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12 marzo 2026

Superhot Rock Energy

No, non è un post sui Led Zeppelin o i Deep Purple…

Alla fine del 2024 ho pubblicato un lungo e dettagliato post sulla Quaise Energy, azienda statunitense che sta portando avanti ricerca e test sul campo, per una tecnologia che sfrutti il calore pressoché inesauribile, alla scala umana, del nostro pianeta; se quanto questa azienda promette, fondato su solide basi scientifiche e tecniche,  potrà essere realizzato, si inizierà concretamente a parlare di indipendenza energetica a disposizione di qualsiasi paese al mondo. Non si tratta di geotermia tradizionale, disponibile in poche aree del pianeta, geologicamente caratteristiche e piuttosto rare, ma di sfruttamento del calore che è sotto i piedi di ognuno di noi, prima di quanto si pensi: iniziare quindi davvero ad operare contromisure adatte a contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico.

Recentemente, la Quaise ha donato 750.000 dollari alla Oregon State University, per potenziare la ricerca di base in atto, volta essenzialmente a ricreare in laboratorio le condizioni presenti a chilometri di profondità, tipiche delle cosiddetta roccia super-calda. La fonte energetica cosiddetta Superhot Rock Energy (SHR) è appunto una forma avanzata di energia geotermica che mira a sfruttare il calore delle rocce a temperature superiori a circa 400 °C (374 °C, come vedremo) per produrre energia rinnovabile 24 ore su 24, tutti i giorni. Perforando in profondità la crosta terrestre, in tempi estremamente ridotti grazie alla tecnologia Quaise, sarà possibile iniettare acqua che verrà scaldata a temperature tali da generare vapore ad alta energia: una fonte pulita e onnipresente, potenzialmente in grado di rivoluzionare il settore energetico. È in questa seconda parte che interviene Quaise, con la loro tecnologia basata su girotrone e onde millimetriche, come ampiamente raccontato nel già citato post del 2024. Una fonte tale che, se sfruttata, potrebbe fornire energia al mondo intero. Approfondire la conoscenza di questa risorsa geotermica, non facile da studiare sul campo, è l’obiettivo in corso.

Perché ci interessa? Perché la geotermia SHR sfrutta il calore della roccia a temperature superiori a 400 °C per generare da cinque a dieci volte più energia per pozzo rispetto agli attuali sistemi geotermici convenzionali. Se sviluppata con successo, la SHR potrebbe fornire oltre 60 TW di energia elettrica costante e priva di emissioni di carbonio, sfruttando solo l'1% delle risorse SHR mondiali, ovvero più di otto volte l'attuale produzione globale di elettricità.

Oltre al suo vasto potenziale, l'SHR offre un altro vantaggio cruciale: la flessibilità di localizzazione. Mentre la geotermia tradizionale si basa su rari sistemi di acqua calda in superficie, l'SHR può essere sviluppata anche in regioni lontane dall'attività vulcanica, consentendo a tutti i paesi di accedere potenzialmente a energia pulita affidabile e sempre disponibile.

Poiché le tendenze globali in materia di elettrificazione, crescita dei data center e decarbonizzazione industriale aumentano rapidamente nel tempo la domanda di energia elettrica, la necessità di energia pulita come quella derivante dall’SHR è fondamentale.

Per maggiore chiarezza ricordo che la potenza installata mondiale di energia elettrica (ovvero la capacità totale) è stimata intorno agli 8 TW alla fine del 2024, includendo tutte le fonti (rinnovabili, fossili e nucleare). Valore che deriva dalla somma di capacità rinnovabili (da 3,4 a 5 TW), fossili (oltre 4.5 TW) e altre fonti, con dati aggiornati al 2024-2025.

Potenza installata di energia elettrica - Dati per fonte (2024)

Recentemente le rinnovabili hanno raggiunto circa 3,4 TW nel 2024, con proiezioni a 5 TW entro fine 2025 e 11,2 TW nel 2035. La crescita è trainata da solare (+33% nel 2024) ed eolico, mentre il totale mondiale cresce di ~300-500 GW/anno. Dati precisi variano per agenzie (IEA, IRENA, Ember), ma il totale è coerente intorno agli 8 TW.


Statistic: Installed electricity capacity worldwide in 2023, by source (in gigawatts) | Statista
Find more statistics at Statista

La buona notizia è che la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha superato i 4,4 TW con una crescita annuale, +15%, da record: le fonti elettriche rinnovabili sono economicamente sostenibili e facilmente implementabili. E la transizione e l’indipendenza energetiche sono raggiungibili, persino in Italia.

Per tornare in tema, se a tutto ciò si potrà associare la geotermia SHR i risultati saranno ancor più straordinari.

Proprio per raggiungere la profondità necessaria, in tempi brevi e con risorse economiche contenute rispetto alle perforazioni tradizionali, ovvero raggiungere quelle temperature, è proprio ciò che promette di poter fare la tecnologia della Quaise. 

Sul sito del Clean Air Task Force è disponibile una mappa estremamente dettagliata delle potenzialità mondiali della geotermia SHR.


La maggior potenzialità energetica dell’acqua riscaldata a quelle temperature è data dal raggiungimento di uno stato che la maggior parte delle persone non conosce: l'acqua pompata attraverso piccole fessure permeabili in tali rocce diventerebbe supercritica, (per approfondire) una fase in cui lo stato liquido e quello gassoso non esistono più separatamente. I fluidi supercritici si generano in condizioni estreme, a temperature e pressioni elevate, al di sopra del punto critico della sostanza di cui sono composti. Il punto critico, in sintesi, è una particolare situazione di pressione e temperatura oltre le quali una sostanza si presenta come un'unica fase – una sorta di mix fra liquido e gas con proprietà intermedie fra i due. Ogni sostanza chimica ha un proprio un solo punto critico: nel caso dell'acqua questo si trova appunto a 374 ºC e 218 atmosfere (circa 225 kg/cm2), ovvero 200 volte la pressione esistente sulla superficie terrestre.

L'acqua supercritica può trasportare fino a cinque volte più energia dell'acqua calda normale, il che la renderebbe una fonte di energia estremamente efficiente se potesse essere pompata in superficie fino a turbine che la convertano in energia elettrica.

Le ricerche in corso alla Oregon State University riguardano, tra le molte cose, anche quella di sviluppare un reattore a flusso continuo che consenta di far passare dei fluidi attraverso tipi di roccia in condizioni di altissima temperatura e pressione, cioè quanto si incontrerebbe scendendo in profondità nella crosta terrestre, consentendoci al contempo di osservare come i sistemi cambiano in tempo reale. Un reattore, realizzato su misura, progettato per resistere a temperature fino a 500 °C e 500 atmosfere di pressione. Questa ricerca è fondamentale perché la geotermia SHR opera in un regime in cui i modelli esistenti falliscono e solo esperimenti di flusso controllato possono generare dati affidabili sul comportamento dei fluidi, sulla scalabilità e sulle interazioni roccia-fluido, necessari per progettare pozzi e serbatoi durevoli (per i dettagli rimando sempre al solito post precedente). Quaise sostiene questa ricerca perché l'accesso tempestivo a questi dati ridurrà significativamente il rischio tecnico e finanziario legato allo sviluppo dei loro progetti di geotermia SHR.

L’origine dell’energia geotermica SHR si trova normalmente tra i 3 e i 20 chilometri (si veda la mappa citata in precedenza) sotto la superficie terrestre delle aree continentali, a seconda delle caratteristiche strutturali e tettoniche della litosfera. Raggiungerla è normalmente al di là della portata, economicamente utile, delle tecnologie di perforazione tradizionali a disposizione dell’industria petrolifera o del gas. La profondità media di un pozzo petrolifero varia solitamente tra 2 e 5 km sotto la superficie terrestre o marina, sebbene in contesti complessi si possa arrivare a oltre 6-7 km. La maggior parte delle trivellazioni commerciali sfrutta giacimenti in questo intervallo, anche se le tecnologie sono in continua evoluzione per raggiungere profondità maggiori.

Proprio per questo la Quaise sta lavorando per accedere alla risorsa SHR con una tecnologia rivoluzionaria, la prima innovazione nel campo delle trivellazioni in 100 anni. Dopo aver svolto con successo test sul campo, che hanno dimostrato soprattutto la straordinaria velocità di questo tipo di perforazione, uno degli obiettivi per il 2026 è quello di raggiungere e superare 8 km di profondità.

Ricerca di frontiera
Le ricerche di laboratorio sono molteplici: una riguarda il comportamento della roccia, pressoché disomogenea ovunque, in condizioni di altissima temperatura e pressione, soprattutto in relazione ai fluidi caldi che la attraversano. Ad esempio quarzo, silice o altri minerali potrebbero crescere nello spazio attraversato dal fluido, fino ad impedirne i flusso necessario a mantenere l'energia in superficie. In un secondo filone di ricerca, il laboratorio mira a esplorare un importante sottoprodotto della tecnica di perforazione Quaise: il rivestimento vetrificato che si forma attorno ai lati del foro, rivestimento che potrebbe impedire il collasso del foro, tra gli altri vantaggi. Infine, si approfondisce la conoscenza di come altri materiali fondamentali per la produzione di energia geotermica reagiscono in condizioni di SHR.

Al momento, l'SHR è ricerca di frontiera.

Conclusioni
In definitiva, il modo giusto per pensare alla geotermia è riferirsi alla possibilità di generare acqua allo stato supercritico sfruttando il calore che, ovunque, viene dall’interno della superficie terrestre, quei circa 400 °C citati in precedenza. Se si intende utilizzare l'acqua per estrarre calore dal sottosuolo, quella è la temperatura ideale: qualsiasi temperatura al di sopra generebbe rendimenti decrescenti, qualsiasi temperatura al di sotto ne impedirebbe i vantaggi.

Come predetto la profondità dipende da dove ci si trova sul pianeta: in alcuni punti è a profondità paragonabili a quelle dell’industria petrolifera, circa 5 km, altrove è quattro volte più profonda. Ma il punto è che, tra i 5 e i 20 chilometri di profondità è dappertutto. Va fatto notare che comunque, tecnologicamente parlando, il vero divario tra le profondità tipiche dell’industria petrolifera e la tecnologia Quaise non è la distanza raggiungibile, ma la temperatura a cui si opera. Ci sono pozzi petroliferi che lavorano anche a 8-10 km di profondità, ma non a quelle temperature: le differenze fondamentali si iniziano a delineare in base alla temperatura a cui si può perforare. Il motivo per cui petrolio e gas vengono estratti mediamente tra i 2 e i 5 km di profondità dipende proprio da questo: scendere oltre significa trovare ambienti troppo caldi. Qui inizia la frontiera geotermica ed il blocco del petrolifero. Quindi, la fine di uno è l'inizio dell'altro.

Raggiungere i 400 °C di temperatura è energeticamente vantaggioso, una potenza 10 volte superiore a quella ottenibile con acqua a temperatura di ebollizione, e non a caso è in Islanda che si iniziò a parlare dello stato supercritico dell’acqua: fondamentalmente densità più elevate e viscosità più basse che aumenta l'efficienza di conversione termodinamica tra calore e quanto necessario a produrre elettricità.

Lo stesso pozzo, con un diametro standard di 20 cm, trasferirà da uno a dieci MW di energia elettrica equivalente se utilizza acqua a 90-100 °C, e dieci volte tanto se l’acqua è a 400 °C: quattro volte la temperatura ma dieci volte la potenza.

Le sfide tecniche sono notevoli, ma lo stato di avanzamento della ricerca e delle prove sul campo promette bene.

Un altro differenziale importante è la velocità con cui si raggiunge la profondità necessaria, fa parte dell’economica complessiva derivante dal rapporto tra costi degli impianti e benefici della produzione energetica.

Quando si pensa alle perforazioni meccaniche tradizionali si nota subito che la maggioranza del tempo è impiegata non a perforare, ma a sostituire la punta e a far entrare e uscire il tubo dal foro. Quaise dimostra che la loro tecnologia non è straordinaria tanto per velocità di perforazione incredibili, quanto perché ha tempi improduttivi molto bassi, e indipendenti da temperatura e profondità. Scendere comunque con velocità che vanno da 3 a 5 metri l’ora, significa raggiungere 10 km di profondità in 100 giorni!

A titolo comparativo in Cina è stata realizzata recentemente una perforazione da 11 chilometri: per i primi 10 hanno impiegato un anno, per l’ultimo chilometro, un altro anno.

Il fattore di perforazione, basato soprattutto su tempi improduttivi pressoché ridotti a zero, è il differenziale importante per Quaise.

È proprio il caso di dirlo. Occorre andare…più a fondo!

26 febbraio 2025

Transizione e indipendenza energetica in Italia. Si può fare. Si farà?

Sulle pagine di questo blog è stato più volte messo in evidenza che una delle sfide future è mitigare i cambiamenti climatici causati dall'uomo, anzi, avremmo dovuto cominciare da un pezzo. Anche se a quanto pare gli obiettivi del famoso Accordo di Parigi (2015) sono quanto meno inevitabilmente compromessi (se non addirittura disattesi!), mirando a mantenere l'aumento della temperatura globale sotto i 2 °C (e non più di 1,5 °C), è evidente che l’impegno globale per decarbonizzare rapidamente deve essere mantenuto, in uno scenario tuttavia che vede inesorabilmente crescere il consumo di combustibili fossili.

Nonostante la recente crisi energetica, che ha coinvolto direttamente l’Europa e ancor di più il nostro paese, si sta tuttora investendo troppo nei combustibili fossili per usi energetici, ritardando la cosiddetta transizione.

L'UE punta alla neutralità climatica entro il 2050 con una riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030. Anche l'Italia sta lavorando per la decarbonizzazione entro lo stesso anno.

Si può fare?

Nella figura a lato la previsione del PNIEC (vedi testo) per il 2030. Mtep – Megatonnellata equivalente di petrolio (1 Mtep ≈ 11,63 TWh). FER – Fonti di Energia Rinnovabili

Almeno sulla carta, a livello europeo e nazionale la strada da percorrere per fare a meno dei combustibili fossili prevede per i prossimi decenni un progressivo aumento della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che, come vedremo, non sono programmabili, per lo meno non come inteso per le fonti fossili o il nucleare: in altre parole il vento non soffia sempre e il sole non splende sempre. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) propone di incrementare il target delle rinnovabili almeno al 30% del consumo finale lordo di energia. Per raggiungere tale obiettivo è necessario individuare soluzioni tecnologiche che permettano il pieno sfruttamento delle rinnovabili, tra queste le tecnologie di accumulo.

Per quanto riguarda l’Italia, ma che può fare da modello virtuoso, la risposta alla domanda precedente, canticchiando il famoso brano della PFM, è positiva. Si può fare. Raggiungendo quindi la tanto attesa indipendenza energetica e soprattutto abbattendo i costi, addirittura del 50 percento! Passando dagli attuali 108 €/MWh, le bollette più alte d’Europa, a 52!

Ma, anticipando le perplessità espresse nelle conclusioni, qualcosa continua a turbare questi sogni di gloriaDove trovare le risorse politiche, economiche, sociali e sociologiche necessarie per agire e decidere a lungo termine?

Cercherò di restare ottimista!

Ed a tale proposito ecco che, fresco di stampa, ci viene in supporto uno degli studi più recenti pubblicato sulla rivista Energy, firmato da Lorenzo Maria Pastore e Livio de Santoli dell'Università “La Sapienza” di Roma, che analizza ben 12 scenari di decarbonizzazione dell’Italia, valutando la fattibilità tecnica ed economica di un futuro energetico a emissioni zero, ovvero con energia prodotta al 100% da fonti rinnovabili, utilizzate anche per realizzare la fonte energetica necessaria per produrre i carburanti indispensabili a settori quali quelli del trasporto e dell’industria pesanti. Lo studio dimostra la fattibilità tecnica ed economica di un sistema energetico carbon neutral in Italia, riconoscendo al contempo le sfide verso la piena decarbonizzazione e sottolineando l'importanza di una pianificazione energetica integrata.

Esplorando quindi il potenziale di un sistema energetico rinnovabile al 100% in Italia entro il 2050, si sono studiate anche le strategie alternative per decarbonizzare i settori cosiddetti hard-to-abate (duri da abbattere, ovvero che presentano necessità specifiche non copribili con l’elettrificazione) e contemporaneamente fornire flessibilità di sistema. L'obiettivo è quello di valutare le implicazioni, gli effetti reciproci e le sinergie tra queste strategie. I risultati dello studio dimostrano innanzi tutti il potenziale delle tecnologie cosiddette Power-to-X (si veda anche qui e la figura a lato), in breve tecnologie di accumulo alternative alle ben note batterie elettrochimiche, atte a bilanciare la generazione non dispacciabile  (in inglese dispatchable, traducibile anche con programmabile) e ridurre il consumo di biomassa, ovvero quanto utilizzabile ad oggi per produrre carburanti alternativi. Circa il 90% della produzione di energia elettrica può provenire dal fotovoltaico e dall'eolico onshore e offshore (parchi eolici sulla terraferma o in mare). Il risparmio energetico, la diffusione del teleriscaldamento e l'elettrificazione sia del parco immobiliare che il trasporto leggero, mediante pompe di calore e veicoli elettrici o riconvertiti a biocarburanti o di sintesi, sono state considerate misure chiave.

Le diverse strategie di applicazione dei combustibili alternativi, come l'idrogeno, i biocarburanti e gli elettrocarburanti, nel trasporto pesante e nell'industria hanno un impatto significativo sulla configurazione dell'intero sistema energetico. In scenari con un'elevata domanda di idrogeno, la strategia power-to-gas consente di fare meno affidamento sui sistemi di stoccaggio dell'elettricità. La disponibilità di biomassa emerge come un fattore critico, che incide sulla sostenibilità del sistema energetico. Ma resta il fatto che un approccio altamente flessibile dal lato della domanda offre vantaggi energetici ed economici.




Lo stato dell'arte

Progressione degli investimenti nel settore delle energie alternative
La ricerca sui sistemi rinnovabili al 100% è cresciuta notevolmente nel recente passato, e molti studi ne hanno dimostrato l’efficacia, grazie soprattutto a diversi lavori e rapporti internazionali che dimostrano che la decarbonizzazione del sistema elettrico è già 
economicamente sostenibile. La crisi energetica, inoltre, aumentando i costi di produzione delle centrali termoelettriche, ha permesso alle fonti rinnovabili, come l'eolico e il solare fotovoltaico, di generare elettricità a costi molto più bassi.

Ma prima di ipotizzare scenari che prevedano ricerca e pianificazione di sistemi rinnovabili al 100% va considerato che si deve tenere in debito conto l'integrazione del sistema elettrico con l'intero sistema energetico, che dovrà essere messo in grado di accogliere la produzione di energia di tipo non dispacciabile. Nei futuri sistemi rinnovabili, le strategie Power-to-X svolgeranno un ruolo chiave nella conversione dell'elettricità rinnovabile in altri vettori o applicazioni. Queste tecnologie consentono infatti di convertire l'energia elettrica, quando in eccesso di produzione, ad un costo inferiore rispetto allo stoccaggio elettrochimico, ovvero alla conservazione in batterie, che tra l’altro sono ad elevato impatto ambientale durante il loro ciclo di vita, e il cui uso può essere ridotto al minimo; tecnologie che consentono inoltre di decarbonizzare altri settori energetici.

Per esempio la strategia Power-to-Heat si basa sulla conversione dell'elettricità in energia termica per mezzo di pompe di calore, e ciò consente di aumentare la flessibilità della domanda e di sfruttare l'accumulo termico per bilanciare la generazione rinnovabile variabile. sono anche associate a forti fluttuazioni nella rete elettrica. Le centrali eoliche e fotovoltaiche forniscono quantità variabili di energia, a seconda delle condizioni meteorologiche. Per bilanciare queste fluttuazioni, la potenza generata dalle energie rinnovabili deve essere controllata da un lato e persino scollegata dalla rete in alcuni casi, mentre gli oneri dei consumatori, in termini di risposta degli impianti alla domanda, devono essere più flessibili. Mantenere un’erogazione costante richiede complessi meccanismi di controllo e gli operatori di rete sono tenuti a mantenerla ad un livello costante, equalizzando le fluttuazioni causate da un eccesso o da una carenza di potenza. Ma per evitare che la potenza in eccesso rimanga inutilizzata, può essere convertita in calore attraverso appunto sistemi di questo tipo e immessa in una rete di distribuzione del calore.

Uno degli aspetti della riconversione e della transizione che ad esempio preoccupa maggiormente il nostro paese, ma non solo questo, è quello legato al riscaldamento domesticoIl 72% dell’edificato residenziale italiano, pari a oltre 12 milioni di edifici, è stato costruito prima del 1980, il 17% negli anni Settanta. Perciò, è vecchio, richiede un’elevata necessità di manutenzione e proprio questo settore ha un consumo energetico tra i più consistenti: il secondo dopo i trasporti, rappresentando circa il 27% dei consumi energetici finali a livello nazionale stando alla relazione sulla situazione energetica nazionale del 2022 redatta dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. La grande maggioranza degli impianti utilizza il gas e gli edifici, tra l’altro, sono responsabili dell’emissione del 53% di polveri sottili nei centri abitati. Questo è infatti il settore sul quale l’Unione Europea spinge in una precisa direzione: decarbonizzare entro il 2050. Se voleste approfondire sui quantitativi di gas serra emessi a livello mondiale e distinti per settore qui c'è un mio vecchio post.

Grande interesse nell'ultimo decennio è stato inoltre riposto nella strategia Power-to-Gas, che consente l’utilizzo dell'energia elettrica per produrre idrogeno mediante il processo di elettrolisi dell'acqua, che può quindi essere utilizzato direttamente o ulteriormente convertito in combustibili sintetici, come ad esempio nei processi che creano metano (metanazione del biossido di carbonio) a partire appunto da idrogeno così prodotto e da biossido di carbonio estratto direttamente dall’atmosfera, da emissioni industriali, dal suolo o da biomasse. Secondo le proiezioni del PNIEC nel 2040 potrà essere soddisfatta una domanda di gas così prodotto (il cosiddetto gas green) pari a 6,5 miliardi di m3/anno, tra metano sintetico e idrogeno. Il bilancio carbonico netto dell’utilizzo di questo metano di sintesi è pari a zero: la CO2 estratta dall’atmosfera bilancia quella riemessa a seguito dell’utilizzo del metano di sintesi, che può essere direttamente immesso nella rete di distribuzione; anche l’idrogeno, anche se occorre fare qualche distinzione, può essere direttamente immesso nella rete. Utilizzare invece il combustibile fossile così come si fa tutt’oggi contribuisce all’aumento del gas serra. Sono ovviamente state fatte delle semplificazioni dell’intero processo, rimandando a documenti più specifici. Certo non è tutto rose e fiori, ci sono indubbiamente ancora problemi di natura tecnica, economica e normativa, che finora hanno frenato la diffusione di questa tecnologia, a cui aggiungere gli alti costi rispetto ai gas ottenuti da idrogeno e metano, un indubbio svantaggio, a cui incentivi governativi potrebbero rimediare, specie nella fase di sviluppo tecnologico.

Però ad un’acciaieria, ad esempio, non basta l’energia da rinnovabili tour-court. Il principale ostacolo al raggiungimento della completa decarbonizzazione è infatti dato dalla presenza dei settori hard-to-abate, e a tale scopo, l’unico modo consentito per inserire energia da fonti rinnovabili in questi, è proprio grazie all’utilizzo di combustibili alternativi. I biocarburanti sono quelli più promettenti perché consentirebbero un cambio di combustibile senza la necessità di un cambiamento radicale dell'infrastruttura, garantendo al tempo stesso i livelli di temperatura necessari all'industria. Inoltre, i biocarburanti liquidi rappresentano un mezzo per la decarbonizzazione di tutti i tipi di trasporto non elettrificato, soprattutto quello pesante, aereo e navale. Ma occorre fare attenzione ad un punto cruciale. Se la fonte dei biocarburanti è rappresentata dalla produzione di biomassa, devono essere prese in considerazione, per garantire la sostenibilità del processo di produzione, quantità limitate di biomassa e purtroppo, come hanno dimostrato diversi studi, il potenziale della biomassa è appena sufficiente a soddisfare completamente la futura domanda di combustibili alternativi. Ed ecco che l’idrogeno torna a rappresentare una soluzione interessante per integrare diversi settori energetici ed elettrificare indirettamente la domanda di energia difficile da abbattere. Le applicazioni industriali consentono di raggiungere temperature molto elevate, e nel settore della mobilità sono ampiamente studiate, sebbene siano ancora per lo più in una fase pre-commerciale. Il principale ostacolo alla diffusione dell'idrogeno è il cambiamento delle infrastrutture e degli utenti finali, che rappresenta un costo molto elevato per questa strategia, tant’è che i due principali produttori di auto cosiddette fuel cell, sembra non stiano spingendo più di tanto.

Un’altra potenziale applicazione indiretta dell'idrogeno in questi settori difficili, è, come si accennava, l'uso che se ne può fare per produrre combustibili sintetici. La combinazione di un flusso di idrogeno con una fonte di carbonio consente la produzione di combustibili sintetici sia liquidi che gassosi per mezzo di diversi processi: ad esempio, il metanolo ha un potenziale interessante per le applicazioni nel settore dei trasporti, questi a sua volta può essere ulteriormente trasformato in etere dimetilico, un composto non tossico e non cancerogeno, che è un sostituto adatto dei combustibili fossili in tutti i motori diesel con interventi minimi. In tutti questi casi si ricorda che il bilancio carbonico netto tra produzione e consumo sarebbe pressoché nullo.

A fronte delle analisi condotte negli ultimi anni su queste diverse tecnologie di decarbonizzazione queste vanno inserite in maniera olistica negli studi di pianificazione energetica: non è pensabile introdurre fonti energetiche alternative as is dappertutto senza prendere in considerazione l’intera filiera.

Lo stato della ricerca

Come logico attendersi, negli ultimi tempi, la ricerca sui sistemi di energia rinnovabile al 100% ha subito un notevole incremento, determinando innanzi tutto un ampio consenso tecnico e scientifico sulla validità e sulla fattibilità.

La Danimarca, da sempre all'avanguardia in fatto di ambiente ed eco-sostenibilità, da questo e numerosi altri punti di vista, è un esempio ed uno dei paesi più studiati nella transizione verso un sistema energetico decarbonizzato. Fin dal 2009 si trovano analisi di transizione energetica di questo paese verso la piena decarbonizzazione entro il 2050, sviluppando uno scenario intermedio per il 2030. Nel 2015 fu elaborata una nuova strategia per raggiungere un sistema al 100% di energie rinnovabili basato su un approccio di sistema energetico intelligente e addirittura, più recentemente, è stato presentato uno studio di pianificazione per un sistema energetico danese completamente decarbonizzato entro il 2045. Le premesse e i fatti ci sono tutti: la Danimarca sarà il primo paese dell’Unione Europea a realizzare un sistema a zero emissioni. Particolare attenzione è stata posta ad una delle criticità maggiori: soddisfare la domanda di calore.

Per quanto riguarda l’Europa sud-orientale, ci sono studi recenti che propongono una visione per il raggiungimento di un sistema energetico a zero emissioni di carbonio nella regione entro il 2050. In questo caso l'approccio enfatizza l'uso estensivo dell'energia idroelettrica, facilita l'utilizzo diffuso dello stoccaggio e limita l'impiego della biomassa. Gli elettrocarburanti sono visti principalmente destinati al trasporto pesante.

Nel caso della Finlandia uno studio ha esaminato il potenziale del 100% di energia rinnovabile nel sistema energetico. In questo contesto, la posizione geografica e l'elevata variabilità stagionale della produzione sono rilevanti, influenzando la configurazione del sistema e utilizzando le tecnologie power-to-gas come soluzione principale per lo stoccaggio di energia a lungo termine. A differenza di altri studi, l'idrogeno qui svolge un ruolo centrale nell'assicurare la flessibilità del sistema sia a breve che a lungo termine.

Anche la Germania, paese con richieste energetiche a scopo industriale molto elevate, ha analizzato la transizione del sistema energetico tedesco verso il 100% di energie rinnovabili entro il 2050. Lo studio esamina i diversi settori energetici e identifica le potenziali sinergie tra di essi. In particolare, il lavoro si concentra sul trasporto pesante, valutando quattro scenari alternativi: idrogeno tramite celle a combustibile, elettricità diretta, elettrocarburanti da CO2 e bio-elettrocarburanti. Anche in questo paese un criterio chiave nella selezione degli scenari è la soglia di consumo di biomassa. Questo studio è uno dei pochi che analizza scenari alternativi nei settori, sebbene utilizzi tale approccio solamente nel settore dei trasporti, senza approfondire gli effetti reciproci tra le strategie nei diversi settori.

E in Italia? La programmazione energetica del sistema energetico nazionale italiano è stata oggetto di pochi lavori in letteratura.

Ci sono studi che modellano alcuni settori della transizione, come quello del trasporto privato, il ruolo dei veicoli elettrici; alcuni si concentrano sul settore del riscaldamento. Ma nessuno analizza la completa decarbonizzazione del sistema energetico italiano. A peggiorare il quadro molti dei risultati e delle proiezioni esposte nel PNIEC derivano dall’utilizzo di un modello con cui vengono studiati i sistemi, che non ha preso in considerazione la risoluzione oraria delle simulazioni, ovvero le diverse richieste di energia e i valori dei consumi in base a fasce giornaliere e/o stagionali.

Ci sono alcuni studi in letteratura che considerano il sistema energetico nazionale; tuttavia, manca uno studio per la pianificazione di un sistema 100% rinnovabile che consideri tutti i settori, utilizzando software di simulazione adeguati, che presentino numerose tecnologie Power-to-X e risoluzione oraria. Meno del 20% delle opere propone un'analisi completa di tutti i settori energetici. Molti studi indicano che oltre il 90% della fornitura di elettricità può provenire dal solare fotovoltaico e dall'energia eolica, ma pochi, al contrario da quanto indicato all’inizio di questo post, raggiungono almeno l'80% della domanda totale di energia primaria.

Ma la cosa fondamentale è la loro principale conclusione: la maggior parte degli studi in questo campo suggerisce che i sistemi di energia rinnovabile al 100% non sono solo fattibili, ma anche convenienti, fornendo un percorso chiave verso un futuro sostenibile senza dipendenza dai combustibili fossili.

Indubbiamente i metodi utilizzati per quest’analisi sinottica, primo requisito come si diceva, sono basati su modelli e simulazioni relativi ai diversi scenari, ma è altrettanto indubbio che le correlazioni che portano a determinate situazioni siano supportate da validi presupposti, e gli scenari di conversione integrati sono i principali: riscaldamento, trasporti, industria, utilizzo di idrogeno e tecnologie Power-to-X, oltre che ovviamente scenari di flessibilità e quelli legati al potenziale eolico, fotovoltaico e da biomassa.

Secondo i ricercatori de “La Sapienza”, si prevede l'installazione di 200 GW di fotovoltaico entro il 2050, generando quasi 300 TWh all'anno e, alla luce della diversificazione uno scenario ottimale dovrebbe includere 210 GW di fotovoltaico, 115 GW di eolico onshore e 55 GW di eolico offshore, al fine di garantire una diversificazione delle fonti energetiche non programmabili e stabilizzare la generazione nel tempo.

E qui forse sta il primo e più importante punto cruciale. In tutti gli scenari i risultati dell'ottimizzazione sono influenzati dal potenziale massimo installabile delle fonti rinnovabili. Nella maggior parte degli scenari viene presupposta la capacità totale disponibile di energia eolica onshore e offshore. Solo negli scenari in cui i biocarburanti sono utilizzati sia nell'industria che nei trasporti, questi valori diminuiscono leggermente. Il principale cambiamento tra gli scenari riguarda quindi la capacità installata di fotovoltaico e batterie di accumulo. La capacità fotovoltaica varia notevolmente, da circa 100 GW a quasi 220 GW.

Nella figura precedente sono confrontati la richiesta di energia totale richiesta in Italia nel 2019 con i diversi scenari, sia in caso di prevalenza degli elettrocarburanti (da Power-to-X) che di biomassa come fonte, in caso di bassa o alta domanda di energia. Considerando che il consumo medio degli ultimi anni della sola energia elettrica è pari a circa 300 TWh/anno, si vede come questa potrebbe essere completamente coperta dalle sole energie alternative e addirittura, considerando gli accumuli, le varie fonti, potrebbero coprire l’intero fabbisogno energetico nazionale. La produzione di energia elettrica stimata nel 2050 è più del doppio di quella attuale. Insomma, i risultati di questo lavoro dimostrano che un sistema energetico 100% rinnovabile in Italia è tecnicamente ed economicamente fattibile.

Nella figura a sinistra la sintesi delle misure considerate per ciascun settore (DH – District Heathing, EB – Electric Battery, HP – Pompe di calore, PV – Fotovoltaico). Nella figura sopra la sintesi del modello di analisi utilizzato.

Quanto ci costerà?

Il calcolo della cosiddetta “bolletta energetica” nazionale è complicato, poiché dipende da molte variabili, tra cui i prezzi delle materie prime, i costi dell’energia elettrica, i consumi ripartiti per ogni settore, le politiche energetiche che possono essere positive o negative a seconda che prevedano incentivi o aumenti delle aliquote fiscali, la situazione internazionale. Ciò nonostante, possiamo prendere in considerazione i costi medi che vengono calcolati a consuntivo.  Partiamo quindi dai 108 euro al MWh del 2024, i più cari d’Europa, sperando di non tornare ai valori pari ai 304 € del 2022 (con picchi di 500 €!), quando l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina fece schizzare i prezzi di gas e petrolio. Nello stesso anno sappiamo che furono consumate qualcosa come 160 Mtep, pari a circa 1800 TWh: il conto è presto fatto, considerando che 1 TWh = 106 MWh, sono poco meno di 200 miliardi di euro. Non male.

A questo punto, ipotizzando che la domanda di energia non cresca di molto rispetto ad oggi, e che i costi per la produzione restino in un ambito di aumenti contenuto, lo scenario economico proposto dai modelli, qualsiasi sia il modello applicato, alta o bassa richiesta, legato all’idrogeno piuttosto che alla biomassa, è confortante.

Costi annui del sistema energetico italiano nei diversi scenari di decarbonizzazione

Un’Italia 100% rinnovabile entro il 2050? Scenari, Costi e Sfide.

L'idea di un sistema energetico interamente rinnovabile in Italia entro il 2050 non è più fantascienza, ma un'opzione realistica, supportata da studi scientifici dettagliati, riferendosi, come abbiamo visto, soprattutto alle ricerche condotte in altri paesi europei.

1. Strategie di transizione

  • Crescita del solare fotovoltaico ed eolico: entro il 2050, il 90% della produzione elettrica potrebbe provenire da queste due fonti.
  • Sistemi di accumulo e soluzioni Power-to-X: fondamentali per compensare l'intermittenza di solare ed eolico, consentono di immagazzinare energia in eccesso trasformandola in idrogeno o combustibili sintetici.
  • Miglioramento dell'efficienza energetica: ridurre i consumi del 20-30% è una condizione essenziale per facilitare la transizione e contenere i costi.
  • Elettrificazione dei settori industriale e trasporti: il passaggio a veicoli elettrici e processi produttivi a zero emissioni è cruciale per la decarbonizzazione complessiva.
  • Reti intelligenti e gestione della domanda: l'adozione di smart grid e sistemi di demand-response contribuirà a bilanciare la produzione e il consumo energetico.

2. Tecnologie chiave della transizione

  • Eolico e fotovoltaico: secondo le previsioni, la capacità installata dovrà superare i 200 GW tra eolico e solare. Siamo a circa 40 GW.
  • Accumulo tramite batterie: essenziale per la stabilizzazione della rete e per garantire una fornitura continua.
  • Idrogeno verde: prodotto attraverso elettrolisi, sarà cruciale per immagazzinare energia a lungo termine e alimentare settori difficili da elettrificare, come l'industria pesante e i trasporti navali.
  • Power-to-X: tecnologie che convertono energia elettrica in altri vettori energetici, come metanolo, metano e ammoniaca, utili per il trasporto e l'industria chimica.

3. Costi della transizione: un investimento strategico

Uno degli aspetti più discussi riguarda la sostenibilità economica di questa trasformazione. Secondo lo studio analizzato, il costo complessivo della generazione elettrica in uno scenario al 100% rinnovabile si stabilizzerebbe intorno ai 44 €/MWh, una cifra notevolmente inferiore rispetto ai costi attuali influenzati dal prezzo del gas.

I principali investimenti necessari riguardano:

  • Espansione della capacità rinnovabile: circa 48,3 miliardi di euro entro il 2050 per installare 73,8 GW di nuova potenza tra fotovoltaico e idroelettrico.
  • Modernizzazione delle infrastrutture di rete: investimenti necessari per adattare la rete alla variabilità delle rinnovabili e integrare le smart grid.
  • Sviluppo dell'idrogeno: la produzione di idrogeno verde richiederà massicci investimenti in elettrolizzatori e impianti di stoccaggio.

4. Impatto sulle famiglie: bollette più basse nel lungo periodo

Uno degli aspetti più rilevanti per i cittadini riguarda il costo dell'energia. Attualmente, con la solita scure che media senza tener conto di cento altre variabili, la spesa media annuale delle famiglie italiane per l'energia (a comprendere tutto, anche il trasporto) è di circa 4.000 euro (2023, vedi anche qui), con un aumento importante previsto per i prossimi anni a causa della volatilità dei prezzi del gas. In questi giorni uno degli argomenti principali è proprio quello relativo al caro bollette.

La transizione verso le rinnovabili potrebbe ridurre significativamente questa spesa, grazie ai minori costi di generazione e alla progressiva eliminazione della dipendenza dai combustibili fossili.

Se la domanda energetica rimanesse costante, la riduzione del costo dell'energia a 44 €/MWh potrebbe tradursi in un risparmio sulle bollette delle famiglie nel lungo periodo. Secondo le proiezioni, la spesa media annuale per famiglia potrebbe ridursi fino a circa 1.800-2.000 euro entro il 2050, determinando un risparmio significativo. Tuttavia, l'effettiva riduzione della spesa dipenderà dall'adozione di politiche di incentivo all'efficienza energetica e dalla diffusione delle tecnologie di accumulo e gestione intelligente della domanda, considerando che, soprattutto per quanto riguarda il riscaldamento, l’adozione di nuove tecnologie rappresenta un costo di investimento notevole.

5. Impatto ambientale

Contrariamente a quel che potrebbe sembrare non ci sono controindicazioni di sorta. Per quanto riguarda il fotovoltaico secondo i dati GSE (il Gestore dei Servizi Energetici), nel 2021, gli impianti fotovoltaici presenti in Italia occupano solo lo 0,05% del territorio nazionale. Un impatto che anche in futuro rimarrà marginale grazie alla costruzione di nuovi impianti rinnovabili in aree agricole o destinate all'allevamento, il cosiddetto agrivoltaico. Se a prima vista si potrebbe pensare che la realizzazione di sistemi fotovoltaici su terreni agricoli su larga scala possa aprire un tema di consumo del suolo, soprattutto se i pannelli vengono installati su terreni adibiti all’agricoltura o al pascolo, in realtà non è così. Dati alla mano, infatti, il consumo del suolo in questo caso è un tema irrilevante, che secondo gli esperti non desta alcun tipo di preoccupazione. Il consumo di suolo a copertura artificiale – cemento, asfalto e altre coperture artificiali - in Italia è pari a più di 20.000 kmq, per raggiungere gli obiettivi necessari occorreranno circa 400 kmq, un terzo dell’estensione del comune di Roma, pari ad appena lo 0,1% del territorio (nel 2021 era pari allo 0,05%).

Non dissimile, dal punto di vista ambientale, è quanto relativo agli impianti di produzione di energia dall’eolico. L'energia prodotta da una turbina eolica durante il corso della sua vita media (circa 20 anni per gli impianti onshore e più di 25 anni per quelli offshore), è circa 80 volte superiore a quella necessaria alla sua costruzione, manutenzione, esercizio, smantellamento e rottamazione. Si è calcolato che sono sufficienti ad una turbina due o tre mesi per recuperare tutta l'energia spesa per costruirla e mantenerla in esercizio.

Ciò nonostante, alcune associazioni ambientaliste criticano apertamente l'installazione dei generatori eolici criticando soprattutto la rumorosità dei sistemi e l'impatto paesaggistico delle torri eoliche.

Tuttavia attualmente le turbine eoliche ad alta tecnologia sono molto silenziose. Si è calcolato che, ad una distanza superiore a circa 200 metri, il rumore della rotazione dovuto alle pale del rotore si confonde completamente col rumore del vento che attraversa la vegetazione circostante. L'inquinamento acustico potenziale delle turbine eoliche è legato a due tipi di rumori: quello meccanico proveniente dal generatore e quello aerodinamico proveniente dalle pale del rotore.

Sull’impatto paesaggistico beh, possono non piacere, a me, piacciono. Il minor impatto ambientale-paesaggistico si ottiene collocando gli impianti in mare aperto oltre l'orizzonte visibile dalle coste, anche se è possibile escogitare varie soluzioni anche per le installazioni terrestri. In Scozia, dal 2018, opera il più grande parco eolico offshore d’Europa, Beatrice, 84 turbine da 7 MW ciascuna, per una capacità totale di circa 600 MW: circa 150 kmq di torri eoliche a 15 km dalla costa. Ma è uno degli impianti che sta per rendere la Scozia completamente indipendente dai combustibili fossili, a zero emissioni, e addirittura in grado di riversare l’eccesso di produzione nella rete che alimenta l’Inghilterra.



6. Criticità e sfide della transizione

Nonostante i benefici economici e ambientali, il passaggio a un sistema 100% rinnovabile presenta diverse sfide:

  • Intermittenza delle fonti rinnovabili: richiede soluzioni di accumulo avanzate e una rete elettrica flessibile; ecco perché lo studio analizzato enfatizza il ruolo delle tecnologie Power-to-X.
  • Tempi e burocrazia: le procedure autorizzative per nuovi impianti rinnovabili possono rallentare la transizione.
  • Investimenti ingenti e politiche di supporto: sarà necessario garantire un quadro normativo stabile per attrarre capitali.
  • Occupazione: molte sono le preoccupazioni relative alla grande variazione che il mercato del lavoro potrà subire a causa delle misure energetiche tese alla decarbonizzazione. Sempre secondo il PNIEC si stimano comunque in circa 168 mila gli occupati temporanei medi annui aggiuntivi rispetto a quelli calcolati per lo scenario che invece preveda le politiche correnti  nel periodo 2024-2030, un saldo netto positivo degli occupati permanenti in settori direttamente legati alle energie alternative, nonostante l’inevitabile perdita di posti di lavoro in alcuni settori, quali quelli del carbone o del fossile. In questo campo, occupazionale e sociale, l’Unione Europea è coinvolta a livello globale per realizzare politiche economiche concrete di sostegno alla transizione, quali quelle in corso grazie ad esempio al Just Transition Fund, che mira a fornire sostegno ai territori che devono far fronte a gravi sfide socio-economiche derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica.
  • Accettabilità sociale: la maggior parte dei progetti rinnovabili incontrano resistenza a livello locale per impatti paesaggistici e territoriali.

Per concludere

E quest’ultimo è il punto che, personalmente, più mi preoccupa. Già immagino centinaia di comitati e comitatini formarsi per opporsi, duri e puri, a qualsiasi cosa venga loro proposta. A maggior ragione nel nostro paese dove le decisioni o le reazioni sono per lo più di pancia, in assenza di una classe dirigente che sia in grado non solo di motivare alcune scelte, ma nemmeno di pianificarle o prenderle e che, al contrario dell’atteso, cavalca l’onda popolare in cerca di consenso.

Nonostante lo studio dimostri che un'Italia alimentata al 100% da energia rinnovabile entro il 2050 è tecnicamente ed economicamente fattibile c’è un ulteriore aspetto che mi rende estremamente perplesso.

Non tanto perché saranno necessari ingenti investimenti e una forte volontà politica, quanto perché l’impegno concreto dovrà essere affiancato a lungimiranza, qualità assente. Nessuno di noi è immune a questa carenza, perché la nostra società è praticamente costruita sul momento presente: politica ed economia, con la fissa dei piani al massimo biennali o dell’anno fiscale, e delle crescite anno su anno, incoraggiano il pensiero a breve termine, senza considerare affatto il valore del processo, dello sviluppo e della maturazione, sminuendo persino il valore dell’istruzione, esempio illustre di investimento.

Last but not least questo il quadro degli investimenti proposto nel PNIEC, considerando il sistema energetico nazionale (senza considerare le infrastrutture di trasporto), si stima che, nel periodo 2024-2030, occorrano oltre 174 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi cumulati rispetto allo scenario a politiche correnti (pari a un incremento del 27% nel periodo considerato). Tali investimenti sarebbero indirizzati a soluzioni ad alto contenuto tecnologico e di innovazione, che dovrebbero incidere sia dal lato della trasformazione e dell’offerta dell’energia sia da quello del suo utilizzo finale. Impressionante quel 64% del totale destinato al solo settore dei trasporti.

In un paese che ogni anno, ad ogni legge di stabilità (chiamiamola col suo nome, finanziaria!) va centellinando le risorse da investire col bilancino.




Dove trovare le risorse politiche, economiche, sociali e sociologiche necessarie per agire e decidere a lungo termine?




27 gennaio 2025

Trump libera tutti!

 


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Edit. 28 febbraio 2025.
Di oggi la notizia che l'agenzia incaricata da Trump di tagliare, soprattutto in termini di personale, ha deciso il licenziamento di centinaia di impiegati del NOOA, un'agenzia federale che da decenni ha come missione (cito dal loro sito) «comprendere meglio il nostro mondo naturale e a contribuire a proteggere le sue preziose risorse, si estende oltre i confini nazionali, monitorando il meteo e il clima a livello globale e collaborando con partner in tutto il mondo». 
La NOAA è stata uno dei bersagli principali degli ideologi conservatori che sostengono il Progetto 2025, un modello di governo che la nuova amministrazione del presidente Donald Trump sembra voler seguire.
Il piano, elaborato dalla Heritage Foundation, descrive la NOAA come uno dei "principali motori dell'industria dell'allarme sui cambiamenti climatici" e chiede lo smantellamento dell'agenzia.
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Nel linguaggio colorito a cui Trump ci ha abituato da molto tempo, nelle sue primissime dichiarazioni da neo-eletto presidente USA, definisce il green deal ridicolo e dispendioso, una truffa verde, mettendo una pietra tombale sulla transizione ecologica almeno per i prossimi quattro anni.

A seguito delle sue dichiarazioni, con una serie di ordini esecutivi scioccanti, nei giorni scorsi tutte le riviste scientifiche al mondo, con le più importanti come Nature e Science in testa, hanno pubblicato editoriali preoccupatissimi per quel che sta accadendo, forse perché Trump è andato anche oltre quello che aveva preannunciato: tutti sapevano che sarebbe uscito dall'Accordo di Parigi, così come ha sancito l’uscita dall’OMS, salvo in quest’ultimo caso, ripensarci 24 ore dopo!

Tra le molte una cosa poco nota è che ha silenziato e bloccato tutti i lavori del NHI, National Health Institutes, che rappresenta gli istituti nazionali statunitensi per la salute: non possono più comunicare, ha congelato i finanziamenti, non possono più fare convegni, e ha persino revocato la scorta a Tony Fauci, scelta particolarmente odiosa perché Fauci riceve minacce di morte, da prendere seriamente in considerazione, costantemente tutti i giorni. Ancora, le dichiarazioni sull’Alaska sono estremamente preoccupanti perché, cavalcando l’onda della retorica dell'emergenza energetica ha emanato un ordine esecutivo sull’Alaska che in breve afferma che, indipendentemente dai parchi, dalle riserve, dai diritti dei nativi, d'ora in poi quello stato sarà considerato né più né meno che una riserva di risorse per gli Stati Uniti, e le elenca tutte: petrolio, gas naturale, pesce dal mare e legno dalle foreste, annullando tutte le regolamentazioni verdi e, peggio ancora, sdoganando l'idea del liberi tutti nel devastare l'ambiente per le risorse di cui hanno bisogno gli americani: basta con gli accordi di qualunque tipo e con chiunque perché l’idea che deve passare è che tutto quel che è stato fin qui è sbagliato e dannoso per gli Stati Uniti. Anche a costo di incrementare la devastazione ambientale sul proprio territorio pur di ottenere la totale autonomia energetica. Cosa che Trump aveva già detto con estrema chiarezza in campagna elettorale: drill, baby drill! Diventato ormai una specie di ritornello, ma che significa che c'è un pezzo degli Stati Uniti nel quale succede e succederà che le perforazioni petrolifere saranno molto più diffuse, ma non soltanto, come ovvio, in Texas, New Mexico o nel Golfo del Messico e in Alaska, ma una liberatoria per tutti affinché possano aumentare l’attività estrattiva, a riguardare tutti. Compreso quegli stati dove erano state interrotte le tecniche di fracking a causa degli elevati e conclamati rischi ambientali, e che ora potranno riprendere.

L’uscita degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi significa che non c'è praticamente più nessuna possibilità di stare sotto gli 1,5 °C di riscaldamento climatico, e la possibilità di arrivare ai 2 °C nei prossimi anni è pressoché certa. Tutto ciò che è stato raccontato in questi ultimi anni e si è sostanziale cancellato con una manciata di parole.

E agli stolti che pensano che da questa parte dell’Atlantico non ci interessa se gli Stati Uniti aumenteranno le perforazioni, riprenderanno con maggior intensità le tecnologie di fracking laddove erano state interrotte, che ci riguarda relativamente, ricordo che rimettere in discussione praticamente tutto quello che è stato fatto fin qui, ha dato il colpo di grazia a una situazione che già era in grande stallo (sia chiaro che non sto demonizzando la tecnologia del fracking, faccio solo dei distinguo su quanto effettivamente ha provocato in termini di danni ambientali). Le negoziazioni internazionali sul clima, lo abbiamo visto con le ultime COP fatte nei paesi petroliferi, hanno sostanzialmente partorito topolini, dichiarazioni d’intenti, che spesso restano tali, praticamente nulle: con l'uscita degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi saranno inoltre ridotti o azzerati molti finanziamenti a progetti ambientali, e vuol dire inoltre che altri paesi, come l’Argentina ad esempio, emuleranno gli USA, e molti altri che faranno la stessa cosa. Se già prima c'era una situazione di grande difficoltà nel prendere decisioni sul clima a livello internazionale, adesso sarà praticamente impossibile almeno per i prossimi quattro anni.

La cosa potrà anche riguardare l’Italia direttamente: anche per una serie di scelte politiche che andrebbero forse oggi rilette, siamo arrivati al punto che una buona parte dell’opinione pubblica pensa che la transizione ecologica come è stata pensata è una follia, che il ruolo dell’Italia e dell’Europa tutta è pressoché insignificante, vista la presenza dei soliti grandi inquinatori come Cina e India, e USA. La Cina sta guadagnando quantità di denaro enormi col green ma al tempo stesso continua a inquinare, e lo farà finché farà loro comodo, sfruttando al limite le loro risorse fossili,  pur dovendo ammettere che l’ambizioso piano di decarbonizzazione di quel paese sarà messo in atto quasi certamente. L'India continua a guardare all’Occidente con grande distacco. E l'Europa sta assumendo, agli occhi di molti, il ruolo del Don Chisciotte di turno, un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. La lamentela comune è che l’Europa tutta (non solo la CE) produce il 12 percento delle emissioni totali di gas serra (CO2 e altri), in netto calo da oltre un ventennio grazie a comportamenti e scelte tutto sommato virtuosi, e deve sostenere una parte altissima dei costi di transizione, anche per gli altri.

La Cina si farà trovare pronta quando sarà necessario si diceva. Già ma quando sarà necessario? Quando proprio lo dovranno fare tutti, anche quelli che non vogliono crederci? Ovvero quando sarà, e forse lo è già, troppo tardi.

E qui stanno le novità degli ultimi due anni, di cui si è parlato troppo poco. Sui media finora si è sempre parlato di proiezioni, cioè di scenari di probabilità, come quelle famose dell’IPCC; adesso invece abbiamo i dati diretti, i valori veri ottenuti con miliardi di rilevazioni in tutto il mondo. Il riscaldamento medio registrato nel 2023 è prossimo ad 1,5 °C, il limite da non raggiungere, e nel 2024 di 1,6 °C, limite superato: oltre tutte le peggiori previsioni a certificare che la prima raccomandazione degli accordi di Parigi è già saltata, visto che indicava di stare sotto gli 1,5 °C e soprattutto imponeva di evitare di arrivare ai 2 °C. Ciò che ci si era posti come obiettivo in termini di incremento in realtà è andato nel segno esattamente opposto: se questa tendenza dovesse essere confermata, e non c'è ragione di pensare che non lo sarà già a partire dal 2025 o nei prossimi anni, significa che arriveremo a 2 °C molto velocemente, e quando ciò avverrà il processo di riscaldamento accelererà ulteriormente perché si sarà già innescato un ulteriore meccanismo di auto amplificazione (feedback positivo) a rinforzare i cosiddetti tipping point già superati. Soprattutto nel caso dei ghiacciai delle correnti oceaniche.


Ci stiamo arrivando più velocemente di quanto non pensassimo, le emissioni del 2024 sono aumentate anziché diminuire, dal 2020, cessata la diminuzione apparente causata dal rallentamento delle attività per la pandemia da Covid, le emissioni globali sono aumentate di circa 5 gton di CO2 equivalente.

Ecco perché quel che sta facendo adesso Trump è un'ulteriore colpo che rende inevitabile tutto ciò.

Quando si diceva, soprattutto in Europa e nel nostro paese, che avremmo potuto effettuare la cosiddetta transizione ecologica con una certa lentezza, un passo alla volta, eravamo in errore: ma lo scenario prospettato indica che oggi più la facciamo lentamente più pagheremo un costo alto in termini di adattamento.

Qualcosa è andato storto anche politicamente, soprattutto nel raccontare le urgenze e, come Europa, nel ritrovarci a pagare dei costi che andrebbero ridistribuiti a livello globale. Come ho avuto modo di scrivere in passato il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità, parte che corrisponde soprattutto a coloro i quali non hanno pressoché responsabilità alcuna nella produzione di gas serra. C’è una parte di verità nelle lamentele delle persone che accusano i governi di scaricare sul singolo i costi della transizione.

Anche l'elezione di Trump ci deve far capire che se questo tipo di discorsi non riceve ascolto diventano mainstream, tendenza generale, perché certamente è una narrazione che sta avendo successo, perché è consolatoria, ci dice che in fondo possiamo continuare il nostro modo di vita e cavarcela. In realtà non è così. Anche se l'Europa conta solo per il 12 percento delle emissioni, ciò non impedisce di creare rancori sociali, che si riflettono sulle scelte elettorali, dovuti al dover pagare nonostante un comportamento virtuoso; ma in realtà questo dovrebbe diventare strategico.

Seguendo l’impegno cinese, apparentemente paradossale perché diviso tra convenienza e coscienza del cambiamento climatico, dovremmo prendere atto definitivamente che il processo sta avvenendo, lo dicono le leggi della fisica che non sono ideologiche, leggi che si può persino decidere di ignorare ma che comunque esistono e lavorano. Ed essendo sicuri che quegli scenari si manifesteranno dovremmo farci trovare pronti con l'innovazione tecnologica, la ricerca scientifica, la manifattura europea, le capacità intellettive esclusive del vecchio continente, in modo che, visto che questo cambiamento sta accelerando, in Europa e nel bacino mediterraneo più che altrove, che l’Europa sia allora la frontiera della ricerca, a condurre gli altri a venire da noi per adottare le soluzioni tecnologiche del futuro.


Persino quanto è successo a Los Angeles, per la proporzione, la devastazione, per la perdita in valore economico e in vite umane, e che ha riempito le cronache delle ultime settimane suscitando grandissima impressione, ha un legame indiretto col cambiamento climatico. Ma anche qui è passata l'idea che il riscaldamento climatico non c'entri nulla, a causa di un fraintendimento. Certo, le cause prossime di quello che è accaduto sono umane e molto banali, incidenti nella rete elettrica, fuochi d’artificio, anche piromani probabilmente, sono le cause specifiche di quegli incendi: ma lo scenario generale da capire ci dice che quegli incendi stanno diventando, un po’ dappertutto nel mondo, molto più probabili e molto più gravi, oltre che molto più devastanti, perché non ha piovuto quando avrebbe dovuto piovere per mesi, le piante che erano cresciute abbondantemente nel periodo precedente si sono per lo più seccate e inaridite a causa della siccità successiva, creando molta massa secca, con temperature molto più elevate, con venti più caldi e più potenti. Il riscaldamento climatico non è certamente la causa specifica di quegli incendi, ma è lo scenario globale che rende questi incendi molto più probabili, frequenti e gravi: e questo succederà anche nei prossimi anni quindi a sottolineare la tendenza complessiva che dobbiamo imparare a guardare, non il singolo evento specifico.

A proposito di tendenze complessive, di recente il New York Times ha dedicato un articolo alla situazione climatica del Mediterraneo usando un termine non usuale per quel quotidiano: tragedia. Il Mediterraneo si è scaldato anche più di quanto non prevedessero i modelli, si pensava intorno ai 2 °C ma già si sono registrati anche incrementi di 3 °C di riscaldamento complessivo. Durante le scorse estati nell’area italiana del bacino la temperatura di superficie ha superato i 30-31 °C, peggio di quel che succede nei Caraibi quando inizia lo sbiancamento delle barriere coralline, tanto per dare un'idea della gravità della situazione. E per cominciare ciò fa malissimo alla biodiversità perché favorisce incrementi di popolazioni di meduse, fioriture algali di specie tropicali che vanno a sostituire quelle autoctone. Ma le conseguenze peggiori di un mare così caldo non convengono soprattutto a noi: un mare così caldo è un mare ad altissima energia potenziale, un mare che scarica più vapore acqueo in atmosfera, e turbolento; quando poi dall'Atlantico del nord, e lo abbiamo visto a Valencia e in Romagna, arrivano delle perturbazioni fredde e umide, questo scontro con il Mediterraneo dà origine a precipitazioni violentissime difficili da prevedere, sia in termini spaziali che temporali. E questo tipo di precipitazioni sarà sempre più frequente.

Non è il caso di continuare a parlare di emergenze, men che mai di calamità, sarà meglio usare il termine normalità, una nuova normalità climatica. E da ciò ne consegua la presa di coscienza del necessario adattamento, possiamo fare tante cose che si possono annoverare nel tema dell’adattamento: censire le zone più a rischio di dissesto idrogeologico, realizzare i bacini di laminazione per l'acqua in modo da deviare l'acqua quando in poche ore si concentrano decine se non centinaia di millimetri di pioggia, ridurre il consumo di suolo.  Dobbiamo proteggere il nostro territorio perché la prevenzione costa molto meno del dover poi intervenire sull'emergenza: è stato calcolato con molta precisione che il costo del prevenire un disastro, ridurre cioè la probabilità che accada, è pari ad 1/20 di ciò che si dovrà spendere per affrontare il fatto compiuto. La prevenzione non è un costo ma un risparmio netto, un investimento sicuro per futuro, sottolineando che si parla di costi per investimenti e risparmi che coinvolgono la vita delle persone e le risorse di un territorio. A fronte di mancati investimenti, e quindi di mancate o sbagliate scelte politiche, abbiamo storie di famiglie, di imprenditori, di persone che vedono la loro vita distrutta per sempre.

Altro che la buffonata fantascientifica, ma da molti valutata seriamente, che tanto poi arriva un “Elon Musk” qualunque e salva l’umanità portandoci su Marte. Tecnologia a parte, quando mai noi umani siamo stati in grado di eseguire, nel corso di molti secoli o persino pochi decenni, un costruttivo progetto internazionale (o quantomeno qualcosa di diverso dalla devastazione di civiltà indigene, genocidi o tratta degli schiavi) che abbia richiesto spese immense senza immediato tornaconto? Come possiamo immaginare di poter prosperare su un corpo celeste con il quale non abbiamo nessuna connessione evolutiva? Non abbiamo nemmeno imparato a prenderci cura gli uni degli altri su questo vecchio, accogliente, ospitale pianeta.

Non esiste un pianeta né un piano “B”.