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04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.


21 luglio 2025

Sperimentazione, pubblicazione, peer review, patologie e cantonate

 

Sperimentazione
C’è un imperativo, direi un dogma (lo so, suona male parlando di scienza), che guida ogni ricercatore che sa fare il suo mestiere: la riproducibilità dei risultati sperimentali.

Chiunque annunci di aver fatto una «scoperta», non solo si deve aspettare che altri colleghi ripetano l'esperimento nei loro laboratori, cercando di ottenere gli stessi risultati, ma anzi deve auspicare che ciò accada. Ogni articolo scientifico descrive nella sezione «Materiali e metodi» le procedure sperimentali o teoriche usate, inclusi preparazione dei campioni, apparecchiature, protocolli, agenti chimici, metodi statistici, software e autorizzazioni etiche, se richieste. Provare per credere dunque! Se in questa sezione sono presenti evidenti lacune, il lavoro non viene pubblicato e agli autori viene fornito un elenco di modifiche da apportare, a volte accompagnato da commenti anche molto critici. Se ciò che si dichiara non può essere verificato nonostante protocolli formalmente corretti, allora probabilmente da qualche parte c’è un errore, almeno. La riproducibilità dei risultati è un vaglio cieco e spietato, che protegge la scienza dagli errori, a volte vere e proprie ca…ntonate e, soprattutto, aiuta a distinguere, nel marasma delle cose che capitano, quello che scienza non è. Ad esempio, le truffe - tra cui includiamo le fake news - oppure, emotivamente parlando, la suggestione collettiva e la manipolazione inconscia.

E ciò accade perché gli scienziati, prima di esser tali, sono persone, soggette alle stesse distorsioni cognitive degli altri e alle prese con la quotidianità della vita di chiunque, fissazioni da cui faticano a liberarsi e tante belle speranze comprese: la speranza prima è effettuare per primi una scoperta, magari eclatante! Ecco spiegato anche perché studiosi con fior di competenze trascorrano le giornate chiusi in laboratori dentro a una montagna, in un osservatorio in pieno deserto o chiusi in un batiscafo a 2500 metri di profondità negli abissi oceanici; e qui da noi, in cambio di una borsa di studio a quarant'anni con cui a malapena ci si autosostenta e senza nemmeno la possibilità di scaricare le spese mediche. Appare quindi comprensibile che questa ambizione possa intaccare quel sano scetticismo di fondo che è uno dei dispositivi di protezione individuale più importanti per ogni scienziato. Capita cioè che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno, e a furia di arrovellarsi sulla questione arrivi ad affezionarsi ai «suoi» dati sperimentali, addirittura anche se inconsistenti e ben poco riproducibili, nonché alle argomentazioni imbastite strada facendo per inquadrare di tutto un po’ in una cornice pseudorazionale. E se quelle teorie ad hoc vanno contro a saperi consolidati, dimostrati e funzionanti non c’è problema: ci si appella alla rivoluzionarietà dell’idea. Pur di salvare il proprio lavoro, questi scienziati butteranno nel cestino, più o meno inconsciamente, i dati che contraddicono le attese accogliendo solo quelli graditi, attribuiranno effetti del tutto accidentali a cause che non c'entrano niente, vedranno un segno certo in uno spettro fatto solo da rumore di fondo. Infine, per un insieme di motivi, riusciranno a convincere un certo numero di colleghi della bontà delle proprie convinzioni, alimentando così un micidiale autoinganno collettivo. Quella dei “Raggi N” è una storia esemplare davvero notevole.

Scienza patologica…e sovietica
La costruzione di una simile architettura priva di fondamenta ed eretta in totale buona fede, ha un che di patologico: non a caso il premio Nobel per la chimica Irving Langmuir la definì proprio così, scienza patologica, dedicandosi con passione a fare quel che oggi chiamiamo debunking, smascherare le bufale, le false scoperte.

La mente del ricercatore «contagiato», pur accettando a priori le regole fondamentali del metodo scientifico sperimentale, inconsapevolmente se ne allontana e comincia a interpretare i dati in base ai propri desideri. Il bello è che, a prima vista, l'indagine condotta ha una parvenza di ordinaria credibilità - cosa che di solito fa presa non solo sul grande pubblico complottaro, ma anche su vari addetti ai lavori che cadono vittime dell’esaltazione per, ciò che ritengono essere, una grande scoperta. Ma un’indagine obiettiva mostra subito che il fenomeno accade solo in una regione piuttosto limitata dello spaziotempo, cioè sotto gli occhi di chi brama vederlo. Nonostante ci siano prove più che sufficienti a dimostrare l'inconsistenza del tutto i ricercatori colpiti dal male si ostineranno a difendere le proprie teorie iperboliche, controbattendo alle critiche con congetture buttate lì seduta stante. Dopo un po’, nella scienza sana prevale lo scoramento e si riprende il largo abbandonando la fantasiosa scoperta al proprio destino. Ci penserà il tempo a sommergerla nell'oblio o farle toccare terra in altre epoche, regalando eventualmente alle teorie alla deriva una seconda opportunità. Personalmente, ne ho conosciuto uno…

Insomma sembra un po’ il contrappasso del debunking che, stando ad analisi recenti e affidabili, pare non serva a nulla. Il tentativo di smontare le bufale nella speranza che si arresti la diffusione di informazioni false online non funziona insomma. Ci sono evidenze scientifiche che hanno dimostrato chiaramente che questa pratica è utile soltanto per chi già è predisposto a cercare la versione smentita. Si predica ai convertiti.

Ma non attecchisce laddove dovrebbe farlo, e a peggiorare le cose causa un effetto di maggiore polarizzazione dovuto al fatto che chi si vede arrivare delle informazioni a smentita della sua tesi si arrocca sempre più su posizioni difensive reagendo con veemenza.

C’è poi anche ciò che amo definire scienza sovietica. Quanto accadeva nell'URSS decenni fa o dando ascolto a scienziati di comprovata fede politica, tipo Lysenko (si veda qui per la vicenda e la tragica fine di Vavilov), che prese una cantonata genetica clamorosa; o, al contrario, non ascoltando scienziati e teorie valide perché non in linea con la linea del partito.  Un po’ come la cosiddetta identity politics condiziona il pensiero politico qui potremmo parlare di identity science se non fosse che parlarne in tal senso sia un evidente paradosso.

Ciò nonostante, ci sono ancora dozzine di casi di false scoperte e pseudoscienza che continuano a riaffiorare.

Il blog Retraction Watch contiene un database di oltre 40.000 articoli scientifici caduti in disgrazia e ritirati e ritrattati per i più svariati motivi.

C'è inoltre una vergognosa top ten dei 10 articoli ritrattati, sbagliati, più citati. Articoli che dopo essere stati ritrattati e ritirati hanno ricevuto ancora più like, persino dalla comunità scientifica internazionale.

Ancora in lista all’ottavo posto, c'è il famigerato articolo di Andrew Wakefield che suggeriva un legame tra vaccino trivalente e autismo. Quel lavoro venne pubblicato nel 1998 e fu ritirato nel 2010. Le sue conclusioni sono state più volte smentite, la condotta di Wakefield giudicata scorretta e l'intera storia è stata raccontata allo sfinimento. Ciò nonostante, l'articolo continua a galleggiare sull'oblio, anche grazie ad alcuni scienziati forse superficiali, fosse distratti, forse chissà. Ma se loro per primi non si chinano a seppellire i cadaveri, né li riconoscono, non si capisce bene chi dovrebbe farlo.

Di clamorose cantonate prese da fior di scienziati ne è piena la storia, tra le più famose quella della «memoria dell’acqua» (si veda il paragrafo dedicato all’omeopatia in questo mio post) e quella della «fusione fredda» (qui).

Publish or perish

Ma non tutti gli abbagli sono spiegabili in termini di scienza patologica. Fatte salve le ipotesi di frode, si verificano talvolta errori significativi da parte degli scienziati, spesso attribuibili alla pressione di tempi ristretti in un contesto che normalmente richiederebbe pazienza, chiarezza mentale e una riflessione approfondita. Contrariamente a tutto questo, ci si trova immersi in un ambiente frenetico a causa della competitività sfrenata ed esasperata dell'ambiente accademico, con implicazioni anche internazionali, con la penuria di fondi puntata alla tempia e le incerte prospettive di carriera strette al collo. Per non parlare degli interessi industriali legati a molti programmi di ricerca che hanno resto il mondo accademico molto più restio alla condivisione di quanto fosse un tempo. Gli avanzamenti sono inoltre legati al numero di pubblicazioni scientifiche e al loro impatto, misurato in termini di numero di citazioni, ovvero quanto i colleghi hanno preso i tuoi lavori come riferimento, e col famigerato impact factor, un altro numerino aggiornato di anno in anno che quantifica il prestigio di ogni rivista. È chiaro che, se il motivo conduttore diventa publish or perish, «pubblica o muori», le debolezze umane possono saltar fuori, zone d'ombra incluse. Nella migliore delle ipotesi il ricercatore in ansia da prestazione (o da precariato) può essere spinto a pubblicare troppo e troppo presto i propri lavori, trascurando di svolgere i dovuti controlli. Così, succede di sorvolare su quel che appare un’inezia, un miserabile dato che non torna, senza coglierne tutto l'aspetto inquisitorio e approfondire. Altrove, in particolare in ambito medico biologico, la cantonata può arrivare da una inadeguata analisi statistica dei dati, che conduce a conclusioni gravemente errate.

Durante la pandemia da Covid-19 ad esempio, la tendenza a pubblicare rapidamente i risultati delle ricerche sul tema è aumentata parecchio e non sono mancate le ritrattazioni eccellenti, con annesse polemiche, critiche anche feroci da parte di improvvisati tuttologi e cali generalizzati della fiducia da parte dell’opinione pubblica, già soggetta ad un bombardamento continuo di fake news costruite a tavolino.

La ritrattazione avviene quando un articolo viene rimosso dall'archivio della rivista su cui è stato pubblicato, e sostituito con una nota editoriale in cui si spiegano le ragioni del dietro-front.

In genere si tratta di ricerche viziate da gravi errori plagio e frodi accertate o sospette. Il ritiro dell'articolo può essere richiesto dall'autore stesso o da altri ricercatori perché non riescono a riprodurre i risultati del lavoro incriminato seguendone i protocolli. Occorre innanzitutto evitare che un articolo sbagliato funga da base per ulteriori studi, inquinando la letteratura di riferimento; questi dolorosi mea culpa sottolineano la natura auto correttiva e la vocazione alla trasparenza della scienza, i cui risultati ricadono idealmente sulle vite di tutti e ne diventano patrimonio ed eredità.

Peer review
La scienza è, soprattutto oggi, una grande impresa collettiva, e da ciò derivano la sua forza e la capacità di isolare gli errori: lo strumento collettivo utilizzato, in cui ogni ricercatore diventa giudice dei colleghi e da essi viene giudicato si chiama peer review, revisione tra pari. È Il sistema di controllo adottato dalla maggior parte delle riviste scientifiche ed elimina la spazzatura macroscopica. La pratica della peer review venne introdotta nel 1665 col numero inaugurale della rivista «Phylosophical Transactions» della «Royal Society for Improving Natural Knowledge», la prima istituzione scientifica della storia degna di questo nome, citata brevemente come Royal Society.

Una procedura ben consolidata quindi, ma è davvero efficace?

Ovviamente ci sono storie davvero tristi. Un biologo e giornalista scientifico nel 2013 inventò di sana pianta un articolo sulle proprietà antitumorali di una sostanza estratta dai licheni. Infarcì l’articolo di errori così grossolani che anche uno studente delle superiori se ne sarebbe accorto, spedì l’articolo a 304 riviste open-access (ad accesso gratuito, ci sono poi quelle in abbonamento), inventandosi uno pseudonimo davvero improbabile e il nome dell’istituto di ricerca, localizzandolo, a caso, in Eritrea.

Ben 157 riviste pubblicarono quella spazzatura. I valutatori o avevano lavorato coi piedi, meglio dire non lavorato, o proprio non esistevano. Più della metà delle decisioni finali non avevano rapporti di approvazione.

In un altro caso la allora direttrice del British Medical Journal nel 1998 inviò a duecento revisori (referee) un articolo contenente, apposta, ben otto errori di vario tipo. In media gli esperti ne trovarono due, nessuno li scovò tutti, e per qualcuno l’articolo era perfetto.

Tornando alla domanda a monte va detto che l'obiettivo di fondo della procedura di peer review non è garantire la correttezza dei dati riportati facendo così emergere truffe e manipolazioni ma, piuttosto, assicurare la correttezza formale e metodologica del lavoro. Se un revisore ha dubbi sui risultati, può richiedere altri esperimenti. Tuttavia, spesso non è facile valutare la validità delle misure, quindi di solito i risultati vengono accettati.

La procedura pur avendo numerosi limiti tecnici riesce comunque abbastanza bene nel controllo della forma e del metodo del lavoro e nel caso sbagli, il punto di forza della peer review e ancora una volta la capacità di autocorreggersi. Può accadere che un articolo di buona qualità, rifiutato da una rivista prestigiosa, venga poi accettato altrove e venga ampiamente citato, riconoscendone l'effettivo valore. Inoltre, la peer review è solo il punto di partenza di un percorso in cui il tempo giocherà un ruolo fondamentale. Se in un certo lavoro c'è davvero del buono, altri verranno a replicarne i risultati, a costruire sulle conclusioni della scoperta, ritagliandole il posto che merita.

Nota: quanto guadagnano i revisori dalla loro attività? Zero. Operano a titolo gratuito; e ancora, riviste prestigiose in abbonamento, non sono per questo più autorevoli di quelle gratuite.

Concludo citando un caso recente, nato sull’onda del progresso e della potenza elaborativa, inarrestabile ed a crescita esponenziale, dei cosiddetti Large Language Models (LLM), strumenti di AI.

La possibilità offerta da questi di realizzare in modalità pressoché automatica lavori da sottoporre a pubblicazione e peer review è stata, già da qualche anno, oggetto di una levata di scudi da parte della comunità scientifica; ciò nonostante, non sono mancati episodi più o meno eclatanti di ricercatori rivelatisi alla fine non meno peggio di tanti ciarlatani. Ma qui le cose si invertono.

Ci sono ormai evidenze che l’AI sia utilizzata dai revisori, per automatizzare il loro lavoro, generando spesso risultati completamente errati. Ricordo che un LLM segue sempre la stessa metodologia, sia che fornisca risposte corrette che sbagliate (sulla pagina Facebook di Walter Quattrociocchi ci sono numerose informazioni utili).

Ed ecco che non è l'autore della pubblicazione da sottoporre a review che sta barando, ma chi dovrebbe leggerlo, allora il primo non fa che difendersi: questa scelta è stata difesa, con razionalità, sostenendo che i prompt nascosti rappresentano una contromisura contro i revisori pigri che usano l’AI. Secondo il professore, in assenza di regole univoche sull’integrazione dell’AI nel processo di peer review, e sapendo che molte riviste vietano esplicitamente l’uso dell’intelligenza artificiale per valutare i lavori, l’aver inserito dei prompt leggibili solo dalle AI rappresenta un modo per poter controllare questa pratica e smascherarla dove presente.

Ad ogni modo, e lo affermo in maniera asettica, appare probabile che in un futuro non proprio lontano, il ruolo dell’AI nella revisione delle pubblicazioni scientifiche sarà preponderante. La capacità di assorbimento della necessaria letteratura che qualsiasi LLM potrà offrire, e spesso già offre, supera di diversi ordini di grandezza le potenzialità di chiunque, con buona pace di Borges e della sua biblioteca.

Spiccioli di matematica

[NdA] In questo paragrafo non sono stato preciso, me lo hanno fatto notare e ho corretto qui

Fin dalle scuola media abbiamo imparato che un teorema matematico va dimostrato. Insomma non può arrivare un Pitagora qualunque e affermare che «In ogni triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti». Tutti i triangoli rettangoli? Pitagora non avrebbe mai averli potuti disegnare e misurare tutti visto che sono infiniti. Ma veniamo al punto, dando per assodato che ci sono diverse dimostrazioni del famoso teorema.

In ambito scientifico, la dimostrazione matematica è lo strumento più infallibile e potente che si ha per produrre conoscenza. È Verità con la V. Un enunciato di cui viene data dimostrazione matematica vale in qualunque tempo e in qualunque angolo dell’Universo. Un teorema dimostrato è per sempre, altro che diamanti (che tra l’altro non lo sono trattandosi della fase instabile del carbonio…ma non divaghiamo).

Una dimostrazione inizia da una serie di assiomi, asserzioni vere perché evidenti a chiunque (tipo quelle di Euclide e dei suoi fondamenti). Si prosegue poi con logica inoppugnabile passo dopo passo alla necessaria validità della conclusione, che è poi l’enunciato stesso del teorema. Solidità dei blocchi di partenza e correttezza formale del ragionamento. Criteri così scrupolosi e condivisi non esistono in nessun altro campo di indagine.

Quando i matematici dimostrano usano uno strumento molto più affidabile di qualsiasi altra prova scientifica usata da chimici, fisici e via discorrendo, men che mai da medici o psicologi. Nel loro procedere questi ultimi non usano strumenti logici impeccabili ma si affidano ad osservazioni ed esperimenti, che è comunque la base del metodo scientifico fin dal suo ideatore, Galileo Galilei. Studiano un fenomeno, formulano una certa ipotesi e la vagliano alla luce di un esperimento che ne esamina l’efficacia, sia nello spiegare il fenomeno sia nel suo saper predire l’esito di altri fenomeni. Esperimenti non necessariamente fisici, ma anche esclusivamente mentali, come quelli di Einstein. Quelli raccolti man mano sono solo indizi, mai certezze, che costituiranno le fondamenta di una teoria al massimo altamente probabile. Nonostante le tante e solide prove scientifiche a disposizione, concettualmente almeno, nulla che derivi da osservazione e percezione è mai inconfutabile né univoco. Ogni esperimento, per quanto condotto a regola d’arte, è comunque fallibile, parziale e diversamente interpretabile. E tutto ciò nonostante la rivoluzione della Meccanica Quantistica, che ci ha insegnato ad accettare ad esempio fenomeni assolutamente controintuitivi e al limite del paradosso, sui quali però, innegabilmente si basa il funzionamento di tantissima tecnologia.

L’intrinseca debolezza della prova scientifica è comunque il nutriente del progresso scientifico, dei cambiamenti di paradigma; ogni qual volta una teoria, fino ad allora ritenuta valida, per lo meno la più corretta, è stata sostituita da un’altra, con la consapevolezza che qualsiasi spiegazione o modello, anche se decisamente migliore del precedente, rimarranno comunque viziati da qualche elemento di incertezza.

La conoscenza che deriva dalla logica matematica, invece, è ben più assoluta e definitiva di quella di ogni altra disciplina. Perderemo le nostre città, l'ultima delle piramidi d'Egitto si sgretolerà a terra come accadde alle altre meraviglie del mondo antico, dimenticheremo storie, poemi e le opere d'arte verranno inghiottite nella marea dei secoli, ma le intuizioni di Euclide, l'algebra o il calcolo infinitesimale no, quelli ci accompagneranno anche su un altro pianeta.

Per evitare comunque interpretazioni scorrette sulla apparente mancanza di validità (fino a prova contraria) di una teoria scientifica, suggerisco di approfondire tra i miei post ogni qualvolta ho fatto, da profano, un po’ di filosofia della scienza, o quando ho citato e spiegato il falsificazionismo di Popper.


Conclusioni

Sulla base di una sorta di generico principio democratico si assiste spesso a dibattiti dove vengono messi a confronto scienziati con sedicenti esperti o comunque personaggi influenti. Ma dare a tutti lo stesso tempo per esporre opinioni diverse è una cosa che ha senso in un sistema politico bipartitico, ma non funziona nel caso della scienza, perché la scienza non è un’opinione: non è, appunto, democratica. Si basa invece sulle evidenze, e progredisce attraverso affermazioni che possono e debbono essere verificate sperimentalmente, mettendole a confronto con le osservazioni. Le ricerche sono poi, come abbiamo visto, soggette a una revisione critica da parte di una giuria di esperti scientifici. Le affermazioni che non vengono vagliate con questa procedura – o che sono state esaminate e sono state respinte – non possono dirsi scientifiche, e pertanto non meritano lo stesso tempo in un dibattito scientifico.

Un’ipotesi scientifica è come l’accusa di un pubblico ministero: è l’inizio di un processo che può essere molto lungo. La giuria deve decidere non sull’eleganza dell’accusa, ma sull’entità, la forza e la coerenza delle prove che la supportano. Giustamente si chiede che il pubblico ministero fornisca le prove – numerose, solide e coerenti – e che le prove resistano all’esame della giuria, che può prendersi tutto il tempo necessario per portarlo a termine.

Nella scienza avviene all’incirca la stessa cosa. Un’affermazione non viene accettata solo perché proviene da una persona intelligente, o perché un gruppo di persone ne discute, ma quando una giuria di revisori – in rappresentanza della comunità dei ricercatori – ha esaminato le evidenze a sostegno di quell’affermazione e ha concluso che sono sufficienti perché la si possa accettare.

Sappiamo anche che nella ricerca scientifica l'incertezza è costantemente presente, e se qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta: la scienza non si scrive, al massimo si riscrive. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domande.

Il dubbio ha un’importanza cruciale per la scienza – quello che noi chiamiamo curiosità o scetticismo è ciò che spinge la scienza a progredire – ma nel contempo la rende vulnerabile alle rappresentazioni fuorvianti, in quanto è facile decontestualizzare le incertezze e creare l’impressione che ogni cosa sia ancora incerta. Molto negazionismo funziona così: non nega la scienza, non potrebbe perché non potrebbe dimostrarlo, ma usa la normale incertezza scientifica per minare la conoscenza scientifica.

E qui mi contraddico, senza se e senza ma!

Storie dal passato
Sperimentazione Clinica
Esemplare, in campo clinico ed epidemiologico, la storia della sperimentazione legata alla streptomicina, uno dei primi antibiotici derivati da muffe, ovvero da batteri, impiegato nel trattamento delSe qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domandela tubercolosi. Dopo averla estratta, verso la metà degli anni Quaranta del XX secolo, negli Stati Uniti si avviò la sperimentazione clinica che inizialmente sembrava fornire risultati mirabolanti. Ma la cosa non convinse l’epidemiologo inglese Bradford Hill che non accettava l’approccio americano se guariscono funziona, sennò amen, non abbiamo perso nulla. Hill voleva dei test specifici e progettò un metodo sperimentale a tavolino, inventando lo «Studio Controllato Randomizzato» (RCT). Lo studio si doveva basare quindi su due gruppi di pazienti, confrontando i risultati statistici di chi ha preso il farmaco e di chi no, un primo gruppo trattato ed un secondo, detto «di controllo» a cui veniva somministrato un placebo. La scelta dei pazienti da assegnare ai due gruppi deve essere assolutamente casuale e se è possibile né i pazienti né i medici devono sapere chi è trattato e con che cosa. Questo è il cosiddetto esperimento in «cieco», che può avere diversi livelli di mascheramento dove solo il paziente ignora o, in «doppio cieco», anche lo sperimentatore; per arrivare al «triplo cieco» dove anche chi analizza statisticamente i dati non sa da quale gruppo provengano evitando qualsiasi tipo di influenza. Gli RCT sono entrati nella ricerca clinica e vengono tutt'ora ritenuti, pur con i loro limiti, la forma più attendibile di evidenza scientifica con cui la medicina ha verificato e verifica regolarmente l’efficacia o meno di un certo farmaco. Ai tempi questo approccio suscitò varie obiezioni. Tra queste, il fatto che l’impressione soggettiva del medico, soprattutto se di lunga esperienza clinica, non fosse poi così meno affidabile della distaccata obiettività della statistica (…); che sarebbe come dire che un novello Commissario Maigret negasse le evidenze molecolari derivanti da un test del DNA che inchioda l’assassino. Inoltre, aspetto ben più importante, bisognava accettare in partenza l'ipotesi che, se alla fine dello studio il farmaco si fosse rivelato efficace, i pazienti casualmente assegnati al gruppo di controllo non ne avrebbero beneficiato, almeno non durante la sperimentazione, e magari qualcuno di loro sarebbe pure morto, mentre a posteriori lo si sarebbe potuto salvare. Ciononostante, il metodo venne accettato, forse grazie anche al fatto che, in quei tempi di magra post-bellica, non ci sarebbe stata abbastanza streptomicina per tutti gli ammalati; quindi, non darla a qualcuno era inevitabile seppur immorale. Se volete approfondire leggete questo intrigante e divertente libro.

Un Nobel sbagliato?
Si diceva all’inizio che capita che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno.

Il 10 dicembre 1938 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma conferiva il premio Nobel a Enrico Fermi con la seguente motivazione: «Per l’identificazione di nuovi elementi radioattivi prodotti dal bombardamento di neutroni e per la scoperta, in relazione a questo studio, delle reazioni nucleari causate dai neutroni lenti». In quegli stessi giorni gli esperimenti di scienziati tedeschi di primordine capovolsero in maniera inoppugnabile le conclusioni del grande fisico italiano: «Non avete ingrossato il nucleo dell’uranio, ma l’avete spaccato in due». Addio ai fascistissimi Ausonio ed Esperio[1]!

Sbarcato sul suo americano, con le leggi razziali e il fascismo alle spalle, Fermi si affrettò a modificare la sua Nobel lecture, ammettendo l’errore e aggiungendo una nota di ritrattazione, il più grande della sua vita ebbe poi a dire, ma andò avanti, grazie comunque all’apertura, con la fissione nucleare, di nuovi campi di ricerca. Sbagliando s’impara, no?


[1] È una lunga storia che provo a riassumere in poche righe. Fermi, all’inizio degli anni Trenta del XX secolo, nel suo lavoro pionieristico sulla radioattività indotta da neutroni, era convinto di aver scoperto nuovi elementi chimici, che furono inizialmente chiamati ausonio (con numero atomico 93) ed esperio (94), oggi noti come nettunio e plutonio, scoperti nel 1940. Sebbene non abbia scoperto la fissione in sé (questo merito va principalmente a Otto Hahn, Lise Meitner e Fritz Strassmann), Fermi e il suo gruppo, i "Ragazzi di via Panisperna", furono i primi a realizzare sperimentalmente la fissione nucleare artificiale di un atomo di uranio, utilizzando neutroni lenti per bombardare il materiale.

13 maggio 2025

Inazione - Origini e contromisure

Pretendere la certezza scientifica assoluta equivale a non poter far nulla

Nel post precedente abbiamo visto come vada diffondendosi, in gergo social si direbbe virale, una forma di pessimismo climatico, diffusa soprattutto tra i giovani. E come occorre mettere in campo una serie di iniziative in grado di sfidare la sfiducia, la disillusione, la perdita di ogni speranza che si possa invertire la rotta, diventa giorno dopo giorno fondamentale. Qui non si tratta di controbattere posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, ma di convincere gli sfiduciati convinti che sia troppo tardi che non è vero. Opporsi al catastrofismo climatico quindi. Ma da dove nasce questa sorta di pessimismo che porta quasi automaticamente a tirare i remi in barca e smettere di agire?

Prima di dare delle risposte due parole sulla cosiddetta teoria delle decisioni. Un’analisi ragionata basata sulla teoria delle decisioni dimostra che, se il grado di conoscenza è incerto, l’opzione migliore consiste nel non far nulla. Fare qualcosa ha dei costi – finanziari, temporali o in termini di opportunità – e se si ritiene che questi costi non possano essere ripagati da futuri benefici è meglio lasciare le cose come stanno. Inoltre, agire per prevenire danni in futuro significa rinunciare a dei benefici nel presente: benefici certi contro guadagni incerti. Ecco perché quelli che più si avvantaggiano dall’inazione sono proprio quelli che enfatizzano le controversie tra gli scienziati, creando ostacoli, anche se falsi, ritardando il tutto, e soprattutto che sostengono che servono più ricerche, prima azione compiuta da chi in genere è colpevole. Per cambiare la percezione del riscaldamento globale, ad esempio, occorre fornire la prova indiscutibile che non fare nulla conduce al riscaldamento, e che fare qualcosa potrebbe impedirlo. Ma qualsiasi prova può essere contestata da avversari sufficientemente determinati, ed è impossibile fornire prove tangibili riguardanti il futuro: occorre aspettare e vedere. Quindi la questione diventa, con sarcasmo: perché dovremmo aspettare una prova indiscutibile?

Diamoci una mossa!

Che cosa porta un essere umano, ancorché raziocinante ed in grado di capire, all’inazione, a quell’apatia, direi piuttosto ignavia, che lo affligge in determinate condizioni? Autodifesa. Qualcosa di atavico, legato ai tempi in cui eravamo più facilmente prede che predatori, e dove ciò che contava erano risposte e azioni immediate, spesso istintive, quelle che ti salvavano la vita.

Origini
Il sociologo norvegese Per Espen Stoknes, esperto di economia e comunicazione ambientale, riassume questi ostacoli all’azione, in cinque D. Distance, Doom, Dissonance, Denial iDentity.


Innanzi tutto i problemi del clima appaiono distanti, in senso spaziale e cronologico. Chi ci parla di gigatonnellate (miliardi di tonnellate) e misurazioni con relativi dati, annotati per decenni, secoli o millenni, non si rende sempre conto che il nostro cervello non è fatto per comprendere certi ordini di grandezza. E restando lontano da quanto siamo in grado di percepire ci fanno sentire del tutto irrilevanti. La nostra realtà è molto più limitata e ristretta ai problemi quotidiani. La questione climatica rimane quindi remota per la maggior parte di noi, per diversi motivi. Non possiamo vedere il cambiamento climatico. I ghiacciai che si sciolgono sono solitamente lontani, così come i luoghi sulla Terra che ora stanno subendo l'innalzamento del livello del mare, inondazioni più gravi, siccità, incendi e altri sconvolgimenti climatici. Potrebbe colpire altri, non me o i miei parenti. E gli impatti più gravi sono lontani nel tempo: nel prossimo secolo o più lontano. Nonostante alcuni affermino che il riscaldamento globale sia già in atto, sembra ancora lontano dalle preoccupazioni quotidiane.

Il catastrofismo, approfondito nel post precedenteè un’altra azione di difesa del cervello, ci fa apparire gli effetti caotici del cambiamento climatico come un insieme di catastrofi, generando assuefazione e la convinzione che qualsiasi cosa accadrà sarà inevitabile, qualunque sia l’azione che potremmo intraprendere, sarà stato inutile. Sui social gli hanno assegnato nome e hashtag: doomism e, come non bastasse, spopola tra gli attivisti un novello «Ok Doomer!». Quando il cambiamento climatico viene inquadrato come un disastro incombente che può essere affrontato solo con perdite, costi e sacrifici, si crea il desiderio di evitare l'argomento. Siamo prevedibilmente avversi alle perdite. In mancanza di soluzioni pratiche, l'impotenza cresce e il messaggio di paura si ritorce contro di noi. Abbiamo sentito dire «la fine è vicina» così tante volte che ormai non ci rendiamo più conto di questo.

Un’altra difesa spontanea è quella che tende ad evitare di farci sentire in dissonanza: la discordanza tipica del predicatore che razzola male. Crediamo nella rivoluzione ambientale, conosciamo gli effetti del cambiamento climatico a lungo termine e ci preoccupiamo di figli e soprattutto nipoti, ma continuiamo ad agire come se non ci fosse un domani. E allora accettiamo tutto questo per evitare di sentirci a disagio cercando giustificazioni: cosa vuoi che conti il singolo gesto della singola persona? Il clima è sempre cambiato (qui un approfondimento, e anche qui). Narrazioni che ci gratificano e di fatto orientano le nostre azioni. Se ciò che sappiamo (ad esempio, il nostro consumo di energia fossile contribuisce al riscaldamento globale) è in conflitto con ciò che facciamo (guidare, volare, mangiare carne di manzo o riscaldarci con combustibili fossili), allora si instaura una dissonanza. Lo stesso accade se i miei atteggiamenti sono in conflitto con quelli delle persone importanti per me. In entrambi i casi, la mancanza di comportamenti appropriati e di sostegno sociale indebolisce gli atteggiamenti climatici nel tempo. Ma mettendo in dubbio o minimizzando ciò che sappiamo (i fatti), possiamo sentirci meglio riguardo al nostro modo di vivere. Pertanto, il comportamento effettivo e le relazioni sociali determinano l'atteggiamento a lungo termine.

Di errore in errore si arriva infine alla negazione, anche inconscia. Razionalmente si conosce la gravità di ciò che sappiamo, ma facciamo finta di non saperlo, selezionando solo le informazioni (lo chiamano cherry picking, ne scrissi qui) che fanno comodo (bias della conferma), ignorando, e controbattendo all’occorrenza, tutto ciò e tutti coloro che la smentiscono. Fino, come sappiamo, a creare anche teorie complottiste, millantando presunte manipolazioni di scienziati o tecnici, e insinuando l’esistenza di piani occulti dietro alle politiche per il clima. Quando neghiamo, ignoriamo o evitiamo in qualche modo di riconoscere i fatti inquietanti sul cambiamento climatico, troviamo rifugio dalla paura e dal senso di colpa. Unendoci al negazionismo e alla presa in giro espliciti, possiamo vendicarci di coloro che, a nostro avviso, criticano il nostro stile di vita, credono di saperne di più e cercano di dirci come vivere. La negazione si basa sull'autodifesa, non sull'ignoranza, sull'intelligenza o sulla mancanza di informazioni.

Persino lidentità culturale di ciascuno di noi genera autodifesa: nei più conservatori genera minor disponibilità ad accettare norme stringenti da parte delle istituzioni governative, a ridicolizzare gli attivisti del clima. Il rifiuto di subirle porta costoro a seppellire o calpestare la realtà. Filtriamo le notizie attraverso la nostra identità professionale e culturale. Cerchiamo informazioni che confermino i nostri valori e le nostre idee, escludendo ciò che li mette in discussione. Se, ad esempio, chi ha valori conservatori sente da un progressista che il clima sta cambiando, è meno propenso a credere al messaggio. L'identità culturale prevale sui fatti. Se una nuova informazione ci impone di cambiare noi stessi, è probabile che l'informazione venga persa. Incontriamo resistenza alle richieste di cambiamento della nostra identità.

Se a tutto ciò aggiungiamo due nuovi fenomeni, il free riding e l’ansia climatica (ecoansia) la situazione si aggrava.

Nel primo caso, se sappiamo che qualcuno fa o sta facendo qualcosa, possiamo stare tranquilli, se ne occuperà qualcun altro di salvare il mondo! E, a quanto pare, a nulla sembra siano valsi finora gli sforzi di costruire politiche collaborative in grado di ridurre gli egoismi umani costruendo un’architettura di scelta in grado di limitare tale rischio.

L’ansia climatica che colpisce e tocca in varie forme adulti e giovani, soprattutto questi ultimi, se si esclude quella a breve termine che colpisce gli anziani che si apprestano all’arrivo dell’estate seriamente preoccupati. Per quanto non sia ancora riconosciuta come condizione diagnosticabile, ci sono chiare evidenze tali per cui avere a che fare con gli effetti del cambiamento climatico aumenti il rischio di depressione, fiacchezza e, per chi ha già problemi o è affetto da malattie mentali, anche profonda angoscia, disagio mentale, disturbo post traumatico da stress, propensione al suicidio e ulteriore deterioramento.

Nel 2020 un sondaggio in Inghilterra ha evidenziato come il 57% tra giovani e bambini si definiscano angosciati per la crisi climatica e lo stato di degrado dell’ambiente. Il fenomeno poi, sia per adulti che ragazzi, si appesantisce anche perché tocca sempre più il portafoglio: difendersi da un clima cattivo, significa dover progressivamente spendere più soldi (mezzi privati da sostituire via via, case da efficientare e certificare), oltre che patire limitazioni.

Contromisure
Al fine di superare questi cinque ostacoli e soprattutto la dissonanza cognitiva, Espen Stoknes offre altrettante soluzioni, le cinque S, che sono le sue cinque soluzioni: Social network, Supportive framings, Simple Actions, Storytelling, Signals.

Social network. Dobbiamo usare il potere dei social network per far arrivare i messaggi sul clima. La pressione dei pari è uno strumento potente. In uno studio classico, i ricercatori hanno testato l'installazione di un cartello in una camera d'albergo che informava che il 75% degli ospiti di quella stanza aveva riutilizzato gli asciugamani. Il tasso di riutilizzo è aumentato drasticamente, sebbene un cartello simile, che invitava le persone a riutilizzare gli asciugamani per risparmiare acqua, abbia avuto scarso effetto. Gli esseri umani vogliono essere come coloro che ci circondano. Pertanto, dovremmo dare risalto alle persone popolari che stanno facendo la cosa giusta, come ad esempio sta facendo la Green Sports Alliance. I pari sono anche i migliori messaggeri per cambiare l'atteggiamento nei confronti del cambiamento climatico attraverso conversazioni faccia a faccia.

Supportive framings (inquadramenti di supporto). La maggior parte dei messaggi sul clima è racchiusa in concetti di catastrofe, costi e sacrifici. Gli studi hanno individuato inquadramenti che generano maggiore supporto per i temi climatici. Tra questi, i più importanti sono quelli relativi a salute, assicurazione e opportunità. Quindi: il clima è in realtà una questione di salute, non di sacrifici. È ricco di opportunità piuttosto che di costi. E dovrebbe essere considerato come una questione di gestione del rischio e di assicurazione, più che come una catastrofe imminente.

Simple Actions (azioni semplici).   Prendere decisioni rispettose del clima nella vita di tutti i giorni può essere difficile: siamo vincolati ad automobili, centri commerciali e prodotti alimentari ad alta intensità di combustibili fossili. Ma possiamo rendere le decisioni rispettose del clima per energia, alimenti ed elettrodomestici la scelta più semplice e predefinita. Disponibilità, rilevanza e promemoria tempestivi rendono le opzioni climatiche convenienti. Rendendo più semplice per tutti vivere e fare acquisti green, invertiamo la dissonanza e generiamo sostegno per le politiche.

Storytelling (narrazione). Siamo stanchi della storia dell'apocalisse climatica, con orsi polari che annegano e ci viene detto che abbiamo torto. L'inferno non vende. Servono storie di imprenditori e scienziati che hanno successo con nuove soluzioni. Le visioni e le narrazioni che dobbiamo raccontare descrivono una società in crescita verde con migliori mezzi di sussistenza, città più intelligenti attorno alle quali la natura si sta rinaturalizzando in modo resiliente.

 

 

Signals (Segnali). Infine, meno attenzione agli indicatori globali sulla velocità con cui la CO2 si accumula nell'atmosfera o sulla velocità con cui l'Antartide si sta sciogliendo. Piuttosto, abbiamo bisogno di nuovi segnali e indicatori per sapere che la nostra società sta facendo progressi nella risposta alla crisi. Segnali personalizzati, che misurino quanto aziende, città, stati, amici e noi stessi stiamo contribuendo – mensilmente o quotidianamente – alla grande svolta ecologica.

Fortunatamente, esiste una cornucopia di alternative e iniziative simili a queste cinque strategie, che vengono sperimentate e testate oggi. Si tratta di strategie più positive, poiché si collegano meglio ai bisogni umani di benessere e fluidità.




Riassumendo

  • Social, riuscire cioè a portare nella nostra quotidianità le norme sociali per diffondere le buone azioni creando comunicazioni che evidenziano i buoni comportamenti dei nostri vicini. Quanto più si diffondono tanto più, per imitazione e desiderio di essere come gli altri, le perseguiremo.
  • Supporto o Sostegno delle buone azioni in modo che le scelte giuste siano valorizzate come sane per ciascuno di noi, per la salute di ognuno ed anche di tutti.
  • Semplicità, rendere le scelte virtuose facili, accessibili, congegnate con cura.
  • Signal, fornire feedback che motivano e generano anche attenzione diffusa intorno ai comportamenti virtuosi.
  • Storie, raccontare storie positive di chi è riuscito a cambiare, di chi per esempio ha compiuto scelte con soddisfazione e senza pentimento. Le storie positive sono infatti contagiose, la nostra innata preferenza per le storie a lieto fine le rende memorabili, diventano fatti degni di essere condivisi anche sui social: e torniamo così alla prima S.

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Riferimenti:
https://www.stoknes.com/
https://sigea-aps.it/scienza-tecnica/la-cerniera-irene-ivoi/


Perché il catastrofismo climatico sta diventando virale e chi lo combatte?

Un po’ di storia non guasta mai

All’inizio del XIX secolo la maggior parte dei geologi apparteneva ai catastrofisti. Molti naturalisti, in base alle evidenze fornite dalle rocce e più spesso dal loro contenuto fossile, si convinsero che la storia della Terra aveva alternato periodi di stabilità ad altri caratterizzati da episodi violenti, da cataclismi diffusi ovunque, e ogni cataclisma avrebbe portato a profondi cambiamenti nell’aspetto del pianeta e negli animali e vegetali che lo popolavano. I geologi allora erano convinti che ogni cambiamento di stratificazione geologica corrispondeva ad un evento catastrofico. Uno dei principali esponenti di questa visione della storia della Terra fu il grande naturalista francese George Cuvier (a sinistra nell’immagine precedente). In tal modo si potevano giustificare scientificamente anche i diversi miti del cataclisma universale, presenti in varie culture a cominciare dal racconto biblico del “diluvio universale”. Non pensate però che Cuvier fosse uno sprovveduto: fu colui che creò la moderna paleontologia, ed era in grado di ricostruire un intero animale a partire da pochi resti!

Tutto ciò venne messo in discussione da un giovane avvocato divenuto geologo, Charles Lyell (a destra), che diventò l’esponente principale del movimento opposto, l’uniformitarismo, detto anche attualismo, che in poche parole voleva sbarazzarsi, coraggiosamente per l’epoca,  dei cataclismi e della fede negli eventi soprannaturali come il diluvio biblico: affermando che le cose in passato si sono svolte più o meno come vediamo svolgerle adesso, nonostante l’attività geologica del pianeta anche intensa, con linearità e uniformità. Lo studioso inglese contribuì alla nascita della moderna geologia che aveva, tra i suoi principi fondanti, una visione della lunghissima storia della Terra, spiegabile con l’osservazione di quanto avviene tuttora[1]. Le sue teorie furono anche fonte di ispirazione per Charles Darwin, il fondatore della biologia evoluzionistica.

Lo straordinario disegno nella seconda di copertina dell'opera di Lyell "Principles of geology",
in cui si illustra schematicamente l’origine e la trasformazione dei tipi di roccia.

Come molte teorie scientifiche, anche l'uniformitarismo è stato soggetto a critiche e revisioni. Una delle principali critiche riguarda la visione radicale, che sostiene che i ritmi e l'intensità dei processi geologici sono costanti nel tempo. In realtà oggi sappiamo che sia i processi geologici superficiali, come l'erosione fluviale, sia quelli endogeni, come i movimenti delle placche tettoniche, variano in velocità e intensità attraverso le ere geologiche. Anche le fluttuazioni del livello del mare hanno avuto, nel passato, ritmi e intensità diverse da epoca ad epoca.

Altre critiche riguardano la mancanza di considerazione dell'impatto umano sui processi naturali nella formulazione originaria del principio dell'attualismo, nonché le difficoltà nel trovare corrispondenze moderne per tutti i processi geologici del passato. Tuttavia, l'uniformitarismo continua a essere uno dei fondamenti del pensiero e del metodo geologico contemporaneo. Attualmente, sappiamo con certezza che, sebbene i processi lenti e continui siano prevalenti nella modellazione della vita e della superficie terrestre, ci sono stati anche eventi rari, catastrofici e improvvisi, che ebbero un ruolo significativo, soprattutto in termini di distruzione pressoché istantanea, in termini di tempo geologico, della maggioranza, a volte la quasi totalità, delle specie animali e vegetali: le cosiddette estinzioni di massa.

Una visione sbagliata che va arginata
E, dopo questo preambolo ampolloso ma doveroso, di catastrofe in catastrofe si arriva ai giorni nostri, tempi in cui dilaga la visione catastrofica del cambiamento climatico (così come inteso dal punto 2 dell’art. 1 del documento UNFCCC). Visione portata avanti da catastrofisti, che sono convinti che il mondo abbia già perso la battaglia contro il riscaldamento globale.

Questa idea è figlia illegittima di un’altra posizione: l’adattamento. Fino ad una trentina di anni fa la priorità era la mitigazione, ridurre e contenere le emissioni di gas serra, decarbonizzare. Ma negli ultimi tempi sembra che adattarsi al cambiamento climatico sia la panacea di ogni male: ed è una posizione dettata da rassegnazione e opportunismo, che generano ignavia ed inazione.

Le persone che hanno adottato questa visione sono convinti che non si riuscirà mai a tagliare le emissioni di gas serra del quantitativo necessario per invertire la tendenza, o per lo meno per contenerla al di sotto dei limiti auspicati da IPCC, e allora tanto vale puntare sull’adattamento. Come se il sovrappeso dovuto ad ingordigia di cibo pessimo fosse curabile solo mettendosi a correre anziché farlo sì, ma contemporaneamente all’adottare un’alimentazione sana.

Mitigazione e adattamento devono andare di pari passo. Altrimenti sarà come un armiamoci e partite ordinato dai paesi occidentali, che in teoria possono permettersi e hanno i mezzi per adattarsi, a danno del resto del mondo abbandonato al suo destino, ignari degli effetti collaterali, a cominciare da ondate di migrazione massiva ad oggi inimmaginabili. E questo non è catastrofismo sociale.

Le soluzioni intelligenti affrontano i grandi problemi contemporaneamente.

Fermo restando quindi la mitigazione dobbiamo iniziare anche a prepararci, e dovremo farlo in fretta perché i tassi di cambiamento procedono rapidi, a ritmi ormai inferiori a quelli dei cambi generazionali.

Dobbiamo rispondere al cambiamento climatico con rapidità con una visione di medio-lungo periodo perché, per quanto virtuosi si possa essere perseguendo gli obiettivi più ambiziosi di riduzione delle emissioni, la temperatura media della Terra nei prossimi decenni continuerà ad aumentare: la Terra non è, soltanto un sasso al Sole, che si raffredda se messo all’ombra!

E infine, per quanto mitigazione e adattamento siano complementari e necessari, quest’ultimo dovrà essere visto in termini di contenimento dei costi economici, sociali e ambientali causati dal cambiamento climatico per mezzo di opere, infrastrutture, istituzioni e pratiche di comportamento corrette.

Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità.

Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

Torniamo in tema

Anche se gli scienziati affermano che sia sbagliato, la convinzione che ci sia poco o nulla che si possa fare per invertire effettivamente il cambiamento climatico su scala globale, si va diffondendo online, da posizioni tutto sommato razionali e ragionevoli fino a punti di vista del tutto catastrofici che prevedono l’estinzione dell’umanità.

In molte testimonianze presenti sulle piattaforme social più diffuse ci sono posizioni di persone che si sentono sopraffatte, ansiose e addirittura depresse (c’è un termine specifico, ecoansia), e molte di queste contengono anche appelli agli attivisti ed agli scienziati affinché diano speranza. Alla domanda frequente «Convincetemi che c'è qualcosa là fuori per cui vale la pena lottare, che alla fine possiamo ottenere una vittoria, anche se solo temporanea.» c’è chi sa rispondere, e lo fa nel migliore dei modi.

Una tra i tanti è Alaina Wood, una scienziata specializzata in sostenibilità che vive in Tennessee. Su TikTok è conosciuta come thegarbagequeen,  e molti dei suoi interventi meritano di essere visti e ascoltati. Questa ragazza, da anni, fa comunicazione ambientale della miglior qualità. Il suo ruolo è soprattutto quello di dare speranza ad un numero enorme di giovani che, non solo per opportunismo e rassegnazione, si sentono sopraffatti dal cambiamento climatico, e arrivano a posizioni catastrofiste, convinti che non ci sia più nulla da fare. E' sbagliato. Ma va loro detto nel modo giusto.

La mission di Alaina è sfidare il pessimismo climatico, ruolo che ha abbracciato con un certo senso di urgenza perché in una parte consistente, e crescente, dell’opinione pubblica si rinuncia perché si è convinti che sia troppo tardi: perché comportarsi in un certo modo allora? E il pessimismo porta all'inazione sul clima, che è l'opposto di ciò che dovremmo fare.

La posizione «ormai è troppo tardi» è tra l’altro una delle caratteristiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprime scetticismo radicale, qualunque sia la cosa che nega. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.


Ma le indicazioni per un’inversione della tendenza ci sono. Ancora una volta IPCC, nel suo rapporto più recente, ha delineato un piano dettagliato che potrebbe aiutare il mondo a evitare gli effetti peggiori dell'aumento delle temperature. Certo, i tagli delle emissioni di gas serra dovrebbero essere «rapidi, profondi e immediati». E nel rapporto emerge ancora una volta il binomio: adattamento & mitigazione.

Le origini dell’apatia

Un sondaggio, ancora molto attuale, condotto su migliaia di cittadini provenienti da 17 nazioni, ha messo in evidenza che la stragrande maggioranza degli intervistati è disposta a cambiare il proprio stile di vita per affrontare il problema del cambiamento climatico.

Ma, quando è stato chiesto loro quanto fossero sicuri che un'azione per il clima avrebbe ridotto significativamente gli effetti del riscaldamento globale, più della metà ha risposto di avere poca o nessuna fiducia.

Il grado di sfiducia inoltre, dato importante, cresce col diminuire dell'età del campione esaminato. Più si è giovani più si tende a manifestare preoccupazione per gli effetti del cambiamento climatico: c'è quindi convinzione e consapevolezza che questi saranno proporzionalmente più evidenti e intensi col passare degli anni.

Il pessimismo attinge a quel senso di mancanza di speranza, esagerandolo.

C’è un podcast della BBC che riassume queste posizioni, è intitolato "Il boom online della catastrofe climatica".

Non si tratta di avere a che fare o di confrontarsi con negazionisti del cambiamento climatico, o di qualsiasi altra forma di disinformazione diffusa sui social media, non si deve rispondere alla negazione, ad esempio, di chi dice che i combustibili fossili non causano il cambiamento climatico; si tratta invece di affrontare chi dice che sia troppo tardi.

Trattandosi del mondo dei social media occorre inoltre tenere conto che moltissimi video che creano disinformazione che può causare danni, con contenuti pseudo o antiscientifici, nonostante la dichiarazione d’intenti dei gestori delle varie piattaforme, non vengono rimossi perché, laconicamente non violano le regole di pubblicazione, e la cosa più paradossale è che piattaforme come TikTok o Facebook affermano di collaborare con fact-checker accreditati per   «limitare la diffusione di informazioni false o fuorvianti sul clima». Non pervenuto!

Il pessimismo è particolarmente diffuso tra i giovani, proprio la generazione che inizierà ad avvertire sensibilmente gli effetti peggiori del cambiamento climatico. Ci sono attivisti per il clima che sono molto preoccupati e pur volendo cambiare le cose, sentono il bisogno di diffondere contenuti basati sulla paura per riuscirci.

Poi ci sono persone che sanno che la paura in generale diventa virale e si limitano a seguire le tendenze, senza necessariamente capirne i contenuti scientifici.

E ciò conferma che la diffusione e il rilancio di contenuti come quelli di Alaina Wood diventa ancora più urgente e doveroso. Ad evitare sia le posizioni scettiche, che considerano le affermazioni dei climatologi delle esagerazioni grossolane, sia quelle catastrofiste che vivono il presente perché, secondo loro, a nulla serve pianificare qualcosa di diverso. E non aiuta nemmeno l’umorismo fatalista, piuttosto diffuso su quelle piattaforme.

E tutto ciò al netto della sistematica e programmata diffusione di notizie false e pessimismo preconfezionato, una vera e propria propaganda pro negazionisti.

Speranza
Ma la speranza, c’è?
.

Non manca assolutamente nulla per agire, e non solo. Dal mondo arrivano dozzine di esempi grandi e piccoli, che dimostrano benefici concreti e tangibili, ambientali, sociali ed economici: è attraverso queste esperienze, ancora troppo poco note, che si alimenta e si amplifica la speranza per il futuro. Molte di queste esperienze sono raccontate sia sul libro di Lorenzo Colantoni “Lungo la corrente” che su quello di Giulio Betti “Ha sempre fatto caldo!”, entrambi da me recensiti sulla rubrica “La scienza e la tecnica raccontate” ospitata sulle pagine della Sigea. E, per gli amanti dei video brevi tipici dei social, per i giovani (!), la solita Alaina ne racconta a dozzine sul suo canale dedicato alle “Good Climate News” o, come punto di partenza, l’iniziativa di WWF e Nazioni Unite del “World Restoration Flagship”.

Segnalo anche la Nature Restoration Law, legge della Comunità Europea, recentemente approvata, di cui ho parlato in questo mio post.

La mitigazione e l’adattamento, i due modi per attenuare e poi risolvere il problema del cambiamento climatico, contengono numerose tecniche e indicazioni operative affinché diventino efficaci. Occorre quindi investire sia nella mitigazione che nell’adattamento, e quindi in un futuro dove la lotta al cambiamento climatico diventa un’opportunità irripetibile per costruire un mondo migliore.

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Nota: come seguito quasi naturale di questo post, nel successivo verranno esaminate le cause che portano dal pessimismo climatico, quasi automaticamente, a tirare i remi in barca e smettere di agire.


[1] Per dovere di cronaca va detto che Lyell estese ed ampliò i principi generali dell’uniformitarismo già dettati da un altro grande geologo del passato: James Hutton.