dicendo.

Ultima tra le azioni dell’amministrazione attuale quella di aver incaricato il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti di redigere e pubblicare un rapporto intitolato "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate” a cui ho fatto riferimento in un mio recente post, anche se per introdurre tutt’altro. In sintesi, il rapporto rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico, contrapponendosi a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) che prova a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

In altre parole l’amministrazione Trump ha commissionato ciò che ritiene essere una “valutazione critica” che giustifichi l’inversione di tendenza delle normative statunitensi sul clima.

Il documento DoE contiene almeno 100 affermazioni false o fuorvianti.

Fact-checking
Ebbene, ad appena un mese dalla pubblicazione del documento del DoE, su incarico di “Carbon Brief”, un ente britannico specializzato nell'analisi e nella comunicazione di questioni legate al clima, alla scienza e alla politica energetica, un gruppo costituito da decine di scienziati del clima, ha prodotto un ricco ed ampiamente documentato documento di fact-checking, ovverosia di controllo delle affermazioni e delle dichiarazioni, effettuando un vero e proprio processo peer review. Il documento, in modalità interattiva, è disponibile sul sito di Carbon Brief e accessibile con il link ripetuto qui sotto.

Nota importante: in seguito agli attacchi dell'amministrazione Trump alla scienza , alcuni collaboratori hanno chiesto di rimanere anonimi.

In un mio successivo post mi occuperò di analizzarlo in parte, lasciando gli approfondimenti all’originale.

Factcheck: Trump’s climate report includes more than 100 false or misleading claims

Questo rapporto, di ben 140 pagine, guarda caso è stato pubblicato dal DoE  il 23 luglio scorso, pochi giorni prima che il governo presentasse i piani per revocare qualsiasi provvedimento che sia basato sulla certezza scientifica che il riscaldamento climatico in atto è di origine antropica e causato dalle emissioni di gas serra, in primo luogo di CO₂. Revocare quindi quanto attinente al controllo delle emissioni, in perfetta linea, tanto per fare un esempio, con lo slogan drill, baby drill! di entrambe le campagne elettorali di Trump.

Il riassunto esecutivo del controverso rapporto afferma, erroneamente, che il «riscaldamento indotto dal CO2 potrebbe essere meno dannoso dal punto di vista economico di quanto comunemente si creda». Afferma inoltre, in modo fuorviante che «politihe di mitigazione [delle emissioni] eccessivamente aggressive potrebbero rivelarsi più dannose che benefiche».

Redatto, in soli due mesi, da cinque ricercatori indipendenti selezionati personalmente dal segretario all'energia statunitense Chris Wright, un noto scettico nei confronti del cambiamento climatico, e altrettanto noto imprenditore nel settore dei combustibili fossili. Fin dall’inizio il documento ha scatenato aspre critiche da parte degli scienziati del settore, che hanno evidenziato errori di fatto, travisamenti della ricerca, citazioni disordinate e una selezione accurata dei dati (il cosiddetto cherry picking). Il documento inoltre somiglia in moltissime sue parti ad una memoria legale prodotta per difendere l’imputato: in questo caso il biossido di carbonio.

Come più volte spiegato, è un errore basilare ritenere che nella scienza incertezza significhi ignoranza, e usare l’incertezza come scusa per l’inazione o per la negazione; al contrario, affidarsi all’incertezza per rimandare interventi in grado di rallentare cambiamenti così veloci, o di limitarne le conseguenze, è pericoloso. La storia della scienza del clima insegna che le proiezioni fatte in passato si sono rivelate molto spesso ottimiste, e l’iniziale incertezza si è risolta in maggiori motivi di preoccupazione: l’incertezza prepara ad affrontare gli scenari peggiori.

Sul ruolo del dubbio nella ricerca scientifica ne ho scritto tempo fa qui.

Il gruppo di lavoro di Wright, inoltre, sostiene che il rapporto, attualmente aperto al commento pubblico nell'ambito di una revisione di 30 giorni, è stato sottoposto al peer review…da parte di personale interno al DoE: insomma, come si dice, se la sono suonata e ora se la cantano. A sottolineare questo aspetto l'analisi di Carbon Brief rileva, inoltre, che dei 350 riferimenti inclusi nel documento, quasi il 10% è opera degli stessi autori del rapporto.

Il rapporto, come anticipato, è stato concepito per fornire un fondamento scientifico a uno dei piani dell'amministrazione Trump di revocare le disposizioni “Endangerment finding” dell’EPA, che costituiscono il prerequisito legale per la regolamentazione federale delle emissioni, oltre a mettere in dubbio che l’EPA possa avere l’autorità legale sulla regolamentazione delle stesse. Anche questo è un deja vu. Quando le industrie produttrici di tabacco da fumo decisero di chiamare il fumo passivo fumo ambientale, pensando di mitigare l’impatto psicologico, si diedero la zappa sui piedi, perché entrò nella questione proprio l’EPA: se è ambientale è di loro competenza, si disse. Da quel momento partì una campagna di negazione e decostruzione delle evidenze scientifiche note che l’EPA avrebbe poi usato per ergersi ad ente federale di controllo, limitazione e divieto.

Tornando al rapporto, questa constatazione di pericolo,  emanata dall’amministrazione Obama nel 2009, afferma che esistono ben sei gas serra che contribuiscono agli impatti netti negativi del cambiamento climatico e che, quindi, mettono in pericolo la popolazione.

Ed ecco invece che, con un comunicato stampa del 29 luglio scorso, l'agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha affermato che «studi e informazioni aggiornati hanno messo in discussione le precedenti ipotesi», quanto fu dichiarato nel 2009. Si noti l’uso del termine ipotesi, ad indicare che già allora solo di questo si trattava, nulla di certo: il dubbio…

Carbon Brief ha chiesto a un'ampia gamma di climatologi, compresi tutti quelli che gli autori della revisione critica hanno citato, di verificare i fatti a sostegno delle varie affermazioni e delle dichiarazioni contenute nel rapporto.

Fonte Climalteranti.it

Difetti evidenti del rapporto DoE
Nella tabella precedente sono riportate le principali differenze macroscopiche tra le affermazioni contenute nel rapporto del DoE e quanto presente invece nel documento IPCC AR6. Per non appesantire troppo la lettura in un mio post successivo esaminerò qualcuna delle considerazioni fatte dal gruppo di Carbon Brief, a ribadire ed ampliare quanto ho già esposto di recente in un altro mio post.

Per un approfondimento ovviamente rimando al sito Carbon Brief.

[Edit del 20/8/2025] - Una selezione degli argomenti del rapporto DoE, e la loro confutazione, è disponibile qui.
[Edit del 4/2/2026] - L'intervento di un giudice federale sul rapporto DoE, disponibile qui.

06 agosto 2025

Quando non è il momento...è proprio il momento di far polemiche!

Recentemente il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti ha pubblicato un documento intitolato “A Critical Review of Impacts of Greenhouse Gas Emissions on the U.S. Climate”. Un rapporto che rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico; un documento ostentatamente contrapposto a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) nata per confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che ha costituito, finora?, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Non entriamo nel merito di quel che è stato scritto, rimandandolo a quest’ottimo post apparso su Climalteranti.it. Le differenze tra AR6 e il rapporto del DoE sono emblematiche fin dal principio: a fronte delle centinaia di autori, decine di migliaia (migliaia, sì!) di revisori del processo di peer review e delle indiscusse competenze di ognuno di questi, il rapporto DoE non solo seleziona con cura gli argomenti a loro favore (cherry picking) e presenta solo quelli, ma il gruppo di autori è una manciata di nomi noti, senza competenze specifiche nei temi trattati, che rappresentano bene i negazionisti a tavolino, direttamente stipendiati dall’industria e dagli imprenditori del settore fossile. È una delle tante conseguenze del secondo mandato Trump. E andando anche solo a confrontare gli argomenti principali, quanto il DoE cerca di ammantare di veridicità scientifica si scopre infine essere i soliti argomenti ripetuti fino alla nausea e facilmente confutabili.

Un ulteriore approfondimento sul rapporto del DoE è disponibile in quest'altro mio post.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è però un altro. Perché la comunità scientifica, a parte poche voci isolate, tutto sommato non reagisce come ci si attenderebbe? Qualche voce c’è, per lo più dei soliti nomi, che magari si sentono direttamente coinvolti perché, come vedremo, in passato furono oggetto di attacchi diretti, ma per resto è silenzio.

E soprattutto, perché la gente comune riceve le menzogne dei negazionisti da innumerevoli fonti mediatiche, amplificate dai social, mentre le smentite e le posizioni scientifiche sono lette dai soliti pochi convertiti perché diffuse su poche testate specialistiche?

Quanti leggono Nature o National Geographic a fronte dei miliardi che leggono Facebook o X?

Con l’uso della radio, della televisione, e ora di Internet, si ha l’impressione che ciascuno possa far sentire la propria voce e possa essere sicuro che sarà riferita e citata, che dica il vero o il falso, cose sensate o ridicole, ben intenzionate o malevole. Internet ha creato un’informazione che assomiglia a una sala degli specchi, in cui ogni affermazione non importa quanto assurda, può essere moltiplicata all’infinito. E su Internet la disinformazione non muore mai, una vera e propria barbarie elettronica, un ambiente in cui tutti navigano e non esiste un porto sicuro. Un pluralismo impazzito.

Ma perché gli scienziati non protestano?

Se le argomentazioni riportate nel rapporto DoE, o in dozzine di altre pubblicazioni ammantate di un’aura di scientificità, erano politica camuffata da scienza, posizioni ideologiche, opinioni non suffragate da fatti, perché gli scienziati tacciono così come in passato tacevano quando attacchi ben congegnati e costruiti negavano i danni da tabagismo o il cosiddetto buco nell’ozono? Perché la comunità scientifica è rimasta immobile?

Ci sono alcune eccezioni, come la presa di posizione del climatologo Michael Mann su questo caso, che ha dichiarato trattarsi di «una narrazione antiscientifica, basata su argomentazioni ingannevoli e dati travisati» o, in passato, la totalità dei climatologi che difese un loro notissimo rappresentante; ma i casi di scienziati che combatterono sono davvero pochi. Sono voci, sfortunatamente, isolate. 

Ci fu persino chi vide rovinata la propria vita e la propria carriera perché non aveva i mezzi per affrontare cause giudiziali a seguito di querele ricevute da potenti esponenti dell’industria o scienziati corrotti al soldo di questa.

Ovviamente, gli scienziati sanno, e sapevano, che molte delle affermazioni dei negazionisti erano false. Perché non hanno fatto di più per respingerle? Perché gli scienziati non hanno cercato di smantellare l’artificiosa falsità dell’industria della menzogna?

Una delle ragioni ha a che fare con il complicato e particolare ruolo dei rapporti tra individui e gruppi della comunità scientifica. Gli scienziati sono fortemente motivati dagli elogi e dal prestigio personale che consegue da una scoperta importante ma, al tempo stesso, non amano esporsi alla mondanità. In primo luogo perché la scienza moderna è innanzi tutto frutto di un lavoro di gruppo, e nessuno dei membri di un gruppo di ricerca, fosse anche composto soli due individui, vorrebbe rivaleggiare in termini di presenze o citazioni. Ma soprattutto perché è il consenso degli altri, degli esperti, che conferisce alla conoscenza, alle nuove scoperte, il bollino di scienza, anche se scaturita dal genio o dalla creatività di un singolo. Nel mondo moderno, ogni scoperta scientifica quasi sempre è il risultato di uno sforzo collettivo che comprende diverse dozzine, in qualche caso centinaia, di ricercatori. E sono proprio enti come l’IPCC che, come in questo caso, cercano di sintetizzare il lavoro di migliaia di studiosi, che fa da loro portavoce, sotto forma di ente ufficiale di rappresentanza. Nessuno scienziato serio, per timore di essere censurato e per innata modestia, si sogna di esporsi parlando a nome dei suoi colleghi, anche per evitare che si pensi che voglia attirare su di sé l’attenzione. Fa parte dei principi di comunicazione scientifica di cui abbiamo parlato.

Le società scientifiche hanno cercato di risolvere questo problema preparando delle dichiarazioni formali sul cambiamento climatico che riflettono il sapere collettivo dei loro membri. Queste dichiarazioni, per usare un eufemismo, tendono a essere molto asciutte e risultano spesso indecifrabili per una persona normale. Chi di noi ha letto o leggerebbe centinaia di pagine di sommario, men che mai le migliaia di pagine del rapporto completo? Se pochissimi sanno dell’esistenza di enti come UNFCCC o il WMO, l’EPA o il DoE è già grasso che cola. Sulle pagine dei loro siti web ci si può già fare un’idea delle loro posizioni sul cambiamento climatico.

È quindi fondamentale che qualcuno o, meglio, un qualcosa in forma di ente rappresentativo, riassuma e provveda a comunicare. Come già ben sapevano i fondatori del primo ente di rappresentanza della comunità scientifica inglese, la famosissima Royal Society, fondata nel 1665 e inventrice della procedura della peer review.

Occorre inoltre tener conto che gli scienziati lavorano per produrre conoscenze in ambiti molto specifici, ma di solito non sono preparati a comunicarle, specie al pubblico più vasto, e sono ancor meno preparati a difendere i loro lavori scientifici contro avversari determinati e ben finanziati. Spesso, non hanno né la predisposizione né la voglia di farlo. Fino a poco tempo fa la maggior parte degli scienziati non era particolarmente desiderosa di comunicare. Pensavano che il loro lavoro fosse quello di produrre conoscenza, non quello di divulgarla, e molti considerano queste attività come inconciliabili tra loro. Non sono stati pochi i casi di scienziati che hanno preso in giro dei colleghi che facevano divulgazione.

La dedizione degli scienziati nei confronti della competenza e dell’obiettività li pone in una posizione delicata quando si tratta di respingere affermazioni palesemente false. Devono inoltre evitare di entrare in discussioni che li portino su argomenti politici, per non rischiare di essere accusati di politicizzare la scienza e di mancare di obiettività. Si crea un paradosso comunicativo: la richiesta di essere obiettivi suggerirebbe di tenersi fuori da argomenti controversi ma, se lo fanno, nessuno potrebbe conoscere qual è la versione obiettiva e scientifica dell’argomento in questione. E ancora, amaramente, evitano come la peste di vedersi invitati a confrontarsi col tuttologo di turno, del tutto ignorante in materia, nel tentativo mediatico di creare l'illusione che esista un dibattito.

Gli scienziati temono di essere coinvolti perché hanno visto che cosa può succedere loro, come nel caso del già citato climatologo. Nel 2005, Michael Mann, ricercatore presso la Pennsylvania State University, ha subito un attacco furibondo da parte di un membro del Congresso americano, Joe Barton del Texas, che chiedeva che Mann fornisse informazioni dettagliate sulle fonti di supporto alle sue ricerche, sui server dove erano memorizzati tutti i suoi dati e molto altro: nonostante i lavori scientifici oggetto dell’indagine erano già stati pubblicati in riviste peer review, e non c’erano prove che Mann avesse fatto qualcosa di sbagliato, fornendo una delle prove inoppugnabili che la Terra si stava riscaldando rapidamente. 

Attacchi come questi hanno un effetto paralizzante. Alcuni scienziati, durante le discussioni che si tengono nelle sessioni dell’IPCC, sono riluttanti a presentare affermazioni troppo nette sulle evidenze scientifiche disponibili per paura che i negazionisti possano attaccarli. In un articolo comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza o uno dei pilastri del metodo scientifico, non un sinonimo di ignoranza? Altri preferiscono riportare stime per difetto perché ciò li fa sentire più sicuri. 

Le campagne di intimidazione, evidentemente, funzionano.

L’incertezza c’è, va detto con chiarezza, ma riguarda solo alcuni aspetti della scienza del clima. Non riguarda le cause – ormai largamente comprese – ma piuttosto gli scenari futuri, influenzati dalla grande complessità del sistema climatico. È per questo motivo che i rapporti IPCC si basano su decine migliaia di studi scientifici, dando molta importanza alla interconnessione tra vari elementi, all’esplorazione di scenari poco probabili e alla comunicazione delle incertezze.

Ma l’incertezza non dovrebbe spingerci all’immobilità, al contrario dovrebbe stimolarci all’azione su ciò che possiamo controllare, ovvero le nostre emissioni di gas serra. Perché è proprio sulla strumentalizzazione dell'incertezza, motore primo del metodo scientifico, che i costruttori della menzogna, i mercanti di dubbi come li definirono Oreskes e Conway nel loro libro del 2010, basano le loro strategie,

Forse il motivo più comprensibile per cui gli scienziati non vogliono essere coinvolti nelle polemiche è perché amano la scienza, e pensano che la verità alla fine avrà il sopravvento. È il loro lavoro, un lavoro davvero eccezionale, quello di capire quale sia la verità. Qualcun altro è senz’altro più bravo a divulgarla ed a comunicarla con maggiore efficacia. E se c’è chi va in giro a seminare spazzatura, che se ne occupi qualcun altro. È comprensibile che gli scienziati trovino anomalo perdere tempo per occuparsi di questioni del genere. Fin dal 1983, in tema di cambiamento climatico, o di numerosi altri temi d'interesse universale, gli scienziati sapevano che i tentativi di negazione erano spazzatura, e per questo li ignorarono. Disgraziatamente, la spazzatura non se ne va da sola e qualcuno deve occuparsene: i giornalisti in primo luogo, coloro che danno notizia delle scoperte scientifiche, supportati dagli organi professionali che rappresentano i diversi campi della scienza, e infine ognuno di noi può e deve contribuire a lasciare il giusto messaggio, opponendosi allo scetticismo radicale, alla negazione e soprattutto all’idiozia.

Non è vero, come da tempo immemore sostiene la propaganda negazionista, che il problema del riscaldamento globale non può essere risolto e possiamo solamente adattarci. Le soluzioni esistono. Il riscaldamento globale è un problema enorme, ma per risolverlo dobbiamo per prima cosa smettere di prestare ascolto alla disinformazione e di trastullarci in attesa di chissà cosa. Personalmente non posso fare molto, e considero questi miei post in tema di cambiamento climatico, il mio contributo minimo alla confutazione della negazione. 

Abbiamo bisogno di una conoscenza più precisa di ciò che è la scienza, dobbiamo sapere come riconoscere la vera scienza quando la incontriamo, e come dobbiamo fare per separarla dalla spazzatura.