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02 gennaio 2025

Comunicare la scienza

 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Riprendiamo il discorso introdotto nel mio post di fine dicembre per approfondire il tema della comunicazione scientifica e della divulgazione in genere.

Nel 2012, Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa degli USA, prima con Ford e poi con Bush Jr., rispondendo ad una domanda che gli era stata fatta, tentò di giustificare l’assenza di risultati nella ricerca delle famose armi di distruzione di massa in Iraq, in questo modo.

(…) ci sono cose note note; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono cose note incognite; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non sappiamo. Ma ci sono anche cose note incognite, quelle che non sappiamo di non sapere  (…)[*]


Le incognite note si riferiscono ad esempio a rischi di cui si è a conoscenza, come il sapere che un volo è stato cancellato, alterando un programma di viaggio. Le incognite sconosciute sono rischi che derivano da situazioni così inaspettate che non verrebbero prese in considerazione e che addirittura non rientrano nemmeno nel novero di ciò che avrebbe potuto essere preso in considerazione.

Per quanto riguarda la consapevolezza e la comprensione, gli sconosciuti sconosciuti possono essere paragonati ad altri tipi di problemi in una matrice di questo tipo:

Wikipedia

Ma l’affermazione di Rumsfeld, soltanto apparentemente paradossale, contiene molta più saggezza di quel che appare, come ho avuto modo di trattare in questo mio precedente post.

Ed è strettamente legata al metodo scientifico.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (Annenberg Learner per il diagramma)

Per chiarire tutto ciò, come spero, potremmo prendere spunto dallo stato dell’arte delle conoscenze che oggi gli scienziati hanno sulla composizione del nostro Universo. Decenni di osservazioni, condotte oggi con apparecchiature sofisticatissime, hanno portato a conoscerne, con un elevato grado di certezza, appena il 5 percento circa. Il resto, diviso tra materia ed energia oscure, rappresenta il restante 95 percento circa. Di cosa è fatta la materia oscura? Quali sono la fonte è il tipo di energia che chiamano oscura? Tantissime ipotesi ma sono domande tuttora irrisolte. Man mano però che gli orizzonti della ricerca si allargavano, al diminuire dell’ignoranza, la mancanza di conoscenza e, appunto, l’incertezza di un determinato aspetto, ecco che il metodo scientifico propone nuovi interrogativi.

Arrivare a comprendere di non sapere, porsi nuove domande e, nonostante sia un paradosso, procedendo sulla strada della mancata conoscenza si finisce per saperne più di prima.

Ed è questo paradosso che per primo va spiegato ai non addetti ai lavori: il lavoro della comunità scientifica, che procede mettendo continuamente in discussione i suoi presupposti, e non essendo mai sicura di nulla: una fabbrica di dubbi, come scrivevo tempo fa. Dubbi che genereranno consenso sulle spiegazioni.

Partendo dal non sapere, di fronte ad ogni nuovo interrogativo, soprattutto quando si cerca di fare comunicazione scientifica, è fondamentale saper ammettere di non sapere, dire «non lo so», a maggior ragione quando le tematiche trattate riguardano da vicino temi sociali o relativi alla salute pubblica.

La recente pandemia da coronavirus avrebbe dovuto insegnare molto relativamente a questo modo di procedere, eppure ancora oggi, in diverse occasioni, si assiste al compimento degli stessi errori.

Allora l’incertezza regnava, ad aumentare uno stato di paura già evidente, e le tante discipline scientifiche coinvolte, diversissime tra loro, contribuivano ad alimentare la fretta, da parte di tutti, di avere previsioni, certezze, risultati, di capire cosa fare e cosa sta accadendo, con l’opinione pubblica che dovette familiarizzare in fretta con le figure di scienziati e divulgatori. Il tutto avveniva condividendo dati spesso diversi tra loro e messi a disposizione di tutti, ad un pubblico per lo più privo delle conoscenze necessarie a valutarli o interpretarli, e costruendo un finto consenso scientifico; finto perché basato su qualcosa in corso, che stava accadendo, alimentato anche da un certo voler apparire continuamente in TV o sui social; ognuna delle reti aveva il suo scienziato preferito, con persone che spesso parlavano a titolo personale impedendo di capire esattamente a nome di quale comunità scientifica stessero parlando, e sollevando sconcerto quando le organizzazioni internazionali, a nome delle quali qualcuno avrebbe dovuto esprimersi, smentivano le affermazioni udite poco prima da parte di questi singoli.

Durante quel triste periodo, abbiamo visto inoltre scienziati che litigavano apertamente tra loro in televisione o sui social, o addirittura in entrambi gli ambienti. Migliaia di inutili commenti asincroni rilanciati giorno dopo giorno. Persone che appartenevano alla comunità scientifica che comunicavano se stessi prima di qualsivoglia contenuto scientifico; senza nemmeno immaginare, o pur sapendolo rimuovendone gli effetti deleteri che ciò poteva avere nel pubblico che avevano davanti. Per non parlare di onnipresenti persone di scienza che arrivavano ad abbassarsi al livello di chi li denigrava rispondendo con insulti ad insulti.

Esporsi pubblicamente non è obbligatorio, soprattutto sapendo che le dinamiche televisive sono il più delle volte incompatibili con un certo modo di fare comunicazione della scienza, l’unico possibile, ovvero quello rigoroso ed attendibile. Che dire poi degli scienziati che accettano il confronto con personaggi che esprimono posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, che nel nome del diritto d’opinione e del libero pensiero, fanno affermazioni scientificamente false e pericolose? O dei montaggi ad arte che fanno di un estratto manipolato di un’intervista di pochi minuti, inserita tra chi prima e dopo lo smentisce, quasi sempre senza nessun titolo per farlo? La comunicazione scientifica in televisione va preparata, con una scaletta ben precisa. Non si deve mai improvvisare. È importantissimo spiegare alla gente quello che non si sa, oppure quello che prima era conosciuto e che adesso sappiamo,  meglio ancora raccontare quanto prima nemmeno si sapeva di non sapere. Proprio come accaduto con la conoscenza della composizione dell’Universo ad oggi.  

Raccontare quel cambiamento di paradigma di cui parlava Kuhn, il cambiamento di modello che sta alla base di una spiegazione scientifica.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (fonte web per gli schemi)

Un esempio, con riferimento all’immagine precedente. Con le informazioni a nostra disposizione fino a qualche decennio fa, furono messi insieme i frammenti, non solo fossili ma soprattutto di conoscenza, e in modo fin troppo facile fu ricostruita la storia dell’evoluzione che ha condotto fino a noi, in maniera lineare, progressiva, come avesse, cosa che al nostro cervello piace molto, un fine.

Oggi invece, all’aumentare delle conoscenze, la ricostruiamo come una filogenesi ramificata, un grande cespuglio pieno di specie di nuova scoperte, fino alla straordinaria scoperta della moderna paleoantropologia: fino a 40.000 anni fa su questo pianeta convivano cinque specie umane diverse e la nostra era solo una di queste.  

Il modello attuale, dove l’evoluzione è una ramificazione, un procedere per diversificazione, esplorando nicchie ecologiche diverse, muovendosi attraverso derive, spostamenti o associazioni deriva sempre da quel mosaico di frammenti illustrati in basso nella figura precedente, ma è un cambiamento di modello radicale che fornisce più informazioni, molto più ricco di quello lineare precedente, in grado di spiegare altre correlazioni, di generare nuove domande adatte a progredire, in poche parole, riducendo incertezza e ignoranza. Il progresso scientifico. Pur restando domande irrisolte, per fortuna.

Per chi volesse approfondire l’argomento oltre al post citato nel paragrafo precedente, può far riferimento a questo.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nel post precedente ho citato Popper. Vale la pena riprenderlo.

Il fondatore della filosofia della scienza diceva che esistono due tipi di ignoranza. Quella cattiva, quella che oggi regna sovrana sui social, impregnati di ignoranza criminale e prepotente, di chi crede di avere i numeri del sapere e spesso non sa nemmeno risolvere un semplice calcolo, di chi è pieno di certezze e quindi è un ignorante vero, nel senso che con tutte le sue supponenza e presunzione, non solo in definitiva non sa nulla ma contribuisce a rendere tossico e pericoloso il clima di disinformazione che si crea. 

In secondo luogo c’è invece l'ignoranza buona,  generativa come diceva Popper. L'ignoranza di chi sa di non sapere, come ebbe a dire Socrate migliaia di anni fa, e che quindi esercita il dubbio, pone e si pone domande, aggiunge dati, mette a confronto ipotesi ed è pronto a cambiare idea, aspetto fondamentale, perché un errore, un’anomalia, una difformità nei risultati di un esperimento, sono tutte cose che generano spesso nuove scoperte o suggeriscono nuove conoscenze.

Anche coloro i quali appartengono al mondo della scienza e soprattutto nel caso vogliano fare comunicazione scientifica devono evitare di mettersi dentro una bolla. Fortunatamente chi conosce veramente, ha in genere sempre voglia di condividerlo, un po’ a causa di una sorta di narcisismo benevolo e un po’ perché trattenere per se la conoscenza non ha molto senso, a meno che non si tratti di mettere a rischio segreti industriali o militari.

Ad aggravare l’aspetto negativo dell’ignoranza cattiva, nel nostro paese, ci si mette la situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso. Per quanto moltissime persone di scienza facciano attivamente divulgazione il numero di persone che frequentano eventi in qualche modo legati al mondo scientifico, come ad esempio i Festival della Scienza, la Giornata del Ricercatore, che vanno a vedere mostre o frequentano i musei, è tragicamente basso: meno di un milione di persone, più o meno sempre gli stessi.

Sono molto frequenti, infatti, i resoconti di eventi dedicati alla divulgazione che raccontano di come le persone presenti sono normalmente già perfettamente convinte di quello che si va raccontando, si va dunque predicando ai convertiti. Si parla ad una fetta di italiani che messi insieme non supererebbero lo sbarramento minimo necessario per fare un partito che possa essere rappresentato in Parlamento. 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo – (Telmo Pievani rielaborazione)

Dopo la pandemia il filosofo della scienza Telmo Pievani ha raccolto in un libro una sorta di decalogo dei punti da seguire quando si fa divulgazione scientifica, per indicare soprattutto gli errori da non commettere mai. Ne riporto qui un breve estratto rimandando alla fine del post per chi volesse approfondire.

Comunicare i processi oltre che i contenuti è fondamentale, occorre far capire come si è arrivati ad ottenere determinati modelli, visioni del mondo, prodotti finiti o teorie consolidate, quasi come fosse un contrappasso a ciò che porta a smontare le fake news pezzo per pezzo per dimostrarne la falsità, come visto nel mio precedente post. Occorre fare sempre molta attenzione a fare delle previsioni che non siano sostenute da contenuti scientifici che godano di ampio consenso. «E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro» si dice abbia detto ironicamente Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica; anche se pare sia apocrifa questa affermazione apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto: ironicamente, è opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione stessa.

Attenzione quindi a dire che qualcosa è certo e soprattutto, quando si comunicano i contenuti scientifici ciò non va fatto usando argomenti d’autorità, è sempre controproducente; e nessun argomento va nascosto.

Ma la cosa fondamentale è spiegare cosa sia il consenso scientifico, un argomento molto complesso della filosofia della scienza, che ho cercato di raccontare in diversi post. Persino gli scienziati a volte faticano a capirlo completamente, o ad accettarlo su alcune evidenze che sono tali, come si dice, al di là di ogni ragionevole dubbio, quali ad esempio il cambiamento climatico attuale che ha origine antropica, che non c’è connessione alcuna tra i vaccini e l'autismo, che l'evoluzione è dovuta a un processo chiamato selezione naturale e a tanti altri ancora.

Affermare che su queste o altre posizioni c'è consenso scientifico significa che non si torna più indietro, un lungo lavoro di controllo reciproco delle evidenze, che porta a un risultato che assume l’aspetto di una sorta di pietra di fondamento a partire dalla quale poi si cerca altro, in definitiva la tesi su cui sono fondate le pubblicazioni scientifiche, dando per assodato qualcosa si procede da lì per indagare e capire dell’altro. Una conoscenza di sfondo, qualcosa che pur non essendo certezza assoluta, ha comunque un’altissima probabilità che sia certa, all’atto pratico come lo fosse. E a partire da questa ci si pone nuove domande che porteranno a nuove scoperte, che magari rimetteranno in discussione l’acquisito con una proporzionalità inversa tra grado di consenso e possibilità d’errore, in costante aggiornamento. Ecco perché il consenso scientifico va spiegato. A dimostrare inoltre che nella scienza non ci sono posizioni relative, non è vero che in qualsiasi momento chiunque possa mettere in discussione tutto ciò che è stato consolidato finora. Anzi, ironicamente l’argomento è utilizzato per sostenere il contrario, come quel paleontologo che disse «sono disposto a confutare la teoria dell’evoluzione se qualcuno mi trovasse un fossile di coniglio in rocce del precambriano…». Di questa assenza di relativismo ne ho scritto in questa serie di tre post.

Uno dei problemi principali nel fare divulgazione e comunicazione scientifica oggi è dato dal grandissimo cambiamento che c’è stato nella velocità di fruizione e di attenzione degli interlocutori: primo fra tutti l’incapacità di stare attenti per più di pochi minuti, le difficoltà nel leggere brani che siano più di una mezza paginetta. Ma siamo sicuri che vada assecondata?

Proprio per non sottostare a questo tipo di limiti vanno diffondendosi, e con successo, modelli di comunicazione basati anche su contenuti multimediali lunghi, anche di un’ora, che poi è la durata di una normale lezione.

Alcuni influencer scientifici di grandissimo successo, inoltre, lasciano un po’ perplessi. Danno spesso l’idea che vogliano comunicare più se stessi che non il contenuto scientifico. Persone che si presentano con strane acconciature, ad attrarre attenzione, che usano espressioni dialettali, ambientazioni strane ed un continuo raccomandare a mettere like, ad iscriversi ai canali, a sostenerli. La logica dei social lo richiede ma è compatibile con la comunicazione della scienza questa cosa per cui il divulgatore sopravvive solo se cliccato, se rilanciato, interruzioni pubblicitarie lucrative comprese?

Un divulgatore dovrebbe avere un aspetto istituzionale, occorre potersi fidare di quello che racconta, va distinto se lo fanno affinché ricevano questi like o perché c'è una storia scientifica importante da raccontare?

CC – BY 4.0 Javatpoint.com

E come vanno gestiti commenti totalmente anarchici che imperversano rispetto a chiunque stia sui social? Li banniamo tutti, li cancelliamo, blocchiamo le utenze? Non è democratico, direbbe più di qualcuno. Ne ho scritto nel post precedente: esiste la libertà di mentire?

Resta comunque intollerabile il fatto che un divulgatore serio impieghi tempo e fatica per produrre o scrivere qualcosa che riduca la nostra ignoranza, per farci comprendere cose che ci riguardano da vicino, e poi debba stare ore a perdere tempo, più di quel che ha impiegato a produrre i contenuti, a rispondere al primo idiota che passa, al provocatore, al troll, all’hater. Avete presente i commenti, tristemente maggioritari, di gente che frequenta pagine di divulgazione scientifica al solo scopo di negare persino l’evidenza, al solo scopo, come amo dire, di farsi insultare?

E che contributo dà alla correttezza della comunicazione scientifica rispondere a degli stolti ignoranti che fanno obiezioni prive di senso?

Dobbiamo proprio essere democratici fino a questo punto?

Non credo.

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

L’esistenza in parallelo di social e televisione ha creato una barriera apparentemente invalicabile. C’è chi si informa su entrambe le piattaforme e chi lo fa sull’una o sull’altra, con i più giovani e i giovanissimi con una spiccata preferenza per i social. Sempre che sia informazione ciò di cui fruiscono.

Si rischia, esempio paradossale, di andare in TV a raccontare che vivere fino a 100 anni non sia necessariamente un valore evolutivo, con i rischi di demenza, malattie croniche, problematiche sociali e così via, e si finisce per urtare la suscettibilità del pubblico televisivo che ascolta trasmissioni scientifiche e che, mediamente, è ultrasessantenne! Avete letto bene, ultrasessantenne.

Un difficile compito quello di mescolare linguaggi per non predicare ai convertiti, per fare in modo che cresca la fiducia, che va riposta nella scienza per molte ragioni, alcune delle quali diverse da quanto normalmente si pensa. Come ho avuto modo di dire in passato, è il processo di apprendimento continuo che caratterizza la scienza, la disamina collettiva e le trasformazioni che subisce nel tempo, che la rendono degna di fiducia più di qualsiasi altro ambito. Il confronto sui dati, l’evidenza empirica che genera il consenso intorno ai risultati che, comunque, sono rivedibili. E soprattutto un messaggio collettivo che arriva, espresso da qualcuno che parli a nome di autorità.

Purtroppo in Italia manca un’autorità centrale che parli a nome dell’intera comunità scientifica, come accade ad esempio in Gran Bretagna con la storica Royal Society inglese (la più antica istituzione del genere, fondata nel 1660, The President, Council, and Fellows of the Royal Society of London for Improving Natural Knowledge), e questo comporta spesso che ogni scienziato parli a titolo personale su temi complessi, con uno spettro di visioni differenti che genera confusione e sfiducia.

Tornando ancora una volta agli insegnamenti che dovremmo trarre dagli anni della pandemia, già allora furono condotte indagini da società specializzate nel monitoraggio della percezione pubblica della scienza, ed attestarono che la fiducia nei confronti della comunità scientifica si abbassava giorno dopo giorno, calando bruscamente tra il primo periodo di lockdown e il successivo, un anno dopo. Durante la primavera 2020 la popolazione guardava alla scienza e agli scienziati tutto sommato con fiducia e speranza, ma dopo dodici mesi prevalsero sfiducia e confusione. La causa stava nella contraddittorietà dei messaggi provenienti dalla comunità scientifica.

Confusione spesso alimentata in malafede, scienziati con visioni differenti, evidenziando più i disaccordi, che fa più spettacolo, che i punti di accordo: una scienza divisa, non porta che danni e disaffezione.

In diverse occasioni ho scritto che la politica deve ascoltare la scienza per valutare e prendere decisioni, assumendosene la responsabilità. Va preteso che i politici ascoltino la scienza, occorre deprecare l’insufficiente cultura scientifica media, soprattutto quella nostrana, insegnare di più la scienza fin dalle elementari. Una pandemia ha messo la scienza in prima pagina tutti i giorni per anni, dando agli scienziati l’occasione di spiegare la scienza e il suo metodo, con una platea mondiale a disposizione: ciò nonostante è stata sprecata, comunicando in modo sbagliato e scomposto, con risultati disastrosi e deleteri sulla percezione pubblica della scienza, soprattutto in Italia. Paese il nostro, forse assuefatto a certe situazioni, se si ripensa ad esempio anche a quanto accadde, in termini di comunicazione scientifica, nei mesi che precedettero il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009.

La comunità scientifica dovrebbe riflettere sui suoi errori di comunicazione uscendo dalla bolla.

Vorrei concludere, utilizzando le parole di Piero Martin, per quanto riguarda infine i rapporti tra il mondo scientifico e quello mediatico e della pubblica opinione: relazioni molto delicate.

«[rapporto] Che non può e non deve essere evitato, ma sul quale c’è ancora molto da imparare, sia da un versante sia dall’altro. L’incontro tra scienziati e giornalisti avviene idealmente in cima a una collina, raggiunta con percorsi in salita da entrambi i lati. Se gli scienziati devono fare uno sforzo per rendere i loro risultati e punti di vista intelligibili alla pubblica opinione e quindi semplificare la loro narrazione, per i giornalisti la strada richiede fatica sull’altro versante, che è quello di lavorare per non banalizzare e riportare con rigore quanto appreso. Sicuramente c’è ancora parecchio da fare.»

Dieci errori di comunicazione della scienza che sarebbe meglio non rifare[1]

1) Non solo prodotti, ma processi

Quando si comunica la scienza non ci si deve limitare a sciorinare i risultati, i prodotti, i dati, i numeri. Sono essenziali, ma cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor più importante è spiegare come si arriva a quei risultati, perché sono affidabili ed entro quali limiti. Bisogna raccontare anche i processi che hanno portato alla genesi di determinati risultati, e come questi processi siano stati validati.

2) Certezze pronte all’uso? No, grazie

La scienza ha da sempre a che fare con l'incertezza, con ipotesi esplicative più o meno probabili, sulla base del confronto con i dati in costante aggiornamento. Per arrivare a un consenso scientifico valido oltre ogni ragionevole dubbio, su una certa spiegazione, occorrono tempo e verifiche. Quindi le richieste fatte agli esperti, dai media e dalla politica, di fornire certezze pronte all'uso non vanno assecondate, persino in condizioni di emergenza e di urgenza sociale perché denotano una visione strumentale della scienza. Pur tuttavia, come scrivo nel paragrafo “Un esempio dal passato” di questo mio post, a volte prendere posizioni è davvero arduo.

3) Previsioni? No, grazie

Per motivi analoghi vanno respinte al mittente anche le richieste di fare previsioni scientifiche precise sull'andamento di un fenomeno, quando non si hanno dati a sufficienza, e soprattutto se la richiesta è motivata da ansia sociale o dalla fretta della politica di delegare ad altri le responsabilità delle decisioni. Al massimo è possibile fare delle proiezioni, dipingere scenari, cioè traiettorie possibili del sistema. I contenuti della scienza sono spesso controintuitivi soprattutto quando riguardano statistiche e probabilità. Occorre saper trovare la giusta narrazione senza semplificare troppo.

4) Le verità assolute le detengono i talebani

Gli scienziati che hanno la responsabilità di intervenire sui mezzi di comunicazione di massa non dovrebbero mai atteggiarsi a depositari della verità oggettiva, una volta per tutte, da elargire paternalisticamente al popolo;  devono invece spiegare le loro ragioni, argomentare, chiarire i meccanismi di un certo fenomeno, raccontare diverse ipotesi e scuole a confronto, senza nascondere, laddove ve ne siano, i margini di incertezza. Se un interlocutore punta a buttarla in caciara contestando i dati scientifici consolidati sulla base di sciocchezze senza fondamento, è inutile mettersi sullo stesso piano. L'interlocutore ideologicamente convinto non cambierà comunque idea, ma forse lo farà una parte del pubblico che sta assistendo. 

5) Quando si comunica, anche la postura conta

Imporre il proprio punto di vista sulla base di un argomento di autorità (io so’ io e voi nun sete un *****), oltre a non essere efficace in termini di convincimento, è in linea teorica una negazione del metodo scientifico stesso, che nasce proprio dal rifiuto di qualsiasi autorità precostituita. Far valere le proprie competenze oltre che l’asimmetria fra le proprie competenze quelle di altri interlocutori in un dibattito, è diverso che imporsi per autorità; nessuno nella scienza deve pretendere di avere ragione sulla base del proprio status, ma deve invece far prevalere le proprie idee mostrandone la validità e le evidenze a favore.

6) Il dissenso è il sale della scienza

Nella scienza qualsiasi dissenso va ascoltato, purché argomentato razionalmente e soprattutto se portatore di nuove evidenze empiriche, perché può contribuire alla critica e alla crescita della conoscenza. Quindi è bene, ove possibile, concedere il beneficio del dubbio, smontare a posteriori e non rifiutare a priori persino le obiezioni che già a prima vista appaiono prive di fondamento. Occorre mostrare apertura alla discussione razionale che rispetta lo spirito autentico dell'approccio scientifico.

7) Nessuno scienziato è onnisciente

Ogni scienziato, qualunque sia il suo ambito di studio, conosce bene il proprio campo di studi ed è mediamente ignorante su quello degli altri, soprattutto oggi che la ricerca scientifica ha migliaia di diramazioni e specializzazioni. Inoltre, come abbiamo visto, ci si accorge costantemente di quanto non si sapeva persino nel proprio campo. Il suo mestiere ha a che fare con l'ignoranza, un'ignoranza colta e generativa, cioè il sapere di non sapere da cui discende ogni impulso di ricerca. Quando si comunica occorre essere consci dei propri margini di ignoranza prima di dare degli ignoranti agli altri. Fare i tuttologi è pericoloso, soprattutto in quest'epoca in cui ogni nostro respiro sui media viene registrato e immortalato per sempre sulla rete. A fronte di una domanda giornalistica che non riguarda le proprie competenze rispondere non lo so, o chiedere di porla ad altri, non è una vergogna.

8) Nessun tabù

Nella comunicazione della scienza la trasparenza è un valore essenziale, non esistono argomenti da censurare preventivamente, per paura che non siano capiti. Ancora una volta la pandemia ci ha lasciato un insegnamento: sarebbe stato meglio fin dall'inizio raccontare all'opinione pubblica che i virus vengono normalmente ingegnerizzati e potenziati in laboratorio, spiegando che ciò viene fatto per studiare in anticipo le possibili mutazioni letali degli agenti patogeni, raccontando che su queste ricerche esiste anche un dibattito bioetico circa la loro opportunità e pericolosità. Il tutto proprio per far capire che in base alle evidenze, il virus Sars-CoV-2, ha un’origine del tutto naturale. Far capire all'opinione pubblica che non c'era nulla da nascondere pur ammettendo che alcuni scienziati continuano ad avere i loro dubbi personali sulle origini di questo virus. 

9) I dibattiti scientifici si fanno nelle sedi opportune

Le discussioni scientifiche, anche su temi controversi, seguono regole precise e codificate. Tali procedure per quanto imperfette sono le migliori disponibili per costruire un consenso intersoggettivo sui risultati della ricerca scientifica. Raramente una controversia scientifica è polarizzata attorno a due posizioni contrapposte, radicalmente distinte, quelle tanto amate dai conduttori televisivi. Di solito, nella scienza prevalgono le sfumature di interpretazione su dati condivisi, i dibattiti scientifici non possono essere simulati o scimmiottati o  ancor meno sintetizzati nei talk show televisivi, né sui social network, perché quelli sono contesti in cui vivono regole di dibattito differenti e incompatibili con la scienza. Sono contesti di discussione non sovrapponibili. Assistere ad un confronto tra scienziati, che notoriamente la pensano diversamente, invitati apposta sperando nella lite o nella sovrapposizione di voci, è fuorviante: così facendo sembra che scienza e politica siano in alternativa l'una all’altra o, peggio ancora, che la scienza sia divisa su tutto. Meglio rifiutarsi di partecipare.

10) Spiegare il consenso scientifico

È il punto più difficile, ma forse il più importante. Un dibattito che mette a confronto, uno contro uno, da un lato uno scienziato che rappresenta il consenso scientifico diffuso su un dato problema, e che quindi parla a nome di una comunità scientifica formata da centinaia se non migliaia di scienziati, e dall’altro uno scienziato eterodosso in preda a smanie di malinteso anticonformismo è, per definizione, fuorviante e ingannevole, perché sottende una rappresentazione inesatta delle posizioni in gioco. Quando si fa comunicazione della scienza sarebbe opportuno rimarcare sempre lo stato del consenso scientifico prevalente, su un certo argomento. Per questo è importante che nel dibattito pubblico, oltre ai punti di vista dei singoli scienziati, ci sia anche una voce istituzionale, autorevole, pubblica e indipendente, deputata ad informare i cittadini sullo stato dell'arte delle conoscenze scientifiche su un certo tema. La scienza non è opinionismo, e gli scienziati non devono mai parlare sempre e solo a titolo personale generando confusione nell'opinione pubblica. Non si tratta di ridurre la comunicazione ad una sola fonte né di censurare alcunché, cosa comunque impossibile nella comunità scientifica, ma di dare una rappresentazione istituzionale al consenso scientifico.



[1] Versione ridotta, rivista e aggiornata da “Comunicare la scienza dopo la pandemia: un decalogo”, di Telmo Pievani, 2021, Almanacco della Scienza in «MicroMega» 6/2021, pp. 133-141
[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.


13 dicembre 2024

Pseudoscienza, antiscienza e divulgazione scientifica. Non tutte le fake news sono uguali

Nei miei post mi è capitato spesso di avere a che fare con concetti sempre un po’ in ordine sparso, e che emergono direttamente o tra le righe degli argomenti esposti. Ricollegandoli a quanto andrò a trattare in questo dovrei esser riuscito a fare un po’ d’ordine, rimandando ad un successivo post una diretta conseguenza di queste considerazioni iniziali.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nella conclusione di un mio post passato, di argomento in apparenza slegato dai cambiamenti climatici, ricordavo come la mobilità animale, compresa la nostra, è da sempre stata la risposta adattativa ai cambiamenti ecologici e anzi, nella nostra specie, l’evoluzione culturale ci ha fornito i mezzi per affrontare climi ai quali non saremmo sopravvissuti: a spiegare e giustificare l’attuale migrazione in atto che vede coinvolte, secondo l’ONU, decine di milioni di persone in tutto il mondo. Argomento spinoso, dunque, che fa scattare barriere mentali e fisiche come i muri nel Texas. E il tutto conduce però ad aprire la porta ad un tema che è, giorno dopo giorno, sempre più presente: fare divulgazione scientifica può condurre a sentirsi accusare di eccesso di politically correct; persino la lotta al riscaldamento globale vede più di qualcuno che cerca di farla passare come un tema del genere.

Sul Corriere della Sera è recentemente comparso un interessante articolo proprio su questo pericolo: «La lotta al riscaldamento climatico è rimasta intrappolata nella categoria del ‘politicamente corretto’, verso la quale vi è una palpabile rivolta. Colpa anche degli eccessi e delle ingenuità dei sostenitori più accesi della transizione». Ma l’argomento è generalizzabile a molti e diversi aspetti della scienza. In altre parole, per paura di pestare qualche callo di troppo si modifica il linguaggio, si interviene sulla forma e non sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare nuove ipocrisie, e la paura di dover dire le cose come stanno, soprattutto di perdita d’immagine, la si percepisce anche in chi dovrebbe fare divulgazione seria distinguendo tra scienza e antiscienza!

Fare divulgazione scientifica è un compito difficile: richiede rigore, attenzione, cautela e precisione, soprattutto nella scelta delle parole; può creare trappole nelle quali non dobbiamo cadere. Un compito molto più difficile e delicato di quel che si pensi e quindi anche molto più importante.
L’esistenza di qualsiasi cosa, oggi come in passato, dipende dai nostri concetti, dai nostri dibattiti e dalle nostre negoziazioni: tutto ciò è basato sulle parole, quelle giuste, che esprimono tutto questo, modellando il nostro modo di comprendere il mondo e governando le azioni che ne scaturiscono. Le parole sono importanti. Lo ripeteva, anzi lo urlava, Nanni Moretti, seduto a bordo piscina in Palombella Rossa, fino a farlo diventare praticamente un mantra, una regola di vita. Importanti perché fanno esistere le cose. Le fanno comprendere, le rendono reali ed utilizzabili, solo nel momento e nel modo in cui le cose sono nominate. Da noi e dagli altri. Lo dicevano Heidegger, Wittgenstein, Pierce e tutti quei filosofi, poeti, scrittori che hanno mostrato come nelle parole e attraverso le parole, avvenga la ricerca e la creazione di noi stessi, degli altri, delle cose, e del mondo.

E sono le parole che consentono la condivisione con chi ci ascolta e che vanno arricchite per completare lo scenario, evitando coloro i quali propongono scorciatoie molto semplici, spesso molto persuasive e consolanti, di quelle che saltano subito evidenti e non necessitano di spiegazioni ulteriori, di un minimo di ragionamento: ovviamente false. Le fake news

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Dunque antiscienza e pseudoscienza, entrambe alimentate e da queste a loro volta nutrite dalle fake news. Queste ultime, come evidenziato nel titolo di questo post, non sono tutte uguali. Alcune, non meno gravi per quanto tutto sommato innocue, sono ciò che in filosofia della scienza è definito come antiscientifico, come quelle delle varie forme di negazionismo (non siamo mai stati sulla Luna è un classico) a quelle che negano apertamente un'evidenza scientifica, come il terrapiattismo, le teorie dei vari alieni manipolatori come quelli che, attraverso tecniche di genetica hanno dato il via all’evoluzione in una sorta di rivisitata versione della panspermia, falsa. Queste sono le frottole antiscientifiche, tutto sommato innocue.  Qualcuno le definirebbe come deliranti supercazzole.

Quelle decisamente pericolose sono invece le posizioni pseudoscientifiche, che riproducono o, meglio, tentano di farlo solo sul piano formale, il linguaggio e i criteri propri della scienza, ma che di scienza non hanno nulla, sono false, prive di contenuti autentici.

Normalmente entrambe le categorie sono sui social, online, e pur non mancando anche casi di editoria classica, è il mondo virtuale del web il loro ambiente naturale: niente censura, niente filtri, nessun controllo. Soprattutto per questo va posta maggior attenzione, perché le bugie pseudoscientifiche e gli atteggiamenti antiscientifici sono un sistema, non un bizzarro modo di porsi di qualche contestatore.

[ironia on] E mentre lo scrivo mi rendo conto di star agendo nello stesso mo(n)do. [ironia off]

Più volte sulle pagine di questo blog il famoso filosofo Karl Popper, probabilmente il fondatore della filosofia della scienza, è stato citato e si è raccontato qualcosa delle sue idee. Uno dei contributi più importanti e conosciuti è la sua visione della scienza, incentrata su una coppia di idee semplici, chiare e straordinarie.

Popper distingueva innanzi tutto la Scienza, con la S, dalla pseudoscienza appunto, qualcosa che si spaccia per scienza ma non lo è. Diciamo subito che per Popper la pseudoscienza non era necessariamente priva di significato ma comunque non considerabile come scienza: due esempi di pseudoscienza a lui cari erano la psicologia di Freud e la visione marxista della società e della storia. Sulla prima va detto che le critiche del filosofo nascevano dalla metodologia allora in uso nella psicanalisi, troppo legata al solo comportamento umano in risposta ad uno stimolo e priva di prove empiriche. Scienza purissima per Popper era d’altro canto il lavoro di Einstein. Ma a parte queste rare eccezioni, non del tutto condannate, pseudoscienza è sinonimo di falso. E pericoloso.

Richard Dawkins
Prendiamo ad esempio la teoria del cosiddetto Intelligent Design (Disegno Intelligente), sul cui contenuto il consenso della comunità scientifica è unanime: falso. Diffusissimo negli Stati Uniti, dove ha preso origine, molto meno da noi, vede in esso sostenitori che pur non negando direttamente l’evidenza scientifica a sostegno della teoria dell’evoluzione, riescono a mettere su una sorta di impalcatura formale che cerca di far passare un contenuto non scientifico come se lo fosse. Sono invece tematiche religiose, filosofiche, metafisiche, che negano tutto ciò che la scienza racconta da oltre un secolo e mezzo, chiamando in causa una sorta di progettista che avrebbe diretto l’evoluzione che quindi non sarebbe dovuta alla selezione naturale, al ruolo delle mutazioni.
(scusate la foto di Richard Dawkins, ma sono memorabili i suoi confronti con un arcivescovo di Westminster...a smontargli il disegno pezzo per pezzo!)

Coloro che costruiscono e mantengono argomentazioni pseudoscientifiche non sono degli sprovveduti, non sono dei buontemponi o degli inutili idioti come i terracazzari, come amo definire i terrapiattisti.

Ci sono siti sull’Intelligent Design, come questo nostrano (non fatevi abbindolare!), che sono bellissimi, fatti molto bene, curati nei dettagli e nelle grafiche, pieni di bellissime fotografie di animali e fossili, di argomentazioni geologiche, fisiche, chimiche, biologiche…ma se si va a scavare nel contenuto cancellando la sovrastruttura formale, ci si accorge che il loro scopo è condurti dentro la loro spiegazione, e sono bravissimi nel farlo, al punto che se si è privi degli strumenti critici la loro persuasività miete vittime facilmente.

Tutto ciò vale per qualsiasi argomento falso, come i diversivi pseudoscientifici che negano il cambiamento climatico, e molto altro ancora. A tale proposito, l’amico Aldo Piombino, ha recentemente scritto un bel post su coloro i quali ha definito molto tempo fa, con sagacia, climascettici. I dati sul riscaldamento globale sono da tempo inequivocabili e inattaccabili, ed allora costoro stanno passando dal negarli alla pura disinformazione. Ed ecco la pericolosità. Anche gruppi di stampo complottista o di estrema destra condividono il climascetticismo, ed a tale scopo hanno messo in pratica la loro abilità nel produrre disinformazione, tipico di qualsiasi pseudoscienza, proprio come la propaganda e le tecniche di denigrazione sono da sempre state usate dai regimi totalitari.

Le fake news quindi, lo ripetiamo, non sono tutte uguali.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

Mettendo da parte la volontà o la necessità di non interagire più di tanto a contrastare le fake news che sono state definite innocue, buttate lì da gente che ha tempo da perdere, come reagire invece a quelle che pretendono di decidere sul comportamento sociale? Vaccini, alimentazione, cure alternative, persino sul cambiamento climatico, inondando la società di fesserie su robaccia come misteriose tecniche di manipolazione climatica, a cominciare dal ricchissimo filone delle cosiddette scie chimiche. Tutto ciò, soprattutto per i primi tre esempi, può nuocere gravemente alla salute altrui. E per restare in tema amo sempre ricordare come, il negazionismo portato avanti per decenni, scientemente e deliberatamente, dalle aziende produttrici di tabacco, abbia direttamente e indirettamente provocato milioni di morti per cancro in tutto il mondo e un numero ancora più alto di disabilità di varia natura, con aggravio incalcolabile della spesa sanitaria nazionale. E quanti quelli imputabili al negazionismo ambientale sui danni da inquinamento della grande industria, al negazionismo ambientale delle cosiddette Big Oil?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Allo scopo di arginare la marea crescente molti gestori dei social si sono impegnati a filtrare e cancellare i contenuti palesemente falsi e pericolosi, ma il lavoro è enorme ed inefficace, eseguito per lo più da fallaci algoritmi automatici. Le segnalazioni dirette sono pochissime e spesso prive di seguito e accompagnate da un laconico messaggio «il contenuto non viola i nostri standard»…Il che mi ricorda una studentessa al suo esame di maturità, che scrisse sul tema, a carattere scientifico, una marea di clamorose fesserie…ma mi dissero che meritava un bel voto, perché scritto in italiano grammaticalmente e sintatticamente ineccepibile.

Qualcuno ha parlato di ricorso a sanzioni per le fake news costruite ad arte. Apriti cielo!

Qui da noi, in Italia, la tematica è tabù, non se ne può nemmeno discutere senza essere accusati di offesa alla libertà di espressione. Ma cos’è oggi la libertà di espressione? Considerando che la scienza non è democratica, semmai datocraticanon c’è nulla di più ostinato di un dato», Bulgakov) è libertà di espressione la licenza di mentire? È diritto d’opinione la licenza di offendere gli altri fino a minacciarli di morte?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

I padri fondatori del liberalismoJohn Stuart Mill, John Locke e il già citato Karl Popper, coloro che hanno fondato l'idea di libertà, in nessuna delle loro opere rendono la libertà priva di ambiti. La libertà di espressione, come tutte le libertà, non potrà mai essere assoluta e incontra dei limiti ben precisi: quando la propria libertà minaccia la salute degli altri in una situazione di contagio non è libertà, non c’è libertà di mentire.  Ma oggi nel dibattito pubblico, e soprattutto negli Stati Uniti, espertissimi in esportazione della loro libertà a scapito di quella altrui, ci si è dimenticati degli insegnamenti ricevuti. E tutto ciò porta, come danno sociale da evitare, a conseguenze paradossali e catastrofiche. Come quella che recentemente ha visto migliaia di abitanti del Nord Carolina che, dopo l’uragano Milton, a seguito anche della diffusione deliberata di menzogne, rifiutare gli aiuti governativi che sono arrivati successivamente, perché credevano a teorie cospirazioniste secondo le quali l'uragano era stato iniettato, prodotto da una sorta di stato sommerso ed eversivo, con il solito Soros di mezzo.

Le teorie complottiste quindi, che alimentano la negazione, ecco che escono dal mondo virtuale e arrivano a condizionare i comportamenti delle persone.

Va urgentemente trovato un modo di combatterle efficacemente, ed il compito è arduo. Difficile perché le fake news hanno molte concause loro alleate: fragilità educativa, scarsa attenzione all'evidenza dei fatti, risentimento, sfiducia generalizzata di una parte della popolazione nelle istituzioni, ed anche la scienza è, giustamente, percepita come un'istituzione; nel nostro paese il tutto è aggravato da una situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e da un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Le fake news inoltre sono costruite in modo tale da essere convincenti, sono realizzate tutte affinché abbiano un certo grado di finalismo (ne ho scritto ampiamente in una serie di tre post): sono strutturate e fatte allo scopo di indurci a credere, alimentando la nostra naturale propensione a farlo, in concetti quali quelli legati alla volontà del mondo scientifico di tenerci all’oscuro ora di questo, ora di quello, allo scopo (il fine…) di mantenere uno status quo di oppressione della minoranza. Parafrasando un bel libro siamo nati per credere, con una mente che produce sistemi di credenze per auto-consolarsi ed evitare contenuti controintuitivi, argomenti da razionalizzare con difficoltà, con un processo logico complicato. Cade un fulmine e incenerisce un malcapitato? Era una punizione divina, ovvio.

È paradossale ma ci sono persone disposte ad accettare senza batter ciglio le stranezze della meccanica quantistica (niente di più controintuitivo al mondo!), la teoria della relatività di Einstein, ma che assumono, spesso per imitazione, posizioni scettiche, anche radicali, su altri settori della scienza, soprattutto quelli che riguardano da vicino il genere umano. Non faccio fatica a pensare che le numerose aggressioni al personale medico e paramedico siano conseguenze estreme del negazionismo, delle menzogne, delle fake news insomma. Dell'ignoranza popperiana citata.

Per spiegare l’evoluzione e la biodiversità cosa c’è di meglio di un progetto divino o di una misteriosa tecnologia aliena al posto di complicate e noiosissime nozioni di statistica, di cose invisibili come il DNA, della struttura delle proteine? Tutte cose che vanno in qualche modo fatte vedere a chi ci ascolta.

E questa è un’ulteriore difficoltà, aggravata dall’essere ormai immersi in questo mondo delle fake news, delle scorciatoie semplificatorie e persuasive, al punto che oggi ha una sua nicchia ecologica perfetta qual è il web, dove è saltata del tutto una serie di controlli, dove a chiunque scriva non viene chiesto di presentare un documento quando esprime commenti osceni, offensivi, persino violenti; dove l’autore o l’autrice di un’affermazione qualsiasi spacciata per scientifica, nel falso ed ipocrita diritto d’opinione, può scrivere qualsiasi cosa senza dover presentare, come accade nella comunità scientifica, le credenziali corrette e la validazione indipendente. Tutti chiusi in bolle di autoconferma e in un mondo che oggi viene definito, non a caso, tribalismo digitale, il luogo delle bolle informative che ci rinchiudono dentro un’unica visione del mondo; l’ambiente dove prendono forma i discorsi d’odio; il contesto in cui circolano teorie cospiratorie; il frame formale che rimanda ad un frame informale, il dark web, dove proliferano illegalismi di ogni genere.

Con il cervello chiuso in una sfera così tecnologica a cercare di nuovo la sua vecchia tribù, la piccola comunità di quelli che la pensano tutti come te e che continuano a confermare i tuoi pregiudizi, che continuano a dire che hai ragione e non ti danno mai torto.  Le tribù, ancorché digitali, sono tornate, ognuna di esse chiusa in un’esclusiva camera dell’eco che rilancia e amplifica, proprio come farebbe una cassa di risonanza, ogni singola parola; selezionando e dando credito solo alle informazioni che sostengono le loro opinioni, ignorando quelle contrarie o sostenendo che la prova contraria sia falsa, o assegnando alle prove ambigue valore di sostegno indiscutibile alle loro teorie esistenti. Circoli esclusivi di persone a cui nuove informazioni, invece di cambiare le loro errate convinzioni (in modo più o meno doloroso), hanno l'effetto di renderle ancor più solide. Tutte cose studiate e catalogate da scienziati e sociologi, bias di conferma, backfire effect e altro ancora. I temi prediletti di queste bolle? Vaccini, cambiamento climatico, evoluzione, alimentazione, prevenzione, virus ingegnerizzati, clima ingegnerizzato…che ve lo dico a fare?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Ecco perché ogni qual volta viene proposto un contenuto antiscientifico o pseudoscientifico, o semplicemente si deve ribattere una fake news, non basta semplicemente smentirla, affermarne la falsità o l’errore, mostrare grafici e dati, chiamare in causa il consenso della comunità scientifica, ribadire il ribadito. Tutto questo non basta e si rischia di generare polarizzazione, convincendone qualcuno ma lasciando molti altri ancor più radicalizzati e contro. Le fake news non vanno soltanto smentite, vanno smontate, pezzo per pezzo, spiegando come sono costruite, quali sono i loro trucchi, quali i modi per identificarne velocemente la fallacia. A cominciare dai giovanissimi perché crescano preparati a proteggersi dalla menzogna deliberata. È dimostrato che le tecniche cosiddette di rebuttal, di confutazione dei contenuti social menzogneri, riescono a mitigare l’influenza del negazionista della scienza.

È un lavoro arduo e complesso, ma occorre fornire gli antidoti. Non basta dire è falso, come in un processo penale la difesa non si limita ad affermare la falsità dell’accusa, ma la smonta e la ricostruisce, con tenacia e pazienza, fino a dimostrarlo inequivocabilmente. E anche se in termini assoluti si potranno convincere una minoranza sarà comunque una vittoria del metodo scientifico. Pur rischiando di predicare ai convertiti. 
Ma, ad evitare che anche il mondo scientifico abbia una sua personalissima bolla, questa è una storia che vedremo in un prossimo post

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

13 giugno 2015

Scienza e civiltà

 

Nota del 2023. Anche questo è un vecchissimo post, riportato sempre per dare un'idea su come la pensi.

Di fronte alle magliette con le “ruspe” di Salvini, e più in generale alle sue esternazioni, non so se far prevalere in me il senso di nausea o quello sarcastico che lo vorrebbe relegato nella zona in cui metto i mentecatti.

 Ma poi mi soffermo a pensare sulla totale irrazionalità delle affermazioni di quel genere e ripenso alle parole di Enrico Berlinguer, del quale giusto l’altro ieri si commemoravano i 31 anni dalla scomparsa prematura. Berlinguer invitava tutti a fare politica, senza distinzioni di sorta, ad esercitare sempre e comunque il proprio diritto di critica, di ragionamento, di uso delle proprie facoltà.

Scriveva Berlinguer dal carcere di Sassari, a soli 22 anni, dove fu rinchiuso per 100 giorni per aver preso parte ad una protesta contro il carovita:

 «Mi accade spesso di incontrare questi strani individui che sogliono ugualmente autodefinirsi apolitici, ma finora sono fortunatamente rimasto immune da questa nuova elegante moda neofascista. Perché in fondo, questo terrore della politica, che è, non lo si dimentichi, quella parte essenziale dell’attività dell’uomo che concerne i rapporti sociali con i propri simili, è un fenomeno tipicamente fascista. Del fascismo post 25 luglio, ben s’intende. Perché prima la politica, i fascisti, la facevano e in un modo così originale e delicato che non la lasciavano fare agli altri. Secondo queste persone, dove si parla di politica, non c’è pace per l’uomo. E uomo è qui uguale al fascista e alla sua coscienza. In altre parole: o politica fascista che chiude la bocca agli altri, o niente politica che ugualmente chiude la bocca agli altri. (…) In questo senso tutti possiamo dirci liberali, inteso il liberalismo non nel significato politico o economico, ma in quel più vasto significato umanistico che vuole che a tutte le facoltà dell’uomo sia dato libero sviluppo.»


A tutte le facoltà dell'uomo sia dato libero sviluppo.

E mi viene proprio in mente adesso Karl Popper che distingueva le società essenzialmente in due categorie: «società aperta», ovvero una società nella quale è possibile l’esercizio della critica e «società chiusa», dove questo non è possibile. Esercizio della critica che deve consentire alcune idee ne soppiantino altre con queste ultime che dovranno scomparire perché razionalmente si è dimostrato la loro inapplicabilità, la loro irrazionalità, la loro inutilità. Far scomparire le idee con l’esercizio della critica e non far scomparire gli uomini che le sostengono, sia chiaro, e sempre per dirla con Popper «Il metodo critico o razionale consiste nel far morire al nostro posto le nostre ipotesi» e, parafrasando Winston Churchill quando il suo partito perse le elezioni per la prima volta disse alla moglie che era contento perché si era battuto tutta la vita per consentire ad altri di imporre democraticamente altre idee alle sue.

L’atteggiamento riportato da Popper è la base stessa del metodo scientifico, della scienza moderna, che ancora una volta si dimostra non solo essere il più efficace metodo per accrescere la nostra conoscenza ma anche un contenitore di valori che personalmente vorrei continuamente vedere applicati anche in altre aree della vita civile. Se c’è un settore dove prevalgono sempre onestà e moralità è proprio quello della ricerca scientifica proprio perché, è sempre Popper a dirlo, la scienza non è un insieme di predicati verificabili ma è al massimo un insieme di teorie complesse che possono essere, al più, falsificate globalmente. Ogni scienziato sa che ogni teoria ha come limite di validità il momento in cui il confronto con la realtà dovesse fornire elementi per ritenerla non più valida ed è la teoria stessa che offre gli strumenti di verifica, di falsificabilità. Più onesto di chi, innocente, offre ai propri accusatori gli strumenti atti a cercare di dimostrarne la colpevolezza, chi altri?

Il fatto che le teorie scientifiche sono, anzi, devono essere criticabili, espresse con chiarezza ed indicanti in anticipo quali fatti potrebbero «falsificarle» è una lezione per la democrazia, per la politica perché la politica democratica non è, contrariamente a quanto si pensi, il governo del popolo (alla faccia dell’etimologia), o della maggioranza, ma deve semplicemente essere la possibilità di eliminare idee sbagliate od un cattivo governo senza spargimenti di sangue, senza eliminare le persone che le sostengono.

Da questo punto di vista le persone come Salvini rappresentano, a mio giudizio, il fascismo mascherato da volontà popolare, la prevaricazione di idee irrazionali ed inapplicabile su elementi logici; persone che senza contraddittorio di sorta, senza conoscere i termini della questione, vorrebbero chiudere la bocca ad ogni forma di politica che non sia la loro salvo poi, una volta consolidati, far di tutto affinché non si parli più di politica, come nel periodo fascista precedente al 25 luglio 1943. L’idea stessa che una ruspa trasmette è quella di demolizione e quindi violenza, anche se solo concettuale ma pur sempre violenza.

Ma allora, alla luce delle così tante adesioni che partiti come la Lega e movimenti estremisti come Casapound, come conciliare il potere del voto come strumento di falsificabilità dell’idea politica?

Ebbene, questi, secondo me, sono gli effetti collaterali della democrazia e del suffragio universale che conviene comunque accettare. A differenza del mondo scientifico nel mondo reale, nelle società, aperte o chiuse chi siano, a prevalere è l’irrazionalità.

Sappiamo infatti cosa accade quando l’irrazionalità si arroga il diritto di pontificare in ambito scientifico.

Nei lontani anni del comunismo duro e puro di sovietica matrice e fino a tutti gli anni ‘70 in Unione Sovietica era scienza soltanto quanto dichiarato o scoperto dai possessori della tessera di partito mentre gli altri o erano rapiti e costretti comunque a lavorare per lo stato, ma in segreto, o finivano come si diceva e faceva allora in Siberia ed infine i più fortunati riuscivano a passare oltre cortina e costretti all’esilio.

Questo oltre ad aver portato ritardi o clamorosi errori, a volte catastrofici, nei cosiddetti piani pluriennali questa cosa evidenzia, come se già non fosse palese di suo, che la scienza è una e non esiste scienza ufficiale distinta da qualcosa non ufficiale.

Ed ancora una volta emergono forti ed insormontabili i motivi di inapplicabilità del metodo scientifico alla vita civile.

La maggioranza irrazionale è troppa ed imbattibile e come dice l’adagio, è inutile cercare di discutere con un idiota, per farlo dovresti abbassarti al suo livello e saresti battuto per inesperienza

27 aprile 2014

Infinitesimi

In termini cosmici la mia esistenza non ha senso: o meglio l'unico senso della mia esistenza è il fatto stesso che io esisto. Lo scopo della mia vita? "Lo scopo è vivere". Una tautologia che vale sempre la pena di tenere a mente.

Quindi, dal punto di vista del cosmo, la mia esistenza non ha un senso né uno scopo né alcuna necessità (non c'è da vergognarsene - varrebbe lo stesso anche per Dio, se Dio esistesse). Io sono qualcosa di accidentale, di contingente. Avrei potuto benissimo non esistere.

"Benissimo" quanto? Facciamo un piccolo calcolo. Appartengo alla razza umana e perciò possiedo un’entità genetica precisa. Il genoma umano consiste di circa trentamila geni attivi. Ognuno di essi ha almeno due varianti, o “alleli”. Quindi, il numero di identità geneticamente distinte che il genoma può codificare è pari ad almeno 2 elevalo alla trentamilesima – a spanne, 1 seguito da diecimila zero. E’ il numero degli individui potenziali permesso dalla struttura del DNA.

E quanti individui potenziali sono esistiti davvero? Secondo le stime, da quando esiste la nostra specie, sono nati circa 40 miliardi di esseri umani. Arrotondiamo a 100, per prudenza. Questo significa che la frazione di esseri umani geneticamente possibili venuti al mondo è meno di 0,00000…000001 (inserire circa 9.979 zeri al posto del puntini). La stragrande maggioranza degli umani geneticamente possibili è fatta di spettri non ancora nati(1). Ecco a quale fantastica lotteria ho dovuto vincere – e voi con me – perché la mia candelina si accendesse. Se non è il massimo della contingenza, poco ci manca.

(…)

Non riesco a non sentirmi meravigliato di esistere – e che l’universo sia riuscito a produrre i pensieri che ribollono adesso nel flusso della mia coscienza.

Tuttavia lo sconcerto che provo pensando alla mia improbabile esistenza ha un curioso contrappunto: la difficoltà di immaginare la mia pura non-esistenza. Perché è così difficile immaginare un mondo senza me, un mondo in cui non ho mai fatto la mia comparsa? In donfo so di essere un dettaglio tutt’altro che necessario della realtà.

(…)

Lo so: la sensazione che la “qualcosità” del reale dipenda dalla mia esistenza è un’illusione egocentrica. Ma non perde il suo notevole fascino neanche se la considero tale. Come posso restarne immune? Forse tenendo bene a mente che il mondo se l’è cavata benissimo senza di me per secoli e secoli, prima del mio improbabile e improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza, e che continuerà a cavarsela senza intoppi anche dopo il mio prossimo ed inevitabile momento in cui a quella notte farò ritorno.

(…)

Se la mia nascita è accidentale, la mia morte è una necessità.

Estratto da Jim Holt “Perché il mondo esiste?”



(1) NdA: e che non avranno mai modo di nascere.