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06 maggio 2026

Quando tornano le rondini. Friuli 1976: memorie di un terremoto

 «Il 1976 è un anno denso di avvenimenti. Ricordarne alcuni serve a restituire il contesto di quel tempo. […] Di gran parte di questi fatti, i friulani non si accorgono. Mentre il mondo continua ad andare avanti, per molti di loro tutto si ferma alle nove di sera del 6 maggio.Di quel giovedì notte, resta il ricordo della polvere, del buio e della paura.» 
Giada Messetti

Un avvenimento raccontato da una sola persona riguarda il destino di questa persona, raccontato da molti è già storia.
Svetlana Aleksievič ‘Preghiera per Černobyl’

Il mio paese era piccolo ma era molto bello.
Adesso non c’è nessuna casa, sono tutte cadute dopo il 6 maggio.
Però i nostri monti fanno lo stesso bella figura.
Giovanna, bambina del Friuli

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026

Cinquant'anni.

Ripropongo la lettura di questo bellissimo libro di Giada Messetti



6 maggio 1976. In Friuli la terra trema: 13 secondi dopo le 21 un terremoto di magnitudo momento 6,5 (Mw, dati INGV), di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli (fonte INGV), colpisce un’area di 5.700 chilometri quadrati. La scossa principale dura 59 tragici secondi. Cinquantanove secondi. Provate a seguire la lancetta del vostro orologio per quel lunghissimo minuto. Provate ad immaginare di provare a camminare nel corridoio di casa verso l’uscita, su quel che è diventato un tagadà impazzito, e non riuscirci. L’estensione dell’area fu tale da colpire 137 comuni. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, 75.000 danneggiate. I morti furono 989 (anzi, 990 ci ricorda l’Autrice), 2607 feriti. Quasi 200.000 persone persero la casa. Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono a oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza, l’11 e il 15 settembre 1976, con magnitudo pari a 5,7 e 6,1 rispettivamente, analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.

A cinquant’anni dal terremoto l’Autrice ce lo racconta raccogliendo le voci di gemonesi, tutti conosciuti personalmente fin da bambina: persone che lo vissero e che ne portano i segni sulla pelle. Allo scopo di preservare una memoria che, a livello nazionale, sembra lontana e dimenticata, ma che segnò un passaggio cruciale per l’Italia. Come ci dice uno dei testimoni, il nostro è un Paese sismico: ce lo dimentichiamo, ma il terremoto torna sempre.

Con un incedere commovente ma sereno e avvincente nonostante la tragicità degli eventi, l’Autrice narra quelle ore e le enormi conseguenze nel tempo e nello spazio, con tredici storie, a partire dalla sua. Un libro di memorie personali e collettive allo stesso tempo, da condividere, che va dritto al cuore, inteso sia come centro emozionale che centro dei problemi che ogni volta che una calamità naturale, un terremoto in particolare, sconvolge il nostro bel Paese, richiama immediatamente le stesse inadeguatezze, le incompetenze, quella sensazione di emergenza continua che ben conosciamo. Ma è soprattutto un racconto dei racconti di ciò che solo una catastrofe del genere può provocare: spezzare letteralmente le vite di chi sopravvive, con una profonda insanabile frattura tra il prima e il dopo del sisma, perdere tutto, azzerarsi, ripartire. Memorie intime, direttamente dagli occhi di chi le ha vissute. Come quel che traspare da frammento che segue.

Un vecchio servizio televisivo in bianco e nero del 1976 raccoglie le voci di bambini friulani, scampati alla devastazione. Uno di loro, Vittorio, dichiara perentorio: «Lis sisilis nus bandonin» («Le rondini ci abbandonano»). Fuori campo, una voce di donna chiede: «Perché ci abbandonano? Sono venute le rondini a Gemona quest’anno?». Lui risponde: «Sì, sono venute, ma non hanno trovato i nidi perché le case sono cadute». E nella risposta ad una successiva domanda la speranza, che tornino le rondini e ritrovino le case ricostruite per dar loro modo di costruire i nidi. Per anni, a Gemona, le rondini non s’erano più viste.

Il libro illumina un’esperienza politica straordinaria, forse irripetibile, quella che fu chiamata fin da subito “Modello Friuli”. Una politica responsabile, capace di superare le barriere ideologiche per unirsi al servizio della popolazione. La figura di Giuseppe Zamberletti, tratteggiata più volte,  un uomo illuminato, al posto giusto al momento giusto, con poteri davvero eccezionali al limite della costituzionalità. Ad evitare il dramma del terremoto del Belice, avvenuto pochi anni prima e con i sopravvissuti ancora costretti nelle baracche.

E da tutti questi racconti la speranza è che si gettino le basi, soprattutto per i giovani, per chi nemmeno conosce quella tragedia, per ispirare curiosità per la straordinaria solidarietà e collaborazione nate da quella catastrofe. Sarebbero disposte le odierne generazioni di genitori a lasciare che i loro figli si rechino volontariamente in una zona disastrata, rischiando di persona, per aiutare gli altri? L’Autrice non ne è sicura, e concordo. L’iperprotettività dell’odierna società è tale da spegnere sul nascere ogni volontà di quel tipo.

Il 6 maggio 1976 l’Autrice non era ancora nata. Ma fu in quel tragico contesto che i percorsi contingenti delle vite portarono a conoscersi i due che sarebbero divenuti i suoi genitori. E dalla forza di chi volle e seppe ricominciare nonostante tutto quel dolore. E aggiunge: «Per quanto queste mie parole possano suonare spiacevoli, senza il terremoto che quella sera ha spezzato tante vite e ne ha cambiate altrettante, non sarei qui. Sono figlia del terremoto

E quella stessa forza di volontà pervade indissolubilmente la straordinaria reazione di una terra che rifiutò di arrendersi. «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» era il motto di allora (formulato da monsignor Alfredo Battisti, l’allora arcivescovo di Udine); e così la ricostruzione divenne modello virtuoso di efficienza e partecipazione dal basso, che impedì lo spopolamento delle valli.

Una raccolta preziosa di testimonianze, a ricordare che la rinascita è possibile anche dopo la più totale delle distruzioni, affinché le rondini tornino a nidificare dove prima c’erano solo macerie e perché, come conclude il libro: «No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini

Ma soprattutto un monito ad evitare tragedie come questa spingendo forte, fortissimo, sulla prevenzione, la grande assente in questo nostro paese, a ribadire gli appelli e la necessità più e più volte espressa sulle pagine del nostro sito.

Selezione di emozioni
Dal cap. I
«Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti.»

Dal cap. II
«Può sembrare assurdo, ma a me vivere in baracca in fondo piaceva. Mi rilassava stare seduta fuori dalla porta e osservare la vita della baraccopoli. La normalità tornava, piano piano. Quello che ricordo con più piacere è che eravamo tutti uguali. Chi riusciva a costruire un piccolo riparo dal vento davanti alla porta del suo prefabbricato sembrava più fortunato degli altri, ma per il resto non c’erano altre differenze. Tutto era livellato. Non sapevi più chi fosse ricco e chi fosse povero. Anche perché, per mesi, i soldi non si erano più usati. Si mangiava nelle mense dei militari e ci si vestiva con gli indumenti distribuiti nei magazzini dove lavoravo anch’io. C’era solo un po’ di invidia per chi viveva nelle Krivaja. Erano i prefabbricati più belli: le “baracche-chalet”, così le chiamavamo, perché assomigliavano a delle piccole baite in legno. Venivano concesse a chi possedeva un terreno privato su cui poterle installare, quindi erano sparse qua e là.

Un altro aspetto bellissimo di quel periodo era la tolleranza per la diversità. Ho lavorato per oltre venticinque anni in ambito psichiatrico: credo che, per chi viveva un po’ ai margini, quello sia stato un momento positivo. Nessuno aveva nulla, ma si condivideva tutto.»

«(…)una cosa è percepire un tremito, un’altra è la terra che si apre e inghiotte tutto, compresa la tua vita precedente.»

Dal cap. III
«I jeans che la mattina del 6 maggio non riusciva ad abbottonare, il giorno dopo le cadranno. Per la paura, quella notte, ha perso tre chili.»

Dal cap. IV
«Di fatti incredibili, attorno al terremoto, ne sono successi davvero tanti. Una cosa che mi ha sempre colpito è il grande aiuto che io e la mia famiglia abbiamo ricevuto, sia da conoscenti sia da perfetti sconosciuti.»

Dal cap. V
«È il primo caso nella storia in cui un disastro naturale assume la dimensione di una vera e propria tragedia mediatica, seguita e raccontata senza sosta dai mezzi di informazione. L’8 e il 9 maggio la RAI decide di modificare i suoi palinsesti e – oggi può sembrare incredibile – blocca la trasmissione di inserti pubblicitari in segno di lutto per i quasi mille morti del Friuli

«Tutti gli inviati non possono fare a meno di sottolineare lo stesso dato di fatto: i friulani non piangono, non gridano, non si lamentano.»

«È difficile trovare un angolo nel mondo in cui i friulani non siano arrivati negli ultimi secoli. Ancor più difficile trovare un luogo in cui il loro passaggio abbia lasciato un cattivo ricordo.»

Dal cap. VI
[Quelli post sisma – NdR] «Sono stati anni di grande solidarietà e condivisione. Il rovescio della medaglia è che, con il tempo, tutto è tornato come prima, forse persino peggio. A volte mi chiedo cosa accadrebbe se arrivasse un terremoto altrettanto devastante oggi. Credo sarebbe più complicato reagire allo stesso modo.»

«Dopo qualche giorno, qualcuno mi ha avvisato che avevano recuperato i corpi dei miei cari. Mi sono messo in testa che volevo vederli. Sono arrivato nella via del cimitero. C’erano una fila interminabile di bare aperte e un odore insopportabile di disinfettante e di morte. A cinque metri da loro, per fortuna, ho avuto un momento di lucidità. Mi sono fermato e ho pensato che non era vero che volevo vederli. Non volevo vedere mio fratello con il volto tumefatto dall’asfissia o mia madre priva di un braccio perché la pala meccanica gliel’aveva portato via. Volevo ricordare come erano, uguali a quando li avevo salutati.»

Dal cap. VII
«”NON ABBIAMO BISOGNO DI COMPASSIONE!”, scritto tutto maiuscolo.»

«Per noi il Friuli è al primo posto, non possiamo sbagliare. Il Belice non si deve ripetere». Giulio Andreotti nel settembre 1976.

Dal cap. VIII
«…nelle fasi critiche è fondamentale che qualcuno, a un certo punto, prenda in mano la situazione.»

Dal cap. IX
«Il numero totale degli sfollati sarà di oltre 32.000 persone.»

«Sebbene rari, si registrano casi di persone che svuotano gli alloggi [per gli sfollati, NdR] per renderli inutilizzabili, li fanno risultare occupati anche se non è vero o si rifiutano di concederli.»

[Per consentire a chi ha deciso o è costretto a restare, di affrontare l’inverno – NdR] «tutte le roulotte italiane in produzione, comprese quelle nei magazzini delle ditte costruttrici, vengono requisite

Dal cap. X
«Entro il 30 marzo 1977, quasi tutti gli abitanti sono rientrati a Gemona. Era la scadenza che aveva fissato il commissario.

Da lì in poi è iniziata la ricostruzione vera e propria. Lo Stato ha delegato i suoi poteri alla Regione e la Regione ha nominato i sindaci “funzionari delegati” con facoltà di firma. I progetti sono rimasti in Friuli, non sono transitati per Roma, come era successo dopo il terremoto del Belice.(…)Ci sono voluti dieci anni perché la ricostruzione fosse completata al 90 per cento.»

«Per conservarne la memoria è necessario che i nonni ne parlino ai nipoti, i genitori ai figli, e così via. È inutile far finta di niente: il Friuli Venezia Giulia, come l’Italia, è una terra sismica. Il terremoto torna.»

Dal cap. XI
«Il primo problema da affrontare in tutte le aree colpite dal sisma è disfarsi delle tonnellate di macerie che il terremoto e la successiva demolizione dei fabbricati pericolanti hanno prodotto.» I resti del centro storico di Gemona hanno formato una collinetta. Passeggiandoci si nota come [NdR] «sul terreno si possano ancora riconoscere piccoli pezzi di mattone, cocci di vasi, frammenti di piastrelle. Chissà cos’altro c’è là sotto. Solo provare a immaginarlo mi fa venire i brividi

Dal cap. XII
«(…)la decisione dello Stato di affidare la responsabilità di gestire l’emergenza e la ricostruzione ai Comuni è stata ciò che ha fatto la differenza rispetto alle altre situazioni post-terremoto nel nostro Paese.»

Dal cap. XIII
«No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini

15 settembre 2023

Note a margine degli eventi alluvionali del maggio 2023 in Emilia Romagna

clip_image002Con l’autunno si iniziano a temere gli effetti di eventi meteorologici estremi, a causa della naturale propensione meteorologica che vede, mediamente, piovere di più alle nostre latitudini in quel periodo dell’anno. Ed è spontaneo andare ai ricordi dei recenti episodi emiliano-romagnoli, delle alluvioni in Francia e delle cronache di queste ore del disastro, soprattutto umanitario, che ha colpito la Libia in questi giorni, e poco cambia anche considerando che in quest’ultimo caso la stragrande maggioranza delle vittime è stata dovuta al cedimento delle dighe, dighe che avrebbero dovuto proteggere Derna e sono invece state la sua rovina.

Ecco perché, a seguito della lettura di un interessante articolo, proprio relativo alle tristi cronache ambientali nazionali, l’attenzione ritorna su quel che troppo spesso viene utilizzato come alibi a coprire le necessarie azioni preventive.

Premessa

Mi scuseranno gli autori dell’articolo a cui mi sono ispirato per questa premessa: dopo tutto per raccontare dei fatti non ci sono molti modi.

In due distinti periodi dello scorso mese di maggio vaste aree dell’Emilia Romagna sono state interessate da due eventi meteorologici estremamente intensi, verificatisi in breve successione, il primo dall’1 al 3 ed il secondo il 16 al 18[1], comportando precipitazioni eccezionali, che hanno superato ampiamente la soglia dei 400 millimetri di pioggia[2]. I valori riportati dalla fitta rete di stazioni di monitoraggio pluviometrico, con dati usufruibili in tempo pressoché reale grazie ad Internet, hanno tutti registrato valori significativi. I fenomeni atmosferici hanno interessato soprattutto le zone pedemontane, collinari e pedecollinari, con quantità leggermente inferiori in pianura.

La configurazione meteorologica europea durante il mese di maggio ha subito un cambiamento sostanziale, con l'instaurarsi di anticicloni che si estendevano dall'Atlantico alla Scandinavia, mentre contemporaneamente si attestavano zone depressionarie sull'Italia e sul Mediterraneo centrale. Questa particolare configurazione ha portato un flusso frequente di precipitazioni abbondanti su gran parte della penisola, contribuendo a mitigare la preoccupante siccità che aveva afflitto sia la regione che l’intera Italia nell'ultimo anno e mezzo. Purtroppo le precipitazioni intense non contribuiscono al rifornimento dei suoli profondi e delle risorse idriche sotterranee che hanno invece bisogno di piogge più lente e costanti, nonché delle acque di fusione della neve, che ha scarseggiato sia nelle Alpi che negli Appennini durante l'ultimo inverno.

Da un altro punto di vista, sfortunatamente, questa situazione atmosferica ha portato episodi alluvionali straordinari, che hanno colpito in particolare l'Emilia orientale e la Romagna durante i cicli intensi di piogge nei due periodi di maggio indicati.

Considerazioni

Che il cambiamento climatico in atto, osservabile e misurabile ormai oltre ogni ragionevole dubbio, possa portare direttamente a fenomeni meteorologici estremi è un fatto; che i fenomeni climatici relativi alle oscillazioni di El Niño possano comportare disastri meteorologici anche a distanze enormi dal Pacifico è un altro.
Ma chiamare in causa sempre e comunque, a mo' di alibi, il cambiamento climatico sta diventando quasi una moda.

Che le precipitazioni del mese di maggio 2023 siano state del tutto eccezionali, soprattutto in termini di rapidità con cui sono andate cumulandosi e concentrandosi sul territorio, è comunque evidente dalla lettura dei dati[3]. Le piogge del mese hanno raggiunto un valore totale medio regionale di 250 mm, superiore di 175 mm rispetto al valore medio climatico (+230%), valore più alto dal 1961; anche rispetto al valore medio, l’anomalia è di circa +173 mm. A livello territoriale, si riscontrano anomalie eccezionali sulle colline e sui rilievi tra Bologna, Forlì-Cesena e Ravenna, anche lungo la costa, con picchi fino a +500% rispetto alla media 2001-2020, mentre nella parte più occidentale della regione le anomalie, pur presenti e positive, sono molto più contenute, intorno a +50%.

L’osservazione dei grafici[4] delle precipitazioni cumulate e dell’anomalia delle precipitazioni totali mensili rispetto al 2001-2020 (in mm di pioggia) sono autoesplicative.

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clip_image006

clip_image008L’articolo
Sul numero
3/2023 della rivista "Geologia dell'Ambiente" edita dalla SIGEA - Società Italiana di Geologia Ambientale, il primo articolo (pag. 2) ripercorre gli eventi alluvionali del maggio 2023 che interessarono l'Emilia Romagna, con danni diretti stimabili in circa 15 miliardi di euro, 15 vittime e decine di migliaia di evacuati.
Eventi eccezionali quelli dell'1-3 e del 16-18 maggio ma, come vedremo, non certamente unici o imprevedibili, né non ricordabili a memoria d'uomo, nonostante questa sia spesso molto corta.

Gli autori riportano che è bastata una semplice ricerca a tavolino di pochi giorni, condotta analizzando i documenti estratti da varie fonti pubbliche, per ritrovare dozzine di episodi alluvionali dovuti a fenomeni meteorologici intensi, episodi accompagnati da rotture degli argini di numerosi corsi d’acqua con frequenza pressoché annuale; solo nel corso del XVIII secolo il fiume Lamone (uno dei fiumi che ha rotto nel maggio 2023 allagando Faenza), ricordano le cronache, ruppe ben 22 volte in 60 anni, citando inoltre episodi del tutto analoghi a quelli di quest’anno. Il più simile nel 1939, persino nei periodi, con due episodi nel mese di maggio, caratterizzato da precipitazioni estese e fino a 400-500 mm sull’Appennino Tosco-Romagnolo che comportarono lo sconvolgimento dell’intero territorio romagnolo con associate perdita della produzione agricola, di capi di bestiame morti per annegamento e disfacimento pressoché completo della rete viaria. In definitiva, dozzine di eventi fotocopia.

Previsione, prevenzione e allertamento

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Anche soltanto intuitivamente emerge che gli episodi del maggio 2023 possono essere annoverati tra quelli possibili, anche più volte l’anno. Ciò comporta un certo grado di prevedibilità, pur considerando che molto spesso i tempi con cui si sviluppano le celle temporalesche -che danno origine ai cosiddetti wet downburst- sono strettissimi; ma con accurate operazioni di monitoraggio, che in questo caso non sono certamente mancate, è possibile quanto meno mitigare i danni e soprattutto consentire alla popolazione un certo grado di salvaguardia. Va detto che ARPAE emanò due bollettini di allerta per le onde fluviali di piena dapprima arancione e poi rossa per gli episodi dell’1-3 maggio e direttamente rossa per quelli del 16-18. Se così non fosse stato, come ad esempio nel 1939, le vittime e il numero di sfollati sarebbero probabilmente state molte di più.

Pur considerando che l’anomalia nelle precipitazione del maggio 2023 ha di gran lunga superato la media storica il fenomeno, con intensità minori o a volte analoghe, è storicamente conosciuto in quelle stesse regioni, e in un certo qual modo, peggiorante al crescere delle condizioni generali dovute all’aumento della antropizzazione del territorio, del conseguente incremento del consumo del suolo, dell’abbandono delle zone montane e pedemontane e della relativa cura delle aree boschive e di sottobosco, che spesso fanno da freno al deflusso delle acque meteoriche. Queste condizioni non possono che aver peggiorato o intensificato gli effetti di eventi meteorologici eccezionali, ma non unici lo si ripete, in oggetto.

 

Analisi dei dati

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Al conteggio estratto dalla lettura dell’articolo sono stati aggiunti i due episodi del 2023 per un totale di 60 episodi documentati dal 1636 al 2023, riassunti nella tabella. Per il 10 percento del totale degli episodi riportati non è noto il mese dell’accadimento e mancano inoltre riferimenti di dettaglio per le 22 esondazioni del Lamone riportate per circa 60 anni del XVIII secolo.

Da un’analisi numerica degli episodi riportati è emerso come la maggioranza degli episodi alluvionali a seguito di intense ed anomale precipitazioni, siano, come attendibile, concentrati nei periodi autunnali, mediamente da fine settembre a parte di dicembre, con una media di circa 8 episodi al mese, notoriamente più piovosi alle nostre latitudini con dei picchi in novembre (con ben 12 episodi su 60 pari al 20 percento della serie); non va però trascurata la numerosità dei mesi di maggio e gennaio, con 6 e 5 episodi rispettivamente.

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Conclusioni

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La cosa importante che emerge abbastanza chiaramente da questa analisi essenziale è che la regione non è affatto nuova ad episodi eccezionali o comunque assimilabili, con un frequenza ed una conoscenza tali, soprattutto per gli ultimi decenni, da non rendere tollerabile demandare a Giove pluvio la causa di questi disastri che ogni anno colpiscono il nostro territorio; ed altrettanto intollerabile è l’appello all’ineluttabilità degli eventi perché causati dal cambiamento climatico che ha, molto probabilmente e quasi sicuramente, un certo grado di corresponsabilità, ma non ne è certo la causa primaria. Senza per questo negare l’evidenza, lo si ribadisce, che il cambiamento è in atto e che ancora oggi, a decenni di distanza dai primi allarmi, molto poco si è fatto in termini di azioni di contrasto e soprattutto nulla si sta facendo in tema di adattamento al cambiamento consci della storia climatica del nostro pianeta e delle conseguenze che questa ha avuto sulla distribuzione di popoli e risorse. E adattamento significa anche prevenzione e, laddove possibile, previsione allo scopo di mitigare i danni di questi disastri. Il disastro emiliano-romagnolo è un ulteriore terribile test di un dissesto non soltanto territoriale, ma anche amministrativo. Sembra che a nulla siano valse le insistenze presso i governi che si sono succeduti negli anni affinché siano rafforzati i servizi tecnico-scientifici di Stato, fulcro necessario di un coordinamento delle azioni di prevenzione e di difesa del territorio. Nonostante questo la tendenza, ormai acclarata, è stata quella di delegare tutto agli enti locali senza però assisterli adeguatamente e, gravissimo ancorché endemico, quella di emarginare i servizi tecnico-scientifici di Stato e le professioni a questi associate.

Aspettando la prossima alluvione…


[1] L’articolo indica 16-17 ma i dati ARPAE (Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna) sono relativi all’intervallo 16-18.

[2] Ogni millimetro in altezza di pioggia caduta corrisponde ad un litro d’acqua per ogni metro quadro di superficie.

[3] Fonte ARPAE (Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna)

[4] Ibidem

07 ottobre 2022

Diversamente - Note a margine della “Prima giornata internazionale della geodiversità”

 

Geodiversità

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Si è appena conclusa la “Prima giornata internazionale della geodiversità” che, con un programma ricco di interventi variegati, ha illustrato alcuni degli aspetti, spesso inosservati dai più, di quella parte della natura che spesso non appare immediata nella sua bellezza perché non vivente: formazioni rocciose, minerali, fossili, aspetti geomorfologici del paesaggio e della sua evoluzione e, non ultimi anche i fenomeni che hanno modellato nel tempo il pianeta, per lo più lentissimi ma inarrestabili e a volte immediatamente violenti e devastanti. Scopo principale di questa giornata è stato soprattutto sensibilizzare la società sull’importanza che la salute del pianeta ha per il benessere e la prosperità di tutti gli esseri viventi.

Ogni volta che ci fermiamo ad ammirare uno dei tanti meravigliosi paesaggi, la loro unicità è strettamente legata alla varietà di tipi di rocce, minerali e fossili, alle forme ed ai fenomeni che l’hanno modellato: in una parola appunto, la geodiversità. Inoltre alcuni luoghi hanno in particolare la peculiarità di saper raccontare, con la propria geodiversità, la storia dell’evoluzione geologica della Terra e da tempo, come patrimonio mondiale a tutela UNESCO costituiscono luoghi di particolare importanza geologica: i cosiddetti geositi o, geomorfositi.

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E’ una distinzione importante quella tra biodiversità, termine questo citato molto spesso, e la geodiversità. Amo tuttavia ricordare che quando si parla di ambiente si deve sempre considerare che la totalità di esso concorre a formare quella sorta di luogo dello spazio e del tempo formato dall’insieme di biosfera, idrosfera, litosfera e atmosfera, e che soprattutto non si tratta di un altro da sé: ne siamo parte.

Saper evidenziare la geodiversità, scusate la tautologia, richiede innanzi tutto conoscenze geologiche anche se, molto spesso gli aspetti estetici e paesaggistici sono sotto gli occhi di tutti e la bellezza di certi luoghi incanta chiunque: luoghi solo in apparenza formatisi dal caso ma frutto di eventi contingenti realizzatisi nel corso di un tempo così lontano dalla nostra percezione del suo scorrere, che rende pressoché impossibile a chiunque capirne davvero le implicazioni[1].
Prima di passare al motivo principale per cui ho voluto redigere questa nota di commento all’evento odierno vorrei ricordare un altro aspetto particolare degli sforzi tesi a proteggere la Natura, e con essi anche la geodiversità: questi sono sempre di segno conservatore, ovvero tesi a conservare anche a costo di negare quei principi che sono alla base dell’evoluzione stessa del paesaggio. Gli ambientalisti, in buona o malafede che sia, non si rendono conto che quel che vogliono non è preservare la natura, ma una sua forma abituale, ovvero una particolare condizione ecologica che, spesso qui ed ora, è naturale né più né meno di ogni altra.[2] Quando si cita la protezione della natura, ciò che interessa davvero non è la natura, ma il benessere dell’uomo, la sua possibilità di permanenza. E’ comprensibile ma…innaturale! Richiamando alla mente il famoso paragone del tempo profondo che è dato dai circa 4600 milioni di anni di età della Terra con una giornata di 24 ore il genere Homo nasce alle 23:59:12 e Homo Sapiens salta fuori a 4 secondi dalla mezzanotte (23:59:56); solo a 23 centesimi di secondo dall’epilogo questa specie ingegnosa inventa l’agricoltura. La Rivoluzione Industriale? A meno di 4 millesimi di secondo dalla mezzanotte! In sintesi: per praticamente tutta la sua storia la Terra ha fatto a meno di noi, passando dagli stati più estremi, da un inferno rovente (l’Adeano) all’essere una gigantesca palla di ghiaccio o, per antitesi, siamo qui da un battito di ciglia e stiamo facendo di tutto per autoestinguerci.[3]

I geologi, questi (ancora?) sconosciuti

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Premessa doverosa. La categoria presa ad esempio è solo una delle tante di ciò che chiamerei professionisti della scienza; e ciò è dovuto, ovviamente, all’oggetto specifico di questo evento ed alla mia formazione scientifica originale. Ma ritengo comunque opportuno ricordare che le altre categorie non stanno messe meglio, con rare eccezioni.
L’aspetto forse più particolare di questa giornata, introdotta dalla precisione e dalla cura espositiva di alcuni interventi dal taglio rigorosamente divulgativo e conclusasi con la premiazione del concorso di fotografia riservato agli studenti delle scuole medie superiori, presenti all’evento con una loro rappresentanza, è tuttavia stato quello dell’aver imbastito, non sta a me dire se con successo o meno, né se adeguatamente o meno, una sorta di gigantesco spot pubblicitario teso a ribadire l’importanza dell’insegnamento delle Scienze Naturali e, ça va sans dire, della Geologia, invitando nemmeno tanto simbolicamente, i futuri universitari ad iscriversi al relativo corso di laurea. E ci mancherebbe altro: se non altro considerando che l’Istituto di Geologia e Mineralogia dell’Università “la Sapienza” di Roma ha organizzato e messo a disposizione l’aula per la conferenza.

I numeri presentati nel corso dell’evento, e da fonte attendibile quale quella dell’Ordine dei Geologi del Lazio, sono drammaticamente desolanti.

Alla fine del 1982 mi laureavo in Scienze Geologiche, ed allora, forse con un certo snobismo, c’erano circa 1000 iscritti, compresi i fuori corso: per chi, come me, frequentava assiduamente l’istituto, significava conoscersi tutti, come minimo di vista, e le porte dei professori erano sempre aperte[4]. Nell’anno accademico 2021/22 al corso di laurea triennale in Scienze Geologiche si contano 202 iscritti; le due specializzazioni magistrali, Geologia Applicata all’Ingegneria, al Territorio e ai Rischi e Geologia di Esplorazione, contano un totale di 89 e 66 iscritti rispettivamente.[5] Sappiamo già che, per lo meno dei primi 200 della Triennale, solo una parte arriverà alla Laurea e ancora meno forse a superare l’Esame di Stato, non più obbligatorio per chi ha iniziato nel 2021, con l’introduzione delle cosiddette Lauree Abilitanti.

Tutto ciò anche se nel frattempo sono aumentati gli atenei[6] che hanno visto sorgere università statali ovunque, spesso destinate a sopravvivere grazie a continue sovvenzioni (…), e nonostante la polverizzazione di corsi di studio che erano quadriennali in questo a volte incomprensibile miscuglio di triennale e magistrale con la prima spesso appellata con il poco edificante titolo di minilaurea. Il Geologo Junior (con questo suffisso è iscritto all’ordine chi si ferma alla fine della Triennale) tanto per cominciare il più delle volte proseguirà gli altri due anni, ma sarà soprattutto penalizzato dalle minori opportunità. Lo stesso dicasi per fisici, biologi, ingegneri, chimici o altri che siano!

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Ancora più drammatico il quadro che emerge dai professionisti abilitati e operativi. Dalla stessa fonte di prima si apprende che, in quanto iscritti agli albi professionali, in Italia ci sono 12.000 geologi, 15.000 secondo altri. Innanzi tutto mi chiedo quanti di loro siano soprattutto insegnanti alle medie o alle superiori e la geologia sia…il loro secondo lavoro[7]. Non crediate che sia un’esclusiva: ci sono migliaia di architetti, ingegneri, fisici, chimici e biologi che fanno lo stesso. Ad ogni modo questi 12.000, sembrerebbero all’apparenza sufficienti a coprire le esigenze territoriali: il dato mi suona alquanto strano. Quando ero appena laureato si vociferava di geologi in ogni comune, in ogni provincia, in ogni regione: i comuni italiani sono poco meno di 8.000. I conti non tornano soprattutto considerando che i grandi comuni, o i grandi enti, dovrebbero avere ben più che un solo professionista di settore, e non tornano soprattutto perché, da che ne ho memoria, i geologi in Italia non hanno mai avuto considerazione alcuna[8].

Ma lo scossone finale e definitivo arriva dalla distribuzione anagrafica degli iscritti: ci sono più geologi over 60 che under 35, e l’età media è parecchio alta. Ciò significa che da qui ad un paio di decenni la categoria, già iscritta da tempo immemorabile nel gruppo delle specie protette, sarà definitivamente in via d’estinzione.

Chi farà il lavoro del geologo visto che, a quanto pare, dopo la pandemia, e forse con i soldi a pioggia del PNRR, sembra che ci siano tantissime richieste? Sembra. Risalgono a poco più di cinque anni fa gli appelli che hanno messo in evidenza la carenza di questi professionisti del territorio, delle risorse, del paesaggio e delle strutture. Sarà, ma continuo a non esserne affatto convinto[9], è dai tempi in cui frequentavo l’università che da un lato ascoltavi cose tipo «l’Italia è il paradiso dei geologi!» e da altri, la maggior parte, nella migliore delle ipotesi il geologo veniva confuso con l’archeologo se non con…il ginecoloco![10] E come adeguare questa supposta grande richiesta con la realtà che vede la stragrande maggioranza di questa rispettabilissima categoria di professionisti alle prese con la loro stessa sopravvivenza, fatta di migliaia di piccole imprese che con passione e dedizione sputano sangue per farsi pagare parcelle stilate su tariffari professionali e spesso ridotte a meno della metà del loro lavoro? In una parola: migliaia di professionisti dediti a curare il loro orticello. Sarò pessimista ma non vedo grande differenza tra le ipotetiche richieste odierne e la proposta che mi fu fatta nel 1983, appena laureato, da un colosso industriale, che voleva mandarmi in Nord Africa a fare prove geotecniche per 300.000 lire al mese (il primo stipendio della scuola dove iniziai a insegnare, settembre 1983, fu di 720.000 lire).

E infine, lo sanno all’Ordine Nazionale dei Geologi che “Scienze della Terra” è insegnata al primo anno dei licei scientifici per “le scienze applicate” e non più all’ultimo? E questo avrà come conseguenza che i maturandi intenzionati ad iscriversi all’università avranno, forse, tra i loro remoti ricordi di quindicenni, ciò che avrebbe potuto spingerli a scegliere Scienze Geologiche!

E questo è quanto per il settore specifico. Mi sembra abbastanza ovvio aver snocciolato tematiche legate alla professione del geologo: è geodiversità anche questa tutto sommato. Né me ne vogliate se resto comunque scettico o quanto meno perplesso. In tutte le realtà dove ho lavorato ero noto per essere colui che era pagato per…rompere i cabasisi. Un mini avvocato del diavolo insomma. Dopo tutto ci si iscrive a Geologia per passione si dice sempre, e la passione fa compiere atti che travalicano la ragione e chi è veramente appassionato, come il sottoscritto ascoltando l’insegnante di scienze durante all’ultimo anno dello scientifico, si iscriverà a Geologia lo stesso!

Le scienze, queste sconosciute

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Particolare attenzione, nel corso dell’evento, è stata data alla didattica relativa alle materie scientifiche. La geologia è materia scientifica, non fosse altro che per via del suo suffisso. E la scienza, o meglio “le Scienze Naturali” ed il loro insegnamento sono state oggetto di un paio di interventi effettuati da esponenti della “Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (ANISN)” che, dal lontano 1979, si occupa della divulgazione del verbo scientifico e delle migliori metodologie di insegnamento, soprattutto agli insegnanti stessi nonché, e ciò è notevole, dell’organizzazione e della partecipazione dei nostri studenti alle “Olimpiadi delle Scienze Naturali”, con ramificazioni specifiche nelle Scienze della Terra o in Biologia, sia nazionali che internazionali.

Ma mentre ascoltavo alcune cose interessanti e altrettante ovvietà, osservando parecchie espressioni annoiate tra gli studenti, mi tornavano alla mente considerazioni vecchie e nuove. Io stesso, da ex insegnante di Scienze Naturali, ebbi a che fare con l’eterno dilemma se trasformare il mestiere del docente nel più facile del mondo o nel più difficile, senza vie mezzo, da «l’aprite il libro e leggiamo» al «mettete via i libri, per ora, e analizziamo». Trasformare ad esempio il primo anno di Scienze al I Liceo Classico (il terzo anno) da un noiosissimo, inutilissimo e seccante corso di nomenclatura e tassonomia linneana tenuto da chi mi aveva preceduto, ad uno in cui si raccontava di Darwin e della sua avventura umana e scientifica (ed era una scuola cattolica, e ancora non c’era stata l’ammissione ufficiale della teoria che avvenne col pontificato di Woytila!).

Le scienze sono difficili, innanzi tutto e tutte! Non c’è contraddittorio, non esiste il secondo me, la scienza, è ormai spero noto, non è democratica. Le cose o si sanno, e se ne può parlare, o no: e in quest’ultimo caso c’è un solo metodo: studiare. E’ palese che il metodo con cui qualsiasi determinato argomento venga trasmesso è fondamentale ma lo è altrettanto, e doveroso, rendersi conto che qualsiasi disciplina scientifica richiede uno sforzo maggiore, un’apertura mentale diversa, attitudini diverse, e tanto più ciò valga per la matematica e la fisica. I laureati in geologia sono pochi? Sono insufficienti a coprire le supposte esigenze?

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Ma se si osservano le statistiche dei laureati in matematica le cose non sono poi così differenti, se non peggiori: nell’anno accademico 2015/16 i laureati in matematica, laurea magistrale, erano poco più di 2000, circa lo 0,4% di tutti i laureati![11] Ogni anno atenei importanti come quelli di Roma, di Milano o di Napoli, contano ognuno su qualche decina di laureati in matematica! Al punto che nella scuola scarseggiano al punto di affidare a laureati in altre discipline scientifiche, le supplenze di matematica, scarsità dovuta al fatto che la maggioranza dei matematici opta per assunzioni in campo industriale. Le cose non sono poi così diverse per i chimici, i biologi o i fisici. Pochi iscritti, ancora meno laureati. Il motivo principale non sta tanto nella difficoltà di programmare un futuro lavorativo che appare complicato, per i geologi in modo particolare, quanto per le maggiori difficoltà che qualsiasi materia scientifica presenta, a cominciare con il necessario approccio matematico, fisico e chimico, che fa da base propedeutica immediatamente, nei primi anni del corso di laurea. Ed è probabile, viste le difficoltà intrinseche che uno studente possa decidere a questo punto di investire in lauree tecnico-scientifiche maggiormente remunerative in termini di possibilità di lavoro, quali ad esempio la sempreverde laurea in Ingegneria, con dozzine di specialità, o in Chimica, con altrettante ramificazioni.

Chiudo con una nota quasi aneddotica. La difficoltà intrinseca dello studio delle scienze naturali, unitamente alla scarsità di tempo e spesso alla vetustà dei metodi e dei programmi applicati da una cospicua parte dei docenti che campa di rendita, diventa palese ogni qual volta un qualsiasi argomento scientifico si palesa in un gruppo di persone, magari con una domanda, un’osservazione: la maggioranza di quel gruppo, si schernisce e si ripara dietro commenti quali «…io in scienze andavo malissimo…», «oddio! chimica!...», o ancora, quasi con orgoglio «in matematica c’avevo 2!». E ciò nonostante in gruppi ancora più cospicui, soprattutto social, l’effetto Dunning-Kruger la fa da padrone.

Metodi e realtà

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Durante uno degli interventi è stato citato e illustrato il cosiddetto IBSE, Inquiry-Based Science Education, che, cito testualmente, «si presenta come un metodo di insegnamento delle scienze basato su un approccio induttivo che stimola l’investigazione e la collaborazione, e finalizzato allo sviluppo dell’attitudine alla sperimentazione e alla risoluzione di problemi in situazione». Benissimo. Quindi?

Ipotizziamo che, fin dalle elementari e a maggior ragione alle medie ed alle superiori, si abbiano a disposizione docenti adeguatamente formati, che siano stati preparati da aggiornamento continuo presso associazioni come l’ANISN, che siano esperti nell’applicazione dell’IBSE, oltre che profondi conoscitori di tutte le linee guida che la Comunità Europea emette continuamente.[12] Ma come attuare tutto questo, come trasmettere e far appassionare alle scienze naturali bambini e ragazzi con una manciata di ore a disposizione persino in quel tipo di scuole superiori che, per definizione, si definiscono scientifiche come l’omonimo liceo!

Nonostante la scuola abbia subito una profonda riforma[13], nonostante siano sorti licei dedicati addirittura all’applicazione tecnologica delle scienze, o strani ibridi come i licei scientifico-pedagogici (…), le ore di lezione dedicate alle scienze non sono aumentate poi molto rispetto a quanto c’era negli orari delle lezioni del mio liceo scientifico (dal 70/71 al 75/76!) od a quelli frequentati dalle mie figlie a cavallo del passaggio al terzo millennio e passando per lo scientifico o il classico dove insegnai dal 1983 al 1991!

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In rete è pieno di programmi recenti[14], spesso di qualità e ricchi di argomenti, ma soltanto raramente, e per scuole che si fregiano ad esempio del nome di “liceo delle scienze applicate”, si trovano classi in cui le ore dedicate alle scienze naturali siano ben 5 al triennio, un’ora in più di quanto dedicato ad italiano e tante quante alla matematica! Saranno sufficienti anche 5 ore a settimana a trasmettere soprattutto la passione per le scienze e ancor di più per il suo metodo? E tante sono le ore nei licei di specializzazione: nel liceo scientifico tradizionale, la maggioranza, ore e materie sono identiche a quanto era presente nel 1976: in cinque anni ci sono meno ore di scienze che di latino e questo è tanto quanto dedicato all’inglese!

La propedeuticità e la necessità di avere a disposizione concetti base provenienti da altre discipline scientifiche, diverse da quella trattata, appaiono inoltre evidenti fin dalle scuole medie ed ancora di più già al primo anno dei licei. In quelli cosiddetti scientifici o da essi derivati, si osserva come nei programmi vengano introdotte competenze da acquisire che provengono da campi diversi dalla materia curriculare per la classe in corso. Com’è possibile, se non ridotte a nozionismo sterile, avere il tempo di studiare alcuni argomenti senza le necessarie basi? E per quanto le scienze naturali possano essere trasmesse nel migliore dei modi resta comunque, un’asincronia di fondo con le conoscenze acquisite in chimica e in fisica. Le Scienze della Terra anticipate già al primo anno in moltissimi casi, ad esempio, rischiano di essere ridotte a vaghe reminiscenze quando si arriverà all’ultimo anno. Per non citare quei casi frequentissimi di materie che scompaiono da un anno all’altro, soprattutto negli istituti tecnici e professionali e che vengono ridotte nelle ore settimanali ed accorpate insieme. Un esempio per tutti: la geografia, questa sconosciuta ormai, scomparsa da qualsiasi scuola superiore!

E per concludere con quanto attinente alla quantità di tempo dedicato all’insegnamento delle scienze, mi asterrò da qualsiasi confronto con discipline umanistiche! Né che a corollario del già citato metodo IBSE troviamo persino elementi di didattica relativa all’educazione artistica!

Non c’è quindi da meravigliarsi se i risultati pre-pandemia[15] relativi agli aspetti quali-quantitativi della preparazione media dei nostri studenti non siano affatto confortanti, e tra l’altro con alcune strane anomalie: la preparazione in matematica ad esempio è nella media europea mentre quella nelle scienze naturali decisamente al di sotto; c’è stato inoltre un aumento nel divario tra le ragazze, che riescono mediamente meno bene dei loro coetanei maschi a riprova che i luoghi comuni sono durissimi da eliminare!

Conclusioni

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Non in linea con le aspettative, l’evento dedicato alla geodiversità, ha evidenziato aspetti della cultura scientifica e della sua diffusione che mostrano ancora una volta quanto ci sia da fare affinché possa essere estesa ed ampliata come meriterebbe, a maggior ragione nel nostro paese che ancora risente della famigerata riforma Gentile del 1923; Italia che da faro della cultura nel mondo rischia di essere relegato a fare da fanalino di coda rispetto a paesi emergenti che, partendo da zero, si sono trovati avvantaggiati, e nonostante l’Italia continui ad essere un polo di riferimento e fonte di uomini e donne di scienza di eccellenza.

Che le materie scientifiche siano complesse, difficili e piene di ostacoli da affrontare e superare è un fatto; che occorra attitudine e che questa vada individuata immediatamente e coltivata adeguatamente è un altro.

Ma osservando quanto normalmente accade quando si mettono a confronto illustri scienziati con perfetti cialtroni o come minimo non addetti ai lavori, quando si lascia spazio, soprattutto mediatico e rilanciato dalla grancassa dei social, a degli incompetenti o dei buffoni mentitori come terrapiattisti o negazionisti di questa o quella cosa, quando, e torno ai geologi, un ordine nazionale non riesce a tacitare un rabdomante, ci si chiede dove fossero tutti coloro i quali che, ancora oggi e da decenni, ricordano che si deve fare questa o quella cosa, che andrebbe riformato questo o quel settore: dov’erano? Perché i decenni passano e molto poco cambia?

Non sono stati ascoltati o non sono stati in grado di farsi ascoltare restando isolati nel loro mondo?

Personalmente, e mi auguro di sbagliare, propendo per quest’ultima ipotesi.


[1] La storia dell’età della Terra merita un approfondimento: dal sito INGV una pagina a questa dedicata.
[2] Wolfgang Behringer, “Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale”.
[3] Marco Cattaneo (fonte non più disponibile) e Telmo Pievani, “Homo Sapiens e altre catastrofi”.
[4] Nota folkloristica: la biblioteca di Geologia, unica di tutto l’ateneo in cui fosse consentito parlare, era un porto di mare: ci venivano a studiare (…) da ogni facoltà! Per chi cercava il silenzio c’era quella di Mineralogia o quella di Fisica.
[5] Fonte Portale Statistico – Dati Studenti de “la Sapienza”.
[6] Quello di “Roma Tre” offre, dopo la Triennale, una magistrale in “Geologia del Territorio e delle Risorse”, nulla invece a “Tor Vergata” che ha comunque un polo di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
[7] Io stesso ho insegnato, per quasi un decennio, e mi ci sono pure abilitato, Scienze Naturali, Chimica e Geografia (o meglio Scienze della Terra) al Liceo Classico ed allo Scientifico, mentre cercavo di fare il geologo, ovviamente abilitato con Esame di Stato. Da qualche parte dovevo pur prendere i soldi per il mutuo della casa, no?
[9]Geologi: in 15mila in Italia, ma non trovano lavoro”. Da “Confederazione italiana delle libere professioni”.
[10] Aneddoto: nel 1984, fresco di Esame di Stato e iscrizione all’albo nazionale (allora era l’unico) mi scade la carta d’identità. Compilo la scheda e con molto orgoglio alla voce professione scrivo “GEOLOGO”. Quando andai a ritirare la carta il campo era vuoto. Alla mia richiesta di spiegazioni il tipo mi fa “Non lo posso scrivere, che professione è? Non risulta”. Accadde davvero. Ovviamente dopo aver fatto loro notare che si scrive persino “studente” o “casalinga” e mostrato loro il tesserino dell’Ordine Nazionale dei Geologi, mi rifecero la carta.
[12] Quelle diverse centinaia di pagine che concorrono a formare una cospicua parte dei quiz a risposta multipla su cui vengono falcidiati da qualche anno i concorrenti ai vari concorsi per la scuola.
[13] L’ultima della quale del 2015, quella della cosiddetta “Buona Scuola” invisa alla maggioranza dei docenti o degli aspiranti tali.
[14] Quattro esempi: Liceo Scientifico Statale “Vito Volterra” di Ciampino (RM), il “Don Giuseppe Fogazzaro” di Vicenza e il “Gugliemo Marconi” di Foligno (PG), indirizzo “scienze applicate” a confronto con il “tradizionale”.
[15] Sintesi dei risultati italiani di OCSE PISA 2018. A seguito della pandemia da Covid-19 la situazione si è ulteriormente aggravata.