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12 dicembre 2024

L'Italia (che) affoga - Seconda parte

[Nota] - Nella prima parte di questo post sono state esposte considerazioni di carattere generale, utili soprattutto a collegare i messaggi e gli ammonimenti che la comunità scientifica manda continuamente, colpevole forse di non essere in grado di farsi ascoltare come dovrebbe. In questa seconda ed ultima parte, sono invece state analizzate le conseguenze delle modifiche dovute alla antropizzazione, ovvero l’insieme degli interventi di trasformazione e alterazione che l'uomo compie sul territorio allo scopo di adattarlo ai propri interessi e alle proprie esigenze.

E ricordiamo sempre che anche se è molto facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, questo non è la causa, ma l'effetto. Le cause vanno cercate nelle nostre abitudini energetiche, produttive, alimentari. E prima ancora nelle tre principali fonti di energia: carbone, gas naturale e petrolio.

Troppi meandri? Un bel taglio e via.

Meandri attivi, in corso di abbandono e abbandonati
Una delle prime azioni che l’uomo ha condotto nell’opera di modifica del reticolo idrografico è stato rettificare il corso dei fiumi: al diminuire della tortuosità di un corso d’acqua, che si esprime alla massima potenza proprio al suo arrivo in pianura, diminuiscono le distanze da percorrere, cosa utilissima per il trasporto merci via fiume, liberando al tempo stesso dall’acqua superfici da destinare all’agricoltura. Ma in tal modo si creano anche le condizioni per cui, all’aumentare delle precipitazioni, la portata delle aste fluviali diventa insufficiente e i pericoli di esondazione aumentano. Le pianure inoltre hanno pendenze estremamente basse, a poche decine di chilometri dal mare possono arrivare anche a quote inferiori ai 10-15 metri, con argini che spesso agiscono come dighe a causa della loro maggiore altezza del territorio stesso. Pensate per un momento al delta del Mekong: 40.000 km2 di territorio con un’elevazione media di appena 2 metri sul livello del mare!
Valle di Nubra, Ladekh


Drizzagno del Tevere a Spinaceto, Roma
La rettificazione degli affluenti che scendono dai versanti, più veloci per via delle pendenze sensibilmente maggiori, non solo comporterà incrementi nelle portate non gestibili dal corso principale, ma la loro velocità può essere tale da provocare l’abbattimento di ponti.

Persino Galileo Galilei, dati e misure alla mano, sapeva che rettificare i corsi d’acqua non avrebbe portato che guai! Aumento della velocità, affluenti le cui foci si trovano ad essere ravvicinate e che quindi scaricano le piene quasi contemporaneamente nel corso d’acqua principale, riduzione del volume totale di acqua contenibile, alvei ristretti e, ripetiamolo, la cancellazione del reticolo idrografico a seguito di bonifiche diminuisce drasticamente il tempo di corrivazione, ovvero il tempo che l’acqua piovuta in un certo punto impiega per raggiungere il punto di chiusura del bacino: in altre parole, l’acqua piovana non incanalata scorre più velocemente sul terreno e come effetto collaterale importante non riesce a contribuire come dovrebbe alla ricarica delle falde.

Qui a Roma molto spesso si cita il famoso “drizzagno” del Tevere che, negli anni Trenta, anche per un progetto poi abbandonato di realizzazione di due idroscali, fu realizzato a colpi di dinamite per tagliare via un meandro quasi strozzato. Ebbene, a lungo termine, l’aumentata velocità del corso d’acqua ha contribuito alla diminuzione dei depositi costieri aggravando il fenomeno di erosione delle spiagge.

Acque scomparse
In passato, nelle pianure alluvionali, era piuttosto comune che buona parte del territorio fosse occupato da aree paludose o lagunari in prossimità delle coste, e queste avevano il compito di ospitare parte delle acque in eccesso, agendo come le moderne casse di espansione.

Ma in passato, a fronte delle necessarie e salutari opere di bonifica e prosciugamento delle aree di palude, si aveva l’accortezza di mantenere un reticolo di canali a costituire un serbatoio atto a gestire gli eccessi meteorici e utile a scopo irriguo. Nelle aree urbanizzate nate su aree un tempo paludose molto spesso si è completamente cancellato questo reticolo idrografico andando a costituire un’aggravante alla impermeabilizzazione del terreno.

Per non parlare dei tombamenti di fossi e rigagnoli, se non addirittura a volte veri e propri torrenti: canalizzazioni sotterranee di cui spesso non rimane nemmeno il ricordo, che rappresentano delle vere e proprie bombe ad orologeria in grado di attivarsi anche senza un evento alluvionale importante o storicamente rarissimo. 



Consumo di suolo
Andando ad esaminare i dettagli si scopre che in occasione di quasi tutti gli eventi alluvionali il “consumo di suolo” ha un ruolo primario. Il consumo di suolo è un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il fenomeno si riferisce, quindi, a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative. Un processo prevalentemente dovuto alla costruzione di nuovi edifici e infrastrutture, all’espansione delle città, alla densificazione o alla conversione di terreno entro un’area urbana, all’infrastrutturazione del territorio. Consumo dunque, uguale impermeabilizzazione.

In Italia questo ha ormai assunto valori impressionanti e procede inarrestabile al ritmo di 19 ha/gg (0,19 km2/gg), che fa circa 2 m2/s, per un consumo pari al 7% del territorio, qualcosa come 20.000 km2 su 300.000, e di questi oltre 5.000 rappresentati dai soli edifici. Ogni anno vanno perduti quasi 80 km2 di territorio.

E poi ci sono zone del paese che sanno fare anche di peggio. In alcune aree da un anno all’altro si sono registrati incrementi nel consumo di suolo anche superiori al 30%, con espansioni urbanistiche velocissime e che, immemori spesso in mala fede, hanno interessato aree che in passato sono state già colpite da alluvioni.

Bonifiche


A proposito di assenza completa di memoria storica altrettanto spesso, nella furia edilizia delle urbanizzazioni, soprattutto quelle avvenute a cavallo della seconda metà del XX secolo, non si è affatto tenuto in debito conto la situazione preesistente alle bonifiche medievali e rinascimentali. Vale la pena di citare Boccaccio:

Prima che Fiesol fosse edificata
di mura o di steccati o di fortezza,
da molta poca gente era abitata:
e quella poca avea presa
l’altezza de’ circustanti monti,
e abandonata istava la pianura
per l’asprezza della molt’acqua e ampioso lagume
ch’ai pie de’ monti faceva un gran fiume
(Ottava 5 del Ninfale Fiesolano, 1344 ca.)

E che razza di palude fosse lo testimonia anche Annibale, che se la trovò di fronte una volta sceso dall’Appennino e che, perso anche l’ultimo elefante, lui stesso pare ci perse un occhio per una malattia ivi contratta.

Ammettiamo che le paludi, pur essendo paradisi di biodiversità, dal punto di vista umano sono pericolose e inutili, altrimenti non si giustificherebbero gli enormi sforzi fatti, ad esempio, dall’imperatore Claudio nel I sec. ev per bonificare la Piana del Fucino con un ardimentoso e spettacolare sistema di canalizzazioni sotterranee.

Persino Dante ne aveva una pessima opinione tanto che, a fronte dei fiumi  ovunque, mette una palude solo nell’Inferno.

Ma se da una parte le bonifiche hanno fatto guadagnare spazio alle attività umane, hanno consentito l’eradicazione di malattie come la malaria, hanno dall’altra sottratto spazio a disposizione dei fiumi per divagare a piacimento nelle pianure. Le uniche lagune storicamente mantenute furono quella di Venezia, a scopi difensivi, e prima ancora quella che circondava Ravenna per gli stessi motivi, allorquando, alla caduta dell’Impero Romano ed al declino di Roma, vi spostò la capitale.

Le bonifiche in Italia hanno contemporaneamente date di avvio molto antiche, sin durante l’Impero Romano che piuttosto recenti, come ad esempio nell’agro romano e pontino e le bonifiche in Sardegna.

Ma in ogni caso, soprattutto quelle a partire dal XVI secolo in poi, hanno comportato quasi dappertutto la rettificazione di quasi tutte le aste fluviali affiancata alla creazione di un reticolo idrografico accessorio.

Azioni che rispondevano perfettamente alla logica di quei tempi, come predetto, tanto per cominciare per ridurre la distanza per favorire i trasporti ed aumentare la superficie disponibile per l’agricoltura in aree che, essendo intorno ai fiumi, erano estremamente fertili. Sono pochi i fiumi che, nei pressi di aree urbanizzate, presentano ancora tracciati curvilinei.

Non va nemmeno dimenticato che l’intervento umano, inoltre, risolve molto spesso oggi ciò che domani potrebbe essere un problema. Ci sono innumerevoli esempi storici svoltisi nel corso di secoli già a partire dal Medioevo: le opere effettuate sul Delta del Po che altrimenti non sarebbe affatto esistito o quanto meno avrebbe una forma completamente diversa, la mutata idrografia della Romagna, la trasformazione del territorio facente capo a Milano con la realizzazione di vie d’acqua prima inesistenti. Grazie alla sicurezza idrica creata da quegli interventi sono aumentati produttività agricola e industriale, creando flussi di immigrazione e aumento del benessere, fino al punto che le difese idrauliche hanno permesso alla popolazione di dimenticarsi cosa fosse il territorio d’un tempo e il motivo per cui furono realizzate. E questa perdita di memoria la scontiamo oggi, soprattutto sottraendo territorio alle acque.

In caso di precipitazioni estreme che, si ribadisce, saranno sempre più frequenti, i fiumi non saranno in grado di accogliere e far defluire la quantità d’acqua in eccesso, perché tutte le azioni finora viste ne hanno ridotto sensibilmente il volume a
disposizione, con l’aggravante che l’acqua in eccesso viaggia molto più velocemente attraverso strade e fognature anziché permeare il suolo e passare per i canali.
Nelle fasi acute degli eventi atmosferici, quanto un tempo si sarebbe fermato nelle paludi, nei canali di bonifica e nelle lagune, oggi, a causa della estremizzazione di questi eventi, spesso non è più possibile sia perché non trova più né paludi né canali, sia perché quanto esistente non è in grado di sostenere il carico idrico.






Come ti faccio sparire il fiume
A partire dal XIX secolo, ma soprattutto durante i periodi di massima espansione delle aree urbanizzate e/o industriali, praticamente tutte le città italiane hanno avuto diversi periodi di boom edilizio: aggravato spesso dalla mancanza di un piano regolatore, dall’abuso e dal mancato controllo amministrativo. Durante questo periodo era piuttosto comune, rispondendo alle logiche del momento, accompagnare l’espansione al tombamento di diversi corsi d’acqua per aumentare lo spazio superficiale a disposizione su cui costruire edifici, e molto più spesso strade che, in questo modo, non avrebbero tolto spazio all’edilizia.

Ogni tombamento è un ordigno innescato pronto a saltare. I corsi d’acqua costretti a scorrere in canali sotterranei chiusi hanno sezione idraulica ridotta e possono andare soggetti a ostruzioni, ma la cosa peggiore è che spesso non se ne conosce nemmeno l’esistenza aggravando la già bassa percezione del rischio. Non vedendo il corso d’acqua in superficie e magari anche non avendone memoria, ci si sente al sicuro. Comica se non fosse tragica la foto a fianco: un canale tombato per farci sopra una ciclabile.

Ed anche grazie alla recente lettura e recensione di un bellissimo libro sui misteri sotterranei di Palermo, mi tornano in mente i due fiumi perduti del capoluogo siciliano, il Kemonia e il Papireto, due vere e proprie bombe ad orologeria sotto i piedi dei palermitani.

Durante eventi alluvionali importanti assistere al sormonto dell’imboccatura del tombamento da parte dei corsi d’acqua può essere normale, come costringere una secchiata d’acqua a passare attraverso uno stretto tubo, e una volta sormontata, l’acqua continua a scorrere sulla strada che vi è stata realizzata sopra; ma la cosa peggiore è assistere allo scoppio di queste canalizzazioni sotterranee.

Infine gli argini, che rappresentano una costrizione al corso ed un contenimento alle tracimazioni, in caso di eventi estremi vanno soggetti alle classiche rotte o a sormonti, aggravati dal fatto che i corsi d’acqua delle nostre pianure sono spesso pensili, ovvero scorrono a quote superiori a quelle del piano campagna.

La piana si difende dal monte


Eliminare i tombamenti è pressoché impossibile, visto che ci si è costruito sopra strade e a volte edifici, o non se ne conosce nemmeno la presenza. Gli argini devono essere sottoposti a controlli periodici e manutenzione, e mantenuti puliti, ad evitare di mettere a disposizione del corso d’acqua materiale che possano contribuire alla rottura di parti di questi; se invece il problema sono i sormonti è evidente che si è in presenza di insufficienza di portata. In tal caso tornano utili gli interventi di controllo e regimazione a monte delle acque, in modo che possano defluire in casse di espansione.

La possibilità teorica migliore per mitigare le piene è realizzare un sistema di briglie e chiuse nei pochi tratti privi di urbanizzazione, uniti magari a canali diversivi che mettano al sicuro le aree urbane.

Purtroppo l’uso del suolo a scopo civile, industriale e commerciale è così caotico e disordinato che realizzare questo tipo di invasi ha difficoltà enormi, spesso aggravate dal fatto che i territori a monte risiedono in aree amministrate da enti, province e comuni, diversi da quelli a valle, creando ulteriori problemi dati da conflitti burocratici e gestionali se non un vero e proprio disinteresse da parte di coloro che stando a monte, che non capiscono perché dovrebbero preoccuparsi di coloro i quali stanno a valle.

Non ultima una attenta manutenzione della vegetazione delle rive e delle aree golenali. E’ infatti un altro fattore di criticità idraulica che si innesca al seguito di eventi estremi: l’enorme quantità di vegetazione sradicata, o comunque indebolita dalla piena, va ad ingolfare i corsi d’acqua minori creando sbarramenti temporanei il cui collasso potrebbe provocare onde di piena con conseguenze imprevedibili. Ironia della sorte, non sono infrequenti i casi nel nostro paese, in cui gli interventi di manutenzione hanno dovuto combattere un quadro normativo che li considera…attentati alla conservazione dei valori naturalistici del corso d’acqua!

Last but not least…a chi sta pensando che non s’è parlato del dragaggio dei corsi d’acqua, panacea di tutti i mali idraulici, faccio rispondere ancora ad Aldo Piombino. No, dragare peggiora le cose!

In tutto questo il nostro paese dimostra di saper creare enti sorprendentemente utili, come le “Autorità di bacino” o le “Comunità montane” ma di vederli fallire nel momento dell’azione che deve seguire all’individuazione delle cause, perché non hanno potere normativo ed esecutivo alcuno, nemmeno spesso nei confronti delle centinaia di comitati e comitatini, spesso di tipo NIMBY, che alimentano ora l’ambientalismo da salotto, ora la politica populista e di pancia.

E così dimenticando l’antico adagio che recita «la piana si difende dal monte»

Conclusione

Il regime meteo-climatico ormai diventato la norma vede quindi divenire sempre più frequenti fenomeni particolarmente intensi, mettendo quindi in crisi la già ridotta capacità dei corsi d’acqua, che sono stati dimensionati storicamente per portate di piena non di questa entità.

A questo si aggiungano gli effetti dell’abbandono del territorio collinare e montano, e con esso delle opere puntuali di regimazione idraulica che in secoli di lavoro l’uomo vi aveva costruito capillarmente e che avevano la funzione non solo di intercettare e convogliare ordinatamente le acque scorrimento superficiale verso valle, ma anche di rallentarne la velocità.

Occorre comunque una revisione e un rifacimento delle briglie e dei muri di sponda dei corsi d’acqua, perché le antiche briglie in pietrame a secco, perfettamente idonee per gli eventi passati, oggi non reggono più l’urto offrendo una limitata resistenza alla forza della corrente. Si creano quindi spesso enormi accumuli di sedimenti, anche in pietrame di grandi dimensioni, allo sbocco di torrenti laterali, che vanno inoltre ad occludere tombini e tombamenti sottostanti ad aree edificate, od a provocare i cosiddetti sorrenamenti, ovvero trasporto e deposito di materiale detritico in corrispondenza dei tratti terminali dei corsi d’acqua.

I problemi di un qualunque evento alluvionale sono comuni a quasi tutti gli eventi dello stesso tipo del nostro paese. Non possiamo certamente fermare gli eventi atmosferici estremi; è quindi necessaria un'attenta opera adeguata al limitarne al massimo le conseguenze, e soprattutto far comprendere alla popolazione che vive nelle aree che in passato sono state faticosamente strappate alle acque, che in qualche modo devono da queste difendersi. Ma, da questo punto di vista, la speranza che venga a crearsi davvero una maggiore attenzione preventiva al territorio ed alle esigenze naturali dei corsi d'acqua che lo percorrono, sembra diminuire di alluvione in alluvione.

Per quanto possano certamente verificarsi eventi di portata tale da essere incontenibili, è sufficiente un attenta opera di regimazione e manutenzione della porzione montana dei bacini fluviali, per mitigarne gli effetti. Molto spesso, passata un’alluvione, ci si rende conto che quanto era stato costruito in passato, e valido allora ma non più oggi, è andato quasi completamente distrutto, eliminando il sistema di regimazione idraulica dei corsi d’acqua minori. Venendo meno l’effetto stabilizzante/regimante sugli alvei di briglie e muri di sponda si instaura una condizione di pericolo idrogeologico cronico e, in queste condizioni, persino un evento meteorico minore può innescare nuove criticità. Il lavoro di ricostruzione di tali opere, sempre che lo si avvii, è lungo e faticoso, trattandosi spesso di centinaia di queste anche nei bacini minori.

La gestione idrografica a monte non è quindi né meno rilevante o meno prioritaria di quella a valle. Ma insieme a quella di valle costituiscono un sistema integrato e solo con un approccio delle stesso tipo si può pensare di riuscire in un certo qual modo a mitigare gli effetti della nuova normalità climatica.

Senza dimenticare, come detto in apertura, che anche il nostro paese è predisposto per andare soggetto a fenomeni come quanto accaduto in Spagna.

Epilogo

Vale infine la pena ricordare quanto avevo già scritto nelle conclusioni di questo mio post un anno fa.

Il cambiamento climatico va affrontato con una sfida relativa alla gestione del paese, che va spiegata ai cittadini perché ciò che oggi definiamo emergenza rappresenta qualcosa che sarà molto più comune in futuro.

Il dibattito odierno è bloccato su posizioni pressoché dogmatiche, inutili e sterili. Da una parte c'è chi dice che l'agire deve avvenire solo in risposta al rischio evidente di catastrofe climatica, posizione stupida perché quando e se coloro che la sostengono avranno avuto ragione sarà troppo tardi per le reazioni; d'altra parte, gli oppositori più che far finta di nulla non esprimono, accusando di catastrofismo i primi. Possiamo discutere sull'utilità, soprattutto politica, di una narrazione catastrofista, ma non possiamo negare che, ad esempio, se non verrà posto un freno o un limite alle emissioni di gas serra i ghiacci dell'Artico e della Groenlandia si scioglieranno, e, una conseguenza tra le centinaia possibili, il conseguente innalzamento del livello del mare allagherà la Pianura Padana fino a Piacenza.

La scienza non deve legittimare le scelte politiche, perché la tecnologia, sua derivazione, è fonte di potere, ma è indiscutibile che deve fornire i mezzi per supportarle, per guidarle; e la politica al tempo stesso deve innanzitutto fare in modo che il linguaggio scientifico sia reso accessibile alla cittadinanza, sia capito in modo che questa possa sostenere e legittimare le scelte politiche, affinché le scelte condivise siano sottoposte al vaglio della comunità.

I risultati scientifici sono comunque chiari: il clima sta cambiando, anzi, è cambiato. Resta da capire quanto. E va ulteriormente ribadito che questi risultati non derivano da domande poste da ambientalisti in cerca di conferme alle loro tesi particolari ma derivano da interrogativi che nacquero quando si cercava di capire come funziona il sistema, senza scopi politici reconditi, quando la climatologia muoveva i primi passi. Come veicolare questi risultati al grande pubblico è fondamentale, bombardato continuamente dalla diffusione di false notizie amplificate dalla cassa di risonanza dei social realizzate perlopiù per strumentalizzare, in un'epoca di incremento del disinteresse e dell'ignoranza generalizzata. La climatologia ha già fatto la sua parte, occorrono adesso scelte che non siano solo basate su principi di precauzione, notoriamente inutili in questi casi perché non indicano una strada univoca.

Si deve mobilitare la responsabilità individuale come accadeva nei primi anni 90 durante i quali le pressioni della comunità internazionale spingevano, a fronte della paura dell'aumento di dimensioni del cosiddetto “buco nell'ozono”, affinché fossero ridotte o eliminate le emissioni di freon.

Sappiamo che i cambiamenti sono già in atto, vanno gestiti.

Un'ulteriore complicazione deriva dall'aumento della distanza tra i contenuti scientifici e la politica. E ciò si aggrava alla luce delle fratture geopolitiche del XXI secolo che minacciano le istituzioni multilaterali stesse e con esse la comunità scientifica internazionale, aumentando il rischio da una parte che ridurre il perimetro della condivisione della conoscenza vada a ridurre le capacità di azione delle comunità più deboli o che l’accentramento di questa nelle mani dei paesi più ricchi, possa creare dei monopoli di potere pericolosi. Si pensi ad esempio proprio alla climatologia, che si avvale ormai di un'infrastruttura computazionale gigantesca, di scala industriale, accessibile a pochi paesi e centri di ricerca.


I tecnici dovranno ulteriormente guadagnarsi la fiducia di una cittadinanza abituata a non sapere della loro esistenza e a dubitare della legittimità delle loro opinioni. I problemi potranno essere risolti in maniera condivisa quando saranno chiare a tutti le definizioni tecniche e la gravità della situazione. Se la cittadinanza non percepirà la propria responsabilità nel contribuire a soluzioni condivise tutti gli sforzi saranno vani, ancora di più in un paese come il nostro che ha sempre faticato a fare dell'educazione civica il pilastro centrale della scolarizzazione.

Dopo tutto, la formula di valutazione del rischio, genericamente dato, è semplice. S’intende la probabilità per cui un pericolo crei un danno e l'entità del danno stesso. Come riassunto nella tabella riportata in precedenza il rischio connesso a un determinato pericolo viene calcolato mediante la formula: R = P x E Quindi il rischio (R) è tanto più grande quanto più è probabile (P) che accada l'incidente e tanto maggiore è l'entità del danno (E). Le probabilità che eventi in grado di procurare danni notevoli si verifichino sta aumentando, è già aumentata come, ripetiamolo, normalità statistica. Non mi sembra così difficile da capire.

Nelle immagini seguenti esempi di consumo di suolo e modifica radicale del territorio

Nella prima immagini di parte di una zona a nord di Roma nel 1934 e nel 2024.
Nelle successive immagini del Secchia e dell’Enza (Emilia Romagna) nel 1954 e nel 2023.

(elaborazione personale)
(pubblicata su Facebook
(pubblicata su Facebook
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Riferimento bibliografico e fonte di ispirazione:
Gli eventi alluvionali nel novembre 2023 in Toscana. Cronaca di un evento meteo climatico "ordinario" in Val Bisenzio. (M. Fazzino, A. Piombino, D. Pozzi, F. Stragapede)
Su Geologia dell'Ambiente 3/2024, Periodico trimestrale della SIGEA, Società Italiana di Geologia Ambientale

04 novembre 2024

L'Italia (che) affoga - Prima parte

[Nota] – Questo post nasceva nei giorni immediatamente precedenti alla immane tragedia che ha colpito la Spagna. Pur cercando di restare su temi di carattere generale gli eventi di Valencia non possono essere ignorati, soprattutto per il seguente preciso motivo.

Le condizioni geografiche e geomorfologiche di buona parte del nostro paese non sono poi così diverse da quelle della costa meridionale spagnola. Come quella abbiamo rilievi montuosi, bacini idrografici relativamente corti e stretti e con corsi d'acqua principali che si riversano a mare lungo brevi tratti di pianura costiera, a stretto intervallo l’uno dall’altro. Urbanizzazione altissima, consumo di suolo a livelli drammatici. Oltre che, come qui cerco di trattare, una serie di azioni non fatte, spesso nemmeno mai immaginate né pianificate, aggravate invece da quanto fatto. Nessuna regione italiana è immune al rischio idrogeologico.

E le condizioni dettate ormai dal cambiamento climatico non ci esentano dal subire anche noi eventi estremi analoghi a quello spagnolo, le cui prove generali sono già state fatte, più volte.

Nel frattempo da ben tre legislature si cerca di far approvare una legge che fermi il consumo di suolo.

E ricordiamo sempre che anche se è molto facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, questo non è la causa, ma l'effetto. Le cause vanno cercate nelle nostre abitudini energetiche, produttive, alimentari. E prima ancora nelle tre principali fonti di energia: carbone, gas naturale e petrolio.

Il post sarà articolato in due parti: in questa, la prima, ci saranno considerazioni generali, e sarà utile soprattutto a collegare i messaggi e gli ammonimenti che la comunità scientifica manda continuamente, colpevole forse di non essere in grado di farsi ascoltare come dovrebbe. La seconda sarà invece più specifica, sugli effetti dell’insieme degli interventi di trasformazione e alterazione che l'uomo compie sul territorio allo scopo di adattarlo ai propri interessi e alle proprie esigenze; in una parola, antropizzazione.

Al solito

“Indi la valle, come 'l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse di nebbia;
e 'l ciel di sopra fece intento,
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
Dante (Purgatorio V, 118-120)


La tempesta Ciaràn nell'ottobre 2024
Arriva la stagione delle alluvioni, puntualissima. Tant’è che commentando tempo fa un altro evento alluvionale, avevo messo in evidenza come i bimestri autunnali a cavallo del mese di novembre e quelli primaverili di aprile-maggio fossero statisticamente i periodi più piovosi del nostro paese. Nel lontanissimo 2010, con tutt’altro stile e stesso titolo, lamentavo le stesse cose. È il cambiamento climatico che sta rendendo questi fenomeni sempre più frequenti, più violenti ed estremi. Stazioni pluviometriche che registrano ora 100, ora 150, addirittura 200 e oltre millimetri di pioggia in poche ore, a volte appena solo un paio, con zone che raggiungono e superano persino i 400 mm: normale.

In Italia in un anno riceviamo tra 250 e 300 miliardi di metri cubi d’acqua, il che, come ci dice la media 1961-2017, fa qualcosa come 935 mm/anno, più o meno come in Gran Bretagna (si veda anche qui). Solo che ormai da parecchi anni ne arriva troppa tutta insieme, troppo velocemente, devastante e inutile per il prezioso lavoro di ricarica delle falde freatiche, coinvolgendo località che, a memoria d’uomo, non hanno mai annoverato eventi meteorici e alluvionali di portata disastrosa, come accaduto giusto qualche giorno fa a Civitavecchia e sul litorale tirrenico tra la cittadina e l’Aurelia, qualche decina di chilometri appena a nord di Roma. Nella regione spagnola colpita dalla catastrofe climatica è caduta in poche ore la quantità di pioggia che cade in un anno, qualcosa come mezza tonnellata d’acqua per ogni metro quadro di superficie.

Quadro sinottico eventi estremi in Italia

I numeri parlano chiaro: è la nuova (a)normalità climatica permanente. In pochi anni un aumento del 400% degli eventi meteoclimatici estremi, strettamente collegato all’aumento delle temperature medie, effetti dello squilibrio termico planetario che abbiamo prodotto bruciando combustibili fossili; 2.360 eventi di precipitazioni intense e grandinate solo nel 2023, catalogati come estremi, con un balzo del 22% in più rispetto al 2022. E di rapporti simili ce n’è per tutti i gusti: ad esempio il Rapporto Cresme “Stato di rischio del territorio italiano nel 2023” e, da Legambiente, “2023, anno da bollino rosso per il clima”.

Appena un anno fa, tanto per non perdere l’abitudine, mi cimentavo nel ricordarlo ai tanti smemorati in mala fede.

La situazione nell’alto Tirreno alla mezzanotte del 25 ottobre 2024

Un aumento termico che comporta un’enorme quantità di energia intrappolata nell’atmosfera, che a sua volta alimenta fenomeni meteorologici sempre più violenti e imprevedibili: per ogni incremento di 1 °C nella temperatura, l'atmosfera può contenere circa il 7% in più di vapore acqueo, con conseguente aumento della probabilità di eventi meteo estremi e, non ultimo, innescando inoltre un classico feedback di rinforzo, visto che il vapore acqueo è esso stesso un gas serra.

Di conseguenza, alluvioni che in passato si verificavano ogni 10 o 20 anni ora si ripresentano con una cadenza sempre maggiore. L’aumento di 1,5 °C da non superare in base a quanto sancito nel famoso Accordo di Parigi,  già da solo è sufficiente per far sì che le alluvioni considerate eccezionali diventino il 50% più frequenti. E con un aumento di 2 °C questa frequenza potrebbe crescere fino al 70%.


Persino il fenomeno che ha scatenato l’alluvione di Valencia e delle regioni limitrofe riguardava fenomeni noti e tutto sommato piuttosto frequenti; che lo si etichetti come DANA, un termine piuttosto specifico e comunque non tecnico, molto in uso in Spagna o, com’era da sempre conosciuto, la cosiddetta “goccia fredda”, più informale e meno specifico per quanto riguarda le cause e le conseguenze del fenomeno stesso. Resta comunque una sorta di bolla di aria fredda proveniente dalle correnti a getto che si stacca e muove autonomamente verso sud. 

Anomalia termica del Mediterraneo il 25 ottobre 2024

Ma se questa zona concentrata e fredda, e quindi più densa, muove verso sud e inizia a scendere di quota, incontra aria calda e umida sottostante, molto calda se, come in questo periodo il Mediterraneo è 3-4 °C sopra la media ecco pronta la ricetta per il disastro: temporali autorigeneranti dove l'aria viene come risucchiata dalle basse quote e, salendo, si raffredda rapidamente, facendo condensare il vapore acqueo che va a rifornire continuamente di nuovo materiale la cella temporalesca man mano che l'acqua viene scaricata al suolo sotto forma di precipitazioni, intensissime e che possono durare ore concentrate su una regione ristretta.

Numeri e fenomeni quindi li conosciamo, possiamo approfondire quanto si vuole, ma il risultato non cambia. Perdita di vite umane, danni catastrofici, intere comunità bisognose di tutto per anni, migliaia di sfollati, territori devastati e soprattutto uno sperpero di miliardi di denaro pubblico per intervenire dopo che il danno è fatto, a costi di diversi ordini di grandezza superiori a quanto occorrerebbe spendere in prevenzione e manutenzione e, forse peggio, impiegando anni per ripristinare, o più spesso tentare di farlo e in modo parziale, quanto perduto in termini di infrastrutture e risorse, a cui aggiungere anche danni ambientali e paesaggistici, alla faccia dell’Art. 9 della Costituzione.

La storia
E’ vero: trovare bacini idrografici e fiumi adeguati a reggere al concentrarsi nel tempo e nello spazio di 200, 300 o più millimetri è rarissimo, pressoché impossibile: con questi valori non c’è terreno che tenga, ma ciò non deve essere utilizzato come alibi riparandosi dietro l’ineluttabilità dell’evento forse imprevedibile, ma sicuramente prevenibile in una certa qual misura. E da questo punto di vista trovano ampia umana giustificazione le immagini dei valenciani lanciare palate di fango al re e al primo ministro giunti in visita.

Tanto per avere un ordine di grandezza e fare un po’ di storia ricordo che è indelebile il ricordo della tragica alluvione di Firenze del 1966, che nell’immaginario collettivo resta la più disastrosa di sempre. Ebbene, negli eventi alluvionali del novembre 2023 che interessarono essenzialmente il bacino del Bisenzio in Toscana, una stazione idrometrica registrò circa 600 m3/s e un livello di massima dell’onda di piena di quasi 6 metri di altezza, il doppio di quanto registrato nel 1966.

Le acque che hanno allagato da poco Genova, o ancora una volta l’Emilia, stanno ancora defluendo e si sta ancora spalando il fango nelle case e nelle strade. A breve ricorrerà il trentennale della disastrosa alluvione del Tanaro che, tra il 5 e 6 novembre 1994 coinvolse le province di Cuneo, Torino, Asti e Alessandria, pesantemente colpite da un violento evento alluvionale, e un anno appena è passato dagli eventi che colpirono la valle del Bisenzio in Toscana, di cui persino Giacomo Leopardi aveva tracciato gli effetti devastanti nella sua opera “Dialogo della Natura e di un islandese” quando, nel 1828, scriveva: «per l’abbondanza delle piogge, la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata sotto i piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria».

Storicità alluvionale della regione emiliana colpita dagli eventi del maggio 2023
Ed è doveroso citare il disastro che ha colpito Valencia (Spagna) pochi giorni fa, aggravato dalla perdita di oltre 200 persone, bilancio ancora provvisorio: anche in questo caso, in un secolo, non s’era mai vista una tempesta così violenta.

Cronaca ordinaria ormai, indipendentemente dalla frequenza, perché prevedibile conclusione di una serie di eventi meteorologici estremi che da nord a sud colpiscono il nostro paese con devastazioni del territorio e frequenza tali da mettere a dura prova la tanto abusata parola: resilienza.

Cronaca e storia confermano che non c’è alibi che tenga

La cosa fa ancora più rabbia, sia per la memoria corta dell’essere umano con questa mentalità fatalistica dell’ineluttabile, sia perché, sapendo che i fenomeni si vanno intensificando in vari modi, nulla è stato fatto.

Così come avevo scritto tempo fa, evidenziando una certa statistica della regione emiliana colpita dagli eventi alluvionali nel maggio 2023, e ancora recentemente nel settembre 2024, molto spesso la storia ci racconta che alcune regioni sono più o meno da sempre andate soggette ad eventi alluvionali importanti, spesso gravi e a volte catastrofici, nonostante una minor quantità di pioggia caduta, le cui registrazioni sono per lo più iniziate nel XX secolo. 

E allora, forti delle cronache passate, con le aggravanti dell’intensificarsi in frequenza e intensità dei fenomeni a causa del cambiamento climatico, col peggiorativo dato dalla impermeabilizzazione di aree sempre più vaste del territorio critico, perché non attrezzarsi adeguatamente in termini di prevenzione, di disposizione di meccanismi di allerta delle popolazioni efficaci, di esercitazioni di protezione civile che insegnino come comportarsi, a cominciare dal non cercare di recuperare la propria automobile da box e garage sotto il piano stradale! Rabbrividisco a quanto emergerà al termine delle operazioni di drenaggio del parcheggio interrato del centro commerciale valenciano.

Anche la regione valenciana ha una storia, importante e dimenticata, di alluvioni importante. Qui la triste cronologia.




Quindi?
Ma, dopo le asettiche e datocratiche ricostruzioni quantitative, dopo aver reso in un certo qual modo prevedibile quali e quanti potranno essere i danni ed altre conseguenze, la domanda è: cosa fare e cosa non fare?

Ogni volta che avremo avuto un’esondazione, una tracimazione e un sormonto di argini, crollo di ponti, colate detritiche da 7-8 m/s che travolgono ogni cosa e via discorrendo, questi saranno solo gli ultimi di una lunga serie cronologica di  eventi estremi che si stanno verificando sempre più spesso in Italia. Per quanto la non linearità della dinamica meteorologica di questi fenomeni possa rendere imprevedibili alcuni di essi, il gravissimo bilancio in termini di vittime e danni non è solo una conseguenza della quantità di pioggia caduta in poche ore, ma un esempio diretto dello scempio del territorio che è stato fatto in Italia, definirlo scorretto è un eufemismo; un paese nel quale non solo si fanno cose che non avrebbero mai dovute esser state fatte, ma che vengono in seguito addirittura condonate! E di contro, molto poco di quel che avrebbe dovuto essere fatto è accaduto.

Restringere, rettificare e spesso intubare i corsi d’acqua impedisce loro di esondare facilmente, di depositare i sedimenti nelle pianure che prima allagavano, come gli egizi ben sapevano attendendo ogni anno che il prezioso limo fertilizzasse i loro campi. Se a qualsiasi corso d’acqua togli l’area su cui scorrere tornerà a farlo prima o poi, e nel frattempo lo farà altrove aumentando i danni. Quel che di antropico è stato fatto nel territorio di un corso d’acqua sarà sempre successivo, e quasi sempre dannoso, al fiume stesso che sta lì da molto tempo prima della presenza umana. Emblematiche le immagini di acque impetuose che travolgono ogni cosa lungo le strade urbane ed extraurbane, scelte come percorso di minor resistenza e quindi maggior energia.

Molti anni fa l’amico Aldo Piombino ci ricordava che se la geologia e la geografia aggiungono sempre l’aggettivo “alluvionale” dopo il termine “pianura” il motivo è presto detto:  una pianura è una «zona sulla quale un po’ di tempo fa un fiume, esondando dal suo alveo, ha depositato i sedimenti che trasportava».

La chiave di lettura principale, spesso unica, per capire quanto e perché accade durante un’alluvione, è la scarsa o del tutto assente capacità di reazione del territorio a causa di un reticolo fluviale talmente trasformato dall’azione antropica che non è più in grado di assorbire le precipitazioni e se, a parità di altre condizioni e fatte le debite distinzioni locali, queste aumentano e si inaspriscono nel tempo, la crisi non può far altro che peggiorare di anno in anno.

Qui la seconda parte.

15 settembre 2023

Note a margine degli eventi alluvionali del maggio 2023 in Emilia Romagna

clip_image002Con l’autunno si iniziano a temere gli effetti di eventi meteorologici estremi, a causa della naturale propensione meteorologica che vede, mediamente, piovere di più alle nostre latitudini in quel periodo dell’anno. Ed è spontaneo andare ai ricordi dei recenti episodi emiliano-romagnoli, delle alluvioni in Francia e delle cronache di queste ore del disastro, soprattutto umanitario, che ha colpito la Libia in questi giorni, e poco cambia anche considerando che in quest’ultimo caso la stragrande maggioranza delle vittime è stata dovuta al cedimento delle dighe, dighe che avrebbero dovuto proteggere Derna e sono invece state la sua rovina.

Ecco perché, a seguito della lettura di un interessante articolo, proprio relativo alle tristi cronache ambientali nazionali, l’attenzione ritorna su quel che troppo spesso viene utilizzato come alibi a coprire le necessarie azioni preventive.

Premessa

Mi scuseranno gli autori dell’articolo a cui mi sono ispirato per questa premessa: dopo tutto per raccontare dei fatti non ci sono molti modi.

In due distinti periodi dello scorso mese di maggio vaste aree dell’Emilia Romagna sono state interessate da due eventi meteorologici estremamente intensi, verificatisi in breve successione, il primo dall’1 al 3 ed il secondo il 16 al 18[1], comportando precipitazioni eccezionali, che hanno superato ampiamente la soglia dei 400 millimetri di pioggia[2]. I valori riportati dalla fitta rete di stazioni di monitoraggio pluviometrico, con dati usufruibili in tempo pressoché reale grazie ad Internet, hanno tutti registrato valori significativi. I fenomeni atmosferici hanno interessato soprattutto le zone pedemontane, collinari e pedecollinari, con quantità leggermente inferiori in pianura.

La configurazione meteorologica europea durante il mese di maggio ha subito un cambiamento sostanziale, con l'instaurarsi di anticicloni che si estendevano dall'Atlantico alla Scandinavia, mentre contemporaneamente si attestavano zone depressionarie sull'Italia e sul Mediterraneo centrale. Questa particolare configurazione ha portato un flusso frequente di precipitazioni abbondanti su gran parte della penisola, contribuendo a mitigare la preoccupante siccità che aveva afflitto sia la regione che l’intera Italia nell'ultimo anno e mezzo. Purtroppo le precipitazioni intense non contribuiscono al rifornimento dei suoli profondi e delle risorse idriche sotterranee che hanno invece bisogno di piogge più lente e costanti, nonché delle acque di fusione della neve, che ha scarseggiato sia nelle Alpi che negli Appennini durante l'ultimo inverno.

Da un altro punto di vista, sfortunatamente, questa situazione atmosferica ha portato episodi alluvionali straordinari, che hanno colpito in particolare l'Emilia orientale e la Romagna durante i cicli intensi di piogge nei due periodi di maggio indicati.

Considerazioni

Che il cambiamento climatico in atto, osservabile e misurabile ormai oltre ogni ragionevole dubbio, possa portare direttamente a fenomeni meteorologici estremi è un fatto; che i fenomeni climatici relativi alle oscillazioni di El Niño possano comportare disastri meteorologici anche a distanze enormi dal Pacifico è un altro.
Ma chiamare in causa sempre e comunque, a mo' di alibi, il cambiamento climatico sta diventando quasi una moda.

Che le precipitazioni del mese di maggio 2023 siano state del tutto eccezionali, soprattutto in termini di rapidità con cui sono andate cumulandosi e concentrandosi sul territorio, è comunque evidente dalla lettura dei dati[3]. Le piogge del mese hanno raggiunto un valore totale medio regionale di 250 mm, superiore di 175 mm rispetto al valore medio climatico (+230%), valore più alto dal 1961; anche rispetto al valore medio, l’anomalia è di circa +173 mm. A livello territoriale, si riscontrano anomalie eccezionali sulle colline e sui rilievi tra Bologna, Forlì-Cesena e Ravenna, anche lungo la costa, con picchi fino a +500% rispetto alla media 2001-2020, mentre nella parte più occidentale della regione le anomalie, pur presenti e positive, sono molto più contenute, intorno a +50%.

L’osservazione dei grafici[4] delle precipitazioni cumulate e dell’anomalia delle precipitazioni totali mensili rispetto al 2001-2020 (in mm di pioggia) sono autoesplicative.

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clip_image006

clip_image008L’articolo
Sul numero
3/2023 della rivista "Geologia dell'Ambiente" edita dalla SIGEA - Società Italiana di Geologia Ambientale, il primo articolo (pag. 2) ripercorre gli eventi alluvionali del maggio 2023 che interessarono l'Emilia Romagna, con danni diretti stimabili in circa 15 miliardi di euro, 15 vittime e decine di migliaia di evacuati.
Eventi eccezionali quelli dell'1-3 e del 16-18 maggio ma, come vedremo, non certamente unici o imprevedibili, né non ricordabili a memoria d'uomo, nonostante questa sia spesso molto corta.

Gli autori riportano che è bastata una semplice ricerca a tavolino di pochi giorni, condotta analizzando i documenti estratti da varie fonti pubbliche, per ritrovare dozzine di episodi alluvionali dovuti a fenomeni meteorologici intensi, episodi accompagnati da rotture degli argini di numerosi corsi d’acqua con frequenza pressoché annuale; solo nel corso del XVIII secolo il fiume Lamone (uno dei fiumi che ha rotto nel maggio 2023 allagando Faenza), ricordano le cronache, ruppe ben 22 volte in 60 anni, citando inoltre episodi del tutto analoghi a quelli di quest’anno. Il più simile nel 1939, persino nei periodi, con due episodi nel mese di maggio, caratterizzato da precipitazioni estese e fino a 400-500 mm sull’Appennino Tosco-Romagnolo che comportarono lo sconvolgimento dell’intero territorio romagnolo con associate perdita della produzione agricola, di capi di bestiame morti per annegamento e disfacimento pressoché completo della rete viaria. In definitiva, dozzine di eventi fotocopia.

Previsione, prevenzione e allertamento

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Anche soltanto intuitivamente emerge che gli episodi del maggio 2023 possono essere annoverati tra quelli possibili, anche più volte l’anno. Ciò comporta un certo grado di prevedibilità, pur considerando che molto spesso i tempi con cui si sviluppano le celle temporalesche -che danno origine ai cosiddetti wet downburst- sono strettissimi; ma con accurate operazioni di monitoraggio, che in questo caso non sono certamente mancate, è possibile quanto meno mitigare i danni e soprattutto consentire alla popolazione un certo grado di salvaguardia. Va detto che ARPAE emanò due bollettini di allerta per le onde fluviali di piena dapprima arancione e poi rossa per gli episodi dell’1-3 maggio e direttamente rossa per quelli del 16-18. Se così non fosse stato, come ad esempio nel 1939, le vittime e il numero di sfollati sarebbero probabilmente state molte di più.

Pur considerando che l’anomalia nelle precipitazione del maggio 2023 ha di gran lunga superato la media storica il fenomeno, con intensità minori o a volte analoghe, è storicamente conosciuto in quelle stesse regioni, e in un certo qual modo, peggiorante al crescere delle condizioni generali dovute all’aumento della antropizzazione del territorio, del conseguente incremento del consumo del suolo, dell’abbandono delle zone montane e pedemontane e della relativa cura delle aree boschive e di sottobosco, che spesso fanno da freno al deflusso delle acque meteoriche. Queste condizioni non possono che aver peggiorato o intensificato gli effetti di eventi meteorologici eccezionali, ma non unici lo si ripete, in oggetto.

 

Analisi dei dati

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Al conteggio estratto dalla lettura dell’articolo sono stati aggiunti i due episodi del 2023 per un totale di 60 episodi documentati dal 1636 al 2023, riassunti nella tabella. Per il 10 percento del totale degli episodi riportati non è noto il mese dell’accadimento e mancano inoltre riferimenti di dettaglio per le 22 esondazioni del Lamone riportate per circa 60 anni del XVIII secolo.

Da un’analisi numerica degli episodi riportati è emerso come la maggioranza degli episodi alluvionali a seguito di intense ed anomale precipitazioni, siano, come attendibile, concentrati nei periodi autunnali, mediamente da fine settembre a parte di dicembre, con una media di circa 8 episodi al mese, notoriamente più piovosi alle nostre latitudini con dei picchi in novembre (con ben 12 episodi su 60 pari al 20 percento della serie); non va però trascurata la numerosità dei mesi di maggio e gennaio, con 6 e 5 episodi rispettivamente.

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Conclusioni

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La cosa importante che emerge abbastanza chiaramente da questa analisi essenziale è che la regione non è affatto nuova ad episodi eccezionali o comunque assimilabili, con un frequenza ed una conoscenza tali, soprattutto per gli ultimi decenni, da non rendere tollerabile demandare a Giove pluvio la causa di questi disastri che ogni anno colpiscono il nostro territorio; ed altrettanto intollerabile è l’appello all’ineluttabilità degli eventi perché causati dal cambiamento climatico che ha, molto probabilmente e quasi sicuramente, un certo grado di corresponsabilità, ma non ne è certo la causa primaria. Senza per questo negare l’evidenza, lo si ribadisce, che il cambiamento è in atto e che ancora oggi, a decenni di distanza dai primi allarmi, molto poco si è fatto in termini di azioni di contrasto e soprattutto nulla si sta facendo in tema di adattamento al cambiamento consci della storia climatica del nostro pianeta e delle conseguenze che questa ha avuto sulla distribuzione di popoli e risorse. E adattamento significa anche prevenzione e, laddove possibile, previsione allo scopo di mitigare i danni di questi disastri. Il disastro emiliano-romagnolo è un ulteriore terribile test di un dissesto non soltanto territoriale, ma anche amministrativo. Sembra che a nulla siano valse le insistenze presso i governi che si sono succeduti negli anni affinché siano rafforzati i servizi tecnico-scientifici di Stato, fulcro necessario di un coordinamento delle azioni di prevenzione e di difesa del territorio. Nonostante questo la tendenza, ormai acclarata, è stata quella di delegare tutto agli enti locali senza però assisterli adeguatamente e, gravissimo ancorché endemico, quella di emarginare i servizi tecnico-scientifici di Stato e le professioni a questi associate.

Aspettando la prossima alluvione…


[1] L’articolo indica 16-17 ma i dati ARPAE (Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna) sono relativi all’intervallo 16-18.

[2] Ogni millimetro in altezza di pioggia caduta corrisponde ad un litro d’acqua per ogni metro quadro di superficie.

[3] Fonte ARPAE (Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna)

[4] Ibidem

21 giugno 2022

ENSO - El Niño Southern Oscillation


Dopo la lettura di un articolo di Nature portato alla mia attenzione in risposta ad un post dell’amico Aldo Piombino, ho voluto approfondirne un aspetto in particolare.

L’articolo in sé non dice molto se non mettere in evidenza come pare ci sia un modello che evidenzia comeil frequente verificarsi di eventi “El Niño” del Pacifico centrale ha svolto un ruolo chiave nel rallentamento del riscaldamento della Groenlandia e forse nella perdita di ghiaccio marino artico. Ma, lasciatemi un margine di dubbio, nello stesso articolo leggo anche che «Questo riscaldamento dell'Artico non uniforme può essere attribuito alla variabilità naturale, piuttosto che alla forzatura antropogenica, sebbene la maggior parte dei modelli climatici non sia in grado di simulare ragionevolmente la variabilità naturale non forzata sulla Groenlandia». Sebbene…

Mentre questo modello potrebbe essere fallace, pur con i loro limiti non lo è la media delle centinaia di profilazioni e modellazioni fatte in decenni e che, contrariamente a quanto è stato detto in queste pagine, non è vero che IPCC tenda a sovrastimare, anzi, è esattamente vero il contrario. E tornando ai modelli ricordo che la climatologia è scienza difficile, visto che i modelli che si creano, anche quelli per fare le previsioni che inondano con centinaia di fonti, telefonini e smartwatch, funzionano al contrario e senza entrare nei dettagli, facendo "previsioni sul passato".

Ma tornando a El Niño, o meglio a ENSO, «El Niño Southern Oscillation» su questo vorrei spendere più che qualche parola perché è una delle prove di quanto possa essere complesso lo studio di fenomeni climatici globali, studio in grado comunque di produrre evidenze e certezze.

Questo fenomeno è quanto di meglio si possa avere sottomano per effettuare un vero e proprio esperimento planetario ed analizzarne i risultati, proponendo modelli. Ed è, soprattutto, uno degli strumenti naturali a disposizione che possano metterci in grado di capire quanto possa essere delicato, interconnesso per vie ancora da esplorare, relazionato indipendentemente da latitudini e longitudini, il sistema climatico mondiale, e quanto sia ogni sua variazione, globale!

L'ENSO del 2010 provocò fenomeni meteorologici estremi pressoché contemporaneamente negli Stati Uniti centro-occidentali (Tennessee e Kentucky) e Pakistan. Un'origine nel Pacifico Equatoriale ed effetti così lontani.

I livelli raggiunti sia dal fiume Cumberland che dal Tennessee batterono ogni record. Ci furono ventisei vittime, per lo più a causa di inondazioni improvvise di torrenti e altri corsi d'acqua nei bacini sottostanti. Più il fiume non riusciva a contenere l'acqua che continuava a cadere dal cielo, più le sale da concerto, gli impianti sportivi, le aziende e le case di Nashville si ritrovarono coperti di acqua e fango.

Ma fu poca cosa rispetto a quel che accadde in Pakistan.

Alla fine di luglio del 2010 fu catastrofe. Due dighe, quella di Tangala e quella di Mangia, rappresentavano tutto lo stoccaggio disponibile sui principali affluenti dell'Indo. Il resto era fuori controllo. Le inondazioni imperversarono lungo tutto il bacino dell'Indo trascinando con sé migliaia di vite. I fiumi Kabul e Swat ruppero gli argini. Centinaia di persone morirono a causa delle inondazioni che seguirono. Le frane devastarono il nord-ovest del paese. In centinaia persero la vita. Un quinto del Pakistan finì sott'acqua. Il 29 luglio la situazione aveva raggiunto una gravità senza precedenti. Il 31 luglio l'ONU dichiarò quelle inondazioni le più gravi a memoria d'uomo. Nella prima parte di agosto, quando le acque si ritirarono, fu possibile valutare l'entità del disastro. Erano morte quasi 2000 persone, e in venti milioni avevano bisogno di un rifugio, di cibo e di cure, più che durante lo tsunami indiano nel 2004, i terremoti del Kashmir nel 2005 e di Haiti nel 2010 e il ciclone Nargis del 2008 messi insieme.

Dai tropici alle medie latitudini l'umidità non si sposta uniformemente. Le immagini satellitari a microonde mostrano che spesso essa viaggia come lunghi filamenti d'aria di alcune centinaia di chilometri di ampiezza, a volte intorno a sistemi meteorologici che si estendono per alcune migliaia di chilometri. Questi fiumi atmosferici sono grandi. Da cima a fondo, uno di questi corsi d'acqua nel cielo può trasportare tanta acqua quanta il Rio delle Amazzoni, o dieci volte quella del Mississippi.

Il sistema climatico sta cambiando. È probabile che possa cambiare molto al di là dell'esperienza recente, grazie all'impatto della modernità sulla chimica dell'atmosfera. L'iniezione di anidride carbonica, pardon, di diossido di carbonio (sono anziano e mi scappa di chiamarla ancora anidride carbonica) derivante dall'uso dei combustibili fossili e la trasformazione del paesaggio su una scala senza precedenti hanno entrambe avuto un impatto significativo sul bilancio energetico del pianeta.

È ancora troppo presto per comprendere appieno la portata della sfida di un clima che cambia. Occasionalmente, tuttavia, il sistema climatico propone un esperimento naturale che permette di intravedere ciò che potrebbe avere in serbo. Il 2010 fu un anno di ENSO particolarmente forte. L’ENSO è un fenomeno quasi periodico per cui le calde acque del Pacifico equatoriale ad una profondità di qualche centinaio di metri oscillano da est a ovest dal Perù all'Australia e viceversa come una gigantesca altalena, per un periodo che va dai tre ai cinque anni. Il fenomeno si manifesta maggiormente sulla superficie dell'oceano: durante lo stato freddo chiamato La Niña, le acque più fredde e profonde raggiungono la superficie nel pacifico orientale mentre le acque calde si accumulano a ovest; Durante lo stato opposto quello caldo o El Niño, si trovano di nuovo verso est. L’ENSO è uno dei segnali naturali più importanti e misurabili del sistema climatico. il caso vuole che sia anche un perfetto esperimento naturale in grado di spiegare ciò che accade quando il sistema climatico cambia nel corso di più anni.
Durante la fase fredda, La Niña stabilisce un forte gradiente di temperatura sulla superficie dell'oceano dal Perù all'Australia. Non dovrebbe sorprendere che una zona anomala di temperatura fredda a cavallo dell'equatore, nell'oceano più grande del pianeta, stimoli una reazione nell'atmosfera. Ha anche un impatto profondo sulla distribuzione dell'acqua in tutto il globo. Durante una tipica La Niña, le precipitazioni aumentano nell'Asia meridionale in alcune aree degli Stati Uniti. Quei cambiamenti, a loro volta, interagiscono con altri fenomeni meteorologici a breve termine traducendo una miriade di eventi anomali e localizzati che dappertutto mettono alla prova la resilienza delle comunità.