Modulare
vs Unitario Nel post precedente ci si era lasciati ragionando intorno al concetto di esperienza,
se fosse più o meno attribuibile al mondo vegetale e perché. Le piante hanno
sicuramente sensibilità e rispondono, segnalano attivamente, ma ciò non è
sufficiente per parlare di esperienza sentita nemmeno nelle sue forme più
semplici. E tutto questo in parte è dovuto al fatto che una pianta È un tipo di creatura particolare.
Esiste un modo
di essere animale diverso rispetto a quello di altri tipi di forme di vita.
Questo modo comparve grazie allo sviluppo del corpo e dell’azione, insieme a
nuovi tipi di sensibilità che accompagnano quelle azioni e sono da esse
alimentati. Attenzione a non semplificare troppo: ci sono state anche altre
strade evolutive esplorate da altri tipi di animali così come dalle piante.
Se un
aumento di dimensioni può dare maggior beneficio evolutivo, un piccolo animale
ha due modi per ottenerlo. Il primo, ovviamente, è cercare di costruire quello
stesso corpo su scala maggiore, conservando la stessa forma: e questo comporta
nuove esigenze per la circolazione dei materiali e per la coordinazione delle
parti. L’altro modo è invece dato al limitarsi a replicare la forma esistente,
aggiungendo al proprio corpo una sorta di gemello che resti attaccato, e poi un
altro, e ancora, finché possibile. Una colonia insomma. I biologi lo chiamano
«piano corporeo modulare», mentre
l’altro è detto «unitario».
La modularità ricorda il processo con cui le cellule si
dividono ripetutamente per generare un organismo complesso come il nostro;
tuttavia, in questo contesto, le unità che si ripetono sono animali interi
oppure altri elementi analoghi. I coralli
funzionano così, e in larga misura, anche le piante. Durante l'analisi di un organismo modulare, risulta spesso
complesso determinare se debba essere considerato come singolo individuo il corallo ramificato nel suo
insieme oppure i singoli polipi che lo costituiscono; analogamente, tale
ambiguità si presenta per una pianta fiorita. Le unità costitutive più piccole
presentano frequentemente un elevato grado di autonomia: sono in grado di
riprodursi autonomamente, pur continuando a dipendere, per la loro sopravvivenza,
dall'organismo aggregato.
Gli
organismi modulari spesso producono strutture ramificate, arboriformi. Una volta intrapresa questa strada, lo stile di vita, per
quanto riguarda il comportamento, tende a rimanere semplice o addirittura a
semplificarsi ulteriormente. I coralli, pur sviluppandosi verso l’esterno e
dotati di motilità, restano comunque fermi e saldamente ancorati al substrato. Ci
sono poi casi più estremi, come quello dei briozoi (significa «animali
muschio» e sono sulla Terra da mezzo miliardo di anni!). Questi organismi presentano un piano corporeo che consente
di distinguere i lati destro e sinistro e possiedono un sistema nervoso. Si
sono adattati a uno stile di vita collaborativo, spesso formando colonie che
assumono strutture complesse simili a cespugli o muschi. La morfologia di tali
animali risulta altamente variabile e non segue un numero prestabilito di
appendici, analogamente alle piante come la quercia, riconoscibile per la sua
forma complessiva ma priva di una disposizione fissa dei rami, cosa comune nei
vegetali, salvo rarissime eccezioni.
Non a caso
gli esseri umani, un gambero, un polpo o un pesce sono invece organismi unitari. Abbiamo forma definita, ripetuta da
una generazione all’altra, e non siamo costituiti da unità in parte
autosufficienti. La forma del corpo unitario è importante per l’evolvere
dell’azione: con una forma corporea di base, si sviluppano schemi d’azione, dato
un corpo quel che può fare dipende dalla sua forma.
Gli
organismi modulari, essendo generalmente sessili, non sono in grado di compiere
azioni complesse; questa caratteristica li rende simili alle piante che, pur
essendo sensibili e capaci di rispondere agli stimoli, sfruttano queste abilità
in maniera diversa rispetto agli animali. Le piante utilizzano le loro capacità
per modellare il proprio corpo, la cui struttura riflette la storia degli
stimoli percepiti: dove hanno trovato luce, gli ostacoli incontrati e altro
ancora. Possedendo un corpo meno integrato, la forma può essere modificata in
modo più vario e adattarsi liberamente alle condizioni ambientali.
Comunità
Le piante
quindi, i funghi e anche alcuni animali, hanno percorso la via del disegno
modulare. Un organismo di questo tipo ha un’individualità meno chiara; più che
un organismo individuale, in una certa misura è una comunità o una colonia.
In un
albero o in qualcosa di simile l’unità fondamentale è, per certi versi, un
modulo costituito da un singolo segmento di ramo, una foglia e una gemma:
l’albero è una colonia organizzata formata da tali unità. Questo lo sapevano un
altro Darwin, Erasmus,
il nonno di Charles, e Wolfgang Goethe
che è stato, tra le tante cose, un grande ed eccellente naturalista. E lo sa
anche chiunque si sia soffermato ad osservare le singole foglioline di faggio
che crescono alla base dei loro simili, o abbia avuto a che fare con le talee e
la rigenerazione.
Un dato
interessante: le radici non sono modulari nel modo in cui lo sono le parti che
si trovano sopra il terreno.
Per certi
aspetti, più che un singolo individuo, una pianta è una comunità, al cui interno c’è segnalazione e coordinazione, più
o meno come restano distinti due o più esseri umani nonostante tra loro ci sia
una fitta comunicazione: interagire socialmente non fonde le singole
soggettività. Ma attenzione! Il fatto che ci sia segnalazione non implica che
ciò formi un sé integrato, fuso: i singoli individui di una colonia di
briozoi hanno ciascuno il loro sistema nervoso e comunicano
elettrochimicamente, ma ciò non li unifica, proprio come la fitta comunicazione
tra umani non crea entità diverse.
Pur essendo
per certi versi comunità, a differenza di altri organismi modulari, nelle
piante resta difficile separare le unità. Una pianta ha meno aspetti di un sé
osservato negli animali. Essere coinvolti nel mondo come un sé e ricevere
particolari impressioni dalle cose, creano la soggettività. Ognuno con la
propria, io con la mia e tu con la tua. Le piante non sembra
abbiano un tu, piuttosto un loro fatto di fusti e germogli, con
segnali tra le parti. Ma anche questa è una semplificazione: le piante in
realtà sono in parte comunità e in parte individuo.
Barbalbero (Tolkien)
Alternativa alla soggettività animale Le piante
non sono «animali molto lenti» come ha detto un biologo, o «animali verdi» come
intitola Marco Ferrari il suo interessante libro. Non sono tenute insieme come gli animali, che sono i nostri consueti
modelli quando pensiamo a interi organismi. Lavorando in giardino o potando un
albero si è liberi di pensare che si sta separando un’unità vivente da un
insieme di altre, o anche visualizzare l’intero come un singolo organismo, ma
non è questa la prospettiva giusta.
Tuttavia,
le parti delle piante sono più legate di quanto lo sia una colonia di esseri
viventi distinti. Lungo il suo cammino affiancato a quello degli animali, la
vita vegetale ha sviluppato un tipo di organizzazione diverso.
Poiché una pianta non è compiutamente un sé, per quanto riguarda l’esperienza
vegetale il problema non è limitato alla mancanza di un sistema nervoso, ma al
fatto che una pianta è un tipo di essere diverso.
Nelle piante, a livello cellulare, esiste un certo tipo di agentività, e anche a livello del fusto o del
singolo modulo, nonché dell’intero arbusto o albero – e in certi casi anche a
livello di clone, vale a dire un insieme di piante derivanti da un unico seme e
connesse dalle radici.
Poiché le
piante non hanno sistema nervoso, manco anche degli schemi elettrici su ampia
scala da esso generati. Nelle piante esiste una grande abbondanza di attività
elettrica, e se ne scoprono continuamente di nuove. Ma l’esistenza di qualcosa
di elettrico da solo non dimostra che le piante abbiano esperienze. Gli
schemi elettrici che esistono e si formano nel nostro cervello si integrano e
formano uno strato di attività che viene poi modificato e perturbato dagli
eventi rilevati dai sensi.
Dimostrare
che le piante hanno sensazioni sarebbe davvero una grandiosa scoperta della
moderna elettrobotanica.
Vedere gli
alberi – enormi, fermi, silenziosi – come soggetti con esperienza che procedono
al proprio passo mentre noi brulichiamo intorno ad essi, è molto evocativo.
L’idea di esperienza vegetale porta con sé qualcosa di impressionante e basta
poco per rianimare la questione. Osservare gli alberi di una foresta, magari
plurisecolari se non millenari, e pensare che sono stati testimoni dei secoli,
toglie il fiato, anche sapendo benissimo che non si sta osservando individui
unificati.
Ricordando
l’esperimento che dimostra che una foglia ferita segnala alle altre il
suo stato, se ci atteniamo agli standard animali, il rilevamento e la
segnalazione del danno sono processi semplici: tuttavia, quel che si è
osservato in quella piantina era inatteso, ha aperto una porta che lascia
intravedere le piante diversamente.
Per un
minimo di cognizione Ma non
basta dimostrare che le piante rilevano quanto accade intorno a loro e
rispondono: questo lo fanno persino i batteri. Certo che, in una pianta, con il
suo enorme numero di cellule e le loro sintesi chimiche, quest’attività avviene
in maggior misura rispetto a un organismo unicellulare,
batterio o protozoo che sia, e in biologia, quella «maggior misura» può fare
un’enorme differenza. Ma deve essere una «maggior misura» del tipo giusto, non
basta scatenare una valanga di reazioni elettrochimiche.
Col
progresso della ricerca sulla sensibilità e sulla segnalazione in organismi
vegetali si è introdotto il termine di «cognizione
minimale», terminologia molto controversa, vale la pena approfondire qui. La
cognizione minimale è un pacchetto che comprende sensibilità, risposte e forse
anche la capacità di far confluire passato e presente nel calcolo del da farsi
(una cosa che sia i batteri che le piante possono fare), riflettendo
l’importanza dell’informazione per i progetti vitali dell’organismo. A
quanto pare sembra che ogni forma di vita – compresi funghi, piante e organismi
unicellulari – possa utilizzare tutto ciò per farne qualcosa. Quindi la
cognizione minimale è strettamente legata all’incalcolabile traffico di segnali
e reazioni, un complicatissimo va-e-vieni essenziale per la vita.
Va
specificato che questa idea non è un concetto astratto vuoto, non è applicabile
a qualsiasi cosa. Per esempio, sia il sale in un cucchiaino che le radici di
una pianta reagiscono all’acqua: le radici modificano la direzione in cui
crescono, il sale si scioglie. Entrambi, in un certo senso rispondono,
ma la reazione della pianta va oltre il semplice accadimento: cambia in
relazione a ciò che l’acqua rappresenta per i progetti vitali della pianta, per
la sopravvivenza e la riproduzione; viene cioè tracciata una via in cui sono
coinvolti geni e ormoni, affinché il rilevamento dell’acqua produca un
particolare effetto. Nel caso del cucchiaino di sale non c’è nessuna cognizione
minimale.
Essere in
possesso di cognizione minimale corrisponde ad avere un «punto di vista». Ma è questa esperienza, o
esperienza esperita, che cioè induce a mettere in atto, a reagire o, in altre
parole, è senzienza?
Se svanisce la cognizione, viene meno anche l’esperienza?
Sono idee
affascinanti, ma troppo semplicistiche. Alcuni tipi di cognizione minimale
possono aver luogo anche senza che vi sia molto di riconducibile a un sé, e in
quei casi non esiste la configurazione corretta per un’autentica soggettività.
Una pianta potrebbe essere un’utilizzatrice di informazione sensoriale, un
essere sintonizzato con gli eventi e in grado di rispondere ad essi, senza che
però vi sia alcuna forma di esperienza sentita.
Tra il
tutto e il niente c’è sicuramente una zona di confine, il gradualismo
dell’evoluzione la implica necessariamente: esistono esseri che hanno i più
vaghi accenni di qualcosa di simileall’esperienza. Ma chi
troveremo laggiù? Sono in molti a dubitare che possa trattarsi di
piante, e il motivo è evoluzionistico: non perché ciò che esse fanno sia
semplice rispetto a ciò che fanno gli animali, ma perché hanno imboccato una
via diversa.
Le piante
rappresentano un modo alternativo di mettere
a frutto le risorse intrinsecamente presenti nelle cellule complesse,
un’alternativa che dà luogo a una certa sensibilità e intelligenza, ma non
all’esperienza sentita. Ma le piante continuano a sorprenderci: in questa mia
playlist su YouTube troverete dei documentari sorprendenti e affascinanti!
Parafrasando il titolo del forse più famoso libro del compianto Frans De Waal, se non siamo nemmeno così intelligenti da capire l’intelligenza di un animale, potremo mai scoprire se esista davvero un’intelligenza vegetale? Se poi definiamo l’intelligenza come la capacità di affrontare problemi ambientali e di adattare il comportamento in risposta a essi, allora ogni essere vivente può essere considerato intelligente: persino protozoi e batteri mostrano comportamenti che li aiutano a evitare aree pericolose o illuminate, e a dirigersi verso fonti di cibo, o verso la luce se sono fotosintetici.
Ma grazie a
queste sorprese sono d’accordo con chi sostiene che qualcosadi lontanamente simile alle emozioni c’è. Se si
pensa agli straordinari progressi compiuti nel campo della conoscenza degli
insetti e della loro sensibilità possiamo dire che nel caso delle piante
siamo ancora molto lontani da quel punto, ma abbiamo fatto un bel pezzo di
strada in quella direzione. ___________________________________________________________
Premessa L'espressione «dare del vegetale» (o dire a qualcuno «sei un vegetale») è una metafora in genere offensiva e denigratoria,
utilizzata per descrivere una persona che, a causa di una malattia, un
incidente o un grave deterioramento cognitivo, non è più in grado di
comprendere la realtà, interagire con l'ambiente o muoversi autonomamente.
Espressione che andrebbe
completamente rivista.
Paradossalmente la necessaria chiarezza è simile a quanto occorre nel mondo della cosiddetta Intelligenza Artificiale, che tutto è tranne che...intelligente!
In un post
recente si è raccontato di come il passaggio dagli ambienti acquatici a quelli
terrestri ha segnato svolte cruciali, aprendo la strada a nuove forme di vita e
strategie evolutive.
In tutto ciò le piante furono una
parte importantissima, ma che si tende sempre a mantenere sullo sfondo: quando
si parla di evoluzione si pensa quasi sempre soltanto a forme animali.
L’energia che alimenta la vita e
consente la produzione di materia vivente proviene quasi interamente dal sole
ed è imbrigliata dalla fotosintesi.
Le prime forme di vita che la adottarono furono alcuni batteri marini (cianobatteri), tuttora
presenti, così come in altri tipi di microbi e più tardi nelle alghe che
assorbirono al proprio interno i batteri, trasformandoli in organelli cellulari
specializzati: i cloroplasti.
E fin dalle elementari sappiamo che i vegetali sono alla base della catena
alimentare.
Circa
450 milioni di anni fa, alla fine dell'Ordoviciano, alcune alghe verdi d'acqua dolce iniziarono il processo di colonizzazione della terraferma, evolvendosi
successivamente in muschi, felci e altre forme vegetali fino a originare alberi
di grandi dimensioni. Le praterie e le foreste che vediamo oggi usato, per così dire, la stessa cassetta degli attrezzi genetica, che usavano allora quelle alghe: più riciclo di così! Solo dopo l'inizio di questa colonizzazione da parte
delle piante fu possibile per gli animali – inizialmente invertebrati come
artropodi, millepiedi e ragni – stabilirsi sulla terraferma, evento che si
verificò più tardi, verso la fine del Siluriano, circa 425 milioni di
anni fa. Le piante furono fondamentali nel creare le condizioni necessarie per
la vita animale terrestre: modificarono l'atmosfera incrementando il livello di
ossigeno e permisero la formazione dei primi suoli.
Schema cellulare semplificato
A livello cellulare, animali e piante hanno risorse
simili, salvo per quelle vestigia batteriche che consentono alle seconde di
effettuare la fotosintesi (per approfondire si veda questo
mio post). Ciò nonostante le piante intrapresero una via evolutiva propria, che
prevedeva soprattutto immobilità, oltre che crescita: assorbire acqua (problema
tutt’altro che semplice), aria e luce mentre simultaneamente si protendono
verso l’alto e verso il basso, per captare contemporaneamente energia dal Sole
e umidità dal terreno.
Avrebbero
potuto le cose andare diversamente? Sarebbe stato possibile avere un organismo
che pur crogiolandosi al Sole avesse potuto muoversi attivamente, anche
strisciando, in cerca di luce e acqua?
Alcuni
organismi animali ci hanno provato, ottenendo qualcosa di simile: i coralli, ad esempio, sfruttano la fotosintesi
grazie alla simbiosi che hanno stabilito con alcune alghe, altri hanno
trafugato alcune componenti vegetali e, nonostante la maggioranza viva ancorata
al substrato, alcuni sono dotati di movimento corporeo. Ma sono tutti animali
marini per i quali la componente energetica derivata direttamente dal Sole è usata
meno, accessoriamente. Gli organismi che invece hanno iniziato come vegetali
non hanno mai tentato di acquisire mobilità intesa in senso animale[1].
In altre parole stili di vita che associno fotosintesi e movimento sono
pressoché sconosciuti negli organismi pluricellulari. Intraprendendo la via
della fotosintesi sulla terraferma le difficoltà di movimento poste dal nuovo
ambiente, a cominciare dalla gravità e dall’evaporazione, hanno selezionato
adattamenti a restare in un sito e a costruire strutture in grado di
raccogliere la luce.
Ciò non
significa che in questa loro vita più lenta e fisicamente vincolata, non
abbiano però un loro versante attivo: spostando acqua e modificando la rigidità
delle proprie parti queste possono essere mosse visibilmente (si pensi alle
piante carnivore). Ma sono casi rari.
Tuttavia, le
cellule vegetali hanno tutto ciò che occorre per essere sensibili e reattive,
oltre ad avere apparati cellulari in grado di generare potenziali d’azione
di natura elettrochimica. Ma nelle piante non c’è nulla di simile ai sistemi
nervosi intesi nel loro senso comune.
Eppur si
muove
A questo
punto potreste osservare che anche la crescita conta come azione, lenta
ma reale. Ma allora anche le sintesi chimiche lo sono. Questo è il punto di
vista di coloro i quali attribuiscono ai vegetali qualità…animali, quando
invece sono i modi in cui le piante fanno gran parte di ciò che fanno.
Se
dovessimo chiedere ad un botanico quali siano le piante più intelligenti,
molti di loro risponderebbero: le piante rampicanti. Soprattutto quelle dotate
di viticci che vengono direzionati e mossi per agganciarsi saldamente alle
strutture su cui crescono.
Che dire
allora della enorme quantità di azione vegetale che ha luogo sottoterra, a
causa del continuo sondaggio esplorativo che effettuano le radici? Charles Darwin,
da osservatore geniale
qual era, lo aveva capito e disse che il luogo dove si potrebbe trovare una
sorta di «cervello» delle piante era proprio là sotto, e non in alto alla luce
del Sole.
Tornando in
superficie e alle rampicanti, queste devono prendere molte più decisioni delle
altre piante e non a caso esistono bellissimi esperimenti corredati da filmati
in time-lapse (questo qui incorporato è bellissimo, 83 giorni condensati in un
paio di minuti).
Non a caso,
nell’evoluzione le volubili (un tipo di rampicante, con fusti erbacei o legnosi
deboli e flessibili) e le rampicanti in senso stretto, sono le ultime arrivate:
sono quasi tutte angiosperme,
ossia appartenenti ad un gruppo dotato di un metabolismo
molto efficiente, comparso più o meno nell’era dei dinosauri (230-240 milioni
di anni fa) e che, in molti ambienti, sostituì le gimnosperme, conifere ed
affini, comparse molto tempo prima (360-380 milioni di anni fa).
Insomma,
tra le piante, le rampicanti sembrano particolarmente sveglie con
capacità di riscoprire capacità latenti nelle loro cellule: capacità rimaste
per un certo tempo come nascoste o impedite in forme ancestrali più tranquille.
Si diceva
prima del potenziale d’azione. All’interno di una pianta ha luogo anche una
gran quantità di segnalazione chimica.
Sembrerà
strano, ma un’anonima e pressoché onnipresente piantina, arabetta comune,
è il punto di riferimento principale per ogni botanico perché rappresenta
l’organismo modello per eccellenza.
Arabetta comune
Un esperimento del 2018 ha dimostrato che
se un bruco si mette a masticarne una foglia, o se un umano la strappa via, parte
rapidamente un segnale alle foglie vicine, preparandole ad organizzare una
difesa chimica. Con una tipica reazione a catena di eventi, molto simile a
quanto avviene negli animali, una sostanza ampiamente usata nella segnalazione
chimica (glutammato) viene liberata da una cellula e influenza i canali ionici
delle altre, agendo come molecola segnale e neurotrasmettitore. Una foglia non
danneggiata che si trovi a una certa distanza dalla lesione riceve il segnale e
può prepararsi nell’arco di qualche minuto.
È esperienzaquesta?
Come si collocano le piante nell’evoluzione di questo attributo tipicamente
animale?
Lo sviluppo
dell’attività vivente è innanzi tutto un sé
con una sua
prospettiva e, alla base di quel sé l’attività integrata dei sistemi
nervosi.
In molte
piante permangono – nei gameti – vestigia di motilità: nelle felci e nelle
cicadi ci sono gameti maschili mobili che nuotano nell’acqua per realizzare la
fecondazione, rendendo mobile una piccolissima parte del ciclo vitale. Resta il
fatto che nelle piante, una maggiore motilità sarebbe anche ostacolata dalle
spesse pareti cellulari, un bel problema da superare durante la loro evoluzione.
Se quindi,
per avere esperienza, tutto ciò è quel che conta, allora le piante difettano parecchio in tal senso: sono certamente sensibili e rispondono, segnalano
attivamente, ma molto probabilmente questo non basta per avere un’esperienza
sentita nemmeno nelle sue forme più semplici. E tutto questo in parte è dovuto
al fatto che una pianta è un tipo di
creatura particolare.
Dove si sta
andando a parare lo vediamo nella prossima parte.
[1]
Da segnalare come eccezione alcune alghe verdi di acqua dolce, Volvox, che formano
colonie mobili sferiche che nuotano verso la luce.
In un mio recente post c’era un breve paragrafo dedicato
alla matematica, ovvero alla contrapposizione tra la dimostrazione matematica
e la prova scientifica in termini di validità e/o veridicità. Vi si afferma che «la conoscenza che deriva dalla logica matematica, invece, è ben più
assoluta e definitiva di quella di ogni altra disciplina. Perderemo le nostre
città, l'ultima delle piramidi d'Egitto si sgretolerà a terra come accadde alle
altre meraviglie del mondo antico, dimenticheremo storie, poemi e le opere
d'arte verranno inghiottite nella marea dei secoli, ma le intuizioni di Euclide,
l'algebra o il calcolo infinitesimale no, quelli ci accompagneranno anche su un
altro pianeta».
Insomma, sicuramente per colpa mia e delle mie scarse
conoscenze, per quanto nella pratica le affermazioni siano condivisibili, ho attribuito ai teoremi dimostrati un valore di verità un
tantinello eccessivo. Un mio conoscente, ottimo matematico, me lo ha fatto
notare e, grazie a lui, mi accingo a modificare il tiro, parlandovi di tale Kurt Gödel, definito
il più grande logico dopo Aristotele, un colosso nel suo campo.
Conclusi brillantemente gli studi
nel 1929 discute la sua tesi di dottorato in logica matematica. Il suo lavoro
contribuisce a una grande impresa collettiva che in quegli anni sta
interessando tutta la comunità scientifica: dimostrare che la matematica poggia
su basi solide. È diventato un compito urgente, perché Bertrand Russell, un
altro famosissimo logico, con i suoi famosi paradossi ha iniziato a far
vacillare l'edificio della logica, mettendo in allarme i matematici di tutto il
mondo. Che valore ha la matematica se la logica che la sorregge conduce a
paradossi? Che lo dimostro a fare un teorema se i postulati che stanno alla
base di tutto portano a contraddizioni? L'edificio era insomma così pericolante
che la comunità matematica non vedeva l'ora di fare una bella ristrutturazione.
E fu proprio questa la sfida definitiva lanciata dal celebre matematico David Hilbert che mirava
a formalizzare tutta la matematica e dimostrarne la coerenza: troviamo un bel sistema assiomatico[1]
che non porti a contraddizioni, dimostriamo una volta per tutte che i nostri
postulati e le leggi da cui partiamo e che assumiamo sono coerenti, troviamo il
modo di mettere tutto a posto. Quando Hilbert ribadisce questa necessità siamo
nel 1928, durante una conferenza a Bologna, e Gödel è tra il pubblico. La sua
tesi di dottorato, un anno dopo, mette effettivamente a posto un pezzetto
dell'impianto logico matematico, fornendo un risultato rassicurante, ma i suoi studi
successivi non saranno affatto rassicuranti. Al Circolo di Vienna presenterà per la prima volta la scoperta per cui ancora oggi è
famoso: una scoperta destinata a rovesciare la matematica, la filosofia, la
nostra stessa concezione del sapere e della conoscenza. Per mezzo di due
teoremi traccia i limiti del nostro accesso alla
verità.
questa frase non è
dimostrabile
Bastano cinque parole per far
crollare le certezze di generazioni dopo generazioni di pensatori. A soli 25
anni dimostra che la matematica come la conosciamo fa acqua, e non c'è niente
da fare.
Dai tempi di scuola ricordiamo
tutti il paradosso del mentitore, “questa frase non
è vera”. Ne cambia appena una parola e scatena tutta la differenza del
mondo, spostando l'attenzione da un concetto assoluto al di fuori del nostro
controllo, la verità, a uno perfettamente
formalizzabile, la dimostrabilità.Le parole di “questa frase non è
dimostrabile” sono il cuore di un ragionamento formale complesso, difficile
da cogliere anche per i suoi colleghi più brillanti, a cui Gödel mostra come
millenni di storia del pensiero poggino in realtà sull’argilla. Se la frase in
questione è dimostrabile, se cioè possiamo trarla come conseguenza dagli
assiomi, allora è vera, e se è vera è anche vero quel che asserisce e quindi non
è dimostrabile! E allora i nostri assiomi, cioè quegli enunciati che prendiamo
per buoni come regole fondanti della nostra matematica, portano a una
contraddizione: il nostro sistema assiomatico è incoerente.
Cosa che non piace per niente portandoci ad affrontare la cosa da un altro
punto di vista. Che succede se la frase incriminata non è dimostrabile? Significa
che il nostro sistema permette effettivamente enunciati indecidibili, che cioè non si possono dimostrare, ma nemmeno
negare! E allora il nostro sistema è incompleto.
E se aggiungessimo come assiomi gli enunciati indecidibili? Niente da fare: ne
salteranno fuori altri, a loro volta indecidibili: non se ne esce. Qualsiasi
sistema di assiomi che contenga le nozioni base dell'aritmetica ha questo
limite: o è incoerente oppure è incompleto, o avremo contraddizioni oppure
avremo enunciati indecidibili.
E non è nemmeno finita qui. A
partire da qualunque sistema assiomatico, cioè un insieme di enunciati che scegliamo di dare
per buoni, non c'è modo di dimostrare, partendo da quegli stessi assiomi, che
non si contraddicano. Ovvero, nessuna matematica può provare la propria stessa
validità.
Queste idee sono la sintesi
semplificata di molte pagine di ragionamenti formali estremamente complessi,
che passeranno alla storia come «I teoremi di incompletezza di Gödel».
Inizialmente l'accoglienza degli
studiosi è tiepida: qualcuno pensa che ci sia un errore, altri semplicemente
non capiscono o non ci credeno. Reazioni attese, visto che i suoi teoremi
andavano in direzione opposta rispetto a quella immaginata e sperata dal
programma di Hilbert, che invece mirava a garantire per la matematica un
impianto solido e infallibile.
Gödel però non se ne rammarica. Le critiche non le legge affatto come una cattiva notizia o come una
sconfitta del pensiero, anzi. Se attorno a lui le reazioni sono quanto meno
scettiche, gli piace invece che esista una differenza
tra ciò che è vero e ciò che è dimostrabile: è un matematico platonico.
Per lui la matematica non si inventa ma si scopre, e l'esistenza di verità
intrinsecamente inaccessibili rende ancora più salda la sua visione.
Comunque, che sia perché le sue
scoperte sono un po’ impopolari, perché soffre di disturbi nervosi o per le sue
frequentazioni riprovevoli per la società dell’epoca, nel 1939 Kurt Gödel,
ben dieci anni dopo la pubblicazione dei suoi clamorosi teoremi di
incompletezza, non ha ancora una posizione permanente all'università di Vienna e
la sua carriera accademica è molto ostacolata dal clima politico che si
respira. Da tempo andava spesso negli Stati Uniti, il Circolo di Vienna era
inviso ai nazisti (il suo fondatore fu assassinato nel 1936), finisce anch’egli
nella lista nera dei nazisti, e dopo una ridicola aggressione (sua moglie li
mise in fuga ad ombrellate) da parte di studenti di estrema destra decide:
complice anche il richiamo nelle liste di proscrizione per il servizio militare
espatria e con la Transiberiana arriva sul Pacifico, da qui in Giappone e
infine, l’Università di Princeton, Stati Uniti.
[1] Un
assioma è un enunciato che per principio è evidente di per sé, e che perciò non
ha bisogno di esser dimostrato. I famosi postulati di Euclide possono essere
considerati assiomi.
Sperimentazione C’è un imperativo, direi un dogma
(lo so, suona male parlando di scienza), che guida ogni ricercatore
che sa fare il suo mestiere: la riproducibilità dei
risultati sperimentali.
Chiunque annunci di aver fatto
una «scoperta», non solo si deve aspettare
che altri colleghi ripetano l'esperimento nei loro laboratori, cercando di
ottenere gli stessi risultati, ma anzi deve auspicare che ciò accada. Ogni articolo
scientifico descrive nella sezione «Materiali e
metodi» le procedure sperimentali o teoriche usate, inclusi preparazione
dei campioni, apparecchiature, protocolli, agenti chimici, metodi statistici,
software e autorizzazioni etiche, se richieste. Provare per credere dunque! Se in questa sezione sono presenti evidenti lacune, il lavoro non viene
pubblicato e agli autori viene fornito un elenco di modifiche da apportare, a
volte accompagnato da commenti anche molto critici. Se ciò che si dichiara non
può essere verificato nonostante protocolli formalmente corretti, allora probabilmente
da qualche parte c’è un errore, almeno. La riproducibilità dei risultati è un
vaglio cieco e spietato, che protegge la scienza dagli errori, a volte vere e
proprie ca…ntonate e, soprattutto, aiuta a distinguere, nel marasma delle cose
che capitano, quello che scienza non è. Ad esempio, le truffe - tra cui
includiamo le fake news- oppure, emotivamente parlando, la suggestione collettiva e la
manipolazione inconscia.
E ciò accade perché gli scienziati, prima di esser tali, sono persone, soggette
alle stesse distorsioni cognitive degli altri e alle prese con la quotidianità
della vita di chiunque, fissazioni da cui faticano a liberarsi e tante belle
speranze comprese: la speranza prima è effettuare per primi una scoperta,
magari eclatante! Ecco spiegato anche perché studiosi con fior di competenze trascorrano
le giornate chiusi in laboratori dentro a una montagna, in un osservatorio in
pieno deserto o chiusi in un batiscafo a 2500 metri di profondità negli abissi
oceanici; e qui da noi, in cambio di una borsa di studio a quarant'anni con cui
a malapena ci si autosostenta e senza nemmeno la possibilità di scaricare le
spese mediche. Appare quindi comprensibile che questa ambizione possa intaccare
quel sano scetticismo di fondo che è uno dei dispositivi di
protezione individuale più importanti per ogni scienziato. Capita cioè che uno
scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un
nuovo fenomeno, e a furia di arrovellarsi sulla questione arrivi ad
affezionarsi ai «suoi» dati sperimentali, addirittura
anche se inconsistenti e ben poco riproducibili, nonché alle argomentazioni
imbastite strada facendo per inquadrare di tutto un po’ in una cornice
pseudorazionale. E se quelle teorie ad hoc vanno contro a saperi
consolidati, dimostrati e funzionanti non c’è problema: ci si appella alla rivoluzionarietà
dell’idea. Pur di salvare il proprio lavoro, questi scienziati butteranno
nel cestino, più o meno inconsciamente, i dati che contraddicono le attese accogliendo
solo quelli graditi, attribuiranno effetti del tutto accidentali a cause che
non c'entrano niente, vedranno un segno certo in uno spettro fatto solo da rumore
di fondo. Infine, per un insieme di motivi, riusciranno a convincere un certo
numero di colleghi della bontà delle proprie convinzioni, alimentando così un
micidiale autoinganno collettivo. Quella dei “Raggi N” è una
storia esemplare davvero notevole.
Scienza patologica…e sovietica
La costruzione di una simile architettura priva di fondamenta ed eretta
in totale buona fede, ha un che di patologico: non a caso il premio Nobel per
la chimica Irving Langmuir la definì proprio così, scienza
patologica, dedicandosi con passione a fare quel che oggi chiamiamo debunking, smascherare le bufale, le false scoperte.
La mente del ricercatore «contagiato»,
pur accettando a priori le regole fondamentali del metodo scientifico
sperimentale, inconsapevolmente se ne allontana e comincia a interpretare i
dati in base ai propri desideri. Il bello è che, a prima vista, l'indagine
condotta ha una parvenza di ordinaria credibilità - cosa che di solito fa presa
non solo sul grande pubblico complottaro,
ma anche su vari addetti ai lavori che cadono vittime dell’esaltazione per, ciò
che ritengono essere, una grande scoperta. Ma un’indagine obiettiva mostra
subito che il fenomeno accade solo in una regione piuttosto limitata dello
spaziotempo, cioè sotto gli occhi di chi brama vederlo. Nonostante ci siano
prove più che sufficienti a dimostrare l'inconsistenza del tutto i ricercatori
colpiti dal male si ostineranno a difendere le proprie teorie iperboliche,
controbattendo alle critiche con congetture buttate lì seduta stante. Dopo un
po’, nella scienza sana prevale lo scoramento e si riprende il largo
abbandonando la fantasiosa scoperta al proprio destino. Ci penserà il tempo a
sommergerla nell'oblio o farle toccare terra in altre epoche, regalando
eventualmente alle teorie alla deriva una seconda opportunità. Personalmente,
ne ho conosciuto uno…
Insomma sembra un po’ il contrappasso del debunking che, stando ad
analisi recenti e affidabili, pare non serva a nulla. Il tentativo di smontare
le bufale nella speranza che si arresti la diffusione di informazioni false
online non funziona insomma. Ci sono evidenze scientifiche che hanno dimostrato
chiaramente che questa pratica è utile soltanto per chi già è predisposto a
cercare la versione smentita. Si predica ai convertiti.
Ma non attecchisce laddove dovrebbe
farlo, e a peggiorare le cose causa un effetto di maggiore polarizzazione
dovuto al fatto che chi si vede arrivare delle informazioni a smentita della
sua tesi si arrocca sempre più su posizioni difensive reagendo con veemenza.
C’è poi anche ciò che amo definire scienza
sovietica. Quanto accadeva nell'URSS decenni fa o dando ascolto a
scienziati di comprovata fede politica, tipo Lysenko (si veda qui per la vicenda e la tragica fine di
Vavilov), che prese una cantonata genetica clamorosa; o, al contrario, non
ascoltando scienziati e teorie valide perché non in linea con la linea
del partito. Un po’ come la cosiddetta identity politics condiziona
il pensiero politico qui potremmo parlare di identity science se
non fosse che parlarne in tal senso sia un evidente paradosso.
Ciò nonostante, ci sono ancora dozzine di casi di false scoperte e pseudoscienza che continuano a riaffiorare.
Il blog Retraction Watch contiene un database di oltre 40.000
articoli scientifici caduti in disgrazia e ritirati e ritrattati per i più
svariati motivi.
C'è inoltre una vergognosa top ten dei 10 articoli ritrattati, sbagliati, più citati. Articoli che dopo
essere stati ritrattati e ritirati hanno ricevuto ancora più like, persino
dalla comunità scientifica internazionale.
Ancora in lista all’ottavo posto, c'è il famigerato articolo di Andrew Wakefield che suggeriva un legame tra vaccino
trivalente e autismo. Quel lavoro venne pubblicato nel 1998 e fu ritirato nel
2010. Le sue conclusioni sono state più volte smentite, la condotta di
Wakefield giudicata scorretta e l'intera storia è stata raccontata allo
sfinimento. Ciò nonostante, l'articolo continua a galleggiare sull'oblio, anche
grazie ad alcuni scienziati forse superficiali, fosse distratti, forse chissà.
Ma se loro per primi non si chinano a seppellire i cadaveri, né li riconoscono,
non si capisce bene chi dovrebbe farlo.
Di clamorose cantonate prese da fior di scienziati ne è piena la storia,
tra le più famose quella della «memoria dell’acqua»
(si veda il paragrafo dedicato all’omeopatia in questo mio post) e quella della «fusione fredda»
(qui).
Publish or perish
Ma non tutti gli abbagli sono spiegabili in termini di scienza
patologica. Fatte salve le ipotesi di frode, si verificano talvolta errori
significativi da parte degli scienziati, spesso attribuibili alla pressione di
tempi ristretti in un contesto che normalmente richiederebbe pazienza,
chiarezza mentale e una riflessione approfondita. Contrariamente a tutto questo, ci si trova
immersi in un ambiente frenetico a causa della competitività sfrenata ed
esasperata dell'ambiente accademico, con implicazioni anche internazionali, con
la penuria di fondi puntata alla tempia e le incerte prospettive di carriera
strette al collo. Per non parlare degli interessi industriali legati a molti
programmi di ricerca che hanno resto il mondo accademico molto più restio alla
condivisione di quanto fosse un tempo. Gli avanzamenti sono inoltre legati al
numero di pubblicazioni scientifiche e al loro impatto, misurato in termini di numero di citazioni, ovvero quanto i colleghi
hanno preso i tuoi lavori come riferimento, e col famigerato impact factor, un altro numerino aggiornato di
anno in anno che quantifica il prestigio di ogni rivista. È chiaro che, se il motivo
conduttore diventa publish or perish,
«pubblica o muori», le debolezze umane
possono saltar fuori, zone d'ombra incluse. Nella migliore delle ipotesi il
ricercatore in ansia da prestazione (o da precariato) può essere spinto a pubblicare troppo e troppo presto i propri lavori,
trascurando di svolgere i dovuti controlli. Così, succede di sorvolare su quel che
appare un’inezia, un miserabile dato che non torna, senza coglierne tutto
l'aspetto inquisitorio e approfondire. Altrove, in particolare in ambito medico
biologico, la cantonata può arrivare da una inadeguata analisi statistica dei
dati, che conduce a conclusioni gravemente errate.
Durante la pandemia da Covid-19 ad esempio, la tendenza a pubblicare
rapidamente i risultati delle ricerche sul tema è aumentata parecchio e non
sono mancate le ritrattazioni eccellenti,
con annesse polemiche, critiche anche feroci da parte di improvvisati tuttologi
e cali generalizzati della fiducia da parte dell’opinione pubblica, già soggetta ad un bombardamento
continuo di fake news costruite a tavolino.
La ritrattazione avviene quando un articolo viene rimosso dall'archivio
della rivista su cui è stato pubblicato, e sostituito con una nota editoriale
in cui si spiegano le ragioni del dietro-front.
In genere si tratta di ricerche viziate da gravi errori plagio e frodi
accertate o sospette. Il ritiro dell'articolo può essere richiesto dall'autore
stesso o da altri ricercatori perché non riescono a riprodurre i risultati del
lavoro incriminato seguendone i protocolli. Occorre innanzitutto evitare che un
articolo sbagliato funga da base per ulteriori studi, inquinando la letteratura
di riferimento; questi dolorosi mea culpasottolineano la natura auto correttiva e la
vocazione alla trasparenza della scienza, i cui risultati ricadono idealmente
sulle vite di tutti e ne diventano patrimonio ed eredità.
Peer review La scienza è, soprattutto oggi, una grande impresa collettiva, e da ciò
derivano la sua forza e la capacità di isolare gli errori: lo strumento
collettivo utilizzato, in cui ogni ricercatore diventa giudice dei colleghi e
da essi viene giudicato si chiama peer review,
revisione tra pari. È Il sistema di controllo adottato dalla maggior parte
delle riviste scientifiche ed elimina la spazzatura macroscopica. La pratica
della peer review venne introdotta nel 1665 col
numero inaugurale della rivista «Phylosophical
Transactions» della «Royal Society for
Improving Natural Knowledge», la prima istituzione scientifica della
storia degna di questo nome, citata brevemente come Royal Society.
Una procedura ben consolidata quindi, ma è davvero efficace?
Ovviamente ci sono storie davvero tristi. Un biologo e giornalista
scientifico nel 2013 inventò di sana pianta
un articolo sulle proprietà antitumorali di una sostanza estratta dai licheni.
Infarcì l’articolo di errori così grossolani che anche uno studente delle
superiori se ne sarebbe accorto, spedì l’articolo a 304 riviste open-access (ad
accesso gratuito, ci sono poi quelle in abbonamento), inventandosi uno
pseudonimo davvero improbabile e il nome dell’istituto di ricerca,
localizzandolo, a caso, in Eritrea.
Ben 157 riviste pubblicarono quella spazzatura. I valutatori o avevano
lavorato coi piedi, meglio dire non lavorato, o proprio non esistevano. Più
della metà delle decisioni finali non avevano rapporti di approvazione.
In un altro caso la allora direttrice del British Medical Journal nel
1998 inviò a duecento revisori (referee) un articolo contenente,
apposta, ben otto errori di vario tipo. In media gli esperti ne trovarono due,
nessuno li scovò tutti, e per qualcuno l’articolo era perfetto.
Tornando alla domanda a monte va detto che l'obiettivo di fondo della
procedura di peer review non è garantire la correttezza dei dati riportati
facendo così emergere truffe e manipolazioni ma, piuttosto, assicurare la correttezza formale e metodologica del lavoro. Se un revisore
ha dubbi sui risultati, può richiedere altri esperimenti. Tuttavia, spesso non
è facile valutare la validità delle misure, quindi di solito i risultati
vengono accettati.
La procedura pur avendo numerosi limiti tecnici riesce comunque
abbastanza bene nel controllo della forma e del metodo del lavoro e nel caso
sbagli, il punto di forza della peer review e ancora una volta la capacità di autocorreggersi. Può accadere che un
articolo di buona qualità, rifiutato da una rivista prestigiosa, venga poi
accettato altrove e venga ampiamente citato, riconoscendone l'effettivo valore.
Inoltre, la peer review è solo il punto di partenza
di un percorso in cui il tempo giocherà un ruolo fondamentale. Se in un
certo lavoro c'è davvero del buono, altri verranno a replicarne i risultati, a
costruire sulle conclusioni della scoperta, ritagliandole il posto che merita.
Nota:
quanto guadagnano i revisori dalla loro attività? Zero.
Operano a titolo gratuito; e ancora, riviste prestigiose in abbonamento, non
sono per questo più autorevoli di quelle gratuite.
Concludo citando un caso recente, nato sull’onda del progresso e della
potenza elaborativa, inarrestabile ed a crescita esponenziale, dei cosiddetti Large
Language Models (LLM), strumenti di AI.
La possibilità offerta da questi di realizzare in modalità pressoché
automatica lavori da sottoporre a pubblicazione e peer review è stata, già da
qualche anno, oggetto di una levata di scudi da parte della comunità
scientifica; ciò nonostante, non sono mancati episodi più o meno eclatanti di
ricercatori rivelatisi alla fine non meno peggio di tanti ciarlatani. Ma qui le
cose si invertono.
Ci sono ormai evidenze che l’AI sia utilizzata dai revisori, per
automatizzare il loro lavoro, generando spesso risultati completamente errati.
Ricordo che un LLM segue sempre la stessa metodologia, sia che fornisca
risposte corrette che sbagliate (sulla pagina Facebook di
Walter Quattrociocchi ci sono numerose informazioni utili).
Ed ecco che non è l'autore della pubblicazione da sottoporre a review
che sta barando, ma chi dovrebbe leggerlo, allora il primo non fa che
difendersi: questa scelta è stata difesa, con razionalità, sostenendo che i prompt
nascosti rappresentano una contromisura contro i revisori
pigri che usano l’AI. Secondo il professore, in assenza di regole
univoche sull’integrazione dell’AI nel processo di peer review, e sapendo che molte
riviste vietano esplicitamente l’uso dell’intelligenza artificiale per valutare
i lavori, l’aver inserito dei prompt leggibili solo dalle AI rappresenta
un modo per poter controllare questa pratica e smascherarla dove presente.
Ad ogni modo, e lo affermo in maniera asettica, appare probabile che in
un futuro non proprio lontano, il ruolo dell’AI nella revisione delle
pubblicazioni scientifiche sarà preponderante. La capacità di assorbimento
della necessaria letteratura che qualsiasi LLM potrà offrire, e spesso già
offre, supera di diversi ordini di grandezza le potenzialità di chiunque, con
buona pace di Borges e della sua biblioteca.
Spiccioli di matematica
[NdA] In questo paragrafo non sono stato preciso, me lo hanno fatto notare e ho corretto qui]
Fin
dalle scuola media abbiamo imparato che un teorema matematico
va dimostrato. Insomma non può arrivare un
Pitagora qualunque e affermare che «In ogni triangolo rettangolo, l’area del
quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati
costruiti sui cateti». Tutti i triangoli
rettangoli? Pitagora non avrebbe mai averli potuti disegnare e misurare tutti
visto che sono infiniti. Ma veniamo al punto, dando per assodato che ci sono
diverse dimostrazioni del famoso teorema.
In ambito scientifico, la dimostrazione matematica
è lo strumento più infallibile e potente che si ha per produrre conoscenza. È
Verità con la V. Un enunciato di cui viene data dimostrazione matematica vale
in qualunque tempo e in qualunque angolo dell’Universo. Un teorema dimostrato è
per sempre, altro che diamanti (che tra l’altro non lo sono trattandosi della fase instabile del carbonio…ma non divaghiamo).
Una dimostrazione inizia da una serie di assiomi,
asserzioni vere perché evidenti a chiunque (tipo quelle di Euclide e dei suoi
fondamenti). Si prosegue poi con logica inoppugnabile passo dopo passo alla
necessaria validità della conclusione, che è poi l’enunciato
stesso del teorema. Solidità dei blocchi di partenza e correttezza formale del
ragionamento. Criteri così scrupolosi e condivisi non esistono in nessun altro
campo di indagine.
Quando i matematici dimostrano usano uno strumento molto più
affidabile di qualsiasi altra prova scientifica usata da chimici, fisici
e via discorrendo, men che mai da medici o psicologi. Nel loro procedere questi
ultimi non usano strumenti logici impeccabili ma si affidano ad osservazioni ed
esperimenti, che è comunque la base del metodo scientifico fin dal suo ideatore, Galileo Galilei. Studiano un
fenomeno, formulano una certa ipotesi e la vagliano alla luce di un esperimento
che ne esamina l’efficacia, sia nello spiegare il fenomeno sia nel suo saper
predire l’esito di altri fenomeni. Esperimenti non necessariamente fisici, ma
anche esclusivamente mentali, come quelli di Einstein. Quelli raccolti man mano
sono solo indizi, mai certezze, che costituiranno le fondamenta di una teoria
al massimo altamente probabile. Nonostante
le tante e solide prove scientifiche a disposizione, concettualmente almeno,
nulla che derivi da osservazione e percezione è mai inconfutabile né univoco.
Ogni esperimento, per quanto condotto a regola d’arte, è comunque fallibile,
parziale e diversamente interpretabile. E tutto ciò nonostante la rivoluzione
della Meccanica Quantistica, che ci ha insegnato ad accettare ad esempio
fenomeni assolutamente controintuitivi e al limite del paradosso, sui quali
però, innegabilmente si basa il funzionamento di tantissima tecnologia.
L’intrinseca debolezza della prova scientifica è comunque il nutriente del progresso
scientifico, dei cambiamenti di paradigma; ogni qual volta una teoria, fino ad
allora ritenuta valida, per lo meno la più corretta, è stata sostituita da
un’altra, con la consapevolezza che qualsiasi spiegazione o modello, anche se
decisamente migliore del precedente, rimarranno comunque viziati da qualche
elemento di incertezza.
La conoscenza che deriva dalla logica matematica, invece, è ben più
assoluta e definitiva di quella di ogni altra disciplina. Perderemo le nostre
città, l'ultima delle piramidi d'Egitto si sgretolerà a terra come accadde alle
altre meraviglie del mondo antico, dimenticheremo storie, poemi e le opere
d'arte verranno inghiottite nella marea dei secoli, ma le intuizioni di Euclide,
l'algebra o il calcolo infinitesimale no, quelli ci accompagneranno anche su un
altro pianeta.
Per evitare comunque interpretazioni scorrette sulla apparente mancanza
di validità (fino a prova contraria) di una teoria scientifica, suggerisco di
approfondire tra i miei post ogni qualvolta ho fatto, da profano, un po’ di filosofia della scienza, o quando ho citato e spiegato il falsificazionismodi
Popper.
Conclusioni
Sulla base di una sorta di generico principio democratico si assiste spesso
a dibattiti dove vengono messi a confronto scienziati con sedicenti esperti o
comunque personaggi influenti. Ma dare a tutti lo stesso tempo per esporre
opinioni diverse è una cosa che ha senso in un sistema politico bipartitico, ma
non funziona nel caso della scienza, perché la
scienza non è un’opinione: non è, appunto, democratica. Si basa invece
sulle evidenze, e progredisce attraverso affermazioni che possono e debbono
essere verificate sperimentalmente, mettendole a confronto con le
osservazioni. Le ricerche sono poi, come abbiamo visto, soggette a una
revisione critica da parte di una giuria di esperti scientifici. Le
affermazioni che non vengono vagliate con questa procedura – o che sono state
esaminate e sono state respinte – non possono dirsi scientifiche, e pertanto
non meritano lo stesso tempo in un dibattito scientifico.
Un’ipotesi scientifica è come l’accusa di un pubblico ministero: è
l’inizio di un processo che può essere molto lungo. La giuria deve
decidere non sull’eleganza dell’accusa, ma sull’entità, la forza e la coerenza
delle prove che la supportano. Giustamente si chiede che il pubblico
ministero fornisca le prove – numerose, solide e coerenti – e che le prove
resistano all’esame della giuria, che può prendersi tutto il tempo necessario
per portarlo a termine.
Nella scienza avviene all’incirca la stessa cosa. Un’affermazione non
viene accettata solo perché proviene da una persona intelligente, o perché un
gruppo di persone ne discute, ma quando una giuria di revisori – in
rappresentanza della comunità dei ricercatori – ha esaminato le evidenze a
sostegno di quell’affermazione e ha concluso che sono sufficienti perché la si
possa accettare.
Sappiamo anche che nella ricerca scientifica l'incertezza è costantemente presente, e se qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta: la scienza non si scrive, al massimo si riscrive. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domande.
Il dubbio ha un’importanza cruciale per la scienza – quello che noi chiamiamo curiosità o scetticismo è ciò che spinge la scienza a progredire – ma nel contempo la rende vulnerabile alle rappresentazioni fuorvianti, in quanto è facile decontestualizzare le incertezze e creare l’impressione che ogni cosa sia ancora incerta. Molto negazionismo funziona così: non nega la scienza, non potrebbe perché non potrebbe dimostrarlo, ma usa la normale incertezza scientifica per minare la conoscenza scientifica.
E qui mi contraddico, senza se e senza ma!
Storie dal passato Sperimentazione Clinica Esemplare, in campo clinico ed epidemiologico, la storia della sperimentazione
legata alla streptomicina, uno dei primi antibiotici derivati da muffe, ovvero
da batteri, impiegato nel trattamento delSe qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domandela tubercolosi. Dopo averla estratta,
verso la metà degli anni Quaranta del XX secolo, negli Stati Uniti si avviò la
sperimentazione clinica che inizialmente sembrava fornire risultati mirabolanti. Ma la cosa non convinse
l’epidemiologo inglese Bradford Hill che non accettava l’approccio americano se guariscono funziona, sennò amen, non abbiamo perso
nulla. Hill voleva dei test specifici e progettò un metodo
sperimentale a tavolino, inventando lo «Studio
Controllato Randomizzato» (RCT). Lo studio si doveva basare quindi su due gruppi di pazienti,
confrontando i risultati statistici di chi ha preso il farmaco e di chi no, un
primo gruppo trattato ed un secondo, detto «di
controllo» a cui veniva somministrato un placebo. La scelta
dei pazienti da assegnare ai due gruppi deve essere assolutamente casuale e se
è possibile né i pazienti né i medici devono sapere chi è trattato e con che
cosa. Questo è il cosiddetto esperimento in «cieco»,
che può avere diversi livelli di mascheramento dove solo il paziente ignora o,
in «doppio cieco», anche lo sperimentatore;
per arrivare al «triplo cieco» dove anche
chi analizza statisticamente i dati non sa da quale gruppo provengano evitando
qualsiasi tipo di influenza. Gli RCT sono entrati nella ricerca clinica e
vengono tutt'ora ritenuti, pur con i loro limiti, la forma più attendibile di
evidenza scientifica con cui la medicina ha verificato e verifica regolarmente
l’efficacia o meno di un certo farmaco. Ai tempi questo approccio suscitò varie
obiezioni. Tra queste, il fatto che l’impressione soggettiva del medico,
soprattutto se di lunga esperienza clinica, non fosse poi così meno affidabile
della distaccata obiettività della statistica (…); che sarebbe come dire che un
novello Commissario Maigret negasse le evidenze molecolari derivanti da un test del DNA che inchioda l’assassino.
Inoltre, aspetto ben più importante, bisognava accettare in partenza l'ipotesi
che, se alla fine dello studio il farmaco si fosse rivelato efficace, i
pazienti casualmente assegnati al gruppo di controllo non ne avrebbero
beneficiato, almeno non durante la sperimentazione, e magari qualcuno di loro
sarebbe pure morto, mentre a posteriori lo si sarebbe potuto salvare.
Ciononostante, il metodo venne accettato, forse grazie anche al fatto che, in
quei tempi di magra post-bellica, non ci sarebbe stata abbastanza streptomicina
per tutti gli ammalati; quindi, non darla a qualcuno era inevitabile seppur
immorale. Se volete approfondire leggete questo intrigante e divertente libro.
Un Nobel sbagliato? Si diceva all’inizio che capita che uno scienziato, anche di prim'ordine,
si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno.
Il 10 dicembre 1938 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma conferiva il
premio Nobel a Enrico Fermi con la seguente
motivazione: «Per l’identificazione di nuovi elementi radioattivi prodotti
dal bombardamento di neutroni e per la scoperta, in relazione a questo studio,
delle reazioni nucleari causate dai neutroni lenti». In quegli stessi
giorni gli esperimenti di scienziati tedeschi di primordine capovolsero in
maniera inoppugnabile le conclusioni del grande fisico italiano: «Non avete
ingrossato il nucleo dell’uranio, ma l’avete spaccato in due». Addio ai fascistissimi
Ausonio ed Esperio[1]!
Sbarcato sul suo americano, con le leggi razziali e il fascismo alle
spalle, Fermi si affrettò a modificare la sua Nobel lecture, ammettendo
l’errore e aggiungendo una nota di ritrattazione, il più grande della sua vita
ebbe poi a dire, ma andò avanti, grazie comunque all’apertura, con la fissione
nucleare, di nuovi campi di ricerca. Sbagliando s’impara, no?
[1]
È una lunga storia che provo a riassumere in poche righe. Fermi, all’inizio
degli anni Trenta del XX secolo, nel suo lavoro pionieristico sulla
radioattività indotta da neutroni, era convinto di aver scoperto nuovi elementi
chimici, che furono inizialmente chiamati ausonio (con numero atomico 93)
ed esperio (94), oggi noti come nettunio e plutonio, scoperti nel 1940. Sebbene
non abbia scoperto la fissione in sé (questo merito va principalmente a Otto
Hahn, Lise Meitner e Fritz Strassmann), Fermi e il suo gruppo, i "Ragazzi di via Panisperna", furono i primi a realizzare sperimentalmente la fissione
nucleare artificiale di un atomo di uranio, utilizzando neutroni lenti per
bombardare il materiale.
Premessa Quale immagine della scienza
hanno i filosofi, ammesso che sia così semplice ridurla in questo modo? E noi,
che immagine ne abbiamo? Nell’elenco qui sotto riporto tra immagini comuni
della scienza, ampiamente condivise da filosofi, scienziati e persone in
generale:
Scienza = Teoria + Esperimento
In realtà è tutta fisica
La scienza è deterministica: dice che ciò che
accade dopo deriva inesorabilmente da ciò che è accaduto prima
L’ultima affermazione ricorda
subito quanto ho affrontato nel mio precedente
post, discutendo del libero arbitrio.
La prima immagine è praticamente onnipresente: ogni volta che i giornali
riportano nuovi risultati scientifici, è nei manuali di scienze in uso nelle scuole, e non solo, è presente persino negli atti amministrativi che deliberano a seguito
di richieste di finanziamento per la ricerca.
La seconda è ampiamente condivisa
dai filosofi ed è sostenuta anche da alcuni scienziati, e anche se non sembra
far parte dell’immaginario legato alla comune idea di scienza è fuori
discussione che la fisica sia ritenuta, ovviamente non solo dai fisici, una
sorta di regina della Scienza, con la S.
Infine, con l’eccezione dei
tentativi di farci rientrare la meccanica quantistica che dimostra l’esistenza
di fenomeni del tutto imprevedibili e al massimo definibili solo in
termini probabilistici, la terza faccia parte dell’immaginario popolare della
scienza, e dà origine a ogni sorta di domande e dubbi comuni sulla possibilità concreta del libero arbitrio:
estremizzando, i criminali sono davvero responsabili delle loro azioni? Ma, a
questo punto, lo sono davvero anche i santi?
La tanto agognata “Teoria del tutto” ci
permetterà di prevedere il futuro con certezza? E tanto per iniziare è
difficile capire perché si dovrebbe sostenere l’immagine 3 se non si crede
nella 2, che viene generalmente considerata il fondamento logico della 3.
Esaminiamole singolarmente.
Scienza = Teoria + Esperimento La vignetta precedente mostra
l’aspetto stereotipato che potrebbero avere gli scienziati, come fossero
disegnati da bambini; le rappresentazioni femminili, purtroppo, scarseggiano. L’immagine
più comune è quella del tizio al microscopio, gente con provette e, ovviamente,
la caricatura di Einstein, tanto che si trovano immagini somiglianti ad
Einstein con…una provetta in mano! Cosa che sono sicuro non sarà mai capitata
all’originale. Anzi, lui di esperimenti non ne faceva affatto, a parte i suoi famosissimi
“esperimenti mentali”. L’immagine comune è quindi: Scienza = Teoria
+ Esperimento. Visione che è anche quella della gran parte dei filosofi
e di una parte consistente di scienziati.
In realtà è tutta fisica(?) Come abbiamo avuto modo di vedere
nel mio post precedente le posizioni sul rapporto tra scienza e libero arbitrio sono
tali che un numero sempre più alto di scienziati e filosofi sostiene che il
libero arbitrio è un’illusione. E la cosa viene motivata affermando che sono le
Leggi, con la L, della fisica, ad escludere, definitivamente e semplicemente,
l’esistenza del libero arbitrio. Ne segue una visione un po’ desolante della
natura e del posto che occupiamo in essa, ma è perfettamente parallela a
un’immagine della scienza profondamente radicata nel pensiero filosofico e che
sottende la stessa cupa visione: la piramide delle scienze. Amaramente noto, ancora una volta,
l’assenza della geologia e, con buona pace di Popper, la
psicologia è invece inclusa.
In questa visione, indipendentemente
dal tipo, tutte le scienze usano gli stessi mattonidella fisica, così come tutte ricadono sottola fisica. Quest’ultima,
si usa dire che sia la regina delle scienze. Una
volta compresi l’oggetto di studio e il metodo della fisica, diventa immediato
(…) capire i complicatissimi moti dei pianeti, la curvatura dello spaziotempo e
anche tutto ciò che le altre scienze hanno da insegnare, dalla chimica alla biologia,
dalla psicologia alla medicina; ammesso di essere abbastanza intelligenti.
Questa è l’immagine che è stata promossa tanto dalla filosofia quanto dal
pensiero di molti scienziati. Ernest Rutherford,
il grande scienziato sperimentale vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo,
spesso considerato il padre[1]
della fisica nucleare; è famoso per aver osservato che «tutta la scienza o è fisica o è collezionismo di francobolli».
Nel 1908, gli fu assegnato il
Nobel…per la chimica! L’avrà preso come una punizione…
Questa storia secondo cui tutto è
costruito a partire dai mattoncini della fisica è spesso venduta sotto
l’etichetta di “unità della scienza”, tanto che
una monografia pubblicata dalla Cambridge University Press intitolata, appunto,
The Unity of Science, recita:
«La nozione
di unità della scienza è sistematicamente legata alla nozione di riduzione. […] Secondo questa concezione, unità della
scienza significa semplicemente che tutto si basa sulla fisica; le altre
scienze sono in qualche modo sue derivate.»
Secondo questa concezione, unità
della scienza significa semplicemente che tutto si basa sulla fisica; le altre
scienze sono in qualche modo sue derivate. Mi viene subito in mente il grande
biologo evoluzionista Ernst Mayr e il suo libro, in cui con rigore e logiche inattaccabili, ci parla de
L’unicità della biologia!
Determinismo radicale
Le leggi
della fisica fissano gli accadimenti in modo deterministico. Quello che
succede dopo deriva inesorabilmente da quello che è successo prima, o almeno
così si suppone. La fisica governa tutto e le sue leggi sono deterministiche:
per ogni input, le leggi della fisica ammettono uno e un solo output. Gli input
descrivono ciò che è accaduto nel passato, dunque è ammesso un solo futuro. E
dato che “in realtà è tutta fisica”,
questo principio si applica a ogni evento che si verifichi in natura. Le
proprietà chimiche, il ripiegamento delle proteine, l’aspetto e la consistenza
delle cose, persino gli stati psicologici: il loro futuro è fissato una volta
per tutte, poiché in ultima analisi è regolato dalle leggi della fisica. Vivremmo
quindi in un mondo totalmente governato da leggi, un mondo in cui le cose
accadono in maniera meccanica e persino prevedibile, conoscendo e comprendendo queste leggi. È così che funziona il mondo, ed è per questo che i filosofi e gli
scienziati giungono alla conclusione che, per quanto si possa pensare il
contrario, il libero arbitrio è un’illusione.
Ovviamente, e spero sia noto anche a chi legge, probabilmente sapete già che
questa storia del determinismo e della fisica non è del tutto corretta. Prendiamo
ad esempio il fenomeno del decadimento radioattivo.
Il fatto che un atomo radioattivo decada o meno nell’ora successiva non è
scontato: può accadere o meno, non è stabilito dal passato. Tuttavia, non ci
sono molte possibilità: si suppone che la probabilità che decadrà sia
interamente determinata dagli stati passati, e né noi né nessun altro possiamo influenzare
il modo in cui decadrà. Come la vecchia canzone…Que
sera, sera (Whatever Will Be, Will Be), volenti o nolenti. Un fatalismo
che può fornire il conforto della certezza, ma al prezzo dell’impotenza, fino a
mettere in crisi (logica) le fondamenta di molte religioni in cui dio è
onnipotente e onnisciente.
Immagini sbagliate Cosa c’è
di sbagliato in queste tre immagini?L’idea di un mondo governato
dalle leggi della fisica è ormai talmente radicata che è difficile fare un passo indietro e chiedersi come
mai non coincida con il mondo per come lo vediamo e lo viviamo. Naturalmente le
cose non sono sempre come sembrano, ma tra il mondo come lo conosciamo – un
mondo in cui tutte le scienze che non sono la fisica fanno grandi scoperte e
danno vita a straordinarie tecnologie, in cui riusciamo a far accadere le cose
e in cui a volte le cose vanno come previsto, ma molto più spesso no – e un mondo
perfettamente regolato, dal Big Bang in poi, dalle indiscutibili leggi della
fisica e quindi al di fuori del nostro controllo, c’è una bella differenza.
Pensiamo adesso al modo di
operare degli scienziati nella realtà: rispetto al canonico processo
strutturato teoria > esperimento > conferma (o smentita)
è semplicemente molto più disordinato ed eterogeneo. Tale processo consiste
nello scoprire le leggi preesistenti, ma non ancora identificate, che governano
l’universo. Concepire la scienza in questo modo richiede un’immaginazione
inventiva che va ben al di là di ciò che vediamo nella quotidianità, visibile a
noi come agli scienziati mentre cercano di capire come funziona il mondo. Se
guardiamo a quello che fanno gli scienziati per produrre quei loro meravigliosi
prodotti della scienza che tanto ammiriamo (laser, GPS, vaccini, e chi più ne
ha…) non sembra che stiano scoprendo delle leggi per poi ricavarne dei
risultati. Quello che fanno è molto più simile a quello che si fa quando si
gioca con il Meccano: si
impara come mettere insieme i pezzi e si costruisce, facendo un sacco di
tentativi ed errori. Ma ciò che la scienza produce, e soprattutto perché lo
produce, che siano vaccini o stazioni orbitanti, ha poco a che fare con quello che
le immagini di cui sopra suggeriscono. L’eterogeneità di punti di vista è
grandissimo persino tra i filosofi e tra gli scienziati, gruppi formati da
persone diversissime tra loro. Quello che personalmente si può vedere guardando
alla scienza non è quello che vedono i filosofi, né forse quello che vede la
maggior parte dei filosofi, ma è quello che vedono molti di noi che osservano i
dettagli della scienza per come viene praticata.
Non c’è nulla di controverso
nelle caratteristiche e nelle pratiche: nessuno nega il loro ruolo nella prassi
scientifica. Queste tre immagini così popolari astraggono da questi dettagli e,
naturalmente, qualsiasi immagine della scienza che non sia un esatto duplicato
deve farlo. Lo scopo di astrazioni come queste non è quello di fornire un
riassunto accurato dei dettagli, ma di sostituire queste immagini perché queste
fanno l’opposto, ovvero nascondono ciò che rende la scienza così efficace.
Se si osserva la scienza e il suo
modo di procedere, si possono vedere gli apporti di tantissime discipline,
sotto-discipline e sotto-sotto-discipline, un miscuglio di pezzi finemente
lavorati e brillantemente assemblati in modi diversi per produrre la miriade di
risultati meravigliosi che essa ci offre, dalla comprensione alla tecnologia, e
che proietta dietro di sé un mondo ricco di diversità, di sfumature e in cui
molto è ancora possibile. Un’immagine della natura in cui c’è spazio per la
realtà della contingenza e per il nostro potere di cambiamento.
1. Teoria + Esperimento non fanno una scienza - Non si tratta solo di
teoria ed esperimenti. Tutti i prodotti della scienza giocano un ruolo
fondamentale nel conseguimento dei suoi successi: modelli, misure, procedure e
strumenti; sviluppo e convalida dei concetti; raccolta, analisi e cura dei
dati; studi non sperimentali; tecniche statistiche; metodi di approssimazione;
casi di studio; narrazioni e così via. E il loro complesso intreccio è
altrettanto importante.
2. La regina giù dal trono - Sappiamo tutti, tranne
forse i fisici, che in realtà è tutto fisica non è assolutamente vero.
Tra l’altro, l’idea che tutto derivi dagli elementi costitutivi della regina
delle scienze smentisce in linea di principio la varietà e la diversità sia
della scienza sia della natura, e può portarci su strade di ricerca sbagliate. Per
quanto riguarda l’unità, ci sono molti altri modi per raggiungerla che non
siano quello di costruire tutto con i mattoni della fisica.
3. Una natura più negoziabile - Non è in alcun
modo certo che i principi cui la scienza ricorre per produrre le sue meraviglie
rappresentino delle leggi di natura che governano con mano ferrea.
Spesso siamo noi a creare le circostanze giuste dove nulla interviene a
sconvolgere le condizioni iniziali, così che ciò che accade al loro interno sia
fisso e prevedibile, mi riferisco per esempio ai modelli,
di cui ho scritto tempo fa: «sia data una mucca...» disse il professore
tracciando un cerchio alla lavagna...Come ebbe a dire
lo statistico George Box «tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni
sono utili». A volte tali circostanze si verificano anche in natura,
e allora quello che accade è davvero fisso e prevedibile, ma nella vita non
funziona quasi mai così, ed è sbagliato pensare che la realtà sia come uno
strano e gigantesco orologio, che sia tale (c’è chi usa termini come creata,
progettata, personalmente mi dissocio da immagini teleologiche) per dare un
senso a quegli insiemi così precisi e rigorosi che osserviamo, o per farci
capire perché a volte sia possibile trovarli o costruirli. Salvo inoltre
cercare applicare leggi rigorose alla più controintuitiva delle discipline
scientifiche, la meccanica quantistica, o comprendere davvero la teoria
darwiniana dell’evoluzione e dei suoi sviluppi, altrettanto controintuitiva
nella sua essenza.
Per dirla con le parole di Nancy Cartwright, a cui di recente ho dedicato la recensione
del suo ultimo libro, «…vedo una scienza che naviga, con sforzo e dedizione,
tra la Cariddi di un’arroganza che presuppone che i nostri successi scientifici
siano dovuti al fatto di aver strappato eroicamente alla natura i suoi segreti,
e la Scilla della diffidenza, che ci spinge a dire che non sappiamo nulla e che
dovremmo procedere sempre e solo con estrema cautela.»
Ciò non significa affatto che la
scienza non sia un’impresa razionale, non più di quanto la filosofia non sia
un’impresa razionale. Ciò che comporta, tuttavia, è che il
confine tra scienza e filosofia è molto meno netto di quanto comunemente si
supponga. Gran parte di ciò che oggi si presume sia scientifico –
il rifiuto di approvare spiegazioni irriducibilmente teleologiche, la
distinzione di qualità primaria/secondaria, e così via – sono in realtà solo
ipotesi filosofiche controverse mascherate da risultati empirici. E
non è possibile fare scienza senza fare ipotesi filosofiche di qualche tipo,
che sono destinate ad essere controverse.
Nel film “L’esercito delle 12 scimmie” si dice «la scienza non è una
scienza esatta» e, se dovessimo limitarci al modo di procedere del
metodo scientifico, di dubbio in dubbio, potremmo anche concordare. Ma a dire il vero,
c’è un’esattezza nei suoi aspetti puramente matematici, ma questo è dato dal
fatto che le rappresentazioni matematiche semplicemente lasciano fuori tutti
gli aspetti della realtà che non si adattano a quella esatta modalità di
rappresentazione – e non è poca roba. «Ci
son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»
fa dire Shakespeare ad Amleto, ma non è solo quel che gli scienziati sognano,
ma ci sono anche più cose nella scienza stessa di quanto essi
sognino, fino a quelle cose note incognite, quelle
che non sappiamo di non sapere. Argomento questo, parzialmente accennato in un precedente post dedicato
all’interessantissimo concetto della serendipità, stupendamente trattato
da Telmo Pievani in un suo libro dal titolo omonimo, e più recentemente ripreso
a proposito della comunicazione della scienza.
Molte istituzioni scientifiche
potrebbero migliorare adottando un approccio più umile e impegnandosi a
comprendere meglio le proprie culture, norme e pratiche. Questo include le
università, i laboratori di ricerca, l'industria scientifica e gli enti finanziatori.
È importante iniziare da una comunicazione della scienza più efficace.
Un’eccessiva sicurezza può
bloccare la ricerca di nuovi metodi e teorie, con conseguenze potenzialmente
deplorevoli. Con un’eccessiva diffidenza invece, le pratiche che hanno molto da
offrire sprecheranno il loro talento; applicata ai metodi, alle pratiche e ai
risultati della scienza può farci arrivare a negare verità spiacevoli ma
scientificamente fondate, cosa che accade per esempio per il cambiamento
climatico, negato non solo dagli scettici radicali a cui nulla serve per far
cambiare loro idea, ma anche da parte di
persone che hanno gli strumenti cognitivi per accettarlo in tutta la sua
evidenza comprovata da decenni di ricerca. Tutto ciò può impedirci di ricorrere
alla scienza per migliorare le cose. Di pseudoscienza e antiscienza ne ho
scritto qui.
L’arroganza è purtroppo
alimentata da un’immagine diffusa della scienza e del suo mondo che andrebbe
respinta: quella che dipinge la scienza come la scoperta dei segreti più
profondi della natura, la messa in evidenza della grandezza di queste scoperte,
teorie grandiose ed esperimenti brillanti, realizzati da uomini di grande
genio, intuizione e finezza.
Ma la
scienza opera in maniera diversa: produce risultati affidabili non
scoprendo i segreti più profondi della natura, ma imparando, faticosamente, a produrre quei risultati in modo
affidabile. Ogni prodotto della scienza – che si tratti di una tecnologia, di
una teoria fisica, di un modello economico o di un metodo di ricerca sul campo –
dipende da un enorme groviglio di attività diverse che lo comprendono e lo
supportano. Non esiste una gerarchia in termini di
importanza. Tutte queste attività, lavorando insieme, sono importanti. Ogni lavoro è degno del suo impiego: così come ogni
pezzo del Meccano concorre all’insieme.
Laddove molti vedono, o
desiderano vedere, omogeneità semplicità, andrebbe invece visto un mondo
scientifico variegato, fatto di una miriade di pezzi diversi e particolari,
realizzati con cura, ognuno con un ruolo da svolgere in una circostanza o
nell’altra, un mondo dove nessun pezzo può funzionare senza un’abile
cooperazione di una miriade di altri. A maggior ragione nell’attuale mondo
iperconnesso.
Nessuna immagine, né quella di chiunque, né quelle più standard, né del mondo, e
tanto meno della scienza che lo studia, è imposta dalle prove scientifiche.
Forse alla fine la nostra migliore scienza sarà costituita principalmente da
teoria ed esperimento, e tutto si ridurrà alla fisica e alle neuroscienze. Ma per ora quello che abbiamo per le mani in ambito scientifico,
per aiutarci a capire e a cambiare il mondo, è un vasto e variegato set di
Meccano. Ed è doveroso impegnarsi affinché ognuno di essi sia all’altezza del
lavoro richiesto.
Nemmeno la fisica è tutta
fisica Partiamo da un altro luogo
comune: quello che sostiene che la chimica è tutta
fisica.
Non molto tempo dopo la nascita
della meccanica quantistica, uno dei suoi padri fondatori, Paul Dirac, nel 1929 ebbe a
dire qualcosa che rese legge standard il rapporto tra chimica e fisica:
«Le leggi
fisiche di base necessarie per la teoria matematica di gran parte della fisica
e di tutta la chimica sono completamente note. La difficoltà risiede nel fatto
che l’applicazione esatta di queste leggi porta a equazioni troppo complicate
per essere risolvibili.»
A parte la presunzione insita in
quel completamente Dirac sosteneva
l’affermazione, divenuta di uso comune, secondo cui la chimica può essere
ridotta alla fisica, nonostante sia priva di buoni argomenti. Affermazione che è stata ancora recentemente contestata dai filosofi della chimica.
In tempi recenti si sono avute
persino posizioni estremamente radicali che affermano che la vita stessa sia
tutta fisica, con l’evoluzione vista come un processo fisico fondamentale,
posizione sostenuta persino da un biologo di fama internazionale come Carl Woese, colui che
definì l’esistenza del dominio degli Archaea e la teoria del “mondo
a RNA” che ho trattato qui.
E che dire dei riduzionisti
estremi di estrazione chimica? Questi pongono la loro disciplina al centro delle altre
proprio perché in grado di connettere le scienze “fisiche”, che si occupano
della materia non vivente, alle scienze “della vita”, a quelle farmaceutiche,
mediche e via discorrendo.
Ho trovato un post molto interessante che approfondisce la cosa con argomentazioni condivisibili.
In generale esistono due approcci
antiriduzionistici alla chimica. Il primo approccio nega del tutto che la chimica
possa essere ridotta alla meccanica quantistica o a qualsiasi altra branca della
fisica. Questo perché la chimica è una scienza che studia la trasformazione della materia, ha quindi le proprie
caratteristiche classificatorie e metodologiche che la rendono irriducibile
alla fisica. Il secondo approccio non nega del tutto la riduzione; al
contrario, considera la questione della riduzione della chimica alla fisica come
una questione empirica che non dev’essere né affermata né negata
dogmaticamente, bensì determinata nella pratica. Riguardo questo secondo
approccio, molti filosofi della chimica sostengono, contrariamente alla
credenza popolare, che il successo della fisica quantistica nello spiegare certi
fenomeni chimici non offra validi motivi per la riduzione della chimica alla
fisica.
Se è vera l’affermazione
riduzionista secondo cui l’intera chimica è riducibile alla fisica, allora questo
presuppone che esistano confini netti tra le due discipline. Non è un dettaglio
perché, se stiamo sostenendo che un certo fenomeno che appartiene propriamente
alla chimica è spiegato dalla fisica, e quindi, in quanto, tale è riducibile
alla fisica, allora dobbiamo essere sicuri che tale fenomeno appartenga
inizialmente alla chimica e non alla fisica. Ma una rapida occhiata alla storia
della scienza rivela che i confini tra queste due discipline sono sempre stati
molto sfumati.
Quando pensiamo alla riduzione
della chimica alla fisica, sembriamo erroneamente assumere che la fisica stessa sia una scienza al suo interno organica e unita. Ma non è
così. Pochi rami della fisica si riducono alla fisica fondamentale, e se la
fisica non è riuscita a raggiungere il primato all’interno del suo stesso
dominio, perché dovremmo pensare che potrebbe raggiungerlo in altri ambiti?
Persino in chimica quantistica,
che può essere descritta a grandi linee come la branca della scienza che
utilizza la meccanica quantistica per rispondere a domande di tipo chimico, la
riduzione della chimica alla meccanica quantistica si compie attraverso l’uso
che fa la meccanica quantistica dell’equazione di Schrödinger per descrivere le proprietà chimiche di atomi e molecole.
Affinché la riduzione abbia luogo, dovremmo riuscire a ricavare le proprietà di
atomi e molecole dall’equazione di Schrödinger che ne descrive le proprietà. Insomma,
le approssimazioni che contribuiscono alla riduzione
violano la stessa teoria a cui la chimica dovrebbe essere ridotta e, non
ultimo, le equazioni non spiegano ad esempio il comportamento metallico o
quello gassoso di atomi o molecole.
Ma torniamo adesso al titolo del
paragrafo. In primo luogo, la fisica stessa è un miscuglio di teorie e pratiche
diverse, e le sue numerose branche non si riducono alla fisica fondamentale. In
secondo luogo, nemmeno quelle che sono considerate le teorie fondamentali della
fisica sono unificate tra
loro. In terzo luogo, per produrre tecnologia, spiegazioni o previsioni su
aspetti concreti del mondo reale che siano basate sulle sue leggi, la fisica
deve collaborare con molte altre fonti di conoscenza. La fisica della materia
condensata ad esempio, la branca della fisica che studia le proprietà
microscopiche della materia, occupandosi in particolare delle fasi condensate,
caratterizzate da un gran numero di costituenti del sistema e dalle loro
interazioni - condensato, solido, liquido, superfluido, superconduttori ecc. –
si svolge in un ambito si sovrappone alla chimica, alla scienza dei materiali,
alla mineralogia, alla biologia molecolare e via dicendo è chiaro se ci sarà
mai un corpus fondamentale di leggi in grado di catturare tutta la fisica
della materia condensata.
Se si pensa ad esempio a due delle
più importanti teorie fisiche fondamentali, di grande successo, la meccanica
quantistica e la relatività generale, esse sono incompatibili.
L’incompatibilità deriva dal fatto che nella relatività generale la massa e
l’energia sono trattate secondo le leggi della fisica classica, nel senso che
quantità fisiche come le forze e le direzioni dei vari campi e le posizioni e
le velocità delle particelle hanno un valore definito. Si dà il caso però che
le nostre teorie fondamentali della materia e dell’energia siano tutte teorie quantistiche
che includono il principio di indeterminazione di
Heisenberg, che nega che tali grandezze abbiano valori definiti e che
quindi rifiuta del tutto il quadro teorico classico offerto da molte teorie
fisiche che usiamo ogni giorno con ottimi risultati, tra cui la teoria della
relatività generale.
Se pur vero che i fisici da lungo
tempo stanno cercando di risolvere questa incompatibilità con una teoria della gravità quantistica è altrettanto vero
che si tratta ancora di un cantiere aperto; ne esiste più di una versione e tutte sono ben lungi dall’avere prove empiriche
convincenti. Ciò ovviamente non significa che l’unificazione non sia possibile,
ma anche se alla fine sarà raggiunto un risultato, positivo in tal senso, o
negativo che sia allo stato attuale non ha senso affermare che la fisica sia un
tutt’uno omogeneo.
Fortunatamente la fisica non ha
bisogno di questa fantomatica unità per mostrare di cosa è capace. A titolo di
esempio si pensi al GPS,
utilizzabile oggigiorno con qualsiasi smartphone: un’invenzione emersa da
teorie diverse e a tratti incompatibili tra loro, come la meccanica newtoniana
(per i satelliti), la meccanica quantistica (per l’orologio atomico) e le
teorie della relatività speciale e generale (per correggere gli orologi
atomici). Un risultato grandioso, ottenuto grazie, e non malgrado,
alla disomogeneità di queste teorie.
Infine, nella scienza reale, che
studia sistemi reali nel mondo reale, la fisica deve collaborare con un insieme
eterogeneo di altri ambiti del sapere (dalle altre discipline scientifiche
all’ingegneria, dall’economia alla normalissima vita pratica) per produrre previsioni
e spiegazioni anche dei suoi aspetti più puri.
In altre parole le rigorose leggi della
fisica, o di qualsiasi altro ambito, persino quello socioeconomico, non
descrivono la «piena realtà empirica», il mondo
in cui viviamo e che è, alla fine, l’unica realtà esistente. Piuttosto, ciò che
descrivono sono relazioni esatte esistenti in una sorta di paradiso platonico –
ricordate la metafora della caverna di Platone? – tra tipi chiari e ben
definiti.
Non solo in fisica, non solo
fisica E la realtà modifica le
condizioni dovendo venire a patti con molti altri aspetti anche nelle scienze
economiche. Nell’economia classica la figura idealizzata dell’essere
perfettamente razionale, o almeno capace di comportarsi in modo totalmente
razionale, è stata presa a modello del comportamento umano relativamente alle
scelte economiche. Lo chiamarono Homo oeconomicus,
che prende le decisioni facendo un’analisi completa della situazione, di tutte
le possibili alternative e delle loro conseguenze. Figura inesistente nella
pratica ma nella quale ancora oggi molti economisti credono. Per fortuna, contrariamente
ai primi, si è andato creando un gruppo di economisti che, a partire dagli anni
Settanta del XX secolo, hanno iniziato a prendere nota di comportamenti, quasi
generalizzati, diversi da quelli previsti dalla teoria economica classica: comportamenti
anomali, non spiegabili fino a quando psicologi sperimentali ed economisti
non si incontrarono facendo nascere la cosiddetta Economia
Comportamentale. Che conta già qualche Nobel.
Divenne così sempre più evidente
l’importanza degli aspetti psicologici nella previsione dei comportamenti
economici delle persone nella vita reale. Per fare una analogia tra la teoria
economica neoclassica e la fisica (…), si può affermare che per iniziare a
capire i fenomeni fisici va bene immaginare che i movimenti avvengano nel vuoto
e senza attriti, ma se si vuole mandare in orbita un razzo è bene tener conto
dell’esistenza dell’atmosfera. Fuor di metafora si può studiare l’economia con
il modello dell’homo oeconomicus per capirne alcune regole fondamentali, ma se
si vogliono fare previsioni realistiche è bene tener conto
dei comportamenti umani reali, laddove vivono scelte empiriche e molto meno teoriche, da considerare caso per caso.
In pratica Sarebbe interessante approfondire
la cosa parlando dell’esperimento “Gravity Probe B
(GP-B)”, quarantaquattro anni di lavoro in cui, nonostante si sia
affermato che tutto è fisica, sono stati coinvolti dozzine di altri
elementi dalle discipline scientifiche e tecnologiche più disparate: rimando al
video per chi volesse avere maggiori informazioni.
L’affermazione fatta dal team,
che cioè sarebbero stati in grado di garantire che
nulla di quello che non può essere modellato in un’equazione della fisica possa
agire sullo spin del giroscopio, come poteva essere sostenuta e difesa
senza coinvolgere vari altri modelli che impiegano molte caratteristiche
non studiate dalla fisica? Per esempio: modelli di come i giroscopi sono stati
perfezionati in modo da poter essere rappresentati adeguatamente in altri
modelli come quasi perfettamente omogenei, e modelli
per dimostrare che la misurazione stessa non crea un momento meccanico in grado
di influire sulla rotazione del giroscopio. Ma ingegneria, chimica e fisica non
bastano. Anche l’economia e la psicologia sociale giocano un ruolo essenziale, e
senza di esse non si possono fare previsioni. Lo stesso vale per la scienza
manageriale: come realizzare, soprattutto oggi, qualsiasi percorso di ricerca,
che preveda attrezzature e sperimentazione, senza una qualche forma di program
management? Spesso si tende a ignorare l’importanza di queste discipline
nella previsione dei risultati della fisica.
L’atteggiamento è quello che pur ammettendo
che ciò che accade dipende da cose che vengono studiate dalle scienze economiche e gestionali, ma dopo
tutto si tratta soltanto di dettagli pratici. Se solo si potessero togliere di
mezzo, tutto ciò che conterebbe davvero in linea di principio sarebbe solo Fisica,
con la F. Progettare un esperimento con una tale precisione da poter supporre
che ogni fattore che può influenzare il risultato,
ma che non può essere rappresentato nelle equazioni della fisica è stato
eliminato è quanto meno inusuale ma tutti i fattori secondari che
fanno scomparire quelle fastidiose possibili cause di interferenza sono
essenziali. Come essenziale è la scienza secondaria, che ci aiuta a dare la
giusta collocazione a queste cause. È evidente che, se si ha di fronte uno di
quei rari e astratti sistemi ingegnerizzati con estrema precisione, di cui sia
possibile creare un modello perfetto con equazioni della fisica, allora la
previsione dei risultati è in realtà tutta fisica. Ma questa ovvietà non porta
certo a concludere che “in realtà è tutta fisica”.
All’interno della complessità ciascuna scienza è fondamentale per tutte quelle a lei
correlate, e non può essere altrimenti. Tuttalpiù possono esserci scienziati
centrali, quelli che con le loro scoperte riescono a stimolare benefici
anche per le discipline adiacenti.
Volendo quantificare quel che
accade ormai in qualsiasi ambito di ricerca, prendiamo ad esempio ancora l’esperimento
GP-B. I volumi che descrivevano il progetto dell’esperimento occupavano sugli
scaffali circa quaranta metri, e solo una piccola parte delle conoscenze che racchiudevano
era fisica vera e propria.
Cercare la riduzione, che sia
radicale o più morbida, indipendentemente dai principi filosofici che la
negano, indipendentemente dalle proprietà emergenti, non
porta da nessuna parte e, come si è scritto, isolarsi nelle proprie aree in
competizione, non favorisce il progresso scientifico. Si perde la necessaria
visione d’insieme. Così come quando sentiamo dire di tizio o caio che sono
i padri di questa o quella disciplina si scopre sempre che
magari a due passi il padre di quella stessa materia è un
altro. Persino nei casi in cui va riconosciuta l’unicità o la genialità (che
so, Galileo, Einstein…) c’era dibattito, condivisione, confronto, e qualcuno
che stava per concludere le stesse cose su qualcosa.
I vari padri da soli
difficilmente possono partorire alcunché. E giocando con la metafora
delle madri, le uniche che partoriscono davvero, nella scienza
nessuno ne ha mai parlato, nemmeno quando sarebbe stato facile.
Ogni singola scienza è un
delicato e prezioso ingranaggio al servizio dell’uomo e della sua evoluzione
culturale, e la condivisione delle informazioni dovrebbe essere la vera energia
che genera progresso, ma anche un potente talismano che serve a mantenere la cattiva scienza (mi viene subito in mente la vicenda Lysenko e la fine tragica di Vavilov) confinata nel rango che le spetta,
cioè quell’esclusivo appannaggio di irriducibili masse di stolti e ingenui.
Ovviamente senza dimenticare che i fisici, per loro natura, possono essere «talvolta in errore ma mai nel dubbio»!
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Nota: nel luglio 2024 ho pubblicato tre post dedicati
alla descrizione ed alla confutazione di altrettanti luoghi comuni sulla
scienza. Liberamente ispirato al libro
di Nancy Cartwright, “La scienza vista da una filosofa”, Codice Edizioni, 2025
[1]
Su questo concetto di paternità (ma mai maternità!) è interessante leggere sia la recensione che, ovviamente, il bel libro di Silvia Bencivelli “Eroica, folle e visionaria. Storie di
medicina spericolata”