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02 maggio 2025

L'immagine della scienza: oltre i luoghi comuni

Premessa
Quale immagine della scienza hanno i filosofi, ammesso che sia così semplice ridurla in questo modo? E noi, che immagine ne abbiamo? Nell’elenco qui sotto riporto tra immagini comuni della scienza, ampiamente condivise da filosofi, scienziati e persone in generale:
  1. Scienza = Teoria + Esperimento
  2. In realtà è tutta fisica
  3. La scienza è deterministica: dice che ciò che accade dopo deriva inesorabilmente da ciò che è accaduto prima
L’ultima affermazione ricorda subito quanto ho affrontato nel mio precedente post, discutendo del libero arbitrio.

La prima immagine è praticamente onnipresente: ogni volta che i giornali riportano nuovi risultati scientifici, è nei manuali di scienze in uso nelle scuole, e non solo, è presente persino negli atti amministrativi che deliberano a seguito di richieste di finanziamento per la ricerca.

La seconda è ampiamente condivisa dai filosofi ed è sostenuta anche da alcuni scienziati, e anche se non sembra far parte dell’immaginario legato alla comune idea di scienza è fuori discussione che la fisica sia ritenuta, ovviamente non solo dai fisici, una sorta di regina della Scienza, con la S.

Infine, con l’eccezione dei tentativi di farci rientrare la meccanica quantistica che dimostra l’esistenza di fenomeni del tutto imprevedibili e al massimo definibili solo in termini probabilistici, la terza faccia parte dell’immaginario popolare della scienza, e dà origine a ogni sorta di domande e dubbi comuni sulla  possibilità concreta del libero arbitrio: estremizzando, i criminali sono davvero responsabili delle loro azioni? Ma, a questo punto, lo sono davvero anche i santi?

La tanto agognata “Teoria del tutto” ci permetterà di prevedere il futuro con certezza? E tanto per iniziare è difficile capire perché si dovrebbe sostenere l’immagine 3 se non si crede nella 2, che viene generalmente considerata il fondamento logico della 3.

Esaminiamole singolarmente.


Scienza = Teoria + Esperimento
La vignetta precedente mostra l’aspetto stereotipato che potrebbero avere gli scienziati, come fossero disegnati da bambini; le rappresentazioni femminili, purtroppo, scarseggiano. L’immagine più comune è quella del tizio al microscopio, gente con provette e, ovviamente, la caricatura di Einstein, tanto che si trovano immagini somiglianti ad Einstein con…una provetta in mano! Cosa che sono sicuro non sarà mai capitata all’originale. Anzi, lui di esperimenti non ne faceva affatto, a parte i suoi famosissimi “esperimenti mentali”. L’immagine comune è quindi: Scienza = Teoria + Esperimento. Visione che è anche quella della gran parte dei filosofi e di una parte consistente di scienziati.

In realtà è tutta fisica(?)
Come abbiamo avuto modo di vedere nel mio post precedente le posizioni sul rapporto tra scienza e libero arbitrio sono tali che un numero sempre più alto di scienziati e filosofi sostiene che il libero arbitrio è un’illusione. E la cosa viene motivata affermando che sono le Leggi, con la L, della fisica, ad escludere, definitivamente e semplicemente, l’esistenza del libero arbitrio. Ne segue una visione un po’ desolante della natura e del posto che occupiamo in essa, ma è perfettamente parallela a un’immagine della scienza profondamente radicata nel pensiero filosofico e che sottende la stessa cupa visione: la piramide delle scienze. Amaramente noto, ancora una volta, l’assenza della geologia e, con buona pace di Popper, la psicologia è invece inclusa.


In questa visione, indipendentemente dal tipo, tutte le scienze usano gli stessi mattoni della fisica, così come tutte ricadono sotto la fisica. Quest’ultima, si usa dire che sia la regina delle scienze. Una volta compresi l’oggetto di studio e il metodo della fisica, diventa immediato (…) capire i complicatissimi moti dei pianeti, la curvatura dello spaziotempo e anche tutto ciò che le altre scienze hanno da insegnare, dalla chimica alla biologia, dalla psicologia alla medicina; ammesso di essere abbastanza intelligenti. Questa è l’immagine che è stata promossa tanto dalla filosofia quanto dal pensiero di molti scienziati. Ernest Rutherford, il grande scienziato sperimentale vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, spesso considerato il padre[1] della fisica nucleare; è famoso per aver osservato che «tutta la scienza o è fisica o è collezionismo di francobolli».

Nel 1908, gli fu assegnato il Nobel…per la chimica! L’avrà preso come una punizione…

Questa storia secondo cui tutto è costruito a partire dai mattoncini della fisica è spesso venduta sotto l’etichetta di “unità della scienza”, tanto che una monografia pubblicata dalla Cambridge University Press intitolata, appunto, The Unity of Science, recita:

«La nozione di unità della scienza è sistematicamente legata alla nozione di riduzione. […] Secondo questa concezione, unità della scienza significa semplicemente che tutto si basa sulla fisica; le altre scienze sono in qualche modo sue derivate.»

Secondo questa concezione, unità della scienza significa semplicemente che tutto si basa sulla fisica; le altre scienze sono in qualche modo sue derivate. Mi viene subito in mente il grande biologo evoluzionista Ernst Mayr e il suo libro, in cui con rigore e logiche inattaccabili, ci parla de L’unicità della biologia!

Determinismo radicale

Le leggi della fisica fissano gli accadimenti in modo deterministico. Quello che succede dopo deriva inesorabilmente da quello che è successo prima, o almeno così si suppone. La fisica governa tutto e le sue leggi sono deterministiche: per ogni input, le leggi della fisica ammettono uno e un solo output. Gli input descrivono ciò che è accaduto nel passato, dunque è ammesso un solo futuro. E dato che “in realtà è tutta fisica”, questo principio si applica a ogni evento che si verifichi in natura. Le proprietà chimiche, il ripiegamento delle proteine, l’aspetto e la consistenza delle cose, persino gli stati psicologici: il loro futuro è fissato una volta per tutte, poiché in ultima analisi è regolato dalle leggi della fisica. Vivremmo quindi in un mondo totalmente governato da leggi, un mondo in cui le cose accadono in maniera meccanica e persino prevedibile, conoscendo e comprendendo queste leggi. È così che funziona il mondo, ed è per questo che i filosofi e gli scienziati giungono alla conclusione che, per quanto si possa pensare il contrario, il libero arbitrio è un’illusione.

Ovviamente, e spero sia noto anche a chi legge, probabilmente sapete già che questa storia del determinismo e della fisica non è del tutto corretta. Prendiamo ad esempio il fenomeno del decadimento radioattivo. Il fatto che un atomo radioattivo decada o meno nell’ora successiva non è scontato: può accadere o meno, non è stabilito dal passato. Tuttavia, non ci sono molte possibilità: si suppone che la probabilità che decadrà sia interamente determinata dagli stati passati, e né noi né nessun altro possiamo influenzare il modo in cui decadrà. Come la vecchia canzone…Que sera, sera (Whatever Will Be, Will Be), volenti o nolenti. Un fatalismo che può fornire il conforto della certezza, ma al prezzo dell’impotenza, fino a mettere in crisi (logica) le fondamenta di molte religioni in cui dio è onnipotente e onnisciente.

Immagini sbagliate
Cosa c’è di sbagliato in queste tre immagini? L’idea di un mondo governato dalle leggi della fisica è ormai talmente radicata che è difficile fare un passo indietro e chiedersi come mai non coincida con il mondo per come lo vediamo e lo viviamo. Naturalmente le cose non sono sempre come sembrano, ma tra il mondo come lo conosciamo – un mondo in cui tutte le scienze che non sono la fisica fanno grandi scoperte e danno vita a straordinarie tecnologie, in cui riusciamo a far accadere le cose e in cui a volte le cose vanno come previsto, ma molto più spesso no – e un mondo perfettamente regolato, dal Big Bang in poi, dalle indiscutibili leggi della fisica e quindi al di fuori del nostro controllo, c’è una bella differenza.

Pensiamo adesso al modo di operare degli scienziati nella realtà: rispetto al canonico processo strutturato teoria > esperimento > conferma (o smentita) è semplicemente molto più disordinato ed eterogeneo. Tale processo consiste nello scoprire le leggi preesistenti, ma non ancora identificate, che governano l’universo. Concepire la scienza in questo modo richiede un’immaginazione inventiva che va ben al di là di ciò che vediamo nella quotidianità, visibile a noi come agli scienziati mentre cercano di capire come funziona il mondo. Se guardiamo a quello che fanno gli scienziati per produrre quei loro meravigliosi prodotti della scienza che tanto ammiriamo (laser, GPS, vaccini, e chi più ne ha…) non sembra che stiano scoprendo delle leggi per poi ricavarne dei risultati. Quello che fanno è molto più simile a quello che si fa quando si gioca con il Meccano: si impara come mettere insieme i pezzi e si costruisce, facendo un sacco di tentativi ed errori. Ma ciò che la scienza produce, e soprattutto perché lo produce, che siano vaccini o stazioni orbitanti, ha poco a che fare con quello che le immagini di cui sopra suggeriscono. L’eterogeneità di punti di vista è grandissimo persino tra i filosofi e tra gli scienziati, gruppi formati da persone diversissime tra loro. Quello che personalmente si può vedere guardando alla scienza non è quello che vedono i filosofi, né forse quello che vede la maggior parte dei filosofi, ma è quello che vedono molti di noi che osservano i dettagli della scienza per come viene praticata.

Non c’è nulla di controverso nelle caratteristiche e nelle pratiche: nessuno nega il loro ruolo nella prassi scientifica. Queste tre immagini così popolari astraggono da questi dettagli e, naturalmente, qualsiasi immagine della scienza che non sia un esatto duplicato deve farlo. Lo scopo di astrazioni come queste non è quello di fornire un riassunto accurato dei dettagli, ma di sostituire queste immagini perché queste fanno l’opposto, ovvero nascondono ciò che rende la scienza così efficace.

Se si osserva la scienza e il suo modo di procedere, si possono vedere gli apporti di tantissime discipline, sotto-discipline e sotto-sotto-discipline, un miscuglio di pezzi finemente lavorati e brillantemente assemblati in modi diversi per produrre la miriade di risultati meravigliosi che essa ci offre, dalla comprensione alla tecnologia, e che proietta dietro di sé un mondo ricco di diversità, di sfumature e in cui molto è ancora possibile. Un’immagine della natura in cui c’è spazio per la realtà della contingenza e per il nostro potere di cambiamento.

1. Teoria + Esperimento non fanno una scienza - Non si tratta solo di teoria ed esperimenti. Tutti i prodotti della scienza giocano un ruolo fondamentale nel conseguimento dei suoi successi: modelli, misure, procedure e strumenti; sviluppo e convalida dei concetti; raccolta, analisi e cura dei dati; studi non sperimentali; tecniche statistiche; metodi di approssimazione; casi di studio; narrazioni e così via. E il loro complesso intreccio è altrettanto importante.

2. La regina giù dal trono - Sappiamo tutti, tranne forse i fisici, che in realtà è tutto fisica non è assolutamente vero. Tra l’altro, l’idea che tutto derivi dagli elementi costitutivi della regina delle scienze smentisce in linea di principio la varietà e la diversità sia della scienza sia della natura, e può portarci su strade di ricerca sbagliate. Per quanto riguarda l’unità, ci sono molti altri modi per raggiungerla che non siano quello di costruire tutto con i mattoni della fisica.

3. Una natura più negoziabile - Non è in alcun modo certo che i principi cui la scienza ricorre per produrre le sue meraviglie rappresentino delle leggi di natura che governano con mano ferrea. Spesso siamo noi a creare le circostanze giuste dove nulla interviene a sconvolgere le condizioni iniziali, così che ciò che accade al loro interno sia fisso e prevedibile, mi riferisco per esempio ai modelli, di cui ho scritto tempo fa: «sia data una mucca...» disse il professore tracciando un cerchio alla lavagna...Come ebbe a dire lo statistico George Box «tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili». A volte tali circostanze si verificano anche in natura, e allora quello che accade è davvero fisso e prevedibile, ma nella vita non funziona quasi mai così, ed è sbagliato pensare che la realtà sia come uno strano e gigantesco orologio, che sia tale (c’è chi usa termini come creata, progettata, personalmente mi dissocio da immagini teleologiche) per dare un senso a quegli insiemi così precisi e rigorosi che osserviamo, o per farci capire perché a volte sia possibile trovarli o costruirli. Salvo inoltre cercare applicare leggi rigorose alla più controintuitiva delle discipline scientifiche, la meccanica quantistica, o comprendere davvero la teoria darwiniana dell’evoluzione e dei suoi sviluppi, altrettanto controintuitiva nella sua essenza.

Per dirla con le parole di Nancy Cartwright, a cui di recente ho dedicato la recensione del suo ultimo libro, «…vedo una scienza che naviga, con sforzo e dedizione, tra la Cariddi di un’arroganza che presuppone che i nostri successi scientifici siano dovuti al fatto di aver strappato eroicamente alla natura i suoi segreti, e la Scilla della diffidenza, che ci spinge a dire che non sappiamo nulla e che dovremmo procedere sempre e solo con estrema cautela.»

Ciò non significa affatto che la scienza non sia un’impresa razionale, non più di quanto la filosofia non sia un’impresa razionale.  Ciò che comporta, tuttavia, è che il confine tra scienza e filosofia è molto meno netto di quanto comunemente si supponga. Gran parte di ciò che oggi si presume sia scientifico – il rifiuto di approvare spiegazioni irriducibilmente teleologiche, la distinzione di qualità primaria/secondaria, e così via – sono in realtà solo ipotesi filosofiche controverse mascherate da risultati empirici.  E non è possibile fare scienza senza fare ipotesi filosofiche di qualche tipo, che sono destinate ad essere controverse.

Nel film “L’esercito delle 12 scimmie” si dice «la scienza non è una scienza esatta» e, se dovessimo limitarci al modo di procedere del metodo scientifico, di dubbio in dubbio, potremmo anche concordare.  Ma a dire il vero, c’è un’esattezza nei suoi aspetti puramente matematici, ma questo è dato dal fatto che le rappresentazioni matematiche semplicemente lasciano fuori tutti gli aspetti della realtà che non si adattano a quella esatta modalità di rappresentazione – e non è poca roba.  «Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» fa dire Shakespeare ad Amleto, ma non è solo quel che gli scienziati sognano, ma ci sono anche più cose nella scienza stessa di quanto essi sognino, fino a quelle cose note incognite, quelle che non sappiamo di non sapere. Argomento questo, parzialmente accennato in un precedente post dedicato all’interessantissimo concetto della serendipità, stupendamente trattato da Telmo Pievani in un suo libro dal titolo omonimo, e più recentemente ripreso a proposito della comunicazione della scienza.

Molte istituzioni scientifiche potrebbero migliorare adottando un approccio più umile e impegnandosi a comprendere meglio le proprie culture, norme e pratiche. Questo include le università, i laboratori di ricerca, l'industria scientifica e gli enti finanziatori. È importante iniziare da una comunicazione della scienza più efficace.

Un’eccessiva sicurezza può bloccare la ricerca di nuovi metodi e teorie, con conseguenze potenzialmente deplorevoli. Con un’eccessiva diffidenza invece, le pratiche che hanno molto da offrire sprecheranno il loro talento; applicata ai metodi, alle pratiche e ai risultati della scienza può farci arrivare a negare verità spiacevoli ma scientificamente fondate, cosa che accade per esempio per il cambiamento climatico, negato non solo dagli scettici radicali a cui nulla serve per far cambiare loro idea, ma anche  da parte di persone che hanno gli strumenti cognitivi per accettarlo in tutta la sua evidenza comprovata da decenni di ricerca. Tutto ciò può impedirci di ricorrere alla scienza per migliorare le cose. Di pseudoscienza e antiscienza ne ho scritto qui.

L’arroganza è purtroppo alimentata da un’immagine diffusa della scienza e del suo mondo che andrebbe respinta: quella che dipinge la scienza come la scoperta dei segreti più profondi della natura, la messa in evidenza della grandezza di queste scoperte, teorie grandiose ed esperimenti brillanti, realizzati da uomini di grande genio, intuizione e finezza.

Ma la scienza opera in maniera diversa: produce risultati affidabili non scoprendo i segreti più profondi della natura, ma imparando, faticosamente, a produrre quei risultati in modo affidabile. Ogni prodotto della scienza – che si tratti di una tecnologia, di una teoria fisica, di un modello economico o di un metodo di ricerca sul campo – dipende da un enorme groviglio di attività diverse che lo comprendono e lo supportano. Non esiste una gerarchia in termini di importanza. Tutte queste attività, lavorando insieme, sono importanti. Ogni lavoro è degno del suo impiego: così come ogni pezzo del Meccano concorre all’insieme.

Laddove molti vedono, o desiderano vedere, omogeneità semplicità, andrebbe invece visto un mondo scientifico variegato, fatto di una miriade di pezzi diversi e particolari, realizzati con cura, ognuno con un ruolo da svolgere in una circostanza o nell’altra, un mondo dove nessun pezzo può funzionare senza un’abile cooperazione di una miriade di altri. A maggior ragione nell’attuale mondo iperconnesso.

Nessuna immagine, né quella di chiunque, né quelle più standard, né del mondo, e tanto meno della scienza che lo studia, è imposta dalle prove scientifiche. Forse alla fine la nostra migliore scienza sarà costituita principalmente da teoria ed esperimento, e tutto si ridurrà alla fisica e alle neuroscienze. Ma per ora quello che abbiamo per le mani in ambito scientifico, per aiutarci a capire e a cambiare il mondo, è un vasto e variegato set di Meccano. Ed è doveroso impegnarsi affinché ognuno di essi sia all’altezza del lavoro richiesto.

Nemmeno la fisica è tutta fisica
Partiamo da un altro luogo comune: quello che sostiene che la chimica è tutta fisica.

Non molto tempo dopo la nascita della meccanica quantistica, uno dei suoi padri fondatori, Paul Dirac, nel 1929 ebbe a dire qualcosa che rese legge standard il rapporto tra chimica e fisica:

«Le leggi fisiche di base necessarie per la teoria matematica di gran parte della fisica e di tutta la chimica sono completamente note. La difficoltà risiede nel fatto che l’applicazione esatta di queste leggi porta a equazioni troppo complicate per essere risolvibili.»

A parte la presunzione insita in quel completamente Dirac sosteneva l’affermazione, divenuta di uso comune, secondo cui la chimica può essere ridotta alla fisica, nonostante sia priva di buoni argomenti. Affermazione che è stata ancora recentemente contestata dai filosofi della chimica.

In tempi recenti si sono avute persino posizioni estremamente radicali che affermano che la vita stessa sia tutta fisica, con l’evoluzione vista come un processo fisico fondamentale, posizione sostenuta persino da un biologo di fama internazionale come Carl Woese, colui che definì l’esistenza del dominio degli Archaea e la teoria del “mondo a RNA” che ho trattato qui.

E che dire dei riduzionisti estremi di estrazione chimica? Questi pongono la loro disciplina al centro delle altre proprio perché in grado di connettere le scienze “fisiche”, che si occupano della materia non vivente, alle scienze “della vita”, a quelle farmaceutiche, mediche e via discorrendo.

Ho trovato un post molto interessante che approfondisce la cosa con argomentazioni condivisibili.

Nella figura a lato l’ordinamento delle scienze secondo Balaban & Klein

In generale esistono due approcci antiriduzionistici alla chimica. Il primo approccio nega del tutto che la chimica possa essere ridotta alla meccanica quantistica o a qualsiasi altra branca della fisica. Questo perché la chimica è una scienza che studia la trasformazione della materia, ha quindi le proprie caratteristiche classificatorie e metodologiche che la rendono irriducibile alla fisica. Il secondo approccio non nega del tutto la riduzione; al contrario, considera la questione della riduzione della chimica alla fisica come una questione empirica che non dev’essere né affermata né negata dogmaticamente, bensì determinata nella pratica. Riguardo questo secondo approccio, molti filosofi della chimica sostengono, contrariamente alla credenza popolare, che il successo della fisica quantistica nello spiegare certi fenomeni chimici non offra validi motivi per la riduzione della chimica alla fisica.

Se è vera l’affermazione riduzionista secondo cui l’intera chimica è riducibile alla fisica, allora questo presuppone che esistano confini netti tra le due discipline. Non è un dettaglio perché, se stiamo sostenendo che un certo fenomeno che appartiene propriamente alla chimica è spiegato dalla fisica, e quindi, in quanto, tale è riducibile alla fisica, allora dobbiamo essere sicuri che tale fenomeno appartenga inizialmente alla chimica e non alla fisica. Ma una rapida occhiata alla storia della scienza rivela che i confini tra queste due discipline sono sempre stati molto sfumati.

Quando pensiamo alla riduzione della chimica alla fisica, sembriamo erroneamente assumere che la fisica stessa sia una scienza al suo interno organica e unita. Ma non è così. Pochi rami della fisica si riducono alla fisica fondamentale, e se la fisica non è riuscita a raggiungere il primato all’interno del suo stesso dominio, perché dovremmo pensare che potrebbe raggiungerlo in altri ambiti?

Persino in chimica quantistica, che può essere descritta a grandi linee come la branca della scienza che utilizza la meccanica quantistica per rispondere a domande di tipo chimico, la riduzione della chimica alla meccanica quantistica si compie attraverso l’uso che fa la meccanica quantistica dell’equazione di Schrödinger per descrivere le proprietà chimiche di atomi e molecole. Affinché la riduzione abbia luogo, dovremmo riuscire a ricavare le proprietà di atomi e molecole dall’equazione di Schrödinger che ne descrive le proprietà. Insomma, le approssimazioni che contribuiscono alla riduzione violano la stessa teoria a cui la chimica dovrebbe essere ridotta e, non ultimo, le equazioni non spiegano ad esempio il comportamento metallico o quello gassoso di atomi o molecole.

Ma torniamo adesso al titolo del paragrafo. In primo luogo, la fisica stessa è un miscuglio di teorie e pratiche diverse, e le sue numerose branche non si riducono alla fisica fondamentale. In secondo luogo, nemmeno quelle che sono considerate le teorie fondamentali della fisica sono unificate tra
loro. In terzo luogo, per produrre tecnologia, spiegazioni o previsioni su aspetti concreti del mondo reale che siano basate sulle sue leggi, la fisica deve collaborare con molte altre fonti di conoscenza. La fisica della materia condensata ad esempio, la branca della fisica che studia le proprietà microscopiche della materia, occupandosi in particolare delle fasi condensate, caratterizzate da un gran numero di costituenti del sistema e dalle loro interazioni - condensato, solido, liquido, superfluido, superconduttori ecc. – si svolge in un ambito si sovrappone alla chimica, alla scienza dei materiali, alla mineralogia, alla biologia molecolare e via dicendo è chiaro se ci sarà mai un corpus fondamentale di leggi in grado di catturare tutta la fisica della materia condensata. 

Se si pensa ad esempio a due delle più importanti teorie fisiche fondamentali, di grande successo, la meccanica quantistica e la relatività generale, esse sono incompatibili. L’incompatibilità deriva dal fatto che nella relatività generale la massa e l’energia sono trattate secondo le leggi della fisica classica, nel senso che quantità fisiche come le forze e le direzioni dei vari campi e le posizioni e le velocità delle particelle hanno un valore definito. Si dà il caso però che le nostre teorie fondamentali della materia e dell’energia siano tutte teorie quantistiche che includono il principio di indeterminazione di Heisenberg, che nega che tali grandezze abbiano valori definiti e che quindi rifiuta del tutto il quadro teorico classico offerto da molte teorie fisiche che usiamo ogni giorno con ottimi risultati, tra cui la teoria della relatività generale.

Se pur vero che i fisici da lungo tempo stanno cercando di risolvere questa incompatibilità con una teoria della gravità quantistica è altrettanto vero che si tratta ancora di un cantiere aperto; ne esiste più di una versione e tutte sono ben lungi dall’avere prove empiriche convincenti. Ciò ovviamente non significa che l’unificazione non sia possibile, ma anche se alla fine sarà raggiunto un risultato, positivo in tal senso, o negativo che sia allo stato attuale non ha senso affermare che la fisica sia un tutt’uno omogeneo. 

Fortunatamente la fisica non ha bisogno di questa fantomatica unità per mostrare di cosa è capace. A titolo di esempio si pensi al GPS, utilizzabile oggigiorno con qualsiasi smartphone: un’invenzione emersa da teorie diverse e a tratti incompatibili tra loro, come la meccanica newtoniana (per i satelliti), la meccanica quantistica (per l’orologio atomico) e le teorie della relatività speciale e generale (per correggere gli orologi atomici). Un risultato grandioso, ottenuto grazie, e non malgrado, alla disomogeneità di queste teorie. 

Infine, nella scienza reale, che studia sistemi reali nel mondo reale, la fisica deve collaborare con un insieme eterogeneo di altri ambiti del sapere (dalle altre discipline scientifiche all’ingegneria, dall’economia alla normalissima vita pratica) per produrre previsioni e spiegazioni anche dei suoi aspetti più puri. In altre parole le rigorose leggi della fisica, o di qualsiasi altro ambito, persino quello socioeconomico, non descrivono la «piena realtà empirica», il mondo in cui viviamo e che è, alla fine, l’unica realtà esistente. Piuttosto, ciò che descrivono sono relazioni esatte esistenti in una sorta di paradiso platonico – ricordate la metafora della caverna di Platone? – tra tipi chiari e ben definiti.

Non solo in fisica, non solo fisica
E la realtà modifica le condizioni dovendo venire a patti con molti altri aspetti anche nelle scienze economiche. Nell’economia classica la figura idealizzata dell’essere perfettamente razionale, o almeno capace di comportarsi in modo totalmente razionale, è stata presa a modello del comportamento umano relativamente alle scelte economiche. Lo chiamarono Homo oeconomicus, che prende le decisioni facendo un’analisi completa della situazione, di tutte le possibili alternative e delle loro conseguenze. Figura inesistente nella pratica ma nella quale ancora oggi molti economisti credono. Per fortuna, contrariamente ai primi, si è andato creando un gruppo di economisti che, a partire dagli anni Settanta del XX secolo, hanno iniziato a prendere nota di comportamenti, quasi generalizzati, diversi da quelli previsti dalla teoria economica classica: comportamenti anomali, non spiegabili fino a quando psicologi sperimentali ed economisti non si incontrarono facendo nascere la cosiddetta Economia Comportamentale. Che conta già qualche Nobel.

Divenne così sempre più evidente l’importanza degli aspetti psicologici nella previsione dei comportamenti economici delle persone nella vita reale. Per fare una analogia tra la teoria economica neoclassica e la fisica (…), si può affermare che per iniziare a capire i fenomeni fisici va bene immaginare che i movimenti avvengano nel vuoto e senza attriti, ma se si vuole mandare in orbita un razzo è bene tener conto dell’esistenza dell’atmosfera. Fuor di metafora si può studiare l’economia con il modello dell’homo oeconomicus per capirne alcune regole fondamentali, ma se si vogliono fare previsioni realistiche è bene tener conto dei comportamenti umani reali, laddove vivono scelte empiriche e molto meno teoriche, da considerare caso per caso.


In pratica
Sarebbe interessante approfondire la cosa parlando dell’esperimento “Gravity Probe B (GP-B)”, quarantaquattro anni di lavoro in cui, nonostante si sia affermato che tutto è fisica, sono stati coinvolti dozzine di altri elementi dalle discipline scientifiche e tecnologiche più disparate: rimando al video per chi volesse avere maggiori informazioni.

L’affermazione fatta dal team, che cioè sarebbero stati in grado di garantire che nulla di quello che non può essere modellato in un’equazione della fisica possa agire sullo spin del giroscopio, come poteva essere sostenuta e difesa senza coinvolgere vari altri modelli che impiegano molte caratteristiche non studiate dalla fisica? Per esempio: modelli di come i giroscopi sono stati perfezionati in modo da poter essere rappresentati adeguatamente in altri modelli come quasi perfettamente omogenei, e modelli
per dimostrare che la misurazione stessa non crea un momento meccanico in grado di influire sulla rotazione del giroscopio. Ma ingegneria, chimica e fisica non bastano. Anche l’economia e la psicologia sociale giocano un ruolo essenziale, e senza di esse non si possono fare previsioni. Lo stesso vale per la scienza manageriale: come realizzare, soprattutto oggi, qualsiasi percorso di ricerca, che preveda attrezzature e sperimentazione, senza una qualche forma di program management? Spesso si tende a ignorare l’importanza di queste discipline nella previsione dei risultati della fisica.

L’atteggiamento è quello che pur ammettendo che ciò che accade dipende da cose che vengono studiate dalle scienze economiche e gestionali, ma dopo tutto si tratta soltanto di dettagli pratici. Se solo si potessero togliere di mezzo, tutto ciò che conterebbe davvero in linea di principio sarebbe solo Fisica, con la F. Progettare un esperimento con una tale precisione da poter supporre che ogni fattore che può influenzare il risultato, ma che non può essere rappresentato nelle equazioni della fisica è stato eliminato è quanto meno inusuale ma tutti i fattori secondari che fanno scomparire quelle fastidiose possibili cause di interferenza sono essenziali. Come essenziale è la scienza secondaria, che ci aiuta a dare la giusta collocazione a queste cause. È evidente che, se si ha di fronte uno di quei rari e astratti sistemi ingegnerizzati con estrema precisione, di cui sia possibile creare un modello perfetto con equazioni della fisica, allora la previsione dei risultati è in realtà tutta fisica. Ma questa ovvietà non porta certo a concludere che “in realtà è tutta fisica”.

All’interno della complessità ciascuna scienza è fondamentale per tutte quelle a lei correlate, e non può essere altrimenti. Tuttalpiù possono esserci scienziati centrali, quelli che con le loro scoperte riescono a stimolare benefici anche per le discipline adiacenti. 

Volendo quantificare quel che accade ormai in qualsiasi ambito di ricerca, prendiamo ad esempio ancora l’esperimento GP-B. I volumi che descrivevano il progetto dell’esperimento occupavano sugli scaffali circa quaranta metri, e solo una piccola parte delle conoscenze che racchiudevano era fisica vera e propria. 

Cercare la riduzione, che sia radicale o più morbida, indipendentemente dai principi filosofici che la negano, indipendentemente dalle proprietà emergenti, non porta da nessuna parte e, come si è scritto, isolarsi nelle proprie aree in competizione, non favorisce il progresso scientifico. Si perde la necessaria visione d’insieme. Così come quando sentiamo dire di tizio o caio che sono i padri di questa o quella disciplina si scopre sempre che magari a due passi il padre di quella stessa materia è un altro. Persino nei casi in cui va riconosciuta l’unicità o la genialità (che so, Galileo, Einstein…) c’era dibattito, condivisione, confronto, e qualcuno che stava per concludere le stesse cose su qualcosa.

I vari padri da soli difficilmente possono partorire alcunché. E giocando con la metafora delle madri, le uniche che partoriscono davvero, nella scienza nessuno ne ha mai parlato, nemmeno quando sarebbe stato facile.

Ogni singola scienza è un delicato e prezioso ingranaggio al servizio dell’uomo e della sua evoluzione culturale, e la condivisione delle informazioni dovrebbe essere la vera energia che genera progresso, ma anche un potente talismano che serve a mantenere la cattiva scienza (mi viene subito in mente la vicenda Lysenko e la fine tragica di Vavilov) confinata nel rango che le spetta, cioè quell’esclusivo appannaggio di irriducibili masse di stolti e ingenui.

Ovviamente senza dimenticare che i fisici, per loro natura, possono essere «talvolta in errore ma mai nel dubbio»! 

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Nota
: nel luglio 2024 ho pubblicato tre post dedicati alla descrizione ed alla confutazione di altrettanti luoghi comuni sulla scienza.
Liberamente ispirato al libro di Nancy Cartwright, “La scienza vista da una filosofa”, Codice Edizioni, 2025


[1] Su questo concetto di paternità (ma mai maternità!) è interessante leggere sia la recensione che, ovviamente, il bel libro di Silvia Bencivelli “Eroica, folle e visionaria. Storie di medicina spericolata”



14 aprile 2025

Esiste davvero il libero arbitrio?

Il libero arbitrio è un concetto filosofico e teologico che afferma la capacità umana di fare scelte autonome, senza essere determinati da forze esterne o interne. In sostanza, l'idea è che le persone abbiano il potere di decidere gli scopi del proprio agire e pensare, scegliendo tra diverse alternative disponibili.”

Introduzione
Dalla pur scarna definizione data qui sopra emerge che quello del libero arbitrio è un tema centrale nella filosofia e nella teologia, con implicazioni che riguardano la responsabilità morale, la natura dell'umanità e il ruolo della divinità.

La difficoltà nello spiegare l'enigma del libero arbitrio a chi non ha familiarità con l'argomento, non è che sia complesso o oscuro. È che l'esperienza di possedere il libero arbitrio, la sensazione di essere gli autori delle nostre scelte, è così profondamente basilare per l'esistenza di tutti, che può essere difficile ottenere il grado di distacco sufficiente per effettuare un’analisi obiettiva. Coinvolgendo aspetti della nostra vita estremamente delicati, che lo crediate o meno, ci sono filosofi e pensatori che hanno ricevuto minacce, anche di morte, a causa delle loro argomentazioni su questo tema, così come su altri temi legati alla condizione umana, accusati di fare filosofia da poltrona, completamente distaccata dagli intrecci emotivi della vita reale. In un certo qual modo la maggioranza dei filosofi nega che gli esseri umani possiedano davvero il libero arbitrio. Vedremo che c’è chi lo nega del tutto e chi lo nega ma aggiunge che è come se esistesse. Questa maggioranza sostiene comunque che le nostre scelte sono determinate da forze al di là del nostro controllo finale, forse persino predeterminate fin dalla nascita dell’Universo, e che quindi nessuno è mai completamente responsabile delle proprie azioni, né i criminali ma nemmeno i santi! Da qui alle minacce il passo è breve.

Supponiamo che un pomeriggio ti ritrovi moderatamente affamato, quindi ti dirigi verso la fruttiera in cucina, dove vedi una mela e una banana e, capita, tra queste scegli la banana. Sembra assolutamente ovvio che eri libero di scegliere la mela, o nessuna delle due, o entrambe. Questo è il libero arbitrio spiegato facile: se riavvolgessi il nastro della storia del mondo, all'istante appena prima di prendere la tua decisione, con tutto nell'Universo esattamente uguale, saresti stato in grado di prenderne una diversa.

Niente potrebbe essere più ovvio. Eppure, secondo un crescente coro di filosofi e scienziati, che hanno una serie di ragioni diverse a sostegno della loro opinione, non può essere nemmeno possibile che sia così: questo tipo di libero arbitrio, semplicemente e decisamente, è escluso dalle leggi della fisica, afferma un filosofo e biologo evoluzionista, uno degli scettici più agguerriti. E già che di biologia evoluzionistica si parla, ricordo come il grande Stephen Jay Gould, scritto altre volte su queste pagine, affermava che, se potessimo riavvolgere da capo il nastro della storia dell’evoluzione della vita su questo pianeta, dopo ogni ripartenza avremmo percorsi e finali completamente diversi ogni volta.

Il consenso a idee come questa viene anche da molti psicologi di spicco, da scienziati del calibro del defunto Stephen Hawking, insieme a numerosi neuroscienziati di fama internazionale, che ritengono il libero arbitrio «un concetto intrinsecamente imperfetto e incoerente». Secondo altri inoltre il libero arbitrio è un mito anacronistico, utile forse in passato, un modo per motivare le persone a combattere contro i tiranni o le ideologie oppressive, ma reso obsoleto dal potere della moderna scienza derivata dal mondo dei cosiddetti big data che appare conoscerci molto meglio di quanto conosciamo noi stessi, e quindi in grado di prevedere e manipolare le nostre scelte.

Argomenti

Le argomentazioni contro il libero arbitrio risalgono a millenni fa, ma l'ultima rinascita dello scetticismo è stata guidata soprattutto dai progressi della neuroscienza degli ultimi decenni. Grazie soprattutto alle nuove tecnologie degli strumenti di analisi è possibile osservare, con le cosiddette neuroimmagini, l'attività fisica del cervello associata alle nostre decisioni, che nascono come elementi meccanici dell'Universo materiale, in cui il libero arbitrio non gioca alcun ruolo. Dagli anni '80 in poi, varie scoperte neuroscientifiche specifiche hanno offerto indizi inquietanti sul fatto che le nostre cosiddette libere scelte hanno in realtà origine nel nostro cervello diversi millisecondi, quando non addirittura decimi di secondo, prima che ci rendiamo conto di pensarci. Le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che le azioni che consideriamo volontarie nascono in zone specifiche del nostro cervello prima che ne prendiamo coscienza: detto in altre parole il nostro cervello ci fa credere d’aver coscientemente eseguito una scelta. Scrive Arnaldo Benini, neuroscienziato di fama, nel suo “Neurobiologia della volontà”: «Il dilemma dell’arbitrio, per sua natura, non è né filosofico né religioso. È scientifico.»

La convinzione dualista, che separa appunto la mente dal cervello, distinguendo aree immateriali da elementi materiali, è talmente radicata e tenacemente diffusa, persino negli atei, da porre il problema della sua origine evolutiva, che potrebbe essere analoga a quella delle religioni, cioè della credenza nell’aldilà e della sopravvivenza dopo la morte.

L’uomo s’illude di decidere, mentre in realtà non fa ciò che vuole, ma vuole ciò che fa e le neuroscienze cognitive, con gli studi su coscienza e autocoscienza, hanno dimostrato con numerosi esperimenti che prima di ogni azione, meccanica o mentale, le aree cerebrali specifiche di quella attività sono attive prima che si sia coscienti di quel che succederà. Nel momento in cui le aree dell’autocoscienza nei lobi prefrontali ricevono l’informazione di ciò che le aree specifiche hanno deciso di fare, si diventa non solo consapevoli di quel che il cervello ha disposto, ma anche sicuri che la nostra volontà abbia compiuto quella scelta in modo totalmente libero dai meccanismi fisico-chimici delle aree del cervello. E ciò è un’illusione, perché noi siamo ciò che il cervello ci fa essere e niente di più. Inquietante vero?

Pericolo sociale

Nonostante le critiche secondo cui tutto questo è, appunto, solo filosofia da poltrona, la verità è che la posta in gioco difficilmente potrebbe essere più alta. Se si dimostrasse che il libero arbitrio non esiste, e se dovessimo davvero accettare il fatto, ciò scatenerebbe una guerra culturale molto più bellicosa di quella che è stata combattuta sul tema dell'evoluzione. Ci troveremmo di fronte a dilemmi in cui saremmo probabilmente costretti a concludere che è irragionevole lodare o biasimare qualcuno per le sue azioni, dal momento che non è veramente responsabile della decisione di compierle; o provare sensi di colpa per le proprie malefatte, orgoglio per i propri successi o gratitudine per la gentilezza altrui. E potremmo arrivare a pensare che sia moralmente ingiustificabile infliggere punizioni punitive ai criminali, dal momento che non hanno una scelta ultima in merito alle loro malefatte! Alcuni temono che ciò possa corrodere fatalmente tutte le relazioni umane, poiché l’empatia, l'amore romantico, l'amicizia e la civiltà del vicinato dipendono tutti dal presupposto della scelta: qualsiasi gesto amorevole o rispettoso deve essere volontario perché conti. Un dibattito aperto su un baratro. E si inizia a capire come persone già psicologicamente vulnerabili possano essere spinte a crollare non prima di aver minacciato, anche di morte, coloro i quali sostengono queste posizioni, ancorché esclusivamente filosofiche.

Un paio di esempi dalla vita reale possono aiutare a capire. Avete presente quelle sentenze che hanno in un certo qual modo assolto, o a cui fu fortemente ridotta la pena, quei genitori che hanno dimenticato i loro figli in macchina condannandoli spesso a morte? Le motivazioni di queste decisioni giuridiche stanno nelle condizioni, dimostrate scientificamente, di una tremenda coincidenza di eventi nervosi casuali che hanno portato i meccanismi del cervello a determinare, assieme alla perdita del senso del tempo, una volontà sulla quale la coscienza non può nulla perché anch’essa è il prodotto di un meccanismo nervoso che, in quel frangente, non è in grado di agire. Decisioni e azioni volute senza i meccanismi della coscienza e della memoria: conferma tragica che la volontà è un evento rigorosamente naturale. Non a caso il tema dei dispositivi anti-abbandono è diventato importantissimo tanto da averne voluto l'obbligo di legge.

La volontà può essere incosciente anche per altre ragioni, per ignoranza ad esempio. Come l’irremovibile volontà di quei genitori a cui la figlia di 19 anni si ammalò di leucemia e rifiutarono di seguire le indicazioni mediche che avrebbero potuto salvarla, affidandosi ad un ciarlatano. Aberrazioni analoghe della volontà furono (e in parte lo sono ancora!) la cura Di Bella, i trattamenti antitumorali fai-da-te e gli esorcismi contro il demonio.

Infine, tragica conferma di come la corteccia cerebrale sensoria possa determinare la volontà, che più irrazionale e autolesionista non potrebbe essere è la xenomelia. Ne ho scritto tempo fa.

Ancora più inquietante il fatto che molti filosofi che curano podcast o pagine dedicate al libero arbitrio, hanno inserito clausole di esclusione di responsabilità, esortando coloro che trovano l'argomento emotivamente angosciante a lasciar perdere. Al punto che un professore di filosofia all'Università di Haifa in Israele, che ritiene che la nozione popolare di libero arbitrio sia un errore, ha scritto che se uno studente laureato incline alla depressione cercasse di studiare l'argomento con lui,  questi cercherebbe di dissuaderlo. Si può essere naturalmente ottimisti, felici con facilità, tuttavia il problema del libero arbitrio è davvero deprimente se lo si prende sul serio.

Tanto da aver bisogno di una sorta di illusionismo, che nasce dall'idea che, sebbene il libero arbitrio come convenzionalmente definito sia irreale, è fondamentale che le persone continuino a credere il contrario. Insomma, anche un post come questo potrebbe essere attivamente pericoloso. Per chiunque sia moralmente ed emotivamente coinvolto, è davvero deprimente e distruttivo perché minaccia davvero il nostro senso di sé, il nostro senso di valore personale.

“Infine, se ogni moto è sempre legato ad altri, e quello nuovo sorge dal moto precedente in ordine certo…donde ha origine sulla Terra per i viventi questo libero arbitrio, donde proviene…codesta volontà…in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida…quando decide la mente?” (Lucrezio, De Rerum Natura)

Soltanto gelida logica?

La logica, una volta intravista, sembra freddamente inesorabile. Iniziamo con quella che sembra una verità ovvia: tutto ciò che accade nel mondo, in assoluto, deve essere stato completamente causato da cose accadute prima di esso. E quelle cose devono essere state causate da cose accadute prima di loro, e così via, all'indietro fino all'alba dei tempi: causa dopo causa dopo causa, tutte seguendo le prevedibili leggi della natura, anche se non abbiamo ancora capito tutte quelle leggi. In un contesto quale quelli puramente fisici del ciclo delle rocce, dei fiumi, o nei meccanismi di un motore a combustione interna, tutto ciò è comprensibile. Ma questo procedere con una cosa tira l'altra, vale anche nel mondo delle decisioni e delle intenzioni. Le nostre decisioni e intenzioni coinvolgono l'attività neurale, e perché un neurone dovrebbe essere esente dalle leggi della fisica più di una roccia?

Tornando all’esempio della scelta del tipo di frutto, in primo luogo ci sono ragioni fisiologiche per cui ti senti affamato, e ci sono cause - nei tuoi geni, nella tua educazione o nel tuo ambiente attuale - per cui hai scelto di soddisfare la tua fame con la frutta, piuttosto che con dei biscotti. E la tua preferenza per la banana rispetto alla mela, al momento della presunta scelta, deve essere stata causata da ciò che è successo prima, presumibilmente incluso i neuroni che si attivano nel tuo cervello, che è stato a sua volta causato - e così via in una catena ininterrotta fino alla tua nascita, all'incontro dei tuoi genitori, alle loro nascite e, infine, alla nascita del cosmo.

Ma se tutto ciò è vero, non c'è semplicemente spazio per il tipo di libero arbitrio immaginiamo di avere quando vediamo la mela e la banana e ci si chiede quale sceglieremo. Se fossimo in grado di avere ciò che chiamano libero arbitrio contro-causale - così che, se riavvolgessi il nastro della storia fino al momento della scelta, per esercitare una scelta diversa – dovremmo uscire fuori dalla realtà fisica. Ho letto da qualche parte che le macchine del tempo, concettualmente immaginabili facilmente, hanno un grosso difetto: funzionerebbero solo dal momento in cui sono costruite in poi.

Per fare una scelta che non fosse semplicemente il prossimo anello nella catena ininterrotta delle cause, dovremmo essere in grado di distinguerci dall'intera cosa, una presenza spettrale separata dal mondo materiale ma misteriosamente ancora in grado di influenzarlo.

Ma ovviamente non è possibile effettivamente arrivare in quel presunto posto che è esterno all'Universo, separato da tutti gli atomi che lo compongono e dalle leggi che li governano. Siamo solo alcuni degli atomi che lo compongono, governati dalle stesse leggi prevedibili di tutti gli altri. Solo?

A clockwork…Universe

Il matematico francese Pierre-Simon Laplace, nel 1814 esprimeva sinteticamente l’enigma: come può esserci libero arbitrio, in un Universo in cui gli eventi vanno avanti come un orologio? Il suo esperimento mentale, noto come il demone di Laplace, e la sua argomentazione, erano i seguenti: se un ipotetico essere ultra-intelligente, o demone, potesse in qualche modo conoscere la posizione di ogni atomo nell'Universo in un singolo punto nel tempo, insieme a tutte le leggi che governano le loro interazioni, potrebbe predire il futuro nella sua interezza. Non ci sarebbe nulla che non potrebbe sapere sul mondo tra 100 o 1.000 anni, fino al minimo tremito dell’aria attraversata da una foglia che cade. Si potrebbe pensare di aver fatto una libera scelta sposando il proprio partner, o di poter scegliere un'insalata piuttosto che patatine come contorno; ma in realtà il demone di Laplace lo avrebbe saputo fin dall'inizio, estrapolando lungo l'infinita catena di cause. «Per un simile intelletto», disse Laplace, «nulla poteva essere incerto e il futuro, proprio come il passato, sarebbe stato presente davanti ai suoi occhi».

Questi diavoletti piacciono parecchio agli scienziati, come quello di Maxwell, che aveva il potere di creare una violazione macroscopica del secondo principio della termodinamica.

Anche se oggi sappiamo che le scoperte della meccanica quantistica hanno indicato che alcuni eventi, a livello atomico e subatomico, sono veramente casuali, impossibili da prevedere in anticipo persino da qualche ipotetico megacervello, e al massimo definibili in termini probabilistici, sono poche le persone coinvolte nel dibattito sul libero arbitrio che pensano che ciò faccia una differenza sostanziale. La vita vissuta a livello macroscopico subisce dai fenomeni quantistici influenze poco rilevanti. E in ogni caso, non c'è più libertà nell'essere soggetti ai comportamenti casuali degli elettroni di quanta ce ne sia nell'essere schiavi di leggi causali predeterminate. In entrambi i casi, sembra proprio che a tirare i fili sia qualcosa di diverso dal libero arbitrio.

Moralità e giudizio etico

Di gran lunga l'implicazione più inquietante delle ragioni che negano il libero arbitrio, per la maggior parte di coloro che le sostengono, è ciò che sembra dire sulla moralità: che nessuno, mai, merita veramente una ricompensa o una punizione per ciò che fa, perché ciò che fa è il risultato di cieche forze deterministiche (più forse un po' di casualità quantistica). Per lo scettico del libero arbitrio non è mai giusto trattare qualcuno come moralmente responsabile. Se accettassimo tutte le implicazioni di questa idea, il modo in cui ci trattiamo a vicenda, e in particolare il modo in cui trattiamo i criminali, potrebbe cambiare fino a diventare irriconoscibile.

Ci sono un paio di casi famosi.

Poco dopo la mezzanotte del 1° agosto 1966, Charles Whitman, un ex Marine degli Stati Uniti di 25 anni, estroverso e apparentemente stabile, si recò all'appartamento di sua madre ad Austin, in Texas, dove la pugnalò a morte. Tornò a casa, dove uccise sua moglie nello stesso modo. Più tardi quel giorno, portò un assortimento di armi in cima a un alto edificio nel campus dell'Università del Texas, dove iniziò a sparare a caso per circa un'ora e mezza. Quando Whitman fu ucciso dalla polizia, altre 12 persone erano morte e un'altra morì per le ferite anni dopo, una serie di episodi che rendono l’episodio la decima sparatoria di massa più grave degli Stati Uniti.

A poche ore dal massacro, le autorità scoprirono un biglietto che Whitman aveva scritto la sera prima. «Non capisco bene cosa mi spinga a scrivere questa lettera», scrisse. «Forse è per lasciare una vaga ragione per le azioni che ho compiuto di recente. Non capisco davvero me stesso ultimamente. Dovrei essere un giovane uomo medio, ragionevole e intelligente. Tuttavia, ultimamente (non ricordo quando è iniziato) sono stato vittima di molti pensieri insoliti e irrazionali che si ripresentano costantemente, e ci vuole un enorme sforzo mentale per concentrarmi su compiti utili e progressivi...Dopo la mia morte vorrei che venisse eseguita un'autopsia per vedere se c'è qualche disturbo fisico visibile». Dopo i primi due omicidi, aggiunse una coda: «Forse la ricerca può prevenire ulteriori tragedie di questo tipo». L’autopsia rivelò la presenza di un tumore cerebrale, che premeva sull'amigdala, la parte del cervello che governa tra le tante cose le risposte agli stimoli di paura tipo combatti o fuggi.

Come ammettono gli scettici del libero arbitrio che si basano sul caso di Whitman, è impossibile sapere se il tumore al cervello abbia causato le azioni di Whitman. Ciò che sembra chiaro è che potrebbe certamente averlo fatto, e che quasi tutti quelli che ne vengono a conoscenza, subiscono un cambiamento nel loro atteggiamento nei suoi confronti. Ciò non rende gli omicidi meno orribili. Né significa che la polizia non fosse giustificata nel fermarlo anche a costo di ucciderlo. Ma fa sì che la sua furia omicida inizi a sembrare meno come l’azione di un uomo malvagio, ma come un più terribile sintomo di un disturbo, di cui Whitman è vittima.

Lo stesso vale per un altro criminale famoso nella letteratura sul libero arbitrio, il soggetto anonimo di una pubblicazione scientifica del 2003, affetto da tumore orbitofrontale destro con sintomo di pedofilia e segno di aprassia costruttiva: un insegnante di scuola di 40 anni che all'improvviso ha sviluppato impulsi pedofili e ha iniziato a cercare materiale pedopornografico, e fu successivamente condannato per molestie su minori. Poco dopo, lamentando mal di testa, gli fu diagnosticato un tumore al cervello; quando gli fu rimosso, i suoi impulsi pedofili scomparvero. Un anno dopo, ritornarono, così come il tumore, individuato in un'altra scansione cerebrale.

Se si ritiene che la presenza di un tumore al cervello in questi casi sia in qualche modo discolpante, ci si trova di fronte a una domanda difficile: cosa c'è di così particolare in un tumore al cervello, rispetto a tutti gli altri modi in cui il cervello delle persone le spinge a fare cose? Quando si scopre la specifica catena di cause che si stavano svolgendo all'interno del cranio di Charles Whitman, sembra che lo renda meno personalmente responsabile per gli atti terribili che ha commesso. Ma per definizione, chiunque commetta un'azione immorale ha un cervello in cui si è sviluppata una catena di cause precedenti, che hanno portato all'atto; se così non fosse, non l'avrebbe mai commessa. Un disturbo neurologico sembra essere solo un caso speciale di eventi fisici che danno origine a pensieri e azioni. Comprendere la neurofisiologia del cervello, quindi, sembrerebbe discolpare quanto trovare un tumore al suo interno. Sembra che ne consegua che man mano che comprenderemo sempre di più come funziona il cervello, faremo luce sulle ultime ombre in cui potrebbe essersi annidato qualcosa chiamato libero arbitrio - e saremo costretti ad ammettere che un criminale è semplicemente qualcuno abbastanza sfortunato da ritrovarsi alla fine di una catena causale che culmina in un crimine. Possiamo ancora insistere sul fatto che il crimine in questione è moralmente ingiustificabile o cattivo; semplicemente non possiamo ritenere il criminale individualmente responsabile. O almeno è lì che la logica sembra condurre le nostre menti moderne, anche se già gli antichi Greci, sostenevano che non  puoi essere ritenuto responsabile per ciò che è destinato a succederti comunque.

Ma allora la punizione retributiva, ovvero punire un criminale perché se lo merita, piuttosto che per proteggere il pubblico o servire da monito per gli altri, non può mai essere giustificata? La punizione è fondamentale per tutti i moderni sistemi di giustizia penale, ma sarebbe davvero un'ingiustizia morale ritenere qualcuno responsabile di azioni che sono al di fuori del suo controllo. Mi viene in mente quella sensazione amara che ci sorprende ogni qual volta sentiamo che è stata ridotta la pena all'autore di un atroce delitto, perché incapace di intendere e volere. Inquietante.

Per sdrammatizzare un po’ la cosa possiamo citare un altro aspetto che ne uscirebbe smontato a pezzi molto piccoli. Migliaia di pagine di letteratura poliziesca, criminale, investigativa, gialla diciamo in Italia, dove autori come il famosissimo Arthur Conan Doyle, hanno raccontato la ricostruzione logica delle imprese criminali, spesso di insospettabili, e delle loro macchinazioni alla ricerca del delitto perfetto. Un fuori tema qui.

Mi perdoni padre perché ho peccato…

Alcune ricerche psicologiche suggeriscono che le persone credono nel libero arbitrio in parte perché vogliono giustificare il loro desiderio di punizione. Quello che sembra accadere è che le persone si imbattono in un'azione che disapprovano; hanno un forte desiderio di biasimare o punire; quindi attribuiscono al colpevole il grado di controllo, sulle proprie azioni, che sarebbe necessario per giustificare la colpa. Non a caso la controversia sul libero arbitrio si intreccia con i dibattiti sulla religione: seguendo una logica simile, i peccatori devono scegliere liberamente di peccare affinché la punizione divina sia giustificata.

C’è chi sostiene, a tale proposito, un modello di giustizia penale come fosse una quarantena sanitaria pubblica, trasformando le istituzioni della punizione in direzione radicalmente umana. Si potrebbe ancora trattenere un assassino, con la stessa logica per cui si può richiedere a qualcuno infetto da un virus di osservare una quarantena: per proteggere il pubblico. Ma non si avrebbe alcun diritto di rendere l'esperienza più spiacevole di quanto non sia strettamente necessario per la protezione pubblica. E si sarebbe obbligati a rilasciarlo non appena non rappresentasse più una minaccia. L'obiettivo principale, nel mondo ideale di chi sostiene queste idee, sarebbe quello di correggere i problemi sociali per cercare, in primo luogo, di fermare il crimine, proprio come i sistemi sanitari pubblici dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione delle epidemie per cominciare.

Una bella utopia? Probabilmente sì.

Per opporsi al dover accettare tali conseguenze si potrebbe protestare che, mentre le persone potrebbero non scegliere i loro peggiori impulsi - l'omicidio, per esempio – avrebbero invece la possibilità di non soccombere ad essi, resistendo all’impulso di uccidere qualcuno, persino cercando sostegno psichiatrico, in altri termini, assumendosi la responsabilità dello stato della propria personalità. E non è forse quel che facciamo tutti, più banalmente, ogni volta che decidiamo di acquisire una nuova abilità professionale, o prestare maggior attenzione al prossimo o finalmente decidere di mettersi in forma?

Purtroppo questa non è una clausola di salvaguardia. Gli scettici del libero arbitrio insistono affermando che, se si riesce a cambiare la personalità, quella particolare personalità era già presente ed in grado di attuare un tale cambiamento, e non è dipeso da scelte autonome. Nonostante niente di tutto ciò ci richiede di credere che le peggiori atrocità siano meno spaventose di quanto pensassimo in precedenza è comunque implicito che i colpevoli non possano essere ritenuti personalmente responsabili. Chiunque fosse nato con i geni di Hitler e avesse vissuto l'educazione di Hitler, sarebbe Hitler, e in definitiva è solo una fortuna, un evento fortuito, che sia capitato solo nel caso dell’originale.

Liberi di scegliere di non scegliere, e viceversa
Per quanto possa sembrare inattaccabile la tesi contro il libero arbitrio, può sorprendere scoprire che la maggior parte dei filosofi la rifiuta pur ammettendone la logica: solo circa il 12% di loro ne è convinto. La negazione del libero arbitrio appartiene a una tendenza più ampia che spinge alcuni filosofi, quelli formatisi in ambiti scientifici puri,  a fare dichiarazioni radicali su dibattiti che infuriano in filosofia da anni, come se tutti quegli studiosi ottusi stessero solo aspettando che si facessero avanti fisici e neuroscienziati a spiegar loro come va il mondo!

Ciò che è ancora più sorprendente, e difficile da comprendere, è che la maggior parte di coloro che difendono il libero arbitrio non rifiutano l'affermazione più vertiginosa degli scettici, secondo cui ogni scelta potrebbe essere stata determinata in anticipo. Quindi, nell'esempio della frutta, la maggior parte dei filosofi concorda sul fatto che, se riavvolgessi il nastro della storia al momento della scelta, con tutto nell'Universo esattamente uguale, non avresti potuto fare una selezione diversa. Insomma se anche le nostre scelte possono essere determinate, ha senso dire che siamo liberi di scegliere. Libero arbitro e determinismo conciliati e resi compatibili in un intricato labirinto di idee. Come possiamo essere liberi di scegliere se non siamo, di fatto, liberi di scegliere? 




Ma per cogliere il punto dei compatibilisti, così si definiscono quelli che conciliano i due aspetti, è utile prima pensare al libero arbitrio non come a una specie di mistero magico, ma come a una specie di abilità banale, che la maggior parte degli adulti possiede, il più delle volte. Abbiamo il libero arbitrio che pensiamo di avere, inclusa la libertà di azione che pensiamo di avere: un insieme di capacità trovandoci nel giusto tipo di ambiente. Nel modo in cui la maggior parte dei compatibilisti vede le cose, essere liberi è solo una questione di avere la capacità di pensare a ciò che si desidera, riflettere sui propri desideri, quindi agire su di essi e talvolta ottenere ciò che si desidera. Quando si sceglie la banana nel modo normale, ovvero pensando a quale frutto si vorrebbe, e poi prendendolo, si è chiaramente in una situazione diversa da quella di qualcuno che coglie la banana perché un killer ossessionato dalla frutta gli punta una pistola alla testa; o di qualcuno afflitto da una dipendenza dalle banane, costretto ad afferrare ogni banana che vede. In tutti questi scenari, di sicuro, le azioni appartengono a una catena ininterrotta di cause, che risale all'alba dei tempi. Ma a chi importa? Chi ha scelto le banane in uno di questi casi era chiaramente più libero che negli altri. Compreso Johnny Stecchino.

Considerate l'ipnosi. Uno scettico radicale del libero arbitrio potrebbe sentirsi obbligato a sostenere che una persona ipnotizzata per fare un acquisto particolare non è meno libera di qualcuno che ci pensa, nel solito modo, prima di pagare. Dopo tutto, la loro idea di libero arbitrio richiede che la scelta non sia stata completamente determinata da cause precedenti; eppure, in entrambi i casi, ipnotizzati e non ipnotizzati, lo è stata. Davvero fastidioso. Non ha interesse o senso se lo si chiami libero arbitrio o agire liberamente o in qualsiasi altro modo: è solo che ovviamente importa, a tutti, se le cose fatte dipendano da ipnosi o no.

Certo, la versione compatibilista del libero arbitrio potrebbe essere meno eccitante ma non inutile. Si prova il desiderio di un certo frutto, si agisce in base a esso e si ottiene il frutto, senza che uomini armati esterni o disordini interni influenzino la scelta. Come potrebbe una persona essere più libera di così?

Pensare al libero arbitrio in questo modo, dà anche una svolta diversa ad alcuni noti esperimenti condotti negli anni Ottanta del XX secolo dal neuroscienziato americano Benjamin Libet, che sono stati interpretati come una prova scientifica che il libero arbitrio non esiste e ai quali ho accennato all’inizio. Collegando i suoi soggetti a uno scanner cerebrale e chiedendo loro di flettere le mani in un momento a loro scelta, Libet dimostrò che la loro scelta era rilevabile dall'attività cerebrale 300 millisecondi prima che prendessero una decisione cosciente. Ci sono altri studi che hanno indicato un'attività precedente (la chiamano potenziale d’attivazione) fino a tempi dell’ordine di grandezza di secondi prima di una scelta cosciente, un’enormità! Come si potrebbe dire che questi soggetti abbiano preso le loro decisioni liberamente, se l'attrezzatura di laboratorio indicava le loro decisioni con così largo anticipo? Ma la maggior parte dei compatibilisti ha la risposta anche per questo. Come ogni altra cosa, le nostre scelte coscienti sono anelli in una catena causale di processi neurali, quindi ovviamente una certa attività cerebrale precede il momento in cui ne diventiamo consapevoli.

Da questa prospettiva concreta, non c'è nemmeno bisogno di iniziare a farsi prendere dal panico perché casi come quello di Charles Whitman potrebbero significare che non potremmo mai ritenere nessuno responsabile delle sue malefatte o lodarlo per i suoi successi. Dobbiamo solo chiederci se qualcuno avesse la normale capacità di scegliere razionalmente, riflettendo sulle implicazioni delle proprie azioni. Siamo tutti d'accordo sul fatto che i neonati, questa capacità, non l'abbiano ancora sviluppata, quindi non li biasimiamo per averci svegliato di notte; e crediamo che la maggior parte degli animali non umani non la possieda, quindi pochi di noi si infuriano con le vespe per averci punto, pur essendo disposti a sostenere che il gatto che ha strappato le tende...lo ha fatto apposta! Ma anche qualcuno con una grave disabilità neurologica o dello sviluppo, di questa capacità, ne sarebbe sicuramente privo, forse Whitman incluso.

Ma per tutti gli altri? Il più grande truffatore della storia, Bernie Madoff, è un esempio reale: è chiaro che sapeva cosa stava facendo, e che sapeva che quello che stava facendo era sbagliato, e lo ha fatto comunque, per anni. Aveva la capacità che chiamiamo libero arbitrio e l'ha usata per frodare i suoi investitori di oltre 17 miliardi di dollari.

Ma per gli scettici del libero arbitrio, tutto questo è solo un disperato tentativo di salvare la faccia e cambiare argomento, uno sforzo per ridefinire il libero arbitrio non come la cosa che tutti noi sentiamo quando ci troviamo di fronte a una scelta, ma come qualcos'altro, indegno di questo nome. Le persone odiano l'idea di non essere agenti in grado di fare scelte libere ma non si affronta comunque un argomento del genere come se si stesse dicendo a qualcuno intenzionato a scoprire la città perduta di Atlantide che dovrebbe accontentarsi di un viaggio in Sicilia. Dopotutto, soddisfa alcuni dei criteri: è un'isola nel mare, dimora di una civiltà con radici antiche. Ma i fatti rimangono: Atlantide non esiste. E quando sembrava che non fosse inevitabile che avresti scelto la banana, la verità è che in realtà lo era.

Ho deciso, avrei deciso, qualcosa ha deciso per me

È allettante liquidare la controversia sul libero arbitrio come irrilevante per la vita reale, sulla base del fatto che non possiamo fare a meno di sentirci come se avessimo il libero arbitrio, qualunque sia la verità filosofica. Si continuerà ad agire e relazionarsi agli altri come se avessimo il libero arbitrio: se ferisci me o qualcuno che amo, posso garantire che sarò furioso, invece di sorridere con indulgenza sulla base del fatto che non avevi scelta. In questo senso esperienziale, il libero arbitrio sembra semplicemente un dato di fatto.

Ma è davvero così? Si pensi a quei momenti in cui, è sempre la neurobiologia a dircelo, il nostro cervello genera rumore di fondo, quando la mente si trova al massimo della quiete, ad esempio quando si sorseggia un caffè la mattina presto, prima che il bambino di quattro anni si svegli; allora le cose possono sembrare diverse. In quei momenti di concentrazione rilassata, sembra chiaro che le intenzioni e le scelte, come tutti gli altri pensieri ed emozioni, sorgono spontaneamente nella consapevolezza. Non c'è alcun senso in cui ci si senta come se ne fosse l'autore. Perché si appoggia la tazza di caffè e ci si dirige verso la doccia proprio nel momento in cui lo si fa? Perché l'intenzione di farlo salta fuori, causata, senza dubbio, da ogni sorta di attività nel mio cervello, ma un'attività che si trova al di fuori della comprensione, per non parlare del comando. Ed è esattamente lo stesso quando si tratta di quelle decisioni più importanti che sembrano esprimere qualcosa di profondo sul tipo di persona che si è: se partecipare al funerale di un certo parente, per esempio, o quale delle due opportunità di carriera incompatibili perseguire. Si possono trascorrere ore o addirittura giorni impegnati in quello che definiamo come raggiungere una decisione su queste cose, quando in realtà quello che si sta facendo, ammettendolo onestamente, è solo oscillare tra le opzioni, finché in un momento imprevedibile, o quando una scadenza esterna impone di farlo, la decisione di impegnarsi in una strada o nell'altra semplicemente emerge.

Tutto ciò non è solo che il libero arbitrio è un'illusione, ma che l'illusione del libero arbitrio è essa stessa un'illusione: «osservati attentamente e non sembrerai nemmeno libero». Ancora la neurobiologia: è dimostrato, sempre dal neuroimaging, che ad esempio il cervello di un portiere di calcio si attiva molto prima per coordinare il corpo a parare un tiro in porta, prima che il giocatore decida di saltare, prima che prenda coscienza che qualcuno ha tirato e che un pallone si sta dirigendo verso la porta! Dopo questo esempio riuscite a immaginare cosa accade nel cervello di Yuja Wang? Se si presta sufficiente attenzione si può notare che non c'è alcun soggetto al centro dell'esperienza, c'è solo l'esperienza. E tutto ciò che sperimentiamo sorge semplicemente da solo. Buddismo, direbbe qualcuno se volete, è comunque un’idea riecheggiata da altri, tra cui il filosofo David Hume: quando guardi dentro, non c'è traccia di un ufficiale di comando interno, che emette autonomamente decisioni. C'è solo attività mentale, che scorre. Spettatori dello sviluppo del proprio pensiero; lo osserviamo, lo ascoltiamo.

Concludendo
È socialmente dannoso per troppe persone iniziare a pensare in questo modo, anche se si rivelasse essere la verità. Molti filosofi che, sebbene pensino che abbiamo il libero arbitrio, assumono una posizione simile, sostenendo che è moralmente irresponsabile promuovere la negazione del libero arbitrio. Sono d’accordo.

In una serie di studi del 2008, un esperimento prevedeva la lettura di un estratto da “The Astonishing Hypothesis” di Francis Crick, co-scopritore della struttura del DNA, in cui suggerisce che il libero arbitrio è un'illusione. I soggetti così predisposti a dubitare dell'esistenza del libero arbitrio si sono dimostrati significativamente più propensi di altri, in una fase successiva dell'esperimento, a barare in un test in cui c'erano soldi in gioco. Altre ricerche hanno segnalato una ridotta convinzione nel libero arbitrio a una minore disponibilità a fare volontariato per aiutare gli altri, a livelli inferiori di impegno nelle relazioni e a livelli inferiori di gratitudine. I tentativi successivi di replicare questi risultati sono falliti. Sarà stato un caso?

Ma anche se gli effetti fossero reali, alcuni scettici del libero arbitrio sostengono che i partecipanti a tali studi stanno commettendo un errore comune, che potrebbe essere chiarito piuttosto rapidamente se l’opposizione al libero arbitrio diventasse più nota e compresa. I partecipanti allo studio che diventano improvvisamente immorali sembrano confondere il determinismo con il fatalismo: l'idea che, se non abbiamo libero arbitrio, allora le nostre scelte non contano davvero, e quindi potremmo anche non preoccuparci di cercare di fare delle buone scelte e fare semplicemente ciò che ci pare. Ma in realtà il fatto che le nostre scelte possano essere predeterminate non le priva di valore. Potrebbe avere un'enorme importanza se si sceglie di dare ai propri figli una dieta ricca di verdure o meno; o se si decide di controllare attentamente in entrambe le direzioni prima di attraversare una strada trafficata. È solo che, secondo gli scettici, quelle scelte non sono state fatte liberamente.

In ogni caso, se si dimostrasse davvero che il libero arbitrio non esiste, le implicazioni potrebbero non essere del tutto negative. È vero che c'è qualcosa di ripugnante in un'idea che sembra richiedere di trattare un assassino a sangue freddo come non responsabile delle sue azioni, mentre allo stesso tempo caratterizza l'amore di un genitore per un figlio come nient'altro che mera causalità cieca, priva di qualsiasi scintilla umana. Ma c'è anche qualcosa di liberatorio in questo. È una ragione per essere più gentili con se stessi e con gli altri. Per quelli di noi inclini a essere duri con se stessi, è terapeutico tenere a mente il pensiero che potremmo stare facendo esattamente come avremmo sempre fatto - che nel senso più profondo, non avremmo potuto fare di più. E per quelli di noi inclini a infuriarsi con gli altri per le loro piccole malefatte, è rassicurante considerare quanto facilmente i loro difetti avrebbero potuto essere i nostri.

Se comprendessimo appieno le ragioni contro il libero arbitrio, sarebbe difficile odiare altre persone: come si può odiare qualcuno che non incolpiamo per le sue azioni? Eppure l'amore sopravvivrebbe in gran parte indenne, poiché l'amore è «la condizione del nostro volere che coloro che amiamo siano felici, e di essere resi felici noi stessi da quella connessione etica ed emotiva»; nessuna delle due cose verrebbe compromessa. E innumerevoli altri aspetti positivi della vita rimarrebbero ugualmente intatti.

Personalmente non posso affermare di trovare le ragioni contro il libero arbitrio alla fine persuasive; è in contrasto con troppe altre cose sulla vita che sembrano ovviamente vere. Inoltre questo fisicalismo, o se volete il riduzionismo estremo che un certo tipo di filosofia della scienza fornisce a suo supporto non fanno parte del mio modo di vedere le cose. Eppure, anche se preso in considerazione solo come una possibilità ipotetica, lo scetticismo sul libero arbitrio è un antidoto a quella cupa filosofia individualista che sostiene che i successi di una persona appartengono veramente solo a lei e che quindi hai solo te stesso da incolpare se fallisci. È un promemoria che ci ricorda che le traiettorie contingenti che portano all’incidente della nascita potrebbero influenzare i percorsi delle nostre vite in modo molto più completo di quanto pensiamo, dettando non solo la posizione socioeconomica in cui nasciamo, ma anche le nostre personalità ed esperienze nel loro insieme: i nostri talenti e le nostre debolezze, la nostra capacità di gioia e la nostra abilità di superare le tendenze alla violenza, alla pigrizia o alla disperazione e i percorsi che finiamo per percorrere.

Nella nostra totale esposizione a forze al di fuori del nostro controllo, c'è un profondo senso di fratellanza umana in questa immagine della realtà, nell'idea che potremmo trovarci tutti sulla stessa barca, aggrappati per la nostra vita, alla vita stessa, alla deriva nell’oceano in tempesta del caso.

Empatia. Risultato della coevoluzione biologica e culturale, visto che è ormai ampiamente dimostrato che è un sentimento che esiste anche nei nostri parenti più prossimi, come scimpanzè o bonobo.

Ah, ovviamente, ho scritto in modalità del tutto incosciente, scelte predeterminate, non frutto del mio libero arbitrio. Prova ne sia il fatto che tutto ciò, probabilmente, è soltanto una clamorosa supercazzola...