La mente umana è molto più di un
semplice intreccio di materia e impulsi elettrici: è il risultato di miliardi
di anni di evoluzione e di relazioni profonde tra corpo e coscienza. Oggi i
computer inseguono la nostra complessità, ma rimangono soltanto imitatori,
lontani dall’essere ciò che siamo realmente.
Chi sogna l’upload della mente
nel cloud dimentica che le nostre esperienze, radicate nel corpo biologico, non
possono essere trasferite né replicate da algoritmi. L’illusione di una
continuità digitale è solo fantascienza, perché il sé umano si nutre di storia,
sensi e presenza autentica.
Per quanto le macchine si
affinino, la loro intelligenza resta una copia priva di esserci. La vera
mente non si simula: si vive. Questi i temi approfonditi in questo nuovo post, scoprendo perché l’AI, per quanto potente, non potrà mai sostituire ciò che ci rende umani.
I computer di oggi, per quanto
sofisticati e complessi possano essere il loro hardware e il loro software, o i
robot, non possono avere esperienze: e domani?
In questa domanda vi sono
questioni connesse che hanno attinenza con i sistemi di intelligenza
artificiale (AI), aspetti molteplici, in sistemi ove si suppone esista una
mente non all'interno di un corpo nel modo consueto, un corpo biologico, ma «realizzata»
come un pattern di
interazioni, grazie ad un programma per computer. Vengono subito in mente i
tentativi di quella che è chiamata AI «forte»:
ovvero la capacità di un agente intelligente di apprendere e capire
un qualsiasi compito intellettuale che può imparare un essere umano. Programmi
per computer messi a punto non solo perché si comportino o risolvano problemi
come farebbe qualcuno dotato di una mente ma programmi che, quando sono
eseguiti, sono ritenuti essere una mente.

Ma se una mente potesse
esistere
nel pattern di interazioni di un software, potremmo inoltre aspettarci, un
giorno, di essere in grado di caricarne alcuni - magari la nostra stessa mente
- da qualche parte nel
cloud.
Visto che in tale scenario saranno necessari dei computer, una mente allora,
potrebbe essere spostata o muoversi – anche deliberatamente? - da computer a
computer, proprio come oggi fanno le informazioni all'interno di uno stesso
cloud o tra cloud diversi. E quindi, benché esistano soltanto in corpi
localizzati, dopo il caricamento i nostri pensieri e le nostre esperienze
potrebbero schizzare da una macchina all'altra.
Ad oggi, e forse mai, come
vedremo, non è possibile creare una mente programmando una serie di interazioni
in un computer, nemmeno nel caso si disponga di macchine molto complesse che
prendano a modello le operazioni dei nostri cervelli. Anche se attualmente dietro
a molti progetti di AI ci sono opinioni contrarie, spesso piuttosto
folkloristiche o addirittura fantascientifiche, ritengo che nessun sistema
informatico potrà mai essere una mente, e quindi dotato di senzienza
o coscienza che sia.
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| Illustrazione schematica di un neurone biologico e di uno artificiale |
Dietro queste convinzioni,
soprattutto a supporto degli enormi interessi economici che esistono nel
mercato dell’AI, c'è l'idea che tali elementi esistano in schemi di interazione
e attività di vario genere. Ovviamente pattern come questi sono presenti nel
nostro come in altri cervelli, ma - dicono i sostenitori dell’AI forte - potrebbero
esistere, identici, anche in altri dispositivi fisici. Pur essendo lecito e
condivisibile sostenere che esistano elementi dovuti a pattern di attività questi,
però, sono molto meno «esportabili» di quanto spesso si supponga, essendo
strettamente legati ad un particolare tipo di base fisica e biologica di cui,
tra l’altro, molto poco ancora si sa soprattutto per quanto riguarda
l’integrazione degli elementi che concorrono al complesso schema di attività.
Una frequente obiezione è che in
questi programmi per computer si potrebbe riuscire a rappresentare un
pattern di interazioni del tipo osservato nel cervello; ma ciò non equivale affatto
ad avere quelle interazioni presenti nel computer. Sono semplicemente
codificate, scritte, e tutto ciò non è sufficiente; e a molto poco serve sapere
che i sostenitori dell’AI liquidino questa obiezione troppo facilmente.
Esistono tuttavia alcuni tipi di
attività, legati a quello che fanno i nostri cervelli, che potrebbero avere una
esistenza reale in un computer senza troppa difficoltà.
Supponiamo che un cervello sia
semplicemente una rete di segnalazione e commutazione, nella quale il neurone A
innesca la scarica dei neuroni B e C, il neurone C influenza D, E ed F, e così
via. E supponiamo che questo sia tutto. Allora potrebbe darsi - fintanto che in
un computer qualcosa svolge il ruolo di A (influenzando B e C), qualcos'altro
svolge il ruolo di B, eccetera - che vi sia tutto quanto occorre; in tal caso
il pattern di attività cerebrale può essere presente, e non soltanto
rappresentato, nella macchina.
I neuroni e i cervelli, però,
fanno più di questo. L'obiezione secondo cui i programmi di AI si limiterebbero
a rappresentare quello che fanno i cervelli senza farlo, è molto
più seria quando si passa a considerare le proprietà dinamiche su vasta scala
dei cervelli. Anche queste dovrebbero essere effettivamente presenti nel
computer. Non basterebbe individuare qualche equazione che descriva ad esempio
i ritmi e le onde che si osservano negli elettroencefalogrammi (e molto altro),
e poi eseguire quelle equazioni nella macchina. La macchina deve effettivamente
avere quei pattern presenti al suo interno. Non basta metterci dentro
dei pezzi, essi devono essere ciò che fanno.
Se poi l'obiettivo è una mente e non una mente
umana, allora non sarebbe necessario che questi pattern fossero esattamente
identici a quelli del nostro cervello; potrebbero essere solamente simili.
Ma cosa occorrerebbe per avere
qualcosa di simile a questo in una macchina? Pensiamo ad esempio a quelle
attività che, nel cervello, danno origine a ritmi, moti ondulatori e campi
elettrici, tutte attività misurabili e registrabili. Si tratta dell'alternarsi,
a livello delle membrane cellulari, di minuscoli flussi e riflussi di ioni (particelle
elettricamente cariche), che si sommano per produrre oscillazioni coordinate in
particolari regioni del cervello. Anche mettendo da parte i campi, può essere
molto difficile avere un sistema con qualcosa di simile ai pattern dinamici del
cervello che non sia fisicamente simile a un cervello anche per altri aspetti.
Guardando il quadro complessivo,
oltre alla materia che compone un cervello, oltre alle influenze da cellula a cellula,
osserviamo anche i ritmi, i campi, gli schemi di attività elettrica modulati
dai sensi. Quelle attività possono essere me, i miei pensieri e le mie
esperienze, il mio rivivere esperienze passate e il mio immaginare il futuro. Non
è così difficile da credere.
I computer di oggi contengono,
per così dire, una porzione logica - una minuscola frazione - di quello che ha
luogo dentro di noi; sono spesso progettati per creare illusioni di agentività
e soggettività, e lo fanno bene. Se partiamo da un dispositivo contenente
alcuni processori logici veloci e affidabili, legati a una grande memoria, in
una unità stabile alimentata con tutta l'energia necessaria, questo - a
prescindere da come sia stato programmato - rimane comunque un oggetto del
tutto diverso da un cervello e da un organismo vivente. Forse, in futuro, i
sistemi artificiali potranno essere costruiti con materiali diversi e riuscire
a eseguire un maggior numero di operazioni simili a quelle del cervello. Il
risultato potrebbe essere una sorta di vita artificiale, o almeno, rispetto
agli attuali sistemi di AI, qualcosa di più vicino ad essa.
Il problema qui non è
l'artificialità, il fatto che i sistemi di AI siano fatti da noi umani e non
dall'evoluzione, o almeno non solo: il problema è la necessità che al
loro interno abbia luogo il giusto tipo di cose.
Nel campo dell’AI, allora, gli
scenari che mi vedono in completo disaccordo sono quelli che evocano
possibilità di upload, di caricare una mente da qualche parte in un
sistema informatico, nel cloud. L'idea che un programma per computer
opportunamente programmato possa avere esperienze come le nostre, e che possa
essere una continuazione di noi, è soltanto fantasia. Noi siamo qualcosa
di molto diverso da qualsiasi pattern di attività possa vagabondare da un
computer all'altro nella «nuvola». E ancora: le macchine future potrebbero
essere diverse da quelle attuali, e un giorno la vita artificiale potrebbe
realizzarsi. Considerando le tecnologie disponibili oggi però non può esistere
un processo che estragga le nostre esperienze dal loro radicamento biologico in
un corpo vivente, e le faccia continuare
- in aggiunta a noi – nel cloud.
Gli scenari dell'upload sono i più improbabili; all'altro estremo
dello spettro, troviamo quelli che immaginano un robot futuri dotati di sistemi
di controllo autenticamente simili a cervelli. Un giorno, questo potrebbe dar
luogo, oltre ad una forma evoluta di AI, anche all'esperienza artificiale. Ma
che ciò possa essere quel che comunemente associamo al concetto di mente,
quel concetto di esserci, capire appieno la propria vita nel
momento in cui accade, non è possibile né immaginabile.
Recentemente ho scritto
di AI, di LLM, evidenziando soprattutto i pericoli del grande fraintendimento
che è in agguato: la verosimiglianza linguistica che sostituisce la vera
valutazione epistemica, dando l'impressione di conoscere senza un reale
giudizio ed i processi che comporta, completamente diversi tra uomo e macchina.
Per quanto i circuiti neuronali
artificiali, le loro integrazioni, i fenomeni da essi emergenti possano
perfezionarsi essi saranno sempre una rappresentazione di ciò che è mente. Non
basta rappresentare, occorre esserlo, perché la mente non è conseguenza di
quanto accade nella materia di fisico, chimico o biologico, è il suo fare
a renderla tale.
E uno dei motivi che impediranno
che un cervello possa essere replicato, clonato o scaricato da qualche parte su
un ipotetico cloud – separando corpo e mente in un beffardo ritorno del
dualismo cartesiano - è soprattutto questo: la coscienza, il sé, hanno 3,5
miliardi e passa di anni di evoluzione dietro.
Le
macchine e il loro software no.
Addendum
Ad oggi, inoltre, i tentativi di
imitazione del comportamento umano, falliscono miseramente. Proprio in questi
giorni si parla molto di
Moltbook,
presentato come un «social network per intelligenze artificiali». E,
puntualmente, sono ricominciati deliri e supercazzole: coscienza emergente,
macchine che
si parlano, macchine alla ricerca di
eusocialità!
Ma questa dinamica non è nuova e, soprattutto, non è misteriosa. È qualcosa di già
studiato e pubblicato. Per i dettagli rimando allo
studio
del Prof. Walter Quattrociocchi e dei suoi colleghi. Per molti qualcosa come Moltbook
è affascinante: rende visibile un fenomeno che diventerà sempre più centrale
man mano che deleghiamo le interazioni sociali a sistemi generativi. E’
epistemia
pura: ma scambiare questa dinamica per un segnale di vita o di intelligenza è
un errore di categoria.
No, le AI non stanno evolvendo verso un qualsiasi grado di socialità, ma
nemmeno quello delle formiche o delle api. Quando il linguaggio si sgancia dal
mondo e parla solo con se stesso, la distorsione che ne deriva non è un errore,
ma è la dinamica naturale del sistema.
Un’ultima considerazione. Le
esperienze di cervello diviso sono ormai note e la callosotomia, ovvero la resezione
chirurgica del corpo calloso nei casi di epilessia grave, è pratica
consolidata. Ebbene, riuscite a immaginare che coloro i quali hanno subito una
così drastica pratica, sono per lo più asintomatici, con una vita pressoché
normale? Ci sono ovviamente altri che invece possono presentare disabilità di
vario tipo. E adesso, riuscite a immaginare un computer il cui flusso di
informazioni e attività sia tagliato fisicamente, interrompendolo, da qualche
parte?