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23 ottobre 2025

COP30. Dal processo all'azione?


La COP30 è alle porte: quest’anno si terrà a Belém, in Amazzonia, Brasile, location altamente simbolica. E quest’anno anticipo il mio commento, sentendomi abbastanza sicuro del fatto che, anche stavolta, sarà stato bello argomentare e fare accademia intorno a parentesi e virgole…dopo tutto se saltaste alle ultime due righe potrebbe essere amaramente divertente.

Con l’avvicinarsi della COP30 l'attenzione deve spostarsi dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: occorre definire non una mera dichiarazione d’intenti, le solite linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Serve una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento, la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, soprattutto in termini finanziari.

Non dovrà essere solo il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

Per avere successo questa COP, tutte le COP, non hanno bisogno, non soltanto, della definizione dei programmi tradizionali, ancorché importanti, e nemmeno solo dei risultati attesi o conseguiti in tema di adattamento, transizione, mitigazione, o di implicazioni economiche: tutto ciò è definito, misurabile e controllabile in quanto presente nel cosiddetto Global Stocktake (GST), il bilancio globale, ovvero il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle contromisure. Mitigazione, adattamento, mezzi economici di attuazione e sostegno, ripetiamolo, sono conosciuti e definiti, ma questi, privi del necessario supporto, portano e hanno portato rapidamente ad una gestione che non ho esitato a definire fallimentare.

Indubbiamente sono tutte tematiche importanti ed essenziali, ma anche tutte insieme, non costituiscono il “grande obiettivo” di cui questa COP ha bisogno per avere successo.

Non retorica, ma credibilità

Occorre in primo luogo una cover decision: un documento chiave alla fine della conferenza internazionale sul clima che delinea i principali obiettivi e traguardi politici, un accordo primario, basato sul consenso, che stabilisca l'agenda e tenga traccia dei progressi per le azioni future, come fu per il Patto di Glasgow della COP26 o prima ancora l’Accordo di Parigi della COP21; rappresentare una strategia volta a colmare le significative carenze complessivamente riscontrate, soprattutto quelle legate ai piani ambiziosi di azioni riguardanti il cambiamento climatico. Continuerò ad usare la sua definizione inglese, noi lo chiameremmo documento programmatico: lo so, richiama subito alla mente tante belle chiacchiere nostrane[1]

La credibilità della COP30 si basa proprio sul come affronterà tutto questo. I tentativi di spacciare, ancora una volta la COP30 per un successo, senza una risposta del genere, sembrano vani, soprattutto dopo le precedenti edizioni piuttosto scarse in termini di risultati, e a volte paradossali, almeno in termini di sede. Se la COP30 deve colmare il vuoto decisionale lasciato dopo tante belle dichiarazioni d’intenti, ecco che emerge ancora più forte l’esigenza di una cover decision.

All'ultima COP, si è assistito ad un gran parlare di mitigazione e adattamento, senza però affiancarci un serio programma di provvedimenti economici e finanziari legati al cambiamento climatico. Ed è questo è il punto più critico. I paesi in via di sviluppo e quelli più vulnerabili esigono meccanismi di finanziamento più solidi e concreti. Sarà cruciale definire come sbloccare i flussi di capitale per l'adattamento agli impatti e per la mitigazione delle emissioni, superando le promesse generiche. La finanza climatica è la chiave per costruire fiducia tra le nazioni.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico. E, amara considerazione, dei fondi stanziati, a chiacchiere, non un solo dollaro finora è realmente giunto nelle casse dei paesi più bisognosi.

Senza impegni concreti – in particolare nuovi finanziamenti credibili da parte dei paesi ricchi – la storia rischia di ripetersi. Il processo da solo non è garanzia di successo, ma un processo mal gestito è la ricetta per il fallimento.

La COP30 dovrebbe chiudere il ciclo di ambizioni del Global Stocktake, lanciato alla COP28, e non basta affatto inquadrare queste velleità o buoni propositi che sia, in termini di temperatura media globale da non superare.

La COP30 è considerata una tappa cruciale, arrivando a 10 anni di distanza dall'Accordo di Parigi. L'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale a 1.5 °C è ancora lontano. C'è l'urgente necessità che paesi presentino i loro piani relativi agli obiettivi di riduzione delle emissioni, in linea con le indicazioni scientifiche, ma finora, quasi il 95 percento dei paesi non ha rispettato la data di presentazione! Il Brasile, come ospite, cercherà di posizionarsi come leader di questa spinta, possibilmente tutt’altro che nudging.

Tra i paesi che hanno fatto i compiti a casa ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il Brasile, la Svizzera, il Regno Unito, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, il cui piano però dovrebbe essere abbandonato dal presidente Trump che vuole uscire dall'Accordo di Parigi a partire dal 2026. Nella lista figurano anche Uruguay, Andorra, Ecuador e Santa Lucia, Isole Marshall, Singapore e Zimbabwe. Anche il Canada si è aggiunto, nonostante le critiche. 

Cina, Unione Europea e India non hanno ancora presentato i loro piani climatici, paesi tra i principali responsabili della crisi climatica. I segnali politici sull’azione climatica globale non sono positivi.

Dalle parole ai fatti?
Ciò nonostante, una cover decision potrebbe non essere il mezzo più efficace, per lo meno non da sola. È tempo che la COP vada oltre la negoziazione continua, a volte una vero e proprio conflitto, sulla formulazione delle decisioni, e si dedichi davvero a sostenere e facilitare l'attuazione. Ovviamente una COP, ma nemmeno UNFCCC, non sono organi decisionali, legislativi, ma non devono nemmeno essere ridotti al ruolo di portavoce, più o meno ufficiale e ascoltato, dei problemi legati al cambiamento climatico: quelli sono sotto gli occhi di tutti. Facendo inoltre attenzione all’aspetto, in un certo qual modo, burocratico: una cover decision non fornisce necessariamente una migliore panoramica dei risultati, né facilita il raggiungimento di un equilibrio tra diverse priorità.

In secondo luogo, mentre la giustificazione iniziale a Glasgow nel 2021 era la valida necessità di affrontare gli ambiziosi (irrealizzabili?) processi di mitigazione (argomento validissimo anche a Belém), proporre una cover decision inevitabilmente apre la porta all'inserimento di una serie di altri argomenti: il dibattito si amplia e rischia rapidamente di trasformarsi in un ginepraio. Anche se c’è chi vede tutto ciò come un modo per garantire l'equilibrio tra gli argomenti, man mano che i problemi si moltiplicano il prezzo da pagare sale. Un esempio? Dopo la COP27 del 2022 a Sharm el-Sheikh, in Egitto, fu presentato un documento conclusivo (cover decision) contenente ben 17 sezioni! Tutte rimaste lettera morta. Non ci credete? Leggete voi stessi, al primo punto stiamo ancora al ringraziamento e al riconoscimento del contributo scientifico. E qui potete trovare, in italiano, quanto prodotto a Glasgow alla COP26.

In terzo luogo, le cover decision spesso danno origine a mandati mal preparati. Il programma di lavoro sulla mitigazione di Glasgow e il programma di lavoro sulla giusta transizione di Sharm El Sheikh avevano buone ragioni, ma la loro portata e i loro obiettivi sono stati poco discussi prima dell'adozione delle decisioni, e da allora le parti hanno faticato a trovare un accordo su come attuarli. Lettera morta, ancora.

Occorre invece razionalizzare e migliorare i mandati già esistenti, assicurando l’istituzione di processi che facciano la differenza e non che li ostacolino ulteriormente.

Allora, cos’altro opporre, o affiancare, ad una cover decision tutta da realizzare?

Argomenti principali della Action Agenda della COP30

Action! Agenda! Forum!
La cosa migliore sembra quella di realizzare un forum di attuazione, passare all’azione, all’impatto, come ho scritto in apertura. A parte le descrizioni di sintesi, molto utili per approfondire, di ciò che dovrebbe essere e fare un forum del genere a Belém sembra si sia già un bel pezzo avanti, perché esiste già una Action Agenda, che mobilita azioni volontarie per il clima in tutte le economie e le società, fornendo proprio lo strumento di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo, con il grande vantaggio di non richiedere risultati consensuali. La presidenza brasiliana si sta già muovendo nella giusta direzione, con la riorganizzazione dell'agenda d'azione.

Obiettivi della Action Agenda della COP30, 2025
Un attivista di Extinction Solution alla COP29, 2024


Troppi galli a cantar non fa mai giorno...
Ma ecco che il grillo parlante inizia a frinire: osservando le due immagini precedenti sembra proprio che anche stavolta si voglia fare di tutto per realizzare il solito ginepraio, un coro stonato e disarmonico di mille voci, tante chiacchiere e nulla di fatto. Per essere accettabile, un forum di attuazione deve correggere la debolezza principale dell'agenda d'azione finora adottata: non deve moltiplicare gli annunci ma garantire un seguito credibile e un'attuazione concreta. Questa tendenza deve cambiare.

Proteste alla COP29 contro la proposta di un accordo sui finanziamenti per il clima, chiedendo "trillions not billions" e gridando "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo". 2024.

Perché di problemi sul tavolo ce ne sono già tanti, a cominciare dalle proteste degli attivisti dei paesi del cosiddetto “sud globale” (oggi meglio definiti come MAPA, Most Affected People and Areas) che, giustamente, protestano e invitano a disertare COP30. 

Gli ultimi giorni della COP non dovranno essere come in molte delle precedenti edizioni: un'ulteriore e tesa negoziazione su un ennesima cover decision che non avrà molto impatto. Dovrebbero invece essere il momento in cui viene presentato un piano di attuazione, con la garanzia del suo forum. 

Questo piano chiarirebbe come andranno avanti tutti i lavori messi in opera, specificando chi, cosa e quando, con risultati chiari nel giro di uno o due anni. Indicherebbe dove e quando si riunirà un forum di attuazione già nel 2026, per supervisionare i progressi. Tale processo dovrebbe essere guidato dalla presidenza della COP30, dai promotori e, auspicabilmente, entro quella data, dalla presidenza entrante della COP31.

Massimizzare l'azione nel mondo reale

Un piano di questo tipo sarebbe inclusivo, coinvolgendo non solo le parti in causa, ma anche altre organizzazioni internazionali, istituzioni finanziarie, imprese, governi subnazionali e la società civile. Fondamentalmente, potrebbe comunque catturare messaggi politici chiave – sugli obiettivi di mitigazione, adattamento, finanza, perdite e danni – ma in termini di risultati da raggiungere attraverso l'azione, non con la solita retorica.

Cambiare l'abitudine della UNFCCC di negoziare le decisioni sarà difficile. Anche se il risultato dovrà includere una sorta di testo decisionale questo dovrà essere breve e mirato, ma dovrà sicuramente essere affiancato da un forum di attuazione parallelo per conferirgli credibilità.

Il vertice dei leader, che si terrà poco prima dell'apertura della COP30, potrebbe offrire ulteriori opportunità per raccogliere richieste di intervento più incisive e da quello si capiranno molte cose.

Partire dal presupposto che una (ennesima) cover decision a Belém sarebbe sufficiente e prova di successo non è soddisfacente, poiché comporterebbe un alto rischio di fallimento in seguito. Alla COP30 si dovrà puntare più in alto a rappresentare il momento in cui il mondo sposterà la propria attenzione per garantire una maggiore credibilità e, soprattutto, iniziare a massimizzare il proprio impatto nel mondo reale.

Come dite? Un bel discorsetto anche questo? Un altro gallo che canta?
Sono d’accordo…


Il ministro dell'Ambiente brasiliano Marina Silva interviene alla cerimonia di apertura pre-COP a Brasilia, 13/10/2025

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[1] Chissà, riuscirebbe forse meglio in questo compito uno di quei software di AI specializzati? Ce ne sono in grado di tener traccia di quel che si dice in qualsiasi riunione, realizzando un abstract, uno schema per punti chiave, mappe concettuali e addirittura un'agenda del chi fa cosa e quando. Certo, da usare con attenzione, visto quel che davvero fanno questi software.

 

24 settembre 2025

No! Il cambiamento climatico non è una truffa con dati manipolati

Sommario

Introduzione
Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica
La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico
Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione
Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica
Conclusioni

Introduzione

In linea con le dichiarazioni di gennaio scorso, con la richiesta di redazione di un rapporto pieno di imprecisioni e falsità, ecco il recentissimo intervento di Trump all'ONU, che se non fosse tragico sarebbe esilarante. Questo sì che è un esempio evidente di manipolazione!

L'affermazione che il cambiamento climatico sia una montatura  è quasi diventata un luogo comune, un inganno perpetuato dagli scienziati al soldo di chissà quali poteri occulti, che manipolano dati e informazioni allo scopo di favorire ora una cosa ora l’altra. Tuttavia, questa affermazione si sgretola sotto il peso di prove schiaccianti e di rigorosi processi scientifici che hanno reso la realtà del cambiamento climatico in atto pressoché inequivocabile, al di là di ogni ragionevole dubbio. La verità è che i dati climatici sono solidi, credibili e meticolosamente verificati, e le accuse di manipolazione sono infondate. Per cambiamento climatico[1] si intende qui quanto indicato dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, nata nel 1992): «(…) si intende un cambiamento del clima attribuito direttamente o indirettamente all'attività umana che altera la composizione dell'atmosfera globale e che si aggiunge alla variabilità climatica naturale osservata in periodi di tempo comparabili.». Ed è questo, uno dei processi che può condizionare fortemente la rivalità e la competizione tra le grandi potenze del pianeta, oltre ai nuovi equilibri che gli assetti geopolitici globali stanno vedendo nascere.

Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Con metodo, ovviamente scientifico, senza ardire a proclamarne la verità assoluta, di contro la voce scientifica è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni fino al cosiddetto consenso scientifico. Fortunatamente le prime sembrano avviarsi infine ad essere sempre più flebili e arroccate sulle loro posizioni sbagliate tanto quanto, e tanto per iniziare, quanto quelle degli astrologi che credono che ancora oggi, tra gennaio e febbraio, la Terra sia in Acquario.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: e nonostante non sia la famosa supercazzola, il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che si tratti di clima, virus, danni da inquinamento o da tabagismo, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

In fondo, tutti vorremmo sperare che i negazionisti climatici abbiano ragione. Se per caso venisse fuori che, veramente, è stato tutto un abbaglio, che il clima non sta cambiando così velocemente come sembra o che, perlomeno, l’uomo non c’entra nulla…sarebbe come risvegliarsi da un incubo: il mostro che ti stava rincorrendo non esiste. Ma così non è.

Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica

Classifica mensile di temperatura media globale per il periodo 2001-oggi. Conoscendo le temperature globali medie per ogni mese, è stata ricostruita la classifica dei mesi più caldi a partire dal 1880. Per vedere quale sia stato il marzo più caldo, o il secondo agosto più caldo, o il terzo novembre più caldo, si deve far riferimento al numero corrisponde alla posizione in classifica. Quindi ad esempio  1  sulla riga del mese di aprile indica l'anno dall'aprile più caldo,  2  l'anno del secondo aprile più caldo,  20  l'anno del ventesimo aprile più caldo, e così via. Il cromatismo rosso-blu più o meno intensi indicano dal più caldo al più freddo, rosso e blu scuri rispettivamente. Dal grafico si nota come i mesi più vicini ai nostri giorni siano effettivamente tra i più rossi, e quindi più caldi. Notiamo anche come non serva andare troppo indietro negli anni per trovare il mese più caldo mai misurato. Questo ancora una volta mostra che il nostro pianeta si sta scaldando come mai sia stato registrato fino ad ora. (@galselo su chpdb.it)

Per comprendere l'integrità della climatologia, la scienza del clima, è fondamentale definire cosa intendiamo per dati, informazioni e manipolazione. I dati si riferiscono a fatti e cifre grezze, come le letture della temperatura e della pressione, il livello del mare e le concentrazioni dei gas componenti l’atmosfera. Quando questi dati vengono analizzati, interpretati e contestualizzati, diventano informazioni che otteniamo sulle tendenze climatiche. Questa cospicua parte del lavoro dei climatologi o di altri scienziati è una noiosissima normalizzazione e omogeneizzazione di milioni (!) di valori. E laddove manchino dati derivanti da misurazioni dirette esistono gli annuari, i diari, gli appunti ed altri documenti tramandatici dalla storia e realizzati, fin da quando furono inventati termometri e barometri. E prima? Ci sono i cosiddetti proxy data, dati per procura, indiretti, come quelli relativi al polline dei vegetali o alla presenza (o assenza) di determinati microrganismi fossili, testimoni di condizioni climatiche particolari, i rapporti isotopici di alcuni elementi chimici, fino all’analisi della composizione delle bolle d’aria rimaste intrappolate nel ghiaccio accumulatosi migliaia o decine di migliaia di anni fa, estratto dalla profondità dei ghiacciai o delle calotte polari (paleoclimatologia).

Ed ecco che già si delinea un quadro in cui la manipolazione, in questo contesto, che implica l'alterazione deliberata di dati o informazioni per presentare una falsa narrazione diventa qualcosa di assai improbabile, dovendo essere coordinata e normalizzata a livello globale. La raccolta di dati climatici è uno sforzo globale e collaborativo, fatto da migliaia di scienziati provenienti da diverse istituzioni in tutto il mondo, che raccolgono queste enormi quantità di dati utilizzando metodi standardizzati e strumenti calibrati, dalle stazioni meteorologiche e dai satelliti alle boe oceaniche e alle carote di ghiaccio. Dati quindi sottoposti a rigorosi controlli di qualità, tra cui la verifica indipendente, il cosiddetto peer review[2] e l'accessibilità pubblica, rendendo praticamente impossibile qualsiasi manipolazione coordinata su larga scala. Infine, molto spesso, gli scienziati contribuiscono alla ricerca volontariamente e gratuitamente, azzerando qualsiasi sospetto di interesse.

La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico

Le prove del cambiamento climatico non sono aneddotiche; sono un arazzo tessuto da innumerevoli linee di indagine indipendenti. Organizzazioni come l'IPCC, che sintetizza il lavoro di migliaia di scienziati in tutto il mondo, riportano costantemente una chiara tendenza al riscaldamento, strettamente associato all’attività umana, con una sovrapposizione più che evidente della crescita di quest’ultima, a partire dalla rivoluzione industriale, su quella del quantitativo di gas cosiddetti climalteranti (il più famoso dei quali è il biossido di carbonio, più noto come anidride carbonica).  Assistiamo all'aumento delle temperature globali, alla fusione dei ghiacciai e delle calotte glaciali, all'innalzamento del livello del mare e a eventi meteorologici estremi più frequenti e violenti. Il consenso scientifico sui cambiamenti climatici causati dall'uomo è schiacciante, con studi che dimostrano che oltre il 97% degli scienziati del clima che pubblicano attivamente concordano sul fatto che le tendenze del riscaldamento climatico nell'ultimo secolo sono pressoché inequivocabilmente dovute alle attività umane, a partire da quelle legate al consumo di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas naturale. Questo consenso non si basa su un singolo studio, ma su decenni di prove accumulate in varie discipline. Il 97%, e forse anche più, concorda: risulta abbastanza difficile ipotizzare che anche in questo caso abbiano ragione coloro che soffrono di paranoia da complotto, come diceva Umberto Eco, e che vede noi italiani un po’ più ossessionati dall’idea che in qualche modo esista un potere che menta continuamente; idea che nasce soprattutto dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti dati preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non lo fanno perché ci fa male accettarle. Certamente, lo insegna la scienza col suo metodo, ogni conclusione scientifica è vera fino a prova contraria, soprattutto sulle ricerche più recenti occorre sempre mantenere un atteggiamento di cautela e gli scienziati devono continuamente, in un certo qual modo, generare dubbi, persino sul loro stesso operato, ai dubbi seguono nuove ipotesi, nuovi modelli, nuove verifiche e, laddove necessario, un cambio di paradigma. Ma sull’argomento in oggetto i modelli realizzati, gli scenari futuri previsti, sembra proprio non abbiano bisogno di ulteriori conferme, e sono ormai passati diversi decenni da quando furono impostate le prime ricerche sul cambiamento climatico, tristemente confermate dalle evidenze osservate.

Nella figura sopra l'andamento della variazione media di temperatura rispetto alla media globale: si è modellato uno scenario dovuto alla sole attività naturali, solare e vulcanica, rispetto ad uno dove la forzante antropogenica si somma alle tendenze naturali. I dati osservati, cioè misurati, concordano col secondo modello. (ResearchGate, agosto 2023)

Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione

Le accuse di manipolazione dei dati emergono spesso. Una delle, se non la più famosa fu quella chiamata controversia sul bastone da hockey. Nel 1998, sulla base dell’analisi di migliaia di proxy data, fu presentato e discusso un diagramma - la cui forma ricorda appunto una mazza da hockey su ghiaccio - che presentava la temperatura media dell’emisfero settentrionale dell’ultimo millennio. Le ricostruzioni evidenziano costantemente mostrato una lenta tendenza al raffreddamento a lungo termine di raffreddamento a lungo termine, che si è improvvisamente trasformato in un riscaldamento accelerato a partire dalla fine del XIX secolo e impennatosi a metà del XX. Oggi sappiamo che le cose sono andate proprio così, se non peggio in termini di valori. Ma già allora era una prova del riscaldamento globale in atto e del conseguente cambiamento climatico.

La ricostruzione del 1998 fu subito messa in discussione da parte di alcuni critici, non molti, ma spesso fonti autorevoli perché famosi in altri campi della scienza. Alcuni in buona fede e operanti con spirito scientifico ma la maggior parte si scoprì a breve legati a gruppi di pressione finanziati dall'industria dei combustibili fossili, nel tentativo di mettere in dubbio nemmeno solo quei risultati, ma addirittura tutta la climatologia. In sostanza i critici ritenevano che i dati fossero stati manipolati per dare alla curva questa forma. Tuttavia, numerosi studi indipendenti, compreso uno del nostro CNR, utilizzando diverse metodologie e insiemi di dati anche diversi furono in grado di replicare il modello del bastone da hockey, convalidando i risultati iniziali.

Un altro degli esempi più frequentemente citati di su presunte manipolazioni fu la controversia sul Climategate del 2009, parafrasando il famoso scandalo presidenziale americano del Watergate. Furono sottratte con l’inganno, ad opera di hacker prezzolati, dozzine di messaggi di posta elettronica dall'Università dell'East Anglia, selezionate e travisate per suggerire che gli scienziati stavano complottando per sopprimere i veri dati o esagerare il tasso del riscaldamento. Diverse indagini indipendenti sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito hanno successivamente scagionato gli scienziati da qualsiasi illecito, concludendo che i dati non furono manipolati e che furono seguite correttamente tutte le pratiche scientifiche standard.

Questo tipo di accuse spesso selezionano i dati ad hoc, quelli che fanno comodo, travisano i metodi scientifici o ignorano il più ampio corpo di prove. I climatologi, non diversamente da altri scienziati, sono trasparenti riguardo ai loro dati e alle loro metodologie, anzi lo fanno proprio in cerca di conferme, e il loro lavoro è sottoposto a un esame approfondito, rendendo incredibilmente difficile perpetrare inganni diffusi.

Nella figura sopra la curva smussata mostrata in blu con il suo intervallo di incertezza in azzurro, è sovrapposta a punti verdi che mostrano la media globale trentennale data da una ricostruzione del 2013. La curva rossa mostra la temperatura media globale misurata con dati dal 1850 al 2013. (Wikipedia)

Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica

La libertà d'opione è libertà di mentire? Il persistente tentativo di indebolimento della climatologia ha gravi implicazioni. La sfiducia nei dati scientifici può paralizzare l'azione politica, ostacolando la nostra capacità di affrontare una crisi che richiede un'urgente cooperazione globale. Quando il pubblico è indotto a credere che i dati climatici siano fabbricati, erode la fiducia nelle istituzioni scientifiche e rende difficile l'attuazione di strategie efficaci di mitigazione e adattamento. Affidarsi ad affermazioni non verificate e disinformazione, piuttosto che a ricerche peer-reviewed e al consenso degli esperti, crea un ambiente pericoloso in cui le decisioni critiche si basano sull'ideologia piuttosto che sui fatti.

E spesso, in buona o cattiva fede che sia, il clima di sfiducia, che sfoga spesso in violenza verbale o derisione, è scatenato da appartenenti al mondo scientifico che, pur non avendo competenze specifiche né esperienza in materia di climatologia o geofisica, si dilettano di interessarsi al tema. Curiosa, ad esempio, fu l’attenzione che si rivolse a un Nobel per la fisica (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera) che esprimeva dubbi profondi sui risultati delle ricerche climatiche, mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellato il riscaldamento globale originato dalle attività umane. L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

Per non parlare di quei casi in cui la montatura e la manipolazione sono costruiti e diffusi da manipoli di scienziati al soldo dell’industria o della politica, da comitati think tank o da organizzazioni sovranazionali con interessi soprattutto economici: sono qui i veri manipolatori, come hanno ottimamente raccontato, fin dal 2015, Oreskes e Conway nel loro libro “Mercanti di dubbi” (a breve sarà disponibile qui la mia recensione).

Senza tra l'altro dimenticare il danno causato da quella sorta di catastrofismo climatico che va diffondendosi, e che genera un pericolo altrettanto serio, quello dell'inazione o, ancora più gravemente, una gestione fallimentare del cambiamento climatico, che ho trattato in una serie di tre post; quadro già molto ben tratteggiato, purtroppo.

Conclusioni

In definitiva, le affermazioni sulla manipolazione dei dati e delle informazioni riguardanti il cambiamento climatico sono palesemente false. La natura robusta, trasparente e collaborativa a livello globale della scienza del clima, unita a prove schiaccianti e al consenso degli esperti, confuta fermamente queste accuse. Fidarsi di dati scientifici credibili non è un'opzione ma una necessità per prendere decisioni informate e salvaguardare il nostro futuro. Dobbiamo valutare criticamente le fonti di informazione e sostenere l'azione per il clima, guidati dalle prove innegabili fornite da una rigorosa indagine scientifica.

Il cambiamento climatico va affrontato con una sfida relativa alla gestione complessiva, che va spiegata ai cittadini perché ciò che oggi definiamo emergenza rappresenta qualcosa che sarà molto più comune in futuro.

Il dibattito odierno è tuttavia ancora bloccato su posizioni pressoché dogmatiche, inutili e sterili. Da una parte c'è chi dice che l'agire deve avvenire solo in risposta al rischio evidente di catastrofe climatica, posizione stupida perché, quando e se coloro che la sostengono avranno avuto ragione, sarà troppo tardi per le reazioni; d'altra parte, gli oppositori non esprimono più che far finta di nulla, accusando di catastrofismo i primi. Possiamo discutere sull'utilità, soprattutto politica, di una narrazione catastrofista, ma non possiamo negare che, se non verrà posto un freno o un limite alle emissioni di gas che alterano il bilancio termico del pianeta, le conseguenze saranno disastrose.

La scienza ovviamente non deve legittimare le scelte politiche, perché la tecnologia, sua derivazione, è fonte di potere; ma è indiscutibile che deve fornire i mezzi per supportarle, per guidarle, e la politica al tempo stesso deve innanzitutto fare in modo che il linguaggio scientifico sia reso accessibile alla cittadinanza, sia capito in modo che questa possa sostenere e legittimare le scelte politiche, affinché le scelte condivise siano sottoposte al vaglio della comunità.

I risultati scientifici sono comunque chiari: il clima sta cambiando, rapidamente. Resta da capire quanto e con quali impatti anche se le idee in proposito sono già parecchio chiare.

Questi risultati non derivano da domande poste da ambientalisti in cerca di conferme alle loro tesi particolari ma da interrogativi che nacquero quando si cercava di capire come funziona il sistema, senza scopi politici reconditi, quando la climatologia muoveva i primi passi.

Veicolare questi risultati al grande pubblico è fondamentale, soprattutto perché bombardato continuamente dalla diffusione di false notizie amplificate dalla cassa di risonanza dei social e realizzate perlopiù per strumentalizzare, in un'epoca di incremento del disinteresse e dell'ignoranza generalizzata.

La climatologia ha già fatto la sua parte, occorrono adesso scelte che non siano solo basate su principi di precauzione, notoriamente inutili in questi casi perché non indicano una strada univoca.




[1] Anche se numerose sono le fonti che utilizzano il concetto di “cambiamenti climatici” al plurale, perché ritenuto più inclusivo e accurato a sottolineare la complessità del fenomeno, personalmente preferisco il singolare “cambiamento climatico”, derivata dall’originale Climate Change introdotta nel 1992 con la nascita di UNFCCC. Il termine era in origine utilizzato come riferimento al riscaldamento globale; è mia opinione che il cambiamento, per quanto complesso, sia unico come causale di molteplici conseguenze.

[2] Pratica indispensabile nel mondo della ricerca, permette di discriminare un articolo con fondamenta scientifiche da uno che non ne ha, accreditando il primo e screditando il secondo. Questo lavoro viene svolto dalle riviste scientifiche, che con i propri revisori, operano una valutazione critica (revisione) del lavoro che verrà pubblicato. I revisori sono protetti dall'anonimato e generalmente privi di qualsiasi conflitto di interesse.



30 agosto 2025

La gestione fallimentare del cambiamento climatico - Terza parte (politiche nazionali)

[Serie di tre post. Prima e seconda parte]

Da tempo sto cercando di studiare ed analizzare il cambiamento climatico non più da un punto di vista scientifico – di prove sulle cause ce n’è a sufficienza – ma da quello più politico e sociale. In questa serie di tre articoli ho provato a mettere nero su bianco idee e considerazioni, e soprattutto riflessioni. La cui conclusione, in coda a quest’ultima parte, è laconicamente piuttosto rassegnata.

Nella prima e nella seconda parte sono state esaminati due aspetti legati al fatto indiscusso che, a livello internazionale e politico, la maggior parte dei paesi al mondo è lontana dalla cosiddetta decarbonizzazione: la cooperazione internazionale vacilla e non sembra si abbiano gli strumenti tecnologici per contrastare il fenomeno con successo a discapito delle attuali conoscenza e tecnologia che già offrono la maggioranza delle risposte al da farsi per iniziare un serio e condiviso processo di mitigazione.  Le difficoltà di gestione non sono solo il risultato di mancati accordi internazionali e scarsa volontà politica, ma rispondono anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema climatico, applicare ad esso ciò che deriva da democrazia e responsabilità, contrastarlo.  Prima ancora di dimostrare volontà condivisa sembra ormai tracciata una duplice natura del fallimento, politica e internazionale da un lato, e domestica, quest’ultima declinata in dozzine di modi tante sono le diverse realtà locali e culturali.

In quest’ultima parte verranno infine esaminati argomenti validi più sul piano domestico e locale. Rivediamo ancora una volta le premesse, che potranno essere saltate da parte di chi abbia già letto i post precedenti, andando direttamente al capitolo “Il fallimento domestico: una premessa”, o a quello “Esercizi di veto”.

L’uso massiccio di combustibili fossili, necessario per sostenere la crescita dei processi industriali a partire da circa due secoli fa, ha riversato in atmosfera quantitativi di gas serra tali da modificare profondamente il clima della Terra; consumo del suolo e deforestazione hanno dato il colpo di grazia con quegli stessi processi industriali che, laddove presenti, hanno consentito e – anche se non ovunque – sostenuto la crescita demografica oggi registrata. Il risultato è un cambiamento climatico con un marcato riscaldamento senza precedenti, a coinvolgere i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta. Ne ho scritto su queste pagine numerose volte e da numerosi punti di vista. 

Il cambiamento climatico, così come definito dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) è innanzi tutto un fenomeno ecologico; causato dall’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera terrestre, o meglio, della sua parte a diretto contatto con la superficie, la troposfera. Tale aumento è già mediamente superiore ad un grado centigrado più alto di quanto non fosse a cavallo tra XVIII e XIX secolo, inizio dell’era industriale, e nel corso di quest’anno si sono sfiorati i 2 °C. Le premesse ecologiche del cambiamento climatico sono un’aumentata concentrazione di gas serra nell’atmosfera e una diminuita capacità da parte dei sistemi naturali di assorbirli. La causa dell’aumento è l’uso massiccio di combustibili fossili allo scopo di fornire l’energia necessaria ai processi industriali che, dal 1800 in poi, hanno permesso più alti livelli di consumi e di benessere alla crescente popolazione mondiale. Nell’arco di un paio di secoli, l’uso intenso di combustibili fossili quali fonti di energia ha alzato la qualità di vita di miliardi di persone, alterando però sistemi naturali che erano stati largamente stabili per migliaia di anni, un cambiamento talmente rapido da meritarsi, per qualcuno, una distinzione in termini di cronologia geologica: l’Antropocene. Le implicazioni ecologiche del cambiamento climatico potrebbero andare da modificazioni di ecosistemi relativamente blande e sparse a massicce catastrofi di portata planetaria, compresa un’estinzione di massa, la sesta, ampiamente documentata. Il cambiamento del clima è un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta e pone minacce multiple, probabilistiche, dirette ed indirette, spesso invisibili e senza limiti spaziali o temporali.

E, come se poi servisse, di recente un nuovo studio conferma che il 99 percento degli studi climatici, sottoposti al processo di peer review, confermano l’origine antropogenica del cambiamento climatico.

L’incertezza principale sugli scenari si lega all’incertezza dell’efficacia delle politiche di mitigazione. O agiamo tutti insieme, a livello globale, o gli sforzi individuali saranno trascurabili. Per quanto lodevole nessuna iniziativa locale o personale fa la differenza. È come trovarsi su una barca che sta imbarcando acqua: l’azione di un singolo che svuota l’acqua con un secchio non serve granché, ma se nessuno inizia affonderanno tutti. Solo uno sforzo collettivo può evitare i danni peggiori del riscaldamento globale.

Anticipando e riassumendo eventuali conclusioni la possibilità che si possa governare il cambiamento climatico, appare sempre più utopica. Una flebile speranza deriva dal riconoscere che moltissimo si è fatto quando si presentò il problema della riduzione dei danni allo strato dell’ozono, e parecchio, anche se non tutto, quando si dovette procedere con urgenza alla limitazione dei danni provocati dalle piogge acide.

Sono esempi virtuosi e importanti che, stabilito che esistono rischi notevoli per la popolazione umana, soprattutto quella già provata da difficoltà aventi altre origini, ci fanno ben sperare, unitamente al ruolo che potranno avere nuove tecnologie.

Tuttavia, di fronte allo stato di fatto delle iniziative globali e delle loro auspicate ricadute sui governi locali, soprattutto quelli dei paesi ricchi, al cospetto dei continui conflitti armati che anziché diminuire aumentano di anno in anno (ad oggi se ne contano 56!), permangono sentimenti di disillusione e sgomento, che certamente non aiutano e inducono, come ho avuto modo di scrivere recentemente, ad una sorta di catastrofismo climatico da un lato, e all’inazione dall’altro. Atteggiamenti entrambi pericolosi e da contrastare.

Il fallimento domestico: una premessa

Il cambiamento climatico è dunque un problema globale le cui conseguenze, dirette o indirette, possono ricadere su ciascun paese al mondo. E ciò riduce l’efficacia delle politiche nazionali, perché ogni paese, pur potendo limitare le emissioni dei propri abitanti con iniziative di vario tipo, anche legislative, programmi educativi e altro, può fare poco o nulla per limitare le emissioni delle popolazioni di altri paesi, ognuno dei quali è politicamente sovrano. Ma la soluzione del cambiamento climatico non può prescindere dalla cooperazione di tutti i paesi del mondo, in particolare di tutti i grandi e medi emettitori, il cui numero cresce al pari del loro sviluppo e, di contro, sono molti i paesi sovrani la cui politica interna è stata, ed è, disfunzionale rispetto al controllo e alla gestione del cambiamento climatico e dei suoi effetti sull’ambiente e sulla salute dei loro stessi territori. Gli Stati Uniti ad esempio, storicamente il maggior emettitore di gas serra con consumi pro capite anche più di dieci volte quelli di un paese in via di sviluppo, ha ostacolato la governance globale del clima per circa trent’anni, ed è tornata a farlo con la recente amministrazione Trump.

Esercizi di veto

Nei paesi democratici, dov’è presente un più alto grado di divisione politica, come logico attendersi e soprattutto a livello legislativo, un sistema dei veti crea pesi e contrappesi al potere legislativo ed esecutivo, allo scopo di prevenire cambiamenti radicali, destabilizzanti, proteggendo gli interessi delle minoranze e difendendo in definitiva, lo status quo: politiche e valori considerati fondamentali anche durante periodi di impopolarità. In breve, il sistema dei veti impedisce a un sistema democratico di divenire troppo fluido e flessibile.

Le democrazie più importanti del mondo, divise al loro interno da forze politiche contrapposte, trovano quindi grandi difficoltà nel produrre legislazione domestica che si discosti significativamente dallo stato di fatto. Quando si parla di cambiamento climatico ciò è ancora più evidente, affiancato da una evidente incapacità nell’affrontare efficacemente anche molte altre pressanti questioni sistemiche e globali, come le migrazioni, la gestione delle diseguaglianze, il terrorismo, il debito pubblico e l’instabilità finanziaria. Tutte caratteristiche di questo periodo storico recente, ottimamente definito col termine Antropocene,

Gli attori di ciò che appare come una disfunzione sono appunto quelli capaci di prevenire deviazioni attraverso l’esercizio di veti in fase di legislazione.  Tali attori possono essere specificati dalle costituzioni (ad esempio il presidente, il congresso e le varie corti negli Stati Uniti, ma anche il nostro presidente della repubblica o la corte costituzionale), possono emergere dal sistema politico (come i partiti membri di una coalizione di governo in molti paesi europei) o dalla società civile (settori industriali potenti, o sindacati o altri gruppi d’interesse).

La presenza di molti attori su più livelli, con forti differenze ideologiche e coesione interna, rende difficili i grandi cambiamenti e limita la produzione di leggi innovative.

Questo è desiderabile quando lo sia anche lo status quo, ma nel momento in cui queste condizioni non si presentano ciò che si richiede è invece proprio fluidità e flessibilità legislativa. È questo il caso del cambiamento climatico così come delle altre questioni menzionate sopra: si richiedono risposte politiche veloci, decise e innovative su cui gli attori in questione dovrebbero rinunciare ad esercitare i loro veti. Su queste pagine ho fatto presente, ad esempio, che l’Italia è, ad esempio, un paese perfettamente adattato…a un clima che non c’è più.

I veti frenano o rallentano quindi l’innovazione legislativa in ogni sistema politico, e laddove esistano numerosi attori che possano esercitarli la democrazia vede aumentato il rischio di vulnerabilità, inteso come rischio di conservatorismo eccessivo o evidente protezionismo. Si spiega ad esempio come un paese potente, ricco e tecnologicamente avanzato come gli Stati Uniti, possa essere sorprendentemente lento e inefficace nel gestire problematiche fondamentali di politica distributiva, equità razziale, immigrazione, bilanciamento fra libertà e sicurezza e, ovviamente il cambiamento climatico (o per lo meno la politica energetica). La costituzione degli Stati Uniti separa e distribuisce poteri all’interno del governo federale, delega diritti e funzioni agli stati e include una carta dei diritti che in alcuni campi fornisce esercizio di veto ai cittadini stessi. In aggiunta, nei decenni si sono stratificate pratiche che inibiscono ulteriormente l’azione come la necessità di maggioranze molto larghe per certe tipologie di deliberazioni. Intorno a tutto ciò fiorisce una intensissima attività di lobby da parte di numerosi attori dell’economia e della società, che esercitano i loro veti indirettamente attraverso i propri referenti politici.  E in alcuni casi, si è visto come le aberrazioni del sistema di veto, abbiano portato alla nascita, su mandato presidenziale o di determinati gruppi di potere, di una vera e propria politica di negazione (come accaduto di recente nel caso del rapporto del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti).

Gli Stati Uniti sono un esempio estremo ma non sono l’unico. Nella maggior parte delle democrazie europee i veti sono esercitati dai partiti membri della coalizione di governo o dell’opposizione e in alcuni casi, come in Italia, Spagna e Grecia, i partiti hanno legami storici, diretti e forti con industria, sindacati o altri gruppi d’interesse. In questi paesi è difficile raggiungere consenso politico anche su questioni molto meno complesse del cambiamento climatico: sembra in effetti che per ogni possibile svolta legislativa ci sia sempre una corrispondente opzione immobilista, congeniale ad almeno un qualche attore cruciale, spesso paradossalmente all’interno di una coalizione di governo, o frammentata in correnti dello stesso partito, nel nome del pluralismo. 

A volte l’immobilismo risponde a ragionevoli calcoli sui costi di transizione da status quo a nuove politiche e/o riflette l’incertezza riguardo sia i dettagli del processo di transizione che i suoi risultati ultimi. Gli attori che esercitano veti danno voce a queste considerazioni. In alcune circostanze, gli attori possono sostenere tendenze immobiliste irrazionali presenti nelle istituzioni e nella società e sfruttate da gruppi di interesse (si pensi alla miriade di polemiche durante la recente pandemia). Queste includono la razionalizzazione per evitare dissonanze cognitive, il ricorso a stereotipi tipo «ha funzionato finora», la focalizzazione sui costi già sostenuti, la paura del rimpianto per i cambiamenti e il desiderio di mantenere il controllo non riconoscendo il cambiamento. Tali atteggiamenti difendono lo status quo e sono evidenti nei principali paesi democratici, spesso tra i maggiori emettitori di gas serra.

Considerando i meccanismi di veto, l'inefficacia di molte democrazie appare preoccupante. I veti dovrebbero bilanciare la legislazione, ma spesso bloccano il cambiamento per proteggere interessi consolidati, distorcendo il sistema e favorendo disuguaglianze d'accesso e influenza, mentre la qualità normativa risulta compromessa da procedure complesse e pressioni corporative.

Infine, il tutto può infine essere aggravato dai movimenti popolari più o meno organizzati: nostalgici di un passato mitologico quando i politici venivano dalla gente, con le opinioni dei cittadini integrate alle dinamiche di governo e, per finire, movimenti che contestano non solo le proprie istituzioni nazionali ma anche quelle sovranazionali, come l’Unione Europea o gli attori globali della finanza internazionale. Qualunque sia il loro futuro politico, queste reazioni popolari a veti locali e globali divenuti troppo ingombranti ricordano ai governanti che una democrazia è operata da e per i governati e che il potere esercitato dai governanti, per potersi dire legittimo, deve portare benefici ai governati.

La comunità politica

Come abbiamo visto nella prima parte molti paesi democratici sono grandi emettitori di gas serra. In questi paesi i benefici connessi alle emissioni domestiche ricadono soprattutto sui loro abitanti, mentre gli effetti negativi di tali emissioni ricadono, e ricadranno, innanzi tutto e perlopiù su chi da quelle democrazie non è governato: chi vive oltre i loro confini, le generazioni future (senza distinzione di nazionalità), nonché l’ambiente in senso lato. Se le democrazie volessero curarsi di umanità o ambiente (comunque non scindibili) distanti nello spazio e nel tempo, esse dovrebbero estendere la loro responsabilità politica molto oltre i confini tracciati dalle preferenze elettorali dei propri governati. Nella maggioranza dei casi ciò provocherebbe sicuramente dissenso e impopolarità, in quanto, per occuparsi delle generazioni future, di coloro che vivono oltre confine e della natura, i governi democratici dovrebbero in molti casi rinunciare ad apportare benefici ai propri governati, ovvero a chi li mette al potere con il proprio voto, per apportarli invece a chi non ha mai votato perché vive in un altro paese, non è umano o ancora non esiste. O peggio, dovranno essere chiesti ai propri governati dei sacrifici: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il green premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti?

E già a questo punto sorge il problema affrontato nella seconda parte. Come assegnare un valore al futuro. E non solo.

Indipendentemente dalla natura umana che raramente ha sacrificato qualcosa oggi in funzione di benefici futuri molto poco tangibili, e talora in dubbio, questa è una difficoltà molto profonda a livello non solo pratico ma anche di principio. Democrazia è l’idea che i governi debbano agire nell’interesse dei governati piuttosto che in quello dei governanti e per raggiungere tale obiettivo, la strategia democratica è quella di far governare i governati stessi, direttamente o attraverso i loro rappresentanti. La teoria e le pratica democratica si basano sul presupposto che i governati e i governanti siano agenti – in grado cioè di agire - abili e competenti nell’iniziare e condurre azione politica, comunemente detti cittadini. Sono i cittadini e i loro interessi e benessere che contano politicamente in una democrazia: la cittadinanza democratica presuppone capacità di partecipare al processo democratico, la quale a sua volta presuppone che la politica agisca in nome e per conto della cittadinanza stessa. Giulio Andreotti esortava i giovani ad occuparsi di politica perché, diceva, «comunque la politica si occuperà di voi».

La centralità di tale presupposto non deve sorprendere considerando che i principi, le norme e le istituzioni democratiche si sono effettivamente evolute per governare relazioni tra agenti umani che vivevano in prossimità spaziale e temporale l’uno con l’altro e le cui decisioni e azioni politiche avevano impatti relativamente diretti l’uno sull’altro. Gli impatti climatici peggiori, conseguenza di azioni e decisioni prese democraticamente da cittadini con potere d’azione, si abbatteranno invece anche e soprattutto su una vastissima platea di persone impossibilitate ad agire, che include le categorie suddette: tutti coloro i quali siano distanti nello spazio e nel tempo e la natura, nella sua parte non umana. Questi ultimi non possono prendere parte all’attività di governo: non possono discutere, non possono votare, non possono legiferare, non possono protestare; ma subiscono l’impatto degli effetti delle emissioni prodotte da una serie di stati democraticamente governati, di cui non fanno parte e non sono rappresentati (se non in modo molto indiretto, ad esempio attraverso qualche organizzazione non-governativa). In un sistema in cui essere governati corrisponde con il prendere parte all’attività di governo, chi o cosa è escluso da tale attività non è governato, ma dominato

Il presupposto che la cittadinanza democratica partecipi al processo democratico spiega come sia stato possibile, non solo storicamente ma in alcune realtà ancora oggi, che la democrazia sia stata compatibile con l’esclusione dall’attività di governo, anche come semplici votanti, di schiavi, o persone senza possedimenti, delle donne e di membri di altri gruppi etnici o religiosi, nonostante queste impattassero prepotentemente le loro vite, interessi e benessere. Non avevano potere d’azione nel pieno senso della parola ed erano pertanto democraticamente dominati. Col cambiamento climatico la situazione si ripropone su scala molto più vasta: in questo modo la democrazia implica il dominio esercitato da pochi presenti e locali su un vasto universo di persone che si estende oltre i confini dello spazio, del tempo e dell’universalità genetica del genere umano. Laddove i grandi imperi del passato colonizzavano ampie aree del pianeta, l’impero democratico del presente, cambiando il clima, ne colonizza il futuro

In democrazia contano i cittadini, che sono quelli che vogliono che le istituzioni democratiche servano i loro interessi, piuttosto di quelli che vivono oltre i confini dello spazio, del tempo e della troppo spesso considerata tale, purtroppo, diversità genetica. Come potranno la teoria e la pratica democratica rapportarsi al cambiamento climatico?

Responsabilità

La difficoltà principale posta dalla gestione del cambiamento climatico è l’attribuzione di responsabilità. Questo vale per gli stati come per le aziende e gli individui. Il cambiamento climatico causerà danni a cose e persone, eppure nessun agente è singolarmente responsabile per questo. Una ragione per cui è difficile attribuire responsabilità per il cambiamento climatico è la complessità dei meccanismi causali coinvolti. Il cambiamento climatico danneggerà cose e ucciderà persone ma aumentare la concentrazione atmosferica di gas serra non causa automaticamente la morte di nessuno. Vasti sistemi ecologici e sociali (fisici, chimici, biologici, politici, economici) mediano fra l’aumento di concentrazione di gas serra e le morti, rendendo le ricostruzioni e le attribuzioni causali estremamente difficili se non praticamente impossibili. Ciò è vero delle morti come di altri danni – a proprietà, specie, ecosistemi e via dicendo.

Ogni agente è parte della causa del cambiamento climatico perché ogni agente vi contribuisce con le sue emissioni. Ma essere parte della causa non significa esser causa di alcuna specifica parte dei suoi effetti, o di nessuno dei suoi tanti effetti. Le emissioni prodotte da ognuno di noi si aggregheranno a quelle di miliardi di altre persone, e si disperderanno viaggiando nello spazio e nel tempo, nelle dinamiche e nei feedback di vari sistemi fisici e chimici su varie scale e non causeranno mai uno specifico evento meteorologico estremo, una specifica bolla di calore urbana. Questo significa che non causeranno nessuno dei danni che pur occorreranno a cose e persone a causa di specifiche inondazioni, uragani o temperature insostenibili in città. In altre parole non ci sono conseguenze dannose delle mie emissioni - né, ovviamente, di quelle di nessun altro. E questo ragionamento emerge in tutta la sua drammaticità perché si applica tanto agli individui quanto alle aziende e agli stati.

Un’altra ragione è la frammentazione delle cause. Tutti concorrono al vasto problema dell’innalzamento delle temperature per mezzo di un’azione collettiva, a vari livelli: individui, governi, aziende e organizzazioni internazionali. Perfino un cadavere, putrefacendosi sotto terra, emette biossido di carbonio. Questa frammentazione è globale ed è ulteriormente complicata dall’essere anche intergenerazionale: ogni generazione emette una certa quantità di gas serra nell’atmosfera, contribuendo così a un problema di azione collettiva intertemporale che è probabilmente ancora più ostico di quello intra-generazionale, in quanto non ci sono schemi di incentivi che tengano fra attori che non interagiscono fra loro (e se le generazioni non si sovrappongono il problema è chiaramente più grave).

Un terzo motivo per cui è difficile ripartire responsabilità è dato dalla sistematicità e complessità delle forze che causano il cambiamento climatico. La manipolazione del ciclo del carbonio è intrinseca all’economia globale attuale così come guidare una macchina o consumare energia lo sono per ognuno. La Cina estrae direttamente, o addirittura importa carbone dall’Australia, che viene utilizzato per energizzare la produzione di automobili, computer e altri prodotti che vengono poi esportati verso i ricchi mercati europei e statunitensi. Ci si reca al lavoro con auto cinesi, si accende un computer prodotto in Cina, magari per scrivere un post sul cambiamento climatico come questo. Altri fanno la loro versione delle stesse cose con un unico risultato atmosferico: l’emissione di tonnellate di gas serra. Chi è responsabile qui? Australia, Cina, Stati Uniti, Europa, le multinazionali coinvolte, l’Organizzazione Mondiale del Commercio che presiede gli scambi globali di beni e servizi, le reti finanziarie che sponsorizzano tali scambi attraverso i loro investimenti, io, voi che leggete, tutti gli altri, o nessuno? La risposta non è per nulla ovvia e la questione non è soltanto teorica. L’attuale premier indiano Narendra Modi, in carica dal 2014, ha ripetutamente dichiarato che, se le fabbriche in Cina e India sono così numerose e inquinanti, è per rispondere alla domanda di prodotti di consumo dei paesi ricchi, ovvero dei loro cittadini/consumatori. Non ha affatto torto, come non l’avrebbe nessun attore implicato nell’aumento delle temperature globali: è sempre possibile scaricare le responsabilità su altri attori, perché la questione è sistemica, e il sistema è globalmente interconnesso a vari livelli di potere d’azione e organizzazione sociale. 

Inoltre, il sistema è dinamico. Al mutare e riconfigurarsi dell’economia globale l’Australia potrebbe essere rimpiazzata quale fornitore d’energia, la Cina quale luogo di manifattura e gli Stati Uniti e l’Europa (e i loro cittadini) quali consumatori dei prodotti finiti. Climaticamente parlando, tuttavia, questo non fa alcuna differenza. Al di sotto della frammentazione e della complessità causale del cambiamento climatico scorre infatti un unico torrente condiviso di combustibili fossili. Fintanto che l’economia globale sarà energizzata da combustibili fossili, le temperature continueranno ad alzarsi a prescindere da quali attori occupino quali ruoli. E nonostante ci siano esempi virtuosi ancorché teorici, la strada per la decarbonizzazione è lunga e piena di ostacoli.

Infine, sempre in ragione della dilatazione spaziotemporale e della complessità dei meccanismi causali coinvolti, sia prima che dopo che qualcuno muoia o qualcosa venga danneggiato sarà impossibile dire chi o cosa sarà o è stato vittima diretta del cambiamento climatico. Prima, perché non ne conosceremo l’identità in anticipo: guardando avanti vedremo solo probabilità di danni distribuite su insiemi statistici di cose e persone. Dopo, perché non saremo mai sicuri che il colpevole sia il cambiamento climatico e non qualcos’altro, perché il cambiamento climatico danneggia e uccide solo per mano di altri eventi, come inondazioni, uragani, siccità, fame, malattie respiratorie, epidemie e conflitti armati, e uccide anche, molto più lentamente, a causa del progressivo mutamento ambientale che sta causando l’ultima, in corso, estinzione di massa, ancor più intangibile se non ai sensi degli esperti.

In sintesi, contribuendo al cambiamento climatico nessuno in particolare danneggia niente e nessuno in particolare. L’applicazione del principio del danno, un criterio tipico della teoria politica occidentale moderna come di molti sistemi legali contemporanei quando si tratti di attribuire responsabilità, è disabilitata dalla natura del problema e questo significa che assegnare responsabilità morali come legali per il problema risulterà più difficile, anche se non impossibile.

Spesso i nostri giudizi morali sono legati al principio del danno; eppure, molte persone, anche nelle nostre società sono moralmente disgustate da atti che apparentemente non causano alcun danno a nessuno, come rapporti sessuali consensuali fra individui dello stesso sesso o lacerare una bandiera. Fortunatamente ci sono anche considerazioni di reciprocità ed equità, lealtà al gruppo d’appartenenza, autorità e rispetto, purezza e addirittura santità.

Peccato che il cambiamento climatico non pare sollecitare queste altre considerazioni più di quanto solleciti quelle connesse al principio del danno e la cosa è aggravata dal fatto che queste emozioni morali dovrebbero richiamarci all’azione, cosa che spesso non accade, o si esercita una sorta di indignazione differenziale. Sembra paradossale ma nonostante tutte le società umane abbiano regole morali su cibo e sesso, nessuna ha regole riguardo la dinamica atmosferica. Ci indigniamo per un sacco di cose, per ogni violazione di protocollo eccetto quello di Kyoto. E anche qualora si critichi o si definisca il cambiamento climatico come cosa cattiva, non ci fa sentire nauseati o infuriati o disonorati, salvo rare eccezioni che vengono spesso perculate o denigrate ferocemente (un esempio per tutti, l’attivismo di Greta Thunberg o quello di Last Generation). Ecco perché non c’è impulso a condannare o combattere il cambiamento climatico. 

Quando si tratta di cambiamento climatico la stragrande maggioranza delle persone semplicemente non ha lo stesso trasporto viscerale che ha riguardo questioni come l’aborto, i diritti civili o degli animali, le lotte sindacali e il terrorismo. Il cambiamento climatico non solletica la nostra psicologia morale, né lo fa il destino degli spaziotemporalmente distanti e delle entità e sistemi naturali che ne subiscono e subiranno le conseguenze peggiori. Unito alle difficoltà nell’applicare il principio del danno, questo fa sì che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e che nessuno sia ritenuto moralmente (e legalmente) responsabile per esso – il che a sua volta incoraggia disinteresse generale e inazione.

Conclusioni generali

In questa serie di tre post si è cercato di illustrare come le difficoltà riscontrate nella gestione del cambiamento climatico siano la diretta conseguenza di inazione a livello globale, di mancati accordi e scarsa volontà politica da un lato, ma anche a effettive difficoltà nel far proprio il problema, concettualizzarlo, applicare a esso nozioni normative fondanti della teoria politica moderna quali democrazia e responsabilità e soprattutto la difficoltà nel contrastarlo a cause di alcune configurazioni strutturali dei nostri sistemi politici attuali.

Qualsiasi cosa accada in futuro dentro e tra gli stati, le aziende, le organizzazioni sovranazionali e quegli individui che hanno tra le mani il futuro del pianeta, è ormai chiaro che nell’Antropocene ci toccherà convivere con il cambiamento climatico e continuare a dar senso alle nostre vite in un mondo sempre più diverso da quello in cui l’umanità ha sinora recitato il suo spettacolo.

Il problema del cambiamento climatico, almeno nel breve termine, appare sempre più irrisolvibile. L’umanità dovrà configurare necessariamente nuove visioni del nostro posto nei meccanismi, pressoché insondabili del tutto, di questo pianeta. Una parte dell’umanità, minoritaria in termini numerici, potrà mitigarne gli effetti e adattarsi, a scapito di un numero incalcolabile di vittime che subiranno danni più o meno gravi, i cui costi, volenti o nolenti, ricadranno in parte sulla prima. Il cambiamento climatico agirà come catalizzatore di una riconfigurazione massiccia, di una revisione e un abbandono dei nostri sogni di supremazia. E in questa supremazia vanno comunque inclusi anche i tentativi, piuttosto goffi ed inefficaci,  di riconfigurazione del clima da parte dell’umanità.

Ciò ovviamente non significa che il fenomeno ecologico e le sue implicazioni sociali non vadano gestiti e affrontati su base programmatica – tutt’altro: ma significa che quella programmazione dovrà riflettere anche e soprattutto il nostro senso di cosa veramente conti. Un problema ambientale, apparentemente distante e intrattabile, diviene allora l’occasione per guardarci dentro e chiederci, all’alba del terzo millennio, a cosa vogliamo tendere come individui e come collettività.

Il cambiamento climatico e la vita nell’Antropocene più generalmente ci forzeranno a riconsiderare noi stessi. Ora che abbiamo la capacità tecnica di indirizzare l’evoluzione biologica e geologica del pianeta dobbiamo chiederci verso cosa vogliamo indirizzarla. In gioco è la possibilità di negoziare il mondo con grazia e dignità, generando e godendo di sistemi di significato e di valori che ci rendano fieri e sicuri di come viviamo. Il cambiamento climatico, come una storia d’amore finita male, ci regala l’opportunità di riconsiderare chi siamo diventati e chi vogliamo essere d’ora in avanti.

E tutto ciò nonostante la storica sentenza della Corte Mondiale di cui s’è scritto nella prima parte.

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Riferimento bibliografico:
grazie alle lezioni del Prof. Marcello di Paola, Dipartimento di Scienze Politiche. LUISS Roma.