26 agosto 2026

Cina: il paradosso di un gigante tra emissioni record e transizione verde

La Cina sta rapidamente plasmando il futuro della competitività industriale, delle tecnologie pulite, dei sistemi energetici e dei mercati del carbonio in un momento in cui  l'incertezza geopolitica, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e i rischi climatici fisici stanno avendo un impatto crescente sui bilanci.  I prossimi 16 e 17 settembre si terrà a Wuhan, in occasione del Two Lakes Dialogue 2026, la conferenza cinese sul mercato del carbonio. In questo post si vogliono raccontare lo stato di fatto e prospettive future alla luce del nuovo piano quinquennale.
  • Il nuovo piano climatico cinese e la sfida della transizione
  • Clima e potere verde: il piano che può cambiare la governance globale
  • Emissioni, carbone e rinnovabili: la Cina davanti alla crisi climatica
  • La leadership climatica della Cina tra carbone, rinnovabili e geopolitica

La Cina è oggi il più grande emettitore di gas serra al mondo.

Ma è anche il Paese che più di ogni altro sta investendo nella transizione energetica. Un paradosso solo apparente, che racconta molto del presente e del futuro della crisi climatica.

Il nuovo piano quinquennale cinese non introduce svolte clamorose, ma consolida una strategia molto chiara: ridurre l’intensità carbonica, accelerare su rinnovabili e nucleare, intervenire anche sui gas serra diversi dal CO₂ e rafforzare il ruolo di Pechino nella governance climatica globale.

Carbone, fotovoltaico, mercati del carbonio, tecnologie pulite e geopolitica si intrecciano in un quadro complesso che evidenzia come nessuna politica climatica globale può funzionare davvero senza la Cina.

Emissioni totali di gas serra, oltre al biossido di carbonio sono inclusi metano e protossido di azoto, provenienti da tutte le fonti. Si considerano anche le emissioni dovute al cambiamento di uso del suolo.

La Cina è, ad oggi e con certezza, il maggior produttore di gas serra. Con le sue 14 Gt/anno rappresenta circa il 25% delle emissioni mondiali  (dati aggiornati al 2024).
Ma non lo è storicamente: il record di emissioni accumulate, ben lungi dall’essere superato, spetta ancora agli USA.

Da diversi anni però, soprattutto a partire dal 2012, l’era di Xi Jinping, nel grande paese orientale, molte cose sono cambiate. Sono stati elaborati e avviati numerosi piani ambientali tesi innanzi tutto a ridurre l’inquinamento (con risultati a volte che sembrano paradossali) ma anche ambiziosi piani tesi a contrastare gli effetti della crisi climatica. Fino al recentissimo nuovo piano quinquennale.

Il nuovo piano quinquennale cinese per il cambiamento climatico

Un impianto minerario nella miniera di carbone
a cielo aperto di Huaneng Yimin, nella provincia cinese
della Mongolia Interna. Credito: Ng Han Guan / Alamy Stock Photo

È stato infatti di recente pubblicato un piano quinquennale dedicato alla lotta contro i cambiamenti climatici. Ed è solo l’ultimo di ben quindici piani, sempre quinquennali, dedicati a fornire una risposta nazionale ai cambiamenti climatici, l'ultimo di una serie di piani che delineano obiettivi dettagliati in materia di clima ed energia per il periodo 2026-2030. Il nuovo piano non prevede nuovi obiettivi di rilievo, ma si limita a consolidare e ribadire le politiche esistenti e ricordiamo che i piani quinquennali sono gli unici strumenti politici attuativi con cui si danno avvio e seguito alle azioni.

Tra queste figurano quelle delineate nei piani quinquennali per costruire una “Cina bellissima”, secondo i concetti più volte espressi dal premier Xi Jinping, come quello della civiltà ecologica in cui gli esseri umani e la natura coesistono in armonia, sviluppando un nuovo tipo di sistema energetico e promuovendo le energie rinnovabili.

  • Nuova capacità: nel corso dell'ultimo anno, la sola nuova potenza eolica e fotovoltaica ha superato i 430 GW.
  • Mix elettrico: le rinnovabili rappresentano circa il 47% della generazione di elettricità, mentre aggiungendo il nucleare si arriva al 60%. Solo nel 2025 sono stati installati altri 315 GW di fotovoltaico.
  • Accumulo (Storage): la capacità di accumulo energetico ha raggiunto i 351 GWh, con una potenza cumulata di 136 GW, in forte crescita a gestire l'intermittenza delle fonti verdi.

Inoltre, sono anche stati previsti dei piani separati, sempre per il periodo 2026-2030, quali ad esempio quelli per il raggiungimento del picco delle emissioni di carbonio: il paese si è infatti impegnato a raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060. Anche se privi di obiettivi di rilievo ci sono però numerosi aspetti significativi, soprattutto per le ricadute in aree politiche chiave, quali quelle legate a gas serra diversi dal CO2, la governance climatica globale mercati del carbonio.  

Contenuti del nuovo piano climatico
Il Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente ha pubblicato il piano a fine luglio, in collaborazione con altri 18 dipartimenti governativi. Tra questi figurano la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, la principale agenzia di pianificazione economica cinese, e l' Amministrazione Nazionale per l'Energia .

Il documento tratta una serie di argomenti, tra cui le emissioni di CO2, altri gas serra, i mercati del carbonio, l'impronta di carbonio, l'adattamento ai cambiamenti climatici e la cooperazione internazionale in materia di cambiamenti climatici. Per la prima volta a livello di piano quinquennale, il piano crea un sistema di obiettivi completo che copre tutti gli ambiti della politica climatica, con una visione d’insieme davvero globale, aspetto questo davvero raro persino in altri paesi occidentali seriamente impegnati nelle azioni di mitigazione e contrasto, come se avessero accolto seriamente le indicazioni emerse al termine della COP30.

Il piano, non a caso, è descritto come il principale strumento politico per promuovere l'azione climatica della Cina nel periodo 2026-2030.

È un evento raro: raramente in passato le politiche pluriennali cinesi sono state così assertive nelle dichiarazioni d’intenti. In passato, nel 2014, ad esempi fu pubblicato un piano in tema ambientale ma non fu seguito da nessun piano quinquennale, il vero strumento attuativo.

La governance climatica della Cina ha raggiunto un livello strategico senza precedenti, e il piano crea un sistema di obiettivi onnicomprensivo a sostegno degli impegni climatici assunti dalla Cina a partire dall’Accordo di Parigi del 2015 e che stabiliscono gli obiettivi per il 2030 e il 2035.

Sono ancora una volta obiettivi ambiziosi: raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e ridurre l'intensità di carbonio – ovvero le emissioni per unità di PIL – di oltre il 65% rispetto ai livelli del 2005. Legare la misura delle emissioni al PIL è inoltre un elemento che aumenta la serietà dell’impegno preso. Appena un anno fa, sempre il solito Xi Jinping ha annunciato personalmente l'impegno della Cina a ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% rispetto ai livelli massimi entro il 2035, promettendo inoltre uno sforzo a fare di meglio. 

Decisamente una nuova fase nella politica climatica cinese anche, lo si ricorda come ulteriore nota di merito, diversi obiettivi e politiche principali contenuti nel documento non fanno altro che ribadire piani già stabiliti.

Tra questi:

  • Riduzione dell'intensità di carbonio del 17% nell'arco di cinque anni
  • Riduzione del 3% dell'intensità di carbonio per prodotto nei settori industriali soggetti al mercato cinese del carbonio
  • Sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili
  • Rafforzare l'adattamento climatico
  • Sostenere la “libera circolazione” delle tecnologie pulite

Azioni nei confronti dei gas serra diversi dal CO2
Il piano entra anche nel dettaglio sull'approccio della Cina ai gas serra diversi dal CO2. Ciò include la riaffermazione di un obiettivo di capacità di riduzione delle emissioni di questi gas entro il 2030.

Nel grafico precedente abbiamo visto le emissioni totali mentre in questo ci si focalizza solo su quelle di CO2; considerando che le circa 3 Gt/anno di altri gas serra rappresentano il 20% del totale, l’impegno preso anche in questa direzione è lodevole.

Un obiettivo, si dichiara, relativamente realizzabile, citando tra le possibili soluzioni l'aumento del numero di progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, con lo sviluppo delle tecnologie cosiddette Gas to Power (ne parlammo qui). Soltanto i progetti che utilizzano metano proveniente dai sistemi di ventilazione o dalle miniere di carbone potrebbero consentire da soli una riduzione significativa entro il 2030. 

Inoltre, le misure mirate al protossido di azoto (N2O) e agli idrofluorocarburi (HFC) di origine industriale potrebbero contribuire a colmare la lacuna necessaria per raggiungere l'obiettivo.

Secondo l’Institute for Global Decarbonization Progress (IGDP) i rapporti biennali presentati dalla Cina all'UNFCCC, descrivono che nel 2021 la Cina ha emesso circa 14.000 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di gas serra (CO2e, un parametro che equipara gli effetti di altri gas serra al biossido di carbonio), escludendo l'uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura. I gas serra diversi dal CO2 rappresentavano circa 2.700 Mt CO2e, ovvero il 19% del totale, la maggior parte dei quali era metano, come mostrato nella figura sottostante.

Analisi di IGDP del primo Rapporto biennale sulla trasparenza
e del quarto Rapporto biennale di aggiornamento della Cina (CarbonBrief).

I piani della Cina per ridurre il tasso di emissione di questi climalteranti oltre che inquinanti generici, nel corso di un quinquennio includono progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, tecnologie di distruzione a valle del ciclo di emissione per gli HFC e linee guida sull'uso di catalizzatori per ridurre le emissioni di N2O.

Il piano prevede anche il recupero e la sostituzione dell'esafluoruro di zolfo (SF6) nelle apparecchiature elettriche.

La governance climatica globale
L’obiettivo, espresso con chiarezza, è che è che la Cina svolga un ruolo più attivo nella governance globale del clima, in un ambito di cooperazione internazionale. Secondo il rapporto, entro il 2030 la Cina dovrebbe incrementare notevolmente influenza, guida, gestione degli eventi e pianificazione delle azioni, oltre che, testualmente «il richiamo morale» in questo ambito. Secondo il rapporto, le azioni della Cina in materia di clima potrebbero anche confluire nella Global Governance Initiative , un'iniziativa politica volta a riformare il sistema di governance globale. La Cina si prefigge inoltre l'obiettivo di «costruire una nuova narrativa sulla governance climatica». Al di là della retorica la disponibilità della Cina a guidare l’azione globale sul clima è quanto meno apprezzabile, e visto i successi ottenuti in casa non ci sono motivi per non fidarsi del loro potere attuativo, così come il mercato tecnologico si fida ormai senza remore delle loro soluzioni tecnologiche, soprattutto in ambito ambientale, che siano motori elettrici o pannelli fotovoltaici.

Un altro punto focale per la cooperazione internazionale è rappresentato dai mercati del carbonio. 

Il piano prevede che la Cina ampli l'influenza globale del suo mercato del carbonio, ad esempio attraverso la definizione di norme internazionali, la cooperazione sugli standard e ospitando la ormai prossima Conferenza cinese sul mercato del carbonio.

Che la Cina abbia già un ruoto attivo nella determinazione del prezzo globale del carbonio è già evidente nel lancio della coalizione aperta sui mercati del carbonio conformi, insieme all'UE e al Brasile. Si prevede che questa coalizione adotterà un piano di lavoro in occasione della Conferenza cinese sul mercato del carbonio, che si terrà a settembre.

La Cina potrebbe diventare il più grande acquirente mondiale di crediti di compensazione delle emissioni di carbonio con il progredire della sua transizione energetica. Ecco spiegato perché la Cina trarrebbe vantaggio dal contribuire a definire le regole globali nell'ambito del quadro normativo previsto dall'articolo 6  dell'Accordo di Parigi. 

Conclusione
Il ruolo della Cina nel contrasto alla crisi climatica è uno dei paradossi più grandi e complessi della geopolitica moderna: da un lato è il principale responsabile delle emissioni globali in termini assoluti, dall'altro è il motore incontestato della transizione energetica mondiale.

Anche se non storicamente abbiamo visto che la Cina produce circa il 30% delle emissioni globali di gas serra. Sebbene le emissioni pro capite restino inferiori a quelle degli Stati Uniti, il suo modello industriale pesante storicamente alimentato a carbone la rende l'attore decisivo: nessuna politica climatica globale può funzionare senza la Cina sia coinvolta: ecco perché le intenzioni del piano quinquennale sono sicuramente da accogliere favorevolmente.

Purtroppo il carbone costituisce ancora la colonna portante per la stabilità della rete elettrica e la sicurezza energetica del paese, coprendo ancora oltre il 50-60% della generazione di corrente, e ciò comporta ancora sia la continuazione dell’esistente che la costruzione e mantenimento di centrali termoelettriche per gestire i picchi di domanda domestica. D’altra parte abbiamo visto che le fonti rinnovabili e il nucleare superano ormai il 47-60% della capacità installata o del mix di potenza nazionale, grazie a un boom record nel fotovoltaico e nell'eolico.

Infine la Cina domina nettamente nella produzione e nell’adozione delle tecnologie green e, a corollario, ha incassato tra il 2020 e il 2025, quasi 1.000 miliardi di dollari per batterie, fotovoltaico e veicoli elettrici. Nel fotovoltaico controlla l’80% della catena di fornitura globale, nel campo delle batterie al litio e nel controllo della raffinazione delle terre rare o dei materiali critici è in dominio assoluto, è il primo mercato al mondo per adozione di veicoli elettrici e leader nelle esportazioni tecnologiche del settore e infine, nelle installazioni aggiunge ogni anno più capacità solare ed eolica di quanti ne installi tutto il resto del mondo.

Gli obiettivi ufficiali ben definiti, ovvero raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, pongono il paese in posizione di leadership: la spinta green non è solo una scelta ecologica o di salute pubblica per ridurre l'inquinamento delle città, ma una strategia industriale e di sicurezza nazionale. Dominare le tecnologie del futuro garantisce indipendenza dai combustibili fossili d'importazione e una posizione di forza nel commercio globale.

Il resto del mondo dovrà farsene una ragione e, per molti aspetti, prendere ad esempio o accettare le linee guida che verranno da questo paese. Soprattutto in questo momento dove la geopolitica scellerata della Russia e degli USA di Trump hanno messo la Cina in una posizione di vantaggio che, anche se immobilista e attendista, non potrà che favorirne sempre di più il ruolo di leadership.


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