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19 febbraio 2026

La decarbonizzazione infelice

Premessa
«Torneremo alle caverne» disse l’emiro aprendo la COP28 a Dubai. In quel caso intendeva che senza vendere petrolio il suo paese non sarebbe mai stato così ricco ma, senza saperlo, stava prevedendo quel che comunque accadrà. Magari non così disastrosi, giacché le posizioni legate a catastrofismo ed ecoansia vanno evitate a prescindere, ma gli scenari che si profilano in tempi tutto sommato molto brevi, non sono affatto da sottovalutare, perché nascono da posizioni ben precise, quelle del cosiddetto realismo energetico, un approccio pragmatico alla transizione ecologica che cerca di bilanciare gli obiettivi di sostenibilità con la sicurezza energetica, quel che obiettivamente sarà possibile avere, l'economicità e la fattibilità sociale.

Più volte su queste pagine ho messo in evidenza come, ancora oggi, in piena indiscutibile crisi climatica, col termine decarbonizzazione che appare ovunque e comunque, l’analisi della situazione attuale mette chiaramente in luce una gestione politica carente, come sottolineato dai più recenti rapporti dell’IPCC (AR5 del 2014 e AR6 del 2021-22), che denunciano con forza l’inazione dei governi e la loro incapacità di assumersi la responsabilità di un cambiamento concreto: una gestione che ho definito fallimentare. Le promesse fatte durante le conferenze internazionali, come le varie COP, restano spesso lettera morta, evidenziando un divario drammatico tra la realtà fattuale e la percezione dei politici, che dovrebbero invece essere i primi a vigilare sul futuro dei paesi di appartenenza ma con un approccio globalista, e a possedere una conoscenza approfondita delle problematiche ecologiche e climatiche. Un futuro plasmato insieme dal riscaldamento globale e dal rapido declino geologico di petrolio, gas e carbone, più che da scelte politiche graduali e reversibili, affiancato a mancanza di volontà e di sapere: riflesse nelle campagne elettorali, dove il tema dell’emergenza climatica è quasi del tutto assente, e nelle scelte tecnologiche, come la fiducia riposta nella mobilità elettrica di massa, nell’idrogeno, nella biomassa e nei biocarburanti, senza una reale comprensione dei limiti e delle lacune di tali soluzioni.

Anche se studi autorevoli dimostrano che persino un paese come il nostro può decarbonizzare e rendersi indipendente dalle fonti fossili, la domanda è: ma quanta energia potenziale sarà disponibile? Potremo, ad esempio, elettrificare tutto il parco veicoli, trasporto pesante compreso? (spoiler: no). Cosa potremo tenere acceso e cosa dovremo necessariamente spegnere o ridurre? Insomma, la decarbonizzazione non è affatto felice e guarda un po’, tutti i discorsi fatti a proposito della crisi climatica e delle sue conseguenze passano, apparentemente, in secondo piano; perché, se da una parte gli scenari climatici saranno meno impattanti di quel che è stato modellato, dall’altra le fonti fossili di energia (a iniziare dal petrolio, seguito a ruota da gas naturale e carbone) diventeranno via via sempre meno disponibili. Non perché si esauriranno completamente (cosa che comunque accadrà), quanto perché da un lato le pressioni sul fronte della indispensabile e necessaria riduzione delle emissioni di gas serra spingeranno affinché se ne brucino sempre meno, e dall’altro sarà sempre meno redditizio estrarle e trasportarle, anche in conseguenza della domanda in costante calo. In altre parole, comparato a quel che accadrà alla temperatura media del pianeta da qui a 50 o anche 100 anni, quello delle fonti energetiche è il problema più serio[1].

In questo contesto, è fondamentale respingere l’inazione, il fatalismo e promuovere un’azione concreta e consapevole, anche nel proprio piccolo, come suggerito dalla spinta gentile descritta da Irene Ivoi nel suo libro “La cerniera. La spinta gentile al servizio della sostenibilità”. Solo una conoscenza totale può generare la coscienza necessaria per affrontare gli anni a venire, preparandoci a scenari che potrebbero vederci disorientati e privi di beni essenziali se non si agisce per tempo. Con prudenza però, perché se c’è qualcosa di davvero complesso, gli scenari climatici sono in testa alla classifica: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili sono problemi interconnessi, nessuno può prevedere con certezza gli effetti delle crisi multiple. Resta comunque indispensabile cambiare, perché ormai non è solo auspicabile, ma necessario.

L’acclarato (quanto negato) declino del petrolio, e sua fine,  (a seguire gas e carbone), signore e padrone del funzionamento delle nostre società, porterà una lunga serie, per usare un eufemismo, di…problematiche. Secondo qualcuno siamo appena all’inizio del cosiddetto picco del petrolio, che indica il momento in cui l'estrazione mondiale di petrolio raggiunge il massimo livello storico, per poi iniziare un declino definitivo: non l’esaurimento totale come predetto, ma la fine della produzione a basso costo. Ed è sulla base di ciò che prenderò in considerazione come esempio, soltanto uno degli aspetti di queste problematiche future: l’elettronica e il digitale, che appaiono ancora, nella mente dei politici e non solo,  come un’evidenza eterna, allineato ai rimedi miracolosi con cui immaginano si risolverà il tutto.

Elettronica ovunque
Ognuno di noi conosce ciò che è necessario per produrre degli strumenti digitali, e la lista a seguire non è completa. Che si tratti di un personal computer, portatile o meno, uno smartphone, una macchina fotografica o una video camera, un display per qualsiasi scopo, anche riportare arrivi e partenze dei treni alla stazione, o ancora un dispositivo diagnostico come un ecografo, tutto ciò necessita di microprocessori, chip, schede madri, magneti, schermi, pannelli di vetro, saldature, connessioni elettriche, diodi elettroluminescenti, optoelettronica come le fibre ottiche, alluminio rinforzato e altro ancora (altra lista incompleta). A cui aggiungere i prodotti derivati e a corollario:  batterie, hard disk, modem di collegamento a Internet, dispositivi touch screen, carte di credito, lampadine a LED, nonché i già citati strumenti diagnostici medici come scanner, per risonanze magnetiche, elettrocardiogrammi, tomografie ed ecografi.

Tra i materiali necessari alla produzione, distinti in minerali vari, metalli puri e persino gas, figurano circa trenta metalli differenti, tra cui diciassette terre rare: questi ultimi, fondamentali per tutta l’industria elettronica, saranno in stato di scarsità o criticità entro la prima metà di questo XXI secolo o poco dopo, tanto da aver richiesto la creazione di un apposito regolamento da parte del Consiglio Europeo. A questi si aggiungano altri metalli, minerali e un gas (l’elio). L’unico per il quale si prevede una data di esaurimento più lontana (2064) è il platino.  Faccio notare che per esaurimento non si intende solo la possibilità che in assoluto questo o quello vengano a mancare, ma anche che i costi di estrazione e produzione diventino insostenibili, anche in presenza di sovvenzioni e finanziamenti statali. E già qui vi si dovrebbe accendere una lampadina.

Tutto questo porta immediatamente a mettere in discussione il mondo del digitale: qualcosa che è data come eternamente scontata, pensata e utilizzata come non ci fosse un domani. Di dimensioni gigantesche e di cui si parla poco. Su tale ambito abbiamo basato, anno dopo anno, l’intero nostro sistema globalizzato di informazioni e comunicazioni, di lavoro e scambi, di studio e ricerca, in qualsiasi settore, primario, secondario e terziario, fino al settore sanitario e alla sfera privata. Sì, anche primario: pensate al supporto che l’elettronica e l’informatica forniscono oggi anche, un esempio, alla corretta gestione di un moderno trattore agricolo! Un’organizzazione, questa, che verrebbe del tutto distrutta se tale sistema, che ha ormai invaso ogni ambito, dovesse scomparire. E alla fine di questa gigantesca catena tutti gli apparecchi informatici sostenuti dalla onnipresente elettronica.

Un pianeta finito ha risorse finite
La criticità o la scarsità di una ventina di elementi[2] necessari all’elettronica-informatica riguarda prevalentemente il periodo che qualcuno ritiene ormai imminente, prima del 2040 addirittura, con elementi ad alto rischio come lo stagno, l’argento, l’oro, l’antimonio, il gallio, l’indio e il terbio, e il periodo a cavallo della metà del secolo per altri quattro elementi, tra cui il rame.

Anche se le quantità di tali elementi utilizzate in un singolo apparecchio informatico sono generalmente minime, occorre considerare che appena dieci anni fa c’erano 2,4 miliardi di computer in uso nel mondo e 3,3 miliardi di smartphone, che oggi sono 7,5 miliardi, di cui circa 7 attivi! Nel 2018 c’erano 20 milioni di fotocamere digitali, e nel 2021 un miliardo di telecamere di sorveglianza, senza contare quelle private, per un totale di quasi sette miliardi di dispositivi digitali, in crescita continua, cosa che rende tutt’altro che irrilevante il consumo di materie prime.

Altre fonti di consumo esponenziale di metalli e minerali preziosi sono quelle delle marmitte catalitiche, che contengono oro, argento, palladio, platino e cerio; i pannelli solari, che consumano argento e grandi quantità di silicio, estratto principalmente dalla sabbia: siamo riusciti a rendere critico un materiale che credevamo infinito.

A tale proposito va detto che fra tutti i materiali che estraiamo dalla Terra (minerali grezzi e petrolio, rame e argilla, gemme e carbone, bauxite e scisto) soltanto l’acqua supera la sabbia e la ghiaia quanto a volume prelevato. Per sabbia e ghiaia si tratta di 50 miliardi di tonnellate all’anno, destinate per lo più alla produzione del cemento. Usandole per costruire un muro attorno all’equatore, esso sarebbe alto 27 metri e largo altrettanto[3].

E l’elenco procede con turbine eoliche, che pure richiedono silicio, zinco, manganese, rame, piombo e cobalto; ma anche la produzione esponenziale di fibra ottica, ottenuta dalla preziosa silice (per non parlare dei semplici vetri delle nostre abitazioni), o dei fili di plastica che le contengono, prodotti del petrolio. Per quanto riguarda la scarsità di fibra ottica, è già qui. Utilizzata prevalentemente nelle telecomunicazioni, è impiegata anche nell’illuminazione a LED ed è indispensabile nella medicina e nella chirurgia endoscopiche. C’è stata un’esplosione della domanda di fibra ottica. Nel 2017 il consumo mondiale ha superato i cinquecento milioni di chilometri ed è la Cina, che sta rapidamente ampliando le sue infrastrutture di telecomunicazione, il paese che consuma più della metà delle scorte. C’è già qualcuno che sta pensando di mitigare la cosa mantenendo o reinstallando i vecchi sistemi di comunicazione laddove la fibra ottica non sia necessaria, e qualcun altro maledice la dismissione e l’abbandono delle linee di comunicazione telefoniche analogiche via cavo, fax compresi. Un aneddoto. Un mio anziano parente non volle passare alla fibra ottica per Internet quando lo avvisai che, in caso di mancanza di energia elettrica, avrebbe perso anche la possibilità di telefonare.

L’86% della produzione mondiale d’oro è usato dalle industrie della gioielleria e dell’oreficeria, con un riciclo in costante aumento. Considerando che se questi settori dovessero subire una battuta d’arresto, visto che si tratta di prodotti piuttosto superflui, la scarsità di questo metallo potrebbe rallentare o arrestarsi.

E il riciclo? Purtroppo non sarà in grado di soddisfare l’aumento della domanda mondiale e resterà inferiore al 20-30% degli approvvigionamenti necessari. Per quanto riguarda i componenti elettrici ed elettronici, secondo un recente rapporto dell’ONU, meno del 25% del materiale elettronico dismesso viene correttamente raccolto e riciclato, a fronte dei 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti nel 2022: un triste record, con un aumento dell'82% rispetto al 2010. Il fenomeno è aggravato dal malcostume della cosiddetta obsolescenza programmata.

Tutti medici di campagna, e a dorso di mulo

Tornando all’elettronica e al digitale come sorgente di soluzioni e strumentazioni, in questo contesto il settore medico, pur non essendo ai primi posti come consumi, è chiaramente il primo a dover essere preservato: tutte le apparecchiature di rilevazione e controllo pre e postoperatorio necessitano di un computer o di uno schermo, come minimo, che si tratti di scanner, risonanze magnetiche, ecografi, fibroscopi o endoscopi (che devono anche disporre di una microcamera digitale), o di apparecchi per la radiografia. Inoltre, qualunque referto, prescrizione, cartella clinica, comunicazione e condivisione di diagnosi e prognosi oggi viaggia in formato digitale. Gli scanner e le risonanze magnetiche hanno anche bisogno di componenti come l’elio, utilizzato come gas refrigerante per i magneti, e insostituibile per tale scopo. Questo settore consuma diversi milioni di metri cubi di elio all’anno. Il terbio e il selenio sono necessari per la radiografia, mentre il silicio è essenziale per la fibra ottica utilizzata nell’endoscopia. 

L'industria elettronica si troverà quindi in seria difficoltà entro un paio di decadi: diventa fondamentale quindi migliorare e potenziare il riciclo, la sostituzione, il risparmio di materiali in altri settori e confidare nelle innovazioni che verranno da ricerca e tecnologia. Ma sarà molto probabilmente soltanto un modo per posticipare la cosa perché c’è una serie di ostacoli che minacciano seriamente la possibilità di continuare la tecnologia digitale già a partire dalla seconda metà di questo secolo. Il resto del mondo è ad oggi strettamente dipendente dalla Cina per la maggior parte della produzione delle terre rare: così, mentre la Cina dipende dagli Stati Uniti per l’importazione di chip di ultima generazione, la maggior parte dei paesi dipende dalla Cina per le proprie apparecchiature digitali, che si tratti di magneti, batterie o elettronica. In secondo luogo nulla e nessuno possono assicurare la necessaria stabilità geopolitica e finanziaria tali da garantire che offerta e domanda restino stabili.

Che dire poi del declino petrolifero (e di gas e carbone) ormai all’orizzonte che metterà a repentaglio il settore dei trasporti portandolo rapidamente al collasso? Ovvero il crollo delle importazioni di materie prime verso i paesi produttori, poi verso le fabbriche e, infine, dai prodotti finiti verso i paesi importatori e fino ai centri di distribuzione. Infine, l’obsolescenza degli impianti minerari e di estrazione in genere: più la miniera è vecchia, minore è la concentrazione di metalli al suo interno e maggiore è l’energia richiesta (petrolio, gas, carbone) per isolarli dal minerale. La riduzione energetica accelera quindi quella minerale, perché disporremo di sempre meno energia per estrarre metalli che, a loro volta, saranno sempre più rari. In un mondo dove il potenziale energetico è in calo non c’è spazio per scenari di incremento della domanda di energia.

Dopo aver vissuto a lungo nell’illusione di un’eterna disponibilità di petrolio e altri idrocarburi, oggi ci culliamo, senza porci domande, nell’illusione dell’eternità dei veicoli elettrici e dell’elettronica. Ma ciò non accadrà.

La crisi. Quale delle due?
La crisi climatica, il riscaldamento globale? Non sembra siano più un gran problema, l’aumento di temperatura non sarà poi così disastroso, per lo meno non per il nord del mondo, e il motivo è che già a partire dalla seconda metà del XXI secolo le emissioni di gas serra diminuiranno, dapprima perché non ci sarà più tutto il petrolio attuale da bruciare, poi il gas, e infine il carbone. E non tanto perché le riserve saranno state prosciugate, quanto perché (e la corsa a non investire da parte delle banche è già iniziata) estrarlo e trasportarlo sarà sempre meno lucrativo.

La rarefazione e poi la scomparsa del petrolio, del gas e del carbone, rallentando il riscaldamento globale, ci manterranno in uno scenario tutto sommato…sostenibile. A quale prezzo? Con un bel salto all’indietro nel passato, soprattutto in termini di tecnologia e fabbisogno energetico.

La deflazione degli idrocarburi, e in particolare la fine prematura dello sfruttamento del petrolio, provocherà una gravissima crisi economica, con conseguenze molto pesanti sui nostri mezzi di sussistenza e sulla loro precarietà. Allo stesso tempo sarà evidentemente benefica, perché affosserà un gran numero di industrie che smetteranno così di emettere CO2 e altri inquinanti, rallenterà l’acidificazione degli oceani, metterà fine all’agro-allevamento industriale[4] e al suo ingente consumo e inquinamento delle acque, alla degradazione qualitativa dei suoli, al loro compattamento che ostacola l’attività biologica e alla conseguente riduzione dei nutrienti, pulirà gradualmente le acque fluviali a vantaggio di una pioggia più pura che le rinvigorirà. Tutti questi vantaggi cumulati salveranno miliardi di vite, che non sarebbero sopravvissute con altri scenari di emissioni fuori controllo, o che ne avrebbero sofferto molto.

Un destino migliore che non dobbiamo in alcun modo all’intervento dei governi, i quali anno dopo anno non fanno che peggiorare lo stato del mondo, bensì esclusivamente ai vincoli geologici che la natura ci impone. Un destino migliore ma molto difficile.

I più penalizzati? Ovviamente noi occidentali, i ricchi del mondo, quei pochi punti percentuali di umanità che inquina, consuma e spreca tanto quanto la stragrande maggioranza degli umani di questo pianeta.

Questa interruzione, che bisogna assolutamente rendere provvisoria, è già in corso in Europa e si estenderà al resto del mondo.

Un altro mondo
Un esempio tra tanti, che ci mette concretamente di fronte all’enorme cantiere che si apre davanti a noi e davanti al quale potremmo stare a guardare, rassegnati, impotenti e piegati in attesa delle tempeste, dal momento che non ci aspettiamo nulla di risolutivo da parte dei nostri responsabili politici attuali e futuri, un’inazione governativa, questa, che IPCC osserva e denuncia molto fermamente nei suoi ultimi due rapporti globali, AR5 del 2014 e AR6 del 2021-22. 

Quando in realtà ora più che mai è importante agire, respingere la negazione, non cedere al fatalismo ed esortare i nostri responsabili a pensare e concepire realmente questo futuro – anziché limitarsi a rivolgergli uno sguardo rapido e senza seguito –, e prevederne poi le conseguenze per poter lavorare a mitigare i traumi che ne deriveranno, che si tratti di preparare le nostre nuove mobilità, ricomporre i nostri territori e le nostre culture, rilanciare l’artigianato, difendere i mezzi di comunicazione e l’illuminazione del passato. Spingere all’azione concreta.

Manca una volontà politica, sottolinea IPCC, che veda come noi, COP dopo COP, i governi del mondo fare promesse che poi non mantengono. Governi che mancano non solo di questa volontà, ma anche di una conoscenza approfondita della situazione e delle gravi carenze delle soluzioni proposte, sulle quali si appoggiano senza ulteriori riflessioni. Una gestione, finora, che appare piuttosto fallimentare.

Governi che per primi ripongono la propria fiducia nella mobilità elettrica di massa, nell’idrogeno, nella biomassa, nei biocarburanti, senza però informarsi sui limiti e sulle lacune di questi mezzi e comprendere che tutto questo non ci salverà. Peccato che senza conoscenza, conoscenza totale e non superficiale, non possa esistere la coscienza chiara del futuro, la coscienza di dover agire al più presto. Nella stragrande maggioranza dei paesi europei, nelle loro ultime campagne elettorali il tema dell’emergenza ecologica è stato quasi del tutto assente, ad emblema del drammatico divario tra la realtà fattuale e lo stato d’animo dei politici, teoricamente deputati a vigilare sul futuro del paese. E in quanto tali, a conoscere tutto sullo sconvolgimento che sta arrivando.

Questo sconvolgimento ci proietterà inevitabilmente in un altro mondo, dopo un secolo trascorso, per quanto riguarda i paesi più avvantaggiati, in una condizione di comfort e crescita quasi eccessivi. Un nuovo mondo e uno stile di vita di fronte ai quali saremo disorientati, impreparati, inadatti, persino minacciati, se non avremo compiuto gli sforzi di previsione necessari, ma essenzialmente vivi. Vivi, ma in mancanza di beni di prima necessità, a cominciare dagli alimenti e dall’acqua, che scarseggeranno in molte parti del mondo. Per non parlare della scarsità o assenza di qualsiasi altro tipo di bene non essenziale.

E se…
Ma quanto sono realistiche queste analisi?

Il climatologo Luca Mercalli cerca di mediare: «Condivido gli inviti volti a un aumento della resilienza per un futuro con diminuzione dei combustibili fossili. Tuttavia non prenderei gli scenari dell’IPCC con la precisione del decimo di grado, visto che sono ordini di grandezza, ma anche 2-3 gradi in più rischiano di consegnarci a un pianeta ostile; e soprattutto sottolineo il fatto che nessuno conosce la possibilità di attivazione dei punti di non ritorno, quindi potrebbe verificarsi uno ‘scenario peggiore’ inedito anche con aumenti termici più limitati. Insomma», continua Mercalli, «è vero che probabilmente non c’è abbastanza materiale fossile per far aumentare il CO2 fino al limite del caso peggiore, come afferma IPCC, ma nessuno conosce l’effetto di combinazione multipla di varie crisi, se non che porterebbero a conseguenze mai viste. Tutto suggerisce la prudenza nell’interagire con i delicati meccanismi planetari, indipendentemente dal sindacare su un decimo di grado in più o in meno». Molti scenari inoltre sono stati ipotizzati prima della retromarcia sul clima di Trump. In sintesi, conclude il climatologo, «avremo tutti e due i problemi: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili. Uno non deve coprire l’altro, ma non possiamo non ricordare che risolvendone uno (con le energie rinnovabili), si risolve anche l’altro».

Posizione quest’ultima, per me, forse troppo ottimistica. Per dirla come raccomanda un altro famoso climatologo italiano, Antonello Pasini, nel suo recente libro “La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento”, la climatologia è scienza assai complessa: prudenza dunque.

Di fronte a questi scenari di realismo energetico quindi, ripeto, cambiare comunque non è solo auspicabile, ma necessario.

In definitiva, è fondamentale sottolineare questo aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: non saranno soltanto le politiche ambientali o le innovazioni tecnologiche a frenare la crescita delle emissioni di gas serra, ma piuttosto la stessa scarsità dei combustibili fossili. È proprio il progressivo esaurimento di queste risorse, pilastro della nostra economia e società, a rappresentare il vero limite fisico alla corsa dei modelli climatici verso scenari sempre più drammatici. Questo dato di realtà, tuttavia, pone di fronte a un paradosso: se da un lato la diminuzione forzata delle emissioni potrebbe mitigare alcuni effetti del cambiamento climatico, dall’altro la crisi economica globale che deriverà dalla fine dell’era fossile rischia di essere ancora più devastante e dirompente per le nostre società. In altre parole, la soluzione naturale al problema delle emissioni potrebbe portare con sé conseguenze economiche e sociali ben più gravi di quelle generate dalla crisi climatica stessa.



[1] A corollario di tutto ciò va detto che la necessaria ed auspicata riduzione delle emissioni di gas serra sarà coadiuvata, paradossalmente, proprio dalla diminuzione delle materie prime che li generano
[2] piombo, parzialmente riciclabile; stagno, non sostituibile; zinco; argento, non sostituibile; antimonio; ittrio; arsenico; gallio: già critico oggi; indio; palladio, sostituibile con rame e nichel; oro, sostituibile con il platino; lantanio: a criticità alta; terbio; gadolinio; stronzio; silicio; elio. A tutto ciò si aggiungano rame, selenio, tantalio e disprosio.
[3] È un processo geologico su scala globale: vengono scavati grossi buchi poi riempiti d’acqua, altrove si innalzano città, ponti e fabbricati di numerosi piani. Con il passare del tempo questi edifici crolleranno e i granelli di cemento saranno dilavati verso il mare, finendo sul fondo dei fiumi verranno arrotondati, frantumati nuovamente nei materiali che li compongono e schiacciati in sedimenti.
[4] Senza trattori, impensabile come potrebbe essere possibile gestire appezzamenti estesi per dozzine e centianaia di ettari? L'elettrificazione dei motori dei trattori è oggi un settore d'avanguardia, e per il futuro potrebbero comunque esserci carenze di potenza disponibile. Solo l'Italia possiede circa 2 milioni di trattori, a cui affiancare decine di migliaia di altre macchine agricole.


13 febbraio 2026

Terra!

Nel corso della storia della vita sulla Terra, la diversificazione degli organismi ha seguito percorsi sorprendenti, intrecciando evoluzione, adattamento e innovazione. Dinosauri, mammiferi e sauropsidi sono solo alcune delle tappe di questo affascinante viaggio, che ha visto la comparsa di meccanismi come l’endotermia e il continuo incremento della biodiversità. Il passaggio dagli ambienti acquatici a quelli terrestri ha segnato svolte cruciali, aprendo la strada a nuove forme di vita e strategie evolutive.

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Uscendo dall’acqua dopo una bella nuotata, ancor di più se ci si è immersi, anche di pochi metri, le sensazioni che si avvertono immediatamente sono tre: la gravità, che rende più arduo risalire i gradini della scogliera, l’evaporazione, con le gocce d’acqua che cadendo sulle rocce evaporano in breve tempo, e il calore del Sole.

La vita e il suo lunghissimo processo di evoluzione, compreso quello della mente, iniziarono nel mare, e ogni essere vivente ne porta una parte dentro, in ognuna delle sue cellule.

Il passaggio alle terre emerse fu una tappa epocale.

Qui, i comportamenti sono diversi: ciò che prima era facile diventa arduo, ma contemporaneamente alcune cose prima difficili si semplificano. La terraferma è una serra, abbellita di un numero enorme di forme vegetali. Quasi tutti gli esseri viventi dipendono dal Sole come fonte di energia, ma le piante terrestri – le angiosperme in particolare – hanno tassi di fotosintesi e rendimenti energetici che superano di gran lunga tutti quelli rilevati in mare, e gli ecosistemi dell’ambiente subaereo presentano flussi di energia molto rapidi. Usciti dall’acqua si ha subito l’impressione che il Sole ci colpisca con la sua energia: le terre emerse sono piene di promesse e possibilità. Se si riesce a sopravvivere si può fare moltissimo.

Opabinia, artropode stelo del Cambriano
I primi animali a strusciare verso il Sole furono gli artropodi ed è probabile che i pionieri non siano stati gli insetti ma forme affini ai ragni e ai millepiedi. Già agli inizi del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa; ce ne sono tracce e, a quanto pare, coprirono questo ruolo in altre occasioni.

La terraferma è un ambiente difficile, e gli artropodi avevano le caratteristiche adatte ad affrontarla. L’evaporazione comincia non appena si emerge all’asciutto e lo scheletro esterno degli artropodi può diventare una protezione che trattiene l’umidità. Il movimento sulla terra è più difficile, ma gli artropodi erano generosamente dotati di arti; nella loro ricca gamma di appendici, quelle zampe conferivano un vantaggio – una marcia in più – per la vita all’asciutto.

I parenti di ragni e millepiedi avviarono il processo, ma fu soltanto un inizio. Gli artropodi si trasferirono sulla terre emerse qualcosa come sette volte distinte, forse di più. Rappresentanti di un loro ramo, una sorta di crostacei in senso lato, si avventurarono sulla terraferma diverse volte; una di tali sortite diede poi origine agli insetti – tra i 480 e i 465 milioni di anni fa - che, in questo nuovo habitat, andarono incontro a una colossale, inesauribile diversificazione. Oggigiorno la grande maggioranza di tutte le specie animali conosciute appartiene a quest’unico gruppo: esistono circa un milione di specie di insetti identificate, ma le stime suggeriscono che il numero reale sia molto più alto, tra i 5 e i 10 milioni, con alcuni che ipotizzano fino a 20 milioni di specie, rappresentando circa l'80% di tutte le specie animali conosciute, ma con molte ancora da scoprire (altrettanto numerose le specie che scompaiono di continuo).

Paesaggio del Carbonifero
Gli insetti sono perlopiù specialisti della terraferma, e gran parte della loro storia ne descrive la coevoluzione con le piante terrestri con un numero vastissimo di forme di cooperazione e conflitto. Le piante terrestri non sono antiche come si è portati a pensare, e si originarono dalle alghe verdi, unicellulari e coloniali, ovvero organismi fotosintetici, andando incontro alla loro esclusiva evoluzione verso forme pluricellulari. Probabilmente dopo il Cambriano alcune alghe modificate iniziarono l’avventura verso l’asciutto, e nel Carbonifero, - l’era degli insetti giganti - circa 350 milioni di anni fa, le piante sulla terraferma erano già contraddistinte e ben visibili come robuste strutture verdi. C’erano già felci, cicadi e conifere, e in seguito, all’epoca dei dinosauri, anche le angiosperme, le piante con i fiori. 

Come accennato le piante terrestri, le angiosperme soprattutto, utilizzano l’energia solare con un’intensità e un’efficienza che supera di gran lunga quella delle forme di vita marine. E gli insetti finirono con l’essere ben integrati in questo flusso di energia, come parte del processo di evoluzione: come consumatori ma soprattutto come impollinatori. 

A un certo punto di questo viaggio, forse 380 milioni di anni fa, salì a bordo della terraferma, un gruppo di animali differenti: il nostro, quello dei vertebrati. 

Quando si era trattato degli artropodi, ad aprirsi la strada verso una vita completamente terrestre furono diversi gruppi. La storia dei vertebrati andò diversamente. Semplificando, i vertebrati fecero quel passo epocale soltanto una volta: alcuni pesci appartenenti a un antico gruppo (sarcopterigi), che vuol dire “dalle pinne carnose”, diedero origine a molti tipi di vertebrati terrestri, con più sortite sulla terraferma in luoghi e tempi diversi, con incursioni nelle “terre di confine”, spesso solo parziali ma con almeno una spintasi più in profondità. Quei pesci avventurosi avviarono una radiazione ininterrotta di animali terrestri – compresi ciò che sarebbero poi stati i mammiferi e gli uccelli. E i dinosauri, ovviamente!

Un esemplare di Tiktaakik - ca. 375 milioni di anni fa
Un cambiamento difficile questo dei vertebrati. Gli artropodi partivano già facilitati da una generosa dotazione di zampe e attrezzi vari e con una protezione esterna: una via abbastanza ovvia. Per contro, osservando gli antenati dei vertebrati che iniziarono l’avventura sulla terraferma, non sembra così scontato che un pesce con le pinne possa cavarsela: c’è tutta una serie di ostacoli da superare, il primo dei quali è il doversi muovere schiacciati dalla gravità. Persino l’alimentazione era complicata, a cominciare dalla deglutizione. Un pesce ingoia insieme a parti della preda una certa quantità d’acqua e, grazie a densità simili, tutto si muove all’unisono e il boccone va giù. Sulla terraferma, quel movimento farebbe passare praticamente solo aria, molto meno densa della carne. C’è un pesce, il pescegatto anguilla, che addenta la propria preda sulla terraferma ma poi va in acqua per ingoiarla.

Perioftalmo o "saltatore di fango"
Ma il cambiamento più ovvio che consentì ai vertebrati di vivere perennemente sulla terraferma riguardò la forma corporea: il passaggio a «tetrapode», un corpo con quattro arti. È un errore immaginare che ai pesci spuntarono le strutture adatte al momento in cui tentarono di arrampicarsi su una spiaggia: fu piuttosto il contrario, strutture adatte, come pinne rinforzate, erano già presenti in un corpo adatto a strisciare o arrampicarsi in corsi d’acqua ostruiti dalla vegetazione o tra una pozza e l’altra, come accade ad alcune forme oggi viventi.

Per stare sulla terraferma occorrono anche i polmoni. Sacche simili, per galleggiare o a volte anche per respirare sott’acqua, erano già presenti in alcuni pesci da moltissimo tempo: molti di loro avevano già i polmoni prima che qualcuno si avventurasse sulla terraferma.

Un’altra difficoltà da affrontare fu l’inadeguatezza delle uova. Dopo un periodo di forme anfibie, un gruppo evolse un uovo che forniva agli embrioni uno «stagno in miniatura», consentendo di allentare altri legami con l’ambiente acquatico.

Subito dopo, ebbe luogo un’ulteriore ramificazione evolutiva avvenuta circa 312 milioni di anni fa e all’epoca insignificante, come del resto lo sono tutte: una specie di amnioti (quelli dell’uovo di poco fa, oggi lucertole, tartarughe, coccodrilli ecc.) si divise dando luogo a due linee evolutive: da quel momento in poi due rami di vertebrati tetrapodi diversi originarono da un lato il gruppo dei sinapsidi, e dall’altro i sauropsidi.

All’inizio il primo era più vasto, diversificato e numeroso per forme, ma fu duramente colpito dall’estinzione di massa di circa 252 milioni di anni fa (tra Permiano e Triassico, qui un quadro delle estinzioni di massa note): oltre il 70% delle specie terrestri fu cancellata, e il 90% di quelle marine. Prima della più famosa estinzione di massa, quella di 66 milioni di anni fa, dei dinosauri per capirci, i mammiferi erano decisamente il gruppo dominante.

L’altro ramo, quello dei sauropsidi, comprendeva i dinosauri, erbivori e carnivori, di varie taglie e dimensioni, andò incontro ad una diversificazione impressionante. Finché durò, e durò per oltre 160 milioni di anni. Anzi, dura ancora, visto che gli uccelli sono, a tutti gli effetti, dinosauri.

Il resto è storia (nota e complessa), ma non approfondiamo oltre.

A proposito di approfondimenti, c’è un altro aspetto importante con cui l’evoluzione dovette confrontarsi: la comparsa dell’endotermia. Ovvero la capacità di generare e mantenere la temperatura corporea interna. Non entriamo nei dettagli ma osserviamo che comunque, con l’endotermia, corpo e cervello diventano un sistema ad alta energia, che consuma più ossigeno. In mare è raramente presente, perché il controllo della temperatura è più facile sulla terraferma che in acqua, perché l’acqua allontana il calore molto più rapidamente di quanto faccia l’aria. Anche se la temperatura ambiente sulla terraferma è molto più variabile, tenersi caldi è più semplice.

Le terre emerse coprono un terzo della superficie terrestre, ma ospitano circa l’85% delle specie – se ci si limita agli organismi pluricellulari, meno chiaro è il quadro se si includono anche i microbi.

La svolta, il momento in cui l’ambiente subaereo prese il sopravvento in termini di diversità, si verificò circa 100 milioni di anni fa. Tempi abbastanza recenti se si pensa al tempo geologico, profondo.

Quindi, sebbene la vita abbia attraversato i suoi primi stadi in mare, una volta colonizzate le terre emerse l’evoluzione decollò in modo diverso. Dopo tutto, sulla terraferma, ci sono molte più cose da fare, molte più specializzazioni da trovare. Alcuni biologi sostengono che le terre emerse, rispetto al mare, siano sito di un’evoluzione più creativa: hanno prodotto più innovazioni ad alte prestazioni, il che potrebbe essere prevedibile, e forse la spiegazione sta negli elevati tassi di flusso di energia che aumenta la produttività della terraferma. Un’altra ragione è nel raggio d’azione, con un’attività subaerea meno vincolata di quanto lo sia nell’acqua, più densa e viscosa.

Secondo me entrambi gli ambienti offrono e hanno offerto siti di creatività innumerevoli. In mare ebbero luogo una gran quantità di innovazioni importantissime e necessariamente precoci: l’evoluzione degli animali e, contestualmente, dei corpi, dei sensi, degli arti, dei sistemi nervosi e dei cervelli loro propri. Il mare è il naturale scenario di questi stadi. Una volta stabilite le modalità di vita animale, il passaggio verso la terraferma è una possibilità che comporta l’adattamento al suo intenso flusso energetico. Poi, occorrono altri stadi di innovazione. I risultati comprendono le forme corporee di mammiferi e uccelli, lo stretto controllo della temperatura corporea, nuovi tipi di organizzazione sociale e nuove capacità di manipolare l’ambiente.

Dobbiamo agli stati acquatici dell’evoluzione i nervi e i cervelli che ci permettono questi intensi scambi di parole, come pure il corpo degli animali, compreso il nostro, e la stessa esperienza.

Il passaggio sulla terraferma ha aperto soltanto alcune porte.

Ovviamente senza i vegetali, che iniziarono a colonizzare la terraferma prima degli animali, questi ultimi nulla avrebbero potuto fare.

17 dicembre 2025

Terno secco sulla ruota del mondo! Tre anni sopra 1,5 °C

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Ma che ve lo dico a fare? La cosa che mi preoccupa di più è la situazione neve in Trentino a metà gennaio, quando andrò in settimana bianca…
[sarcasmo /off]

Premessa.
Anche se i modelli alla base della climatologia e delle scienze economiche condividono numerosi aspetti matematici, soprattutto in termini di gestione della complessità c’è da fare una distinzione. Nessun economista serio affermerebbe di riuscire a fare delle previsioni sull’andamento anche di un singolo titolo azionario, nemmeno dopo mesi di tendenza certa al ribasso, oserebbe dire che scenderà ancora o che, come dicono, rimbalzerà…L’aleatorietà delle componenti del mercato, troppo legata alle influenze umane, sociali e psicologiche, glielo impedirebbe.

Per gli scienziati del clima le cose stanno diversamente. Se i modelli prevedono una certa tendenza ebbene, quella è praticamente certa, al di là di ogni ragionevole dubbio: e le analisi del passato eseguite a posteriori (hindcasting) lo dimostrano. Qui un approfondimento.

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Si è conclusa circa un mese fa la COP30, confermando alcune aspettative, e deludendone altre. Sul sito di Italian Climate Network è possibile accedere ad un’analisi dettagliata, realizzata osservando da vicino progressi, lacune e compromessi su tutti i principali filoni: dalla mitigazione all’adattamento, passando per giusta transizione, perdite e danni, questioni di genere.

L’auspicio per questa ennesima riunione al vertice era riuscire a spostare l'attenzione dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: definire quindi non la solita dichiarazione d’intenti, le abituali linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Il vertice di Belem avrebbe dovuto dare una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento e la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, definire le responsabilità, soprattutto in termini finanziari.

Non il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

L’importanza di tutto ciò è confermato ulteriormente dai dati climatici più recenti.

I dati forniti dall’Unione Europea mostrano che il 2025 sarà praticamente certo il secondo - o il terzo al massimo - anno più caldo mai registrato. Il collasso climatico continua ad allontanare il pianeta dalle condizioni stabili in cui l'umanità si è evoluta.

Il vicedirettore di Copernicus ha affermato che la media triennale dal 2023 al 2025 è sulla buona strada per superare per la prima volta i famigerati 1,5 °C di riscaldamento, il livello di contenimento dichiarato alla COP21 di Parigi del 2015.

Il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo ed è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici disastrosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche in Asia meridionale e sud-orientale

Il programma dell’UE di osservazione della Terra, ha registrato temperature globali da gennaio a novembre in media di 1,48 °C superiori ai livelli preindustriali. Le anomalie rilevate sono state finora identiche a quelle registrate nel 2023, il secondo anno più caldo mai registrato dopo il 2024.

La promessa di Parigi, impedire cioè al pianeta di riscaldarsi di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo sta diventando sempre più vana. E non consola sapere l’obiettivo di temperatura deve essere interpretato e correlato su una media trentennale, lasciando un barlume di speranza di raggiungere l'obiettivo anche dopo un periodo di superamento, nonostante singoli mesi e anni inizino a superare la soglia. Purtroppo la Terra non è soltanto un sasso al sole, come ho ribadito più volte, che si raffredda non appena lo si mette in ombra.

Il mese di novembre 2025 ha registrato le temperature globali erano di 1,54 °C superiori ai livelli preindustriali, e la media triennale 2023-2025 sta decisamente puntando al superamento, per la prima volta per un periodo così lungo, del limite di 1,5 °C. La temperatura media globale è stata di 14,02 °C, pari a +0,65 °C rispetto alla media climatologica dell'ultimo trentennio 1991–2020. Rispetto al periodo preindustriale (1850–1900), l'anomalia globale sale a +1,54 °C.

I dieci anni più caldi sono stati gli ultimi dieci e la media dell'ultimo triennio sopra 1,5 °C è la soglia oltre la quale cominciano, scusate l’eufemismo, i casini grandi, (cit.) perché finora abbiamo visto solo casini medi.

Il bollettino mensile dell'agenzia ha rilevato che il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo a livello globale, con temperature notevolmente più elevate registrate nel Canada settentrionale e nell'Oceano Artico. Il mese è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici pericolosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche che hanno spazzato via vite e case in tutto il sud e il sud-est asiatico.

Eventi che da noi, presi dalla famiglia del bosco e da altre forme di distrAzione di massa, sono passati inosservati. Ma, ribadisco, in termini climatici (e non) anche quel che non vediamo ci riguarda. Ripassino.

Le temperature medie sono aumentate drasticamente a causa della coltre di inquinamento da carbonio che ha ricoperto la Terra, intensificando gli eventi meteorologici estremi, dalle ondate di calore alle forti piogge; e queste continuano a variare di anno in anno in base a fattori naturali. Il riscaldamento dovuto a El Niño ha fatto aumentare le temperature globali nel 2023 e nel 2024, ma ha lasciato il posto a un leggero raffreddamento dovuto a La Niña nel 2025.

Copernicus ha rilevato che il 2025 è stato, a pari merito con il 2023, il secondo anno più caldo mai registrato. Non sono traguardi astratti: riflettono il ritmo accelerato del cambiamento climatico e l'unico modo per mitigare il futuro aumento delle temperature è ridurre rapidamente le emissioni di gas serra. Punti di non ritorno, si dice.

Dall'accordo di Parigi sul clima del 2015, le emissioni che riscaldano il pianeta hanno continuato ad aumentare insieme alle temperature medie e all'intensità degli eventi meteorologici estremi. La crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili ha contribuito a frenarne parzialmente l'aumento, tenendo purtroppo conto che i nuovi impianti alimentati da rinnovabili spesso servono a rispondere a nuove richieste piuttosto che a sostituire il fossile.

In definitiva risultati di Copernicus hanno fatto da eco all'analisi condotta dal WMO (Organizzazione Meteorologica Mondiale) prima della COP30 del mese scorso. Il WMO mise infatti in evidenza che il periodo 2015-2025 ha racchiuso gli 11 anni più caldi mai registrati a partire dal 1850. Ribadisco: i più caldi sono gli ultimi, a confermare che la tendenza è comunque quella di un inquietante rialzo.

Non siamo affatto sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi e diversi altri indicatori climatici continuano a far suonare campanelli d'allarme, e i fenomeni meteorologici più estremi, non solo del 2025, hanno avuto e avranno ripercussioni globali gravi sulle economie e su tutti gli aspetti dello sviluppo sostenibile.

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E dopo la quaterna, pressoché certa, cosa ci riserverà la tombola?
Altro che giochi da festività natalizie...

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06 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Seconda parte

Nella prima parte si è cercato di mettere in evidenza che per quanto per decenni si siano misurati i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio, questi valori, indiscutibilmente importanti, però non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone. Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità. Vediamo adesso come l'innovazione, grazie alla fortunata capacità degli esseri umani di inventare, è non solo inalterata ma migliorata, può fornire un po' di ottimismo alle intenzioni reali di cambiamento.

Altrettanto fortunatamente, si fa per dire, sono solo cinque le fonti principali delle emissioni di gas serra. 

Ridurre le emissioni alla fonte grazie all’innovazione

Qui una versione più dettagliata

Elettricità
La produzione di energia elettrica è la seconda fonte di emissioni (28%), ma è probabilmente la più importante: per decarbonizzare gli altri settori, andranno elettrificate molte attività che attualmente utilizzano combustibili fossili. Abbiamo bisogno di maggiore innovazione nelle energie rinnovabili, nella trasmissione e in altri modi di generare e immagazzinare energia elettrica e sappiamo bene che un altoforno di un’acciaieria non lo alimenti con l’eolico. Abbiamo già visto come studi mirati e seri abbiano ampiamente dimostrato che persino un paese come l’Italia, privo delle risorse territoriali necessarie al proprio fabbisogno, e strettamente legato a forniture da parte di terzi, può aspirare a rendersi indipendente decarbonizzando. Sarò un sognatore ma personalmente, a titolo di esempio, spero moltissimo su quanto promette la geotermia profonda con le tecnologie rivoluzionarie proposte da QuaiseEnergy, su cui ho scritto molto un anno fa. E, ovviamente, l’energia nucleare da fusione è quella che potrebbe azzerare il sovrapprezzo senza togliere valore a quelle da fissione di nuova generazione; peccato che il nucleare sia malvisto e osteggiato dalla maggioranza delle persone soprattutto a causa di pregiudizi infondati.

Industria
La produzione industriale (30%) deve innanzi tutto partire da questo assunto: che piani ci sono per la produzione di cemento e acciaio? Sono fondamentali per la vita moderna e sono difficili da decarbonizzare su scala globale perché è molto economico produrli con i combustibili fossili. L'acciaio a emissioni zero esiste già oggi. Viene prodotto utilizzando energia elettrica: quindi, se si riesce a ottenere energia pulita a un prezzo sufficientemente basso, si ottiene un acciaio pulito più economico di quello convenzionale. Ma questa tecnologia deve ancora diffondersi sui mercati e le aziende che producono acciaio pulito devono espandere la propria capacità produttiva. Anche il cemento pulito deve affrontare ostacoli simili. Diverse aziende hanno trovato il modo di produrlo senza sovrapprezzo, ma ci vogliono anni per affermarsi sul mercato globale e aumentare la capacità produttiva.

Una delle più grandi sorprese energetiche dell'ultimo decennio è la scoperta di fonti geologiche di idrogeno (idrogeno geologico, o bianco): anche se in teoria potrebbe essere utilizzata soltanto una frazione molto piccola di quanto presente Terra, ad esempio, 105 Mt, questa fornirebbe quanto necessario previsto per raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero per circa 200 anni!

In futuro, l'idrogeno sarà ampiamente utilizzato per produrre combustibili puliti e contribuirà alla produzione di acciaio e cemento puliti. Oggi è piuttosto costoso produrlo da combustibili fossili o per elettrolisi, ma l'idrogeno geologico è generato dalla Terra stessa. Le aziende hanno già dimostrato di poterlo trovare nel sottosuolo; ora la sfida è estrarlo in modo efficiente. Sono stati fatti anche molti progressi nella produzione di idrogeno tramite l'elettricità, a un costo molto più basso rispetto alla tecnologia attuale.

Non ultimo le aziende stanno iniziando a sviluppare metodi per catturare il carbonio dagli impianti che attualmente lo emettono, come cementifici e acciaierie, oppure per rimuoverlo direttamente dall'aria e immagazzinarlo in modo permanente. Se il carbonio catturato diventasse sufficientemente economico, potremmo persino utilizzarlo per produrre prodotti come il carburante sostenibile per l'aviazione. Finora però la questione è ancora molto aperta.

Agricoltura
Gran parte delle emissioni (19%) provenienti dall'agricoltura provengono da due sole fonti: la produzione e l'uso di fertilizzanti e il pascolo del bestiame che rilascia metano. Gli agricoltori possono già acquistare un sostituto del fertilizzante sintetico prodotto senza emissioni, e un altro che trasforma il metano presente nel letame in fertilizzante organico. Entrambi sono risultati complessivamente più economici del tradizionale. Ora la sfida è produrli in grandi quantità e convincere gli agricoltori a utilizzarli. Gli additivi per mangimi che impediscono al bestiame di produrre metano sono quasi sufficientemente economici da essere convenienti per gli allevatori, e un vaccino che produce lo stesso effetto ha dimostrato di funzionare ed è da poco entrato nella fase di sviluppo avanzata.

Un'altra fonte di metano deriva dalla coltivazione del riso, uno degli alimenti base più importanti al mondo ma anche qui, molte aziende stanno sviluppando soluzioni in grado di aiutare i coltivatori di riso di tutto il mondo ad adottare nuovi metodi che riducano le emissioni di metano e aumentino la resa dei raccolti.

Un aspetto complesso del problema è che parte dell'azoto presente nei fertilizzanti si diffonde nell'atmosfera sotto forma di protossido di azoto, un potente gas serra, difficile da catturare a causa della sua bassissima concentrazione.

Trasporti
Quasi un'auto su quattro venduta nel 2024 era elettrica e oltre il 10% di tutti i veicoli nel mondo è elettrico. Certo la loro praticità è ancora fortemente discutibile, presentando ancora molti svantaggi, costi elevati a meno che non intervengano gli stati con cospicui incentivi, scarsa autonomia, lunghi tempi di ricarica e scarsità di stazioni di ricarica pubbliche, impedendo loro di essere pratiche quanto le auto a benzina. Inoltre, automobili private e trasporto su gomma sono solo una parte di questo settore (16%), che comprende anche attività difficili da decarbonizzare come il trasporto marittimo e l'aviazione, settore quest’ultimo estremamente critico in termini di decarbonizzazione.

Edifici 
Oggi, il riscaldamento e il raffreddamento degli edifici rappresentano la quota più piccola (7%) delle emissioni globali, ma sono destinati a crescere vertiginosamente con l’incremento demografico, l'urbanizzazione e la crescente necessità di aria condizionata. Qualche soluzione c’è ma risultano essere ancora piuttosto costose rispetto a quelle tradizionali.

Un nuovo percorso d’azione

La temperatura globale non ci dice nulla sulla qualità della vita delle persone si è affermato in apertura. Se la siccità distrugge i raccolti, possiamo ancora permetterci il cibo? Nel caso di un’ondata di caldo estremo, possiamo usufruire di strutture pubbliche climatizzate, proprio come un palasport può ospitare le vittime di un alluvione o di un terremoto? Quando un'alluvione provoca un'epidemia, le strutture sanitare locali sono in grado di assistere tutti i malati?

La qualità della vita può sembrare un concetto vago, ma non lo è. Uno strumento utile per misurarla è lo Human Development Index - HDI delle Nazioni Unite, che fornisce un'istantanea della situazione delle persone in un determinato paese, con una scala da 0 a 1, dove numeri più alti indicano risultati migliori. Se si esamina un elenco dei punteggi HDI dei paesi del mondo, le disparità saltano all'occhio. A titolo di esempio Svizzera, Norvegia e Germania sono in testa, con indici prossimi a 1, Sud Sudan o Niger, in coda, con valori intorno a 0,33. I 30 paesi con i valori HDI più bassi ospitano una persona su otto sul pianeta, ma producono solo circa un terzo dell'1% del PIL globale. Hanno i tassi di povertà più elevati e, tragicamente, i peggiori risultati sanitari. Un bambino nato in Sud Sudan ha 40 volte più probabilità di morire prima del quinto compleanno rispetto a uno nato in Svezia.

Eppure anche da valori disarmanti come questi dal grafico complessivo emerge evidente, dal 1990, anno in cui si è iniziato a tener traccia dell’HDI, una tendenza al miglioramento complessivo. E anche solo pochi punti percentuali in più per molti paesi fanno una differenza enorme.

Questa disuguaglianza è la ragione principale, quasi unica, per cui le nostre strategie climatiche devono dare priorità al benessere umano. Per quanto possa sembrare ovvio che chiunque sia interessato al miglioramento della vita, al tempo stesso mette in secondo piano il benessere umano rispetto alla riduzione delle emissioni, con conseguenze negative. Per quanto possa sembrare anomalo sono la salute e la prosperità le migliori armi di difesa di fronte al cambiamento climatico, che non è la minaccia più grande per la vita e per la sussistenza delle persone nei paesi poveri, e non lo sarà in futuro. 

Uno studio del Climate Impact Lab dell’università di Chicago, qualche anno fa ha dimostrato che il numero di decessi stimato causati dal cambiamento climatico diminuisce di oltre il 50 percento se si tiene conto della crescita economica prevista nei paesi a basso reddito da qui alla fine del secolo.

Questa scoperta suggerisce una via da seguire. Poiché la crescita economica prevista per i paesi poveri dimezzerà i decessi dovuti al clima, ne consegue che una crescita più rapida e più ampia ridurrà i decessi ancora di più. E la crescita economica è strettamente legata alla salute pubblica. Quindi, più velocemente le persone diventano prospere e sane, più vite possiamo salvare.

Se si considera il problema in questo modo, diventa più facile trovare le soluzioni migliori nell'adattamento climatico: sono gli ambiti in cui la finanza può fare di più per combattere la povertà e migliorare la salute.

In cima alla lista ci sono i miglioramenti in agricoltura.

La maggior parte dei paesi poveri è ancora basata su un'economia prevalentemente agricola. Il piccolo agricoltore medio in questi paesi possiede da uno a due ettari scarsi di terreno e guadagna circa 2 dollari al giorno, ricavando relativamente poco dai suoi campi, circa l'80% in meno per ettaro rispetto a un agricoltore europeo. Una singola siccità o un'alluvione possono annientarlo per un'intera stagione.

Anche se un’auspicabile riduzione delle emissioni porterà a perdite meno devastanti, gli agricoltori di oggi non possono aspettare che il clima si stabilizzi: devono aumentare i loro redditi e sfamare le loro famiglie ora.

Anche qui, innovazione e nuove tecnologie stanno già facendo la differenza. Tanto per fare un esempio ormai alla portata di tutti, i telefoni cellulari sono utilizzati per ricevere consigli o avvisi sulle condizioni meteorologiche: in India durante lo scorso monsone estivo circa 40 milioni di agricoltori sono stati avvisati via SMS dell’andamento imprevisto delle piogge, salvando milioni di ettari di raccolti. Altrettanto si può dire sul miglioramento delle colture con lo sviluppo di varietà più produttive e resistenti o la selezione di razze animali più adatte a condizioni più difficili. E la nuova classe di fertilizzanti naturali a zero emissioni è stata adattata alle condizioni dei paesi a basso reddito. Sempre in India si è scoperto che l’utilizzo di biofertilizzanti da parte di piccoli coltivatori ha fatto aumentare la resa dei loro raccolti fino 20%.   

Salute
Miglioramenti come questi devono andare di pari passo con il miglioramento della salute.

Il caldo eccessivo causa ormai circa 500.000 morti ogni anno. Nonostante l'impressione che si possa avere leggendo i notiziari, però, il numero è in calo da tempo, soprattutto perché più persone possono permettersi l'aria condizionata. E, sorprendentemente, il freddo eccessivo è molto più letale, uccidendo quasi dieci volte più persone ogni anno rispetto al caldo. Per quanto riguarda ciò che accadrà in futuro, i decessi dovuti al caldo aumenteranno e quelli dovuti al freddo diminuiranno. Le migliori stime attuali suggeriscono che l'effetto netto sarà un aumento globale della mortalità correlata alla temperatura, e che la maggior parte dell'aumento si verificherà nei paesi in via di sviluppo.  

La situazione finora è simile per quanto riguarda i disastri naturali. Nel secolo scorso, i decessi diretti dovuti a disastri naturali, come l'annegamento durante un'alluvione, sono diminuiti del 90%, attestandosi tra le 40.000 e le 50.000 persone all'anno, grazie soprattutto a sistemi di allerta più efficienti e a edifici più resistenti.

Ma i decessi indiretti dovuti a calamità naturali non hanno seguito lo stesso schema di declino. Nella maggior parte dei casi, oggi, le persone colpite da tempeste e inondazioni hanno maggiori probabilità di morire per malattie trasmesse dall'acqua che per annegamento. Quando le acque alluvionali contaminano l'acqua potabile, creano terreni di coltura ideali virus e batteri patogeni, particolarmente letali per i bambini. Più inondazioni equivalgono a più decessi.

Ma i patogeni non aspettano tempeste o inondazioni per infettare le persone, spesso sono endemici. Le malattie diarroiche, ad esempio, uccidono più di un milione di persone all'anno e la stragrande maggioranza delle infezioni non si verifica sotto forma di episodi pandemici più o meno grandi. In un paese a basso reddito sono parte della vita. E, purtroppo, non sono l'unica minaccia per la salute.

Se si considerano le altre principali cause di morte nei paesi poveri (malaria, tubercolosi, HIV/AIDS, infezioni respiratorie e complicazioni del parto), i problemi di salute legati alla povertà uccidono circa 8 milioni di persone all'anno. È paradossale ma quest’anno, per la prima volta, a livello globale si sono registrati più bambini obesi che malnutriti (intesi come sottopeso). Un rapporto dell'UNICEF del settembre 2025 certifica che l'obesità ha superato il sottopeso come forma più comune di malnutrizione, colpendo circa 188 milioni di bambini e adolescenti. La cosa assume un aspetto ancora più drammatico perché questi bambini vivono in maggioranza in paesi che complessivamente rappresentano una piccola parte rispetto al resto del mondo.

Ancora più grave, infine, se si considerano i problemi di salute che non uccidono le persone, ma le rendono troppo malate per lavorare, andare a scuola o prendersi cura dei propri figli. Se una donna incinta è già malnutrita e poi si ritrova senza cibo a causa di un'alluvione, ha ancora più probabilità di partorire prematuramente e il suo bambino ha maggiori probabilità di iniziare la vita sottopeso. Ma se è ben nutrita fin dall'inizio, lei e il suo bambino hanno molte più probabilità di rimanere sani.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i decessi legati alle alte temperature perché le malattie sono un problema più grande. Ma dovremmo affrontare le malattie e gli eventi meteorologici estremi in proporzione alla sofferenza che causano, e dovremmo intervenire sulle condizioni di base che rendono le persone vulnerabili. Se da un lato dobbiamo limitare il numero di giornate estremamente calde o fredde, dall'altro dobbiamo anche fare in modo che meno persone vivano in povertà e in cattive condizioni di salute, in modo che gli eventi meteorologici estremi non rappresentino una minaccia così grave per loro.

I benefici del miglioramento della salute e dell'agricoltura vanno oltre la resilienza climatica. Ad esempio, con l'aumento dei tassi di sopravvivenza infantile, si verifica qualcosa di inaspettato: le persone scelgono di avere famiglie più piccole, spesso contrastando un’atavica propensione culturale ad avere famiglie numerose. E con il calo demografico i governi dei paesi poveri possono investire di più in scuole e ospedali, infrastrutture di trasporto e commercio, sistemi igienico-sanitari e reti elettriche. Questi fattori, a loro volta, facilitano il miglioramento della salute e l'aumento del reddito. Si tratta di un circolo virtuoso straordinario, innescato da una migliore salute e da un'agricoltura più equilibrata.

Il successo va dunque misurato innanzi tutto in base al nostro impatto sul benessere umano più che in base al nostro impatto sulla temperatura globale, e questo successo si basa sulla capacità di porre l'energia, la salute e l'agricoltura al centro delle nostre strategie.

Lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento. Altro che quella montagna di fesserie della decrescita felice!

La speranza, e le premesse viste con le dichiarazioni della presidenza brasiliana, è che sotto la guida del Brasile, l'adattamento e lo sviluppo umano riceveranno finalmente maggiore attenzione alla COP30 che a quanto visto in qualsiasi altra COP.

Ogni sforzo nell'agenda climatica mondiale va misurato in base alla sua capacità di salvare e migliorare vite umane.

Con il quadro del sovrapprezzo climatico ben chiaro, il Green Premium, oltre agli impegni paese per paese, ogni COP dovrebbe prevedere discussioni e impegni di alto livello basati sui cinque settori esaminati prima. Le politiche e le innovazioni in ciascun settore devono ottenere maggiore visibilità. I ​​rappresentanti di ciascuno dei cinque settori dovrebbero riferire sui progressi verso innovazioni a zero emissioni di carbonio, accessibili e pratiche, utilizzando il Green Premium come parametro di riferimento.

Alcuni settori hanno tuttora dei sovrapprezzi molto costosi, se non proibitivi. Saranno quelli su cui si dovrà agire di più.