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06 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Seconda parte

Nella prima parte si è cercato di mettere in evidenza che per quanto per decenni si siano misurati i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio, questi valori, indiscutibilmente importanti, però non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone. Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità. Vediamo adesso come l'innovazione, grazie alla fortunata capacità degli esseri umani di inventare, è non solo inalterata ma migliorata, può fornire un po' di ottimismo alle intenzioni reali di cambiamento.

Altrettanto fortunatamente, si fa per dire, sono solo cinque le fonti principali delle emissioni di gas serra. 

Ridurre le emissioni alla fonte grazie all’innovazione

Qui una versione più dettagliata

Elettricità
La produzione di energia elettrica è la seconda fonte di emissioni (28%), ma è probabilmente la più importante: per decarbonizzare gli altri settori, andranno elettrificate molte attività che attualmente utilizzano combustibili fossili. Abbiamo bisogno di maggiore innovazione nelle energie rinnovabili, nella trasmissione e in altri modi di generare e immagazzinare energia elettrica e sappiamo bene che un altoforno di un’acciaieria non lo alimenti con l’eolico. Abbiamo già visto come studi mirati e seri abbiano ampiamente dimostrato che persino un paese come l’Italia, privo delle risorse territoriali necessarie al proprio fabbisogno, e strettamente legato a forniture da parte di terzi, può aspirare a rendersi indipendente decarbonizzando. Sarò un sognatore ma personalmente, a titolo di esempio, spero moltissimo su quanto promette la geotermia profonda con le tecnologie rivoluzionarie proposte da QuaiseEnergy, su cui ho scritto molto un anno fa. E, ovviamente, l’energia nucleare da fusione è quella che potrebbe azzerare il sovrapprezzo senza togliere valore a quelle da fissione di nuova generazione; peccato che il nucleare sia malvisto e osteggiato dalla maggioranza delle persone soprattutto a causa di pregiudizi infondati.

Industria
La produzione industriale (30%) deve innanzi tutto partire da questo assunto: che piani ci sono per la produzione di cemento e acciaio? Sono fondamentali per la vita moderna e sono difficili da decarbonizzare su scala globale perché è molto economico produrli con i combustibili fossili. L'acciaio a emissioni zero esiste già oggi. Viene prodotto utilizzando energia elettrica: quindi, se si riesce a ottenere energia pulita a un prezzo sufficientemente basso, si ottiene un acciaio pulito più economico di quello convenzionale. Ma questa tecnologia deve ancora diffondersi sui mercati e le aziende che producono acciaio pulito devono espandere la propria capacità produttiva. Anche il cemento pulito deve affrontare ostacoli simili. Diverse aziende hanno trovato il modo di produrlo senza sovrapprezzo, ma ci vogliono anni per affermarsi sul mercato globale e aumentare la capacità produttiva.

Una delle più grandi sorprese energetiche dell'ultimo decennio è la scoperta di fonti geologiche di idrogeno (idrogeno geologico, o bianco): anche se in teoria potrebbe essere utilizzata soltanto una frazione molto piccola di quanto presente Terra, ad esempio, 105 Mt, questa fornirebbe quanto necessario previsto per raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero per circa 200 anni!

In futuro, l'idrogeno sarà ampiamente utilizzato per produrre combustibili puliti e contribuirà alla produzione di acciaio e cemento puliti. Oggi è piuttosto costoso produrlo da combustibili fossili o per elettrolisi, ma l'idrogeno geologico è generato dalla Terra stessa. Le aziende hanno già dimostrato di poterlo trovare nel sottosuolo; ora la sfida è estrarlo in modo efficiente. Sono stati fatti anche molti progressi nella produzione di idrogeno tramite l'elettricità, a un costo molto più basso rispetto alla tecnologia attuale.

Non ultimo le aziende stanno iniziando a sviluppare metodi per catturare il carbonio dagli impianti che attualmente lo emettono, come cementifici e acciaierie, oppure per rimuoverlo direttamente dall'aria e immagazzinarlo in modo permanente. Se il carbonio catturato diventasse sufficientemente economico, potremmo persino utilizzarlo per produrre prodotti come il carburante sostenibile per l'aviazione. Finora però la questione è ancora molto aperta.

Agricoltura
Gran parte delle emissioni (19%) provenienti dall'agricoltura provengono da due sole fonti: la produzione e l'uso di fertilizzanti e il pascolo del bestiame che rilascia metano. Gli agricoltori possono già acquistare un sostituto del fertilizzante sintetico prodotto senza emissioni, e un altro che trasforma il metano presente nel letame in fertilizzante organico. Entrambi sono risultati complessivamente più economici del tradizionale. Ora la sfida è produrli in grandi quantità e convincere gli agricoltori a utilizzarli. Gli additivi per mangimi che impediscono al bestiame di produrre metano sono quasi sufficientemente economici da essere convenienti per gli allevatori, e un vaccino che produce lo stesso effetto ha dimostrato di funzionare ed è da poco entrato nella fase di sviluppo avanzata.

Un'altra fonte di metano deriva dalla coltivazione del riso, uno degli alimenti base più importanti al mondo ma anche qui, molte aziende stanno sviluppando soluzioni in grado di aiutare i coltivatori di riso di tutto il mondo ad adottare nuovi metodi che riducano le emissioni di metano e aumentino la resa dei raccolti.

Un aspetto complesso del problema è che parte dell'azoto presente nei fertilizzanti si diffonde nell'atmosfera sotto forma di protossido di azoto, un potente gas serra, difficile da catturare a causa della sua bassissima concentrazione.

Trasporti
Quasi un'auto su quattro venduta nel 2024 era elettrica e oltre il 10% di tutti i veicoli nel mondo è elettrico. Certo la loro praticità è ancora fortemente discutibile, presentando ancora molti svantaggi, costi elevati a meno che non intervengano gli stati con cospicui incentivi, scarsa autonomia, lunghi tempi di ricarica e scarsità di stazioni di ricarica pubbliche, impedendo loro di essere pratiche quanto le auto a benzina. Inoltre, automobili private e trasporto su gomma sono solo una parte di questo settore (16%), che comprende anche attività difficili da decarbonizzare come il trasporto marittimo e l'aviazione, settore quest’ultimo estremamente critico in termini di decarbonizzazione.

Edifici 
Oggi, il riscaldamento e il raffreddamento degli edifici rappresentano la quota più piccola (7%) delle emissioni globali, ma sono destinati a crescere vertiginosamente con l’incremento demografico, l'urbanizzazione e la crescente necessità di aria condizionata. Qualche soluzione c’è ma risultano essere ancora piuttosto costose rispetto a quelle tradizionali.

Un nuovo percorso d’azione

La temperatura globale non ci dice nulla sulla qualità della vita delle persone si è affermato in apertura. Se la siccità distrugge i raccolti, possiamo ancora permetterci il cibo? Nel caso di un’ondata di caldo estremo, possiamo usufruire di strutture pubbliche climatizzate, proprio come un palasport può ospitare le vittime di un alluvione o di un terremoto? Quando un'alluvione provoca un'epidemia, le strutture sanitare locali sono in grado di assistere tutti i malati?

La qualità della vita può sembrare un concetto vago, ma non lo è. Uno strumento utile per misurarla è lo Human Development Index - HDI delle Nazioni Unite, che fornisce un'istantanea della situazione delle persone in un determinato paese, con una scala da 0 a 1, dove numeri più alti indicano risultati migliori. Se si esamina un elenco dei punteggi HDI dei paesi del mondo, le disparità saltano all'occhio. A titolo di esempio Svizzera, Norvegia e Germania sono in testa, con indici prossimi a 1, Sud Sudan o Niger, in coda, con valori intorno a 0,33. I 30 paesi con i valori HDI più bassi ospitano una persona su otto sul pianeta, ma producono solo circa un terzo dell'1% del PIL globale. Hanno i tassi di povertà più elevati e, tragicamente, i peggiori risultati sanitari. Un bambino nato in Sud Sudan ha 40 volte più probabilità di morire prima del quinto compleanno rispetto a uno nato in Svezia.

Eppure anche da valori disarmanti come questi dal grafico complessivo emerge evidente, dal 1990, anno in cui si è iniziato a tener traccia dell’HDI, una tendenza al miglioramento complessivo. E anche solo pochi punti percentuali in più per molti paesi fanno una differenza enorme.

Questa disuguaglianza è la ragione principale, quasi unica, per cui le nostre strategie climatiche devono dare priorità al benessere umano. Per quanto possa sembrare ovvio che chiunque sia interessato al miglioramento della vita, al tempo stesso mette in secondo piano il benessere umano rispetto alla riduzione delle emissioni, con conseguenze negative. Per quanto possa sembrare anomalo sono la salute e la prosperità le migliori armi di difesa di fronte al cambiamento climatico, che non è la minaccia più grande per la vita e per la sussistenza delle persone nei paesi poveri, e non lo sarà in futuro. 

Uno studio del Climate Impact Lab dell’università di Chicago, qualche anno fa ha dimostrato che il numero di decessi stimato causati dal cambiamento climatico diminuisce di oltre il 50 percento se si tiene conto della crescita economica prevista nei paesi a basso reddito da qui alla fine del secolo.

Questa scoperta suggerisce una via da seguire. Poiché la crescita economica prevista per i paesi poveri dimezzerà i decessi dovuti al clima, ne consegue che una crescita più rapida e più ampia ridurrà i decessi ancora di più. E la crescita economica è strettamente legata alla salute pubblica. Quindi, più velocemente le persone diventano prospere e sane, più vite possiamo salvare.

Se si considera il problema in questo modo, diventa più facile trovare le soluzioni migliori nell'adattamento climatico: sono gli ambiti in cui la finanza può fare di più per combattere la povertà e migliorare la salute.

In cima alla lista ci sono i miglioramenti in agricoltura.

La maggior parte dei paesi poveri è ancora basata su un'economia prevalentemente agricola. Il piccolo agricoltore medio in questi paesi possiede da uno a due ettari scarsi di terreno e guadagna circa 2 dollari al giorno, ricavando relativamente poco dai suoi campi, circa l'80% in meno per ettaro rispetto a un agricoltore europeo. Una singola siccità o un'alluvione possono annientarlo per un'intera stagione.

Anche se un’auspicabile riduzione delle emissioni porterà a perdite meno devastanti, gli agricoltori di oggi non possono aspettare che il clima si stabilizzi: devono aumentare i loro redditi e sfamare le loro famiglie ora.

Anche qui, innovazione e nuove tecnologie stanno già facendo la differenza. Tanto per fare un esempio ormai alla portata di tutti, i telefoni cellulari sono utilizzati per ricevere consigli o avvisi sulle condizioni meteorologiche: in India durante lo scorso monsone estivo circa 40 milioni di agricoltori sono stati avvisati via SMS dell’andamento imprevisto delle piogge, salvando milioni di ettari di raccolti. Altrettanto si può dire sul miglioramento delle colture con lo sviluppo di varietà più produttive e resistenti o la selezione di razze animali più adatte a condizioni più difficili. E la nuova classe di fertilizzanti naturali a zero emissioni è stata adattata alle condizioni dei paesi a basso reddito. Sempre in India si è scoperto che l’utilizzo di biofertilizzanti da parte di piccoli coltivatori ha fatto aumentare la resa dei loro raccolti fino 20%.   

Salute
Miglioramenti come questi devono andare di pari passo con il miglioramento della salute.

Il caldo eccessivo causa ormai circa 500.000 morti ogni anno. Nonostante l'impressione che si possa avere leggendo i notiziari, però, il numero è in calo da tempo, soprattutto perché più persone possono permettersi l'aria condizionata. E, sorprendentemente, il freddo eccessivo è molto più letale, uccidendo quasi dieci volte più persone ogni anno rispetto al caldo. Per quanto riguarda ciò che accadrà in futuro, i decessi dovuti al caldo aumenteranno e quelli dovuti al freddo diminuiranno. Le migliori stime attuali suggeriscono che l'effetto netto sarà un aumento globale della mortalità correlata alla temperatura, e che la maggior parte dell'aumento si verificherà nei paesi in via di sviluppo.  

La situazione finora è simile per quanto riguarda i disastri naturali. Nel secolo scorso, i decessi diretti dovuti a disastri naturali, come l'annegamento durante un'alluvione, sono diminuiti del 90%, attestandosi tra le 40.000 e le 50.000 persone all'anno, grazie soprattutto a sistemi di allerta più efficienti e a edifici più resistenti.

Ma i decessi indiretti dovuti a calamità naturali non hanno seguito lo stesso schema di declino. Nella maggior parte dei casi, oggi, le persone colpite da tempeste e inondazioni hanno maggiori probabilità di morire per malattie trasmesse dall'acqua che per annegamento. Quando le acque alluvionali contaminano l'acqua potabile, creano terreni di coltura ideali virus e batteri patogeni, particolarmente letali per i bambini. Più inondazioni equivalgono a più decessi.

Ma i patogeni non aspettano tempeste o inondazioni per infettare le persone, spesso sono endemici. Le malattie diarroiche, ad esempio, uccidono più di un milione di persone all'anno e la stragrande maggioranza delle infezioni non si verifica sotto forma di episodi pandemici più o meno grandi. In un paese a basso reddito sono parte della vita. E, purtroppo, non sono l'unica minaccia per la salute.

Se si considerano le altre principali cause di morte nei paesi poveri (malaria, tubercolosi, HIV/AIDS, infezioni respiratorie e complicazioni del parto), i problemi di salute legati alla povertà uccidono circa 8 milioni di persone all'anno. È paradossale ma quest’anno, per la prima volta, a livello globale si sono registrati più bambini obesi che malnutriti (intesi come sottopeso). Un rapporto dell'UNICEF del settembre 2025 certifica che l'obesità ha superato il sottopeso come forma più comune di malnutrizione, colpendo circa 188 milioni di bambini e adolescenti. La cosa assume un aspetto ancora più drammatico perché questi bambini vivono in maggioranza in paesi che complessivamente rappresentano una piccola parte rispetto al resto del mondo.

Ancora più grave, infine, se si considerano i problemi di salute che non uccidono le persone, ma le rendono troppo malate per lavorare, andare a scuola o prendersi cura dei propri figli. Se una donna incinta è già malnutrita e poi si ritrova senza cibo a causa di un'alluvione, ha ancora più probabilità di partorire prematuramente e il suo bambino ha maggiori probabilità di iniziare la vita sottopeso. Ma se è ben nutrita fin dall'inizio, lei e il suo bambino hanno molte più probabilità di rimanere sani.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i decessi legati alle alte temperature perché le malattie sono un problema più grande. Ma dovremmo affrontare le malattie e gli eventi meteorologici estremi in proporzione alla sofferenza che causano, e dovremmo intervenire sulle condizioni di base che rendono le persone vulnerabili. Se da un lato dobbiamo limitare il numero di giornate estremamente calde o fredde, dall'altro dobbiamo anche fare in modo che meno persone vivano in povertà e in cattive condizioni di salute, in modo che gli eventi meteorologici estremi non rappresentino una minaccia così grave per loro.

I benefici del miglioramento della salute e dell'agricoltura vanno oltre la resilienza climatica. Ad esempio, con l'aumento dei tassi di sopravvivenza infantile, si verifica qualcosa di inaspettato: le persone scelgono di avere famiglie più piccole, spesso contrastando un’atavica propensione culturale ad avere famiglie numerose. E con il calo demografico i governi dei paesi poveri possono investire di più in scuole e ospedali, infrastrutture di trasporto e commercio, sistemi igienico-sanitari e reti elettriche. Questi fattori, a loro volta, facilitano il miglioramento della salute e l'aumento del reddito. Si tratta di un circolo virtuoso straordinario, innescato da una migliore salute e da un'agricoltura più equilibrata.

Il successo va dunque misurato innanzi tutto in base al nostro impatto sul benessere umano più che in base al nostro impatto sulla temperatura globale, e questo successo si basa sulla capacità di porre l'energia, la salute e l'agricoltura al centro delle nostre strategie.

Lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento. Altro che quella montagna di fesserie della decrescita felice!

La speranza, e le premesse viste con le dichiarazioni della presidenza brasiliana, è che sotto la guida del Brasile, l'adattamento e lo sviluppo umano riceveranno finalmente maggiore attenzione alla COP30 che a quanto visto in qualsiasi altra COP.

Ogni sforzo nell'agenda climatica mondiale va misurato in base alla sua capacità di salvare e migliorare vite umane.

Con il quadro del sovrapprezzo climatico ben chiaro, il Green Premium, oltre agli impegni paese per paese, ogni COP dovrebbe prevedere discussioni e impegni di alto livello basati sui cinque settori esaminati prima. Le politiche e le innovazioni in ciascun settore devono ottenere maggiore visibilità. I ​​rappresentanti di ciascuno dei cinque settori dovrebbero riferire sui progressi verso innovazioni a zero emissioni di carbonio, accessibili e pratiche, utilizzando il Green Premium come parametro di riferimento.

Alcuni settori hanno tuttora dei sovrapprezzi molto costosi, se non proibitivi. Saranno quelli su cui si dovrà agire di più.

01 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Prima parte

Introduzione

La prossima settimana, come anticipato nel mio post precedente, i leader mondiali si riuniranno in Brasile per la COP30, il vertice annuale delle Nazioni Unite sul clima. Un'opportunità per riformulare il modo in cui pensiamo al cambiamento climatico, visto il modo in cui è stato fatto finora, in maniera complessivamente poco efficace.

Per decenni, il mondo ha misurato i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio. Sono numeri importanti, ma non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone.

È facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, la parte difficile è ricordare che quel cambiamento climatico non è la causa, ma è sempre l'effetto. Le cause sono i nostri sistemi energetici, alimentari e produttivi, e principalmente le fonti fossili di energia. Una qualità della vita che ha penalizzato la maggior parte del mondo.

Le famiglie sono in grado di coltivare abbastanza cibo? Le comunità sono sane? Tutti hanno accesso a un'energia affidabile?

Ed ecco che già a partire da un’immagine come la precedente questa resta soltanto un concetto, un processo teorico, non un’azione.

L’obiettivo finale è quello di migliorare il benessere umano e assicurarci che le persone di tutto il mondo possano vivere una vita sana e produttiva in un pianeta che si sta riscaldando. Ciò significa investire in soluzioni che migliorino la vita di oggi e riducano le emissioni di domani: energia pulita a prezzi accessibili, colture resilienti e sistemi sanitari più forti. Significa anche ripensare al modo in cui consumiamo le risorse, di per sé limitate, indirizzandole verso obiettivi di efficienza economica e allontanandole da quelle che non lo fanno.

Anticipando le conclusioni lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento.

Non mi stancherò mai di ripetere che il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità, come ho già evidenziato un anno fa in occasione della COP29. Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

Insostenibile è il fatto che l’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità.

Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole del Papa: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi».

Sarebbe ora di istituire una sorta di patrimoniale climatica!

C’è spazio per l’ottimismo?

«L’ottimismo è il sale della vita» era il tormentone di un vecchio spot pubblicitario. Vediamo se riesco stavolta ad essere ottimista analizzando la cosa da un altro punto di vista, nonostante non lo sia stato diverse volte su queste pagine, e soprattutto proprio nel post dedicato a COP30.

Più volte ho messo in evidenza come quello del cambiamento climatico sia un problema strettamente legato ad una visione d’insieme globale, planetaria, e fatto soprattutto di aspetti legati al sociale e all’economia: una vera e propria sfida strategica da gestire. Gestione della crisi e nuove tecnologie dovranno procedere di pari passo, integrate, esattamente sulla linea di mitigazione adattamento di cui ho recentemente trattato.

Il cambiamento climatico è una questione seria, ma abbiamo fatto grandi progressi. Occorre continuare a sostenere le innovazioni che aiuteranno il mondo a raggiungere zero emissioni. La mitigazione.

  • Al tempo stesso vanno mantenuti e potenziati, non tagliati, come più spesso accade, i finanziamenti per la salute e lo sviluppo, i programmi che aiutano le persone a reagire fronte al cambiamento climatico. L’adattamento.
  • È tempo di mettere il benessere umano al centro delle nostre strategie climatiche, includendo l’azzeramento del sovrapprezzo da pagare e il miglioramento dell'agricoltura e della salute nei paesi poveri. La coscienza.

Nonostante vada diffondendosi, la visione apocalittica e catastrofica è sbagliata, fortunatamente per tutti noi. Sebbene il cambiamento climatico avrà gravi conseguenze, in particolare per le popolazioni dei paesi più poveri, non porterà alla fine dell'umanità. Le persone potranno vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro. Le proiezioni sulle emissioni sono diminuite e, con le giuste politiche e investimenti, l'innovazione ci consentirà di ridurle ulteriormente. Ma occorre agire, e in fretta, come ho recentemente sottolineato nel post dedicato alla COP30, rispondendo con esempi concreti sia a coloro i quali affermano che nulla servirà a cambiare le cose, sia a quelli che confidano in una sorta di manzoniana provvidenza: non c’è differenza tra loro perché non portano soluzioni utili. L’unica cosa che occorre fare è rimboccarsi le maniche e agire, evitare l’inazione.

Sia chiaro: il cambiamento climatico è un problema fondamentale. Deve essere risolto, alla stessa stregua di problemi come la malaria e la malnutrizione. Ogni decimo di grado di riscaldamento che impediamo è un successo, perché implica una stabilità climatica che rende più facile migliorare la vita delle persone.

Purtroppo le prospettive apocalittiche stanno inducendo gran parte della comunità climatica a concentrarsi troppo sugli obiettivi di emissione a breve termine, distogliendo risorse dalle azioni più efficaci da intraprendere per migliorare la vita in un mondo che si sta riscaldando.

Non è troppo tardi per adottare una visione diversa e adattare le nostre strategie per affrontare il cambiamento climatico. Il vertice globale sul clima in Brasile è un ottimo punto di partenza, soprattutto perché la leadership brasiliana del vertice sembra stia mettendo l'adattamento climatico e lo sviluppo umano in cima all'agenda. Notevole ad esempio la notizia che Secondo l'Osservatorio sul clima brasiliano, una rete di ONG ambientaliste, le emissioni lorde del Paese più grande dell'America Latina sono diminuite del 16,7% su base annua.

È un'opportunità per tornare a concentrarci su un parametro che dovrebbe contare ancora di più delle emissioni e del cambiamento climatico: migliorare la vita. Il nostro obiettivo principale dovrebbe essere quello di prevenire la sofferenza, in particolare per coloro che vivono nelle condizioni più difficili, nei paesi più poveri del mondo.

Il cambiamento climatico colpirà i poveri più di chiunque altro, che sono paradossalmente quelli che contribuiscono minimamente o per niente al cambiamento, e per la stragrande maggioranza di loro non sarà l'unica minaccia, né la più grande, per la loro vita e il loro benessere. I problemi più grandi sono la povertà e le malattie, proprio come lo sono sempre stati. Comprendere questo ci permetterà di concentrare le nostre limitate risorse su interventi che avranno il maggiore impatto sulle persone più vulnerabili.

La COP30 si svolge in un momento in cui è particolarmente importante ottenere il massimo valore da ogni centesimo speso per aiutare i più poveri. La riserva di denaro disponibile per aiutarli – che già al suo livello più alto rappresentava meno dell'1% dei bilanci dei paesi ricchi e che il più delle volte è rimasta solo una promessa non onorata – si sta riducendo sotto la scure dei tagli che i paesi ricchi effettuano a fronte del contemporaneo aumento del debito da parte dei paesi poveri. Sappiamo con certezza che nemmeno gli sforzi fatti per la fornitura di vaccini salvavita per tutti i bambini del mondo non vengono completamente finanziati. Il fondo per l’acquisto dei vaccini Gavi avrà il 25% di fondi in meno per i prossimi cinque anni rispetto ai cinque anni trascorsi. Possiamo immaginare che valore possa essere attribuito a fondi che serviranno per migliorare un tempo futuro o uno spazio che nessuno vede o tocca con mano, quello legato alle condizioni dovute al cambiamento climatico: il valore del futuro di cui ho scritto. Eppure è proprio da esempi come quello dei vaccini che viene l’insegnamento migliore: sono i campioni indiscussi di vite salvate per ogni dollaro speso; vaccini che diventano ancora più importanti in un mondo che si riscalda, perché i bambini che non muoiono di morbillo o pertosse avranno maggiori probabilità di sopravvivere quando un'ondata di calore colpirà o una siccità minaccerà le riserve alimentari locali.

A fronte di fondi destinati al clima a questo punto ci si deve chiedere: vengono spesi per le azioni giuste? Probabilmente no.

Sembra che, nella confusione operativa e fortemente rallentata da un eccesso di burocrazia, nel labirinto di leggi e sovranità nazionali indipendenti, nella mancanza di azione globale, il mondo si comporti come se ogni sforzo per combattere il cambiamento climatico fosse valido quanto qualsiasi altro. Uno vale uno anche qui: e non è vero! Di conseguenza, progetti meno efficaci distolgono fondi e attenzione da iniziative che avrebbero un impatto maggiore sulla condizione umana, quali ad esempio rendere accessibile l'eliminazione di tutte le emissioni di gas serra e ridurre la povertà estrema attraverso miglioramenti in agricoltura e salute.

Cambiamento climatico, malattie e povertà sono tutti problemi gravi. Ma andrebbero affrontati in proporzione alla sofferenza che causano. E dovremmo utilizzare i dati per massimizzare l'impatto di ogni nostra azione.

L’innovazione ci salverà?

Nella ipotesi peggiore, adottando solo misure moderate per frenare il cambiamento climatico, l'opinione oggi più diffusa è che entro il 2100 la temperatura media della Terra sarà probabilmente tra 2 e 3 °C più alta rispetto all’era preindustriale.

Ben al di sopra dell'obiettivo di 1,5 °C che i paesi si erano impegnati a raggiungere alla COP di Parigi nel 2015. Di fatto, da qui al 2040, in un attimo pari a 15 anni soltanto, saremo ben lontani dagli obiettivi climatici mondiali. Perché?

Ovvio, la domanda mondiale di energia è in aumento, e sarà più che doppia dell’attuale entro il 2050. Soprattutto da parte dei paesi definiti, con termini abusatissimi, in via di sviluppo, e che ci pongono la domanda: ma come, voi paesi ricchi avete finora sfruttato fonti energetiche economiche infischiandovene dell’ambiente e adesso non possiamo farlo noi?

Comunque stiano le cose dal punto di vista del miglioramento della vita, un maggiore consumo di energia è positivo, perché è strettamente correlato alla crescita economica: insomma, più energia pro-capite si consuma maggiore sono benessere e prosperità.

Purtroppo, in questo caso, ciò che è positivo per la prosperità è negativo per l'ambiente. Sebbene le cosiddette energie rinnovabili siano diventate più economiche e migliori, non disponiamo ancora di tutti gli strumenti necessari per soddisfare la crescente domanda di energia senza aumentare le emissioni di carbonio e, amara considerazione, la stragrande maggioranza delle nuove fonti alternative attivate sono servite a coprire ulteriori richieste d’energia, non a sostituire quanto prodotto col fossile.

Ma, concentrandoci sull’innovazione, avremo gli strumenti. Con gli investimenti e le politiche giuste, nei prossimi dieci anni saranno disponibili nuove tecnologie a zero emissioni di carbonio, accessibili e pronte per essere implementate su larga scala. Se a ciò si aggiunge l'impatto dei miglioramenti di quanto già abbiamo, entro la metà di questo secolo le emissioni saranno inferiori, e il divario tra paesi poveri e paesi ricchi sarà notevolmente ridotto, nonostante l’atteso incremento demografico. Tutti i paesi potranno costruire edifici con cemento e acciaio a basse emissioni di carbonio, quasi tutte le nuove auto saranno elettriche o alimentate a idrogeno o biocarburanti, le aziende agricole saranno più produttive e meno impattanti in termini ambientali, utilizzando fertilizzanti prodotti senza generare emissioni; non ultimo, le reti elettriche saranno in grado di fornire elettricità da fonti rinnovabili in modo affidabile e con reti di distribuzione più efficienti, riducendo i costi energetici.

Un bel sogno? Forse, o forse no.

Nonostante queste innovazioni, però, le emissioni cumulative e l’ineluttabile inerzia termica del pianeta causeranno un riscaldamento globale, anche se smettessimo oggi – e non lo stiamo facendo - di immettere in atmosfera gas serra, e molte persone ne saranno colpite. Assisteremo ad una sorta di incremento della latitudine: la Sicilia, ad esempio, somiglierà al nord Africa e la Pianura Padana alla Sicilia. Le migrazioni climatiche saranno estremamente diffuse, ma la maggior parte delle popolazioni equatoriali non potrà trasferirsi subendo quindi più ondate di calore, eventi atmosferici più intensi e incendi più estesi. Alcuni lavori all'aperto dovranno essere sospesi durante le ore più calde della giornata (persino da noi la scorsa estate numerose regioni hanno emesso ordinanze in tal senso) e i governi dovranno investire da un lato in migliori sistemi di allerta precoce per il caldo estremo e gli eventi meteorologici e dall’altro in strutture in grado di offrire pubblico refrigerio.

Ma allora da dove viene l’ottimismo di poco fa?

Da grafici come il seguente.

Una decina d’anni fa, l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) prevedeva che entro il 2040 il mondo avrebbe emesso 50 Gton di biossido di carbonio l’anno. Ora, appena un decennio dopo, la previsione di questa autorevole fonte è scesa a 30 Gton (qui la situazione storica) e si ritiene che le emissioni nel 2050 potrebbero essere ancora più basse.

Se negli ultimi 10 anni abbiamo ridotto le emissioni previste di oltre il 40 percento lo dobbiamo all’innovazione, al progresso tecnologico.

Abbiamo sempre pagato per l’energia, per averne, ma fino a non molto tempo fa non pagavamo per le conseguenze del rilascio del CO2 in atmosfera; e non pagare non è un’opzione. Se non lo facciamo adesso lo faranno le generazioni future, a caro prezzo. E la domanda è: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il Green Premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti.

A quanto pare, si è iniziato a farlo seriamente più o meno a partire dal 2010. La differenza di costo tra metodi puliti e metodi inquinanti, non solo per produrre l’energia ma per fare qualsiasi cosa, ha raggiunto lo zero o è diventato negativo per l'energia solare, eolica, l'accumulo di energia e i veicoli elettrici: nel complesso, sono altrettanto economici, se non addirittura più economici, delle loro controparti basate sui combustibili fossili.

Naturalmente, per raggiungere l'obiettivo zero emissions abbiamo bisogno di ulteriori innovazioni e ciò diventerà ancora più importante se nuove prove dimostreranno che il cambiamento climatico sarà molto più grave di quanto previsto dall'attuale generazione di modelli climatici, perché dovremo ridurre più rapidamente il sovrapprezzo e accelerare la transizione verso un'economia a zero emissioni.

Fortunatamente, la capacità degli esseri umani di inventare è non solo inalterata ma migliorata.

Non finisce qui, ecco la seconda parte.

27 febbraio 2025

Terre (non così) rare

 

In questi giorni, a causa delle recenti prese di posizione da parte della neo(ri)eletta amministrazione Trump, si sente spesso parlare delle cosiddette «terre rare». Trump ha dichiarato, senza mezzi termini, che vuole indietro i soldi degli aiuti all’Ucraina e li vuole (anche) sottoforma di diritto di accesso e sfruttamento, riguardante numerose risorse minerarie di quel martoriato paese.

Le terre rare, così come il litio (che come vedremo non è, chimicamente, una terra rara), sono elementi industriali fondamentali del XXI secolo. La loro rilevanza è tale da influenzare gli assetti geopolitici globali e, di conseguenza, avere un impatto sulle nostre vite quotidiane.

Riassumiamo cosa sono le terre rare, dove si estraggono, perché sono così importanti e soprattutto perché la Cina, da questo punto di vista, è così potente.


Terre rare: tipologia e diffusione
Le terre rare, spesso indicate con l'acronimo REE, Rare Earth Elements, corrispondono ad un gruppo di 17 elementi chimici che troviamo nella tavola periodica: ittrio, scandio, e i 15 elementi appartenenti ai lantanoidi (o lantanidi, come si diceva un tempo), in ordine di numero atomico: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio. Nomi difficilissimi da ricordare in vista di un’interrogazione di chimica!

Nell’immagine precedente, la “Tavola periodica degli elementi” ho evidenziato anche il litio, ma occorre fare subito una distinzione. Il nome del gruppo dei 17 elementi chimici citati in precedenza, le “terre rare” appunto, è il nome che fu dato loro al momento della classificazione. Il litio è un elemento chimico che invece appartiene al gruppo degli “alcalini” nella tavola periodica, non al gruppo delle terre rare. Le terre rare come abbiamo visto comprendono gli elementi del gruppo dei lantanoidi, oltre a scandio e ittrio, che hanno proprietà chimiche simili. Il litio, invece, oltre che in ambito farmaceutico, è noto per le sue applicazioni come quelle delle batterie agli ioni di litio, utilizzate in una vasta gamma di dispositivi elettronici, veicoli elettrici e sistemi di stoccaggio di energia. Nonostante, quindi, il litio condivida l'importanza strategica e alcune sfide di approvvigionamento con le terre rare, dal punto di vista chimico e classificativo appartiene a un gruppo differente di elementi. E ancora precisiamo: il nome del gruppo “terre rare” venne assegnato a questi speciali elementi chimici presenti in alcuni minerali non per la loro scarsa presenza sul pianeta, ma per via della loro difficile identificazione, oltre che per la complessità del processo di estrazione del singolo elemento dal minerale che lo incorpora.

Nel 1803 erano note solo due terre rare, l'ittrio e il cerio, e ci vollero altri 30 anni ai ricercatori per determinare gli altri elementi contenuti in un solo tipo di minerale scoperto in Svezia nel 1798, in quanto la loro separazione era molto difficile a causa delle proprietà chimiche molto simili. Dopo tutto la radice etimologica, lanthanein, significa «star nascosto». In altri termini le terre rare…non sono poi così rare, spesso molto meno rare di quanto possa esserlo l’oro di un filone aurifero[1], ma solo difficilissime da individuare con la loro estrazione che in genere è complicata e costosa. I processi di estrazione, inoltre, utilizzano sostanze particolarmente dannose per l’ambiente e si producono rifiuti altamente tossici.

Lo USGS, il servizio geologico nazionale USA, ha stimato che ci siano tra 120 e 150 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, sufficienti per tre o quattro secoli. Il cerio è più comune del rame, mentre neodimio, lantanio, ittrio e scandio sono più abbondanti del piombo. Si ribadisce l’aspetto tipico della loro presenza: esistono giacimenti ricchissimi di terre rare ma sono molto dispersi, trovandosi per lo più in Cina, leader per quantità e tipologia, Russia, Stati Uniti, Australia, Brasile, India, Malesia, Tailandia, Vietnam, Canada e Sudafrica. Come si vede dalla mappa seguente il 37 percento circa è in Cina, Brasile e Vietnam hanno entrambi circa il 18 percento, la Russia il 15 e gli altri paesi si dividono il restante 12 percento.

Elementi chiave
Ma il punto principale è questo: elementi sconosciuti fino ad un centinaio di anni fa, oggi, invece, sono la chiave per le tecnologie più avanzate. Si è calcolato che il peso della transizione energetica, a cui si associano quelle digitale e culturale, ammonta ad appena 17 grammi: la quantità di terre rare consumata ogni anno da ciascun abitante del pianeta (che però in totale fa circa 136.000 tonnellate l’anno). Dai magneti delle pale eoliche ai motori elettrici delle automobili, passando per alcune componenti di smartphone e computer, il nostro presente e futuro dipendono da piccole ma essenziali frazioni di elementi chimici noti come metalli rari. Tra questi, i 17 membri che costituiscono la famiglia, caratterizzata da notevoli proprietà elettromagnetiche, ottiche, catalitiche e chimiche.

Dipendiamo da frazioni infinitesimali, una dipendenza a rischio innanzi tutto per  la loro difficoltà di estrazione, dispersi in percentuali minori, in mezzo alle altre rocce, presenti sul pianeta in maniera ampia, ma non in maniera omogenea. Ci sono luoghi in cui è possibile trovarne di più ed estrarli più facilmente e a più basso costo. E il controllo di tali risorse minerarie strategiche – e di altri elementi più o meno rari come il cobalto delle batterie ricaricabili o il tellurio delle celle fotovoltaiche – sta riscrivendo gli equilibri economici e geopolitici del pianeta.

Una delle peculiarità che rende questi elementi preziosi nell'industria di oggi è la loro capacità di esercitare un magnetismo resistente anche alle alte temperature. Indispensabili nei prodotti tecnologici di nuova generazione, sono componenti necessari per centinaia di prodotti, in particolare quelli di consumo high-tech, smartphone, tablet, personal computer, hard disk, batterie ricaricabili, veicoli elettrici e ibridi, monitor, luci a led, televisori a schermo piatto, e l’elenco potrebbe continuare.

Impiego
Già migliaia di anni fa la maggiore o minore presenza sul territorio del rame, molto più raro, rispetto a quella del ferro, insieme alla mutata distribuzione delle popolazioni, determinarono il passaggio da un'età storica alla successiva. Allo stesso modo così come il carbone ha permesso al Regno Unito di dominare il XIX secolo, e il petrolio ha sancito l’egemonia statunitense o dei paesi arabi in quello successivo, i colossali giacimenti di metalli rari di cui dispone ad esempio la Cina, la pongono in una posizione di forza nella corsa alle energie rinnovabili. E l’Ucraina in Europa, paese che più che i lantanoidi, o lantanidi che dir si voglia, abbonda in altri elementi di difficile reperimento, potrebbe avere un ruolo analogo, più o meno per gli stessi motivi.

In quest'ultima nazione ci sono metalli comunemente noti come il litio e il cobalto, ma anche materiali meno conosciuti come il gallio e il bismuto, e altri come la grafite naturale e il carbone metallurgico, utilizzato nella produzione dell'acciaio (elenco seguito anche dall'Italia). Altri paesi, come gli Stati Uniti, dividono la lista in due sottogruppi: i cosiddetti "18 elettrici", fondamentali per produrre, trasmettere e conservare energia elettrica ed altri 50 minerali critici.

I materiali elencati hanno svariati usi. Molti sono cruciali per la transizione energetica poiché impiegati nelle batterie, nei motori elettrici e negli impianti di energia rinnovabile. Tra questi ci sono il litio per le batterie, il neodimio per i magneti nei motori eolici e il silicio per i pannelli solari. Altri come gallio e germanio sono usati come semiconduttori nei chip avanzati, necessari per i sistemi di intelligenza artificiale.

Tuttavia, l'importanza strategica di questi elementi raggiunge probabilmente l'apice nel settore militare: elementi quali l'olmio e il neodimio sono fondamentali per la produzione della maggior parte delle armi più sofisticate e dei sistemi balistici delle forze armate di tutto il mondo. Il loro utilizzo in settori così importanti ne ha incrementato esponenzialmente la, di pari passo solo alla domanda dei metalli preziosi. La loro presenza in un dispositivo elettronico è insignificante in termini di volume o peso, ma è fondamentale: senza quella piccolissima quantità non funzionerebbe o avrebbe delle prestazioni insufficienti a competere con le moderne tecnologie.

Dal momento che le fonti di energia rinnovabile diventano sempre più importanti e diffuse in tutto il mondo ogni giorno, come abbiamo visto nel post precedente, la domanda globale di terre rare è in continuo aumento negli ultimi anni. Elementi come il neodimio e il praseodimio, che sono importanti proprio nelle applicazioni di energia rinnovabile e nelle industrie ad alta tecnologia, sono sotto i riflettori, in particolare da quando i veicoli elettrici e le auto ibride sono un business sempre più succoso. In un’auto elettrica si possono trovare qualcosa come un chilogrammo di terre rare; una turbina eolica da 5 MW contiene addirittura circa 800 kg di neodimio e 200 kg di disprosio, una tonnellata di terre rare.

Impatto ambientale
Si pensi che per ricavare appena un chilogrammo di vanadio vanno purificate 8,5 tonnellate di roccia, un chilo di cerio ne richiede il doppio, il gallio 50 e il lutezio ben 200!

E qui si apre una parentesi particolarmente importante. Con basse concentrazioni nei depositi, i costi di estrazione diventano insostenibili senza manodopera a basso costo o sussidi statali. La purificazione richiede molta acqua che si contamina con acidi e metalli pesanti, necessitando di trattamenti costosi. Per rendere redditizia una miniera di metalli rari, serve una protezione ambientale debole o inesistente.


In Cina, l'inquinamento da estrazione di terre rare ha reso il suolo sterile e contaminato le risorse idriche. Anche se i funzionari hanno chiuso molte miniere, comprese quelle illegali, persistono gravi minacce ambientali. Un rapporto del 2019 evidenzia che la Cina ha meno vincoli normativi e ambientali, mantenendo bassi i costi di estrazione e produzione. La Cina sta cercando di bonificare l'ambiente inquinato dalle miniere, ma il processo è costoso e lungo, potendo richiedere fino a 100 anni.


Ucraina
Anche l’Ucraina presenta uno scenario simile: indifferenza nei confronti dell'ambiente come elemento fondamentale per mantenere bassi i costi di produzione, per lo meno nelle zone di estrazione. Il governo degli Stati Uniti lo sa bene ed è per questo che sta cercando una soluzione per sopperire ad un'eventuale blocco cinese delle esportazioni, considerando che a tutt'oggi la Cina è leader mondiale della produzione e delle esportazioni di terre rare, sia per l’enorme quantità sia per i costi di produzione mantenuti tali a spese dell’ambiente. 

Cava di caolino nella regione di Donetsk, nell’est dell’Ucraina (Viktor Fridshon/Global Images Ukraine via Getty Images)

L’Europa è quasi totalmente dipendente dalle importazioni: le terre rare arrivano in grandissima parte dalla Cina, i borati (usati tra le altre cose nella realizzazione di isolamenti termici, nell’industria nucleare e in quella aerospaziale) al 98 per cento dalla Turchia, il litio al 78 per cento dal Cile. Nel 2023 l’Unione Europea approvò una norma pensata proprio per gestire i problemi nell’approvvigionamento di questi materiali e ridurre la dipendenza dalle importazioni: tra le altre cose prevede specifiche quote da estrarre, raffinare e riciclare nel territorio dell’Unione.

Le terre rare e più in generale le materie prime critiche sono al centro dell’accordo che permetterebbe agli Stati Uniti di ricevere parte degli introiti derivati dalle risorse minerarie ucraine.

L’Unione Europea ha descritto l’Ucraina come una possibile produttrice di caolino (largamente utilizzato nel settore edile), manganese (usato per fare ferro e acciaio), gallio e germanio. Prima dell’invasione russa il paese era fra i maggiori produttori al mondo di grafite, che al di là delle matite è essenziale per migliorare la capacità e la tenuta delle batterie elettriche. Possiede inoltre alcune delle riserve più grandi di litio in Europa e ha vaste riserve di titanio, un metallo leggero e resistente, usato fra le altre cose nella produzione di protesi mediche e nell’industria aerospaziale. Vi si trovano anche importanti riserve europee di uranio, fondamentale per la produzione di energia nucleare (che quindi tecnicamente non è considerato una “materia prima critica” ma un combustibile).

Una parte significativa di questi giacimenti si trova nelle zone occupate dai russi, soprattutto nella regione mineraria del Donbass, che da tempo è sfruttata per le sue abbondanti riserve di carbone. Per esempio alcuni depositi di litio si trovano nella parte centrale del paese, ma uno è molto vicino alla linea del fronte. Invece nella regione di Zhytomyr, a ovest di Kiev, c’è una grossa miniera di berillio, usato principalmente come componente di dispositivi elettronici. Nella miniera di Kirovohrad, a sud della capitale, c’è un deposito che secondo le stime contiene milioni di tonnellate di grafite.

Il controllo e la produzione di georisorse è probabilmente il fattore più determinante nella geopolitica internazionale ed è in grado di definire i giochi di potere. È stato così per il carbone, lo è per petrolio, gas, litio e per le terre rare. Chi riesce ad avere il controllo maggiore di queste ricchezze, in un certo senso, ha il controllo del mondo.

Una miniera di ilmenite, da cui si estrae il titanio, nella regione di Kirovohrad (AP Photo/Efrem Lukatsky)








[1] A titolo di esempio si consideri che una vena aurifera in un giacimento primario è considerata ricchissima quando produce circa 10 grammi d’oro per ogni tonnellata di roccia lavorata.

26 febbraio 2025

Transizione e indipendenza energetica in Italia. Si può fare. Si farà?

Sulle pagine di questo blog è stato più volte messo in evidenza che una delle sfide future è mitigare i cambiamenti climatici causati dall'uomo, anzi, avremmo dovuto cominciare da un pezzo. Anche se a quanto pare gli obiettivi del famoso Accordo di Parigi (2015) sono quanto meno inevitabilmente compromessi (se non addirittura disattesi!), mirando a mantenere l'aumento della temperatura globale sotto i 2 °C (e non più di 1,5 °C), è evidente che l’impegno globale per decarbonizzare rapidamente deve essere mantenuto, in uno scenario tuttavia che vede inesorabilmente crescere il consumo di combustibili fossili.

Nonostante la recente crisi energetica, che ha coinvolto direttamente l’Europa e ancor di più il nostro paese, si sta tuttora investendo troppo nei combustibili fossili per usi energetici, ritardando la cosiddetta transizione.

L'UE punta alla neutralità climatica entro il 2050 con una riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030. Anche l'Italia sta lavorando per la decarbonizzazione entro lo stesso anno.

Si può fare?

Nella figura a lato la previsione del PNIEC (vedi testo) per il 2030. Mtep – Megatonnellata equivalente di petrolio (1 Mtep ≈ 11,63 TWh). FER – Fonti di Energia Rinnovabili

Almeno sulla carta, a livello europeo e nazionale la strada da percorrere per fare a meno dei combustibili fossili prevede per i prossimi decenni un progressivo aumento della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che, come vedremo, non sono programmabili, per lo meno non come inteso per le fonti fossili o il nucleare: in altre parole il vento non soffia sempre e il sole non splende sempre. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) propone di incrementare il target delle rinnovabili almeno al 30% del consumo finale lordo di energia. Per raggiungere tale obiettivo è necessario individuare soluzioni tecnologiche che permettano il pieno sfruttamento delle rinnovabili, tra queste le tecnologie di accumulo.

Per quanto riguarda l’Italia, ma che può fare da modello virtuoso, la risposta alla domanda precedente, canticchiando il famoso brano della PFM, è positiva. Si può fare. Raggiungendo quindi la tanto attesa indipendenza energetica e soprattutto abbattendo i costi, addirittura del 50 percento! Passando dagli attuali 108 €/MWh, le bollette più alte d’Europa, a 52!

Ma, anticipando le perplessità espresse nelle conclusioni, qualcosa continua a turbare questi sogni di gloriaDove trovare le risorse politiche, economiche, sociali e sociologiche necessarie per agire e decidere a lungo termine?

Cercherò di restare ottimista!

Ed a tale proposito ecco che, fresco di stampa, ci viene in supporto uno degli studi più recenti pubblicato sulla rivista Energy, firmato da Lorenzo Maria Pastore e Livio de Santoli dell'Università “La Sapienza” di Roma, che analizza ben 12 scenari di decarbonizzazione dell’Italia, valutando la fattibilità tecnica ed economica di un futuro energetico a emissioni zero, ovvero con energia prodotta al 100% da fonti rinnovabili, utilizzate anche per realizzare la fonte energetica necessaria per produrre i carburanti indispensabili a settori quali quelli del trasporto e dell’industria pesanti. Lo studio dimostra la fattibilità tecnica ed economica di un sistema energetico carbon neutral in Italia, riconoscendo al contempo le sfide verso la piena decarbonizzazione e sottolineando l'importanza di una pianificazione energetica integrata.

Esplorando quindi il potenziale di un sistema energetico rinnovabile al 100% in Italia entro il 2050, si sono studiate anche le strategie alternative per decarbonizzare i settori cosiddetti hard-to-abate (duri da abbattere, ovvero che presentano necessità specifiche non copribili con l’elettrificazione) e contemporaneamente fornire flessibilità di sistema. L'obiettivo è quello di valutare le implicazioni, gli effetti reciproci e le sinergie tra queste strategie. I risultati dello studio dimostrano innanzi tutti il potenziale delle tecnologie cosiddette Power-to-X (si veda anche qui e la figura a lato), in breve tecnologie di accumulo alternative alle ben note batterie elettrochimiche, atte a bilanciare la generazione non dispacciabile  (in inglese dispatchable, traducibile anche con programmabile) e ridurre il consumo di biomassa, ovvero quanto utilizzabile ad oggi per produrre carburanti alternativi. Circa il 90% della produzione di energia elettrica può provenire dal fotovoltaico e dall'eolico onshore e offshore (parchi eolici sulla terraferma o in mare). Il risparmio energetico, la diffusione del teleriscaldamento e l'elettrificazione sia del parco immobiliare che il trasporto leggero, mediante pompe di calore e veicoli elettrici o riconvertiti a biocarburanti o di sintesi, sono state considerate misure chiave.

Le diverse strategie di applicazione dei combustibili alternativi, come l'idrogeno, i biocarburanti e gli elettrocarburanti, nel trasporto pesante e nell'industria hanno un impatto significativo sulla configurazione dell'intero sistema energetico. In scenari con un'elevata domanda di idrogeno, la strategia power-to-gas consente di fare meno affidamento sui sistemi di stoccaggio dell'elettricità. La disponibilità di biomassa emerge come un fattore critico, che incide sulla sostenibilità del sistema energetico. Ma resta il fatto che un approccio altamente flessibile dal lato della domanda offre vantaggi energetici ed economici.




Lo stato dell'arte

Progressione degli investimenti nel settore delle energie alternative
La ricerca sui sistemi rinnovabili al 100% è cresciuta notevolmente nel recente passato, e molti studi ne hanno dimostrato l’efficacia, grazie soprattutto a diversi lavori e rapporti internazionali che dimostrano che la decarbonizzazione del sistema elettrico è già 
economicamente sostenibile. La crisi energetica, inoltre, aumentando i costi di produzione delle centrali termoelettriche, ha permesso alle fonti rinnovabili, come l'eolico e il solare fotovoltaico, di generare elettricità a costi molto più bassi.

Ma prima di ipotizzare scenari che prevedano ricerca e pianificazione di sistemi rinnovabili al 100% va considerato che si deve tenere in debito conto l'integrazione del sistema elettrico con l'intero sistema energetico, che dovrà essere messo in grado di accogliere la produzione di energia di tipo non dispacciabile. Nei futuri sistemi rinnovabili, le strategie Power-to-X svolgeranno un ruolo chiave nella conversione dell'elettricità rinnovabile in altri vettori o applicazioni. Queste tecnologie consentono infatti di convertire l'energia elettrica, quando in eccesso di produzione, ad un costo inferiore rispetto allo stoccaggio elettrochimico, ovvero alla conservazione in batterie, che tra l’altro sono ad elevato impatto ambientale durante il loro ciclo di vita, e il cui uso può essere ridotto al minimo; tecnologie che consentono inoltre di decarbonizzare altri settori energetici.

Per esempio la strategia Power-to-Heat si basa sulla conversione dell'elettricità in energia termica per mezzo di pompe di calore, e ciò consente di aumentare la flessibilità della domanda e di sfruttare l'accumulo termico per bilanciare la generazione rinnovabile variabile. sono anche associate a forti fluttuazioni nella rete elettrica. Le centrali eoliche e fotovoltaiche forniscono quantità variabili di energia, a seconda delle condizioni meteorologiche. Per bilanciare queste fluttuazioni, la potenza generata dalle energie rinnovabili deve essere controllata da un lato e persino scollegata dalla rete in alcuni casi, mentre gli oneri dei consumatori, in termini di risposta degli impianti alla domanda, devono essere più flessibili. Mantenere un’erogazione costante richiede complessi meccanismi di controllo e gli operatori di rete sono tenuti a mantenerla ad un livello costante, equalizzando le fluttuazioni causate da un eccesso o da una carenza di potenza. Ma per evitare che la potenza in eccesso rimanga inutilizzata, può essere convertita in calore attraverso appunto sistemi di questo tipo e immessa in una rete di distribuzione del calore.

Uno degli aspetti della riconversione e della transizione che ad esempio preoccupa maggiormente il nostro paese, ma non solo questo, è quello legato al riscaldamento domesticoIl 72% dell’edificato residenziale italiano, pari a oltre 12 milioni di edifici, è stato costruito prima del 1980, il 17% negli anni Settanta. Perciò, è vecchio, richiede un’elevata necessità di manutenzione e proprio questo settore ha un consumo energetico tra i più consistenti: il secondo dopo i trasporti, rappresentando circa il 27% dei consumi energetici finali a livello nazionale stando alla relazione sulla situazione energetica nazionale del 2022 redatta dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. La grande maggioranza degli impianti utilizza il gas e gli edifici, tra l’altro, sono responsabili dell’emissione del 53% di polveri sottili nei centri abitati. Questo è infatti il settore sul quale l’Unione Europea spinge in una precisa direzione: decarbonizzare entro il 2050. Se voleste approfondire sui quantitativi di gas serra emessi a livello mondiale e distinti per settore qui c'è un mio vecchio post.

Grande interesse nell'ultimo decennio è stato inoltre riposto nella strategia Power-to-Gas, che consente l’utilizzo dell'energia elettrica per produrre idrogeno mediante il processo di elettrolisi dell'acqua, che può quindi essere utilizzato direttamente o ulteriormente convertito in combustibili sintetici, come ad esempio nei processi che creano metano (metanazione del biossido di carbonio) a partire appunto da idrogeno così prodotto e da biossido di carbonio estratto direttamente dall’atmosfera, da emissioni industriali, dal suolo o da biomasse. Secondo le proiezioni del PNIEC nel 2040 potrà essere soddisfatta una domanda di gas così prodotto (il cosiddetto gas green) pari a 6,5 miliardi di m3/anno, tra metano sintetico e idrogeno. Il bilancio carbonico netto dell’utilizzo di questo metano di sintesi è pari a zero: la CO2 estratta dall’atmosfera bilancia quella riemessa a seguito dell’utilizzo del metano di sintesi, che può essere direttamente immesso nella rete di distribuzione; anche l’idrogeno, anche se occorre fare qualche distinzione, può essere direttamente immesso nella rete. Utilizzare invece il combustibile fossile così come si fa tutt’oggi contribuisce all’aumento del gas serra. Sono ovviamente state fatte delle semplificazioni dell’intero processo, rimandando a documenti più specifici. Certo non è tutto rose e fiori, ci sono indubbiamente ancora problemi di natura tecnica, economica e normativa, che finora hanno frenato la diffusione di questa tecnologia, a cui aggiungere gli alti costi rispetto ai gas ottenuti da idrogeno e metano, un indubbio svantaggio, a cui incentivi governativi potrebbero rimediare, specie nella fase di sviluppo tecnologico.

Però ad un’acciaieria, ad esempio, non basta l’energia da rinnovabili tour-court. Il principale ostacolo al raggiungimento della completa decarbonizzazione è infatti dato dalla presenza dei settori hard-to-abate, e a tale scopo, l’unico modo consentito per inserire energia da fonti rinnovabili in questi, è proprio grazie all’utilizzo di combustibili alternativi. I biocarburanti sono quelli più promettenti perché consentirebbero un cambio di combustibile senza la necessità di un cambiamento radicale dell'infrastruttura, garantendo al tempo stesso i livelli di temperatura necessari all'industria. Inoltre, i biocarburanti liquidi rappresentano un mezzo per la decarbonizzazione di tutti i tipi di trasporto non elettrificato, soprattutto quello pesante, aereo e navale. Ma occorre fare attenzione ad un punto cruciale. Se la fonte dei biocarburanti è rappresentata dalla produzione di biomassa, devono essere prese in considerazione, per garantire la sostenibilità del processo di produzione, quantità limitate di biomassa e purtroppo, come hanno dimostrato diversi studi, il potenziale della biomassa è appena sufficiente a soddisfare completamente la futura domanda di combustibili alternativi. Ed ecco che l’idrogeno torna a rappresentare una soluzione interessante per integrare diversi settori energetici ed elettrificare indirettamente la domanda di energia difficile da abbattere. Le applicazioni industriali consentono di raggiungere temperature molto elevate, e nel settore della mobilità sono ampiamente studiate, sebbene siano ancora per lo più in una fase pre-commerciale. Il principale ostacolo alla diffusione dell'idrogeno è il cambiamento delle infrastrutture e degli utenti finali, che rappresenta un costo molto elevato per questa strategia, tant’è che i due principali produttori di auto cosiddette fuel cell, sembra non stiano spingendo più di tanto.

Un’altra potenziale applicazione indiretta dell'idrogeno in questi settori difficili, è, come si accennava, l'uso che se ne può fare per produrre combustibili sintetici. La combinazione di un flusso di idrogeno con una fonte di carbonio consente la produzione di combustibili sintetici sia liquidi che gassosi per mezzo di diversi processi: ad esempio, il metanolo ha un potenziale interessante per le applicazioni nel settore dei trasporti, questi a sua volta può essere ulteriormente trasformato in etere dimetilico, un composto non tossico e non cancerogeno, che è un sostituto adatto dei combustibili fossili in tutti i motori diesel con interventi minimi. In tutti questi casi si ricorda che il bilancio carbonico netto tra produzione e consumo sarebbe pressoché nullo.

A fronte delle analisi condotte negli ultimi anni su queste diverse tecnologie di decarbonizzazione queste vanno inserite in maniera olistica negli studi di pianificazione energetica: non è pensabile introdurre fonti energetiche alternative as is dappertutto senza prendere in considerazione l’intera filiera.

Lo stato della ricerca

Come logico attendersi, negli ultimi tempi, la ricerca sui sistemi di energia rinnovabile al 100% ha subito un notevole incremento, determinando innanzi tutto un ampio consenso tecnico e scientifico sulla validità e sulla fattibilità.

La Danimarca, da sempre all'avanguardia in fatto di ambiente ed eco-sostenibilità, da questo e numerosi altri punti di vista, è un esempio ed uno dei paesi più studiati nella transizione verso un sistema energetico decarbonizzato. Fin dal 2009 si trovano analisi di transizione energetica di questo paese verso la piena decarbonizzazione entro il 2050, sviluppando uno scenario intermedio per il 2030. Nel 2015 fu elaborata una nuova strategia per raggiungere un sistema al 100% di energie rinnovabili basato su un approccio di sistema energetico intelligente e addirittura, più recentemente, è stato presentato uno studio di pianificazione per un sistema energetico danese completamente decarbonizzato entro il 2045. Le premesse e i fatti ci sono tutti: la Danimarca sarà il primo paese dell’Unione Europea a realizzare un sistema a zero emissioni. Particolare attenzione è stata posta ad una delle criticità maggiori: soddisfare la domanda di calore.

Per quanto riguarda l’Europa sud-orientale, ci sono studi recenti che propongono una visione per il raggiungimento di un sistema energetico a zero emissioni di carbonio nella regione entro il 2050. In questo caso l'approccio enfatizza l'uso estensivo dell'energia idroelettrica, facilita l'utilizzo diffuso dello stoccaggio e limita l'impiego della biomassa. Gli elettrocarburanti sono visti principalmente destinati al trasporto pesante.

Nel caso della Finlandia uno studio ha esaminato il potenziale del 100% di energia rinnovabile nel sistema energetico. In questo contesto, la posizione geografica e l'elevata variabilità stagionale della produzione sono rilevanti, influenzando la configurazione del sistema e utilizzando le tecnologie power-to-gas come soluzione principale per lo stoccaggio di energia a lungo termine. A differenza di altri studi, l'idrogeno qui svolge un ruolo centrale nell'assicurare la flessibilità del sistema sia a breve che a lungo termine.

Anche la Germania, paese con richieste energetiche a scopo industriale molto elevate, ha analizzato la transizione del sistema energetico tedesco verso il 100% di energie rinnovabili entro il 2050. Lo studio esamina i diversi settori energetici e identifica le potenziali sinergie tra di essi. In particolare, il lavoro si concentra sul trasporto pesante, valutando quattro scenari alternativi: idrogeno tramite celle a combustibile, elettricità diretta, elettrocarburanti da CO2 e bio-elettrocarburanti. Anche in questo paese un criterio chiave nella selezione degli scenari è la soglia di consumo di biomassa. Questo studio è uno dei pochi che analizza scenari alternativi nei settori, sebbene utilizzi tale approccio solamente nel settore dei trasporti, senza approfondire gli effetti reciproci tra le strategie nei diversi settori.

E in Italia? La programmazione energetica del sistema energetico nazionale italiano è stata oggetto di pochi lavori in letteratura.

Ci sono studi che modellano alcuni settori della transizione, come quello del trasporto privato, il ruolo dei veicoli elettrici; alcuni si concentrano sul settore del riscaldamento. Ma nessuno analizza la completa decarbonizzazione del sistema energetico italiano. A peggiorare il quadro molti dei risultati e delle proiezioni esposte nel PNIEC derivano dall’utilizzo di un modello con cui vengono studiati i sistemi, che non ha preso in considerazione la risoluzione oraria delle simulazioni, ovvero le diverse richieste di energia e i valori dei consumi in base a fasce giornaliere e/o stagionali.

Ci sono alcuni studi in letteratura che considerano il sistema energetico nazionale; tuttavia, manca uno studio per la pianificazione di un sistema 100% rinnovabile che consideri tutti i settori, utilizzando software di simulazione adeguati, che presentino numerose tecnologie Power-to-X e risoluzione oraria. Meno del 20% delle opere propone un'analisi completa di tutti i settori energetici. Molti studi indicano che oltre il 90% della fornitura di elettricità può provenire dal solare fotovoltaico e dall'energia eolica, ma pochi, al contrario da quanto indicato all’inizio di questo post, raggiungono almeno l'80% della domanda totale di energia primaria.

Ma la cosa fondamentale è la loro principale conclusione: la maggior parte degli studi in questo campo suggerisce che i sistemi di energia rinnovabile al 100% non sono solo fattibili, ma anche convenienti, fornendo un percorso chiave verso un futuro sostenibile senza dipendenza dai combustibili fossili.

Indubbiamente i metodi utilizzati per quest’analisi sinottica, primo requisito come si diceva, sono basati su modelli e simulazioni relativi ai diversi scenari, ma è altrettanto indubbio che le correlazioni che portano a determinate situazioni siano supportate da validi presupposti, e gli scenari di conversione integrati sono i principali: riscaldamento, trasporti, industria, utilizzo di idrogeno e tecnologie Power-to-X, oltre che ovviamente scenari di flessibilità e quelli legati al potenziale eolico, fotovoltaico e da biomassa.

Secondo i ricercatori de “La Sapienza”, si prevede l'installazione di 200 GW di fotovoltaico entro il 2050, generando quasi 300 TWh all'anno e, alla luce della diversificazione uno scenario ottimale dovrebbe includere 210 GW di fotovoltaico, 115 GW di eolico onshore e 55 GW di eolico offshore, al fine di garantire una diversificazione delle fonti energetiche non programmabili e stabilizzare la generazione nel tempo.

E qui forse sta il primo e più importante punto cruciale. In tutti gli scenari i risultati dell'ottimizzazione sono influenzati dal potenziale massimo installabile delle fonti rinnovabili. Nella maggior parte degli scenari viene presupposta la capacità totale disponibile di energia eolica onshore e offshore. Solo negli scenari in cui i biocarburanti sono utilizzati sia nell'industria che nei trasporti, questi valori diminuiscono leggermente. Il principale cambiamento tra gli scenari riguarda quindi la capacità installata di fotovoltaico e batterie di accumulo. La capacità fotovoltaica varia notevolmente, da circa 100 GW a quasi 220 GW.

Nella figura precedente sono confrontati la richiesta di energia totale richiesta in Italia nel 2019 con i diversi scenari, sia in caso di prevalenza degli elettrocarburanti (da Power-to-X) che di biomassa come fonte, in caso di bassa o alta domanda di energia. Considerando che il consumo medio degli ultimi anni della sola energia elettrica è pari a circa 300 TWh/anno, si vede come questa potrebbe essere completamente coperta dalle sole energie alternative e addirittura, considerando gli accumuli, le varie fonti, potrebbero coprire l’intero fabbisogno energetico nazionale. La produzione di energia elettrica stimata nel 2050 è più del doppio di quella attuale. Insomma, i risultati di questo lavoro dimostrano che un sistema energetico 100% rinnovabile in Italia è tecnicamente ed economicamente fattibile.

Nella figura a sinistra la sintesi delle misure considerate per ciascun settore (DH – District Heathing, EB – Electric Battery, HP – Pompe di calore, PV – Fotovoltaico). Nella figura sopra la sintesi del modello di analisi utilizzato.

Quanto ci costerà?

Il calcolo della cosiddetta “bolletta energetica” nazionale è complicato, poiché dipende da molte variabili, tra cui i prezzi delle materie prime, i costi dell’energia elettrica, i consumi ripartiti per ogni settore, le politiche energetiche che possono essere positive o negative a seconda che prevedano incentivi o aumenti delle aliquote fiscali, la situazione internazionale. Ciò nonostante, possiamo prendere in considerazione i costi medi che vengono calcolati a consuntivo.  Partiamo quindi dai 108 euro al MWh del 2024, i più cari d’Europa, sperando di non tornare ai valori pari ai 304 € del 2022 (con picchi di 500 €!), quando l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina fece schizzare i prezzi di gas e petrolio. Nello stesso anno sappiamo che furono consumate qualcosa come 160 Mtep, pari a circa 1800 TWh: il conto è presto fatto, considerando che 1 TWh = 106 MWh, sono poco meno di 200 miliardi di euro. Non male.

A questo punto, ipotizzando che la domanda di energia non cresca di molto rispetto ad oggi, e che i costi per la produzione restino in un ambito di aumenti contenuto, lo scenario economico proposto dai modelli, qualsiasi sia il modello applicato, alta o bassa richiesta, legato all’idrogeno piuttosto che alla biomassa, è confortante.

Costi annui del sistema energetico italiano nei diversi scenari di decarbonizzazione

Un’Italia 100% rinnovabile entro il 2050? Scenari, Costi e Sfide.

L'idea di un sistema energetico interamente rinnovabile in Italia entro il 2050 non è più fantascienza, ma un'opzione realistica, supportata da studi scientifici dettagliati, riferendosi, come abbiamo visto, soprattutto alle ricerche condotte in altri paesi europei.

1. Strategie di transizione

  • Crescita del solare fotovoltaico ed eolico: entro il 2050, il 90% della produzione elettrica potrebbe provenire da queste due fonti.
  • Sistemi di accumulo e soluzioni Power-to-X: fondamentali per compensare l'intermittenza di solare ed eolico, consentono di immagazzinare energia in eccesso trasformandola in idrogeno o combustibili sintetici.
  • Miglioramento dell'efficienza energetica: ridurre i consumi del 20-30% è una condizione essenziale per facilitare la transizione e contenere i costi.
  • Elettrificazione dei settori industriale e trasporti: il passaggio a veicoli elettrici e processi produttivi a zero emissioni è cruciale per la decarbonizzazione complessiva.
  • Reti intelligenti e gestione della domanda: l'adozione di smart grid e sistemi di demand-response contribuirà a bilanciare la produzione e il consumo energetico.

2. Tecnologie chiave della transizione

  • Eolico e fotovoltaico: secondo le previsioni, la capacità installata dovrà superare i 200 GW tra eolico e solare. Siamo a circa 40 GW.
  • Accumulo tramite batterie: essenziale per la stabilizzazione della rete e per garantire una fornitura continua.
  • Idrogeno verde: prodotto attraverso elettrolisi, sarà cruciale per immagazzinare energia a lungo termine e alimentare settori difficili da elettrificare, come l'industria pesante e i trasporti navali.
  • Power-to-X: tecnologie che convertono energia elettrica in altri vettori energetici, come metanolo, metano e ammoniaca, utili per il trasporto e l'industria chimica.

3. Costi della transizione: un investimento strategico

Uno degli aspetti più discussi riguarda la sostenibilità economica di questa trasformazione. Secondo lo studio analizzato, il costo complessivo della generazione elettrica in uno scenario al 100% rinnovabile si stabilizzerebbe intorno ai 44 €/MWh, una cifra notevolmente inferiore rispetto ai costi attuali influenzati dal prezzo del gas.

I principali investimenti necessari riguardano:

  • Espansione della capacità rinnovabile: circa 48,3 miliardi di euro entro il 2050 per installare 73,8 GW di nuova potenza tra fotovoltaico e idroelettrico.
  • Modernizzazione delle infrastrutture di rete: investimenti necessari per adattare la rete alla variabilità delle rinnovabili e integrare le smart grid.
  • Sviluppo dell'idrogeno: la produzione di idrogeno verde richiederà massicci investimenti in elettrolizzatori e impianti di stoccaggio.

4. Impatto sulle famiglie: bollette più basse nel lungo periodo

Uno degli aspetti più rilevanti per i cittadini riguarda il costo dell'energia. Attualmente, con la solita scure che media senza tener conto di cento altre variabili, la spesa media annuale delle famiglie italiane per l'energia (a comprendere tutto, anche il trasporto) è di circa 4.000 euro (2023, vedi anche qui), con un aumento importante previsto per i prossimi anni a causa della volatilità dei prezzi del gas. In questi giorni uno degli argomenti principali è proprio quello relativo al caro bollette.

La transizione verso le rinnovabili potrebbe ridurre significativamente questa spesa, grazie ai minori costi di generazione e alla progressiva eliminazione della dipendenza dai combustibili fossili.

Se la domanda energetica rimanesse costante, la riduzione del costo dell'energia a 44 €/MWh potrebbe tradursi in un risparmio sulle bollette delle famiglie nel lungo periodo. Secondo le proiezioni, la spesa media annuale per famiglia potrebbe ridursi fino a circa 1.800-2.000 euro entro il 2050, determinando un risparmio significativo. Tuttavia, l'effettiva riduzione della spesa dipenderà dall'adozione di politiche di incentivo all'efficienza energetica e dalla diffusione delle tecnologie di accumulo e gestione intelligente della domanda, considerando che, soprattutto per quanto riguarda il riscaldamento, l’adozione di nuove tecnologie rappresenta un costo di investimento notevole.

5. Impatto ambientale

Contrariamente a quel che potrebbe sembrare non ci sono controindicazioni di sorta. Per quanto riguarda il fotovoltaico secondo i dati GSE (il Gestore dei Servizi Energetici), nel 2021, gli impianti fotovoltaici presenti in Italia occupano solo lo 0,05% del territorio nazionale. Un impatto che anche in futuro rimarrà marginale grazie alla costruzione di nuovi impianti rinnovabili in aree agricole o destinate all'allevamento, il cosiddetto agrivoltaico. Se a prima vista si potrebbe pensare che la realizzazione di sistemi fotovoltaici su terreni agricoli su larga scala possa aprire un tema di consumo del suolo, soprattutto se i pannelli vengono installati su terreni adibiti all’agricoltura o al pascolo, in realtà non è così. Dati alla mano, infatti, il consumo del suolo in questo caso è un tema irrilevante, che secondo gli esperti non desta alcun tipo di preoccupazione. Il consumo di suolo a copertura artificiale – cemento, asfalto e altre coperture artificiali - in Italia è pari a più di 20.000 kmq, per raggiungere gli obiettivi necessari occorreranno circa 400 kmq, un terzo dell’estensione del comune di Roma, pari ad appena lo 0,1% del territorio (nel 2021 era pari allo 0,05%).

Non dissimile, dal punto di vista ambientale, è quanto relativo agli impianti di produzione di energia dall’eolico. L'energia prodotta da una turbina eolica durante il corso della sua vita media (circa 20 anni per gli impianti onshore e più di 25 anni per quelli offshore), è circa 80 volte superiore a quella necessaria alla sua costruzione, manutenzione, esercizio, smantellamento e rottamazione. Si è calcolato che sono sufficienti ad una turbina due o tre mesi per recuperare tutta l'energia spesa per costruirla e mantenerla in esercizio.

Ciò nonostante, alcune associazioni ambientaliste criticano apertamente l'installazione dei generatori eolici criticando soprattutto la rumorosità dei sistemi e l'impatto paesaggistico delle torri eoliche.

Tuttavia attualmente le turbine eoliche ad alta tecnologia sono molto silenziose. Si è calcolato che, ad una distanza superiore a circa 200 metri, il rumore della rotazione dovuto alle pale del rotore si confonde completamente col rumore del vento che attraversa la vegetazione circostante. L'inquinamento acustico potenziale delle turbine eoliche è legato a due tipi di rumori: quello meccanico proveniente dal generatore e quello aerodinamico proveniente dalle pale del rotore.

Sull’impatto paesaggistico beh, possono non piacere, a me, piacciono. Il minor impatto ambientale-paesaggistico si ottiene collocando gli impianti in mare aperto oltre l'orizzonte visibile dalle coste, anche se è possibile escogitare varie soluzioni anche per le installazioni terrestri. In Scozia, dal 2018, opera il più grande parco eolico offshore d’Europa, Beatrice, 84 turbine da 7 MW ciascuna, per una capacità totale di circa 600 MW: circa 150 kmq di torri eoliche a 15 km dalla costa. Ma è uno degli impianti che sta per rendere la Scozia completamente indipendente dai combustibili fossili, a zero emissioni, e addirittura in grado di riversare l’eccesso di produzione nella rete che alimenta l’Inghilterra.



6. Criticità e sfide della transizione

Nonostante i benefici economici e ambientali, il passaggio a un sistema 100% rinnovabile presenta diverse sfide:

  • Intermittenza delle fonti rinnovabili: richiede soluzioni di accumulo avanzate e una rete elettrica flessibile; ecco perché lo studio analizzato enfatizza il ruolo delle tecnologie Power-to-X.
  • Tempi e burocrazia: le procedure autorizzative per nuovi impianti rinnovabili possono rallentare la transizione.
  • Investimenti ingenti e politiche di supporto: sarà necessario garantire un quadro normativo stabile per attrarre capitali.
  • Occupazione: molte sono le preoccupazioni relative alla grande variazione che il mercato del lavoro potrà subire a causa delle misure energetiche tese alla decarbonizzazione. Sempre secondo il PNIEC si stimano comunque in circa 168 mila gli occupati temporanei medi annui aggiuntivi rispetto a quelli calcolati per lo scenario che invece preveda le politiche correnti  nel periodo 2024-2030, un saldo netto positivo degli occupati permanenti in settori direttamente legati alle energie alternative, nonostante l’inevitabile perdita di posti di lavoro in alcuni settori, quali quelli del carbone o del fossile. In questo campo, occupazionale e sociale, l’Unione Europea è coinvolta a livello globale per realizzare politiche economiche concrete di sostegno alla transizione, quali quelle in corso grazie ad esempio al Just Transition Fund, che mira a fornire sostegno ai territori che devono far fronte a gravi sfide socio-economiche derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica.
  • Accettabilità sociale: la maggior parte dei progetti rinnovabili incontrano resistenza a livello locale per impatti paesaggistici e territoriali.

Per concludere

E quest’ultimo è il punto che, personalmente, più mi preoccupa. Già immagino centinaia di comitati e comitatini formarsi per opporsi, duri e puri, a qualsiasi cosa venga loro proposta. A maggior ragione nel nostro paese dove le decisioni o le reazioni sono per lo più di pancia, in assenza di una classe dirigente che sia in grado non solo di motivare alcune scelte, ma nemmeno di pianificarle o prenderle e che, al contrario dell’atteso, cavalca l’onda popolare in cerca di consenso.

Nonostante lo studio dimostri che un'Italia alimentata al 100% da energia rinnovabile entro il 2050 è tecnicamente ed economicamente fattibile c’è un ulteriore aspetto che mi rende estremamente perplesso.

Non tanto perché saranno necessari ingenti investimenti e una forte volontà politica, quanto perché l’impegno concreto dovrà essere affiancato a lungimiranza, qualità assente. Nessuno di noi è immune a questa carenza, perché la nostra società è praticamente costruita sul momento presente: politica ed economia, con la fissa dei piani al massimo biennali o dell’anno fiscale, e delle crescite anno su anno, incoraggiano il pensiero a breve termine, senza considerare affatto il valore del processo, dello sviluppo e della maturazione, sminuendo persino il valore dell’istruzione, esempio illustre di investimento.

Last but not least questo il quadro degli investimenti proposto nel PNIEC, considerando il sistema energetico nazionale (senza considerare le infrastrutture di trasporto), si stima che, nel periodo 2024-2030, occorrano oltre 174 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi cumulati rispetto allo scenario a politiche correnti (pari a un incremento del 27% nel periodo considerato). Tali investimenti sarebbero indirizzati a soluzioni ad alto contenuto tecnologico e di innovazione, che dovrebbero incidere sia dal lato della trasformazione e dell’offerta dell’energia sia da quello del suo utilizzo finale. Impressionante quel 64% del totale destinato al solo settore dei trasporti.

In un paese che ogni anno, ad ogni legge di stabilità (chiamiamola col suo nome, finanziaria!) va centellinando le risorse da investire col bilancino.




Dove trovare le risorse politiche, economiche, sociali e sociologiche necessarie per agire e decidere a lungo termine?