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17 dicembre 2025

Terno secco sulla ruota del mondo! Tre anni sopra 1,5 °C

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Ma che ve lo dico a fare? La cosa che mi preoccupa di più è la situazione neve in Trentino a metà gennaio, quando andrò in settimana bianca…
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Premessa.
Anche se i modelli alla base della climatologia e delle scienze economiche condividono numerosi aspetti matematici, soprattutto in termini di gestione della complessità c’è da fare una distinzione. Nessun economista serio affermerebbe di riuscire a fare delle previsioni sull’andamento anche di un singolo titolo azionario, nemmeno dopo mesi di tendenza certa al ribasso, oserebbe dire che scenderà ancora o che, come dicono, rimbalzerà…L’aleatorietà delle componenti del mercato, troppo legata alle influenze umane, sociali e psicologiche, glielo impedirebbe.

Per gli scienziati del clima le cose stanno diversamente. Se i modelli prevedono una certa tendenza ebbene, quella è praticamente certa, al di là di ogni ragionevole dubbio: e le analisi del passato eseguite a posteriori (hindcasting) lo dimostrano. Qui un approfondimento.

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Si è conclusa circa un mese fa la COP30, confermando alcune aspettative, e deludendone altre. Sul sito di Italian Climate Network è possibile accedere ad un’analisi dettagliata, realizzata osservando da vicino progressi, lacune e compromessi su tutti i principali filoni: dalla mitigazione all’adattamento, passando per giusta transizione, perdite e danni, questioni di genere.

L’auspicio per questa ennesima riunione al vertice era riuscire a spostare l'attenzione dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: definire quindi non la solita dichiarazione d’intenti, le abituali linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Il vertice di Belem avrebbe dovuto dare una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento e la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, definire le responsabilità, soprattutto in termini finanziari.

Non il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

L’importanza di tutto ciò è confermato ulteriormente dai dati climatici più recenti.

I dati forniti dall’Unione Europea mostrano che il 2025 sarà praticamente certo il secondo - o il terzo al massimo - anno più caldo mai registrato. Il collasso climatico continua ad allontanare il pianeta dalle condizioni stabili in cui l'umanità si è evoluta.

Il vicedirettore di Copernicus ha affermato che la media triennale dal 2023 al 2025 è sulla buona strada per superare per la prima volta i famigerati 1,5 °C di riscaldamento, il livello di contenimento dichiarato alla COP21 di Parigi del 2015.

Il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo ed è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici disastrosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche in Asia meridionale e sud-orientale

Il programma dell’UE di osservazione della Terra, ha registrato temperature globali da gennaio a novembre in media di 1,48 °C superiori ai livelli preindustriali. Le anomalie rilevate sono state finora identiche a quelle registrate nel 2023, il secondo anno più caldo mai registrato dopo il 2024.

La promessa di Parigi, impedire cioè al pianeta di riscaldarsi di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo sta diventando sempre più vana. E non consola sapere l’obiettivo di temperatura deve essere interpretato e correlato su una media trentennale, lasciando un barlume di speranza di raggiungere l'obiettivo anche dopo un periodo di superamento, nonostante singoli mesi e anni inizino a superare la soglia. Purtroppo la Terra non è soltanto un sasso al sole, come ho ribadito più volte, che si raffredda non appena lo si mette in ombra.

Il mese di novembre 2025 ha registrato le temperature globali erano di 1,54 °C superiori ai livelli preindustriali, e la media triennale 2023-2025 sta decisamente puntando al superamento, per la prima volta per un periodo così lungo, del limite di 1,5 °C. La temperatura media globale è stata di 14,02 °C, pari a +0,65 °C rispetto alla media climatologica dell'ultimo trentennio 1991–2020. Rispetto al periodo preindustriale (1850–1900), l'anomalia globale sale a +1,54 °C.

I dieci anni più caldi sono stati gli ultimi dieci e la media dell'ultimo triennio sopra 1,5 °C è la soglia oltre la quale cominciano, scusate l’eufemismo, i casini grandi, (cit.) perché finora abbiamo visto solo casini medi.

Il bollettino mensile dell'agenzia ha rilevato che il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo a livello globale, con temperature notevolmente più elevate registrate nel Canada settentrionale e nell'Oceano Artico. Il mese è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici pericolosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche che hanno spazzato via vite e case in tutto il sud e il sud-est asiatico.

Eventi che da noi, presi dalla famiglia del bosco e da altre forme di distrAzione di massa, sono passati inosservati. Ma, ribadisco, in termini climatici (e non) anche quel che non vediamo ci riguarda. Ripassino.

Le temperature medie sono aumentate drasticamente a causa della coltre di inquinamento da carbonio che ha ricoperto la Terra, intensificando gli eventi meteorologici estremi, dalle ondate di calore alle forti piogge; e queste continuano a variare di anno in anno in base a fattori naturali. Il riscaldamento dovuto a El Niño ha fatto aumentare le temperature globali nel 2023 e nel 2024, ma ha lasciato il posto a un leggero raffreddamento dovuto a La Niña nel 2025.

Copernicus ha rilevato che il 2025 è stato, a pari merito con il 2023, il secondo anno più caldo mai registrato. Non sono traguardi astratti: riflettono il ritmo accelerato del cambiamento climatico e l'unico modo per mitigare il futuro aumento delle temperature è ridurre rapidamente le emissioni di gas serra. Punti di non ritorno, si dice.

Dall'accordo di Parigi sul clima del 2015, le emissioni che riscaldano il pianeta hanno continuato ad aumentare insieme alle temperature medie e all'intensità degli eventi meteorologici estremi. La crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili ha contribuito a frenarne parzialmente l'aumento, tenendo purtroppo conto che i nuovi impianti alimentati da rinnovabili spesso servono a rispondere a nuove richieste piuttosto che a sostituire il fossile.

In definitiva risultati di Copernicus hanno fatto da eco all'analisi condotta dal WMO (Organizzazione Meteorologica Mondiale) prima della COP30 del mese scorso. Il WMO mise infatti in evidenza che il periodo 2015-2025 ha racchiuso gli 11 anni più caldi mai registrati a partire dal 1850. Ribadisco: i più caldi sono gli ultimi, a confermare che la tendenza è comunque quella di un inquietante rialzo.

Non siamo affatto sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi e diversi altri indicatori climatici continuano a far suonare campanelli d'allarme, e i fenomeni meteorologici più estremi, non solo del 2025, hanno avuto e avranno ripercussioni globali gravi sulle economie e su tutti gli aspetti dello sviluppo sostenibile.

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E dopo la quaterna, pressoché certa, cosa ci riserverà la tombola?
Altro che giochi da festività natalizie...

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06 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Seconda parte

Nella prima parte si è cercato di mettere in evidenza che per quanto per decenni si siano misurati i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio, questi valori, indiscutibilmente importanti, però non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone. Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità. Vediamo adesso come l'innovazione, grazie alla fortunata capacità degli esseri umani di inventare, è non solo inalterata ma migliorata, può fornire un po' di ottimismo alle intenzioni reali di cambiamento.

Altrettanto fortunatamente, si fa per dire, sono solo cinque le fonti principali delle emissioni di gas serra. 

Ridurre le emissioni alla fonte grazie all’innovazione

Qui una versione più dettagliata

Elettricità
La produzione di energia elettrica è la seconda fonte di emissioni (28%), ma è probabilmente la più importante: per decarbonizzare gli altri settori, andranno elettrificate molte attività che attualmente utilizzano combustibili fossili. Abbiamo bisogno di maggiore innovazione nelle energie rinnovabili, nella trasmissione e in altri modi di generare e immagazzinare energia elettrica e sappiamo bene che un altoforno di un’acciaieria non lo alimenti con l’eolico. Abbiamo già visto come studi mirati e seri abbiano ampiamente dimostrato che persino un paese come l’Italia, privo delle risorse territoriali necessarie al proprio fabbisogno, e strettamente legato a forniture da parte di terzi, può aspirare a rendersi indipendente decarbonizzando. Sarò un sognatore ma personalmente, a titolo di esempio, spero moltissimo su quanto promette la geotermia profonda con le tecnologie rivoluzionarie proposte da QuaiseEnergy, su cui ho scritto molto un anno fa. E, ovviamente, l’energia nucleare da fusione è quella che potrebbe azzerare il sovrapprezzo senza togliere valore a quelle da fissione di nuova generazione; peccato che il nucleare sia malvisto e osteggiato dalla maggioranza delle persone soprattutto a causa di pregiudizi infondati.

Industria
La produzione industriale (30%) deve innanzi tutto partire da questo assunto: che piani ci sono per la produzione di cemento e acciaio? Sono fondamentali per la vita moderna e sono difficili da decarbonizzare su scala globale perché è molto economico produrli con i combustibili fossili. L'acciaio a emissioni zero esiste già oggi. Viene prodotto utilizzando energia elettrica: quindi, se si riesce a ottenere energia pulita a un prezzo sufficientemente basso, si ottiene un acciaio pulito più economico di quello convenzionale. Ma questa tecnologia deve ancora diffondersi sui mercati e le aziende che producono acciaio pulito devono espandere la propria capacità produttiva. Anche il cemento pulito deve affrontare ostacoli simili. Diverse aziende hanno trovato il modo di produrlo senza sovrapprezzo, ma ci vogliono anni per affermarsi sul mercato globale e aumentare la capacità produttiva.

Una delle più grandi sorprese energetiche dell'ultimo decennio è la scoperta di fonti geologiche di idrogeno (idrogeno geologico, o bianco): anche se in teoria potrebbe essere utilizzata soltanto una frazione molto piccola di quanto presente Terra, ad esempio, 105 Mt, questa fornirebbe quanto necessario previsto per raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero per circa 200 anni!

In futuro, l'idrogeno sarà ampiamente utilizzato per produrre combustibili puliti e contribuirà alla produzione di acciaio e cemento puliti. Oggi è piuttosto costoso produrlo da combustibili fossili o per elettrolisi, ma l'idrogeno geologico è generato dalla Terra stessa. Le aziende hanno già dimostrato di poterlo trovare nel sottosuolo; ora la sfida è estrarlo in modo efficiente. Sono stati fatti anche molti progressi nella produzione di idrogeno tramite l'elettricità, a un costo molto più basso rispetto alla tecnologia attuale.

Non ultimo le aziende stanno iniziando a sviluppare metodi per catturare il carbonio dagli impianti che attualmente lo emettono, come cementifici e acciaierie, oppure per rimuoverlo direttamente dall'aria e immagazzinarlo in modo permanente. Se il carbonio catturato diventasse sufficientemente economico, potremmo persino utilizzarlo per produrre prodotti come il carburante sostenibile per l'aviazione. Finora però la questione è ancora molto aperta.

Agricoltura
Gran parte delle emissioni (19%) provenienti dall'agricoltura provengono da due sole fonti: la produzione e l'uso di fertilizzanti e il pascolo del bestiame che rilascia metano. Gli agricoltori possono già acquistare un sostituto del fertilizzante sintetico prodotto senza emissioni, e un altro che trasforma il metano presente nel letame in fertilizzante organico. Entrambi sono risultati complessivamente più economici del tradizionale. Ora la sfida è produrli in grandi quantità e convincere gli agricoltori a utilizzarli. Gli additivi per mangimi che impediscono al bestiame di produrre metano sono quasi sufficientemente economici da essere convenienti per gli allevatori, e un vaccino che produce lo stesso effetto ha dimostrato di funzionare ed è da poco entrato nella fase di sviluppo avanzata.

Un'altra fonte di metano deriva dalla coltivazione del riso, uno degli alimenti base più importanti al mondo ma anche qui, molte aziende stanno sviluppando soluzioni in grado di aiutare i coltivatori di riso di tutto il mondo ad adottare nuovi metodi che riducano le emissioni di metano e aumentino la resa dei raccolti.

Un aspetto complesso del problema è che parte dell'azoto presente nei fertilizzanti si diffonde nell'atmosfera sotto forma di protossido di azoto, un potente gas serra, difficile da catturare a causa della sua bassissima concentrazione.

Trasporti
Quasi un'auto su quattro venduta nel 2024 era elettrica e oltre il 10% di tutti i veicoli nel mondo è elettrico. Certo la loro praticità è ancora fortemente discutibile, presentando ancora molti svantaggi, costi elevati a meno che non intervengano gli stati con cospicui incentivi, scarsa autonomia, lunghi tempi di ricarica e scarsità di stazioni di ricarica pubbliche, impedendo loro di essere pratiche quanto le auto a benzina. Inoltre, automobili private e trasporto su gomma sono solo una parte di questo settore (16%), che comprende anche attività difficili da decarbonizzare come il trasporto marittimo e l'aviazione, settore quest’ultimo estremamente critico in termini di decarbonizzazione.

Edifici 
Oggi, il riscaldamento e il raffreddamento degli edifici rappresentano la quota più piccola (7%) delle emissioni globali, ma sono destinati a crescere vertiginosamente con l’incremento demografico, l'urbanizzazione e la crescente necessità di aria condizionata. Qualche soluzione c’è ma risultano essere ancora piuttosto costose rispetto a quelle tradizionali.

Un nuovo percorso d’azione

La temperatura globale non ci dice nulla sulla qualità della vita delle persone si è affermato in apertura. Se la siccità distrugge i raccolti, possiamo ancora permetterci il cibo? Nel caso di un’ondata di caldo estremo, possiamo usufruire di strutture pubbliche climatizzate, proprio come un palasport può ospitare le vittime di un alluvione o di un terremoto? Quando un'alluvione provoca un'epidemia, le strutture sanitare locali sono in grado di assistere tutti i malati?

La qualità della vita può sembrare un concetto vago, ma non lo è. Uno strumento utile per misurarla è lo Human Development Index - HDI delle Nazioni Unite, che fornisce un'istantanea della situazione delle persone in un determinato paese, con una scala da 0 a 1, dove numeri più alti indicano risultati migliori. Se si esamina un elenco dei punteggi HDI dei paesi del mondo, le disparità saltano all'occhio. A titolo di esempio Svizzera, Norvegia e Germania sono in testa, con indici prossimi a 1, Sud Sudan o Niger, in coda, con valori intorno a 0,33. I 30 paesi con i valori HDI più bassi ospitano una persona su otto sul pianeta, ma producono solo circa un terzo dell'1% del PIL globale. Hanno i tassi di povertà più elevati e, tragicamente, i peggiori risultati sanitari. Un bambino nato in Sud Sudan ha 40 volte più probabilità di morire prima del quinto compleanno rispetto a uno nato in Svezia.

Eppure anche da valori disarmanti come questi dal grafico complessivo emerge evidente, dal 1990, anno in cui si è iniziato a tener traccia dell’HDI, una tendenza al miglioramento complessivo. E anche solo pochi punti percentuali in più per molti paesi fanno una differenza enorme.

Questa disuguaglianza è la ragione principale, quasi unica, per cui le nostre strategie climatiche devono dare priorità al benessere umano. Per quanto possa sembrare ovvio che chiunque sia interessato al miglioramento della vita, al tempo stesso mette in secondo piano il benessere umano rispetto alla riduzione delle emissioni, con conseguenze negative. Per quanto possa sembrare anomalo sono la salute e la prosperità le migliori armi di difesa di fronte al cambiamento climatico, che non è la minaccia più grande per la vita e per la sussistenza delle persone nei paesi poveri, e non lo sarà in futuro. 

Uno studio del Climate Impact Lab dell’università di Chicago, qualche anno fa ha dimostrato che il numero di decessi stimato causati dal cambiamento climatico diminuisce di oltre il 50 percento se si tiene conto della crescita economica prevista nei paesi a basso reddito da qui alla fine del secolo.

Questa scoperta suggerisce una via da seguire. Poiché la crescita economica prevista per i paesi poveri dimezzerà i decessi dovuti al clima, ne consegue che una crescita più rapida e più ampia ridurrà i decessi ancora di più. E la crescita economica è strettamente legata alla salute pubblica. Quindi, più velocemente le persone diventano prospere e sane, più vite possiamo salvare.

Se si considera il problema in questo modo, diventa più facile trovare le soluzioni migliori nell'adattamento climatico: sono gli ambiti in cui la finanza può fare di più per combattere la povertà e migliorare la salute.

In cima alla lista ci sono i miglioramenti in agricoltura.

La maggior parte dei paesi poveri è ancora basata su un'economia prevalentemente agricola. Il piccolo agricoltore medio in questi paesi possiede da uno a due ettari scarsi di terreno e guadagna circa 2 dollari al giorno, ricavando relativamente poco dai suoi campi, circa l'80% in meno per ettaro rispetto a un agricoltore europeo. Una singola siccità o un'alluvione possono annientarlo per un'intera stagione.

Anche se un’auspicabile riduzione delle emissioni porterà a perdite meno devastanti, gli agricoltori di oggi non possono aspettare che il clima si stabilizzi: devono aumentare i loro redditi e sfamare le loro famiglie ora.

Anche qui, innovazione e nuove tecnologie stanno già facendo la differenza. Tanto per fare un esempio ormai alla portata di tutti, i telefoni cellulari sono utilizzati per ricevere consigli o avvisi sulle condizioni meteorologiche: in India durante lo scorso monsone estivo circa 40 milioni di agricoltori sono stati avvisati via SMS dell’andamento imprevisto delle piogge, salvando milioni di ettari di raccolti. Altrettanto si può dire sul miglioramento delle colture con lo sviluppo di varietà più produttive e resistenti o la selezione di razze animali più adatte a condizioni più difficili. E la nuova classe di fertilizzanti naturali a zero emissioni è stata adattata alle condizioni dei paesi a basso reddito. Sempre in India si è scoperto che l’utilizzo di biofertilizzanti da parte di piccoli coltivatori ha fatto aumentare la resa dei loro raccolti fino 20%.   

Salute
Miglioramenti come questi devono andare di pari passo con il miglioramento della salute.

Il caldo eccessivo causa ormai circa 500.000 morti ogni anno. Nonostante l'impressione che si possa avere leggendo i notiziari, però, il numero è in calo da tempo, soprattutto perché più persone possono permettersi l'aria condizionata. E, sorprendentemente, il freddo eccessivo è molto più letale, uccidendo quasi dieci volte più persone ogni anno rispetto al caldo. Per quanto riguarda ciò che accadrà in futuro, i decessi dovuti al caldo aumenteranno e quelli dovuti al freddo diminuiranno. Le migliori stime attuali suggeriscono che l'effetto netto sarà un aumento globale della mortalità correlata alla temperatura, e che la maggior parte dell'aumento si verificherà nei paesi in via di sviluppo.  

La situazione finora è simile per quanto riguarda i disastri naturali. Nel secolo scorso, i decessi diretti dovuti a disastri naturali, come l'annegamento durante un'alluvione, sono diminuiti del 90%, attestandosi tra le 40.000 e le 50.000 persone all'anno, grazie soprattutto a sistemi di allerta più efficienti e a edifici più resistenti.

Ma i decessi indiretti dovuti a calamità naturali non hanno seguito lo stesso schema di declino. Nella maggior parte dei casi, oggi, le persone colpite da tempeste e inondazioni hanno maggiori probabilità di morire per malattie trasmesse dall'acqua che per annegamento. Quando le acque alluvionali contaminano l'acqua potabile, creano terreni di coltura ideali virus e batteri patogeni, particolarmente letali per i bambini. Più inondazioni equivalgono a più decessi.

Ma i patogeni non aspettano tempeste o inondazioni per infettare le persone, spesso sono endemici. Le malattie diarroiche, ad esempio, uccidono più di un milione di persone all'anno e la stragrande maggioranza delle infezioni non si verifica sotto forma di episodi pandemici più o meno grandi. In un paese a basso reddito sono parte della vita. E, purtroppo, non sono l'unica minaccia per la salute.

Se si considerano le altre principali cause di morte nei paesi poveri (malaria, tubercolosi, HIV/AIDS, infezioni respiratorie e complicazioni del parto), i problemi di salute legati alla povertà uccidono circa 8 milioni di persone all'anno. È paradossale ma quest’anno, per la prima volta, a livello globale si sono registrati più bambini obesi che malnutriti (intesi come sottopeso). Un rapporto dell'UNICEF del settembre 2025 certifica che l'obesità ha superato il sottopeso come forma più comune di malnutrizione, colpendo circa 188 milioni di bambini e adolescenti. La cosa assume un aspetto ancora più drammatico perché questi bambini vivono in maggioranza in paesi che complessivamente rappresentano una piccola parte rispetto al resto del mondo.

Ancora più grave, infine, se si considerano i problemi di salute che non uccidono le persone, ma le rendono troppo malate per lavorare, andare a scuola o prendersi cura dei propri figli. Se una donna incinta è già malnutrita e poi si ritrova senza cibo a causa di un'alluvione, ha ancora più probabilità di partorire prematuramente e il suo bambino ha maggiori probabilità di iniziare la vita sottopeso. Ma se è ben nutrita fin dall'inizio, lei e il suo bambino hanno molte più probabilità di rimanere sani.

Ciò non significa che dovremmo ignorare i decessi legati alle alte temperature perché le malattie sono un problema più grande. Ma dovremmo affrontare le malattie e gli eventi meteorologici estremi in proporzione alla sofferenza che causano, e dovremmo intervenire sulle condizioni di base che rendono le persone vulnerabili. Se da un lato dobbiamo limitare il numero di giornate estremamente calde o fredde, dall'altro dobbiamo anche fare in modo che meno persone vivano in povertà e in cattive condizioni di salute, in modo che gli eventi meteorologici estremi non rappresentino una minaccia così grave per loro.

I benefici del miglioramento della salute e dell'agricoltura vanno oltre la resilienza climatica. Ad esempio, con l'aumento dei tassi di sopravvivenza infantile, si verifica qualcosa di inaspettato: le persone scelgono di avere famiglie più piccole, spesso contrastando un’atavica propensione culturale ad avere famiglie numerose. E con il calo demografico i governi dei paesi poveri possono investire di più in scuole e ospedali, infrastrutture di trasporto e commercio, sistemi igienico-sanitari e reti elettriche. Questi fattori, a loro volta, facilitano il miglioramento della salute e l'aumento del reddito. Si tratta di un circolo virtuoso straordinario, innescato da una migliore salute e da un'agricoltura più equilibrata.

Il successo va dunque misurato innanzi tutto in base al nostro impatto sul benessere umano più che in base al nostro impatto sulla temperatura globale, e questo successo si basa sulla capacità di porre l'energia, la salute e l'agricoltura al centro delle nostre strategie.

Lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento. Altro che quella montagna di fesserie della decrescita felice!

La speranza, e le premesse viste con le dichiarazioni della presidenza brasiliana, è che sotto la guida del Brasile, l'adattamento e lo sviluppo umano riceveranno finalmente maggiore attenzione alla COP30 che a quanto visto in qualsiasi altra COP.

Ogni sforzo nell'agenda climatica mondiale va misurato in base alla sua capacità di salvare e migliorare vite umane.

Con il quadro del sovrapprezzo climatico ben chiaro, il Green Premium, oltre agli impegni paese per paese, ogni COP dovrebbe prevedere discussioni e impegni di alto livello basati sui cinque settori esaminati prima. Le politiche e le innovazioni in ciascun settore devono ottenere maggiore visibilità. I ​​rappresentanti di ciascuno dei cinque settori dovrebbero riferire sui progressi verso innovazioni a zero emissioni di carbonio, accessibili e pratiche, utilizzando il Green Premium come parametro di riferimento.

Alcuni settori hanno tuttora dei sovrapprezzi molto costosi, se non proibitivi. Saranno quelli su cui si dovrà agire di più.

01 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Prima parte

Introduzione

La prossima settimana, come anticipato nel mio post precedente, i leader mondiali si riuniranno in Brasile per la COP30, il vertice annuale delle Nazioni Unite sul clima. Un'opportunità per riformulare il modo in cui pensiamo al cambiamento climatico, visto il modo in cui è stato fatto finora, in maniera complessivamente poco efficace.

Per decenni, il mondo ha misurato i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio. Sono numeri importanti, ma non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone.

È facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, la parte difficile è ricordare che quel cambiamento climatico non è la causa, ma è sempre l'effetto. Le cause sono i nostri sistemi energetici, alimentari e produttivi, e principalmente le fonti fossili di energia. Una qualità della vita che ha penalizzato la maggior parte del mondo.

Le famiglie sono in grado di coltivare abbastanza cibo? Le comunità sono sane? Tutti hanno accesso a un'energia affidabile?

Ed ecco che già a partire da un’immagine come la precedente questa resta soltanto un concetto, un processo teorico, non un’azione.

L’obiettivo finale è quello di migliorare il benessere umano e assicurarci che le persone di tutto il mondo possano vivere una vita sana e produttiva in un pianeta che si sta riscaldando. Ciò significa investire in soluzioni che migliorino la vita di oggi e riducano le emissioni di domani: energia pulita a prezzi accessibili, colture resilienti e sistemi sanitari più forti. Significa anche ripensare al modo in cui consumiamo le risorse, di per sé limitate, indirizzandole verso obiettivi di efficienza economica e allontanandole da quelle che non lo fanno.

Anticipando le conclusioni lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento.

Non mi stancherò mai di ripetere che il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità, come ho già evidenziato un anno fa in occasione della COP29. Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

Insostenibile è il fatto che l’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità.

Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole del Papa: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi».

Sarebbe ora di istituire una sorta di patrimoniale climatica!

C’è spazio per l’ottimismo?

«L’ottimismo è il sale della vita» era il tormentone di un vecchio spot pubblicitario. Vediamo se riesco stavolta ad essere ottimista analizzando la cosa da un altro punto di vista, nonostante non lo sia stato diverse volte su queste pagine, e soprattutto proprio nel post dedicato a COP30.

Più volte ho messo in evidenza come quello del cambiamento climatico sia un problema strettamente legato ad una visione d’insieme globale, planetaria, e fatto soprattutto di aspetti legati al sociale e all’economia: una vera e propria sfida strategica da gestire. Gestione della crisi e nuove tecnologie dovranno procedere di pari passo, integrate, esattamente sulla linea di mitigazione adattamento di cui ho recentemente trattato.

Il cambiamento climatico è una questione seria, ma abbiamo fatto grandi progressi. Occorre continuare a sostenere le innovazioni che aiuteranno il mondo a raggiungere zero emissioni. La mitigazione.

  • Al tempo stesso vanno mantenuti e potenziati, non tagliati, come più spesso accade, i finanziamenti per la salute e lo sviluppo, i programmi che aiutano le persone a reagire fronte al cambiamento climatico. L’adattamento.
  • È tempo di mettere il benessere umano al centro delle nostre strategie climatiche, includendo l’azzeramento del sovrapprezzo da pagare e il miglioramento dell'agricoltura e della salute nei paesi poveri. La coscienza.

Nonostante vada diffondendosi, la visione apocalittica e catastrofica è sbagliata, fortunatamente per tutti noi. Sebbene il cambiamento climatico avrà gravi conseguenze, in particolare per le popolazioni dei paesi più poveri, non porterà alla fine dell'umanità. Le persone potranno vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro. Le proiezioni sulle emissioni sono diminuite e, con le giuste politiche e investimenti, l'innovazione ci consentirà di ridurle ulteriormente. Ma occorre agire, e in fretta, come ho recentemente sottolineato nel post dedicato alla COP30, rispondendo con esempi concreti sia a coloro i quali affermano che nulla servirà a cambiare le cose, sia a quelli che confidano in una sorta di manzoniana provvidenza: non c’è differenza tra loro perché non portano soluzioni utili. L’unica cosa che occorre fare è rimboccarsi le maniche e agire, evitare l’inazione.

Sia chiaro: il cambiamento climatico è un problema fondamentale. Deve essere risolto, alla stessa stregua di problemi come la malaria e la malnutrizione. Ogni decimo di grado di riscaldamento che impediamo è un successo, perché implica una stabilità climatica che rende più facile migliorare la vita delle persone.

Purtroppo le prospettive apocalittiche stanno inducendo gran parte della comunità climatica a concentrarsi troppo sugli obiettivi di emissione a breve termine, distogliendo risorse dalle azioni più efficaci da intraprendere per migliorare la vita in un mondo che si sta riscaldando.

Non è troppo tardi per adottare una visione diversa e adattare le nostre strategie per affrontare il cambiamento climatico. Il vertice globale sul clima in Brasile è un ottimo punto di partenza, soprattutto perché la leadership brasiliana del vertice sembra stia mettendo l'adattamento climatico e lo sviluppo umano in cima all'agenda. Notevole ad esempio la notizia che Secondo l'Osservatorio sul clima brasiliano, una rete di ONG ambientaliste, le emissioni lorde del Paese più grande dell'America Latina sono diminuite del 16,7% su base annua.

È un'opportunità per tornare a concentrarci su un parametro che dovrebbe contare ancora di più delle emissioni e del cambiamento climatico: migliorare la vita. Il nostro obiettivo principale dovrebbe essere quello di prevenire la sofferenza, in particolare per coloro che vivono nelle condizioni più difficili, nei paesi più poveri del mondo.

Il cambiamento climatico colpirà i poveri più di chiunque altro, che sono paradossalmente quelli che contribuiscono minimamente o per niente al cambiamento, e per la stragrande maggioranza di loro non sarà l'unica minaccia, né la più grande, per la loro vita e il loro benessere. I problemi più grandi sono la povertà e le malattie, proprio come lo sono sempre stati. Comprendere questo ci permetterà di concentrare le nostre limitate risorse su interventi che avranno il maggiore impatto sulle persone più vulnerabili.

La COP30 si svolge in un momento in cui è particolarmente importante ottenere il massimo valore da ogni centesimo speso per aiutare i più poveri. La riserva di denaro disponibile per aiutarli – che già al suo livello più alto rappresentava meno dell'1% dei bilanci dei paesi ricchi e che il più delle volte è rimasta solo una promessa non onorata – si sta riducendo sotto la scure dei tagli che i paesi ricchi effettuano a fronte del contemporaneo aumento del debito da parte dei paesi poveri. Sappiamo con certezza che nemmeno gli sforzi fatti per la fornitura di vaccini salvavita per tutti i bambini del mondo non vengono completamente finanziati. Il fondo per l’acquisto dei vaccini Gavi avrà il 25% di fondi in meno per i prossimi cinque anni rispetto ai cinque anni trascorsi. Possiamo immaginare che valore possa essere attribuito a fondi che serviranno per migliorare un tempo futuro o uno spazio che nessuno vede o tocca con mano, quello legato alle condizioni dovute al cambiamento climatico: il valore del futuro di cui ho scritto. Eppure è proprio da esempi come quello dei vaccini che viene l’insegnamento migliore: sono i campioni indiscussi di vite salvate per ogni dollaro speso; vaccini che diventano ancora più importanti in un mondo che si riscalda, perché i bambini che non muoiono di morbillo o pertosse avranno maggiori probabilità di sopravvivere quando un'ondata di calore colpirà o una siccità minaccerà le riserve alimentari locali.

A fronte di fondi destinati al clima a questo punto ci si deve chiedere: vengono spesi per le azioni giuste? Probabilmente no.

Sembra che, nella confusione operativa e fortemente rallentata da un eccesso di burocrazia, nel labirinto di leggi e sovranità nazionali indipendenti, nella mancanza di azione globale, il mondo si comporti come se ogni sforzo per combattere il cambiamento climatico fosse valido quanto qualsiasi altro. Uno vale uno anche qui: e non è vero! Di conseguenza, progetti meno efficaci distolgono fondi e attenzione da iniziative che avrebbero un impatto maggiore sulla condizione umana, quali ad esempio rendere accessibile l'eliminazione di tutte le emissioni di gas serra e ridurre la povertà estrema attraverso miglioramenti in agricoltura e salute.

Cambiamento climatico, malattie e povertà sono tutti problemi gravi. Ma andrebbero affrontati in proporzione alla sofferenza che causano. E dovremmo utilizzare i dati per massimizzare l'impatto di ogni nostra azione.

L’innovazione ci salverà?

Nella ipotesi peggiore, adottando solo misure moderate per frenare il cambiamento climatico, l'opinione oggi più diffusa è che entro il 2100 la temperatura media della Terra sarà probabilmente tra 2 e 3 °C più alta rispetto all’era preindustriale.

Ben al di sopra dell'obiettivo di 1,5 °C che i paesi si erano impegnati a raggiungere alla COP di Parigi nel 2015. Di fatto, da qui al 2040, in un attimo pari a 15 anni soltanto, saremo ben lontani dagli obiettivi climatici mondiali. Perché?

Ovvio, la domanda mondiale di energia è in aumento, e sarà più che doppia dell’attuale entro il 2050. Soprattutto da parte dei paesi definiti, con termini abusatissimi, in via di sviluppo, e che ci pongono la domanda: ma come, voi paesi ricchi avete finora sfruttato fonti energetiche economiche infischiandovene dell’ambiente e adesso non possiamo farlo noi?

Comunque stiano le cose dal punto di vista del miglioramento della vita, un maggiore consumo di energia è positivo, perché è strettamente correlato alla crescita economica: insomma, più energia pro-capite si consuma maggiore sono benessere e prosperità.

Purtroppo, in questo caso, ciò che è positivo per la prosperità è negativo per l'ambiente. Sebbene le cosiddette energie rinnovabili siano diventate più economiche e migliori, non disponiamo ancora di tutti gli strumenti necessari per soddisfare la crescente domanda di energia senza aumentare le emissioni di carbonio e, amara considerazione, la stragrande maggioranza delle nuove fonti alternative attivate sono servite a coprire ulteriori richieste d’energia, non a sostituire quanto prodotto col fossile.

Ma, concentrandoci sull’innovazione, avremo gli strumenti. Con gli investimenti e le politiche giuste, nei prossimi dieci anni saranno disponibili nuove tecnologie a zero emissioni di carbonio, accessibili e pronte per essere implementate su larga scala. Se a ciò si aggiunge l'impatto dei miglioramenti di quanto già abbiamo, entro la metà di questo secolo le emissioni saranno inferiori, e il divario tra paesi poveri e paesi ricchi sarà notevolmente ridotto, nonostante l’atteso incremento demografico. Tutti i paesi potranno costruire edifici con cemento e acciaio a basse emissioni di carbonio, quasi tutte le nuove auto saranno elettriche o alimentate a idrogeno o biocarburanti, le aziende agricole saranno più produttive e meno impattanti in termini ambientali, utilizzando fertilizzanti prodotti senza generare emissioni; non ultimo, le reti elettriche saranno in grado di fornire elettricità da fonti rinnovabili in modo affidabile e con reti di distribuzione più efficienti, riducendo i costi energetici.

Un bel sogno? Forse, o forse no.

Nonostante queste innovazioni, però, le emissioni cumulative e l’ineluttabile inerzia termica del pianeta causeranno un riscaldamento globale, anche se smettessimo oggi – e non lo stiamo facendo - di immettere in atmosfera gas serra, e molte persone ne saranno colpite. Assisteremo ad una sorta di incremento della latitudine: la Sicilia, ad esempio, somiglierà al nord Africa e la Pianura Padana alla Sicilia. Le migrazioni climatiche saranno estremamente diffuse, ma la maggior parte delle popolazioni equatoriali non potrà trasferirsi subendo quindi più ondate di calore, eventi atmosferici più intensi e incendi più estesi. Alcuni lavori all'aperto dovranno essere sospesi durante le ore più calde della giornata (persino da noi la scorsa estate numerose regioni hanno emesso ordinanze in tal senso) e i governi dovranno investire da un lato in migliori sistemi di allerta precoce per il caldo estremo e gli eventi meteorologici e dall’altro in strutture in grado di offrire pubblico refrigerio.

Ma allora da dove viene l’ottimismo di poco fa?

Da grafici come il seguente.

Una decina d’anni fa, l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) prevedeva che entro il 2040 il mondo avrebbe emesso 50 Gton di biossido di carbonio l’anno. Ora, appena un decennio dopo, la previsione di questa autorevole fonte è scesa a 30 Gton (qui la situazione storica) e si ritiene che le emissioni nel 2050 potrebbero essere ancora più basse.

Se negli ultimi 10 anni abbiamo ridotto le emissioni previste di oltre il 40 percento lo dobbiamo all’innovazione, al progresso tecnologico.

Abbiamo sempre pagato per l’energia, per averne, ma fino a non molto tempo fa non pagavamo per le conseguenze del rilascio del CO2 in atmosfera; e non pagare non è un’opzione. Se non lo facciamo adesso lo faranno le generazioni future, a caro prezzo. E la domanda è: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il Green Premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti.

A quanto pare, si è iniziato a farlo seriamente più o meno a partire dal 2010. La differenza di costo tra metodi puliti e metodi inquinanti, non solo per produrre l’energia ma per fare qualsiasi cosa, ha raggiunto lo zero o è diventato negativo per l'energia solare, eolica, l'accumulo di energia e i veicoli elettrici: nel complesso, sono altrettanto economici, se non addirittura più economici, delle loro controparti basate sui combustibili fossili.

Naturalmente, per raggiungere l'obiettivo zero emissions abbiamo bisogno di ulteriori innovazioni e ciò diventerà ancora più importante se nuove prove dimostreranno che il cambiamento climatico sarà molto più grave di quanto previsto dall'attuale generazione di modelli climatici, perché dovremo ridurre più rapidamente il sovrapprezzo e accelerare la transizione verso un'economia a zero emissioni.

Fortunatamente, la capacità degli esseri umani di inventare è non solo inalterata ma migliorata.

Non finisce qui, ecco la seconda parte.