08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


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