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26 agosto 2026

Cina: il paradosso di un gigante tra emissioni record e transizione verde

La Cina sta rapidamente plasmando il futuro della competitività industriale, delle tecnologie pulite, dei sistemi energetici e dei mercati del carbonio in un momento in cui  l'incertezza geopolitica, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e i rischi climatici fisici stanno avendo un impatto crescente sui bilanci.  I prossimi 16 e 17 settembre si terrà a Wuhan, in occasione del Two Lakes Dialogue 2026, la conferenza cinese sul mercato del carbonio. In questo post si vogliono raccontare lo stato di fatto e prospettive future alla luce del nuovo piano quinquennale.
  • Il nuovo piano climatico cinese e la sfida della transizione
  • Clima e potere verde: il piano che può cambiare la governance globale
  • Emissioni, carbone e rinnovabili: la Cina davanti alla crisi climatica
  • La leadership climatica della Cina tra carbone, rinnovabili e geopolitica

La Cina è oggi il più grande emettitore di gas serra al mondo.

Ma è anche il Paese che più di ogni altro sta investendo nella transizione energetica. Un paradosso solo apparente, che racconta molto del presente e del futuro della crisi climatica.

Il nuovo piano quinquennale cinese non introduce svolte clamorose, ma consolida una strategia molto chiara: ridurre l’intensità carbonica, accelerare su rinnovabili e nucleare, intervenire anche sui gas serra diversi dal CO₂ e rafforzare il ruolo di Pechino nella governance climatica globale.

Carbone, fotovoltaico, mercati del carbonio, tecnologie pulite e geopolitica si intrecciano in un quadro complesso che evidenzia come nessuna politica climatica globale può funzionare davvero senza la Cina.

Emissioni totali di gas serra, oltre al biossido di carbonio sono inclusi metano e protossido di azoto, provenienti da tutte le fonti. Si considerano anche le emissioni dovute al cambiamento di uso del suolo.

La Cina è, ad oggi e con certezza, il maggior produttore di gas serra. Con le sue 14 Gt/anno rappresenta circa il 25% delle emissioni mondiali  (dati aggiornati al 2024).
Ma non lo è storicamente: il record di emissioni accumulate, ben lungi dall’essere superato, spetta ancora agli USA.

Da diversi anni però, soprattutto a partire dal 2012, l’era di Xi Jinping, nel grande paese orientale, molte cose sono cambiate. Sono stati elaborati e avviati numerosi piani ambientali tesi innanzi tutto a ridurre l’inquinamento (con risultati a volte che sembrano paradossali) ma anche ambiziosi piani tesi a contrastare gli effetti della crisi climatica. Fino al recentissimo nuovo piano quinquennale.

Il nuovo piano quinquennale cinese per il cambiamento climatico

Un impianto minerario nella miniera di carbone
a cielo aperto di Huaneng Yimin, nella provincia cinese
della Mongolia Interna. Credito: Ng Han Guan / Alamy Stock Photo

È stato infatti di recente pubblicato un piano quinquennale dedicato alla lotta contro i cambiamenti climatici. Ed è solo l’ultimo di ben quindici piani, sempre quinquennali, dedicati a fornire una risposta nazionale ai cambiamenti climatici, l'ultimo di una serie di piani che delineano obiettivi dettagliati in materia di clima ed energia per il periodo 2026-2030. Il nuovo piano non prevede nuovi obiettivi di rilievo, ma si limita a consolidare e ribadire le politiche esistenti e ricordiamo che i piani quinquennali sono gli unici strumenti politici attuativi con cui si danno avvio e seguito alle azioni.

Tra queste figurano quelle delineate nei piani quinquennali per costruire una “Cina bellissima”, secondo i concetti più volte espressi dal premier Xi Jinping, come quello della civiltà ecologica in cui gli esseri umani e la natura coesistono in armonia, sviluppando un nuovo tipo di sistema energetico e promuovendo le energie rinnovabili.

  • Nuova capacità: nel corso dell'ultimo anno, la sola nuova potenza eolica e fotovoltaica ha superato i 430 GW.
  • Mix elettrico: le rinnovabili rappresentano circa il 47% della generazione di elettricità, mentre aggiungendo il nucleare si arriva al 60%. Solo nel 2025 sono stati installati altri 315 GW di fotovoltaico.
  • Accumulo (Storage): la capacità di accumulo energetico ha raggiunto i 351 GWh, con una potenza cumulata di 136 GW, in forte crescita a gestire l'intermittenza delle fonti verdi.

Inoltre, sono anche stati previsti dei piani separati, sempre per il periodo 2026-2030, quali ad esempio quelli per il raggiungimento del picco delle emissioni di carbonio: il paese si è infatti impegnato a raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060. Anche se privi di obiettivi di rilievo ci sono però numerosi aspetti significativi, soprattutto per le ricadute in aree politiche chiave, quali quelle legate a gas serra diversi dal CO2, la governance climatica globale mercati del carbonio.  

Contenuti del nuovo piano climatico
Il Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente ha pubblicato il piano a fine luglio, in collaborazione con altri 18 dipartimenti governativi. Tra questi figurano la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, la principale agenzia di pianificazione economica cinese, e l' Amministrazione Nazionale per l'Energia .

Il documento tratta una serie di argomenti, tra cui le emissioni di CO2, altri gas serra, i mercati del carbonio, l'impronta di carbonio, l'adattamento ai cambiamenti climatici e la cooperazione internazionale in materia di cambiamenti climatici. Per la prima volta a livello di piano quinquennale, il piano crea un sistema di obiettivi completo che copre tutti gli ambiti della politica climatica, con una visione d’insieme davvero globale, aspetto questo davvero raro persino in altri paesi occidentali seriamente impegnati nelle azioni di mitigazione e contrasto, come se avessero accolto seriamente le indicazioni emerse al termine della COP30.

Il piano, non a caso, è descritto come il principale strumento politico per promuovere l'azione climatica della Cina nel periodo 2026-2030.

È un evento raro: raramente in passato le politiche pluriennali cinesi sono state così assertive nelle dichiarazioni d’intenti. In passato, nel 2014, ad esempi fu pubblicato un piano in tema ambientale ma non fu seguito da nessun piano quinquennale, il vero strumento attuativo.

La governance climatica della Cina ha raggiunto un livello strategico senza precedenti, e il piano crea un sistema di obiettivi onnicomprensivo a sostegno degli impegni climatici assunti dalla Cina a partire dall’Accordo di Parigi del 2015 e che stabiliscono gli obiettivi per il 2030 e il 2035.

Sono ancora una volta obiettivi ambiziosi: raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e ridurre l'intensità di carbonio – ovvero le emissioni per unità di PIL – di oltre il 65% rispetto ai livelli del 2005. Legare la misura delle emissioni al PIL è inoltre un elemento che aumenta la serietà dell’impegno preso. Appena un anno fa, sempre il solito Xi Jinping ha annunciato personalmente l'impegno della Cina a ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% rispetto ai livelli massimi entro il 2035, promettendo inoltre uno sforzo a fare di meglio. 

Decisamente una nuova fase nella politica climatica cinese anche, lo si ricorda come ulteriore nota di merito, diversi obiettivi e politiche principali contenuti nel documento non fanno altro che ribadire piani già stabiliti.

Tra questi:

  • Riduzione dell'intensità di carbonio del 17% nell'arco di cinque anni
  • Riduzione del 3% dell'intensità di carbonio per prodotto nei settori industriali soggetti al mercato cinese del carbonio
  • Sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili
  • Rafforzare l'adattamento climatico
  • Sostenere la “libera circolazione” delle tecnologie pulite

Azioni nei confronti dei gas serra diversi dal CO2
Il piano entra anche nel dettaglio sull'approccio della Cina ai gas serra diversi dal CO2. Ciò include la riaffermazione di un obiettivo di capacità di riduzione delle emissioni di questi gas entro il 2030.

Nel grafico precedente abbiamo visto le emissioni totali mentre in questo ci si focalizza solo su quelle di CO2; considerando che le circa 3 Gt/anno di altri gas serra rappresentano il 20% del totale, l’impegno preso anche in questa direzione è lodevole.

Un obiettivo, si dichiara, relativamente realizzabile, citando tra le possibili soluzioni l'aumento del numero di progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, con lo sviluppo delle tecnologie cosiddette Gas to Power (ne parlammo qui). Soltanto i progetti che utilizzano metano proveniente dai sistemi di ventilazione o dalle miniere di carbone potrebbero consentire da soli una riduzione significativa entro il 2030. 

Inoltre, le misure mirate al protossido di azoto (N2O) e agli idrofluorocarburi (HFC) di origine industriale potrebbero contribuire a colmare la lacuna necessaria per raggiungere l'obiettivo.

Secondo l’Institute for Global Decarbonization Progress (IGDP) i rapporti biennali presentati dalla Cina all'UNFCCC, descrivono che nel 2021 la Cina ha emesso circa 14.000 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di gas serra (CO2e, un parametro che equipara gli effetti di altri gas serra al biossido di carbonio), escludendo l'uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura. I gas serra diversi dal CO2 rappresentavano circa 2.700 Mt CO2e, ovvero il 19% del totale, la maggior parte dei quali era metano, come mostrato nella figura sottostante.

Analisi di IGDP del primo Rapporto biennale sulla trasparenza
e del quarto Rapporto biennale di aggiornamento della Cina (CarbonBrief).

I piani della Cina per ridurre il tasso di emissione di questi climalteranti oltre che inquinanti generici, nel corso di un quinquennio includono progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, tecnologie di distruzione a valle del ciclo di emissione per gli HFC e linee guida sull'uso di catalizzatori per ridurre le emissioni di N2O.

Il piano prevede anche il recupero e la sostituzione dell'esafluoruro di zolfo (SF6) nelle apparecchiature elettriche.

La governance climatica globale
L’obiettivo, espresso con chiarezza, è che è che la Cina svolga un ruolo più attivo nella governance globale del clima, in un ambito di cooperazione internazionale. Secondo il rapporto, entro il 2030 la Cina dovrebbe incrementare notevolmente influenza, guida, gestione degli eventi e pianificazione delle azioni, oltre che, testualmente «il richiamo morale» in questo ambito. Secondo il rapporto, le azioni della Cina in materia di clima potrebbero anche confluire nella Global Governance Initiative , un'iniziativa politica volta a riformare il sistema di governance globale. La Cina si prefigge inoltre l'obiettivo di «costruire una nuova narrativa sulla governance climatica». Al di là della retorica la disponibilità della Cina a guidare l’azione globale sul clima è quanto meno apprezzabile, e visto i successi ottenuti in casa non ci sono motivi per non fidarsi del loro potere attuativo, così come il mercato tecnologico si fida ormai senza remore delle loro soluzioni tecnologiche, soprattutto in ambito ambientale, che siano motori elettrici o pannelli fotovoltaici.

Un altro punto focale per la cooperazione internazionale è rappresentato dai mercati del carbonio. 

Il piano prevede che la Cina ampli l'influenza globale del suo mercato del carbonio, ad esempio attraverso la definizione di norme internazionali, la cooperazione sugli standard e ospitando la ormai prossima Conferenza cinese sul mercato del carbonio.

Che la Cina abbia già un ruoto attivo nella determinazione del prezzo globale del carbonio è già evidente nel lancio della coalizione aperta sui mercati del carbonio conformi, insieme all'UE e al Brasile. Si prevede che questa coalizione adotterà un piano di lavoro in occasione della Conferenza cinese sul mercato del carbonio, che si terrà a settembre.

La Cina potrebbe diventare il più grande acquirente mondiale di crediti di compensazione delle emissioni di carbonio con il progredire della sua transizione energetica. Ecco spiegato perché la Cina trarrebbe vantaggio dal contribuire a definire le regole globali nell'ambito del quadro normativo previsto dall'articolo 6  dell'Accordo di Parigi. 

Conclusione
Il ruolo della Cina nel contrasto alla crisi climatica è uno dei paradossi più grandi e complessi della geopolitica moderna: da un lato è il principale responsabile delle emissioni globali in termini assoluti, dall'altro è il motore incontestato della transizione energetica mondiale.

Anche se non storicamente abbiamo visto che la Cina produce circa il 30% delle emissioni globali di gas serra. Sebbene le emissioni pro capite restino inferiori a quelle degli Stati Uniti, il suo modello industriale pesante storicamente alimentato a carbone la rende l'attore decisivo: nessuna politica climatica globale può funzionare senza la Cina sia coinvolta: ecco perché le intenzioni del piano quinquennale sono sicuramente da accogliere favorevolmente.

Purtroppo il carbone costituisce ancora la colonna portante per la stabilità della rete elettrica e la sicurezza energetica del paese, coprendo ancora oltre il 50-60% della generazione di corrente, e ciò comporta ancora sia la continuazione dell’esistente che la costruzione e mantenimento di centrali termoelettriche per gestire i picchi di domanda domestica. D’altra parte abbiamo visto che le fonti rinnovabili e il nucleare superano ormai il 47-60% della capacità installata o del mix di potenza nazionale, grazie a un boom record nel fotovoltaico e nell'eolico.

Infine la Cina domina nettamente nella produzione e nell’adozione delle tecnologie green e, a corollario, ha incassato tra il 2020 e il 2025, quasi 1.000 miliardi di dollari per batterie, fotovoltaico e veicoli elettrici. Nel fotovoltaico controlla l’80% della catena di fornitura globale, nel campo delle batterie al litio e nel controllo della raffinazione delle terre rare o dei materiali critici è in dominio assoluto, è il primo mercato al mondo per adozione di veicoli elettrici e leader nelle esportazioni tecnologiche del settore e infine, nelle installazioni aggiunge ogni anno più capacità solare ed eolica di quanti ne installi tutto il resto del mondo.

Gli obiettivi ufficiali ben definiti, ovvero raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, pongono il paese in posizione di leadership: la spinta green non è solo una scelta ecologica o di salute pubblica per ridurre l'inquinamento delle città, ma una strategia industriale e di sicurezza nazionale. Dominare le tecnologie del futuro garantisce indipendenza dai combustibili fossili d'importazione e una posizione di forza nel commercio globale.

Il resto del mondo dovrà farsene una ragione e, per molti aspetti, prendere ad esempio o accettare le linee guida che verranno da questo paese. Soprattutto in questo momento dove la geopolitica scellerata della Russia e degli USA di Trump hanno messo la Cina in una posizione di vantaggio che, anche se immobilista e attendista, non potrà che favorirne sempre di più il ruolo di leadership.


01 aprile 2026

La nuova era del clima: tra cicli naturali, squilibri antropogenici e miti climascettici

Ovvero, come i dati sul carbonio e il calore oceanico ridefiniscono la narrazione del riscaldamento globale.

Premessa
Diverse volte su queste pagine abbiamo fatto notare che scienza non è sinonimo di certezza, ma che è innanzi tutto mettere in discussione continuamente quanto finora appreso. Ecco servito sul famoso piatto d’argento uno di quei casi che genera una moltiplicazione di domande a cui andrà data risposta.

E più discussione di quanto sta accadendo a pochi giorni dalla pubblicazione, è difficile trovarne.

Allan Hills - Antartide

Uno studio appena pubblicato su Nature, rivista scientifica peer-reviewed tra le più prestigiose al mondo, ha portato un po’ di scompiglio ed anche qualche disagio ai sostenitori del cosiddetto “Net Zero”, ovvero la decarbonizzazione totale, zero emissioni di gas serra di origine antropica. La causa dello scompiglio proviene dai risultati delle analisi della cosiddetta aria fossile contenuta nelle carote di ghiaccio (il cosiddetto blue ice, ghiaccio estremamente denso e antico, caratterizzato da una colorazione azzurra o bluastra) estratte nella regione delle Allan Hills in Antartide, in grado di fornire indicazioni su alcuni parametri climatici fondamentali e che risalgono fino a circa tre milioni di anni fa. Il cuore operativo è l’impianto del COLDEX, Center for Oldest Ice Exploration, appartenente alla National Science Foundation, che a sua volta è una costola dello US Geological Service.

Carote di ghiaccio conservate al Coldex

Il principio è semplice: un ghiacciaio è il prodotto di alcuni semplici ingredienti – acqua, temperatura, pressione e tempo – che però lavorando insieme hanno la capacità di ricordare dettagli di una precisione straordinaria. Il ghiaccio nasce come fiocco esagonale che cadendo si fonde con altri esagoni, compattandosi poi con il peso di ogni successiva nevicata e stabilendosi in strati annuali simili agli anelli di un albero. Gli strati più in alto contengono tra gli esagoni depositi di aria ma, scendendo in profondità, quasi tutta l’aria viene espulsa a mano a mano che la neve si trasforma dapprima in firn, neve allo stato granulare, e alla fine in ghiaccio solido. La pressione costringe i fiocchi esagonali a ricristallizzarsi, intrappolando piccole quantità di aria in bolle, che sembrano una fascia di latte che attraversa il ghiaccio e possono servire per farsi un’idea di com’era il mondo durante la formazione di ogni singolo strato.

L’aria intrappolata in bolle di ghiaccio fornisce informazioni sulla composizione e concentrazione dell’atmosfera terrestre nel momento in cui cadde la neve, e le tracce chimiche e altre proprietà fisiche del ghiaccio rivelano informazioni su temperatura, vento e nevicate che possono essere ricondotte a particolari fluttuazioni stagionali di migliaia di anni fa. Il ghiaccio può rivelarci quali fossero la frequenza degli incendi forestali e l’estensione di zone umide e desertiche tanto tempo fa e in luoghi lontani. Le carote di ghiaccio possono servire a datare specifiche eruzioni vulcaniche e contribuiscono addirittura a tracciare il passato percorso della Terra attraverso il sistema solare. L’informazione è altamente condensata; nel corso di un centinaio di anni circa, un metro di neve può comprimersi, riducendosi a trenta centimetri di ghiaccio. Si ritiene che la calotta di ghiaccio della Groenlandia abbia circa 3 milioni di anni; quella molto più vasta che copre l’Antartide è oltre dieci volte più vecchia, ma c’è un limite all’età dell’archivio. Il ghiaccio alla base del ghiacciaio, a volte a parecchi chilometri di profondità, viene deformato dalla pressione e sciolto dal calore del substrato roccioso, cancellando gran parte delle informazioni e scombussolando il resto come se qualcuno avesse fatto a pezzi l’archivio con un paio di forbici.

È dal 1964 che si fa estrazione (carotaggio) di ghiaccio dalle calotte della Groenlandia prima e dell’Antartide dopo. E non mancano perforazioni nei ghiacciai continentali, persino sul nostro Adamello.

L'evidenza è una una chiara correlazione positiva tra aumento di CO2 e incremento della temperatura. Questa relazione è robusta, statisticamente significativa, confermata da molteplici fonti indipendenti e coerente con i principi fisici dell’effetto serra. Cosa già nota da tempo, molto tempo.

Un archivio storico prezioso ed unico.

Punti di attenzione

Innanzitutto, è importante sottolineare che entrambi gli studi che vedremo utilizzano dati provenienti da una tecnica di analisi del ghiaccio sviluppata di recente. Le carote di ghiaccio antartiche convenzionali, che offrono un'elevata risoluzione temporale, risalgono solo a circa 800.000 anni fa. Esiste ghiaccio più antico, ma affiora in superficie, e come accennato, è fortemente deformato e pieno di difetti strutturali che spesso lo rendono difficoltoso da leggere o del tutto inutile. Non è possibile tracciare i singoli strati al suo interno, anche se le nuove tecniche possono ricavare dati da ghiaccio danneggiato risalente addirittura a circa 4 milioni di anni fa. Questi dati forniscono informazioni sul biossido di carbonio e persino sul contenuto di calore oceanico, per mezzo di un'altra tecnica innovativa che si basa sull'assorbimento di gas nobili atmosferici da parte degli oceani, che a sua volta dipende dalla temperatura. Insomma dati di qualità da ghiaccio di pessima qualità. La comunità scientifica che conduce questo progetto ha svolto un lavoro accurato ed è composta da persone di grande talento, ma si tratta di un campo nuovo e, con le nuove tecniche, c'è sempre spazio per le sorprese man mano che si approfondisce la loro conoscenza.

I critici che cercano di minimizzare le prove che si ottengano dall’analisi dell’aria fossile nelle carote di ghiaccio spesso suggeriscono che siano troppo imprecise per fornire un resoconto completamente accurato dei livelli dei gas atmosferici e della temperatura dell’aria. Ma indiscutibilmente sono accurate al punto di offrire un'ampia visione ciclica. Rimangono la fonte di alcuni dei migliori dati che abbiamo sul clima passato. Essendo dati misurati direttamente sono indubbiamente più accurati della maggior parte degli altri dati proxy

Ricostruzione della temperatura media globale e della concentrazione di CO2 in atmosfera per gli ultimi 68 milioni di anni. Nel grafico è riportata  per confronto la proiezione per i futuri 100 anni nel caso di diversi scenari di emissione di gas serra in futuro. Sull’asse di sinistra la differenza con la media termodinamica del pianeta pari a 15 °C. Si notino i cambi di scala nell’asse dei tempi. (fonte)


Lo studio
Finora le carote di ghiaccio provenienti dall'Antartide documentano con precisione le variazioni continue dei gas serra atmosferici negli ultimi 800.000 anni, delineando i cicli glaciali-interglaciali che caratterizzano il medio e tardo Pleistocene. A gennaio 2025 fu estratto un campione che portava a circa 1,2 milioni di anni fa la data dei campioni più antichi. Nonostante sullo stesso sito COLDEX si affermi che, nell’area del blue ice delle Allan Hills, l’età massima raggiunta è di 1,5 milioni di anni (da aggiornare?), lo studio dichiara di aver esteso la ricerca con registrazioni ancora più antiche. Sono stati utilizzati i dati di carote di ghiaccio che coprono un intervallo che va da 3,1 a 0,5 milioni di anni fa, e pur trattandosi di istantanee con un certo grado di discontinuità, fatte le debite correzioni e normalizzazioni, quel che è emerso è che in quel periodo non si registra nessuna variazione significativa nella media del metano (CH4), e oscillazioni di circa 20 ppm per il biossido di carbonio (CO2). Dati che non si discostano significativamente da altre misure e modellazioni operate con i dati di altri campionamenti, anche in aree diverse del pianeta e relative soprattutto agli ultimi 800.000 anni.

In altre parole la ricerca rileva che i livelli di biossido di CO2 e CH4 sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi tre milioni di anni mentre, e qui sta il punto, le temperature globali, nello stesso periodo, hanno subito cambiamenti significativi, inclusi quelli che alternavano grandi ere glaciali e cicli di riscaldamento. Oscillazioni di temperatura indipendenti dai livelli di CO2? Qualcosa di completamente diverso dalla narrazione climatica tradizionale, e che negazionisti e climascettici non hanno tardato a far propria.

L'autrice principale dello studio, Julia Marks-Peterson, ha riconosciuto che i risultati erano inaspettati: «Siamo rimasti sicuramente un po' sorpresi». E ha aggiunto con cautela che i risultati «potrebbero suggerire che anche piccoli cambiamenti nei livelli di gas serra potrebbero innescare grandi cambiamenti climatici». Cautela, certamente, ma i dati rilevati dalle analisi dei carotaggi suggeriscono che un ruolo più importante dei gas serra potrebbero averlo avuto i cambiamenti nella circolazione oceanica o altri fattori, più determinanti di altri.  Forse la chiave di lettura migliore è che se anche il CO2 non fosse la causa principale o una delle principali del riscaldamento, l’introduzione di gas serra di origine antropica non può che peggiorare lo scenario. La correlazione tra aumento della temperatura e tenore in COè provata fin dalla metà del XIX secolo, a cominciare dagli studi di Eunice Newton-Foote.

Stesso ghiaccio, altro studio
Sempre su Nature, a fare il paio con il primo studio ce n’è un altro, di poco successivo e realizzato con le stesse carote di ghiaccio del precedente che ci racconta qualcosa di analogo.

L'epoca del Pleistocene è stata caratterizzata da un raffreddamento globale e da un aumento dell'intensità e della durata dei cicli glaciali. Le registrazioni regionali della temperatura oceanica superficiale e subsuperficiale mostrano andamenti distinti in questo intervallo, suggerendo cambiamenti dinamici nel trasporto di calore e nella circolazione oceanica, rendendo ancor più complicato determinare l'evoluzione del contenuto totale di calore oceanico. A partire da misurazioni del contenuto di gas nobili (Xe/Kr) nelle carote di ghiaccio, sempre dopo aver normalizzato parecchie complicazioni, gli autori riscontrano un raffreddamento pronunciato che coincide approssimativamente con la transizione tra Pliocene e Pleistocene (circa 2,7 milioni di anni fa) e temperature stabili durante la transizione del Pleistocene medio (da 1,2 a 0,8 milioni di anni fa). I confronti con una recente raccolta di dati globali sulla temperatura superficiale del mare mostrano un'ampia coerenza nel raffreddamento a lungo termine, ma anche importanti differenze nelle transizioni Plio-Pleistocene e Medio-Pleistocene. Secondo gli autori le diverse tendenze nella temperatura superficiale e nella temperatura media dell'oceano durante questi intervalli sono correlate a una ridistribuzione del calore tra la superficie e le parti più profonde per mezzo di fenomeni di risalita (upwelling) e cambiamenti nella formazione di acque profonde. Unendo questi con altri dati proxy si confermano i grandi cambiamenti climatici nonostante si sia evidenziata la stabilità del tenore dei due principali gas serra. Ovvero, causa principale un raffreddamento oceanico a lungo termine piuttosto che un grande cambiamento nel CO₂.

Negazionismo in agguato

L’aspetto che sembra emergere soprattutto dal primo studio, non certamente rigorosamente scientifico, è che ci sia una sorta di doppiopesismo nell’interpretazione di questi dati. Ora, se le oscillazioni in tenore di biossido di carbonio sono rimaste più o meno intorno a 250 ± 20 ppm per praticamente tutto il Pleistocene, mentre il pianeta viveva diversi periodi glaciali e relativi interglaciali, soprattutto a partire da circa 2,7 milioni di anni fa, perché uno degli autori afferma che i risultati suggeriscono una sensibilità climatica maggiore dell'effetto riscaldante del CO2? In breve, se per un’epoca si applicano fisica e chimica con rigore, ciò non sembra estendersi ad un’altra. Ovvero, se i gas serra non erano così fondamentali allora, perché dovrebbero esserlo oggi?

Argomento appetitoso per i negazionisti.

Innanzi tutto si noti che, entrambi gli articoli, non stanno riscrivendo il ruolo del CO2 , ma più semplicemente sottolineano quanto sia sensibile il sistema climatico, ecco perché l'andamento delle emissioni a partire dall’era industriale deve continuare ad essere considerato allarmante.

Inoltre confondere quanto dovuto agli innegabili cicli orbitali con il forcing radiativo è un errore fisico fondamentale. I dati di Allan Hills confermano infatti che allora, privi della componente antropogenica, il ciclo del carbonio era stabile, e modulava le oscillazioni naturali della temperatura all'interno di un sistema ciclico, per intere ere geologiche. Le emissioni antropiche hanno ora aumentato il tenore in CO2 a 430 ppm – oltre il 50% sopra quella linea di stabilità del ciclo naturale e con un’accelerazione evidente negli ultimi decenni - creando un enorme squilibrio termico. La fisica ignora i passati cambiamenti della circolazione oceanica e oggi reagisce solo all'energia intrappolata dal carbonio in eccesso. Dire che il CO2 non è la manopola di controllo è come dire che i freni non funzionano perché un'auto una volta ha rallentato in salita.

Questi studi, ancora una volta, dimostrano che siamo usciti dal confine stabile del Pleistocene in un nuovo regime energetico planetario. La Terra saprà ritrovare l’equilibrio, con o senza l’umanità.

Abbaimo l'opportunità, rara, di osservare le transizioni climatiche degli ultimi 3 milioni di anni grazie all'utilizzo di ghiaccio antartico eccezionalmente antico. I dati sono interessanti, ma il ghiaccio è molto compresso e discontinuo, il che significa che le registrazioni riflettono principalmente le tendenze a lungo termine piuttosto che le ampie oscillazioni di CO₂ tra periodi glaciali e interglaciali che sappiamo essersi verificate.

Il messaggio chiave è che variazioni relativamente piccole nella forzante climatica possono spingere il sistema terrestre oltre determinate soglie, alterando il volume dei ghiacci, la circolazione oceanica e l'immagazzinamento di calore negli oceani. Questo concetto non è nuovo, ma le ricostruzioni della temperatura a partire dai tenori in gas nobili del secondo studio contribuiscono a rafforzarlo, dimostrando che la transizione climatica Plio-Pleistocene è stata accompagnata da un raffreddamento oceanico a lungo termine piuttosto che da un grande cambiamento nella CO₂.

Inoltre le transizioni climatiche sono sempre associate a un cambiamento nel contenuto di calore oceanico, ma è importante notare che nessuno, tanto meno gli autori, propongono questa come una connessione causale. Il contenuto di calore oceanico è di per sé una misura del cambiamento climatico generale, e il massimo che si può affermare da questi dati è che la tendenza generale al raffreddamento dal Pliocene (con un emisfero settentrionale non interessato dalle glaciazioni) all'era dei cicli glaciali-interglaciali del Pleistocene è correlata al contenuto di calore oceanico.

Un altro mondo

Misurazioni e tecniche più avanzate dimostrano che le variazioni dei gas serra non sono state il fattore principale dell’antico raffreddamento globale. È certamente un risultato importante, ma non del tutto inaspettato, dato che in questo sistema climatico passato il Nord e il Sud America si erano appena uniti con la formazione dell’istmo di Panama, alterando in maniera radicale la circolazione oceanica: i modelli meteorologici e le circolazioni oceaniche funzionavano in modo molto diverso. Una volta che il mondo ha dato il via alla presenza di ghiaccio nell'Artico e nei continenti settentrionali, le bolle di aria fossilizzata intrappolate in altre carote di ghiaccio più profonde dimostrano che i gas serra hanno invece svolto un ruolo di primo piano nell'amplificare le più recenti oscillazioni climatiche naturali, guidate dai cambiamenti periodici dell'orbita terrestre attorno al sole nell'arco di decine o centinaia di migliaia di anni.

Ma il contenuto di CO₂ attuale, e la velocità con cui si è concentrato, è enormemente superiore ai livelli osservati nei cicli glaciali naturali degli ultimi milioni di anni e, come ampiamente trattato su questo blog, molteplici prove dimostrano che è un fatto indiscutibile che l'aumento dei gas serra stia attualmente riscaldando il nostro clima.

Attenzione massima quindi alla nuova corrente climascettica in arrivo. Studi come questi, se rilanciati con veemenza a partire dai loro titoli (Broadly stable atmospheric CO2 and CH4 levels over the past 3 million years e Global ocean heat content over the past 3 million years) sono ghiottonerie per affermare quella del riscaldamento globale causato dall’attività umana è una storiella politica, che la Panda della nonna è la causa e l’auto elettrica la panacea di tutti i mali. O peggio, che i ricercatori cavalcano l’onda del catastrofismo per ottenere continui finanziamenti e, per finire, che la decarbonizzazione è di sinistra, estrema sinistra. Roba che Giorgio Gaber ci avrebbe riscritto una canzone.

Le cose stanno come le ho raccontate tante volte su queste pagine. Basta leggere.

19 febbraio 2026

La decarbonizzazione infelice

Premessa
«Torneremo alle caverne» disse l’emiro aprendo la COP28 a Dubai. In quel caso intendeva che senza vendere petrolio il suo paese non sarebbe mai stato così ricco ma, senza saperlo, stava prevedendo quel che comunque accadrà. Magari non così disastrosi, giacché le posizioni legate a catastrofismo ed ecoansia vanno evitate a prescindere, ma gli scenari che si profilano in tempi tutto sommato molto brevi, non sono affatto da sottovalutare, perché nascono da posizioni ben precise, quelle del cosiddetto realismo energetico, un approccio pragmatico alla transizione ecologica che cerca di bilanciare gli obiettivi di sostenibilità con la sicurezza energetica, quel che obiettivamente sarà possibile avere, l'economicità e la fattibilità sociale.

Più volte su queste pagine ho messo in evidenza come, ancora oggi, in piena indiscutibile crisi climatica, col termine decarbonizzazione che appare ovunque e comunque, l’analisi della situazione attuale mette chiaramente in luce una gestione politica carente, come sottolineato dai più recenti rapporti dell’IPCC (AR5 del 2014 e AR6 del 2021-22), che denunciano con forza l’inazione dei governi e la loro incapacità di assumersi la responsabilità di un cambiamento concreto: una gestione che ho definito fallimentare. Le promesse fatte durante le conferenze internazionali, come le varie COP, restano spesso lettera morta, evidenziando un divario drammatico tra la realtà fattuale e la percezione dei politici, che dovrebbero invece essere i primi a vigilare sul futuro dei paesi di appartenenza ma con un approccio globalista, e a possedere una conoscenza approfondita delle problematiche ecologiche e climatiche. Un futuro plasmato insieme dal riscaldamento globale e dal rapido declino geologico di petrolio, gas e carbone, più che da scelte politiche graduali e reversibili, affiancato a mancanza di volontà e di sapere: riflesse nelle campagne elettorali, dove il tema dell’emergenza climatica è quasi del tutto assente, e nelle scelte tecnologiche, come la fiducia riposta nella mobilità elettrica di massa, nell’idrogeno, nella biomassa e nei biocarburanti, senza una reale comprensione dei limiti e delle lacune di tali soluzioni.

Anche se studi autorevoli dimostrano che persino un paese come il nostro può decarbonizzare e rendersi indipendente dalle fonti fossili, la domanda è: ma quanta energia potenziale sarà disponibile? Potremo, ad esempio, elettrificare tutto il parco veicoli, trasporto pesante compreso? (spoiler: no). Cosa potremo tenere acceso e cosa dovremo necessariamente spegnere o ridurre? Insomma, la decarbonizzazione non è affatto felice e guarda un po’, tutti i discorsi fatti a proposito della crisi climatica e delle sue conseguenze passano, apparentemente, in secondo piano; perché, se da una parte gli scenari climatici saranno meno impattanti di quel che è stato modellato, dall’altra le fonti fossili di energia (a iniziare dal petrolio, seguito a ruota da gas naturale e carbone) diventeranno via via sempre meno disponibili. Non perché si esauriranno completamente (cosa che comunque accadrà), quanto perché da un lato le pressioni sul fronte della indispensabile e necessaria riduzione delle emissioni di gas serra spingeranno affinché se ne brucino sempre meno, e dall’altro sarà sempre meno redditizio estrarle e trasportarle, anche in conseguenza della domanda in costante calo. In altre parole, comparato a quel che accadrà alla temperatura media del pianeta da qui a 50 o anche 100 anni, quello delle fonti energetiche è il problema più serio[1].

In questo contesto, è fondamentale respingere l’inazione, il fatalismo e promuovere un’azione concreta e consapevole, anche nel proprio piccolo, come suggerito dalla spinta gentile descritta da Irene Ivoi nel suo libro “La cerniera. La spinta gentile al servizio della sostenibilità”. Solo una conoscenza totale può generare la coscienza necessaria per affrontare gli anni a venire, preparandoci a scenari che potrebbero vederci disorientati e privi di beni essenziali se non si agisce per tempo. Con prudenza però, perché se c’è qualcosa di davvero complesso, gli scenari climatici sono in testa alla classifica: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili sono problemi interconnessi, nessuno può prevedere con certezza gli effetti delle crisi multiple. Resta comunque indispensabile cambiare, perché ormai non è solo auspicabile, ma necessario.

L’acclarato (quanto negato) declino del petrolio, e sua fine,  (a seguire gas e carbone), signore e padrone del funzionamento delle nostre società, porterà una lunga serie, per usare un eufemismo, di…problematiche. Secondo qualcuno siamo appena all’inizio del cosiddetto picco del petrolio, che indica il momento in cui l'estrazione mondiale di petrolio raggiunge il massimo livello storico, per poi iniziare un declino definitivo: non l’esaurimento totale come predetto, ma la fine della produzione a basso costo. Ed è sulla base di ciò che prenderò in considerazione come esempio, soltanto uno degli aspetti di queste problematiche future: l’elettronica e il digitale, che appaiono ancora, nella mente dei politici e non solo,  come un’evidenza eterna, allineato ai rimedi miracolosi con cui immaginano si risolverà il tutto.

Elettronica ovunque
Ognuno di noi conosce ciò che è necessario per produrre degli strumenti digitali, e la lista a seguire non è completa. Che si tratti di un personal computer, portatile o meno, uno smartphone, una macchina fotografica o una video camera, un display per qualsiasi scopo, anche riportare arrivi e partenze dei treni alla stazione, o ancora un dispositivo diagnostico come un ecografo, tutto ciò necessita di microprocessori, chip, schede madri, magneti, schermi, pannelli di vetro, saldature, connessioni elettriche, diodi elettroluminescenti, optoelettronica come le fibre ottiche, alluminio rinforzato e altro ancora (altra lista incompleta). A cui aggiungere i prodotti derivati e a corollario:  batterie, hard disk, modem di collegamento a Internet, dispositivi touch screen, carte di credito, lampadine a LED, nonché i già citati strumenti diagnostici medici come scanner, per risonanze magnetiche, elettrocardiogrammi, tomografie ed ecografi.

Tra i materiali necessari alla produzione, distinti in minerali vari, metalli puri e persino gas, figurano circa trenta metalli differenti, tra cui diciassette terre rare: questi ultimi, fondamentali per tutta l’industria elettronica, saranno in stato di scarsità o criticità entro la prima metà di questo XXI secolo o poco dopo, tanto da aver richiesto la creazione di un apposito regolamento da parte del Consiglio Europeo. A questi si aggiungano altri metalli, minerali e un gas (l’elio). L’unico per il quale si prevede una data di esaurimento più lontana (2064) è il platino.  Faccio notare che per esaurimento non si intende solo la possibilità che in assoluto questo o quello vengano a mancare, ma anche che i costi di estrazione e produzione diventino insostenibili, anche in presenza di sovvenzioni e finanziamenti statali. E già qui vi si dovrebbe accendere una lampadina.

Tutto questo porta immediatamente a mettere in discussione il mondo del digitale: qualcosa che è data come eternamente scontata, pensata e utilizzata come non ci fosse un domani. Di dimensioni gigantesche e di cui si parla poco. Su tale ambito abbiamo basato, anno dopo anno, l’intero nostro sistema globalizzato di informazioni e comunicazioni, di lavoro e scambi, di studio e ricerca, in qualsiasi settore, primario, secondario e terziario, fino al settore sanitario e alla sfera privata. Sì, anche primario: pensate al supporto che l’elettronica e l’informatica forniscono oggi anche, un esempio, alla corretta gestione di un moderno trattore agricolo! Un’organizzazione, questa, che verrebbe del tutto distrutta se tale sistema, che ha ormai invaso ogni ambito, dovesse scomparire. E alla fine di questa gigantesca catena tutti gli apparecchi informatici sostenuti dalla onnipresente elettronica.

Un pianeta finito ha risorse finite
La criticità o la scarsità di una ventina di elementi[2] necessari all’elettronica-informatica riguarda prevalentemente il periodo che qualcuno ritiene ormai imminente, prima del 2040 addirittura, con elementi ad alto rischio come lo stagno, l’argento, l’oro, l’antimonio, il gallio, l’indio e il terbio, e il periodo a cavallo della metà del secolo per altri quattro elementi, tra cui il rame.

Anche se le quantità di tali elementi utilizzate in un singolo apparecchio informatico sono generalmente minime, occorre considerare che appena dieci anni fa c’erano 2,4 miliardi di computer in uso nel mondo e 3,3 miliardi di smartphone, che oggi sono 7,5 miliardi, di cui circa 7 attivi! Nel 2018 c’erano 20 milioni di fotocamere digitali, e nel 2021 un miliardo di telecamere di sorveglianza, senza contare quelle private, per un totale di quasi sette miliardi di dispositivi digitali, in crescita continua, cosa che rende tutt’altro che irrilevante il consumo di materie prime.

Altre fonti di consumo esponenziale di metalli e minerali preziosi sono quelle delle marmitte catalitiche, che contengono oro, argento, palladio, platino e cerio; i pannelli solari, che consumano argento e grandi quantità di silicio, estratto principalmente dalla sabbia: siamo riusciti a rendere critico un materiale che credevamo infinito.

A tale proposito va detto che fra tutti i materiali che estraiamo dalla Terra (minerali grezzi e petrolio, rame e argilla, gemme e carbone, bauxite e scisto) soltanto l’acqua supera la sabbia e la ghiaia quanto a volume prelevato. Per sabbia e ghiaia si tratta di 50 miliardi di tonnellate all’anno, destinate per lo più alla produzione del cemento. Usandole per costruire un muro attorno all’equatore, esso sarebbe alto 27 metri e largo altrettanto[3].

E l’elenco procede con turbine eoliche, che pure richiedono silicio, zinco, manganese, rame, piombo e cobalto; ma anche la produzione esponenziale di fibra ottica, ottenuta dalla preziosa silice (per non parlare dei semplici vetri delle nostre abitazioni), o dei fili di plastica che le contengono, prodotti del petrolio. Per quanto riguarda la scarsità di fibra ottica, è già qui. Utilizzata prevalentemente nelle telecomunicazioni, è impiegata anche nell’illuminazione a LED ed è indispensabile nella medicina e nella chirurgia endoscopiche. C’è stata un’esplosione della domanda di fibra ottica. Nel 2017 il consumo mondiale ha superato i cinquecento milioni di chilometri ed è la Cina, che sta rapidamente ampliando le sue infrastrutture di telecomunicazione, il paese che consuma più della metà delle scorte. C’è già qualcuno che sta pensando di mitigare la cosa mantenendo o reinstallando i vecchi sistemi di comunicazione laddove la fibra ottica non sia necessaria, e qualcun altro maledice la dismissione e l’abbandono delle linee di comunicazione telefoniche analogiche via cavo, fax compresi. Un aneddoto. Un mio anziano parente non volle passare alla fibra ottica per Internet quando lo avvisai che, in caso di mancanza di energia elettrica, avrebbe perso anche la possibilità di telefonare.

L’86% della produzione mondiale d’oro è usato dalle industrie della gioielleria e dell’oreficeria, con un riciclo in costante aumento. Considerando che se questi settori dovessero subire una battuta d’arresto, visto che si tratta di prodotti piuttosto superflui, la scarsità di questo metallo potrebbe rallentare o arrestarsi.

E il riciclo? Purtroppo non sarà in grado di soddisfare l’aumento della domanda mondiale e resterà inferiore al 20-30% degli approvvigionamenti necessari. Per quanto riguarda i componenti elettrici ed elettronici, secondo un recente rapporto dell’ONU, meno del 25% del materiale elettronico dismesso viene correttamente raccolto e riciclato, a fronte dei 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti nel 2022: un triste record, con un aumento dell'82% rispetto al 2010. Il fenomeno è aggravato dal malcostume della cosiddetta obsolescenza programmata.

Tutti medici di campagna, e a dorso di mulo

Tornando all’elettronica e al digitale come sorgente di soluzioni e strumentazioni, in questo contesto il settore medico, pur non essendo ai primi posti come consumi, è chiaramente il primo a dover essere preservato: tutte le apparecchiature di rilevazione e controllo pre e postoperatorio necessitano di un computer o di uno schermo, come minimo, che si tratti di scanner, risonanze magnetiche, ecografi, fibroscopi o endoscopi (che devono anche disporre di una microcamera digitale), o di apparecchi per la radiografia. Inoltre, qualunque referto, prescrizione, cartella clinica, comunicazione e condivisione di diagnosi e prognosi oggi viaggia in formato digitale. Gli scanner e le risonanze magnetiche hanno anche bisogno di componenti come l’elio, utilizzato come gas refrigerante per i magneti, e insostituibile per tale scopo. Questo settore consuma diversi milioni di metri cubi di elio all’anno. Il terbio e il selenio sono necessari per la radiografia, mentre il silicio è essenziale per la fibra ottica utilizzata nell’endoscopia. 

L'industria elettronica si troverà quindi in seria difficoltà entro un paio di decadi: diventa fondamentale quindi migliorare e potenziare il riciclo, la sostituzione, il risparmio di materiali in altri settori e confidare nelle innovazioni che verranno da ricerca e tecnologia. Ma sarà molto probabilmente soltanto un modo per posticipare la cosa perché c’è una serie di ostacoli che minacciano seriamente la possibilità di continuare la tecnologia digitale già a partire dalla seconda metà di questo secolo. Il resto del mondo è ad oggi strettamente dipendente dalla Cina per la maggior parte della produzione delle terre rare: così, mentre la Cina dipende dagli Stati Uniti per l’importazione di chip di ultima generazione, la maggior parte dei paesi dipende dalla Cina per le proprie apparecchiature digitali, che si tratti di magneti, batterie o elettronica. In secondo luogo nulla e nessuno possono assicurare la necessaria stabilità geopolitica e finanziaria tali da garantire che offerta e domanda restino stabili.

Che dire poi del declino petrolifero (e di gas e carbone) ormai all’orizzonte che metterà a repentaglio il settore dei trasporti portandolo rapidamente al collasso? Ovvero il crollo delle importazioni di materie prime verso i paesi produttori, poi verso le fabbriche e, infine, dai prodotti finiti verso i paesi importatori e fino ai centri di distribuzione. Infine, l’obsolescenza degli impianti minerari e di estrazione in genere: più la miniera è vecchia, minore è la concentrazione di metalli al suo interno e maggiore è l’energia richiesta (petrolio, gas, carbone) per isolarli dal minerale. La riduzione energetica accelera quindi quella minerale, perché disporremo di sempre meno energia per estrarre metalli che, a loro volta, saranno sempre più rari. In un mondo dove il potenziale energetico è in calo non c’è spazio per scenari di incremento della domanda di energia.

Dopo aver vissuto a lungo nell’illusione di un’eterna disponibilità di petrolio e altri idrocarburi, oggi ci culliamo, senza porci domande, nell’illusione dell’eternità dei veicoli elettrici e dell’elettronica. Ma ciò non accadrà.

La crisi. Quale delle due?
La crisi climatica, il riscaldamento globale? Non sembra siano più un gran problema, l’aumento di temperatura non sarà poi così disastroso, per lo meno non per il nord del mondo, e il motivo è che già a partire dalla seconda metà del XXI secolo le emissioni di gas serra diminuiranno, dapprima perché non ci sarà più tutto il petrolio attuale da bruciare, poi il gas, e infine il carbone. E non tanto perché le riserve saranno state prosciugate, quanto perché (e la corsa a non investire da parte delle banche è già iniziata) estrarlo e trasportarlo sarà sempre meno lucrativo.

La rarefazione e poi la scomparsa del petrolio, del gas e del carbone, rallentando il riscaldamento globale, ci manterranno in uno scenario tutto sommato…sostenibile. A quale prezzo? Con un bel salto all’indietro nel passato, soprattutto in termini di tecnologia e fabbisogno energetico.

La deflazione degli idrocarburi, e in particolare la fine prematura dello sfruttamento del petrolio, provocherà una gravissima crisi economica, con conseguenze molto pesanti sui nostri mezzi di sussistenza e sulla loro precarietà. Allo stesso tempo sarà evidentemente benefica, perché affosserà un gran numero di industrie che smetteranno così di emettere CO2 e altri inquinanti, rallenterà l’acidificazione degli oceani, metterà fine all’agro-allevamento industriale[4] e al suo ingente consumo e inquinamento delle acque, alla degradazione qualitativa dei suoli, al loro compattamento che ostacola l’attività biologica e alla conseguente riduzione dei nutrienti, pulirà gradualmente le acque fluviali a vantaggio di una pioggia più pura che le rinvigorirà. Tutti questi vantaggi cumulati salveranno miliardi di vite, che non sarebbero sopravvissute con altri scenari di emissioni fuori controllo, o che ne avrebbero sofferto molto.

Un destino migliore che non dobbiamo in alcun modo all’intervento dei governi, i quali anno dopo anno non fanno che peggiorare lo stato del mondo, bensì esclusivamente ai vincoli geologici che la natura ci impone. Un destino migliore ma molto difficile.

I più penalizzati? Ovviamente noi occidentali, i ricchi del mondo, quei pochi punti percentuali di umanità che inquina, consuma e spreca tanto quanto la stragrande maggioranza degli umani di questo pianeta.

Questa interruzione, che bisogna assolutamente rendere provvisoria, è già in corso in Europa e si estenderà al resto del mondo.

Un altro mondo
Un esempio tra tanti, che ci mette concretamente di fronte all’enorme cantiere che si apre davanti a noi e davanti al quale potremmo stare a guardare, rassegnati, impotenti e piegati in attesa delle tempeste, dal momento che non ci aspettiamo nulla di risolutivo da parte dei nostri responsabili politici attuali e futuri, un’inazione governativa, questa, che IPCC osserva e denuncia molto fermamente nei suoi ultimi due rapporti globali, AR5 del 2014 e AR6 del 2021-22. 

Quando in realtà ora più che mai è importante agire, respingere la negazione, non cedere al fatalismo ed esortare i nostri responsabili a pensare e concepire realmente questo futuro – anziché limitarsi a rivolgergli uno sguardo rapido e senza seguito –, e prevederne poi le conseguenze per poter lavorare a mitigare i traumi che ne deriveranno, che si tratti di preparare le nostre nuove mobilità, ricomporre i nostri territori e le nostre culture, rilanciare l’artigianato, difendere i mezzi di comunicazione e l’illuminazione del passato. Spingere all’azione concreta.

Manca una volontà politica, sottolinea IPCC, che veda come noi, COP dopo COP, i governi del mondo fare promesse che poi non mantengono. Governi che mancano non solo di questa volontà, ma anche di una conoscenza approfondita della situazione e delle gravi carenze delle soluzioni proposte, sulle quali si appoggiano senza ulteriori riflessioni. Una gestione, finora, che appare piuttosto fallimentare.

Governi che per primi ripongono la propria fiducia nella mobilità elettrica di massa, nell’idrogeno, nella biomassa, nei biocarburanti, senza però informarsi sui limiti e sulle lacune di questi mezzi e comprendere che tutto questo non ci salverà. Peccato che senza conoscenza, conoscenza totale e non superficiale, non possa esistere la coscienza chiara del futuro, la coscienza di dover agire al più presto. Nella stragrande maggioranza dei paesi europei, nelle loro ultime campagne elettorali il tema dell’emergenza ecologica è stato quasi del tutto assente, ad emblema del drammatico divario tra la realtà fattuale e lo stato d’animo dei politici, teoricamente deputati a vigilare sul futuro del paese. E in quanto tali, a conoscere tutto sullo sconvolgimento che sta arrivando.

Questo sconvolgimento ci proietterà inevitabilmente in un altro mondo, dopo un secolo trascorso, per quanto riguarda i paesi più avvantaggiati, in una condizione di comfort e crescita quasi eccessivi. Un nuovo mondo e uno stile di vita di fronte ai quali saremo disorientati, impreparati, inadatti, persino minacciati, se non avremo compiuto gli sforzi di previsione necessari, ma essenzialmente vivi. Vivi, ma in mancanza di beni di prima necessità, a cominciare dagli alimenti e dall’acqua, che scarseggeranno in molte parti del mondo. Per non parlare della scarsità o assenza di qualsiasi altro tipo di bene non essenziale.

E se…
Ma quanto sono realistiche queste analisi?

Il climatologo Luca Mercalli cerca di mediare: «Condivido gli inviti volti a un aumento della resilienza per un futuro con diminuzione dei combustibili fossili. Tuttavia non prenderei gli scenari dell’IPCC con la precisione del decimo di grado, visto che sono ordini di grandezza, ma anche 2-3 gradi in più rischiano di consegnarci a un pianeta ostile; e soprattutto sottolineo il fatto che nessuno conosce la possibilità di attivazione dei punti di non ritorno, quindi potrebbe verificarsi uno ‘scenario peggiore’ inedito anche con aumenti termici più limitati. Insomma», continua Mercalli, «è vero che probabilmente non c’è abbastanza materiale fossile per far aumentare il CO2 fino al limite del caso peggiore, come afferma IPCC, ma nessuno conosce l’effetto di combinazione multipla di varie crisi, se non che porterebbero a conseguenze mai viste. Tutto suggerisce la prudenza nell’interagire con i delicati meccanismi planetari, indipendentemente dal sindacare su un decimo di grado in più o in meno». Molti scenari inoltre sono stati ipotizzati prima della retromarcia sul clima di Trump. In sintesi, conclude il climatologo, «avremo tutti e due i problemi: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili. Uno non deve coprire l’altro, ma non possiamo non ricordare che risolvendone uno (con le energie rinnovabili), si risolve anche l’altro».

Posizione quest’ultima, per me, forse troppo ottimistica. Per dirla come raccomanda un altro famoso climatologo italiano, Antonello Pasini, nel suo recente libro “La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento”, la climatologia è scienza assai complessa: prudenza dunque.

Di fronte a questi scenari di realismo energetico quindi, ripeto, cambiare comunque non è solo auspicabile, ma necessario.

In definitiva, è fondamentale sottolineare questo aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: non saranno soltanto le politiche ambientali o le innovazioni tecnologiche a frenare la crescita delle emissioni di gas serra, ma piuttosto la stessa scarsità dei combustibili fossili. È proprio il progressivo esaurimento di queste risorse, pilastro della nostra economia e società, a rappresentare il vero limite fisico alla corsa dei modelli climatici verso scenari sempre più drammatici. Questo dato di realtà, tuttavia, pone di fronte a un paradosso: se da un lato la diminuzione forzata delle emissioni potrebbe mitigare alcuni effetti del cambiamento climatico, dall’altro la crisi economica globale che deriverà dalla fine dell’era fossile rischia di essere ancora più devastante e dirompente per le nostre società. In altre parole, la soluzione naturale al problema delle emissioni potrebbe portare con sé conseguenze economiche e sociali ben più gravi di quelle generate dalla crisi climatica stessa.



[1] A corollario di tutto ciò va detto che la necessaria ed auspicata riduzione delle emissioni di gas serra sarà coadiuvata, paradossalmente, proprio dalla diminuzione delle materie prime che li generano
[2] piombo, parzialmente riciclabile; stagno, non sostituibile; zinco; argento, non sostituibile; antimonio; ittrio; arsenico; gallio: già critico oggi; indio; palladio, sostituibile con rame e nichel; oro, sostituibile con il platino; lantanio: a criticità alta; terbio; gadolinio; stronzio; silicio; elio. A tutto ciò si aggiungano rame, selenio, tantalio e disprosio.
[3] È un processo geologico su scala globale: vengono scavati grossi buchi poi riempiti d’acqua, altrove si innalzano città, ponti e fabbricati di numerosi piani. Con il passare del tempo questi edifici crolleranno e i granelli di cemento saranno dilavati verso il mare, finendo sul fondo dei fiumi verranno arrotondati, frantumati nuovamente nei materiali che li compongono e schiacciati in sedimenti.
[4] Senza trattori, impensabile come potrebbe essere possibile gestire appezzamenti estesi per dozzine e centianaia di ettari? L'elettrificazione dei motori dei trattori è oggi un settore d'avanguardia, e per il futuro potrebbero comunque esserci carenze di potenza disponibile. Solo l'Italia possiede circa 2 milioni di trattori, a cui affiancare decine di migliaia di altre macchine agricole.


23 ottobre 2025

COP30. Dal processo all'azione?


La COP30 è alle porte: quest’anno si terrà a Belém, in Amazzonia, Brasile, location altamente simbolica. E quest’anno anticipo il mio commento, sentendomi abbastanza sicuro del fatto che, anche stavolta, sarà stato bello argomentare e fare accademia intorno a parentesi e virgole…dopo tutto se saltaste alle ultime due righe potrebbe essere amaramente divertente.

Con l’avvicinarsi della COP30 l'attenzione deve spostarsi dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: occorre definire non una mera dichiarazione d’intenti, le solite linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Serve una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento, la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, soprattutto in termini finanziari.

Non dovrà essere solo il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

Per avere successo questa COP, tutte le COP, non hanno bisogno, non soltanto, della definizione dei programmi tradizionali, ancorché importanti, e nemmeno solo dei risultati attesi o conseguiti in tema di adattamento, transizione, mitigazione, o di implicazioni economiche: tutto ciò è definito, misurabile e controllabile in quanto presente nel cosiddetto Global Stocktake (GST), il bilancio globale, ovvero il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle contromisure. Mitigazione, adattamento, mezzi economici di attuazione e sostegno, ripetiamolo, sono conosciuti e definiti, ma questi, privi del necessario supporto, portano e hanno portato rapidamente ad una gestione che non ho esitato a definire fallimentare.

Indubbiamente sono tutte tematiche importanti ed essenziali, ma anche tutte insieme, non costituiscono il “grande obiettivo” di cui questa COP ha bisogno per avere successo.

Non retorica, ma credibilità

Occorre in primo luogo una cover decision: un documento chiave alla fine della conferenza internazionale sul clima che delinea i principali obiettivi e traguardi politici, un accordo primario, basato sul consenso, che stabilisca l'agenda e tenga traccia dei progressi per le azioni future, come fu per il Patto di Glasgow della COP26 o prima ancora l’Accordo di Parigi della COP21; rappresentare una strategia volta a colmare le significative carenze complessivamente riscontrate, soprattutto quelle legate ai piani ambiziosi di azioni riguardanti il cambiamento climatico. Continuerò ad usare la sua definizione inglese, noi lo chiameremmo documento programmatico: lo so, richiama subito alla mente tante belle chiacchiere nostrane[1]

La credibilità della COP30 si basa proprio sul come affronterà tutto questo. I tentativi di spacciare, ancora una volta la COP30 per un successo, senza una risposta del genere, sembrano vani, soprattutto dopo le precedenti edizioni piuttosto scarse in termini di risultati, e a volte paradossali, almeno in termini di sede. Se la COP30 deve colmare il vuoto decisionale lasciato dopo tante belle dichiarazioni d’intenti, ecco che emerge ancora più forte l’esigenza di una cover decision.

All'ultima COP, si è assistito ad un gran parlare di mitigazione e adattamento, senza però affiancarci un serio programma di provvedimenti economici e finanziari legati al cambiamento climatico. Ed è questo è il punto più critico. I paesi in via di sviluppo e quelli più vulnerabili esigono meccanismi di finanziamento più solidi e concreti. Sarà cruciale definire come sbloccare i flussi di capitale per l'adattamento agli impatti e per la mitigazione delle emissioni, superando le promesse generiche. La finanza climatica è la chiave per costruire fiducia tra le nazioni.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico. E, amara considerazione, dei fondi stanziati, a chiacchiere, non un solo dollaro finora è realmente giunto nelle casse dei paesi più bisognosi.

Senza impegni concreti – in particolare nuovi finanziamenti credibili da parte dei paesi ricchi – la storia rischia di ripetersi. Il processo da solo non è garanzia di successo, ma un processo mal gestito è la ricetta per il fallimento.

La COP30 dovrebbe chiudere il ciclo di ambizioni del Global Stocktake, lanciato alla COP28, e non basta affatto inquadrare queste velleità o buoni propositi che sia, in termini di temperatura media globale da non superare.

La COP30 è considerata una tappa cruciale, arrivando a 10 anni di distanza dall'Accordo di Parigi. L'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale a 1.5 °C è ancora lontano. C'è l'urgente necessità che paesi presentino i loro piani relativi agli obiettivi di riduzione delle emissioni, in linea con le indicazioni scientifiche, ma finora, quasi il 95 percento dei paesi non ha rispettato la data di presentazione! Il Brasile, come ospite, cercherà di posizionarsi come leader di questa spinta, possibilmente tutt’altro che nudging.

Tra i paesi che hanno fatto i compiti a casa ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il Brasile, la Svizzera, il Regno Unito, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, il cui piano però dovrebbe essere abbandonato dal presidente Trump che vuole uscire dall'Accordo di Parigi a partire dal 2026. Nella lista figurano anche Uruguay, Andorra, Ecuador e Santa Lucia, Isole Marshall, Singapore e Zimbabwe. Anche il Canada si è aggiunto, nonostante le critiche. 

Cina, Unione Europea e India non hanno ancora presentato i loro piani climatici, paesi tra i principali responsabili della crisi climatica. I segnali politici sull’azione climatica globale non sono positivi.

Dalle parole ai fatti?
Ciò nonostante, una cover decision potrebbe non essere il mezzo più efficace, per lo meno non da sola. È tempo che la COP vada oltre la negoziazione continua, a volte una vero e proprio conflitto, sulla formulazione delle decisioni, e si dedichi davvero a sostenere e facilitare l'attuazione. Ovviamente una COP, ma nemmeno UNFCCC, non sono organi decisionali, legislativi, ma non devono nemmeno essere ridotti al ruolo di portavoce, più o meno ufficiale e ascoltato, dei problemi legati al cambiamento climatico: quelli sono sotto gli occhi di tutti. Facendo inoltre attenzione all’aspetto, in un certo qual modo, burocratico: una cover decision non fornisce necessariamente una migliore panoramica dei risultati, né facilita il raggiungimento di un equilibrio tra diverse priorità.

In secondo luogo, mentre la giustificazione iniziale a Glasgow nel 2021 era la valida necessità di affrontare gli ambiziosi (irrealizzabili?) processi di mitigazione (argomento validissimo anche a Belém), proporre una cover decision inevitabilmente apre la porta all'inserimento di una serie di altri argomenti: il dibattito si amplia e rischia rapidamente di trasformarsi in un ginepraio. Anche se c’è chi vede tutto ciò come un modo per garantire l'equilibrio tra gli argomenti, man mano che i problemi si moltiplicano il prezzo da pagare sale. Un esempio? Dopo la COP27 del 2022 a Sharm el-Sheikh, in Egitto, fu presentato un documento conclusivo (cover decision) contenente ben 17 sezioni! Tutte rimaste lettera morta. Non ci credete? Leggete voi stessi, al primo punto stiamo ancora al ringraziamento e al riconoscimento del contributo scientifico. E qui potete trovare, in italiano, quanto prodotto a Glasgow alla COP26.

In terzo luogo, le cover decision spesso danno origine a mandati mal preparati. Il programma di lavoro sulla mitigazione di Glasgow e il programma di lavoro sulla giusta transizione di Sharm El Sheikh avevano buone ragioni, ma la loro portata e i loro obiettivi sono stati poco discussi prima dell'adozione delle decisioni, e da allora le parti hanno faticato a trovare un accordo su come attuarli. Lettera morta, ancora.

Occorre invece razionalizzare e migliorare i mandati già esistenti, assicurando l’istituzione di processi che facciano la differenza e non che li ostacolino ulteriormente.

Allora, cos’altro opporre, o affiancare, ad una cover decision tutta da realizzare?

Argomenti principali della Action Agenda della COP30

Action! Agenda! Forum!
La cosa migliore sembra quella di realizzare un forum di attuazione, passare all’azione, all’impatto, come ho scritto in apertura. A parte le descrizioni di sintesi, molto utili per approfondire, di ciò che dovrebbe essere e fare un forum del genere a Belém sembra si sia già un bel pezzo avanti, perché esiste già una Action Agenda, che mobilita azioni volontarie per il clima in tutte le economie e le società, fornendo proprio lo strumento di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo, con il grande vantaggio di non richiedere risultati consensuali. La presidenza brasiliana si sta già muovendo nella giusta direzione, con la riorganizzazione dell'agenda d'azione.

Obiettivi della Action Agenda della COP30, 2025
Un attivista di Extinction Solution alla COP29, 2024


Troppi galli a cantar non fa mai giorno...
Ma ecco che il grillo parlante inizia a frinire: osservando le due immagini precedenti sembra proprio che anche stavolta si voglia fare di tutto per realizzare il solito ginepraio, un coro stonato e disarmonico di mille voci, tante chiacchiere e nulla di fatto. Per essere accettabile, un forum di attuazione deve correggere la debolezza principale dell'agenda d'azione finora adottata: non deve moltiplicare gli annunci ma garantire un seguito credibile e un'attuazione concreta. Questa tendenza deve cambiare.

Proteste alla COP29 contro la proposta di un accordo sui finanziamenti per il clima, chiedendo "trillions not billions" e gridando "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo". 2024.

Perché di problemi sul tavolo ce ne sono già tanti, a cominciare dalle proteste degli attivisti dei paesi del cosiddetto “sud globale” (oggi meglio definiti come MAPA, Most Affected People and Areas) che, giustamente, protestano e invitano a disertare COP30. 

Gli ultimi giorni della COP non dovranno essere come in molte delle precedenti edizioni: un'ulteriore e tesa negoziazione su un ennesima cover decision che non avrà molto impatto. Dovrebbero invece essere il momento in cui viene presentato un piano di attuazione, con la garanzia del suo forum. 

Questo piano chiarirebbe come andranno avanti tutti i lavori messi in opera, specificando chi, cosa e quando, con risultati chiari nel giro di uno o due anni. Indicherebbe dove e quando si riunirà un forum di attuazione già nel 2026, per supervisionare i progressi. Tale processo dovrebbe essere guidato dalla presidenza della COP30, dai promotori e, auspicabilmente, entro quella data, dalla presidenza entrante della COP31.

Massimizzare l'azione nel mondo reale

Un piano di questo tipo sarebbe inclusivo, coinvolgendo non solo le parti in causa, ma anche altre organizzazioni internazionali, istituzioni finanziarie, imprese, governi subnazionali e la società civile. Fondamentalmente, potrebbe comunque catturare messaggi politici chiave – sugli obiettivi di mitigazione, adattamento, finanza, perdite e danni – ma in termini di risultati da raggiungere attraverso l'azione, non con la solita retorica.

Cambiare l'abitudine della UNFCCC di negoziare le decisioni sarà difficile. Anche se il risultato dovrà includere una sorta di testo decisionale questo dovrà essere breve e mirato, ma dovrà sicuramente essere affiancato da un forum di attuazione parallelo per conferirgli credibilità.

Il vertice dei leader, che si terrà poco prima dell'apertura della COP30, potrebbe offrire ulteriori opportunità per raccogliere richieste di intervento più incisive e da quello si capiranno molte cose.

Partire dal presupposto che una (ennesima) cover decision a Belém sarebbe sufficiente e prova di successo non è soddisfacente, poiché comporterebbe un alto rischio di fallimento in seguito. Alla COP30 si dovrà puntare più in alto a rappresentare il momento in cui il mondo sposterà la propria attenzione per garantire una maggiore credibilità e, soprattutto, iniziare a massimizzare il proprio impatto nel mondo reale.

Come dite? Un bel discorsetto anche questo? Un altro gallo che canta?
Sono d’accordo…


Il ministro dell'Ambiente brasiliano Marina Silva interviene alla cerimonia di apertura pre-COP a Brasilia, 13/10/2025

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[1] Chissà, riuscirebbe forse meglio in questo compito uno di quei software di AI specializzati? Ce ne sono in grado di tener traccia di quel che si dice in qualsiasi riunione, realizzando un abstract, uno schema per punti chiave, mappe concettuali e addirittura un'agenda del chi fa cosa e quando. Certo, da usare con attenzione, visto quel che davvero fanno questi software.