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02 gennaio 2025

Comunicare la scienza

 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Riprendiamo il discorso introdotto nel mio post di fine dicembre per approfondire il tema della comunicazione scientifica e della divulgazione in genere.

Nel 2012, Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa degli USA, prima con Ford e poi con Bush Jr., rispondendo ad una domanda che gli era stata fatta, tentò di giustificare l’assenza di risultati nella ricerca delle famose armi di distruzione di massa in Iraq, in questo modo.

(…) ci sono cose note note; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono cose note incognite; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non sappiamo. Ma ci sono anche cose note incognite, quelle che non sappiamo di non sapere  (…)[*]


Le incognite note si riferiscono ad esempio a rischi di cui si è a conoscenza, come il sapere che un volo è stato cancellato, alterando un programma di viaggio. Le incognite sconosciute sono rischi che derivano da situazioni così inaspettate che non verrebbero prese in considerazione e che addirittura non rientrano nemmeno nel novero di ciò che avrebbe potuto essere preso in considerazione.

Per quanto riguarda la consapevolezza e la comprensione, gli sconosciuti sconosciuti possono essere paragonati ad altri tipi di problemi in una matrice di questo tipo:

Wikipedia

Ma l’affermazione di Rumsfeld, soltanto apparentemente paradossale, contiene molta più saggezza di quel che appare, come ho avuto modo di trattare in questo mio precedente post.

Ed è strettamente legata al metodo scientifico.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (Annenberg Learner per il diagramma)

Per chiarire tutto ciò, come spero, potremmo prendere spunto dallo stato dell’arte delle conoscenze che oggi gli scienziati hanno sulla composizione del nostro Universo. Decenni di osservazioni, condotte oggi con apparecchiature sofisticatissime, hanno portato a conoscerne, con un elevato grado di certezza, appena il 5 percento circa. Il resto, diviso tra materia ed energia oscure, rappresenta il restante 95 percento circa. Di cosa è fatta la materia oscura? Quali sono la fonte è il tipo di energia che chiamano oscura? Tantissime ipotesi ma sono domande tuttora irrisolte. Man mano però che gli orizzonti della ricerca si allargavano, al diminuire dell’ignoranza, la mancanza di conoscenza e, appunto, l’incertezza di un determinato aspetto, ecco che il metodo scientifico propone nuovi interrogativi.

Arrivare a comprendere di non sapere, porsi nuove domande e, nonostante sia un paradosso, procedendo sulla strada della mancata conoscenza si finisce per saperne più di prima.

Ed è questo paradosso che per primo va spiegato ai non addetti ai lavori: il lavoro della comunità scientifica, che procede mettendo continuamente in discussione i suoi presupposti, e non essendo mai sicura di nulla: una fabbrica di dubbi, come scrivevo tempo fa. Dubbi che genereranno consenso sulle spiegazioni.

Partendo dal non sapere, di fronte ad ogni nuovo interrogativo, soprattutto quando si cerca di fare comunicazione scientifica, è fondamentale saper ammettere di non sapere, dire «non lo so», a maggior ragione quando le tematiche trattate riguardano da vicino temi sociali o relativi alla salute pubblica.

La recente pandemia da coronavirus avrebbe dovuto insegnare molto relativamente a questo modo di procedere, eppure ancora oggi, in diverse occasioni, si assiste al compimento degli stessi errori.

Allora l’incertezza regnava, ad aumentare uno stato di paura già evidente, e le tante discipline scientifiche coinvolte, diversissime tra loro, contribuivano ad alimentare la fretta, da parte di tutti, di avere previsioni, certezze, risultati, di capire cosa fare e cosa sta accadendo, con l’opinione pubblica che dovette familiarizzare in fretta con le figure di scienziati e divulgatori. Il tutto avveniva condividendo dati spesso diversi tra loro e messi a disposizione di tutti, ad un pubblico per lo più privo delle conoscenze necessarie a valutarli o interpretarli, e costruendo un finto consenso scientifico; finto perché basato su qualcosa in corso, che stava accadendo, alimentato anche da un certo voler apparire continuamente in TV o sui social; ognuna delle reti aveva il suo scienziato preferito, con persone che spesso parlavano a titolo personale impedendo di capire esattamente a nome di quale comunità scientifica stessero parlando, e sollevando sconcerto quando le organizzazioni internazionali, a nome delle quali qualcuno avrebbe dovuto esprimersi, smentivano le affermazioni udite poco prima da parte di questi singoli.

Durante quel triste periodo, abbiamo visto inoltre scienziati che litigavano apertamente tra loro in televisione o sui social, o addirittura in entrambi gli ambienti. Migliaia di inutili commenti asincroni rilanciati giorno dopo giorno. Persone che appartenevano alla comunità scientifica che comunicavano se stessi prima di qualsivoglia contenuto scientifico; senza nemmeno immaginare, o pur sapendolo rimuovendone gli effetti deleteri che ciò poteva avere nel pubblico che avevano davanti. Per non parlare di onnipresenti persone di scienza che arrivavano ad abbassarsi al livello di chi li denigrava rispondendo con insulti ad insulti.

Esporsi pubblicamente non è obbligatorio, soprattutto sapendo che le dinamiche televisive sono il più delle volte incompatibili con un certo modo di fare comunicazione della scienza, l’unico possibile, ovvero quello rigoroso ed attendibile. Che dire poi degli scienziati che accettano il confronto con personaggi che esprimono posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, che nel nome del diritto d’opinione e del libero pensiero, fanno affermazioni scientificamente false e pericolose? O dei montaggi ad arte che fanno di un estratto manipolato di un’intervista di pochi minuti, inserita tra chi prima e dopo lo smentisce, quasi sempre senza nessun titolo per farlo? La comunicazione scientifica in televisione va preparata, con una scaletta ben precisa. Non si deve mai improvvisare. È importantissimo spiegare alla gente quello che non si sa, oppure quello che prima era conosciuto e che adesso sappiamo,  meglio ancora raccontare quanto prima nemmeno si sapeva di non sapere. Proprio come accaduto con la conoscenza della composizione dell’Universo ad oggi.  

Raccontare quel cambiamento di paradigma di cui parlava Kuhn, il cambiamento di modello che sta alla base di una spiegazione scientifica.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (fonte web per gli schemi)

Un esempio, con riferimento all’immagine precedente. Con le informazioni a nostra disposizione fino a qualche decennio fa, furono messi insieme i frammenti, non solo fossili ma soprattutto di conoscenza, e in modo fin troppo facile fu ricostruita la storia dell’evoluzione che ha condotto fino a noi, in maniera lineare, progressiva, come avesse, cosa che al nostro cervello piace molto, un fine.

Oggi invece, all’aumentare delle conoscenze, la ricostruiamo come una filogenesi ramificata, un grande cespuglio pieno di specie di nuova scoperte, fino alla straordinaria scoperta della moderna paleoantropologia: fino a 40.000 anni fa su questo pianeta convivano cinque specie umane diverse e la nostra era solo una di queste.  

Il modello attuale, dove l’evoluzione è una ramificazione, un procedere per diversificazione, esplorando nicchie ecologiche diverse, muovendosi attraverso derive, spostamenti o associazioni deriva sempre da quel mosaico di frammenti illustrati in basso nella figura precedente, ma è un cambiamento di modello radicale che fornisce più informazioni, molto più ricco di quello lineare precedente, in grado di spiegare altre correlazioni, di generare nuove domande adatte a progredire, in poche parole, riducendo incertezza e ignoranza. Il progresso scientifico. Pur restando domande irrisolte, per fortuna.

Per chi volesse approfondire l’argomento oltre al post citato nel paragrafo precedente, può far riferimento a questo.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nel post precedente ho citato Popper. Vale la pena riprenderlo.

Il fondatore della filosofia della scienza diceva che esistono due tipi di ignoranza. Quella cattiva, quella che oggi regna sovrana sui social, impregnati di ignoranza criminale e prepotente, di chi crede di avere i numeri del sapere e spesso non sa nemmeno risolvere un semplice calcolo, di chi è pieno di certezze e quindi è un ignorante vero, nel senso che con tutte le sue supponenza e presunzione, non solo in definitiva non sa nulla ma contribuisce a rendere tossico e pericoloso il clima di disinformazione che si crea. 

In secondo luogo c’è invece l'ignoranza buona,  generativa come diceva Popper. L'ignoranza di chi sa di non sapere, come ebbe a dire Socrate migliaia di anni fa, e che quindi esercita il dubbio, pone e si pone domande, aggiunge dati, mette a confronto ipotesi ed è pronto a cambiare idea, aspetto fondamentale, perché un errore, un’anomalia, una difformità nei risultati di un esperimento, sono tutte cose che generano spesso nuove scoperte o suggeriscono nuove conoscenze.

Anche coloro i quali appartengono al mondo della scienza e soprattutto nel caso vogliano fare comunicazione scientifica devono evitare di mettersi dentro una bolla. Fortunatamente chi conosce veramente, ha in genere sempre voglia di condividerlo, un po’ a causa di una sorta di narcisismo benevolo e un po’ perché trattenere per se la conoscenza non ha molto senso, a meno che non si tratti di mettere a rischio segreti industriali o militari.

Ad aggravare l’aspetto negativo dell’ignoranza cattiva, nel nostro paese, ci si mette la situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso. Per quanto moltissime persone di scienza facciano attivamente divulgazione il numero di persone che frequentano eventi in qualche modo legati al mondo scientifico, come ad esempio i Festival della Scienza, la Giornata del Ricercatore, che vanno a vedere mostre o frequentano i musei, è tragicamente basso: meno di un milione di persone, più o meno sempre gli stessi.

Sono molto frequenti, infatti, i resoconti di eventi dedicati alla divulgazione che raccontano di come le persone presenti sono normalmente già perfettamente convinte di quello che si va raccontando, si va dunque predicando ai convertiti. Si parla ad una fetta di italiani che messi insieme non supererebbero lo sbarramento minimo necessario per fare un partito che possa essere rappresentato in Parlamento. 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo – (Telmo Pievani rielaborazione)

Dopo la pandemia il filosofo della scienza Telmo Pievani ha raccolto in un libro una sorta di decalogo dei punti da seguire quando si fa divulgazione scientifica, per indicare soprattutto gli errori da non commettere mai. Ne riporto qui un breve estratto rimandando alla fine del post per chi volesse approfondire.

Comunicare i processi oltre che i contenuti è fondamentale, occorre far capire come si è arrivati ad ottenere determinati modelli, visioni del mondo, prodotti finiti o teorie consolidate, quasi come fosse un contrappasso a ciò che porta a smontare le fake news pezzo per pezzo per dimostrarne la falsità, come visto nel mio precedente post. Occorre fare sempre molta attenzione a fare delle previsioni che non siano sostenute da contenuti scientifici che godano di ampio consenso. «E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro» si dice abbia detto ironicamente Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica; anche se pare sia apocrifa questa affermazione apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto: ironicamente, è opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione stessa.

Attenzione quindi a dire che qualcosa è certo e soprattutto, quando si comunicano i contenuti scientifici ciò non va fatto usando argomenti d’autorità, è sempre controproducente; e nessun argomento va nascosto.

Ma la cosa fondamentale è spiegare cosa sia il consenso scientifico, un argomento molto complesso della filosofia della scienza, che ho cercato di raccontare in diversi post. Persino gli scienziati a volte faticano a capirlo completamente, o ad accettarlo su alcune evidenze che sono tali, come si dice, al di là di ogni ragionevole dubbio, quali ad esempio il cambiamento climatico attuale che ha origine antropica, che non c’è connessione alcuna tra i vaccini e l'autismo, che l'evoluzione è dovuta a un processo chiamato selezione naturale e a tanti altri ancora.

Affermare che su queste o altre posizioni c'è consenso scientifico significa che non si torna più indietro, un lungo lavoro di controllo reciproco delle evidenze, che porta a un risultato che assume l’aspetto di una sorta di pietra di fondamento a partire dalla quale poi si cerca altro, in definitiva la tesi su cui sono fondate le pubblicazioni scientifiche, dando per assodato qualcosa si procede da lì per indagare e capire dell’altro. Una conoscenza di sfondo, qualcosa che pur non essendo certezza assoluta, ha comunque un’altissima probabilità che sia certa, all’atto pratico come lo fosse. E a partire da questa ci si pone nuove domande che porteranno a nuove scoperte, che magari rimetteranno in discussione l’acquisito con una proporzionalità inversa tra grado di consenso e possibilità d’errore, in costante aggiornamento. Ecco perché il consenso scientifico va spiegato. A dimostrare inoltre che nella scienza non ci sono posizioni relative, non è vero che in qualsiasi momento chiunque possa mettere in discussione tutto ciò che è stato consolidato finora. Anzi, ironicamente l’argomento è utilizzato per sostenere il contrario, come quel paleontologo che disse «sono disposto a confutare la teoria dell’evoluzione se qualcuno mi trovasse un fossile di coniglio in rocce del precambriano…». Di questa assenza di relativismo ne ho scritto in questa serie di tre post.

Uno dei problemi principali nel fare divulgazione e comunicazione scientifica oggi è dato dal grandissimo cambiamento che c’è stato nella velocità di fruizione e di attenzione degli interlocutori: primo fra tutti l’incapacità di stare attenti per più di pochi minuti, le difficoltà nel leggere brani che siano più di una mezza paginetta. Ma siamo sicuri che vada assecondata?

Proprio per non sottostare a questo tipo di limiti vanno diffondendosi, e con successo, modelli di comunicazione basati anche su contenuti multimediali lunghi, anche di un’ora, che poi è la durata di una normale lezione.

Alcuni influencer scientifici di grandissimo successo, inoltre, lasciano un po’ perplessi. Danno spesso l’idea che vogliano comunicare più se stessi che non il contenuto scientifico. Persone che si presentano con strane acconciature, ad attrarre attenzione, che usano espressioni dialettali, ambientazioni strane ed un continuo raccomandare a mettere like, ad iscriversi ai canali, a sostenerli. La logica dei social lo richiede ma è compatibile con la comunicazione della scienza questa cosa per cui il divulgatore sopravvive solo se cliccato, se rilanciato, interruzioni pubblicitarie lucrative comprese?

Un divulgatore dovrebbe avere un aspetto istituzionale, occorre potersi fidare di quello che racconta, va distinto se lo fanno affinché ricevano questi like o perché c'è una storia scientifica importante da raccontare?

CC – BY 4.0 Javatpoint.com

E come vanno gestiti commenti totalmente anarchici che imperversano rispetto a chiunque stia sui social? Li banniamo tutti, li cancelliamo, blocchiamo le utenze? Non è democratico, direbbe più di qualcuno. Ne ho scritto nel post precedente: esiste la libertà di mentire?

Resta comunque intollerabile il fatto che un divulgatore serio impieghi tempo e fatica per produrre o scrivere qualcosa che riduca la nostra ignoranza, per farci comprendere cose che ci riguardano da vicino, e poi debba stare ore a perdere tempo, più di quel che ha impiegato a produrre i contenuti, a rispondere al primo idiota che passa, al provocatore, al troll, all’hater. Avete presente i commenti, tristemente maggioritari, di gente che frequenta pagine di divulgazione scientifica al solo scopo di negare persino l’evidenza, al solo scopo, come amo dire, di farsi insultare?

E che contributo dà alla correttezza della comunicazione scientifica rispondere a degli stolti ignoranti che fanno obiezioni prive di senso?

Dobbiamo proprio essere democratici fino a questo punto?

Non credo.

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

L’esistenza in parallelo di social e televisione ha creato una barriera apparentemente invalicabile. C’è chi si informa su entrambe le piattaforme e chi lo fa sull’una o sull’altra, con i più giovani e i giovanissimi con una spiccata preferenza per i social. Sempre che sia informazione ciò di cui fruiscono.

Si rischia, esempio paradossale, di andare in TV a raccontare che vivere fino a 100 anni non sia necessariamente un valore evolutivo, con i rischi di demenza, malattie croniche, problematiche sociali e così via, e si finisce per urtare la suscettibilità del pubblico televisivo che ascolta trasmissioni scientifiche e che, mediamente, è ultrasessantenne! Avete letto bene, ultrasessantenne.

Un difficile compito quello di mescolare linguaggi per non predicare ai convertiti, per fare in modo che cresca la fiducia, che va riposta nella scienza per molte ragioni, alcune delle quali diverse da quanto normalmente si pensa. Come ho avuto modo di dire in passato, è il processo di apprendimento continuo che caratterizza la scienza, la disamina collettiva e le trasformazioni che subisce nel tempo, che la rendono degna di fiducia più di qualsiasi altro ambito. Il confronto sui dati, l’evidenza empirica che genera il consenso intorno ai risultati che, comunque, sono rivedibili. E soprattutto un messaggio collettivo che arriva, espresso da qualcuno che parli a nome di autorità.

Purtroppo in Italia manca un’autorità centrale che parli a nome dell’intera comunità scientifica, come accade ad esempio in Gran Bretagna con la storica Royal Society inglese (la più antica istituzione del genere, fondata nel 1660, The President, Council, and Fellows of the Royal Society of London for Improving Natural Knowledge), e questo comporta spesso che ogni scienziato parli a titolo personale su temi complessi, con uno spettro di visioni differenti che genera confusione e sfiducia.

Tornando ancora una volta agli insegnamenti che dovremmo trarre dagli anni della pandemia, già allora furono condotte indagini da società specializzate nel monitoraggio della percezione pubblica della scienza, ed attestarono che la fiducia nei confronti della comunità scientifica si abbassava giorno dopo giorno, calando bruscamente tra il primo periodo di lockdown e il successivo, un anno dopo. Durante la primavera 2020 la popolazione guardava alla scienza e agli scienziati tutto sommato con fiducia e speranza, ma dopo dodici mesi prevalsero sfiducia e confusione. La causa stava nella contraddittorietà dei messaggi provenienti dalla comunità scientifica.

Confusione spesso alimentata in malafede, scienziati con visioni differenti, evidenziando più i disaccordi, che fa più spettacolo, che i punti di accordo: una scienza divisa, non porta che danni e disaffezione.

In diverse occasioni ho scritto che la politica deve ascoltare la scienza per valutare e prendere decisioni, assumendosene la responsabilità. Va preteso che i politici ascoltino la scienza, occorre deprecare l’insufficiente cultura scientifica media, soprattutto quella nostrana, insegnare di più la scienza fin dalle elementari. Una pandemia ha messo la scienza in prima pagina tutti i giorni per anni, dando agli scienziati l’occasione di spiegare la scienza e il suo metodo, con una platea mondiale a disposizione: ciò nonostante è stata sprecata, comunicando in modo sbagliato e scomposto, con risultati disastrosi e deleteri sulla percezione pubblica della scienza, soprattutto in Italia. Paese il nostro, forse assuefatto a certe situazioni, se si ripensa ad esempio anche a quanto accadde, in termini di comunicazione scientifica, nei mesi che precedettero il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009.

La comunità scientifica dovrebbe riflettere sui suoi errori di comunicazione uscendo dalla bolla.

Vorrei concludere, utilizzando le parole di Piero Martin, per quanto riguarda infine i rapporti tra il mondo scientifico e quello mediatico e della pubblica opinione: relazioni molto delicate.

«[rapporto] Che non può e non deve essere evitato, ma sul quale c’è ancora molto da imparare, sia da un versante sia dall’altro. L’incontro tra scienziati e giornalisti avviene idealmente in cima a una collina, raggiunta con percorsi in salita da entrambi i lati. Se gli scienziati devono fare uno sforzo per rendere i loro risultati e punti di vista intelligibili alla pubblica opinione e quindi semplificare la loro narrazione, per i giornalisti la strada richiede fatica sull’altro versante, che è quello di lavorare per non banalizzare e riportare con rigore quanto appreso. Sicuramente c’è ancora parecchio da fare.»

Dieci errori di comunicazione della scienza che sarebbe meglio non rifare[1]

1) Non solo prodotti, ma processi

Quando si comunica la scienza non ci si deve limitare a sciorinare i risultati, i prodotti, i dati, i numeri. Sono essenziali, ma cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor più importante è spiegare come si arriva a quei risultati, perché sono affidabili ed entro quali limiti. Bisogna raccontare anche i processi che hanno portato alla genesi di determinati risultati, e come questi processi siano stati validati.

2) Certezze pronte all’uso? No, grazie

La scienza ha da sempre a che fare con l'incertezza, con ipotesi esplicative più o meno probabili, sulla base del confronto con i dati in costante aggiornamento. Per arrivare a un consenso scientifico valido oltre ogni ragionevole dubbio, su una certa spiegazione, occorrono tempo e verifiche. Quindi le richieste fatte agli esperti, dai media e dalla politica, di fornire certezze pronte all'uso non vanno assecondate, persino in condizioni di emergenza e di urgenza sociale perché denotano una visione strumentale della scienza. Pur tuttavia, come scrivo nel paragrafo “Un esempio dal passato” di questo mio post, a volte prendere posizioni è davvero arduo.

3) Previsioni? No, grazie

Per motivi analoghi vanno respinte al mittente anche le richieste di fare previsioni scientifiche precise sull'andamento di un fenomeno, quando non si hanno dati a sufficienza, e soprattutto se la richiesta è motivata da ansia sociale o dalla fretta della politica di delegare ad altri le responsabilità delle decisioni. Al massimo è possibile fare delle proiezioni, dipingere scenari, cioè traiettorie possibili del sistema. I contenuti della scienza sono spesso controintuitivi soprattutto quando riguardano statistiche e probabilità. Occorre saper trovare la giusta narrazione senza semplificare troppo.

4) Le verità assolute le detengono i talebani

Gli scienziati che hanno la responsabilità di intervenire sui mezzi di comunicazione di massa non dovrebbero mai atteggiarsi a depositari della verità oggettiva, una volta per tutte, da elargire paternalisticamente al popolo;  devono invece spiegare le loro ragioni, argomentare, chiarire i meccanismi di un certo fenomeno, raccontare diverse ipotesi e scuole a confronto, senza nascondere, laddove ve ne siano, i margini di incertezza. Se un interlocutore punta a buttarla in caciara contestando i dati scientifici consolidati sulla base di sciocchezze senza fondamento, è inutile mettersi sullo stesso piano. L'interlocutore ideologicamente convinto non cambierà comunque idea, ma forse lo farà una parte del pubblico che sta assistendo. 

5) Quando si comunica, anche la postura conta

Imporre il proprio punto di vista sulla base di un argomento di autorità (io so’ io e voi nun sete un *****), oltre a non essere efficace in termini di convincimento, è in linea teorica una negazione del metodo scientifico stesso, che nasce proprio dal rifiuto di qualsiasi autorità precostituita. Far valere le proprie competenze oltre che l’asimmetria fra le proprie competenze quelle di altri interlocutori in un dibattito, è diverso che imporsi per autorità; nessuno nella scienza deve pretendere di avere ragione sulla base del proprio status, ma deve invece far prevalere le proprie idee mostrandone la validità e le evidenze a favore.

6) Il dissenso è il sale della scienza

Nella scienza qualsiasi dissenso va ascoltato, purché argomentato razionalmente e soprattutto se portatore di nuove evidenze empiriche, perché può contribuire alla critica e alla crescita della conoscenza. Quindi è bene, ove possibile, concedere il beneficio del dubbio, smontare a posteriori e non rifiutare a priori persino le obiezioni che già a prima vista appaiono prive di fondamento. Occorre mostrare apertura alla discussione razionale che rispetta lo spirito autentico dell'approccio scientifico.

7) Nessuno scienziato è onnisciente

Ogni scienziato, qualunque sia il suo ambito di studio, conosce bene il proprio campo di studi ed è mediamente ignorante su quello degli altri, soprattutto oggi che la ricerca scientifica ha migliaia di diramazioni e specializzazioni. Inoltre, come abbiamo visto, ci si accorge costantemente di quanto non si sapeva persino nel proprio campo. Il suo mestiere ha a che fare con l'ignoranza, un'ignoranza colta e generativa, cioè il sapere di non sapere da cui discende ogni impulso di ricerca. Quando si comunica occorre essere consci dei propri margini di ignoranza prima di dare degli ignoranti agli altri. Fare i tuttologi è pericoloso, soprattutto in quest'epoca in cui ogni nostro respiro sui media viene registrato e immortalato per sempre sulla rete. A fronte di una domanda giornalistica che non riguarda le proprie competenze rispondere non lo so, o chiedere di porla ad altri, non è una vergogna.

8) Nessun tabù

Nella comunicazione della scienza la trasparenza è un valore essenziale, non esistono argomenti da censurare preventivamente, per paura che non siano capiti. Ancora una volta la pandemia ci ha lasciato un insegnamento: sarebbe stato meglio fin dall'inizio raccontare all'opinione pubblica che i virus vengono normalmente ingegnerizzati e potenziati in laboratorio, spiegando che ciò viene fatto per studiare in anticipo le possibili mutazioni letali degli agenti patogeni, raccontando che su queste ricerche esiste anche un dibattito bioetico circa la loro opportunità e pericolosità. Il tutto proprio per far capire che in base alle evidenze, il virus Sars-CoV-2, ha un’origine del tutto naturale. Far capire all'opinione pubblica che non c'era nulla da nascondere pur ammettendo che alcuni scienziati continuano ad avere i loro dubbi personali sulle origini di questo virus. 

9) I dibattiti scientifici si fanno nelle sedi opportune

Le discussioni scientifiche, anche su temi controversi, seguono regole precise e codificate. Tali procedure per quanto imperfette sono le migliori disponibili per costruire un consenso intersoggettivo sui risultati della ricerca scientifica. Raramente una controversia scientifica è polarizzata attorno a due posizioni contrapposte, radicalmente distinte, quelle tanto amate dai conduttori televisivi. Di solito, nella scienza prevalgono le sfumature di interpretazione su dati condivisi, i dibattiti scientifici non possono essere simulati o scimmiottati o  ancor meno sintetizzati nei talk show televisivi, né sui social network, perché quelli sono contesti in cui vivono regole di dibattito differenti e incompatibili con la scienza. Sono contesti di discussione non sovrapponibili. Assistere ad un confronto tra scienziati, che notoriamente la pensano diversamente, invitati apposta sperando nella lite o nella sovrapposizione di voci, è fuorviante: così facendo sembra che scienza e politica siano in alternativa l'una all’altra o, peggio ancora, che la scienza sia divisa su tutto. Meglio rifiutarsi di partecipare.

10) Spiegare il consenso scientifico

È il punto più difficile, ma forse il più importante. Un dibattito che mette a confronto, uno contro uno, da un lato uno scienziato che rappresenta il consenso scientifico diffuso su un dato problema, e che quindi parla a nome di una comunità scientifica formata da centinaia se non migliaia di scienziati, e dall’altro uno scienziato eterodosso in preda a smanie di malinteso anticonformismo è, per definizione, fuorviante e ingannevole, perché sottende una rappresentazione inesatta delle posizioni in gioco. Quando si fa comunicazione della scienza sarebbe opportuno rimarcare sempre lo stato del consenso scientifico prevalente, su un certo argomento. Per questo è importante che nel dibattito pubblico, oltre ai punti di vista dei singoli scienziati, ci sia anche una voce istituzionale, autorevole, pubblica e indipendente, deputata ad informare i cittadini sullo stato dell'arte delle conoscenze scientifiche su un certo tema. La scienza non è opinionismo, e gli scienziati non devono mai parlare sempre e solo a titolo personale generando confusione nell'opinione pubblica. Non si tratta di ridurre la comunicazione ad una sola fonte né di censurare alcunché, cosa comunque impossibile nella comunità scientifica, ma di dare una rappresentazione istituzionale al consenso scientifico.



[1] Versione ridotta, rivista e aggiornata da “Comunicare la scienza dopo la pandemia: un decalogo”, di Telmo Pievani, 2021, Almanacco della Scienza in «MicroMega» 6/2021, pp. 133-141
[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.


26 gennaio 2024

Dalla serendipità alla logica investigativa, passando per Conan Doyle

Una delle recensioni recenti a cui mi sono dedicato ha riguardato un curioso e stimolante libro. Un viaggio nella logica e nei meandri delle menti investigative, che siano personaggi letterari ma dannatamente "reali" come Sherlock Holmes o ricercatori e scienziati. E l'autore, trattandosi di un geologo, non può che raccontarci anche della necessità, sulla scena del crimine, oltre che di medici, biologi e chimici, anche dei geologi! Ma il punto che mi ha maggiormente colpito è un altro. Un legame anche con quanto avevo letto tempo fa proposito dell'indagine scientifica e del modus operandi del ricercatore.


«As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.». (D. Rumsfeld)[*]
Alla fine la spiegazione di questa massima...storica!

Siamo nel 1301, in India. Nel ricco e multietnico sultanato di Delhi lavora un poeta di eccelsa bravura, contemporaneo di Dante. Si chiama Amir Khusrau ed è ritenuto il massimo autore di espressione persiana vissuto nell'India musulmana dal 1253 al 1325. Scrive moltissimo, con successo, e intorno al 1301 appare il suo capolavoro: Le otto novelle del paradiso. Tutte le novelle, in un'atmosfera di sensuale erotismo, sono intrise di sotterfugi, magie, ricerche di indizi, stratagemmi, sfide di intelligenza. Ed è nella novella del sabato, che compaiono per la prima volta i tre principi del Regno di Sarandib (antico nome dell’attuale Sri Lanka), che un tempo andava dall’Afghanistan all’Oceano, e le loro storie. Il loro padre, che li ha educati a tutte le arti, cresciuti come bravi ragazzi, li mette alla prova esiliandoli, trovandoli umili e riverenti e per nulla ambiziosi. Fingendosi adirato con loro li caccia affinché, per il loro bene, esplorino il mondo, facciano esperienza, vedano i costumi degli altri e si perfezionino, perché un giorno dovranno regnare.

La novella
Entrando in un mondo vastissimo camminano senza direzione precisa, perlustrandolo come razionalisti, fisiognomici, abili nei ragionamenti di analogia.

Incontrano un cammelliere che ha perso il cammello e i tre gli dicono di averlo visto. Per dimostrarlo gli indicano tre indizi, uno ciascuno: è cieco da un occhio, gli manca un dente, ha una gamba zoppa. Il cammelliere conferma e corre a cercarlo, ma non lo trova. Di ritorno, incontra di nuovo i tre principi, che aggiungono altre tre caratteristiche: porta olio da una parte e miele dall'altra, ha una donna in groppa e costei è gravida.

A questo punto il cammelliere si insospettisce, pensa che abbiano rubato loro la bestia e li denuncia al re. Dinanzi a sua maestà, nel giustificarsi per il cammello, i tre dicono che è stata solo una burla: “senza volere, la bugia che gli diciamo, per caso corrisponde al vero”.  Il re risponde che è improbabile che ben “sei menzogne inconcludenti azzecchino tutte insieme la realtà” (come dargli torto?). Dunque li accusa di furto e li mette in galera; per loro fortuna, poco dopo il cammelliere ritrova donna e animale, e li scagiona. Ora le capacità osservative dei tre principi sono palesi: in effetti hanno azzeccato tutte e sei le caratteristiche della scena, pur non avendo mai visto prima il cammello. Interrogati dal re, i tre giovani spiegano sulla base di quali indizi hanno indovinato i dettagli circa l'animale e la donna incinta.

Il sovrano, soggiogato dalla loro fisiognomica irreprensibile, decide di tenerli con sé e comincia a spiarli per carpire i loro segreti. Mentre sono seduti a banchetto i tre fanno altre speculazioni, che si rileveranno esatte: il vino che stanno bevendo proviene da un vigneto piantato dove un tempo era un cimitero; l'agnello che stanno mangiando è stato allevato con latte di cagna; e il monarca non è di puro sangue nobile, perché in realtà è figlio di un cuoco. Punto sul vivo, soprattutto sull'ultima ipotesi , il re verifica che è tutto vero. La madre da giovane tradì suo padre e lo confessa al figlio. Pentito di quell'inchiesta, il re si fa raccontare un'altra volta dai tre principi come sono riusciti a capire quei fatti nascosti. Gli indizi sulla sua illegittimità erano che gli mancava un segno dinastico, il re parlava sempre del pane, la sua fisiognomica. A quel punto il sovrano, per non uscire dai gangheri per la rabbia, premia i tre volubili giramondo e li spedisce di nuovo a casa, dove trovano il vecchio padre che ringiovanisce dalla gioia nel rivederli e cede il regno al primogenito.

La narrazione
Lo schema narrativo di queste novelle è antichissimo, forse di origine araba. Le sue origini profonde si perdono nelle tradizioni orali diffuse tra la Persia, l'India, le terre di kirghisi e tatari, il Talmud babilonese, Sindbad e i sette visir, fin dal V-VI secolo. Arriva in Occidente e compare a inizio Duecento nella leggenda danese di Amleto ed a fine Trecento In Italia, un secolo dopo le Otto novelle del paradiso di Khusrau. Il tema è sempre lo stesso: il piacere della libera investigazione. Affrontare le incertezze del mondo e provare a interpretarle risalendo da indizi apparentemente trascurabili a realtà nascoste e non immediatamente esperibili con i sensi. I principi non stanno cercando proprio nulla. Vanno a spasso, esercitano il loro spirito acuto, si lanciano in prodezze di osservazione e deduzione, con vantaggi per coloro a cui rendono di volta in volta servigio. La vicenda comincia con una burla al cammelliere, uno sfoggio di capacità investigative per il puro gusto di farlo. Attrice principale della novella è la loro capacità di mettersi sulle tracce di indizi, secondo i dettami della fisiognomica e della semiotica. La capacità non solo di interpretare i caratteri psicologici di una persona dai suoi tratti somatici, ma anche di passare in maniera immediata dal noto all'ignoto, dal visibile all'invisibile, su base indiziaria.

Questo organo del sapere indiziario è associato sia alle intuizioni mistiche che alla divinazione induttiva, rivolta ad un ignoto futuro, sia a forme di sagacia pratiche come la perspicacia visiva dei tre principi che invece indovinano realtà poste nel presente e nel passato.

E il mito continua...
Due secoli e mezzo dopo la diffusione delle splendide novelle di Khusrau, da tutt'altra parte del mondo, a Venezia, un certo Cristoforo Armeno, di cui non si sa molto, nel 1557 pubblica una novella: Il peregrinaggio di tre giovani figlioli del re di Serendippo (…) dalla persiana nell’italiana lingua trapportato.

Di sicuro, la novella è un articolo di importazione, forse con impianto diverso ma con gli stessi ingredienti narrativi di quella di Khusrau. Con un testo bonificato e riadattato alla tradizione cristiana, eliminando tutto il tessuto metaforico e sopprimendo i riferimenti alla tradizione erotica, con un orientalismo temperato e accomodante, pur impoverendo lo stile, anche qui i tre principi dimostrano di avere una scienza fondata sui fenomeni e sul mondo fisico, la loro fisiognomica è volta al bene. I racconti di sagacia interpretativa ora sono centrali e i tre principi diventano l'archetipo del detective: il mondo è pieno di segni polivalenti da interpretare. I tre principi mostrano grandi capacità di osservazione, sagacia, una geniale accuratezza nel raccogliere indizi, ma non trovano ciò che non stavano cercando ma danno semplicemente sfoggio del loro alto ingegno, ingraziandosi il potere. Cristoforo Armeno, ce li presenta insomma, come maestri di “abduzione”, cioè del trovare la spiegazione migliore per i dati a disposizione procedendo a ritroso dagli effetti alle cause, riuscendo così a interpretare il mondo e gli eventi; raccolgono indizi apparentemente casuali interpretando segni e tracce come segugi, ricostruendo scenari possibili.

La novella verrà ritradotta e ristampata costantemente fino al Novecento. L'impianto narrativo del processo di iniziazione della favola dell'eroe, del resto, ammalia da sempre gli esseri umani: il male e il bene, le prove, i fallimenti, l'imminente pericolo di morte, la salvezza arriva solo dopo aver toccato il fondo, il capovolgimento delle sorti, nuove prove e così via.

I tre principi di Serendippo non trovano per caso qualcosa che non stavano cercando. Piuttosto, esibiscono il loro alto intelletto, la prudenza, un sottile avvenimento, molta scienza e creatività. Il caso ha un ruolo del tutto marginale, sia nell'originale persiano sia nella traduzione veneziana. La specialità dei tre protagonisti non è abbandonarsi alla sorte, ma fare le giuste associazioni abduttive.

La sagacia investigativa non è accidentale ma prevista e preparata, coltivata. I principi sono tre investigatori nati che scoprono le realtà più diverse. E la ricerca a suo modo antesignana del romanzo poliziesco: decifrare orme, segni e indizi per giungere alla verità, come fanno i cacciatori e come ancor meglio sanno fare le prede, come fanno da sempre i medici nelle loro anamnesi, e come farà poi Sherlock Holmes o qualsiasi altra figura di detective della finzione letteraria. Si tratta di accertare verità spesso postume come sanno bene tombaroli, archeologi, paleontologi e geologi. Tutto sommato, si scorge qui qualche parentela anche con le verifiche sperimentali e osservative, con la conoscenza per controprova.

Mr. Walpole

E da Venezia saltiamo nel tempo e nello spazio per arrivare nella Londra di metà del XVIII secolo, in un clima che permea tutta l’Europa, Gran Bretagna compresa, di “innamorati” dell’Oriente. In questo paese vive una strana creatura intellettuale, amante di paccottiglie e bizzarrie: Horace Walpole. Era bravo nello stravolgere il significato delle parole e nell’associare con naturalezza idee a prima vista sconnesse. E’ da questa mente abituata ad ardite analogie che nasce la parola “serendipità” e, nemmeno a farlo apposta, nasce come si conviene, da un fraintendimento.

Walpole, dopo aver letto la traduzione inglese della novella di Armeno, scrive ad un amico e gli racconta delle sue indagini retrospettive, senza uno scopo particolare, su intrighi ed omicidi fiorentini del passato, comunicandogli di aver fatto una scoperta decisiva: “questa scoperta, in verità, è quasi di quel genere che io chiamo serendipity, una parola molto espressiva che, giacché non ho niente di meglio da raccontarti, cercherò di spiegarti: la capirai meglio per derivazione più che per definizione. Una volta lessi una sciocca favoletta intitolata The three princes of Serendip: nel corso dei loro viaggi, le loro altezze scoprivano continuamente, per caso e per sagacia, cose che non andavano cercando".

Dunque la parola serendipity nacque come una derivazione casuale giocosa, come un capriccio da collezionisti, l'antico nome dello Sri Lanka non ha nulla a che vedere con il suo significato. Walpole sceglie la parola chiaramente per il suono e per l'effetto che fa. Gli piace la musicalità della parola eufonica anche in inglese con quelle cinque sillabe scandite. Che sia un vezzo è dimostrato dal fatto che non la userà mai più nei suoi scritti! Compare soltanto in questa lettera, con un tocco di autoironia.

Quanto al significato, c'è in effetti qualcosa di snob e di ironico nel pensare che grandi scoperte derivino da circostanze modeste e occasionali, come il fortunato ritrovamento di una meraviglia da parte del collezionista. Il punto dirimente, però, è che Walpole sbaglia completamente l'interpretazione. Nella sua lettera le definizioni chiave sono “sagacia accidentale” e “scoprire qualcosa che non si stava cercando”. In tutte le diramazioni delle novelle orientali che confluiscono nella traduzione di Armeno la parola caso compare una sola volta e i tre principi non scoprono affatto ciò che non stavano cercando. Di sagacia, insomma, ce n'è tanta, ma di caso poco,  giusto quello del peregrinare dei tre giovani e il loro tentare di indovinare quel che capita.

Possiamo dire quindi che la serendipità, grazie a un fraintendimento sviante, è nata in modo ”serendipitoso”.

Il tema della novella di Armeno è l'arte indiziaria, la capacità abduttiva che permette ai tre principi di portare a termine con successo il loro viaggio iniziatico. Non trovano nulla e non incontrano alcun caso fortunato.

Voltaire, persino lui
Un’altra importante reinterpretazione è quella che ne fece Voltaire, in una storia arabeggiante dedicata al destino: quella del babilonese Zadig (saadiq, cioè “saggio” dal nome in arabo ed ebraico) che adotta “lo stile della ragione” per affrontare la vita. Ritroviamo in tutta la storia le abilità nel risolvere enigmi, le prove di prontezza di spirito, i racconti di misteri svelati le interpretazioni di minuzie, dettagli e “mille e ancora mille differenze” dove gli altri vedono solo uniformità.

Ciò che noi oggi chiamiamo abduzione per Voltaire significa appunto apprezzare le piccole differenze nei fenomeni osservati al fine di arrivare a un risultato preciso, che sarà particolarmente importante: descrivere un oggetto mai visto, prevedere l'esistenza di qualcosa che non è mai direttamente finito sotto i nostri sensi, o anche indovinare una serie di eventi del passato che, retrospettivamente, spiegano quegli indizi. In altri termini, esiste un ignoto che va ricostruito a partire dai segni che ha lasciato, da tracce, orme, effetti, spie indirette della sua presenza.

I princìpi o i prìncipi dell'investigazione?
Anche nella scienza è cruciale saper descrivere qualcosa che non si è mai visto prima, persino ciò che non sarà mai visibile ai nostri sensi. Tante scoperte sono state fatte desumendo l'esistenza di entità che nessuno prima aveva osservato: bosoni di Higgs, onde gravitazionali, geometrie che disobbediscono a Euclide. Ci si è arrivati sulla base di indizi, come fanno Zadig e i tre principi di Serendippo, oppure tirando le conseguenze da teorie e modelli, o anche intercettando realtà sia fisiche che rappresentate da entità matematiche inventate dagli scienziati.

I passaggi per arrivare da Zadig a Sherlock Holmes non sono poi tanti. Il grande paleontologo e anatomista francese Georges Cuvier scriverà, per il suo mestiere di indagatore del tempo profondo, proprio come lo Zadig di Voltaire:  “da un'impronta fossile bisogna capire quale animale abbia calcato la sua zampa milioni di anni fa, dalle forme delle ossa pietrificate ridurre le fattezze complete di un animale estinto”. E’ lo stesso mestiere dell'investigatore perché, da pochi indizi il paleontologo capisce con certezza che, per esempio, era un ruminante. Quindi da un singolo dettaglio, da un femore e da un pezzo di cranio, grazie alla sua perizia e al confronto con i resti di altri animali, riesce a ricostruire tutta la creatura estinta e persino i suoi comportamenti.

Da questa citazione di Cuvier partirà, nel 1880, il darwiniano Thomas Huxley nello scrivere un saggio memorabile, sul sapere indiziario e sull'idea che alla base di molte scienze vi siano le profezie. Sì, le profezie, ma non quelle divinatorie sul futuro bensì le profezie rivolte al passato.

E ancora qui il caso non c'entra niente, nonostante le dichiarazioni di alcuni grandi uomini di scienza del passato. Trarre vantaggio dalle osservazioni casuali è la conseguenza più importante dell'avere una mente teorica, se non hai predizioni e aspettative in mente non potrai mai notare che un'osservazione accidentale è incongruente e quindi potenzialmente foriera di serendipità. Louis Pasteur, che di ricerca se ne intendeva parecchio, diceva che nella scienza, il caso favorisce (solo) le menti preparate.

William Whewell, grande amico di Charles Darwin, colui che coniò nel 1834 la parola scienziato, nella sua storia delle scienze induttive del 1837 aveva scritto che nessun ruolo spettava al caso nella scoperta scientifica ma che esiste sempre all'inizio un'idea distinta e ben ponderata da mettere alla prova. È proprio questa idea a rendere l'accidente possibile, ma si tratta solo di un presunto accidente. In realtà è un accidente cercato, preparato, voluto. Insomma, contano poco il contesto e la personalità dello scienziato: ciò che vale nella scienza è l'idea che ti muove. La sagacia, che prevale decisamente sul caso.


(da sinistra: Cuvier, Huxley, Pasteur, Whewell e Darwin)

L'approccio libero e disinteressato dei tre principi di Serendippo, quello in cui non si sta cercando nulla e si va a zonzo per la natura con attitudine curiosa scoprendo fortuitamente qualcosa, non è quello dello scienziato. Questi parte sempre equipaggiato di predizioni e aspettative teoriche, senza le quali non potrebbe notare l'incongruenza di un'osservazione inattesa e “serendipitosa”; è difficile pensare che si possa condurre una ricerca totalmente non mirata, andando a zonzo in quel che la Natura offre e mossi dalla sola curiosità di conoscere. Lo scienziato ha sempre in testa una domanda che apre la ricerca, magari da falsificare al primo esperimento, forse inconsapevole, ma pur sempre una conoscenza teorica di sfondo, un'ipotesi da mettere in gioco, un presupposto. Ogni esperimento è una domanda posta alla natura, una domanda che suppone aspettative teoriche. Proprio come farebbe un detective se l'obiettivo è cercare qualcosa che non si conosce. Non si può partire dall'ignoto, proprio perché non se ne sa nulla: bisogna partire dal noto, da un'ipotesi, almeno da una supposizione. Non è il lampo di illuminazione, che quasi non ha bisogno del pensiero. Ci vuole duro lavoro, sforzo intellettuale, metodo. Si improvvisa e si scopre sbagliandosi, ma da professionisti.

Profezie...sul passato!
Nel 1880, l'evoluzionista amico di Darwin, Thomas Huxley, definì questa capacità ”profezia retrospettiva”. L'espressione è volutamente paradossale: la profezia di solito si riferisce alla previsione di un evento futuro. Come la divinazione, che implicava il saper vedere qualcosa di nascosto nell'avvenire. La profezia retrospettiva mostra invece l'invisibile negli effetti presenti oppure un invisibile riferito a un evento del passato. Il profeta retrospettivo afferma: “in un certo momento del passato, se ci foste stati, avreste visto questo”. In questo modo i limiti della conoscenza sensibile vengono superati, lo scienziato del tempo profondo va oltre le apparenze e si sporge verso l'ignoto. Grazie alla profezia retrospettiva, scrive Huxley, "si comprende ciò che fino a prima andava oltre la sfera della conoscenza immediata, si vede ciò che era invisibile al senso naturale del vedente”.

Da un effetto si può risalire alla causa competente a produrre quell'effetto e tutto questo è supportato e sostenuto dalla fiducia nella costanza dell'ordine della natura. Insomma, come avrebbe detto Holmes "tolto l'impossibile, quel che rimane, per quanto improbabile, dev'essere vero".

Mi pare logico...


Abduzione” significa generare un'ipotesi che, qualora verificata, spiegherebbe l'insieme dei fatti osservati, accrescendo le nostre conoscenze, e lo si fa in base all'osservazione di connessioni tra fatti non teorizzati sul piano generale. Per questo l’abduzione è alla base del ragionamento ipotetico-deduttivo, perno di ogni sapere scientifico: analizzare i dati indiziari, proporre ipotesi probabili, valutarne la verosimiglianza, fare predizioni, metterli alla prova con ulteriori dati. In un gioco senza fine di congetture e aggiustamenti. In sintesi, è la logica della scoperta.

Inferire l'esistenza di qualcosa e descriverlo nei suoi tratti, senza averlo mai visto prima, a partire da indizi, tracce e segni, rientra quindi nell'induzione. Si noti che, anche se le premesse sono vere, la conclusione non è logicamente certa, ma solo probabile. Si naviga comunque nell'incertezza ma con metodo: se un'ipotesi è più economica e parsimoniosa, nel senso che implica meno parametri e fattori in gioco, tenderemo a preferirla perché più probabile. Fino a prova contraria, sempre.

Ad ogni modo le connessioni tra le capacità abduttive e il trovare ciò che non si va cercando restano assai deboli. E, sulla scia di Zadig, a dimostrarlo sono proprio tutti i campioni del sapere indiziario che sono pressoché infallibili. Altro che scienza dell'inatteso.

Devono risolvere un mistero, applicano il metodo indiziario e colgono nel segno. Straordinario, tant’è che pur sapendo che è nella penna dell’autore l’intera storia, che ne conosce ogni dettaglio, svolgimento e conclusione fin dall’inizio, ne restiamo affascinati.

Nei Delitti della Rue Morgue, capolavoro poliziesco di Edgar Allan Poe, estremizzazione letteraria dell’abduzione e che ispirò Arthur Conan Doyle, il detective Auguste Dupin analizza ogni dettaglio, procede per esclusione e riesce persino a leggere nella mente del suo amico, ricostruendo i passaggi del suo ragionamento. Bisogna pensare a ciò che nessuno ha pensato, come lo scienziato dinanzi a un'anomalia, non ritrarsi nemmeno di fronte alle ipotesi più strane, persino che il colpevole sia un orango, ma alla fine comunque, magari con l'aiuto della gloriosa teoria delle probabilità, “l'esperienza rivela sempre la sua vera logica”. Gli avvenimenti collaterali e accidentali sono importanti, ma Dupin li domina rendendoli oggetto di calcolo assoluto, riconducendo l'imprevisto a formula matematica. Il risultato finale, dunque, è negazione della serendipità.

Elementare, mio caro Watson!

Sherlock Holmes non è da meno. Il suo inventore, Arthur Conan Doyle, era medico, allievo e segretario di Joseph Bell, un esperto di semiotica medica, amante dell'induzione, delle connessioni tra indizi, mago delle diagnosi in corsia, che poi il giovane Conan Doyle doveva redigere per iscritto. Conan Doyle scrisse i primi bozzetti del suo personaggio mentre aspettava i pazienti nel suo ambulatorio specialistico, tra un viaggio in nave e l'altro, come medico di bordo. Il detective Holmes è dunque figlio del sapere indiziario in medicina. Da questo, e dall'esempio del detective Dupin di Poe, ne trasse nel 1886 il modello di un poliziotto scientifico con grandi capacità di indagine e che doveva applicare un rigoroso e realistico metodo indiziario, non affidandosi a coincidenze fortunate, ma ad orme nel fango, ceneri di sigaretta, calli sulle mani, usure, piccoli dettagli impercettibili ai più. Il protagonista deve meritarsi il successo con la fatica e con il ragionamento, non scoprire il colpevole grazie a circostanze fortuite. Nella finzione letteraria, Holmes è addirittura autore di cataloghi sistematici e quasi paranoici di indizi quali ceneri di sigaretta e calli sulle mani. Qui c'è ben poca serendipità. I colpi di fortuna non esistono quasi mai nella vita reale, scrisse Conan Doyle in una lettera del 1900 in cui raccontava la nascita del suo personaggio raccontando come trasse ispirazione dal suo vecchio professore di Edimburgo, dalla sua logica implacabile che dagli effetti risaliva alle cause diagnosticando così a colpo d'occhio le malattie.

Holmes dunque è ancor più scienziato di Dupin: razionale e sistematico. La scienza prende il posto del caso e i delitti quello delle malattie.

A ben vedere Sherlock Holmes, quasi disumano, senza cuore ma dotato di una magnifica intelligenza logica, porta l'abduzione a conseguenze così estreme da negarla. Watson fa da contraltare alle sue presunzioni di infallibilità, ma senza grossi risultati. Infatti la scienza di Holmes viene presentata non come abduzione ma come deduzione logica: da premesse generali a conseguenze sottese e inevitabili.

Quella di Holmes è scienza esatta, per dirla in modo più filosofico con una delle massime dello stesso Holmes, ripetiamola: “eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità”. Si tratta nientemeno che del tipico procedimento sperimentale per cui si analizzano, si comparano e si scartano le diverse variabili e ipotesi in gioco, al fine di corroborare una teoria, che sia scientifica o investigativa, scartando le false piste. Il detective, come lo scienziato, è consapevole che questa scienza funziona fino a un certo: cioè solo fin quando sei sicuro di, e hai gli strumenti per, valutare davvero tutte le variabili potenziali. Spesso restano sul tavolo diverse congetture, altrettanto probabili improbabili, perché la natura umana e non umana sa essere contorta.

Il resto allora è calcolo delle probabilità e fortuna, ammette Sherlock Holmes. Quindi non è esattamente una scienza esatta ma l'ambizione è quella.

Ma a questo punto, per chiudere con un sorriso, non posso non pensare alla famosa citazione del fu Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa USA durante la presidenza di Bush jr. Nel tentativo di arrampicata su specchi insaponati, di giustificare il mancato ritrovamento delle famose armi di distru(a)zione di massa, disse ai giornalisti in conferenza stampa.

«As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.».

Tradotto alla lettera:
Come sappiamo, ci sono i noti noti, le cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono gli ignoti noti, che sarebbe a dire che sappiamo che ci sono cose che non sappiamo. Ma ci sono anche gli ignoti ignoti – le cose che non sappiamo di non sapere.

Appendice geologica

Così come geologo è l'autore che mi ha ispirato questa digressione investigativa, lo sono anch'io, se non altro nel cuore e nell'anima. E allora vi propongo un esempio di abduzione, di inferenza non deduttiva, tratto dalla geologia.

Negli anni Ottanta, Luis e Walter Alvarez iniziarono a sostenere che un enorme meteorite aveva colpito la Terra circa 65 milioni di anni fa, causando un’enorme esplosione e profondi cambiamenti climatici che coincisero con l’estinzione dei dinosauri. Il gruppo di Alvarez sosteneva che il meteorite aveva causato l’estinzione, ma questo lasciamolo da parte, senza entrare nei dettagli che riguardano ipotesi alternative quali quelle dei Trappi del Deccan. Consideriamo solo l’ipotesi che un enorme meteorite abbia colpito la terra 65 milioni di anni fa. Un’evidenza cruciale per questa ipotesi è la presenza di livelli insolitamente elevati di alcuni elementi chimici, come l’iridio, negli strati della crosta terrestre che hanno 65 milioni di anni. Questi elementi sono tendenzialmente presenti nei meteoriti in concentrazioni molto più elevate rispetto a quelle presenti sulla superficie della Terra. Questa osservazione fu considerata una buona evidenza a supporto della teoria che un meteorite avesse colpito la terra grossomodo in quel periodo.

Se costruiamo questo esempio nella forma di un argomento con premesse e conclusione, è chiaro che esso non è né una induzione né una proiezione. Non stiamo inferendo una generalizzazione, ma un’ipotesi su una struttura o un evento che spiegherebbe i nostri dati. In filosofia si usano diversi termini per indicare inferenze di questo tipo. Il filosofo Peirce le chiamava inferenze “abduttive”, in opposizione a quelle “induttive”. Altri le hanno chiamate “induzioni esplicative” o “induzioni teoriche”. L’espressione più comune è “inferenza alla miglior spiegazione”, ma il filosofo della scienza Peter Godfrey-Smith, contemporaneo, ne usa una leggermente diversa: “inferenza esplicativa”.

[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.

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Bibliografia
Roberto Franco. E' sedimentario, mio caro Watson! 2023.
Peter Godfrey-Smith. Teoria e realtà. 2021
Telmo Pievani. Serendipità. 2021