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30 agosto 2025

La gestione fallimentare del cambiamento climatico - Terza parte (politiche nazionali)

[Serie di tre post. Prima e seconda parte]

Da tempo sto cercando di studiare ed analizzare il cambiamento climatico non più da un punto di vista scientifico – di prove sulle cause ce n’è a sufficienza – ma da quello più politico e sociale. In questa serie di tre articoli ho provato a mettere nero su bianco idee e considerazioni, e soprattutto riflessioni. La cui conclusione, in coda a quest’ultima parte, è laconicamente piuttosto rassegnata.

Nella prima e nella seconda parte sono state esaminati due aspetti legati al fatto indiscusso che, a livello internazionale e politico, la maggior parte dei paesi al mondo è lontana dalla cosiddetta decarbonizzazione: la cooperazione internazionale vacilla e non sembra si abbiano gli strumenti tecnologici per contrastare il fenomeno con successo a discapito delle attuali conoscenza e tecnologia che già offrono la maggioranza delle risposte al da farsi per iniziare un serio e condiviso processo di mitigazione.  Le difficoltà di gestione non sono solo il risultato di mancati accordi internazionali e scarsa volontà politica, ma rispondono anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema climatico, applicare ad esso ciò che deriva da democrazia e responsabilità, contrastarlo.  Prima ancora di dimostrare volontà condivisa sembra ormai tracciata una duplice natura del fallimento, politica e internazionale da un lato, e domestica, quest’ultima declinata in dozzine di modi tante sono le diverse realtà locali e culturali.

In quest’ultima parte verranno infine esaminati argomenti validi più sul piano domestico e locale. Rivediamo ancora una volta le premesse, che potranno essere saltate da parte di chi abbia già letto i post precedenti, andando direttamente al capitolo “Il fallimento domestico: una premessa”, o a quello “Esercizi di veto”.

L’uso massiccio di combustibili fossili, necessario per sostenere la crescita dei processi industriali a partire da circa due secoli fa, ha riversato in atmosfera quantitativi di gas serra tali da modificare profondamente il clima della Terra; consumo del suolo e deforestazione hanno dato il colpo di grazia con quegli stessi processi industriali che, laddove presenti, hanno consentito e – anche se non ovunque – sostenuto la crescita demografica oggi registrata. Il risultato è un cambiamento climatico con un marcato riscaldamento senza precedenti, a coinvolgere i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta. Ne ho scritto su queste pagine numerose volte e da numerosi punti di vista. 

Il cambiamento climatico, così come definito dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) è innanzi tutto un fenomeno ecologico; causato dall’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera terrestre, o meglio, della sua parte a diretto contatto con la superficie, la troposfera. Tale aumento è già mediamente superiore ad un grado centigrado più alto di quanto non fosse a cavallo tra XVIII e XIX secolo, inizio dell’era industriale, e nel corso di quest’anno si sono sfiorati i 2 °C. Le premesse ecologiche del cambiamento climatico sono un’aumentata concentrazione di gas serra nell’atmosfera e una diminuita capacità da parte dei sistemi naturali di assorbirli. La causa dell’aumento è l’uso massiccio di combustibili fossili allo scopo di fornire l’energia necessaria ai processi industriali che, dal 1800 in poi, hanno permesso più alti livelli di consumi e di benessere alla crescente popolazione mondiale. Nell’arco di un paio di secoli, l’uso intenso di combustibili fossili quali fonti di energia ha alzato la qualità di vita di miliardi di persone, alterando però sistemi naturali che erano stati largamente stabili per migliaia di anni, un cambiamento talmente rapido da meritarsi, per qualcuno, una distinzione in termini di cronologia geologica: l’Antropocene. Le implicazioni ecologiche del cambiamento climatico potrebbero andare da modificazioni di ecosistemi relativamente blande e sparse a massicce catastrofi di portata planetaria, compresa un’estinzione di massa, la sesta, ampiamente documentata. Il cambiamento del clima è un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta e pone minacce multiple, probabilistiche, dirette ed indirette, spesso invisibili e senza limiti spaziali o temporali.

E, come se poi servisse, di recente un nuovo studio conferma che il 99 percento degli studi climatici, sottoposti al processo di peer review, confermano l’origine antropogenica del cambiamento climatico.

L’incertezza principale sugli scenari si lega all’incertezza dell’efficacia delle politiche di mitigazione. O agiamo tutti insieme, a livello globale, o gli sforzi individuali saranno trascurabili. Per quanto lodevole nessuna iniziativa locale o personale fa la differenza. È come trovarsi su una barca che sta imbarcando acqua: l’azione di un singolo che svuota l’acqua con un secchio non serve granché, ma se nessuno inizia affonderanno tutti. Solo uno sforzo collettivo può evitare i danni peggiori del riscaldamento globale.

Anticipando e riassumendo eventuali conclusioni la possibilità che si possa governare il cambiamento climatico, appare sempre più utopica. Una flebile speranza deriva dal riconoscere che moltissimo si è fatto quando si presentò il problema della riduzione dei danni allo strato dell’ozono, e parecchio, anche se non tutto, quando si dovette procedere con urgenza alla limitazione dei danni provocati dalle piogge acide.

Sono esempi virtuosi e importanti che, stabilito che esistono rischi notevoli per la popolazione umana, soprattutto quella già provata da difficoltà aventi altre origini, ci fanno ben sperare, unitamente al ruolo che potranno avere nuove tecnologie.

Tuttavia, di fronte allo stato di fatto delle iniziative globali e delle loro auspicate ricadute sui governi locali, soprattutto quelli dei paesi ricchi, al cospetto dei continui conflitti armati che anziché diminuire aumentano di anno in anno (ad oggi se ne contano 56!), permangono sentimenti di disillusione e sgomento, che certamente non aiutano e inducono, come ho avuto modo di scrivere recentemente, ad una sorta di catastrofismo climatico da un lato, e all’inazione dall’altro. Atteggiamenti entrambi pericolosi e da contrastare.

Il fallimento domestico: una premessa

Il cambiamento climatico è dunque un problema globale le cui conseguenze, dirette o indirette, possono ricadere su ciascun paese al mondo. E ciò riduce l’efficacia delle politiche nazionali, perché ogni paese, pur potendo limitare le emissioni dei propri abitanti con iniziative di vario tipo, anche legislative, programmi educativi e altro, può fare poco o nulla per limitare le emissioni delle popolazioni di altri paesi, ognuno dei quali è politicamente sovrano. Ma la soluzione del cambiamento climatico non può prescindere dalla cooperazione di tutti i paesi del mondo, in particolare di tutti i grandi e medi emettitori, il cui numero cresce al pari del loro sviluppo e, di contro, sono molti i paesi sovrani la cui politica interna è stata, ed è, disfunzionale rispetto al controllo e alla gestione del cambiamento climatico e dei suoi effetti sull’ambiente e sulla salute dei loro stessi territori. Gli Stati Uniti ad esempio, storicamente il maggior emettitore di gas serra con consumi pro capite anche più di dieci volte quelli di un paese in via di sviluppo, ha ostacolato la governance globale del clima per circa trent’anni, ed è tornata a farlo con la recente amministrazione Trump.

Esercizi di veto

Nei paesi democratici, dov’è presente un più alto grado di divisione politica, come logico attendersi e soprattutto a livello legislativo, un sistema dei veti crea pesi e contrappesi al potere legislativo ed esecutivo, allo scopo di prevenire cambiamenti radicali, destabilizzanti, proteggendo gli interessi delle minoranze e difendendo in definitiva, lo status quo: politiche e valori considerati fondamentali anche durante periodi di impopolarità. In breve, il sistema dei veti impedisce a un sistema democratico di divenire troppo fluido e flessibile.

Le democrazie più importanti del mondo, divise al loro interno da forze politiche contrapposte, trovano quindi grandi difficoltà nel produrre legislazione domestica che si discosti significativamente dallo stato di fatto. Quando si parla di cambiamento climatico ciò è ancora più evidente, affiancato da una evidente incapacità nell’affrontare efficacemente anche molte altre pressanti questioni sistemiche e globali, come le migrazioni, la gestione delle diseguaglianze, il terrorismo, il debito pubblico e l’instabilità finanziaria. Tutte caratteristiche di questo periodo storico recente, ottimamente definito col termine Antropocene,

Gli attori di ciò che appare come una disfunzione sono appunto quelli capaci di prevenire deviazioni attraverso l’esercizio di veti in fase di legislazione.  Tali attori possono essere specificati dalle costituzioni (ad esempio il presidente, il congresso e le varie corti negli Stati Uniti, ma anche il nostro presidente della repubblica o la corte costituzionale), possono emergere dal sistema politico (come i partiti membri di una coalizione di governo in molti paesi europei) o dalla società civile (settori industriali potenti, o sindacati o altri gruppi d’interesse).

La presenza di molti attori su più livelli, con forti differenze ideologiche e coesione interna, rende difficili i grandi cambiamenti e limita la produzione di leggi innovative.

Questo è desiderabile quando lo sia anche lo status quo, ma nel momento in cui queste condizioni non si presentano ciò che si richiede è invece proprio fluidità e flessibilità legislativa. È questo il caso del cambiamento climatico così come delle altre questioni menzionate sopra: si richiedono risposte politiche veloci, decise e innovative su cui gli attori in questione dovrebbero rinunciare ad esercitare i loro veti. Su queste pagine ho fatto presente, ad esempio, che l’Italia è, ad esempio, un paese perfettamente adattato…a un clima che non c’è più.

I veti frenano o rallentano quindi l’innovazione legislativa in ogni sistema politico, e laddove esistano numerosi attori che possano esercitarli la democrazia vede aumentato il rischio di vulnerabilità, inteso come rischio di conservatorismo eccessivo o evidente protezionismo. Si spiega ad esempio come un paese potente, ricco e tecnologicamente avanzato come gli Stati Uniti, possa essere sorprendentemente lento e inefficace nel gestire problematiche fondamentali di politica distributiva, equità razziale, immigrazione, bilanciamento fra libertà e sicurezza e, ovviamente il cambiamento climatico (o per lo meno la politica energetica). La costituzione degli Stati Uniti separa e distribuisce poteri all’interno del governo federale, delega diritti e funzioni agli stati e include una carta dei diritti che in alcuni campi fornisce esercizio di veto ai cittadini stessi. In aggiunta, nei decenni si sono stratificate pratiche che inibiscono ulteriormente l’azione come la necessità di maggioranze molto larghe per certe tipologie di deliberazioni. Intorno a tutto ciò fiorisce una intensissima attività di lobby da parte di numerosi attori dell’economia e della società, che esercitano i loro veti indirettamente attraverso i propri referenti politici.  E in alcuni casi, si è visto come le aberrazioni del sistema di veto, abbiano portato alla nascita, su mandato presidenziale o di determinati gruppi di potere, di una vera e propria politica di negazione (come accaduto di recente nel caso del rapporto del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti).

Gli Stati Uniti sono un esempio estremo ma non sono l’unico. Nella maggior parte delle democrazie europee i veti sono esercitati dai partiti membri della coalizione di governo o dell’opposizione e in alcuni casi, come in Italia, Spagna e Grecia, i partiti hanno legami storici, diretti e forti con industria, sindacati o altri gruppi d’interesse. In questi paesi è difficile raggiungere consenso politico anche su questioni molto meno complesse del cambiamento climatico: sembra in effetti che per ogni possibile svolta legislativa ci sia sempre una corrispondente opzione immobilista, congeniale ad almeno un qualche attore cruciale, spesso paradossalmente all’interno di una coalizione di governo, o frammentata in correnti dello stesso partito, nel nome del pluralismo. 

A volte l’immobilismo risponde a ragionevoli calcoli sui costi di transizione da status quo a nuove politiche e/o riflette l’incertezza riguardo sia i dettagli del processo di transizione che i suoi risultati ultimi. Gli attori che esercitano veti danno voce a queste considerazioni. In alcune circostanze, gli attori possono sostenere tendenze immobiliste irrazionali presenti nelle istituzioni e nella società e sfruttate da gruppi di interesse (si pensi alla miriade di polemiche durante la recente pandemia). Queste includono la razionalizzazione per evitare dissonanze cognitive, il ricorso a stereotipi tipo «ha funzionato finora», la focalizzazione sui costi già sostenuti, la paura del rimpianto per i cambiamenti e il desiderio di mantenere il controllo non riconoscendo il cambiamento. Tali atteggiamenti difendono lo status quo e sono evidenti nei principali paesi democratici, spesso tra i maggiori emettitori di gas serra.

Considerando i meccanismi di veto, l'inefficacia di molte democrazie appare preoccupante. I veti dovrebbero bilanciare la legislazione, ma spesso bloccano il cambiamento per proteggere interessi consolidati, distorcendo il sistema e favorendo disuguaglianze d'accesso e influenza, mentre la qualità normativa risulta compromessa da procedure complesse e pressioni corporative.

Infine, il tutto può infine essere aggravato dai movimenti popolari più o meno organizzati: nostalgici di un passato mitologico quando i politici venivano dalla gente, con le opinioni dei cittadini integrate alle dinamiche di governo e, per finire, movimenti che contestano non solo le proprie istituzioni nazionali ma anche quelle sovranazionali, come l’Unione Europea o gli attori globali della finanza internazionale. Qualunque sia il loro futuro politico, queste reazioni popolari a veti locali e globali divenuti troppo ingombranti ricordano ai governanti che una democrazia è operata da e per i governati e che il potere esercitato dai governanti, per potersi dire legittimo, deve portare benefici ai governati.

La comunità politica

Come abbiamo visto nella prima parte molti paesi democratici sono grandi emettitori di gas serra. In questi paesi i benefici connessi alle emissioni domestiche ricadono soprattutto sui loro abitanti, mentre gli effetti negativi di tali emissioni ricadono, e ricadranno, innanzi tutto e perlopiù su chi da quelle democrazie non è governato: chi vive oltre i loro confini, le generazioni future (senza distinzione di nazionalità), nonché l’ambiente in senso lato. Se le democrazie volessero curarsi di umanità o ambiente (comunque non scindibili) distanti nello spazio e nel tempo, esse dovrebbero estendere la loro responsabilità politica molto oltre i confini tracciati dalle preferenze elettorali dei propri governati. Nella maggioranza dei casi ciò provocherebbe sicuramente dissenso e impopolarità, in quanto, per occuparsi delle generazioni future, di coloro che vivono oltre confine e della natura, i governi democratici dovrebbero in molti casi rinunciare ad apportare benefici ai propri governati, ovvero a chi li mette al potere con il proprio voto, per apportarli invece a chi non ha mai votato perché vive in un altro paese, non è umano o ancora non esiste. O peggio, dovranno essere chiesti ai propri governati dei sacrifici: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il green premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti?

E già a questo punto sorge il problema affrontato nella seconda parte. Come assegnare un valore al futuro. E non solo.

Indipendentemente dalla natura umana che raramente ha sacrificato qualcosa oggi in funzione di benefici futuri molto poco tangibili, e talora in dubbio, questa è una difficoltà molto profonda a livello non solo pratico ma anche di principio. Democrazia è l’idea che i governi debbano agire nell’interesse dei governati piuttosto che in quello dei governanti e per raggiungere tale obiettivo, la strategia democratica è quella di far governare i governati stessi, direttamente o attraverso i loro rappresentanti. La teoria e le pratica democratica si basano sul presupposto che i governati e i governanti siano agenti – in grado cioè di agire - abili e competenti nell’iniziare e condurre azione politica, comunemente detti cittadini. Sono i cittadini e i loro interessi e benessere che contano politicamente in una democrazia: la cittadinanza democratica presuppone capacità di partecipare al processo democratico, la quale a sua volta presuppone che la politica agisca in nome e per conto della cittadinanza stessa. Giulio Andreotti esortava i giovani ad occuparsi di politica perché, diceva, «comunque la politica si occuperà di voi».

La centralità di tale presupposto non deve sorprendere considerando che i principi, le norme e le istituzioni democratiche si sono effettivamente evolute per governare relazioni tra agenti umani che vivevano in prossimità spaziale e temporale l’uno con l’altro e le cui decisioni e azioni politiche avevano impatti relativamente diretti l’uno sull’altro. Gli impatti climatici peggiori, conseguenza di azioni e decisioni prese democraticamente da cittadini con potere d’azione, si abbatteranno invece anche e soprattutto su una vastissima platea di persone impossibilitate ad agire, che include le categorie suddette: tutti coloro i quali siano distanti nello spazio e nel tempo e la natura, nella sua parte non umana. Questi ultimi non possono prendere parte all’attività di governo: non possono discutere, non possono votare, non possono legiferare, non possono protestare; ma subiscono l’impatto degli effetti delle emissioni prodotte da una serie di stati democraticamente governati, di cui non fanno parte e non sono rappresentati (se non in modo molto indiretto, ad esempio attraverso qualche organizzazione non-governativa). In un sistema in cui essere governati corrisponde con il prendere parte all’attività di governo, chi o cosa è escluso da tale attività non è governato, ma dominato

Il presupposto che la cittadinanza democratica partecipi al processo democratico spiega come sia stato possibile, non solo storicamente ma in alcune realtà ancora oggi, che la democrazia sia stata compatibile con l’esclusione dall’attività di governo, anche come semplici votanti, di schiavi, o persone senza possedimenti, delle donne e di membri di altri gruppi etnici o religiosi, nonostante queste impattassero prepotentemente le loro vite, interessi e benessere. Non avevano potere d’azione nel pieno senso della parola ed erano pertanto democraticamente dominati. Col cambiamento climatico la situazione si ripropone su scala molto più vasta: in questo modo la democrazia implica il dominio esercitato da pochi presenti e locali su un vasto universo di persone che si estende oltre i confini dello spazio, del tempo e dell’universalità genetica del genere umano. Laddove i grandi imperi del passato colonizzavano ampie aree del pianeta, l’impero democratico del presente, cambiando il clima, ne colonizza il futuro

In democrazia contano i cittadini, che sono quelli che vogliono che le istituzioni democratiche servano i loro interessi, piuttosto di quelli che vivono oltre i confini dello spazio, del tempo e della troppo spesso considerata tale, purtroppo, diversità genetica. Come potranno la teoria e la pratica democratica rapportarsi al cambiamento climatico?

Responsabilità

La difficoltà principale posta dalla gestione del cambiamento climatico è l’attribuzione di responsabilità. Questo vale per gli stati come per le aziende e gli individui. Il cambiamento climatico causerà danni a cose e persone, eppure nessun agente è singolarmente responsabile per questo. Una ragione per cui è difficile attribuire responsabilità per il cambiamento climatico è la complessità dei meccanismi causali coinvolti. Il cambiamento climatico danneggerà cose e ucciderà persone ma aumentare la concentrazione atmosferica di gas serra non causa automaticamente la morte di nessuno. Vasti sistemi ecologici e sociali (fisici, chimici, biologici, politici, economici) mediano fra l’aumento di concentrazione di gas serra e le morti, rendendo le ricostruzioni e le attribuzioni causali estremamente difficili se non praticamente impossibili. Ciò è vero delle morti come di altri danni – a proprietà, specie, ecosistemi e via dicendo.

Ogni agente è parte della causa del cambiamento climatico perché ogni agente vi contribuisce con le sue emissioni. Ma essere parte della causa non significa esser causa di alcuna specifica parte dei suoi effetti, o di nessuno dei suoi tanti effetti. Le emissioni prodotte da ognuno di noi si aggregheranno a quelle di miliardi di altre persone, e si disperderanno viaggiando nello spazio e nel tempo, nelle dinamiche e nei feedback di vari sistemi fisici e chimici su varie scale e non causeranno mai uno specifico evento meteorologico estremo, una specifica bolla di calore urbana. Questo significa che non causeranno nessuno dei danni che pur occorreranno a cose e persone a causa di specifiche inondazioni, uragani o temperature insostenibili in città. In altre parole non ci sono conseguenze dannose delle mie emissioni - né, ovviamente, di quelle di nessun altro. E questo ragionamento emerge in tutta la sua drammaticità perché si applica tanto agli individui quanto alle aziende e agli stati.

Un’altra ragione è la frammentazione delle cause. Tutti concorrono al vasto problema dell’innalzamento delle temperature per mezzo di un’azione collettiva, a vari livelli: individui, governi, aziende e organizzazioni internazionali. Perfino un cadavere, putrefacendosi sotto terra, emette biossido di carbonio. Questa frammentazione è globale ed è ulteriormente complicata dall’essere anche intergenerazionale: ogni generazione emette una certa quantità di gas serra nell’atmosfera, contribuendo così a un problema di azione collettiva intertemporale che è probabilmente ancora più ostico di quello intra-generazionale, in quanto non ci sono schemi di incentivi che tengano fra attori che non interagiscono fra loro (e se le generazioni non si sovrappongono il problema è chiaramente più grave).

Un terzo motivo per cui è difficile ripartire responsabilità è dato dalla sistematicità e complessità delle forze che causano il cambiamento climatico. La manipolazione del ciclo del carbonio è intrinseca all’economia globale attuale così come guidare una macchina o consumare energia lo sono per ognuno. La Cina estrae direttamente, o addirittura importa carbone dall’Australia, che viene utilizzato per energizzare la produzione di automobili, computer e altri prodotti che vengono poi esportati verso i ricchi mercati europei e statunitensi. Ci si reca al lavoro con auto cinesi, si accende un computer prodotto in Cina, magari per scrivere un post sul cambiamento climatico come questo. Altri fanno la loro versione delle stesse cose con un unico risultato atmosferico: l’emissione di tonnellate di gas serra. Chi è responsabile qui? Australia, Cina, Stati Uniti, Europa, le multinazionali coinvolte, l’Organizzazione Mondiale del Commercio che presiede gli scambi globali di beni e servizi, le reti finanziarie che sponsorizzano tali scambi attraverso i loro investimenti, io, voi che leggete, tutti gli altri, o nessuno? La risposta non è per nulla ovvia e la questione non è soltanto teorica. L’attuale premier indiano Narendra Modi, in carica dal 2014, ha ripetutamente dichiarato che, se le fabbriche in Cina e India sono così numerose e inquinanti, è per rispondere alla domanda di prodotti di consumo dei paesi ricchi, ovvero dei loro cittadini/consumatori. Non ha affatto torto, come non l’avrebbe nessun attore implicato nell’aumento delle temperature globali: è sempre possibile scaricare le responsabilità su altri attori, perché la questione è sistemica, e il sistema è globalmente interconnesso a vari livelli di potere d’azione e organizzazione sociale. 

Inoltre, il sistema è dinamico. Al mutare e riconfigurarsi dell’economia globale l’Australia potrebbe essere rimpiazzata quale fornitore d’energia, la Cina quale luogo di manifattura e gli Stati Uniti e l’Europa (e i loro cittadini) quali consumatori dei prodotti finiti. Climaticamente parlando, tuttavia, questo non fa alcuna differenza. Al di sotto della frammentazione e della complessità causale del cambiamento climatico scorre infatti un unico torrente condiviso di combustibili fossili. Fintanto che l’economia globale sarà energizzata da combustibili fossili, le temperature continueranno ad alzarsi a prescindere da quali attori occupino quali ruoli. E nonostante ci siano esempi virtuosi ancorché teorici, la strada per la decarbonizzazione è lunga e piena di ostacoli.

Infine, sempre in ragione della dilatazione spaziotemporale e della complessità dei meccanismi causali coinvolti, sia prima che dopo che qualcuno muoia o qualcosa venga danneggiato sarà impossibile dire chi o cosa sarà o è stato vittima diretta del cambiamento climatico. Prima, perché non ne conosceremo l’identità in anticipo: guardando avanti vedremo solo probabilità di danni distribuite su insiemi statistici di cose e persone. Dopo, perché non saremo mai sicuri che il colpevole sia il cambiamento climatico e non qualcos’altro, perché il cambiamento climatico danneggia e uccide solo per mano di altri eventi, come inondazioni, uragani, siccità, fame, malattie respiratorie, epidemie e conflitti armati, e uccide anche, molto più lentamente, a causa del progressivo mutamento ambientale che sta causando l’ultima, in corso, estinzione di massa, ancor più intangibile se non ai sensi degli esperti.

In sintesi, contribuendo al cambiamento climatico nessuno in particolare danneggia niente e nessuno in particolare. L’applicazione del principio del danno, un criterio tipico della teoria politica occidentale moderna come di molti sistemi legali contemporanei quando si tratti di attribuire responsabilità, è disabilitata dalla natura del problema e questo significa che assegnare responsabilità morali come legali per il problema risulterà più difficile, anche se non impossibile.

Spesso i nostri giudizi morali sono legati al principio del danno; eppure, molte persone, anche nelle nostre società sono moralmente disgustate da atti che apparentemente non causano alcun danno a nessuno, come rapporti sessuali consensuali fra individui dello stesso sesso o lacerare una bandiera. Fortunatamente ci sono anche considerazioni di reciprocità ed equità, lealtà al gruppo d’appartenenza, autorità e rispetto, purezza e addirittura santità.

Peccato che il cambiamento climatico non pare sollecitare queste altre considerazioni più di quanto solleciti quelle connesse al principio del danno e la cosa è aggravata dal fatto che queste emozioni morali dovrebbero richiamarci all’azione, cosa che spesso non accade, o si esercita una sorta di indignazione differenziale. Sembra paradossale ma nonostante tutte le società umane abbiano regole morali su cibo e sesso, nessuna ha regole riguardo la dinamica atmosferica. Ci indigniamo per un sacco di cose, per ogni violazione di protocollo eccetto quello di Kyoto. E anche qualora si critichi o si definisca il cambiamento climatico come cosa cattiva, non ci fa sentire nauseati o infuriati o disonorati, salvo rare eccezioni che vengono spesso perculate o denigrate ferocemente (un esempio per tutti, l’attivismo di Greta Thunberg o quello di Last Generation). Ecco perché non c’è impulso a condannare o combattere il cambiamento climatico. 

Quando si tratta di cambiamento climatico la stragrande maggioranza delle persone semplicemente non ha lo stesso trasporto viscerale che ha riguardo questioni come l’aborto, i diritti civili o degli animali, le lotte sindacali e il terrorismo. Il cambiamento climatico non solletica la nostra psicologia morale, né lo fa il destino degli spaziotemporalmente distanti e delle entità e sistemi naturali che ne subiscono e subiranno le conseguenze peggiori. Unito alle difficoltà nell’applicare il principio del danno, questo fa sì che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e che nessuno sia ritenuto moralmente (e legalmente) responsabile per esso – il che a sua volta incoraggia disinteresse generale e inazione.

Conclusioni generali

In questa serie di tre post si è cercato di illustrare come le difficoltà riscontrate nella gestione del cambiamento climatico siano la diretta conseguenza di inazione a livello globale, di mancati accordi e scarsa volontà politica da un lato, ma anche a effettive difficoltà nel far proprio il problema, concettualizzarlo, applicare a esso nozioni normative fondanti della teoria politica moderna quali democrazia e responsabilità e soprattutto la difficoltà nel contrastarlo a cause di alcune configurazioni strutturali dei nostri sistemi politici attuali.

Qualsiasi cosa accada in futuro dentro e tra gli stati, le aziende, le organizzazioni sovranazionali e quegli individui che hanno tra le mani il futuro del pianeta, è ormai chiaro che nell’Antropocene ci toccherà convivere con il cambiamento climatico e continuare a dar senso alle nostre vite in un mondo sempre più diverso da quello in cui l’umanità ha sinora recitato il suo spettacolo.

Il problema del cambiamento climatico, almeno nel breve termine, appare sempre più irrisolvibile. L’umanità dovrà configurare necessariamente nuove visioni del nostro posto nei meccanismi, pressoché insondabili del tutto, di questo pianeta. Una parte dell’umanità, minoritaria in termini numerici, potrà mitigarne gli effetti e adattarsi, a scapito di un numero incalcolabile di vittime che subiranno danni più o meno gravi, i cui costi, volenti o nolenti, ricadranno in parte sulla prima. Il cambiamento climatico agirà come catalizzatore di una riconfigurazione massiccia, di una revisione e un abbandono dei nostri sogni di supremazia. E in questa supremazia vanno comunque inclusi anche i tentativi, piuttosto goffi ed inefficaci,  di riconfigurazione del clima da parte dell’umanità.

Ciò ovviamente non significa che il fenomeno ecologico e le sue implicazioni sociali non vadano gestiti e affrontati su base programmatica – tutt’altro: ma significa che quella programmazione dovrà riflettere anche e soprattutto il nostro senso di cosa veramente conti. Un problema ambientale, apparentemente distante e intrattabile, diviene allora l’occasione per guardarci dentro e chiederci, all’alba del terzo millennio, a cosa vogliamo tendere come individui e come collettività.

Il cambiamento climatico e la vita nell’Antropocene più generalmente ci forzeranno a riconsiderare noi stessi. Ora che abbiamo la capacità tecnica di indirizzare l’evoluzione biologica e geologica del pianeta dobbiamo chiederci verso cosa vogliamo indirizzarla. In gioco è la possibilità di negoziare il mondo con grazia e dignità, generando e godendo di sistemi di significato e di valori che ci rendano fieri e sicuri di come viviamo. Il cambiamento climatico, come una storia d’amore finita male, ci regala l’opportunità di riconsiderare chi siamo diventati e chi vogliamo essere d’ora in avanti.

E tutto ciò nonostante la storica sentenza della Corte Mondiale di cui s’è scritto nella prima parte.

_________________________
Riferimento bibliografico:
grazie alle lezioni del Prof. Marcello di Paola, Dipartimento di Scienze Politiche. LUISS Roma.



  

08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


02 dicembre 2024

La rimozione del biossido di carbonio dall'aria. Realtà e fantasia.

Due delle quattro unità di assorbimento dell'impianto di cattura e stoccaggio diretto dell'aria della Climeworks, (Hellisheidi, Islanda). Ogni unità di assorbimento può rimuovere circa 1.000 tonnellate biossido di carbonio all'anno.

Date le alte poste in gioco del cambiamento climatico,
è sconsiderato fare affidamento sul DAC come eroe che viene in nostro soccorso.

Uno studio del MITEI (MIT Energy Initiative) ha rivelato che molti piani di contenimento del cambiamento climatico si basano su ipotesi discutibili, soprattutto se relazionate ai costi futuri e all’impiego della cosiddetta tecnologia di “cattura diretta dell’aria” (DAC, Direct Air Caputure); lo scenario più plausibile è che potrebbero non produrre le riduzioni ipotizzate e/o promesse.

Premessa

Nel 2015, in occasione della COP21 l'Unione Europea ed altri 195 paesi si impegnarono, siglando il cosiddetto “Accordo di Parigi”, ad attuare dei piani concreti volti a limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Eppure, già nel 2023, ed ancora nel 2024, il mondo ha superato quel limite per la maggior parte dell’anno, se non per tutto, mettendo quindi in discussione la fattibilità a lungo termine del raggiungimento di quell'obiettivo. Nella recente COP29 l’effettiva volontà nel perseguire questo obiettivo è emersa in tutta la sua evidenza. 

È noto, oltre ogni ragionevole dubbio, che per fare ciò, vanno ridotti i livellidi gas serra emessi nell'atmosfera dalle attività antropiche e questo impegno dev’essere globale, condiviso a livello mondiale.

A tale scopo le strategie proposte e adottate sono diverse, tutte mirate a raggiungere un certo grado di stabilizzazione del clima. Molte di queste combinano da una parte tagli drastici nelle emissioni di biossido di carbonio (CO2) e dall’altra l'uso della cattura diretta dall'aria (DAC, Direct Air Caputure), una tecnologia che rimuove il CO2 direttamente dall’aria.

Per fare un controllo dello stato di fatto, un gruppo di ricercatori del MIT Energy Initiative (MITEI) ha esaminato queste strategie, e ciò che hanno scoperto è piuttosto allarmante: sembra che queste si basino su ipotesi eccessivamente ottimistiche, se non irrealistiche, su quanto CO2 potrebbe essere rimosso da un DAC (d’ora in avanti se al maschile va inteso come impianto DAC, se al femminile come tecnologia). Di conseguenza, le strategie non funzioneranno come previsto. Tuttavia, il team del MITEI raccomanda che il lavoro per sviluppare la tecnologia DAC continui, in modo che sia pronta ad aiutare la transizione energetica, anche se la gigantesca sfida della decarbonizzazione del mondo richiederà ben altro.

DAC vs CCS
Occorre fare attenzione a non confondere la DAC con una tecnologia simile, la CCS, Carbon Capture and Storage (cattura e stoccaggio del carbonio). Le due infatti hanno scopi e metodi diversi: mentre la CCS mira a ridurre le emissioni nel punto in cui vengono prodotte – con l’obiettivo di raggiungere, nella migliore delle ipotesi, un bilancio a emissioni zero – la DAC mira a cancellare parte della nostra impronta di carbonio passata generando emissioni negative: le tecnologie DAC sono progettate per essere altamente efficienti nel filtrare e rimuovere il CO2 attraverso soluzioni tecnologiche avanzate e una serie di reazioni fisiche e chimiche. La DAC ci permette di rimuovere il CO2 direttamente dall’atmosfera in qualsiasi luogo, fornendo un potente strumento nella nostra lotta contro il riscaldamento globale.

La CCS invece, nota fin dagli anni Settanta, nacque come tecnologia proposta dalle industrie petrolifere, e consiste nel reiniettare CO2  nei giacimenti di petrolio e gas naturale pressoché esauriti, a grattare il fondo del barile, recuperando ogni minimo residuo. Quando questa tecnologia fu pensata come mitigatrice degli effetti del cambiamento climatico si pensò di catturare il gas serra e conservarlo nei giacimenti esauriti o in siti di stoccaggio permanenti. L’industria dei combustibili fossili in tutto il mondo propone la CCS come panacea per la decarbonizzazione delle proprie attività. Peccato che secondo una ricerca affidabile dell’IEEFA  (Institute for Energy Economics and Financial Analysis) il 75% del CO2  catturato ogni anno continua ad essere reimmesso nei pozzi per indurre la fuoriuscita di altro combustibile fossile dal sottosuolo. Una tecnologia di mitigazione quindi molto discutibile, tanto che l’IEA (International Energy Agency) ha riportato che «la cattura del carbonio, fulcro delle strategie di molte aziende, non può essere utilizzata per mantenere lo status quo», considerando inoltre che il consumo di gas e petrolio aumenterà certamente, anziché diminuire come in teoria dovrebbe accadere, per mantenere l’aumento al di sotto di 1,5 °C con le tecnologie di cattura occorrerebbe prelevare dall’atmosfera qualcosa come 32 Gton (Gton = 109 tonnellate) di carbonio entro il 2050: inconcepibile. E di questa quantità almeno 23 Gton per mezzo della DAC. La quantità di energia elettrica necessaria ad alimentare queste tecnologie per questo scopo supererebbe l’attuale domanda mondiale di elettricità!

Per restare con i piedi per terra la quantità di CO2 oggi catturata con la CCS è pari a 43 Mton (Mton = 106 tonnellate), lo 0,1% delle emissioni. Se tutti gli impianti entrassero in funzione entro il 2030 (!), si arriverebbe a poco meno di 300 Mton, lo 0,6%. E tutto ciò fa capire come le promesse e la realtà dei fatti siano tuttora piuttosto distanti tra loro. Ad oggi l’ordine di grandezza della cattura è almeno 1000 volte inferiore.


DAC: promessa e realtà
Includere la DAC nei piani per stabilizzare il clima ha comunque senso. Si sta lavorando molto per sviluppare sistemi DAC che abbiano caratteristiche tecnologiche promettenti. Pur sapendo che non si avrà mai uno scenario in cui ogni azienda possa avere un proprio impianto DAC queste possono già acquistare crediti di carbonio (altro argomento molto spinoso) basati sulla DAC. Ad oggi, esiste un mercato multimiliardario in cui entità o individui che affrontano costi elevati o interruzioni insostenibili nella produzione, allo scopo di compensare le proprie emissioni di carbonio possono pagare altri per intraprendere azioni di riduzione delle emissioni per loro conto. Tali azioni possono comportare l'avvio di nuovi progetti di energia rinnovabile o iniziative di rimozione del carbonio, come la DAC o progetti riforestazione/afforestazione (piantare alberi in aree che non sono mai coperte da foreste o che lo sono state in passato, si veda il paragrafo specifico di questo mio post).

I crediti basati su DAC sono particolarmente interessanti per diversi motivi. Utilizzando impianti DAC, misurare e verificare la quantità di carbonio rimosso è semplice; la rimozione è immediata, a differenza della piantumazione di foreste, che potrebbe richiedere decenni per avere un certo grado di efficacia; e nel caso si combini la DAC con lo stoccaggio di CO2, ad esempio in formazioni geologiche adatte allo scopo, questo gas serra viene escluso dal ciclo e tenuto fuori dall'atmosfera sostanzialmente in modo permanente, a differenza, ad esempio, del sequestro che avviene negli alberi, che un giorno potrebbero bruciare e rilasciare il CO2 immagazzinato.

Ma gli attuali piani che si basano sulla DAC saranno efficaci nello stabilizzare il clima nei prossimi anni?

Il gruppo del MITEI ha messo nero su bianco i punti principali su cui la tecnologia e le sfide ingegneristiche dovranno puntare. Tre sfide inevitabili che insieme portano ad una quarta: costi elevati per rimuovere una singola tonnellata di CO2 dall'atmosfera. 

#1. Ingrandirsi
Quando si tratta di rimuovere il CO2 dall'aria, la natura presenta «una sfida importante e non negoziabile»: la concentrazione di CO2 nell'aria è mediamente estremamente bassa, appena 420 ppm, ovvero circa lo 0,04 percento. Al contrario, la concentrazione di CO2 nei gas di scarico emessi dalle centrali elettriche alimentate a combustibili fossili e dai processi industriali varia dal 3 al 20 percento. Pur considerando che molti aziende utilizzano varie tecnologie di cattura e sequestro del carbonio (CCS) per estrarre CO2 dai loro gas di scarico, catturare invece CO2 direttamente dall'aria è molto più difficile.

Per usare un’analogia efficace un conto è trovare circa 10 biglie rosse in un barattolo di 100 biglie di cui 90 sono blu (quanto deve attuarsi con la CCS) e ben altra cosa è trovare 10 biglie rosse in un barattolo di 25.000 biglie di cui 24.990 sono blu (la DAC).

Con concentrazioni così basse in atmosfera, rimuovere una singola tonnellata di CO2 dall'aria richiede che circa 1,8 milioni di metri cubi di aria vengano analizzati, il volume di 720 piscine olimpioniche o qualcosa come due ettari cubici d’aria. E tutta quell'aria deve essere spostata attraverso un dispositivo assorbente e filtrante che cattura il CO2: un'impresa che richiede grandi infrastrutture. Stando ad un progetto recentemente proposto per catturare 1 Mton di CO2 l'anno, servirebbe una struttura alta circa tre piani e lunga cinque chilometri!

Studi di modellizzazione recenti ipotizzano l'impiego della DAC ad una scala che va dalle 5 alle 40 Gton di CO2 l’anno rimosso. Ma i ricercatori concludono che la probabilità di impiegare la DAC a scala pari alla gigatonnellata è «altamente incerta».

#2. Fabbisogno energetico
Data la bassa concentrazione di CO2 nell'aria e la necessità di spostare grandi quantità di aria per catturarla, non sorprende che anche i migliori processi DAC proposti oggi consumerebbero grandi quantità di energia, energia che è generalmente fornita da una combinazione di elettricità e calore. Includendo l'energia necessaria per comprimere la CO2 catturata per il trasporto e lo stoccaggio, la maggior parte dei processi proposti richiede un equivalente di almeno 1,2 MWh di elettricità per ogni tonnellata di CO2 rimossa .

La fonte di tale elettricità è critica. Ad esempio, utilizzare l'elettricità da fonti che a loro volta utilizzino combustibili fossili come il carbone, per azionare un processo DAC completamente elettrificato, genererebbe 1,2 tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di CO2 catturata. Un aumento netto delle emissioni, vanificando l'intero scopo del DAC. Quindi, è chiaro che il fabbisogno energetico deve essere soddisfatto utilizzando elettricità a basse emissioni di carbonio o elettricità generata utilizzando combustibili fossili con impianti CCS oppure ancora, ovviamente, elettricità generata da rinnovabili. Un DAC completamente elettrificato distribuito su larga scala, ad esempio 10 Gton di CO2 rimossi annualmente, richiederebbe 12.000 TWh di energia elettrica, ovvero un valore prossimo al totale del consumo mondiale di elettricità ad oggi (ovvero 14.000 TWh, l’11% del consumo totale sommando tutte le forme di energia)! Per confronto l’Italia da sola ne produce annualmente circa 300 TWh.

Il consumo di elettricità inoltre sappiamo già che crescerà (in 15 anni è aumentato di quasi il 20%) a causa della crescente elettrificazione complessiva dell'economia mondiale; l'elettricità a basse emissioni di carbonio sarà molto richiesta per gli usi più disparati e concorrenti, come ad esempio nella produzione di energia, nei trasporti, nell'industria e nell’edilizia. Destinare quindi l’utilizzo dell’energia elettrica per alimentare impianti DAC anziché per ridurre le emissioni di CO2 in altre aree critiche solleva quindi preoccupazioni legate al fatto che l’energia elettrica da fonti pulite dovrebbe essere destinata ad usi migliori.

Ci sono stati studi che hanno ipotizzato di alimentare le unità DAC dal calore di scarto generato da qualche processo industriale o da impianti nelle vicinanze. Secondo i ricercatori del MITEI tutto ciò è estremamente lontano dalla realtà. La fonte di calore dovrebbe trovarsi entro poche miglia dall'impianto DAC affinché il trasporto del calore sia economico; i costi di realizzazione sono tali che  il DAC dovrebbe funzionare senza sosta, richiedendo quindi una fornitura di calore costante; e la temperatura richiesta dall'impianto DAC avrebbe comunque anche altri usi, per il riscaldamento degli edifici ad esempio. Infine, se il DAC dovesse operare con ordini di grandezza della gigatonnellata all'anno, un eventuale calore di scarto sarebbe probabilmente in grado di fornire solo una piccola frazione dell'energia necessaria.

#3. Ubicazione

Disegno del progetto del più grande impianto DAC al mondo, previsto in Texas

Alcuni analisti hanno affermato che, poiché l'aria è ovunque, le unità DAC possono essere posizionate ovunque. Ma in realtà, la scelta del sito di un impianto DAC comporta molte questioni complesse. Come visto gli impianti DAC richiedono notevoli quantità di energia; quindi avere accesso a fonti sufficienti ed a basse emissioni è fondamentale. Così come lo è avere la possibilità nelle vicinanze di immagazzinare il CO2 rimosso. Se non esistono siti di stoccaggio o infrastrutture efficaci di trasporto verso tali siti, sarà necessario costruire il tutto ex novo, con oneri notevoli, perché costruire qualsiasi tipo di infrastruttura è costoso e complicato, comportando anche questioni relative ai permessi, alla giustizia ambientale e all'accettabilità pubblica, questioni che sono, nelle parole dei ricercatori, «comunemente sottovalutate nel mondo reale e trascurate nei modelli».

Devono essere considerate altre due esigenze di ubicazione. Innanzitutto, le condizioni meteorologiche devono essere adeguate. Qualsiasi unità DAC sarà esposta alle condizioni atmosferiche e temperatura e umidità influenzeranno le prestazioni e la disponibilità del processo. In secondo luogo, un impianto DAC richiederà terreno ad esso dedicato, e non è chiaro quanto, poiché le esigenze ottimali delle unità non hanno ancora avuto una risposta definitiva. Come le turbine eoliche, le unità DAC inoltre, devono essere opportunamente distanziate per garantire le massime prestazioni, in modo che non si verifichino situazioni paradossali in cui un DAC si trovi a filtrare aria impoverita di CO2 da un'altra unità.

#4. Costo
Le dolenti note. Considerando dunque le prime tre sfide, quella finale è chiara: il costo per tonnellata di CO2 rimosso è inevitabilmente alto. Anche se ci sono studi di modellizzazione recenti che presuppongono costi DAC relativamente bassi (tra i 100 e i 200 € per ogni tonnellata di CO2 rimosso) i ricercatori del MITEI hanno trovato evidenze che suggeriscono costi molto più alti.

I costi tipici per centrali elettriche e siti industriali che utilizzano attualmente la tecnologia CCS per rimuovere la CO2 dalle loro emissioni è stimato tra 50 e 150 € per tonnellata di CO2. Ma come premesso è ovvio che nell’aria, le condizioni di concentrazione di CO2 enormemente più basse, portano a costi sostanzialmente più elevati.

Al primo punto abbiamo inoltre visto che le dimensioni delle unità DAC necessarie per catturare la quantità di aria richiesta sono enormi. I costi iniziali sono quindi altissimi, soprattutto per manodopera, materiali e permessi. Alcune stime arrivano a calcolare qualcosa come 5.000 € per tonnellata catturata all'anno.

A tutto ciò si devono aggiungere i costi di manutenzione e quelli dell'energia. Al secondo punto è stato indicato che rimuovere 1 Gton/anno di CO2 richiede l'equivalente di 1,2 MWh di elettricità. A 0,10 € per kWh, il costo della sola elettricità necessaria per rimuovere una tonnellata di CO2 è di 120 €. Ma il team del MITEI non è d’accordo e sottolineano che supporre un prezzo così basso è discutibile, dato l'aumento previsto della domanda di elettricità, la futura competizione per l'energia pulita e i costi più elevati in un sistema dominato da fonti energetiche rinnovabili, ma intermittenti.

Poi c'è il costo dello stoccaggio, che viene ignorato in molte stime dei costi DAC.

Sono molte le considerazioni che dimostrano che costi compresi tra 100 e 200 € a tonnellata non sono realistici e che presumere valori così bassi distorcerà la valutazione delle strategie, compromettendo i risultati teorici auspicati.

Conclusione

Il sito del DAC Mammoth (Islanda), il più grande impianto di cattura e stoccaggio diretto dell'aria al mondo, è progettato per una capacità di cattura nominale fino a 36.000 tonnellate di CO₂ all'anno.

Certo è che la tecnologia DAC porta con sé aspetti molto seducenti. La DAC per estrarre CO2 dall'aria, allo scopo di generare crediti di rimozione del carbonio di alta qualità, può compensare i requisiti di riduzione di molte industrie che hanno emissioni difficili controllare. La DAC ridurrebbe l’apporto di gas serra da settori chiave dell'economia mondiale, i trasporti non elettrificati ad esempio, alcune industrie che volenti o nolenti resteranno ad alta intensità di carbonio, e inevitabilmente i settori agricoli e zootecnici. Ma non è affatto probabile ipotizzare che il mondo possa generare miliardi di tonnellate di crediti di carbonio a un prezzo accessibile. Il più grande impianto DAC in funzione oggi, anche se progettato per rimuovere fino a 36.000 tonnellate l’anno, rimuove attualmente solo 4.000 tonnellate di CO2 all'anno, e il prezzo per acquistare i crediti di rimozione del carbonio dall'azienda oggi sul mercato è di 1.500 € a tonnellata!

I ricercatori riconoscono che in futuro ci sarà spazio per miglioramenti nell'efficienza energetica, ma le unità DAC saranno sempre soggette a requisiti di lavoro più elevati rispetto alla CCS applicata alle centrali elettriche alimentate a fossile o ai gas di scarico industriali, e non esiste un percorso chiaro per ridurre i requisiti di lavoro molto al di sotto dei livelli delle attuali tecnologie DAC.

Ma siccome è la somma che fa il totale gli stessi ricercatori raccomandano che il lavoro per sviluppare la DAC continui «perché potrebbe essere necessario per raggiungere gli obiettivi di emissioni nette zero, soprattutto dato il loro attuale ritmo».

Ma non si sottovaluti il loro avvertimento. «Date le alte poste in gioco del cambiamento climatico, è sconsiderato fare affidamento sul DAC come eroe che viene in nostro soccorso».