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26 agosto 2026

Cina: il paradosso di un gigante tra emissioni record e transizione verde

La Cina sta rapidamente plasmando il futuro della competitività industriale, delle tecnologie pulite, dei sistemi energetici e dei mercati del carbonio in un momento in cui  l'incertezza geopolitica, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e i rischi climatici fisici stanno avendo un impatto crescente sui bilanci.  I prossimi 16 e 17 settembre si terrà a Wuhan, in occasione del Two Lakes Dialogue 2026, la conferenza cinese sul mercato del carbonio. In questo post si vogliono raccontare lo stato di fatto e prospettive future alla luce del nuovo piano quinquennale.
  • Il nuovo piano climatico cinese e la sfida della transizione
  • Clima e potere verde: il piano che può cambiare la governance globale
  • Emissioni, carbone e rinnovabili: la Cina davanti alla crisi climatica
  • La leadership climatica della Cina tra carbone, rinnovabili e geopolitica

La Cina è oggi il più grande emettitore di gas serra al mondo.

Ma è anche il Paese che più di ogni altro sta investendo nella transizione energetica. Un paradosso solo apparente, che racconta molto del presente e del futuro della crisi climatica.

Il nuovo piano quinquennale cinese non introduce svolte clamorose, ma consolida una strategia molto chiara: ridurre l’intensità carbonica, accelerare su rinnovabili e nucleare, intervenire anche sui gas serra diversi dal CO₂ e rafforzare il ruolo di Pechino nella governance climatica globale.

Carbone, fotovoltaico, mercati del carbonio, tecnologie pulite e geopolitica si intrecciano in un quadro complesso che evidenzia come nessuna politica climatica globale può funzionare davvero senza la Cina.

Emissioni totali di gas serra, oltre al biossido di carbonio sono inclusi metano e protossido di azoto, provenienti da tutte le fonti. Si considerano anche le emissioni dovute al cambiamento di uso del suolo.

La Cina è, ad oggi e con certezza, il maggior produttore di gas serra. Con le sue 14 Gt/anno rappresenta circa il 25% delle emissioni mondiali  (dati aggiornati al 2024).
Ma non lo è storicamente: il record di emissioni accumulate, ben lungi dall’essere superato, spetta ancora agli USA.

Da diversi anni però, soprattutto a partire dal 2012, l’era di Xi Jinping, nel grande paese orientale, molte cose sono cambiate. Sono stati elaborati e avviati numerosi piani ambientali tesi innanzi tutto a ridurre l’inquinamento (con risultati a volte che sembrano paradossali) ma anche ambiziosi piani tesi a contrastare gli effetti della crisi climatica. Fino al recentissimo nuovo piano quinquennale.

Il nuovo piano quinquennale cinese per il cambiamento climatico

Un impianto minerario nella miniera di carbone
a cielo aperto di Huaneng Yimin, nella provincia cinese
della Mongolia Interna. Credito: Ng Han Guan / Alamy Stock Photo

È stato infatti di recente pubblicato un piano quinquennale dedicato alla lotta contro i cambiamenti climatici. Ed è solo l’ultimo di ben quindici piani, sempre quinquennali, dedicati a fornire una risposta nazionale ai cambiamenti climatici, l'ultimo di una serie di piani che delineano obiettivi dettagliati in materia di clima ed energia per il periodo 2026-2030. Il nuovo piano non prevede nuovi obiettivi di rilievo, ma si limita a consolidare e ribadire le politiche esistenti e ricordiamo che i piani quinquennali sono gli unici strumenti politici attuativi con cui si danno avvio e seguito alle azioni.

Tra queste figurano quelle delineate nei piani quinquennali per costruire una “Cina bellissima”, secondo i concetti più volte espressi dal premier Xi Jinping, come quello della civiltà ecologica in cui gli esseri umani e la natura coesistono in armonia, sviluppando un nuovo tipo di sistema energetico e promuovendo le energie rinnovabili.

  • Nuova capacità: nel corso dell'ultimo anno, la sola nuova potenza eolica e fotovoltaica ha superato i 430 GW.
  • Mix elettrico: le rinnovabili rappresentano circa il 47% della generazione di elettricità, mentre aggiungendo il nucleare si arriva al 60%. Solo nel 2025 sono stati installati altri 315 GW di fotovoltaico.
  • Accumulo (Storage): la capacità di accumulo energetico ha raggiunto i 351 GWh, con una potenza cumulata di 136 GW, in forte crescita a gestire l'intermittenza delle fonti verdi.

Inoltre, sono anche stati previsti dei piani separati, sempre per il periodo 2026-2030, quali ad esempio quelli per il raggiungimento del picco delle emissioni di carbonio: il paese si è infatti impegnato a raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060. Anche se privi di obiettivi di rilievo ci sono però numerosi aspetti significativi, soprattutto per le ricadute in aree politiche chiave, quali quelle legate a gas serra diversi dal CO2, la governance climatica globale mercati del carbonio.  

Contenuti del nuovo piano climatico
Il Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente ha pubblicato il piano a fine luglio, in collaborazione con altri 18 dipartimenti governativi. Tra questi figurano la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, la principale agenzia di pianificazione economica cinese, e l' Amministrazione Nazionale per l'Energia .

Il documento tratta una serie di argomenti, tra cui le emissioni di CO2, altri gas serra, i mercati del carbonio, l'impronta di carbonio, l'adattamento ai cambiamenti climatici e la cooperazione internazionale in materia di cambiamenti climatici. Per la prima volta a livello di piano quinquennale, il piano crea un sistema di obiettivi completo che copre tutti gli ambiti della politica climatica, con una visione d’insieme davvero globale, aspetto questo davvero raro persino in altri paesi occidentali seriamente impegnati nelle azioni di mitigazione e contrasto, come se avessero accolto seriamente le indicazioni emerse al termine della COP30.

Il piano, non a caso, è descritto come il principale strumento politico per promuovere l'azione climatica della Cina nel periodo 2026-2030.

È un evento raro: raramente in passato le politiche pluriennali cinesi sono state così assertive nelle dichiarazioni d’intenti. In passato, nel 2014, ad esempi fu pubblicato un piano in tema ambientale ma non fu seguito da nessun piano quinquennale, il vero strumento attuativo.

La governance climatica della Cina ha raggiunto un livello strategico senza precedenti, e il piano crea un sistema di obiettivi onnicomprensivo a sostegno degli impegni climatici assunti dalla Cina a partire dall’Accordo di Parigi del 2015 e che stabiliscono gli obiettivi per il 2030 e il 2035.

Sono ancora una volta obiettivi ambiziosi: raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e ridurre l'intensità di carbonio – ovvero le emissioni per unità di PIL – di oltre il 65% rispetto ai livelli del 2005. Legare la misura delle emissioni al PIL è inoltre un elemento che aumenta la serietà dell’impegno preso. Appena un anno fa, sempre il solito Xi Jinping ha annunciato personalmente l'impegno della Cina a ridurre le emissioni di gas serra del 7-10% rispetto ai livelli massimi entro il 2035, promettendo inoltre uno sforzo a fare di meglio. 

Decisamente una nuova fase nella politica climatica cinese anche, lo si ricorda come ulteriore nota di merito, diversi obiettivi e politiche principali contenuti nel documento non fanno altro che ribadire piani già stabiliti.

Tra questi:

  • Riduzione dell'intensità di carbonio del 17% nell'arco di cinque anni
  • Riduzione del 3% dell'intensità di carbonio per prodotto nei settori industriali soggetti al mercato cinese del carbonio
  • Sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili
  • Rafforzare l'adattamento climatico
  • Sostenere la “libera circolazione” delle tecnologie pulite

Azioni nei confronti dei gas serra diversi dal CO2
Il piano entra anche nel dettaglio sull'approccio della Cina ai gas serra diversi dal CO2. Ciò include la riaffermazione di un obiettivo di capacità di riduzione delle emissioni di questi gas entro il 2030.

Nel grafico precedente abbiamo visto le emissioni totali mentre in questo ci si focalizza solo su quelle di CO2; considerando che le circa 3 Gt/anno di altri gas serra rappresentano il 20% del totale, l’impegno preso anche in questa direzione è lodevole.

Un obiettivo, si dichiara, relativamente realizzabile, citando tra le possibili soluzioni l'aumento del numero di progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, con lo sviluppo delle tecnologie cosiddette Gas to Power (ne parlammo qui). Soltanto i progetti che utilizzano metano proveniente dai sistemi di ventilazione o dalle miniere di carbone potrebbero consentire da soli una riduzione significativa entro il 2030. 

Inoltre, le misure mirate al protossido di azoto (N2O) e agli idrofluorocarburi (HFC) di origine industriale potrebbero contribuire a colmare la lacuna necessaria per raggiungere l'obiettivo.

Secondo l’Institute for Global Decarbonization Progress (IGDP) i rapporti biennali presentati dalla Cina all'UNFCCC, descrivono che nel 2021 la Cina ha emesso circa 14.000 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di gas serra (CO2e, un parametro che equipara gli effetti di altri gas serra al biossido di carbonio), escludendo l'uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura. I gas serra diversi dal CO2 rappresentavano circa 2.700 Mt CO2e, ovvero il 19% del totale, la maggior parte dei quali era metano, come mostrato nella figura sottostante.

Analisi di IGDP del primo Rapporto biennale sulla trasparenza
e del quarto Rapporto biennale di aggiornamento della Cina (CarbonBrief).

I piani della Cina per ridurre il tasso di emissione di questi climalteranti oltre che inquinanti generici, nel corso di un quinquennio includono progetti di utilizzo del metano proveniente dalle miniere di carbone, tecnologie di distruzione a valle del ciclo di emissione per gli HFC e linee guida sull'uso di catalizzatori per ridurre le emissioni di N2O.

Il piano prevede anche il recupero e la sostituzione dell'esafluoruro di zolfo (SF6) nelle apparecchiature elettriche.

La governance climatica globale
L’obiettivo, espresso con chiarezza, è che è che la Cina svolga un ruolo più attivo nella governance globale del clima, in un ambito di cooperazione internazionale. Secondo il rapporto, entro il 2030 la Cina dovrebbe incrementare notevolmente influenza, guida, gestione degli eventi e pianificazione delle azioni, oltre che, testualmente «il richiamo morale» in questo ambito. Secondo il rapporto, le azioni della Cina in materia di clima potrebbero anche confluire nella Global Governance Initiative , un'iniziativa politica volta a riformare il sistema di governance globale. La Cina si prefigge inoltre l'obiettivo di «costruire una nuova narrativa sulla governance climatica». Al di là della retorica la disponibilità della Cina a guidare l’azione globale sul clima è quanto meno apprezzabile, e visto i successi ottenuti in casa non ci sono motivi per non fidarsi del loro potere attuativo, così come il mercato tecnologico si fida ormai senza remore delle loro soluzioni tecnologiche, soprattutto in ambito ambientale, che siano motori elettrici o pannelli fotovoltaici.

Un altro punto focale per la cooperazione internazionale è rappresentato dai mercati del carbonio. 

Il piano prevede che la Cina ampli l'influenza globale del suo mercato del carbonio, ad esempio attraverso la definizione di norme internazionali, la cooperazione sugli standard e ospitando la ormai prossima Conferenza cinese sul mercato del carbonio.

Che la Cina abbia già un ruoto attivo nella determinazione del prezzo globale del carbonio è già evidente nel lancio della coalizione aperta sui mercati del carbonio conformi, insieme all'UE e al Brasile. Si prevede che questa coalizione adotterà un piano di lavoro in occasione della Conferenza cinese sul mercato del carbonio, che si terrà a settembre.

La Cina potrebbe diventare il più grande acquirente mondiale di crediti di compensazione delle emissioni di carbonio con il progredire della sua transizione energetica. Ecco spiegato perché la Cina trarrebbe vantaggio dal contribuire a definire le regole globali nell'ambito del quadro normativo previsto dall'articolo 6  dell'Accordo di Parigi. 

Conclusione
Il ruolo della Cina nel contrasto alla crisi climatica è uno dei paradossi più grandi e complessi della geopolitica moderna: da un lato è il principale responsabile delle emissioni globali in termini assoluti, dall'altro è il motore incontestato della transizione energetica mondiale.

Anche se non storicamente abbiamo visto che la Cina produce circa il 30% delle emissioni globali di gas serra. Sebbene le emissioni pro capite restino inferiori a quelle degli Stati Uniti, il suo modello industriale pesante storicamente alimentato a carbone la rende l'attore decisivo: nessuna politica climatica globale può funzionare senza la Cina sia coinvolta: ecco perché le intenzioni del piano quinquennale sono sicuramente da accogliere favorevolmente.

Purtroppo il carbone costituisce ancora la colonna portante per la stabilità della rete elettrica e la sicurezza energetica del paese, coprendo ancora oltre il 50-60% della generazione di corrente, e ciò comporta ancora sia la continuazione dell’esistente che la costruzione e mantenimento di centrali termoelettriche per gestire i picchi di domanda domestica. D’altra parte abbiamo visto che le fonti rinnovabili e il nucleare superano ormai il 47-60% della capacità installata o del mix di potenza nazionale, grazie a un boom record nel fotovoltaico e nell'eolico.

Infine la Cina domina nettamente nella produzione e nell’adozione delle tecnologie green e, a corollario, ha incassato tra il 2020 e il 2025, quasi 1.000 miliardi di dollari per batterie, fotovoltaico e veicoli elettrici. Nel fotovoltaico controlla l’80% della catena di fornitura globale, nel campo delle batterie al litio e nel controllo della raffinazione delle terre rare o dei materiali critici è in dominio assoluto, è il primo mercato al mondo per adozione di veicoli elettrici e leader nelle esportazioni tecnologiche del settore e infine, nelle installazioni aggiunge ogni anno più capacità solare ed eolica di quanti ne installi tutto il resto del mondo.

Gli obiettivi ufficiali ben definiti, ovvero raggiungere il picco delle emissioni entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060, pongono il paese in posizione di leadership: la spinta green non è solo una scelta ecologica o di salute pubblica per ridurre l'inquinamento delle città, ma una strategia industriale e di sicurezza nazionale. Dominare le tecnologie del futuro garantisce indipendenza dai combustibili fossili d'importazione e una posizione di forza nel commercio globale.

Il resto del mondo dovrà farsene una ragione e, per molti aspetti, prendere ad esempio o accettare le linee guida che verranno da questo paese. Soprattutto in questo momento dove la geopolitica scellerata della Russia e degli USA di Trump hanno messo la Cina in una posizione di vantaggio che, anche se immobilista e attendista, non potrà che favorirne sempre di più il ruolo di leadership.


08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


23 ottobre 2025

COP30. Dal processo all'azione?


La COP30 è alle porte: quest’anno si terrà a Belém, in Amazzonia, Brasile, location altamente simbolica. E quest’anno anticipo il mio commento, sentendomi abbastanza sicuro del fatto che, anche stavolta, sarà stato bello argomentare e fare accademia intorno a parentesi e virgole…dopo tutto se saltaste alle ultime due righe potrebbe essere amaramente divertente.

Con l’avvicinarsi della COP30 l'attenzione deve spostarsi dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: occorre definire non una mera dichiarazione d’intenti, le solite linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Serve una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento, la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, soprattutto in termini finanziari.

Non dovrà essere solo il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

Per avere successo questa COP, tutte le COP, non hanno bisogno, non soltanto, della definizione dei programmi tradizionali, ancorché importanti, e nemmeno solo dei risultati attesi o conseguiti in tema di adattamento, transizione, mitigazione, o di implicazioni economiche: tutto ciò è definito, misurabile e controllabile in quanto presente nel cosiddetto Global Stocktake (GST), il bilancio globale, ovvero il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle contromisure. Mitigazione, adattamento, mezzi economici di attuazione e sostegno, ripetiamolo, sono conosciuti e definiti, ma questi, privi del necessario supporto, portano e hanno portato rapidamente ad una gestione che non ho esitato a definire fallimentare.

Indubbiamente sono tutte tematiche importanti ed essenziali, ma anche tutte insieme, non costituiscono il “grande obiettivo” di cui questa COP ha bisogno per avere successo.

Non retorica, ma credibilità

Occorre in primo luogo una cover decision: un documento chiave alla fine della conferenza internazionale sul clima che delinea i principali obiettivi e traguardi politici, un accordo primario, basato sul consenso, che stabilisca l'agenda e tenga traccia dei progressi per le azioni future, come fu per il Patto di Glasgow della COP26 o prima ancora l’Accordo di Parigi della COP21; rappresentare una strategia volta a colmare le significative carenze complessivamente riscontrate, soprattutto quelle legate ai piani ambiziosi di azioni riguardanti il cambiamento climatico. Continuerò ad usare la sua definizione inglese, noi lo chiameremmo documento programmatico: lo so, richiama subito alla mente tante belle chiacchiere nostrane[1]

La credibilità della COP30 si basa proprio sul come affronterà tutto questo. I tentativi di spacciare, ancora una volta la COP30 per un successo, senza una risposta del genere, sembrano vani, soprattutto dopo le precedenti edizioni piuttosto scarse in termini di risultati, e a volte paradossali, almeno in termini di sede. Se la COP30 deve colmare il vuoto decisionale lasciato dopo tante belle dichiarazioni d’intenti, ecco che emerge ancora più forte l’esigenza di una cover decision.

All'ultima COP, si è assistito ad un gran parlare di mitigazione e adattamento, senza però affiancarci un serio programma di provvedimenti economici e finanziari legati al cambiamento climatico. Ed è questo è il punto più critico. I paesi in via di sviluppo e quelli più vulnerabili esigono meccanismi di finanziamento più solidi e concreti. Sarà cruciale definire come sbloccare i flussi di capitale per l'adattamento agli impatti e per la mitigazione delle emissioni, superando le promesse generiche. La finanza climatica è la chiave per costruire fiducia tra le nazioni.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico. E, amara considerazione, dei fondi stanziati, a chiacchiere, non un solo dollaro finora è realmente giunto nelle casse dei paesi più bisognosi.

Senza impegni concreti – in particolare nuovi finanziamenti credibili da parte dei paesi ricchi – la storia rischia di ripetersi. Il processo da solo non è garanzia di successo, ma un processo mal gestito è la ricetta per il fallimento.

La COP30 dovrebbe chiudere il ciclo di ambizioni del Global Stocktake, lanciato alla COP28, e non basta affatto inquadrare queste velleità o buoni propositi che sia, in termini di temperatura media globale da non superare.

La COP30 è considerata una tappa cruciale, arrivando a 10 anni di distanza dall'Accordo di Parigi. L'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale a 1.5 °C è ancora lontano. C'è l'urgente necessità che paesi presentino i loro piani relativi agli obiettivi di riduzione delle emissioni, in linea con le indicazioni scientifiche, ma finora, quasi il 95 percento dei paesi non ha rispettato la data di presentazione! Il Brasile, come ospite, cercherà di posizionarsi come leader di questa spinta, possibilmente tutt’altro che nudging.

Tra i paesi che hanno fatto i compiti a casa ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il Brasile, la Svizzera, il Regno Unito, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, il cui piano però dovrebbe essere abbandonato dal presidente Trump che vuole uscire dall'Accordo di Parigi a partire dal 2026. Nella lista figurano anche Uruguay, Andorra, Ecuador e Santa Lucia, Isole Marshall, Singapore e Zimbabwe. Anche il Canada si è aggiunto, nonostante le critiche. 

Cina, Unione Europea e India non hanno ancora presentato i loro piani climatici, paesi tra i principali responsabili della crisi climatica. I segnali politici sull’azione climatica globale non sono positivi.

Dalle parole ai fatti?
Ciò nonostante, una cover decision potrebbe non essere il mezzo più efficace, per lo meno non da sola. È tempo che la COP vada oltre la negoziazione continua, a volte una vero e proprio conflitto, sulla formulazione delle decisioni, e si dedichi davvero a sostenere e facilitare l'attuazione. Ovviamente una COP, ma nemmeno UNFCCC, non sono organi decisionali, legislativi, ma non devono nemmeno essere ridotti al ruolo di portavoce, più o meno ufficiale e ascoltato, dei problemi legati al cambiamento climatico: quelli sono sotto gli occhi di tutti. Facendo inoltre attenzione all’aspetto, in un certo qual modo, burocratico: una cover decision non fornisce necessariamente una migliore panoramica dei risultati, né facilita il raggiungimento di un equilibrio tra diverse priorità.

In secondo luogo, mentre la giustificazione iniziale a Glasgow nel 2021 era la valida necessità di affrontare gli ambiziosi (irrealizzabili?) processi di mitigazione (argomento validissimo anche a Belém), proporre una cover decision inevitabilmente apre la porta all'inserimento di una serie di altri argomenti: il dibattito si amplia e rischia rapidamente di trasformarsi in un ginepraio. Anche se c’è chi vede tutto ciò come un modo per garantire l'equilibrio tra gli argomenti, man mano che i problemi si moltiplicano il prezzo da pagare sale. Un esempio? Dopo la COP27 del 2022 a Sharm el-Sheikh, in Egitto, fu presentato un documento conclusivo (cover decision) contenente ben 17 sezioni! Tutte rimaste lettera morta. Non ci credete? Leggete voi stessi, al primo punto stiamo ancora al ringraziamento e al riconoscimento del contributo scientifico. E qui potete trovare, in italiano, quanto prodotto a Glasgow alla COP26.

In terzo luogo, le cover decision spesso danno origine a mandati mal preparati. Il programma di lavoro sulla mitigazione di Glasgow e il programma di lavoro sulla giusta transizione di Sharm El Sheikh avevano buone ragioni, ma la loro portata e i loro obiettivi sono stati poco discussi prima dell'adozione delle decisioni, e da allora le parti hanno faticato a trovare un accordo su come attuarli. Lettera morta, ancora.

Occorre invece razionalizzare e migliorare i mandati già esistenti, assicurando l’istituzione di processi che facciano la differenza e non che li ostacolino ulteriormente.

Allora, cos’altro opporre, o affiancare, ad una cover decision tutta da realizzare?

Argomenti principali della Action Agenda della COP30

Action! Agenda! Forum!
La cosa migliore sembra quella di realizzare un forum di attuazione, passare all’azione, all’impatto, come ho scritto in apertura. A parte le descrizioni di sintesi, molto utili per approfondire, di ciò che dovrebbe essere e fare un forum del genere a Belém sembra si sia già un bel pezzo avanti, perché esiste già una Action Agenda, che mobilita azioni volontarie per il clima in tutte le economie e le società, fornendo proprio lo strumento di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo, con il grande vantaggio di non richiedere risultati consensuali. La presidenza brasiliana si sta già muovendo nella giusta direzione, con la riorganizzazione dell'agenda d'azione.

Obiettivi della Action Agenda della COP30, 2025
Un attivista di Extinction Solution alla COP29, 2024


Troppi galli a cantar non fa mai giorno...
Ma ecco che il grillo parlante inizia a frinire: osservando le due immagini precedenti sembra proprio che anche stavolta si voglia fare di tutto per realizzare il solito ginepraio, un coro stonato e disarmonico di mille voci, tante chiacchiere e nulla di fatto. Per essere accettabile, un forum di attuazione deve correggere la debolezza principale dell'agenda d'azione finora adottata: non deve moltiplicare gli annunci ma garantire un seguito credibile e un'attuazione concreta. Questa tendenza deve cambiare.

Proteste alla COP29 contro la proposta di un accordo sui finanziamenti per il clima, chiedendo "trillions not billions" e gridando "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo". 2024.

Perché di problemi sul tavolo ce ne sono già tanti, a cominciare dalle proteste degli attivisti dei paesi del cosiddetto “sud globale” (oggi meglio definiti come MAPA, Most Affected People and Areas) che, giustamente, protestano e invitano a disertare COP30. 

Gli ultimi giorni della COP non dovranno essere come in molte delle precedenti edizioni: un'ulteriore e tesa negoziazione su un ennesima cover decision che non avrà molto impatto. Dovrebbero invece essere il momento in cui viene presentato un piano di attuazione, con la garanzia del suo forum. 

Questo piano chiarirebbe come andranno avanti tutti i lavori messi in opera, specificando chi, cosa e quando, con risultati chiari nel giro di uno o due anni. Indicherebbe dove e quando si riunirà un forum di attuazione già nel 2026, per supervisionare i progressi. Tale processo dovrebbe essere guidato dalla presidenza della COP30, dai promotori e, auspicabilmente, entro quella data, dalla presidenza entrante della COP31.

Massimizzare l'azione nel mondo reale

Un piano di questo tipo sarebbe inclusivo, coinvolgendo non solo le parti in causa, ma anche altre organizzazioni internazionali, istituzioni finanziarie, imprese, governi subnazionali e la società civile. Fondamentalmente, potrebbe comunque catturare messaggi politici chiave – sugli obiettivi di mitigazione, adattamento, finanza, perdite e danni – ma in termini di risultati da raggiungere attraverso l'azione, non con la solita retorica.

Cambiare l'abitudine della UNFCCC di negoziare le decisioni sarà difficile. Anche se il risultato dovrà includere una sorta di testo decisionale questo dovrà essere breve e mirato, ma dovrà sicuramente essere affiancato da un forum di attuazione parallelo per conferirgli credibilità.

Il vertice dei leader, che si terrà poco prima dell'apertura della COP30, potrebbe offrire ulteriori opportunità per raccogliere richieste di intervento più incisive e da quello si capiranno molte cose.

Partire dal presupposto che una (ennesima) cover decision a Belém sarebbe sufficiente e prova di successo non è soddisfacente, poiché comporterebbe un alto rischio di fallimento in seguito. Alla COP30 si dovrà puntare più in alto a rappresentare il momento in cui il mondo sposterà la propria attenzione per garantire una maggiore credibilità e, soprattutto, iniziare a massimizzare il proprio impatto nel mondo reale.

Come dite? Un bel discorsetto anche questo? Un altro gallo che canta?
Sono d’accordo…


Il ministro dell'Ambiente brasiliano Marina Silva interviene alla cerimonia di apertura pre-COP a Brasilia, 13/10/2025

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[1] Chissà, riuscirebbe forse meglio in questo compito uno di quei software di AI specializzati? Ce ne sono in grado di tener traccia di quel che si dice in qualsiasi riunione, realizzando un abstract, uno schema per punti chiave, mappe concettuali e addirittura un'agenda del chi fa cosa e quando. Certo, da usare con attenzione, visto quel che davvero fanno questi software.