Visualizzazione post con etichetta metodo scientifico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta metodo scientifico. Mostra tutti i post

04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.


04 gennaio 2026

Microbi. Anche ciò che non vediamo ci riguarda

L’attività umana ha prodotto nei sistemi terrestri cambiamenti che, per proporzioni e importanza, non hanno pari dall’avvento della fotosintesi, e ciò ci ha dato alla testa. Qualcuno l’ha chiamata impronta ecologica. Ma che cosa ha a che fare con batteri e affini? E questi, che c'entrano con bit & byte?

È stato detto «Siamo proprio come dei, quindi tanto vale abituarci all’idea».

Nella seconda metà del Novecento, molti pensavano che i rapidi progressi tecnologici avessero ormai superato ogni limite che ostacolava il controllo umano sul pianeta. Questa visione ottimista, definita «Antropocene buono», si basava sull’idea che il nostro ingegno tecnologico ci avrebbe permesso di mantenere uno stile di vita ad alto consumo energetico gestendo responsabilmente il grande potere acquisito.

«State soffrendo per un bene più grande» si diceva...e allora ditelo alle popolazioni che sono già nella morsa della siccità o dell'innalzamento del livello medio dei mari!

Gli abitanti di Bikini si sentirono dire qualcosa di simile – che evacuare la loro casa sarebbe stato per il bene di tutta l’umanità – dall’esercito americano, e questo particolare esempio di giocare a fare dio ha lasciato un angolo del pianeta inabitabile per oltre 20.000 anni. Assurdo, perfino crudele, quanto appare.

Il fatto che abbiamo alterato i cicli geochimici del pianeta non significa che ne abbiamo il controllo; ma del resto l’Antropocene non riguarda affatto il controllo, piuttosto evidenzia la relazione intima con il futuro del pianeta, strana tanto quanto quella che ci lega alle nostre comunità microbiche.

I rapporti nel tempo recente tra biomasse animali addomesticate, umana e naturali

Questo è il grafico più spaventoso del mondo: la quantità di biomassa rappresentata dal totale di quella umana e degli animali da questa addomesticati supera di diversi ordini di grandezza quella della fauna selvatica. Ma ciò che poche persone capiscono è che descrive anche una catastrofe microbica.

Ogni specie possiede un ecosistema influenzato dall'ambiente e dagli altri animali con cui interagisce. Il leone nella savana entra in contatto con nuovi microbi quando si nutre di carcasse o beve dove altri animali hanno lasciato escrementi. In cattività, mangia solo carne sterilizzata ed è a contatto esclusivamente con persone. Non ci sono separazioni nette, non c’è antitesi tra uomo e natura. Un declino in un livello porta al declino in un altro; quando la biodiversità cala nel macromondo, cala anche in quello microbico. Come le matriosche, ogni estinzione di mammiferi o insetti contiene altre innumerevoli estinzioni o quasi estinzioni, che si verificano a mano a mano che il microbiota animale perde il proprio habitat.

Ciò che rimane è la microbiomassa associata agli esseri umani e a ciò che mangiano.

La biomassa della Terra e un dettaglio della distribuzione di quella animale

Mutare e trasferire
Quanto i microbi siano indispensabili è presto detto. Un grammo di fango negli estuari urbani di città come Shangai o New York, contiene circa un milione di geni resistenti agli antibiotici provenienti dai batteri. Si sono scoperti batteri mangiasale vivi, sopravvissuti dopo essere rimasti intrappolati nei cristalli per 250 milioni di anni. Il principio del cambiamento è il tratto più essenziale del mondo microbico. Le forme di vita unicellulari esistono forse da 4 miliardi di anni, e ogni innumerevole generazione ha prodotto una leggera differenza rispetto alla precedente, un piccolo errore nella copia. È stato ipotizzato che ci siano tante specie diverse quanti sono stati i batteri individuali: idea che è già di per sé notevole prima ancora di considerare che in ogni dato momento sulla Terra sono esistiti qualcosa come 5.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 (5x1030) batteri – espressi in tonnellate di carbonio si stima equivalgano a circa 70x109 tonnellate (Gt). Si pensa che un’altra quantità pari a 1.000.000.000.000.000.000 (1012) viva sulle particelle di polvere nell’atmosfera, e si crede che tra il 50 e il 90 per cento della biomassa oceanica consista di cellule microbiche. Sono numeri pari ad almeno 100 volte il quantitativo di stelle di tutte le galassie dell’universo.

Nel 2016, scienziati giapponesi hanno scoperto un batterio capace di degradare la plastica PET in uno stabilimento di riciclaggio, segnalando come i microbi oceanici si stiano evolvendo per consumare rifiuti plastici. L’origine di questa incredibile diversità risiede nella loro capacità di condividere il proprio DNA: il processo del Trasferimento Genico Orizzontale. Una cellula batterica può scambiare le proprie informazioni genetiche con qualsiasi altra cellula. I microbi che si sfiorano l’un l’altro possono scambiarsi i geni: in alcune specie lo scambio è mutuo e coordinato, altre specie assorbono ciò che trovano, pezzi di DNA, frammenti di virus, altre ancora rubano il patrimonio genetico altrui fagocitando altri microbi (così sono nati organelli specializzati presenti nelle cellule eucariotiche). Oppure scelgono di coabitare e, come coppie sposate da tempo, alla fine si fondono per diventare quasi indistinguibili l’uno dall’altro. Non tutti gli scambi danno luogo a adattamenti significativi: le modifiche inutili spesso vengono spazzate via dalle generazioni successive. Questo processo permette ai microbi di sviluppare processi vitali importanti quali fotosintesi, catabolismo e simbiosi.

Tuttavia, le nostre azioni stanno censurando sempre di più questa libera espressione, frenando l’orgia e costringendo l’evoluzione microbica a seguire la nostra guida. Da quando abbiamo cominciato a usare il fuoco – oltre 500.000 anni fa - per cucinare il nostro cibo, gli uomini influiscono sulla selezione dei geni nelle proprie popolazioni microbiche tramite scelte dietetiche. Questa selezione «morbida», però, è diventata un processo di selezione «dura» tramite l’uso di composti antimicrobici; dapprima con esitazione, da quando abbiamo cominciato a sfruttare gli effetti profilattici del mercurio e dell’arsenico alla fine dell’Ottocento, ma poi con aggressività, da quando si è diffuso l’impiego di antibiotici dopo la seconda guerra mondiale. A titolo di esempio nelle popolazioni mondiali sviluppate, l’abuso di antibiotici è accusato di essere la causa del rapido declino di Helicobacter pylori, un microbo che vive nello stomaco e che si coevolve con gli esseri umani da almeno 100.000 anni per assistere nel regolare la produzione di acido nello stomaco (qui la storia della scoperta della vera natura dell’ulcera). E gli effetti di questa liberalità con gli antibiotici non si notano solo nelle viscere umane.

Antibiotici

Gli antibiotici hanno sicuramente contribuito alla formazione di fossili futuri semplicemente con il loro effetto sui tassi di mortalità, ma hanno anche influenzato in maniera sostanziale la prosperità di batteri che si sviluppano molto lontano dai corpi di esseri umani o animali trattati. Sono comunemente usati per promuovere la crescita del bestiame e, dato che fra il 30 e il 90 per cento degli antibiotici ingeriti sia dagli animali sia dagli esseri umani vengono espulsi immutati nel suolo e nei corsi d’acqua, il mondo microbico in generale viene inondato da composti antimicrobici. Potrebbe risentirne perfino il fondamentale ritmo dell’evoluzione batterica e rischiamo di rendere inefficace una delle maggiori e più benefiche scoperte mai fatte. 

La resistenza agli antibiotici prodotti in laboratorio ebbe inizio negli anni Venti del Novecento, da una singola componente di DNA. Da allora si è diffusa attraverso il trasferimento genico orizzontale a velocità sorprendentemente elevate. Oggi, in ogni grammo di escrementi umani o animali si trovano milioni di copie di quell’elemento originario; ogni giorno circa 100.000.000.000.000.000.000.000 (10²³) copie vengono rilasciate nell’ambiente, riversandosi nei fiumi e negli oceani tramite gli impianti per il trattamento delle acque reflue - veri e propri hotspot di propagazione - oppure tornano al terreno. Questi elementi genici sono stati trovati sia nella foresta pluviale amazzonica che nelle regioni polari. L'emissione di composti nell'atmosfera sta accelerando l'evoluzione microbica e aumentando la diffusione dei geni di resistenza nel pangenoma globale. Molti eventi selettivi che causano resistenza sono temporanei, ma alcuni cambiamenti nelle comunità microbiche saranno permanenti.

Ci sono molti divulgatori sui social che diffondo splendide immagini e video del mondo microscopico, segnalo questa.

Batteri ovunque
Ogni grammo di terreno contiene miliardi di cellule microbiche. Il DNA extracellulare può sopravvivere nel suolo o nell’argilla per migliaia di anni, e date le giuste condizioni, potrà restare nell’humus fino a quando incontrerà un batterio ricettivo, mettendo in moto una nuova linea di evoluzione batterica.

Il dogma centrale della biologia

La regola essenziale della vita biologica è fissata da quasi 4 miliardi di anni: l’informazione biologica scorre dal DNA all’RNA, alla proteina, al fenotipo in una cascata chiusa che gli scienziati chiamano «dogma centrale» (ne ho scritto qui). È immutabile ed esiste fin dal Last Universal Common Ancestor, l’ultimo antenato universale comune di tutta la vita (LUCA). Ma per la prima volta in 3,7 miliardi di anni, le nuove tecniche di conservazione con silicio che memorizzano dati digitali nel DNA hanno superato il tradizionale dogma centrale.

Abbiamo un organismo capace di dirigere la propria evoluzione e l’evoluzione di ogni essere vivente sul pianeta: Homo sapiens. E per quanto se ne dica, spesso con giudizi puramente ideologici, la modifica genetica degli organismi operata dagli umani è antica quanto essi stessi.

Nel 2007 fu sintetizzato chimicamente il primo genoma: il DNA di un batterio fu impiantato nelle cellule di un altro batterio. Il risultato fu che il secondo somigliava e si comportava esattamente come il primo. Alcuni anni dopo, furono sintetizzate alcune cellule viventi di questo batterio basandosi sulle informazioni archiviate elettronicamente. Ciò che fu fatto rappresenta una transizione evolutiva vera e propria.

Fino ad allora, ogni essere vivente aveva bisogno di un antenato (Omne vivum ex vivo, come ebbe a dire Pasteur): adesso non più. In teoria, estendere il dogma centrale potrebbe permettere la ricostruzione di patogeni o specie estinte, perfino la sintesi di organismi nuovi, uno qualunque dei quali, se prosperasse, rappresenterebbe un segno nella sabbia del tempo evolutivo.

Ma per ora, siamo ancora meno che all’inizio. Per fortuna. Personalmente resuscitare specie estinte non mi interessa, mi accontento delle loro rarissime tracce fossili.

Tornando a quella visione divina che molti esseri umani hanno del loro potere, realizzare la de-estinzione sarebbe il più grande trucco divino di tutti, ma non si raggiungerà confezionando in laboratorio specie scomparse. Gli animali non sono semplicemente la somma delle loro parti: ogni caratteristica fisica è il risultato di una serie di adattamenti evolutivi trasmessi attraverso migliaia di generazioni. Fabbricare un nuovo genoma non sarebbe sufficiente. Esistono già elefanti asiatici con pezzi di DNA di mammut ma come gli elefanti, i mammut avranno avuto una struttura sociale complessa. Un nuovo branco esisterebbe in un vuoto sociale, un mondo che ha completamente dimenticato cosa significa essere un mammut. Gli animali devono imparare a essere animali: non si può sintetizzare il comportamento. E ancora, come ebbe a dire il biologo evoluzionista Stephen J. Gould, se potessimo riavvolgere il nastro dell’evoluzione e ripartire da zero, i percorsi e i finali sarebbero del tutto diversi ogni volta.

Anche noi avremmo bisogno di cambiare. Riportare in vita specie perse per l’espansione del dominio umano sarebbe miracoloso, forse perfino un’espiazione per i peccati passati, ma ci richiederebbe anche di imparare a vivere accanto a ciò che un tempo abbiamo espulso dell’esistenza.

I microbi esistono da miliardi di anni grazie alla loro inventiva. Sono i grandi improvvisatori del mondo, e la loro capacità di evolvere oltre i propri limiti apparenti sembra un buon modello da cui imparare a vivere nel mondo che abbiamo creato per noi stessi. I microbi dimostrano che ciò che potremmo essere non è limitato da ciò che siamo, e che accettare collaborazione e adattamento, scrollandoci di dosso le vecchie forme per accettarne di nuove, può portare a un aumento di vita.

Archiviazione

Ma ancora una volta emerge l’antropocentrismo più egoista, una moderna e antica allo stesso tempo, versione del principio antropico che vede il mondo, l’universo intero fatto per il genere umano.

Studi e ricerche da diverso tempo stanno cercando di realizzare un sistema di archiviazione in grado di replicarsi, utilizzando come supporto il DNA dei batteri. Perché?

Dopo la nascita dei servizi di data streaming, dell’intelligenza artificiale, del cloud storage, delle piattaforme di social media e dell’ubiquità degli smartphone e degli smartwatch, ormai ci vogliono solo un paio di giorni per produrre cinque miliardi di gigabyte di contenuto digitale, equivalenti a tutte le informazioni digitali esistenti prima del 2003. Entro il 2025 il totale creato annualmente sarà di oltre 160 zettabyte (ZB = 1021 byte). Se la maggioranza dei dati non venisse cancellata, sovrapponendone di nuovi o eliminandoli, le riserve globali di silicio non sarebbero sufficienti per conservare in modo permanente tutti i dati che produciamo.

Ma il consenso scientifico e le stime attuali indicano che la densità di archiviazione teorica del DNA si avvicina a circa 455 exabyte per grammo, ovvero 455 milioni di gigabyte (1018 byte).

Agli inizi degli anni Duemila si cominciò a pensare al problema dell’archiviazione dei dati. Il problema non è solo l’enorme quantità di informazioni, ma anche il fatto che i mezzi di archiviazione non sono sicuri. Per migliaia di anni abbiamo sconfitto l’entropia lasciando tracce deliberate di ciò che sappiamo. Scrivere ci ha permesso di battere il tempo e di parlare al futuro, ma finora i materiali disponibili sono stati fragili: la pietra si erode, la carta si disintegra e persino la memoria elettronica si degrada. La vita, d’altro canto, è definita nella sua essenza dalla trasmissione sicura di informazioni nel tempo. E allora perché non convertire le quattro basi azotate del DNA in informazione binaria (con Adenina per “00”, Guanina per “01”, Citosina per “10” e Timina per “11”) e racchiuderla al sicuro nel genoma della materia vivente dove, in teoria, la si potrebbe recuperare in eterno? Peccato che, ad oggi, recuperare le informazioni significa anche contemporaneamente distruggerle: si poteva sequenziare il DNA solo una volta per recuperare le informazioni, dopodiché andava tutto distrutto. Si è in grado di leggere i dati, per quanto con qualche sporadico errore, ma così facendo di fatto si cancellano.

È quasi paradossale: c’è un’acuta ironia nel fatto che gli scienziati stiano prendendo in considerazione l’archiviazione nel DNA mentre la biodiversità globale sta crollando. È stato proprio il considerare le altre forme di vita come semplici risorse che ha portato a gran parte del disastro in cui ci troviamo; la nostra cura, con un deciso cambio di direzione e passo, dovrebbe essere diretta a incoraggiare un futuro praticabile per tutti gli esseri viventi, e invece abbiamo cominciato a rivolgerci alla vita per mettere al sicuro le nostre storie. E l’idea di affidare le cose a cui teniamo di più alle cure di microbi è altrettanto inquietante.

Conan the bacterium

Sicuramente ne avrete sentito parlare e visto i Tardigradi, simpatici animaletti pluricellulari che sembra abbiano proprietà magiche, potendo sopravvivere in condizioni inimmaginabili. Ma qui c’è qualcosa che va oltre.

Deinococcus radiodurans fu scoperto nel 1956, in una lattina di carne in scatola, in uno delle migliaia di casi di serendipità nella ricerca scientifica. Alcuni scienziati in Oregon stavano facendo esperimenti sul potenziale di conservazione dei raggi gamma quando individuarono un batterio che non riuscivano a sterilizzare. Il suo nome significa «terrificante cocco resistente alle radiazioni»; anche se  è vero che δεινός, dal greco, significa tremendo o terrificante, significa anche strano, singolare, straordinario. Terrificante o strano che sia può sopravvivere all’essiccazione estrema e a una dose di raggi gamma mille volte superiore a quella letale per gli esseri umani. Con un’esposizione tremila volte superiore a quella che ucciderebbe noi, il batterio risulta indebolito ma ancora vitale. Nel 2002 la NASA ne espose per sei minuti un campione a radiazioni solari ultraviolette a 300 chilometri di altezza, ma D. radiodurans tornò sulla Terra illeso. È sopravvissuto per più di un anno all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale in orbita attorno alla Terra: in un ambiente che sembrava incompatibile con la vita per via dell’esposizione a dosi elevate di raggi UV, del vuoto, di fluttuazioni enormi della temperatura e di infinite altre minacce. C’è chi sostiene che si sia originato su Marte, e che sia arrivato sulla Terra a causa dell’impatto con un meteorite.

Lo hanno soprannominato “Conan the bacterium”, in assonanza col famoso personaggio cinematografico interpretato da Arnold Schwarzenegger.

La sua straordinaria resilienza è dovuta semplicemente alla sua forma. Il batterio consiste di quattro cellule organizzate in un comodo anello e assomiglia un po’ a dei panini. I danni da radiazioni spezzano il DNA, ma la forma ben stretta di D. radiodurans fa sì che il questo sia tenuto assieme anche una volta spezzato, permettendo al microbo di ripararsi in fretta. Per quanto si sa, non lo si può uccidere:  durerà sul pianeta fino a quando il Sole stesso diverrà una stella gigante rossa e qualsiasi forma di vita sulla Terra sarà stata cancellata. C’è tempo…

Tornando in tema. C’è qualcuno che sta cercando di usarlo come supporto biologico eterno per l’archiviazione dei dati di cui s’è scritto.

...e vi do un'altra notizia...
I mineralogisti sono giunti alla conclusione che oltre il quaranta per cento delle specie di minerali sulla Terra è in un modo o nell’altro biogenico, cioè dovuto all’azione diretta o indiretta di organismi viventi. Argomento trattato brevemente da Rober M. Hazen nel suo “Breve storia della Terra”, da me recensito e, più approfonditamente, da Philip Marsden nel suo "Sotto un cielo di metallo" (coming soon).

Post scriptum
Possiamo definire la scienza come l'arte di trovare modelli ricorrenti in natura.
La loro individuazione presuppone attente osservazioni, ovviamente condizionate dai nostri sensi. Da animali visivi basiamo la nostra percezione del mondo su quel che vediamo. E ciò che vediamo è a sua volta legato agli strumenti che abbiamo a disposizione: quindi la storia della scienza è anche la storia delle invenzioni che modificano la nostra percezione delle cose. Tuttavia, paradossalmente, l'invenzione di nuovi strumenti è vincolata a ciò che vediamo. Se non vediamo qualcosa tendiamo a ignorarla.
(Paul G. Falkowski)

Ecco perché per centinaia di anni anche la scienza ha ignorato i microbi.

________________________________________
Riferimento bibliografico
Tracce. Alla ricerca dei fossili di domani. David Farrier, 2023

21 luglio 2025

Sperimentazione, pubblicazione, peer review, patologie e cantonate

 

Sperimentazione
C’è un imperativo, direi un dogma (lo so, suona male parlando di scienza), che guida ogni ricercatore che sa fare il suo mestiere: la riproducibilità dei risultati sperimentali.

Chiunque annunci di aver fatto una «scoperta», non solo si deve aspettare che altri colleghi ripetano l'esperimento nei loro laboratori, cercando di ottenere gli stessi risultati, ma anzi deve auspicare che ciò accada. Ogni articolo scientifico descrive nella sezione «Materiali e metodi» le procedure sperimentali o teoriche usate, inclusi preparazione dei campioni, apparecchiature, protocolli, agenti chimici, metodi statistici, software e autorizzazioni etiche, se richieste. Provare per credere dunque! Se in questa sezione sono presenti evidenti lacune, il lavoro non viene pubblicato e agli autori viene fornito un elenco di modifiche da apportare, a volte accompagnato da commenti anche molto critici. Se ciò che si dichiara non può essere verificato nonostante protocolli formalmente corretti, allora probabilmente da qualche parte c’è un errore, almeno. La riproducibilità dei risultati è un vaglio cieco e spietato, che protegge la scienza dagli errori, a volte vere e proprie ca…ntonate e, soprattutto, aiuta a distinguere, nel marasma delle cose che capitano, quello che scienza non è. Ad esempio, le truffe - tra cui includiamo le fake news - oppure, emotivamente parlando, la suggestione collettiva e la manipolazione inconscia.

E ciò accade perché gli scienziati, prima di esser tali, sono persone, soggette alle stesse distorsioni cognitive degli altri e alle prese con la quotidianità della vita di chiunque, fissazioni da cui faticano a liberarsi e tante belle speranze comprese: la speranza prima è effettuare per primi una scoperta, magari eclatante! Ecco spiegato anche perché studiosi con fior di competenze trascorrano le giornate chiusi in laboratori dentro a una montagna, in un osservatorio in pieno deserto o chiusi in un batiscafo a 2500 metri di profondità negli abissi oceanici; e qui da noi, in cambio di una borsa di studio a quarant'anni con cui a malapena ci si autosostenta e senza nemmeno la possibilità di scaricare le spese mediche. Appare quindi comprensibile che questa ambizione possa intaccare quel sano scetticismo di fondo che è uno dei dispositivi di protezione individuale più importanti per ogni scienziato. Capita cioè che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno, e a furia di arrovellarsi sulla questione arrivi ad affezionarsi ai «suoi» dati sperimentali, addirittura anche se inconsistenti e ben poco riproducibili, nonché alle argomentazioni imbastite strada facendo per inquadrare di tutto un po’ in una cornice pseudorazionale. E se quelle teorie ad hoc vanno contro a saperi consolidati, dimostrati e funzionanti non c’è problema: ci si appella alla rivoluzionarietà dell’idea. Pur di salvare il proprio lavoro, questi scienziati butteranno nel cestino, più o meno inconsciamente, i dati che contraddicono le attese accogliendo solo quelli graditi, attribuiranno effetti del tutto accidentali a cause che non c'entrano niente, vedranno un segno certo in uno spettro fatto solo da rumore di fondo. Infine, per un insieme di motivi, riusciranno a convincere un certo numero di colleghi della bontà delle proprie convinzioni, alimentando così un micidiale autoinganno collettivo. Quella dei “Raggi N” è una storia esemplare davvero notevole.

Scienza patologica…e sovietica
La costruzione di una simile architettura priva di fondamenta ed eretta in totale buona fede, ha un che di patologico: non a caso il premio Nobel per la chimica Irving Langmuir la definì proprio così, scienza patologica, dedicandosi con passione a fare quel che oggi chiamiamo debunking, smascherare le bufale, le false scoperte.

La mente del ricercatore «contagiato», pur accettando a priori le regole fondamentali del metodo scientifico sperimentale, inconsapevolmente se ne allontana e comincia a interpretare i dati in base ai propri desideri. Il bello è che, a prima vista, l'indagine condotta ha una parvenza di ordinaria credibilità - cosa che di solito fa presa non solo sul grande pubblico complottaro, ma anche su vari addetti ai lavori che cadono vittime dell’esaltazione per, ciò che ritengono essere, una grande scoperta. Ma un’indagine obiettiva mostra subito che il fenomeno accade solo in una regione piuttosto limitata dello spaziotempo, cioè sotto gli occhi di chi brama vederlo. Nonostante ci siano prove più che sufficienti a dimostrare l'inconsistenza del tutto i ricercatori colpiti dal male si ostineranno a difendere le proprie teorie iperboliche, controbattendo alle critiche con congetture buttate lì seduta stante. Dopo un po’, nella scienza sana prevale lo scoramento e si riprende il largo abbandonando la fantasiosa scoperta al proprio destino. Ci penserà il tempo a sommergerla nell'oblio o farle toccare terra in altre epoche, regalando eventualmente alle teorie alla deriva una seconda opportunità. Personalmente, ne ho conosciuto uno…

Insomma sembra un po’ il contrappasso del debunking che, stando ad analisi recenti e affidabili, pare non serva a nulla. Il tentativo di smontare le bufale nella speranza che si arresti la diffusione di informazioni false online non funziona insomma. Ci sono evidenze scientifiche che hanno dimostrato chiaramente che questa pratica è utile soltanto per chi già è predisposto a cercare la versione smentita. Si predica ai convertiti.

Ma non attecchisce laddove dovrebbe farlo, e a peggiorare le cose causa un effetto di maggiore polarizzazione dovuto al fatto che chi si vede arrivare delle informazioni a smentita della sua tesi si arrocca sempre più su posizioni difensive reagendo con veemenza.

C’è poi anche ciò che amo definire scienza sovietica. Quanto accadeva nell'URSS decenni fa o dando ascolto a scienziati di comprovata fede politica, tipo Lysenko (si veda qui per la vicenda e la tragica fine di Vavilov), che prese una cantonata genetica clamorosa; o, al contrario, non ascoltando scienziati e teorie valide perché non in linea con la linea del partito.  Un po’ come la cosiddetta identity politics condiziona il pensiero politico qui potremmo parlare di identity science se non fosse che parlarne in tal senso sia un evidente paradosso.

Ciò nonostante, ci sono ancora dozzine di casi di false scoperte e pseudoscienza che continuano a riaffiorare.

Il blog Retraction Watch contiene un database di oltre 40.000 articoli scientifici caduti in disgrazia e ritirati e ritrattati per i più svariati motivi.

C'è inoltre una vergognosa top ten dei 10 articoli ritrattati, sbagliati, più citati. Articoli che dopo essere stati ritrattati e ritirati hanno ricevuto ancora più like, persino dalla comunità scientifica internazionale.

Ancora in lista all’ottavo posto, c'è il famigerato articolo di Andrew Wakefield che suggeriva un legame tra vaccino trivalente e autismo. Quel lavoro venne pubblicato nel 1998 e fu ritirato nel 2010. Le sue conclusioni sono state più volte smentite, la condotta di Wakefield giudicata scorretta e l'intera storia è stata raccontata allo sfinimento. Ciò nonostante, l'articolo continua a galleggiare sull'oblio, anche grazie ad alcuni scienziati forse superficiali, fosse distratti, forse chissà. Ma se loro per primi non si chinano a seppellire i cadaveri, né li riconoscono, non si capisce bene chi dovrebbe farlo.

Di clamorose cantonate prese da fior di scienziati ne è piena la storia, tra le più famose quella della «memoria dell’acqua» (si veda il paragrafo dedicato all’omeopatia in questo mio post) e quella della «fusione fredda» (qui).

Publish or perish

Ma non tutti gli abbagli sono spiegabili in termini di scienza patologica. Fatte salve le ipotesi di frode, si verificano talvolta errori significativi da parte degli scienziati, spesso attribuibili alla pressione di tempi ristretti in un contesto che normalmente richiederebbe pazienza, chiarezza mentale e una riflessione approfondita. Contrariamente a tutto questo, ci si trova immersi in un ambiente frenetico a causa della competitività sfrenata ed esasperata dell'ambiente accademico, con implicazioni anche internazionali, con la penuria di fondi puntata alla tempia e le incerte prospettive di carriera strette al collo. Per non parlare degli interessi industriali legati a molti programmi di ricerca che hanno resto il mondo accademico molto più restio alla condivisione di quanto fosse un tempo. Gli avanzamenti sono inoltre legati al numero di pubblicazioni scientifiche e al loro impatto, misurato in termini di numero di citazioni, ovvero quanto i colleghi hanno preso i tuoi lavori come riferimento, e col famigerato impact factor, un altro numerino aggiornato di anno in anno che quantifica il prestigio di ogni rivista. È chiaro che, se il motivo conduttore diventa publish or perish, «pubblica o muori», le debolezze umane possono saltar fuori, zone d'ombra incluse. Nella migliore delle ipotesi il ricercatore in ansia da prestazione (o da precariato) può essere spinto a pubblicare troppo e troppo presto i propri lavori, trascurando di svolgere i dovuti controlli. Così, succede di sorvolare su quel che appare un’inezia, un miserabile dato che non torna, senza coglierne tutto l'aspetto inquisitorio e approfondire. Altrove, in particolare in ambito medico biologico, la cantonata può arrivare da una inadeguata analisi statistica dei dati, che conduce a conclusioni gravemente errate.

Durante la pandemia da Covid-19 ad esempio, la tendenza a pubblicare rapidamente i risultati delle ricerche sul tema è aumentata parecchio e non sono mancate le ritrattazioni eccellenti, con annesse polemiche, critiche anche feroci da parte di improvvisati tuttologi e cali generalizzati della fiducia da parte dell’opinione pubblica, già soggetta ad un bombardamento continuo di fake news costruite a tavolino.

La ritrattazione avviene quando un articolo viene rimosso dall'archivio della rivista su cui è stato pubblicato, e sostituito con una nota editoriale in cui si spiegano le ragioni del dietro-front.

In genere si tratta di ricerche viziate da gravi errori plagio e frodi accertate o sospette. Il ritiro dell'articolo può essere richiesto dall'autore stesso o da altri ricercatori perché non riescono a riprodurre i risultati del lavoro incriminato seguendone i protocolli. Occorre innanzitutto evitare che un articolo sbagliato funga da base per ulteriori studi, inquinando la letteratura di riferimento; questi dolorosi mea culpa sottolineano la natura auto correttiva e la vocazione alla trasparenza della scienza, i cui risultati ricadono idealmente sulle vite di tutti e ne diventano patrimonio ed eredità.

Peer review
La scienza è, soprattutto oggi, una grande impresa collettiva, e da ciò derivano la sua forza e la capacità di isolare gli errori: lo strumento collettivo utilizzato, in cui ogni ricercatore diventa giudice dei colleghi e da essi viene giudicato si chiama peer review, revisione tra pari. È Il sistema di controllo adottato dalla maggior parte delle riviste scientifiche ed elimina la spazzatura macroscopica. La pratica della peer review venne introdotta nel 1665 col numero inaugurale della rivista «Phylosophical Transactions» della «Royal Society for Improving Natural Knowledge», la prima istituzione scientifica della storia degna di questo nome, citata brevemente come Royal Society.

Una procedura ben consolidata quindi, ma è davvero efficace?

Ovviamente ci sono storie davvero tristi. Un biologo e giornalista scientifico nel 2013 inventò di sana pianta un articolo sulle proprietà antitumorali di una sostanza estratta dai licheni. Infarcì l’articolo di errori così grossolani che anche uno studente delle superiori se ne sarebbe accorto, spedì l’articolo a 304 riviste open-access (ad accesso gratuito, ci sono poi quelle in abbonamento), inventandosi uno pseudonimo davvero improbabile e il nome dell’istituto di ricerca, localizzandolo, a caso, in Eritrea.

Ben 157 riviste pubblicarono quella spazzatura. I valutatori o avevano lavorato coi piedi, meglio dire non lavorato, o proprio non esistevano. Più della metà delle decisioni finali non avevano rapporti di approvazione.

In un altro caso la allora direttrice del British Medical Journal nel 1998 inviò a duecento revisori (referee) un articolo contenente, apposta, ben otto errori di vario tipo. In media gli esperti ne trovarono due, nessuno li scovò tutti, e per qualcuno l’articolo era perfetto.

Tornando alla domanda a monte va detto che l'obiettivo di fondo della procedura di peer review non è garantire la correttezza dei dati riportati facendo così emergere truffe e manipolazioni ma, piuttosto, assicurare la correttezza formale e metodologica del lavoro. Se un revisore ha dubbi sui risultati, può richiedere altri esperimenti. Tuttavia, spesso non è facile valutare la validità delle misure, quindi di solito i risultati vengono accettati.

La procedura pur avendo numerosi limiti tecnici riesce comunque abbastanza bene nel controllo della forma e del metodo del lavoro e nel caso sbagli, il punto di forza della peer review e ancora una volta la capacità di autocorreggersi. Può accadere che un articolo di buona qualità, rifiutato da una rivista prestigiosa, venga poi accettato altrove e venga ampiamente citato, riconoscendone l'effettivo valore. Inoltre, la peer review è solo il punto di partenza di un percorso in cui il tempo giocherà un ruolo fondamentale. Se in un certo lavoro c'è davvero del buono, altri verranno a replicarne i risultati, a costruire sulle conclusioni della scoperta, ritagliandole il posto che merita.

Nota: quanto guadagnano i revisori dalla loro attività? Zero. Operano a titolo gratuito; e ancora, riviste prestigiose in abbonamento, non sono per questo più autorevoli di quelle gratuite.

Concludo citando un caso recente, nato sull’onda del progresso e della potenza elaborativa, inarrestabile ed a crescita esponenziale, dei cosiddetti Large Language Models (LLM), strumenti di AI.

La possibilità offerta da questi di realizzare in modalità pressoché automatica lavori da sottoporre a pubblicazione e peer review è stata, già da qualche anno, oggetto di una levata di scudi da parte della comunità scientifica; ciò nonostante, non sono mancati episodi più o meno eclatanti di ricercatori rivelatisi alla fine non meno peggio di tanti ciarlatani. Ma qui le cose si invertono.

Ci sono ormai evidenze che l’AI sia utilizzata dai revisori, per automatizzare il loro lavoro, generando spesso risultati completamente errati. Ricordo che un LLM segue sempre la stessa metodologia, sia che fornisca risposte corrette che sbagliate (sulla pagina Facebook di Walter Quattrociocchi ci sono numerose informazioni utili).

Ed ecco che non è l'autore della pubblicazione da sottoporre a review che sta barando, ma chi dovrebbe leggerlo, allora il primo non fa che difendersi: questa scelta è stata difesa, con razionalità, sostenendo che i prompt nascosti rappresentano una contromisura contro i revisori pigri che usano l’AI. Secondo il professore, in assenza di regole univoche sull’integrazione dell’AI nel processo di peer review, e sapendo che molte riviste vietano esplicitamente l’uso dell’intelligenza artificiale per valutare i lavori, l’aver inserito dei prompt leggibili solo dalle AI rappresenta un modo per poter controllare questa pratica e smascherarla dove presente.

Ad ogni modo, e lo affermo in maniera asettica, appare probabile che in un futuro non proprio lontano, il ruolo dell’AI nella revisione delle pubblicazioni scientifiche sarà preponderante. La capacità di assorbimento della necessaria letteratura che qualsiasi LLM potrà offrire, e spesso già offre, supera di diversi ordini di grandezza le potenzialità di chiunque, con buona pace di Borges e della sua biblioteca.

Spiccioli di matematica

[NdA] In questo paragrafo non sono stato preciso, me lo hanno fatto notare e ho corretto qui

Fin dalle scuola media abbiamo imparato che un teorema matematico va dimostrato. Insomma non può arrivare un Pitagora qualunque e affermare che «In ogni triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti». Tutti i triangoli rettangoli? Pitagora non avrebbe mai averli potuti disegnare e misurare tutti visto che sono infiniti. Ma veniamo al punto, dando per assodato che ci sono diverse dimostrazioni del famoso teorema.

In ambito scientifico, la dimostrazione matematica è lo strumento più infallibile e potente che si ha per produrre conoscenza. È Verità con la V. Un enunciato di cui viene data dimostrazione matematica vale in qualunque tempo e in qualunque angolo dell’Universo. Un teorema dimostrato è per sempre, altro che diamanti (che tra l’altro non lo sono trattandosi della fase instabile del carbonio…ma non divaghiamo).

Una dimostrazione inizia da una serie di assiomi, asserzioni vere perché evidenti a chiunque (tipo quelle di Euclide e dei suoi fondamenti). Si prosegue poi con logica inoppugnabile passo dopo passo alla necessaria validità della conclusione, che è poi l’enunciato stesso del teorema. Solidità dei blocchi di partenza e correttezza formale del ragionamento. Criteri così scrupolosi e condivisi non esistono in nessun altro campo di indagine.

Quando i matematici dimostrano usano uno strumento molto più affidabile di qualsiasi altra prova scientifica usata da chimici, fisici e via discorrendo, men che mai da medici o psicologi. Nel loro procedere questi ultimi non usano strumenti logici impeccabili ma si affidano ad osservazioni ed esperimenti, che è comunque la base del metodo scientifico fin dal suo ideatore, Galileo Galilei. Studiano un fenomeno, formulano una certa ipotesi e la vagliano alla luce di un esperimento che ne esamina l’efficacia, sia nello spiegare il fenomeno sia nel suo saper predire l’esito di altri fenomeni. Esperimenti non necessariamente fisici, ma anche esclusivamente mentali, come quelli di Einstein. Quelli raccolti man mano sono solo indizi, mai certezze, che costituiranno le fondamenta di una teoria al massimo altamente probabile. Nonostante le tante e solide prove scientifiche a disposizione, concettualmente almeno, nulla che derivi da osservazione e percezione è mai inconfutabile né univoco. Ogni esperimento, per quanto condotto a regola d’arte, è comunque fallibile, parziale e diversamente interpretabile. E tutto ciò nonostante la rivoluzione della Meccanica Quantistica, che ci ha insegnato ad accettare ad esempio fenomeni assolutamente controintuitivi e al limite del paradosso, sui quali però, innegabilmente si basa il funzionamento di tantissima tecnologia.

L’intrinseca debolezza della prova scientifica è comunque il nutriente del progresso scientifico, dei cambiamenti di paradigma; ogni qual volta una teoria, fino ad allora ritenuta valida, per lo meno la più corretta, è stata sostituita da un’altra, con la consapevolezza che qualsiasi spiegazione o modello, anche se decisamente migliore del precedente, rimarranno comunque viziati da qualche elemento di incertezza.

La conoscenza che deriva dalla logica matematica, invece, è ben più assoluta e definitiva di quella di ogni altra disciplina. Perderemo le nostre città, l'ultima delle piramidi d'Egitto si sgretolerà a terra come accadde alle altre meraviglie del mondo antico, dimenticheremo storie, poemi e le opere d'arte verranno inghiottite nella marea dei secoli, ma le intuizioni di Euclide, l'algebra o il calcolo infinitesimale no, quelli ci accompagneranno anche su un altro pianeta.

Per evitare comunque interpretazioni scorrette sulla apparente mancanza di validità (fino a prova contraria) di una teoria scientifica, suggerisco di approfondire tra i miei post ogni qualvolta ho fatto, da profano, un po’ di filosofia della scienza, o quando ho citato e spiegato il falsificazionismo di Popper.


Conclusioni

Sulla base di una sorta di generico principio democratico si assiste spesso a dibattiti dove vengono messi a confronto scienziati con sedicenti esperti o comunque personaggi influenti. Ma dare a tutti lo stesso tempo per esporre opinioni diverse è una cosa che ha senso in un sistema politico bipartitico, ma non funziona nel caso della scienza, perché la scienza non è un’opinione: non è, appunto, democratica. Si basa invece sulle evidenze, e progredisce attraverso affermazioni che possono e debbono essere verificate sperimentalmente, mettendole a confronto con le osservazioni. Le ricerche sono poi, come abbiamo visto, soggette a una revisione critica da parte di una giuria di esperti scientifici. Le affermazioni che non vengono vagliate con questa procedura – o che sono state esaminate e sono state respinte – non possono dirsi scientifiche, e pertanto non meritano lo stesso tempo in un dibattito scientifico.

Un’ipotesi scientifica è come l’accusa di un pubblico ministero: è l’inizio di un processo che può essere molto lungo. La giuria deve decidere non sull’eleganza dell’accusa, ma sull’entità, la forza e la coerenza delle prove che la supportano. Giustamente si chiede che il pubblico ministero fornisca le prove – numerose, solide e coerenti – e che le prove resistano all’esame della giuria, che può prendersi tutto il tempo necessario per portarlo a termine.

Nella scienza avviene all’incirca la stessa cosa. Un’affermazione non viene accettata solo perché proviene da una persona intelligente, o perché un gruppo di persone ne discute, ma quando una giuria di revisori – in rappresentanza della comunità dei ricercatori – ha esaminato le evidenze a sostegno di quell’affermazione e ha concluso che sono sufficienti perché la si possa accettare.

Sappiamo anche che nella ricerca scientifica l'incertezza è costantemente presente, e se qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta: la scienza non si scrive, al massimo si riscrive. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domande.

Il dubbio ha un’importanza cruciale per la scienza – quello che noi chiamiamo curiosità o scetticismo è ciò che spinge la scienza a progredire – ma nel contempo la rende vulnerabile alle rappresentazioni fuorvianti, in quanto è facile decontestualizzare le incertezze e creare l’impressione che ogni cosa sia ancora incerta. Molto negazionismo funziona così: non nega la scienza, non potrebbe perché non potrebbe dimostrarlo, ma usa la normale incertezza scientifica per minare la conoscenza scientifica.

E qui mi contraddico, senza se e senza ma!

Storie dal passato
Sperimentazione Clinica
Esemplare, in campo clinico ed epidemiologico, la storia della sperimentazione legata alla streptomicina, uno dei primi antibiotici derivati da muffe, ovvero da batteri, impiegato nel trattamento delSe qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domandela tubercolosi. Dopo averla estratta, verso la metà degli anni Quaranta del XX secolo, negli Stati Uniti si avviò la sperimentazione clinica che inizialmente sembrava fornire risultati mirabolanti. Ma la cosa non convinse l’epidemiologo inglese Bradford Hill che non accettava l’approccio americano se guariscono funziona, sennò amen, non abbiamo perso nulla. Hill voleva dei test specifici e progettò un metodo sperimentale a tavolino, inventando lo «Studio Controllato Randomizzato» (RCT). Lo studio si doveva basare quindi su due gruppi di pazienti, confrontando i risultati statistici di chi ha preso il farmaco e di chi no, un primo gruppo trattato ed un secondo, detto «di controllo» a cui veniva somministrato un placebo. La scelta dei pazienti da assegnare ai due gruppi deve essere assolutamente casuale e se è possibile né i pazienti né i medici devono sapere chi è trattato e con che cosa. Questo è il cosiddetto esperimento in «cieco», che può avere diversi livelli di mascheramento dove solo il paziente ignora o, in «doppio cieco», anche lo sperimentatore; per arrivare al «triplo cieco» dove anche chi analizza statisticamente i dati non sa da quale gruppo provengano evitando qualsiasi tipo di influenza. Gli RCT sono entrati nella ricerca clinica e vengono tutt'ora ritenuti, pur con i loro limiti, la forma più attendibile di evidenza scientifica con cui la medicina ha verificato e verifica regolarmente l’efficacia o meno di un certo farmaco. Ai tempi questo approccio suscitò varie obiezioni. Tra queste, il fatto che l’impressione soggettiva del medico, soprattutto se di lunga esperienza clinica, non fosse poi così meno affidabile della distaccata obiettività della statistica (…); che sarebbe come dire che un novello Commissario Maigret negasse le evidenze molecolari derivanti da un test del DNA che inchioda l’assassino. Inoltre, aspetto ben più importante, bisognava accettare in partenza l'ipotesi che, se alla fine dello studio il farmaco si fosse rivelato efficace, i pazienti casualmente assegnati al gruppo di controllo non ne avrebbero beneficiato, almeno non durante la sperimentazione, e magari qualcuno di loro sarebbe pure morto, mentre a posteriori lo si sarebbe potuto salvare. Ciononostante, il metodo venne accettato, forse grazie anche al fatto che, in quei tempi di magra post-bellica, non ci sarebbe stata abbastanza streptomicina per tutti gli ammalati; quindi, non darla a qualcuno era inevitabile seppur immorale. Se volete approfondire leggete questo intrigante e divertente libro.

Un Nobel sbagliato?
Si diceva all’inizio che capita che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno.

Il 10 dicembre 1938 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma conferiva il premio Nobel a Enrico Fermi con la seguente motivazione: «Per l’identificazione di nuovi elementi radioattivi prodotti dal bombardamento di neutroni e per la scoperta, in relazione a questo studio, delle reazioni nucleari causate dai neutroni lenti». In quegli stessi giorni gli esperimenti di scienziati tedeschi di primordine capovolsero in maniera inoppugnabile le conclusioni del grande fisico italiano: «Non avete ingrossato il nucleo dell’uranio, ma l’avete spaccato in due». Addio ai fascistissimi Ausonio ed Esperio[1]!

Sbarcato sul suo americano, con le leggi razziali e il fascismo alle spalle, Fermi si affrettò a modificare la sua Nobel lecture, ammettendo l’errore e aggiungendo una nota di ritrattazione, il più grande della sua vita ebbe poi a dire, ma andò avanti, grazie comunque all’apertura, con la fissione nucleare, di nuovi campi di ricerca. Sbagliando s’impara, no?


[1] È una lunga storia che provo a riassumere in poche righe. Fermi, all’inizio degli anni Trenta del XX secolo, nel suo lavoro pionieristico sulla radioattività indotta da neutroni, era convinto di aver scoperto nuovi elementi chimici, che furono inizialmente chiamati ausonio (con numero atomico 93) ed esperio (94), oggi noti come nettunio e plutonio, scoperti nel 1940. Sebbene non abbia scoperto la fissione in sé (questo merito va principalmente a Otto Hahn, Lise Meitner e Fritz Strassmann), Fermi e il suo gruppo, i "Ragazzi di via Panisperna", furono i primi a realizzare sperimentalmente la fissione nucleare artificiale di un atomo di uranio, utilizzando neutroni lenti per bombardare il materiale.

02 gennaio 2025

Comunicare la scienza

 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Riprendiamo il discorso introdotto nel mio post di fine dicembre per approfondire il tema della comunicazione scientifica e della divulgazione in genere.

Nel 2012, Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa degli USA, prima con Ford e poi con Bush Jr., rispondendo ad una domanda che gli era stata fatta, tentò di giustificare l’assenza di risultati nella ricerca delle famose armi di distruzione di massa in Iraq, in questo modo.

(…) ci sono cose note note; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono cose note incognite; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non sappiamo. Ma ci sono anche cose note incognite, quelle che non sappiamo di non sapere  (…)[*]


Le incognite note si riferiscono ad esempio a rischi di cui si è a conoscenza, come il sapere che un volo è stato cancellato, alterando un programma di viaggio. Le incognite sconosciute sono rischi che derivano da situazioni così inaspettate che non verrebbero prese in considerazione e che addirittura non rientrano nemmeno nel novero di ciò che avrebbe potuto essere preso in considerazione.

Per quanto riguarda la consapevolezza e la comprensione, gli sconosciuti sconosciuti possono essere paragonati ad altri tipi di problemi in una matrice di questo tipo:

Wikipedia

Ma l’affermazione di Rumsfeld, soltanto apparentemente paradossale, contiene molta più saggezza di quel che appare, come ho avuto modo di trattare in questo mio precedente post.

Ed è strettamente legata al metodo scientifico.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (Annenberg Learner per il diagramma)

Per chiarire tutto ciò, come spero, potremmo prendere spunto dallo stato dell’arte delle conoscenze che oggi gli scienziati hanno sulla composizione del nostro Universo. Decenni di osservazioni, condotte oggi con apparecchiature sofisticatissime, hanno portato a conoscerne, con un elevato grado di certezza, appena il 5 percento circa. Il resto, diviso tra materia ed energia oscure, rappresenta il restante 95 percento circa. Di cosa è fatta la materia oscura? Quali sono la fonte è il tipo di energia che chiamano oscura? Tantissime ipotesi ma sono domande tuttora irrisolte. Man mano però che gli orizzonti della ricerca si allargavano, al diminuire dell’ignoranza, la mancanza di conoscenza e, appunto, l’incertezza di un determinato aspetto, ecco che il metodo scientifico propone nuovi interrogativi.

Arrivare a comprendere di non sapere, porsi nuove domande e, nonostante sia un paradosso, procedendo sulla strada della mancata conoscenza si finisce per saperne più di prima.

Ed è questo paradosso che per primo va spiegato ai non addetti ai lavori: il lavoro della comunità scientifica, che procede mettendo continuamente in discussione i suoi presupposti, e non essendo mai sicura di nulla: una fabbrica di dubbi, come scrivevo tempo fa. Dubbi che genereranno consenso sulle spiegazioni.

Partendo dal non sapere, di fronte ad ogni nuovo interrogativo, soprattutto quando si cerca di fare comunicazione scientifica, è fondamentale saper ammettere di non sapere, dire «non lo so», a maggior ragione quando le tematiche trattate riguardano da vicino temi sociali o relativi alla salute pubblica.

La recente pandemia da coronavirus avrebbe dovuto insegnare molto relativamente a questo modo di procedere, eppure ancora oggi, in diverse occasioni, si assiste al compimento degli stessi errori.

Allora l’incertezza regnava, ad aumentare uno stato di paura già evidente, e le tante discipline scientifiche coinvolte, diversissime tra loro, contribuivano ad alimentare la fretta, da parte di tutti, di avere previsioni, certezze, risultati, di capire cosa fare e cosa sta accadendo, con l’opinione pubblica che dovette familiarizzare in fretta con le figure di scienziati e divulgatori. Il tutto avveniva condividendo dati spesso diversi tra loro e messi a disposizione di tutti, ad un pubblico per lo più privo delle conoscenze necessarie a valutarli o interpretarli, e costruendo un finto consenso scientifico; finto perché basato su qualcosa in corso, che stava accadendo, alimentato anche da un certo voler apparire continuamente in TV o sui social; ognuna delle reti aveva il suo scienziato preferito, con persone che spesso parlavano a titolo personale impedendo di capire esattamente a nome di quale comunità scientifica stessero parlando, e sollevando sconcerto quando le organizzazioni internazionali, a nome delle quali qualcuno avrebbe dovuto esprimersi, smentivano le affermazioni udite poco prima da parte di questi singoli.

Durante quel triste periodo, abbiamo visto inoltre scienziati che litigavano apertamente tra loro in televisione o sui social, o addirittura in entrambi gli ambienti. Migliaia di inutili commenti asincroni rilanciati giorno dopo giorno. Persone che appartenevano alla comunità scientifica che comunicavano se stessi prima di qualsivoglia contenuto scientifico; senza nemmeno immaginare, o pur sapendolo rimuovendone gli effetti deleteri che ciò poteva avere nel pubblico che avevano davanti. Per non parlare di onnipresenti persone di scienza che arrivavano ad abbassarsi al livello di chi li denigrava rispondendo con insulti ad insulti.

Esporsi pubblicamente non è obbligatorio, soprattutto sapendo che le dinamiche televisive sono il più delle volte incompatibili con un certo modo di fare comunicazione della scienza, l’unico possibile, ovvero quello rigoroso ed attendibile. Che dire poi degli scienziati che accettano il confronto con personaggi che esprimono posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, che nel nome del diritto d’opinione e del libero pensiero, fanno affermazioni scientificamente false e pericolose? O dei montaggi ad arte che fanno di un estratto manipolato di un’intervista di pochi minuti, inserita tra chi prima e dopo lo smentisce, quasi sempre senza nessun titolo per farlo? La comunicazione scientifica in televisione va preparata, con una scaletta ben precisa. Non si deve mai improvvisare. È importantissimo spiegare alla gente quello che non si sa, oppure quello che prima era conosciuto e che adesso sappiamo,  meglio ancora raccontare quanto prima nemmeno si sapeva di non sapere. Proprio come accaduto con la conoscenza della composizione dell’Universo ad oggi.  

Raccontare quel cambiamento di paradigma di cui parlava Kuhn, il cambiamento di modello che sta alla base di una spiegazione scientifica.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (fonte web per gli schemi)

Un esempio, con riferimento all’immagine precedente. Con le informazioni a nostra disposizione fino a qualche decennio fa, furono messi insieme i frammenti, non solo fossili ma soprattutto di conoscenza, e in modo fin troppo facile fu ricostruita la storia dell’evoluzione che ha condotto fino a noi, in maniera lineare, progressiva, come avesse, cosa che al nostro cervello piace molto, un fine.

Oggi invece, all’aumentare delle conoscenze, la ricostruiamo come una filogenesi ramificata, un grande cespuglio pieno di specie di nuova scoperte, fino alla straordinaria scoperta della moderna paleoantropologia: fino a 40.000 anni fa su questo pianeta convivano cinque specie umane diverse e la nostra era solo una di queste.  

Il modello attuale, dove l’evoluzione è una ramificazione, un procedere per diversificazione, esplorando nicchie ecologiche diverse, muovendosi attraverso derive, spostamenti o associazioni deriva sempre da quel mosaico di frammenti illustrati in basso nella figura precedente, ma è un cambiamento di modello radicale che fornisce più informazioni, molto più ricco di quello lineare precedente, in grado di spiegare altre correlazioni, di generare nuove domande adatte a progredire, in poche parole, riducendo incertezza e ignoranza. Il progresso scientifico. Pur restando domande irrisolte, per fortuna.

Per chi volesse approfondire l’argomento oltre al post citato nel paragrafo precedente, può far riferimento a questo.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nel post precedente ho citato Popper. Vale la pena riprenderlo.

Il fondatore della filosofia della scienza diceva che esistono due tipi di ignoranza. Quella cattiva, quella che oggi regna sovrana sui social, impregnati di ignoranza criminale e prepotente, di chi crede di avere i numeri del sapere e spesso non sa nemmeno risolvere un semplice calcolo, di chi è pieno di certezze e quindi è un ignorante vero, nel senso che con tutte le sue supponenza e presunzione, non solo in definitiva non sa nulla ma contribuisce a rendere tossico e pericoloso il clima di disinformazione che si crea. 

In secondo luogo c’è invece l'ignoranza buona,  generativa come diceva Popper. L'ignoranza di chi sa di non sapere, come ebbe a dire Socrate migliaia di anni fa, e che quindi esercita il dubbio, pone e si pone domande, aggiunge dati, mette a confronto ipotesi ed è pronto a cambiare idea, aspetto fondamentale, perché un errore, un’anomalia, una difformità nei risultati di un esperimento, sono tutte cose che generano spesso nuove scoperte o suggeriscono nuove conoscenze.

Anche coloro i quali appartengono al mondo della scienza e soprattutto nel caso vogliano fare comunicazione scientifica devono evitare di mettersi dentro una bolla. Fortunatamente chi conosce veramente, ha in genere sempre voglia di condividerlo, un po’ a causa di una sorta di narcisismo benevolo e un po’ perché trattenere per se la conoscenza non ha molto senso, a meno che non si tratti di mettere a rischio segreti industriali o militari.

Ad aggravare l’aspetto negativo dell’ignoranza cattiva, nel nostro paese, ci si mette la situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso. Per quanto moltissime persone di scienza facciano attivamente divulgazione il numero di persone che frequentano eventi in qualche modo legati al mondo scientifico, come ad esempio i Festival della Scienza, la Giornata del Ricercatore, che vanno a vedere mostre o frequentano i musei, è tragicamente basso: meno di un milione di persone, più o meno sempre gli stessi.

Sono molto frequenti, infatti, i resoconti di eventi dedicati alla divulgazione che raccontano di come le persone presenti sono normalmente già perfettamente convinte di quello che si va raccontando, si va dunque predicando ai convertiti. Si parla ad una fetta di italiani che messi insieme non supererebbero lo sbarramento minimo necessario per fare un partito che possa essere rappresentato in Parlamento. 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo – (Telmo Pievani rielaborazione)

Dopo la pandemia il filosofo della scienza Telmo Pievani ha raccolto in un libro una sorta di decalogo dei punti da seguire quando si fa divulgazione scientifica, per indicare soprattutto gli errori da non commettere mai. Ne riporto qui un breve estratto rimandando alla fine del post per chi volesse approfondire.

Comunicare i processi oltre che i contenuti è fondamentale, occorre far capire come si è arrivati ad ottenere determinati modelli, visioni del mondo, prodotti finiti o teorie consolidate, quasi come fosse un contrappasso a ciò che porta a smontare le fake news pezzo per pezzo per dimostrarne la falsità, come visto nel mio precedente post. Occorre fare sempre molta attenzione a fare delle previsioni che non siano sostenute da contenuti scientifici che godano di ampio consenso. «E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro» si dice abbia detto ironicamente Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica; anche se pare sia apocrifa questa affermazione apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto: ironicamente, è opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione stessa.

Attenzione quindi a dire che qualcosa è certo e soprattutto, quando si comunicano i contenuti scientifici ciò non va fatto usando argomenti d’autorità, è sempre controproducente; e nessun argomento va nascosto.

Ma la cosa fondamentale è spiegare cosa sia il consenso scientifico, un argomento molto complesso della filosofia della scienza, che ho cercato di raccontare in diversi post. Persino gli scienziati a volte faticano a capirlo completamente, o ad accettarlo su alcune evidenze che sono tali, come si dice, al di là di ogni ragionevole dubbio, quali ad esempio il cambiamento climatico attuale che ha origine antropica, che non c’è connessione alcuna tra i vaccini e l'autismo, che l'evoluzione è dovuta a un processo chiamato selezione naturale e a tanti altri ancora.

Affermare che su queste o altre posizioni c'è consenso scientifico significa che non si torna più indietro, un lungo lavoro di controllo reciproco delle evidenze, che porta a un risultato che assume l’aspetto di una sorta di pietra di fondamento a partire dalla quale poi si cerca altro, in definitiva la tesi su cui sono fondate le pubblicazioni scientifiche, dando per assodato qualcosa si procede da lì per indagare e capire dell’altro. Una conoscenza di sfondo, qualcosa che pur non essendo certezza assoluta, ha comunque un’altissima probabilità che sia certa, all’atto pratico come lo fosse. E a partire da questa ci si pone nuove domande che porteranno a nuove scoperte, che magari rimetteranno in discussione l’acquisito con una proporzionalità inversa tra grado di consenso e possibilità d’errore, in costante aggiornamento. Ecco perché il consenso scientifico va spiegato. A dimostrare inoltre che nella scienza non ci sono posizioni relative, non è vero che in qualsiasi momento chiunque possa mettere in discussione tutto ciò che è stato consolidato finora. Anzi, ironicamente l’argomento è utilizzato per sostenere il contrario, come quel paleontologo che disse «sono disposto a confutare la teoria dell’evoluzione se qualcuno mi trovasse un fossile di coniglio in rocce del precambriano…». Di questa assenza di relativismo ne ho scritto in questa serie di tre post.

Uno dei problemi principali nel fare divulgazione e comunicazione scientifica oggi è dato dal grandissimo cambiamento che c’è stato nella velocità di fruizione e di attenzione degli interlocutori: primo fra tutti l’incapacità di stare attenti per più di pochi minuti, le difficoltà nel leggere brani che siano più di una mezza paginetta. Ma siamo sicuri che vada assecondata?

Proprio per non sottostare a questo tipo di limiti vanno diffondendosi, e con successo, modelli di comunicazione basati anche su contenuti multimediali lunghi, anche di un’ora, che poi è la durata di una normale lezione.

Alcuni influencer scientifici di grandissimo successo, inoltre, lasciano un po’ perplessi. Danno spesso l’idea che vogliano comunicare più se stessi che non il contenuto scientifico. Persone che si presentano con strane acconciature, ad attrarre attenzione, che usano espressioni dialettali, ambientazioni strane ed un continuo raccomandare a mettere like, ad iscriversi ai canali, a sostenerli. La logica dei social lo richiede ma è compatibile con la comunicazione della scienza questa cosa per cui il divulgatore sopravvive solo se cliccato, se rilanciato, interruzioni pubblicitarie lucrative comprese?

Un divulgatore dovrebbe avere un aspetto istituzionale, occorre potersi fidare di quello che racconta, va distinto se lo fanno affinché ricevano questi like o perché c'è una storia scientifica importante da raccontare?

CC – BY 4.0 Javatpoint.com

E come vanno gestiti commenti totalmente anarchici che imperversano rispetto a chiunque stia sui social? Li banniamo tutti, li cancelliamo, blocchiamo le utenze? Non è democratico, direbbe più di qualcuno. Ne ho scritto nel post precedente: esiste la libertà di mentire?

Resta comunque intollerabile il fatto che un divulgatore serio impieghi tempo e fatica per produrre o scrivere qualcosa che riduca la nostra ignoranza, per farci comprendere cose che ci riguardano da vicino, e poi debba stare ore a perdere tempo, più di quel che ha impiegato a produrre i contenuti, a rispondere al primo idiota che passa, al provocatore, al troll, all’hater. Avete presente i commenti, tristemente maggioritari, di gente che frequenta pagine di divulgazione scientifica al solo scopo di negare persino l’evidenza, al solo scopo, come amo dire, di farsi insultare?

E che contributo dà alla correttezza della comunicazione scientifica rispondere a degli stolti ignoranti che fanno obiezioni prive di senso?

Dobbiamo proprio essere democratici fino a questo punto?

Non credo.

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

L’esistenza in parallelo di social e televisione ha creato una barriera apparentemente invalicabile. C’è chi si informa su entrambe le piattaforme e chi lo fa sull’una o sull’altra, con i più giovani e i giovanissimi con una spiccata preferenza per i social. Sempre che sia informazione ciò di cui fruiscono.

Si rischia, esempio paradossale, di andare in TV a raccontare che vivere fino a 100 anni non sia necessariamente un valore evolutivo, con i rischi di demenza, malattie croniche, problematiche sociali e così via, e si finisce per urtare la suscettibilità del pubblico televisivo che ascolta trasmissioni scientifiche e che, mediamente, è ultrasessantenne! Avete letto bene, ultrasessantenne.

Un difficile compito quello di mescolare linguaggi per non predicare ai convertiti, per fare in modo che cresca la fiducia, che va riposta nella scienza per molte ragioni, alcune delle quali diverse da quanto normalmente si pensa. Come ho avuto modo di dire in passato, è il processo di apprendimento continuo che caratterizza la scienza, la disamina collettiva e le trasformazioni che subisce nel tempo, che la rendono degna di fiducia più di qualsiasi altro ambito. Il confronto sui dati, l’evidenza empirica che genera il consenso intorno ai risultati che, comunque, sono rivedibili. E soprattutto un messaggio collettivo che arriva, espresso da qualcuno che parli a nome di autorità.

Purtroppo in Italia manca un’autorità centrale che parli a nome dell’intera comunità scientifica, come accade ad esempio in Gran Bretagna con la storica Royal Society inglese (la più antica istituzione del genere, fondata nel 1660, The President, Council, and Fellows of the Royal Society of London for Improving Natural Knowledge), e questo comporta spesso che ogni scienziato parli a titolo personale su temi complessi, con uno spettro di visioni differenti che genera confusione e sfiducia.

Tornando ancora una volta agli insegnamenti che dovremmo trarre dagli anni della pandemia, già allora furono condotte indagini da società specializzate nel monitoraggio della percezione pubblica della scienza, ed attestarono che la fiducia nei confronti della comunità scientifica si abbassava giorno dopo giorno, calando bruscamente tra il primo periodo di lockdown e il successivo, un anno dopo. Durante la primavera 2020 la popolazione guardava alla scienza e agli scienziati tutto sommato con fiducia e speranza, ma dopo dodici mesi prevalsero sfiducia e confusione. La causa stava nella contraddittorietà dei messaggi provenienti dalla comunità scientifica.

Confusione spesso alimentata in malafede, scienziati con visioni differenti, evidenziando più i disaccordi, che fa più spettacolo, che i punti di accordo: una scienza divisa, non porta che danni e disaffezione.

In diverse occasioni ho scritto che la politica deve ascoltare la scienza per valutare e prendere decisioni, assumendosene la responsabilità. Va preteso che i politici ascoltino la scienza, occorre deprecare l’insufficiente cultura scientifica media, soprattutto quella nostrana, insegnare di più la scienza fin dalle elementari. Una pandemia ha messo la scienza in prima pagina tutti i giorni per anni, dando agli scienziati l’occasione di spiegare la scienza e il suo metodo, con una platea mondiale a disposizione: ciò nonostante è stata sprecata, comunicando in modo sbagliato e scomposto, con risultati disastrosi e deleteri sulla percezione pubblica della scienza, soprattutto in Italia. Paese il nostro, forse assuefatto a certe situazioni, se si ripensa ad esempio anche a quanto accadde, in termini di comunicazione scientifica, nei mesi che precedettero il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009.

La comunità scientifica dovrebbe riflettere sui suoi errori di comunicazione uscendo dalla bolla.

Vorrei concludere, utilizzando le parole di Piero Martin, per quanto riguarda infine i rapporti tra il mondo scientifico e quello mediatico e della pubblica opinione: relazioni molto delicate.

«[rapporto] Che non può e non deve essere evitato, ma sul quale c’è ancora molto da imparare, sia da un versante sia dall’altro. L’incontro tra scienziati e giornalisti avviene idealmente in cima a una collina, raggiunta con percorsi in salita da entrambi i lati. Se gli scienziati devono fare uno sforzo per rendere i loro risultati e punti di vista intelligibili alla pubblica opinione e quindi semplificare la loro narrazione, per i giornalisti la strada richiede fatica sull’altro versante, che è quello di lavorare per non banalizzare e riportare con rigore quanto appreso. Sicuramente c’è ancora parecchio da fare.»

Dieci errori di comunicazione della scienza che sarebbe meglio non rifare[1]

1) Non solo prodotti, ma processi

Quando si comunica la scienza non ci si deve limitare a sciorinare i risultati, i prodotti, i dati, i numeri. Sono essenziali, ma cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor più importante è spiegare come si arriva a quei risultati, perché sono affidabili ed entro quali limiti. Bisogna raccontare anche i processi che hanno portato alla genesi di determinati risultati, e come questi processi siano stati validati.

2) Certezze pronte all’uso? No, grazie

La scienza ha da sempre a che fare con l'incertezza, con ipotesi esplicative più o meno probabili, sulla base del confronto con i dati in costante aggiornamento. Per arrivare a un consenso scientifico valido oltre ogni ragionevole dubbio, su una certa spiegazione, occorrono tempo e verifiche. Quindi le richieste fatte agli esperti, dai media e dalla politica, di fornire certezze pronte all'uso non vanno assecondate, persino in condizioni di emergenza e di urgenza sociale perché denotano una visione strumentale della scienza. Pur tuttavia, come scrivo nel paragrafo “Un esempio dal passato” di questo mio post, a volte prendere posizioni è davvero arduo.

3) Previsioni? No, grazie

Per motivi analoghi vanno respinte al mittente anche le richieste di fare previsioni scientifiche precise sull'andamento di un fenomeno, quando non si hanno dati a sufficienza, e soprattutto se la richiesta è motivata da ansia sociale o dalla fretta della politica di delegare ad altri le responsabilità delle decisioni. Al massimo è possibile fare delle proiezioni, dipingere scenari, cioè traiettorie possibili del sistema. I contenuti della scienza sono spesso controintuitivi soprattutto quando riguardano statistiche e probabilità. Occorre saper trovare la giusta narrazione senza semplificare troppo.

4) Le verità assolute le detengono i talebani

Gli scienziati che hanno la responsabilità di intervenire sui mezzi di comunicazione di massa non dovrebbero mai atteggiarsi a depositari della verità oggettiva, una volta per tutte, da elargire paternalisticamente al popolo;  devono invece spiegare le loro ragioni, argomentare, chiarire i meccanismi di un certo fenomeno, raccontare diverse ipotesi e scuole a confronto, senza nascondere, laddove ve ne siano, i margini di incertezza. Se un interlocutore punta a buttarla in caciara contestando i dati scientifici consolidati sulla base di sciocchezze senza fondamento, è inutile mettersi sullo stesso piano. L'interlocutore ideologicamente convinto non cambierà comunque idea, ma forse lo farà una parte del pubblico che sta assistendo. 

5) Quando si comunica, anche la postura conta

Imporre il proprio punto di vista sulla base di un argomento di autorità (io so’ io e voi nun sete un *****), oltre a non essere efficace in termini di convincimento, è in linea teorica una negazione del metodo scientifico stesso, che nasce proprio dal rifiuto di qualsiasi autorità precostituita. Far valere le proprie competenze oltre che l’asimmetria fra le proprie competenze quelle di altri interlocutori in un dibattito, è diverso che imporsi per autorità; nessuno nella scienza deve pretendere di avere ragione sulla base del proprio status, ma deve invece far prevalere le proprie idee mostrandone la validità e le evidenze a favore.

6) Il dissenso è il sale della scienza

Nella scienza qualsiasi dissenso va ascoltato, purché argomentato razionalmente e soprattutto se portatore di nuove evidenze empiriche, perché può contribuire alla critica e alla crescita della conoscenza. Quindi è bene, ove possibile, concedere il beneficio del dubbio, smontare a posteriori e non rifiutare a priori persino le obiezioni che già a prima vista appaiono prive di fondamento. Occorre mostrare apertura alla discussione razionale che rispetta lo spirito autentico dell'approccio scientifico.

7) Nessuno scienziato è onnisciente

Ogni scienziato, qualunque sia il suo ambito di studio, conosce bene il proprio campo di studi ed è mediamente ignorante su quello degli altri, soprattutto oggi che la ricerca scientifica ha migliaia di diramazioni e specializzazioni. Inoltre, come abbiamo visto, ci si accorge costantemente di quanto non si sapeva persino nel proprio campo. Il suo mestiere ha a che fare con l'ignoranza, un'ignoranza colta e generativa, cioè il sapere di non sapere da cui discende ogni impulso di ricerca. Quando si comunica occorre essere consci dei propri margini di ignoranza prima di dare degli ignoranti agli altri. Fare i tuttologi è pericoloso, soprattutto in quest'epoca in cui ogni nostro respiro sui media viene registrato e immortalato per sempre sulla rete. A fronte di una domanda giornalistica che non riguarda le proprie competenze rispondere non lo so, o chiedere di porla ad altri, non è una vergogna.

8) Nessun tabù

Nella comunicazione della scienza la trasparenza è un valore essenziale, non esistono argomenti da censurare preventivamente, per paura che non siano capiti. Ancora una volta la pandemia ci ha lasciato un insegnamento: sarebbe stato meglio fin dall'inizio raccontare all'opinione pubblica che i virus vengono normalmente ingegnerizzati e potenziati in laboratorio, spiegando che ciò viene fatto per studiare in anticipo le possibili mutazioni letali degli agenti patogeni, raccontando che su queste ricerche esiste anche un dibattito bioetico circa la loro opportunità e pericolosità. Il tutto proprio per far capire che in base alle evidenze, il virus Sars-CoV-2, ha un’origine del tutto naturale. Far capire all'opinione pubblica che non c'era nulla da nascondere pur ammettendo che alcuni scienziati continuano ad avere i loro dubbi personali sulle origini di questo virus. 

9) I dibattiti scientifici si fanno nelle sedi opportune

Le discussioni scientifiche, anche su temi controversi, seguono regole precise e codificate. Tali procedure per quanto imperfette sono le migliori disponibili per costruire un consenso intersoggettivo sui risultati della ricerca scientifica. Raramente una controversia scientifica è polarizzata attorno a due posizioni contrapposte, radicalmente distinte, quelle tanto amate dai conduttori televisivi. Di solito, nella scienza prevalgono le sfumature di interpretazione su dati condivisi, i dibattiti scientifici non possono essere simulati o scimmiottati o  ancor meno sintetizzati nei talk show televisivi, né sui social network, perché quelli sono contesti in cui vivono regole di dibattito differenti e incompatibili con la scienza. Sono contesti di discussione non sovrapponibili. Assistere ad un confronto tra scienziati, che notoriamente la pensano diversamente, invitati apposta sperando nella lite o nella sovrapposizione di voci, è fuorviante: così facendo sembra che scienza e politica siano in alternativa l'una all’altra o, peggio ancora, che la scienza sia divisa su tutto. Meglio rifiutarsi di partecipare.

10) Spiegare il consenso scientifico

È il punto più difficile, ma forse il più importante. Un dibattito che mette a confronto, uno contro uno, da un lato uno scienziato che rappresenta il consenso scientifico diffuso su un dato problema, e che quindi parla a nome di una comunità scientifica formata da centinaia se non migliaia di scienziati, e dall’altro uno scienziato eterodosso in preda a smanie di malinteso anticonformismo è, per definizione, fuorviante e ingannevole, perché sottende una rappresentazione inesatta delle posizioni in gioco. Quando si fa comunicazione della scienza sarebbe opportuno rimarcare sempre lo stato del consenso scientifico prevalente, su un certo argomento. Per questo è importante che nel dibattito pubblico, oltre ai punti di vista dei singoli scienziati, ci sia anche una voce istituzionale, autorevole, pubblica e indipendente, deputata ad informare i cittadini sullo stato dell'arte delle conoscenze scientifiche su un certo tema. La scienza non è opinionismo, e gli scienziati non devono mai parlare sempre e solo a titolo personale generando confusione nell'opinione pubblica. Non si tratta di ridurre la comunicazione ad una sola fonte né di censurare alcunché, cosa comunque impossibile nella comunità scientifica, ma di dare una rappresentazione istituzionale al consenso scientifico.



[1] Versione ridotta, rivista e aggiornata da “Comunicare la scienza dopo la pandemia: un decalogo”, di Telmo Pievani, 2021, Almanacco della Scienza in «MicroMega» 6/2021, pp. 133-141
[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.