Giada Messetti
Un avvenimento raccontato da una sola persona riguarda il destino di questa persona, raccontato da molti è già storia.
Svetlana Aleksievič ‘Preghiera per Černobyl’
Il mio paese era piccolo ma era molto bello.
Adesso non c’è nessuna casa, sono tutte cadute dopo il 6 maggio.
Però i nostri monti fanno lo stesso bella figura.
Giovanna, bambina del Friuli
6 maggio 1976 - 6 maggio 2026
Cinquant'anni.
Ripropongo la lettura di questo bellissimo libro di Giada Messetti
6 maggio 1976. In Friuli la terra trema: 13 secondi dopo le 21 un terremoto di magnitudo momento 6,5 (Mw, dati INGV), di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli (fonte INGV), colpisce un’area di 5.700 chilometri quadrati. La scossa principale dura 59 tragici secondi. Cinquantanove secondi. Provate a seguire la lancetta del vostro orologio per quel lunghissimo minuto. Provate ad immaginare di provare a camminare nel corridoio di casa verso l’uscita, su quel che è diventato un tagadà impazzito, e non riuscirci. L’estensione dell’area fu tale da colpire 137 comuni. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, 75.000 danneggiate. I morti furono 989 (anzi, 990 ci ricorda l’Autrice), 2607 feriti. Quasi 200.000 persone persero la casa. Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono a oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza, l’11 e il 15 settembre 1976, con magnitudo pari a 5,7 e 6,1 rispettivamente, analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.
A cinquant’anni dal terremoto l’Autrice ce lo racconta raccogliendo le voci di gemonesi, tutti conosciuti personalmente fin da bambina: persone che lo vissero e che ne portano i segni sulla pelle. Allo scopo di preservare una memoria che, a livello nazionale, sembra lontana e dimenticata, ma che segnò un passaggio cruciale per l’Italia. Come ci dice uno dei testimoni, il nostro è un Paese sismico: ce lo dimentichiamo, ma il terremoto torna sempre.
Con un incedere commovente ma sereno e avvincente nonostante la tragicità degli eventi, l’Autrice narra quelle ore e le enormi conseguenze nel tempo e nello spazio, con tredici storie, a partire dalla sua. Un libro di memorie personali e collettive allo stesso tempo, da condividere, che va dritto al cuore, inteso sia come centro emozionale che centro dei problemi che ogni volta che una calamità naturale, un terremoto in particolare, sconvolge il nostro bel Paese, richiama immediatamente le stesse inadeguatezze, le incompetenze, quella sensazione di emergenza continua che ben conosciamo. Ma è soprattutto un racconto dei racconti di ciò che solo una catastrofe del genere può provocare: spezzare letteralmente le vite di chi sopravvive, con una profonda insanabile frattura tra il prima e il dopo del sisma, perdere tutto, azzerarsi, ripartire. Memorie intime, direttamente dagli occhi di chi le ha vissute. Come quel che traspare da frammento che segue.
Un vecchio servizio televisivo in bianco e nero del 1976 raccoglie le voci di bambini friulani, scampati alla devastazione. Uno di loro, Vittorio, dichiara perentorio: «Lis sisilis nus bandonin» («Le rondini ci abbandonano»). Fuori campo, una voce di donna chiede: «Perché ci abbandonano? Sono venute le rondini a Gemona quest’anno?». Lui risponde: «Sì, sono venute, ma non hanno trovato i nidi perché le case sono cadute». E nella risposta ad una successiva domanda la speranza, che tornino le rondini e ritrovino le case ricostruite per dar loro modo di costruire i nidi. Per anni, a Gemona, le rondini non s’erano più viste.
Il libro illumina un’esperienza politica straordinaria, forse irripetibile, quella che fu chiamata fin da subito “Modello Friuli”. Una politica responsabile, capace di superare le barriere ideologiche per unirsi al servizio della popolazione. La figura di Giuseppe Zamberletti, tratteggiata più volte, un uomo illuminato, al posto giusto al momento giusto, con poteri davvero eccezionali al limite della costituzionalità. Ad evitare il dramma del terremoto del Belice, avvenuto pochi anni prima e con i sopravvissuti ancora costretti nelle baracche.
E da tutti questi racconti la speranza è che si gettino le basi, soprattutto per i giovani, per chi nemmeno conosce quella tragedia, per ispirare curiosità per la straordinaria solidarietà e collaborazione nate da quella catastrofe. Sarebbero disposte le odierne generazioni di genitori a lasciare che i loro figli si rechino volontariamente in una zona disastrata, rischiando di persona, per aiutare gli altri? L’Autrice non ne è sicura, e concordo. L’iperprotettività dell’odierna società è tale da spegnere sul nascere ogni volontà di quel tipo.
Il 6 maggio 1976 l’Autrice non era ancora nata. Ma fu in quel tragico contesto che i percorsi contingenti delle vite portarono a conoscersi i due che sarebbero divenuti i suoi genitori. E dalla forza di chi volle e seppe ricominciare nonostante tutto quel dolore. E aggiunge: «Per quanto queste mie parole possano suonare spiacevoli, senza il terremoto che quella sera ha spezzato tante vite e ne ha cambiate altrettante, non sarei qui. Sono figlia del terremoto.»
E quella stessa forza di volontà pervade indissolubilmente la straordinaria reazione di una terra che rifiutò di arrendersi. «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» era il motto di allora (formulato da monsignor Alfredo Battisti, l’allora arcivescovo di Udine); e così la ricostruzione divenne modello virtuoso di efficienza e partecipazione dal basso, che impedì lo spopolamento delle valli.
Una raccolta preziosa di testimonianze, a ricordare che la rinascita è possibile anche dopo la più totale delle distruzioni, affinché le rondini tornino a nidificare dove prima c’erano solo macerie e perché, come conclude il libro: «No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini.»
Ma soprattutto un monito ad evitare tragedie come questa spingendo forte, fortissimo, sulla prevenzione, la grande assente in questo nostro paese, a ribadire gli appelli e la necessità più e più volte espressa sulle pagine del nostro sito.
Un altro aspetto bellissimo di quel periodo era la tolleranza per la diversità. Ho lavorato per oltre venticinque anni in ambito psichiatrico: credo che, per chi viveva un po’ ai margini, quello sia stato un momento positivo. Nessuno aveva nulla, ma si condivideva tutto.»
«(…)una cosa è percepire un tremito, un’altra è la terra che si apre e inghiotte tutto, compresa la tua vita precedente.»
«Tutti gli inviati non possono fare a meno di sottolineare lo stesso dato di fatto: i friulani non piangono, non gridano, non si lamentano.»
«È difficile trovare un angolo nel mondo in cui i friulani non siano arrivati negli ultimi secoli. Ancor più difficile trovare un luogo in cui il loro passaggio abbia lasciato un cattivo ricordo.»
«Dopo qualche giorno, qualcuno mi ha avvisato che avevano recuperato i corpi dei miei cari. Mi sono messo in testa che volevo vederli. Sono arrivato nella via del cimitero. C’erano una fila interminabile di bare aperte e un odore insopportabile di disinfettante e di morte. A cinque metri da loro, per fortuna, ho avuto un momento di lucidità. Mi sono fermato e ho pensato che non era vero che volevo vederli. Non volevo vedere mio fratello con il volto tumefatto dall’asfissia o mia madre priva di un braccio perché la pala meccanica gliel’aveva portato via. Volevo ricordare come erano, uguali a quando li avevo salutati.»
«Per noi il Friuli è al primo posto, non possiamo sbagliare. Il Belice non si deve ripetere». Giulio Andreotti nel settembre 1976.
«Sebbene rari, si registrano casi di persone che svuotano gli alloggi [per gli sfollati, NdR] per renderli inutilizzabili, li fanno risultare occupati anche se non è vero o si rifiutano di concederli.»
[Per consentire a chi ha deciso o è costretto a restare, di affrontare l’inverno – NdR] «tutte le roulotte italiane in produzione, comprese quelle nei magazzini delle ditte costruttrici, vengono requisite.»
Da lì in poi è iniziata la ricostruzione vera e propria. Lo Stato ha delegato i suoi poteri alla Regione e la Regione ha nominato i sindaci “funzionari delegati” con facoltà di firma. I progetti sono rimasti in Friuli, non sono transitati per Roma, come era successo dopo il terremoto del Belice.(…)Ci sono voluti dieci anni perché la ricostruzione fosse completata al 90 per cento.»
«Per conservarne la memoria è necessario che i nonni ne parlino ai nipoti, i genitori ai figli, e così via. È inutile far finta di niente: il Friuli Venezia Giulia, come l’Italia, è una terra sismica. Il terremoto torna.»
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