04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.


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