Visualizzazione post con etichetta consenso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta consenso. Mostra tutti i post

02 gennaio 2025

Comunicare la scienza

 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Riprendiamo il discorso introdotto nel mio post di fine dicembre per approfondire il tema della comunicazione scientifica e della divulgazione in genere.

Nel 2012, Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa degli USA, prima con Ford e poi con Bush Jr., rispondendo ad una domanda che gli era stata fatta, tentò di giustificare l’assenza di risultati nella ricerca delle famose armi di distruzione di massa in Iraq, in questo modo.

(…) ci sono cose note note; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono cose note incognite; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non sappiamo. Ma ci sono anche cose note incognite, quelle che non sappiamo di non sapere  (…)[*]


Le incognite note si riferiscono ad esempio a rischi di cui si è a conoscenza, come il sapere che un volo è stato cancellato, alterando un programma di viaggio. Le incognite sconosciute sono rischi che derivano da situazioni così inaspettate che non verrebbero prese in considerazione e che addirittura non rientrano nemmeno nel novero di ciò che avrebbe potuto essere preso in considerazione.

Per quanto riguarda la consapevolezza e la comprensione, gli sconosciuti sconosciuti possono essere paragonati ad altri tipi di problemi in una matrice di questo tipo:

Wikipedia

Ma l’affermazione di Rumsfeld, soltanto apparentemente paradossale, contiene molta più saggezza di quel che appare, come ho avuto modo di trattare in questo mio precedente post.

Ed è strettamente legata al metodo scientifico.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (Annenberg Learner per il diagramma)

Per chiarire tutto ciò, come spero, potremmo prendere spunto dallo stato dell’arte delle conoscenze che oggi gli scienziati hanno sulla composizione del nostro Universo. Decenni di osservazioni, condotte oggi con apparecchiature sofisticatissime, hanno portato a conoscerne, con un elevato grado di certezza, appena il 5 percento circa. Il resto, diviso tra materia ed energia oscure, rappresenta il restante 95 percento circa. Di cosa è fatta la materia oscura? Quali sono la fonte è il tipo di energia che chiamano oscura? Tantissime ipotesi ma sono domande tuttora irrisolte. Man mano però che gli orizzonti della ricerca si allargavano, al diminuire dell’ignoranza, la mancanza di conoscenza e, appunto, l’incertezza di un determinato aspetto, ecco che il metodo scientifico propone nuovi interrogativi.

Arrivare a comprendere di non sapere, porsi nuove domande e, nonostante sia un paradosso, procedendo sulla strada della mancata conoscenza si finisce per saperne più di prima.

Ed è questo paradosso che per primo va spiegato ai non addetti ai lavori: il lavoro della comunità scientifica, che procede mettendo continuamente in discussione i suoi presupposti, e non essendo mai sicura di nulla: una fabbrica di dubbi, come scrivevo tempo fa. Dubbi che genereranno consenso sulle spiegazioni.

Partendo dal non sapere, di fronte ad ogni nuovo interrogativo, soprattutto quando si cerca di fare comunicazione scientifica, è fondamentale saper ammettere di non sapere, dire «non lo so», a maggior ragione quando le tematiche trattate riguardano da vicino temi sociali o relativi alla salute pubblica.

La recente pandemia da coronavirus avrebbe dovuto insegnare molto relativamente a questo modo di procedere, eppure ancora oggi, in diverse occasioni, si assiste al compimento degli stessi errori.

Allora l’incertezza regnava, ad aumentare uno stato di paura già evidente, e le tante discipline scientifiche coinvolte, diversissime tra loro, contribuivano ad alimentare la fretta, da parte di tutti, di avere previsioni, certezze, risultati, di capire cosa fare e cosa sta accadendo, con l’opinione pubblica che dovette familiarizzare in fretta con le figure di scienziati e divulgatori. Il tutto avveniva condividendo dati spesso diversi tra loro e messi a disposizione di tutti, ad un pubblico per lo più privo delle conoscenze necessarie a valutarli o interpretarli, e costruendo un finto consenso scientifico; finto perché basato su qualcosa in corso, che stava accadendo, alimentato anche da un certo voler apparire continuamente in TV o sui social; ognuna delle reti aveva il suo scienziato preferito, con persone che spesso parlavano a titolo personale impedendo di capire esattamente a nome di quale comunità scientifica stessero parlando, e sollevando sconcerto quando le organizzazioni internazionali, a nome delle quali qualcuno avrebbe dovuto esprimersi, smentivano le affermazioni udite poco prima da parte di questi singoli.

Durante quel triste periodo, abbiamo visto inoltre scienziati che litigavano apertamente tra loro in televisione o sui social, o addirittura in entrambi gli ambienti. Migliaia di inutili commenti asincroni rilanciati giorno dopo giorno. Persone che appartenevano alla comunità scientifica che comunicavano se stessi prima di qualsivoglia contenuto scientifico; senza nemmeno immaginare, o pur sapendolo rimuovendone gli effetti deleteri che ciò poteva avere nel pubblico che avevano davanti. Per non parlare di onnipresenti persone di scienza che arrivavano ad abbassarsi al livello di chi li denigrava rispondendo con insulti ad insulti.

Esporsi pubblicamente non è obbligatorio, soprattutto sapendo che le dinamiche televisive sono il più delle volte incompatibili con un certo modo di fare comunicazione della scienza, l’unico possibile, ovvero quello rigoroso ed attendibile. Che dire poi degli scienziati che accettano il confronto con personaggi che esprimono posizioni antiscientifiche o pseudoscientifiche, che nel nome del diritto d’opinione e del libero pensiero, fanno affermazioni scientificamente false e pericolose? O dei montaggi ad arte che fanno di un estratto manipolato di un’intervista di pochi minuti, inserita tra chi prima e dopo lo smentisce, quasi sempre senza nessun titolo per farlo? La comunicazione scientifica in televisione va preparata, con una scaletta ben precisa. Non si deve mai improvvisare. È importantissimo spiegare alla gente quello che non si sa, oppure quello che prima era conosciuto e che adesso sappiamo,  meglio ancora raccontare quanto prima nemmeno si sapeva di non sapere. Proprio come accaduto con la conoscenza della composizione dell’Universo ad oggi.  

Raccontare quel cambiamento di paradigma di cui parlava Kuhn, il cambiamento di modello che sta alla base di una spiegazione scientifica.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo (fonte web per gli schemi)

Un esempio, con riferimento all’immagine precedente. Con le informazioni a nostra disposizione fino a qualche decennio fa, furono messi insieme i frammenti, non solo fossili ma soprattutto di conoscenza, e in modo fin troppo facile fu ricostruita la storia dell’evoluzione che ha condotto fino a noi, in maniera lineare, progressiva, come avesse, cosa che al nostro cervello piace molto, un fine.

Oggi invece, all’aumentare delle conoscenze, la ricostruiamo come una filogenesi ramificata, un grande cespuglio pieno di specie di nuova scoperte, fino alla straordinaria scoperta della moderna paleoantropologia: fino a 40.000 anni fa su questo pianeta convivano cinque specie umane diverse e la nostra era solo una di queste.  

Il modello attuale, dove l’evoluzione è una ramificazione, un procedere per diversificazione, esplorando nicchie ecologiche diverse, muovendosi attraverso derive, spostamenti o associazioni deriva sempre da quel mosaico di frammenti illustrati in basso nella figura precedente, ma è un cambiamento di modello radicale che fornisce più informazioni, molto più ricco di quello lineare precedente, in grado di spiegare altre correlazioni, di generare nuove domande adatte a progredire, in poche parole, riducendo incertezza e ignoranza. Il progresso scientifico. Pur restando domande irrisolte, per fortuna.

Per chi volesse approfondire l’argomento oltre al post citato nel paragrafo precedente, può far riferimento a questo.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nel post precedente ho citato Popper. Vale la pena riprenderlo.

Il fondatore della filosofia della scienza diceva che esistono due tipi di ignoranza. Quella cattiva, quella che oggi regna sovrana sui social, impregnati di ignoranza criminale e prepotente, di chi crede di avere i numeri del sapere e spesso non sa nemmeno risolvere un semplice calcolo, di chi è pieno di certezze e quindi è un ignorante vero, nel senso che con tutte le sue supponenza e presunzione, non solo in definitiva non sa nulla ma contribuisce a rendere tossico e pericoloso il clima di disinformazione che si crea. 

In secondo luogo c’è invece l'ignoranza buona,  generativa come diceva Popper. L'ignoranza di chi sa di non sapere, come ebbe a dire Socrate migliaia di anni fa, e che quindi esercita il dubbio, pone e si pone domande, aggiunge dati, mette a confronto ipotesi ed è pronto a cambiare idea, aspetto fondamentale, perché un errore, un’anomalia, una difformità nei risultati di un esperimento, sono tutte cose che generano spesso nuove scoperte o suggeriscono nuove conoscenze.

Anche coloro i quali appartengono al mondo della scienza e soprattutto nel caso vogliano fare comunicazione scientifica devono evitare di mettersi dentro una bolla. Fortunatamente chi conosce veramente, ha in genere sempre voglia di condividerlo, un po’ a causa di una sorta di narcisismo benevolo e un po’ perché trattenere per se la conoscenza non ha molto senso, a meno che non si tratti di mettere a rischio segreti industriali o militari.

Ad aggravare l’aspetto negativo dell’ignoranza cattiva, nel nostro paese, ci si mette la situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso. Per quanto moltissime persone di scienza facciano attivamente divulgazione il numero di persone che frequentano eventi in qualche modo legati al mondo scientifico, come ad esempio i Festival della Scienza, la Giornata del Ricercatore, che vanno a vedere mostre o frequentano i musei, è tragicamente basso: meno di un milione di persone, più o meno sempre gli stessi.

Sono molto frequenti, infatti, i resoconti di eventi dedicati alla divulgazione che raccontano di come le persone presenti sono normalmente già perfettamente convinte di quello che si va raccontando, si va dunque predicando ai convertiti. Si parla ad una fetta di italiani che messi insieme non supererebbero lo sbarramento minimo necessario per fare un partito che possa essere rappresentato in Parlamento. 

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo – (Telmo Pievani rielaborazione)

Dopo la pandemia il filosofo della scienza Telmo Pievani ha raccolto in un libro una sorta di decalogo dei punti da seguire quando si fa divulgazione scientifica, per indicare soprattutto gli errori da non commettere mai. Ne riporto qui un breve estratto rimandando alla fine del post per chi volesse approfondire.

Comunicare i processi oltre che i contenuti è fondamentale, occorre far capire come si è arrivati ad ottenere determinati modelli, visioni del mondo, prodotti finiti o teorie consolidate, quasi come fosse un contrappasso a ciò che porta a smontare le fake news pezzo per pezzo per dimostrarne la falsità, come visto nel mio precedente post. Occorre fare sempre molta attenzione a fare delle previsioni che non siano sostenute da contenuti scientifici che godano di ampio consenso. «E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro» si dice abbia detto ironicamente Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica; anche se pare sia apocrifa questa affermazione apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto: ironicamente, è opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione stessa.

Attenzione quindi a dire che qualcosa è certo e soprattutto, quando si comunicano i contenuti scientifici ciò non va fatto usando argomenti d’autorità, è sempre controproducente; e nessun argomento va nascosto.

Ma la cosa fondamentale è spiegare cosa sia il consenso scientifico, un argomento molto complesso della filosofia della scienza, che ho cercato di raccontare in diversi post. Persino gli scienziati a volte faticano a capirlo completamente, o ad accettarlo su alcune evidenze che sono tali, come si dice, al di là di ogni ragionevole dubbio, quali ad esempio il cambiamento climatico attuale che ha origine antropica, che non c’è connessione alcuna tra i vaccini e l'autismo, che l'evoluzione è dovuta a un processo chiamato selezione naturale e a tanti altri ancora.

Affermare che su queste o altre posizioni c'è consenso scientifico significa che non si torna più indietro, un lungo lavoro di controllo reciproco delle evidenze, che porta a un risultato che assume l’aspetto di una sorta di pietra di fondamento a partire dalla quale poi si cerca altro, in definitiva la tesi su cui sono fondate le pubblicazioni scientifiche, dando per assodato qualcosa si procede da lì per indagare e capire dell’altro. Una conoscenza di sfondo, qualcosa che pur non essendo certezza assoluta, ha comunque un’altissima probabilità che sia certa, all’atto pratico come lo fosse. E a partire da questa ci si pone nuove domande che porteranno a nuove scoperte, che magari rimetteranno in discussione l’acquisito con una proporzionalità inversa tra grado di consenso e possibilità d’errore, in costante aggiornamento. Ecco perché il consenso scientifico va spiegato. A dimostrare inoltre che nella scienza non ci sono posizioni relative, non è vero che in qualsiasi momento chiunque possa mettere in discussione tutto ciò che è stato consolidato finora. Anzi, ironicamente l’argomento è utilizzato per sostenere il contrario, come quel paleontologo che disse «sono disposto a confutare la teoria dell’evoluzione se qualcuno mi trovasse un fossile di coniglio in rocce del precambriano…». Di questa assenza di relativismo ne ho scritto in questa serie di tre post.

Uno dei problemi principali nel fare divulgazione e comunicazione scientifica oggi è dato dal grandissimo cambiamento che c’è stato nella velocità di fruizione e di attenzione degli interlocutori: primo fra tutti l’incapacità di stare attenti per più di pochi minuti, le difficoltà nel leggere brani che siano più di una mezza paginetta. Ma siamo sicuri che vada assecondata?

Proprio per non sottostare a questo tipo di limiti vanno diffondendosi, e con successo, modelli di comunicazione basati anche su contenuti multimediali lunghi, anche di un’ora, che poi è la durata di una normale lezione.

Alcuni influencer scientifici di grandissimo successo, inoltre, lasciano un po’ perplessi. Danno spesso l’idea che vogliano comunicare più se stessi che non il contenuto scientifico. Persone che si presentano con strane acconciature, ad attrarre attenzione, che usano espressioni dialettali, ambientazioni strane ed un continuo raccomandare a mettere like, ad iscriversi ai canali, a sostenerli. La logica dei social lo richiede ma è compatibile con la comunicazione della scienza questa cosa per cui il divulgatore sopravvive solo se cliccato, se rilanciato, interruzioni pubblicitarie lucrative comprese?

Un divulgatore dovrebbe avere un aspetto istituzionale, occorre potersi fidare di quello che racconta, va distinto se lo fanno affinché ricevano questi like o perché c'è una storia scientifica importante da raccontare?

CC – BY 4.0 Javatpoint.com

E come vanno gestiti commenti totalmente anarchici che imperversano rispetto a chiunque stia sui social? Li banniamo tutti, li cancelliamo, blocchiamo le utenze? Non è democratico, direbbe più di qualcuno. Ne ho scritto nel post precedente: esiste la libertà di mentire?

Resta comunque intollerabile il fatto che un divulgatore serio impieghi tempo e fatica per produrre o scrivere qualcosa che riduca la nostra ignoranza, per farci comprendere cose che ci riguardano da vicino, e poi debba stare ore a perdere tempo, più di quel che ha impiegato a produrre i contenuti, a rispondere al primo idiota che passa, al provocatore, al troll, all’hater. Avete presente i commenti, tristemente maggioritari, di gente che frequenta pagine di divulgazione scientifica al solo scopo di negare persino l’evidenza, al solo scopo, come amo dire, di farsi insultare?

E che contributo dà alla correttezza della comunicazione scientifica rispondere a degli stolti ignoranti che fanno obiezioni prive di senso?

Dobbiamo proprio essere democratici fino a questo punto?

Non credo.

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

L’esistenza in parallelo di social e televisione ha creato una barriera apparentemente invalicabile. C’è chi si informa su entrambe le piattaforme e chi lo fa sull’una o sull’altra, con i più giovani e i giovanissimi con una spiccata preferenza per i social. Sempre che sia informazione ciò di cui fruiscono.

Si rischia, esempio paradossale, di andare in TV a raccontare che vivere fino a 100 anni non sia necessariamente un valore evolutivo, con i rischi di demenza, malattie croniche, problematiche sociali e così via, e si finisce per urtare la suscettibilità del pubblico televisivo che ascolta trasmissioni scientifiche e che, mediamente, è ultrasessantenne! Avete letto bene, ultrasessantenne.

Un difficile compito quello di mescolare linguaggi per non predicare ai convertiti, per fare in modo che cresca la fiducia, che va riposta nella scienza per molte ragioni, alcune delle quali diverse da quanto normalmente si pensa. Come ho avuto modo di dire in passato, è il processo di apprendimento continuo che caratterizza la scienza, la disamina collettiva e le trasformazioni che subisce nel tempo, che la rendono degna di fiducia più di qualsiasi altro ambito. Il confronto sui dati, l’evidenza empirica che genera il consenso intorno ai risultati che, comunque, sono rivedibili. E soprattutto un messaggio collettivo che arriva, espresso da qualcuno che parli a nome di autorità.

Purtroppo in Italia manca un’autorità centrale che parli a nome dell’intera comunità scientifica, come accade ad esempio in Gran Bretagna con la storica Royal Society inglese (la più antica istituzione del genere, fondata nel 1660, The President, Council, and Fellows of the Royal Society of London for Improving Natural Knowledge), e questo comporta spesso che ogni scienziato parli a titolo personale su temi complessi, con uno spettro di visioni differenti che genera confusione e sfiducia.

Tornando ancora una volta agli insegnamenti che dovremmo trarre dagli anni della pandemia, già allora furono condotte indagini da società specializzate nel monitoraggio della percezione pubblica della scienza, ed attestarono che la fiducia nei confronti della comunità scientifica si abbassava giorno dopo giorno, calando bruscamente tra il primo periodo di lockdown e il successivo, un anno dopo. Durante la primavera 2020 la popolazione guardava alla scienza e agli scienziati tutto sommato con fiducia e speranza, ma dopo dodici mesi prevalsero sfiducia e confusione. La causa stava nella contraddittorietà dei messaggi provenienti dalla comunità scientifica.

Confusione spesso alimentata in malafede, scienziati con visioni differenti, evidenziando più i disaccordi, che fa più spettacolo, che i punti di accordo: una scienza divisa, non porta che danni e disaffezione.

In diverse occasioni ho scritto che la politica deve ascoltare la scienza per valutare e prendere decisioni, assumendosene la responsabilità. Va preteso che i politici ascoltino la scienza, occorre deprecare l’insufficiente cultura scientifica media, soprattutto quella nostrana, insegnare di più la scienza fin dalle elementari. Una pandemia ha messo la scienza in prima pagina tutti i giorni per anni, dando agli scienziati l’occasione di spiegare la scienza e il suo metodo, con una platea mondiale a disposizione: ciò nonostante è stata sprecata, comunicando in modo sbagliato e scomposto, con risultati disastrosi e deleteri sulla percezione pubblica della scienza, soprattutto in Italia. Paese il nostro, forse assuefatto a certe situazioni, se si ripensa ad esempio anche a quanto accadde, in termini di comunicazione scientifica, nei mesi che precedettero il terremoto che colpì L’Aquila nel 2009.

La comunità scientifica dovrebbe riflettere sui suoi errori di comunicazione uscendo dalla bolla.

Vorrei concludere, utilizzando le parole di Piero Martin, per quanto riguarda infine i rapporti tra il mondo scientifico e quello mediatico e della pubblica opinione: relazioni molto delicate.

«[rapporto] Che non può e non deve essere evitato, ma sul quale c’è ancora molto da imparare, sia da un versante sia dall’altro. L’incontro tra scienziati e giornalisti avviene idealmente in cima a una collina, raggiunta con percorsi in salita da entrambi i lati. Se gli scienziati devono fare uno sforzo per rendere i loro risultati e punti di vista intelligibili alla pubblica opinione e quindi semplificare la loro narrazione, per i giornalisti la strada richiede fatica sull’altro versante, che è quello di lavorare per non banalizzare e riportare con rigore quanto appreso. Sicuramente c’è ancora parecchio da fare.»

Dieci errori di comunicazione della scienza che sarebbe meglio non rifare[1]

1) Non solo prodotti, ma processi

Quando si comunica la scienza non ci si deve limitare a sciorinare i risultati, i prodotti, i dati, i numeri. Sono essenziali, ma cambiano nel corso del tempo, si accumulano e vanno aggiornati. Ancor più importante è spiegare come si arriva a quei risultati, perché sono affidabili ed entro quali limiti. Bisogna raccontare anche i processi che hanno portato alla genesi di determinati risultati, e come questi processi siano stati validati.

2) Certezze pronte all’uso? No, grazie

La scienza ha da sempre a che fare con l'incertezza, con ipotesi esplicative più o meno probabili, sulla base del confronto con i dati in costante aggiornamento. Per arrivare a un consenso scientifico valido oltre ogni ragionevole dubbio, su una certa spiegazione, occorrono tempo e verifiche. Quindi le richieste fatte agli esperti, dai media e dalla politica, di fornire certezze pronte all'uso non vanno assecondate, persino in condizioni di emergenza e di urgenza sociale perché denotano una visione strumentale della scienza. Pur tuttavia, come scrivo nel paragrafo “Un esempio dal passato” di questo mio post, a volte prendere posizioni è davvero arduo.

3) Previsioni? No, grazie

Per motivi analoghi vanno respinte al mittente anche le richieste di fare previsioni scientifiche precise sull'andamento di un fenomeno, quando non si hanno dati a sufficienza, e soprattutto se la richiesta è motivata da ansia sociale o dalla fretta della politica di delegare ad altri le responsabilità delle decisioni. Al massimo è possibile fare delle proiezioni, dipingere scenari, cioè traiettorie possibili del sistema. I contenuti della scienza sono spesso controintuitivi soprattutto quando riguardano statistiche e probabilità. Occorre saper trovare la giusta narrazione senza semplificare troppo.

4) Le verità assolute le detengono i talebani

Gli scienziati che hanno la responsabilità di intervenire sui mezzi di comunicazione di massa non dovrebbero mai atteggiarsi a depositari della verità oggettiva, una volta per tutte, da elargire paternalisticamente al popolo;  devono invece spiegare le loro ragioni, argomentare, chiarire i meccanismi di un certo fenomeno, raccontare diverse ipotesi e scuole a confronto, senza nascondere, laddove ve ne siano, i margini di incertezza. Se un interlocutore punta a buttarla in caciara contestando i dati scientifici consolidati sulla base di sciocchezze senza fondamento, è inutile mettersi sullo stesso piano. L'interlocutore ideologicamente convinto non cambierà comunque idea, ma forse lo farà una parte del pubblico che sta assistendo. 

5) Quando si comunica, anche la postura conta

Imporre il proprio punto di vista sulla base di un argomento di autorità (io so’ io e voi nun sete un *****), oltre a non essere efficace in termini di convincimento, è in linea teorica una negazione del metodo scientifico stesso, che nasce proprio dal rifiuto di qualsiasi autorità precostituita. Far valere le proprie competenze oltre che l’asimmetria fra le proprie competenze quelle di altri interlocutori in un dibattito, è diverso che imporsi per autorità; nessuno nella scienza deve pretendere di avere ragione sulla base del proprio status, ma deve invece far prevalere le proprie idee mostrandone la validità e le evidenze a favore.

6) Il dissenso è il sale della scienza

Nella scienza qualsiasi dissenso va ascoltato, purché argomentato razionalmente e soprattutto se portatore di nuove evidenze empiriche, perché può contribuire alla critica e alla crescita della conoscenza. Quindi è bene, ove possibile, concedere il beneficio del dubbio, smontare a posteriori e non rifiutare a priori persino le obiezioni che già a prima vista appaiono prive di fondamento. Occorre mostrare apertura alla discussione razionale che rispetta lo spirito autentico dell'approccio scientifico.

7) Nessuno scienziato è onnisciente

Ogni scienziato, qualunque sia il suo ambito di studio, conosce bene il proprio campo di studi ed è mediamente ignorante su quello degli altri, soprattutto oggi che la ricerca scientifica ha migliaia di diramazioni e specializzazioni. Inoltre, come abbiamo visto, ci si accorge costantemente di quanto non si sapeva persino nel proprio campo. Il suo mestiere ha a che fare con l'ignoranza, un'ignoranza colta e generativa, cioè il sapere di non sapere da cui discende ogni impulso di ricerca. Quando si comunica occorre essere consci dei propri margini di ignoranza prima di dare degli ignoranti agli altri. Fare i tuttologi è pericoloso, soprattutto in quest'epoca in cui ogni nostro respiro sui media viene registrato e immortalato per sempre sulla rete. A fronte di una domanda giornalistica che non riguarda le proprie competenze rispondere non lo so, o chiedere di porla ad altri, non è una vergogna.

8) Nessun tabù

Nella comunicazione della scienza la trasparenza è un valore essenziale, non esistono argomenti da censurare preventivamente, per paura che non siano capiti. Ancora una volta la pandemia ci ha lasciato un insegnamento: sarebbe stato meglio fin dall'inizio raccontare all'opinione pubblica che i virus vengono normalmente ingegnerizzati e potenziati in laboratorio, spiegando che ciò viene fatto per studiare in anticipo le possibili mutazioni letali degli agenti patogeni, raccontando che su queste ricerche esiste anche un dibattito bioetico circa la loro opportunità e pericolosità. Il tutto proprio per far capire che in base alle evidenze, il virus Sars-CoV-2, ha un’origine del tutto naturale. Far capire all'opinione pubblica che non c'era nulla da nascondere pur ammettendo che alcuni scienziati continuano ad avere i loro dubbi personali sulle origini di questo virus. 

9) I dibattiti scientifici si fanno nelle sedi opportune

Le discussioni scientifiche, anche su temi controversi, seguono regole precise e codificate. Tali procedure per quanto imperfette sono le migliori disponibili per costruire un consenso intersoggettivo sui risultati della ricerca scientifica. Raramente una controversia scientifica è polarizzata attorno a due posizioni contrapposte, radicalmente distinte, quelle tanto amate dai conduttori televisivi. Di solito, nella scienza prevalgono le sfumature di interpretazione su dati condivisi, i dibattiti scientifici non possono essere simulati o scimmiottati o  ancor meno sintetizzati nei talk show televisivi, né sui social network, perché quelli sono contesti in cui vivono regole di dibattito differenti e incompatibili con la scienza. Sono contesti di discussione non sovrapponibili. Assistere ad un confronto tra scienziati, che notoriamente la pensano diversamente, invitati apposta sperando nella lite o nella sovrapposizione di voci, è fuorviante: così facendo sembra che scienza e politica siano in alternativa l'una all’altra o, peggio ancora, che la scienza sia divisa su tutto. Meglio rifiutarsi di partecipare.

10) Spiegare il consenso scientifico

È il punto più difficile, ma forse il più importante. Un dibattito che mette a confronto, uno contro uno, da un lato uno scienziato che rappresenta il consenso scientifico diffuso su un dato problema, e che quindi parla a nome di una comunità scientifica formata da centinaia se non migliaia di scienziati, e dall’altro uno scienziato eterodosso in preda a smanie di malinteso anticonformismo è, per definizione, fuorviante e ingannevole, perché sottende una rappresentazione inesatta delle posizioni in gioco. Quando si fa comunicazione della scienza sarebbe opportuno rimarcare sempre lo stato del consenso scientifico prevalente, su un certo argomento. Per questo è importante che nel dibattito pubblico, oltre ai punti di vista dei singoli scienziati, ci sia anche una voce istituzionale, autorevole, pubblica e indipendente, deputata ad informare i cittadini sullo stato dell'arte delle conoscenze scientifiche su un certo tema. La scienza non è opinionismo, e gli scienziati non devono mai parlare sempre e solo a titolo personale generando confusione nell'opinione pubblica. Non si tratta di ridurre la comunicazione ad una sola fonte né di censurare alcunché, cosa comunque impossibile nella comunità scientifica, ma di dare una rappresentazione istituzionale al consenso scientifico.



[1] Versione ridotta, rivista e aggiornata da “Comunicare la scienza dopo la pandemia: un decalogo”, di Telmo Pievani, 2021, Almanacco della Scienza in «MicroMega» 6/2021, pp. 133-141
[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.


13 dicembre 2024

Pseudoscienza, antiscienza e divulgazione scientifica. Non tutte le fake news sono uguali

Nei miei post mi è capitato spesso di avere a che fare con concetti sempre un po’ in ordine sparso, e che emergono direttamente o tra le righe degli argomenti esposti. Ricollegandoli a quanto andrò a trattare in questo dovrei esser riuscito a fare un po’ d’ordine, rimandando ad un successivo post una diretta conseguenza di queste considerazioni iniziali.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nella conclusione di un mio post passato, di argomento in apparenza slegato dai cambiamenti climatici, ricordavo come la mobilità animale, compresa la nostra, è da sempre stata la risposta adattativa ai cambiamenti ecologici e anzi, nella nostra specie, l’evoluzione culturale ci ha fornito i mezzi per affrontare climi ai quali non saremmo sopravvissuti: a spiegare e giustificare l’attuale migrazione in atto che vede coinvolte, secondo l’ONU, decine di milioni di persone in tutto il mondo. Argomento spinoso, dunque, che fa scattare barriere mentali e fisiche come i muri nel Texas. E il tutto conduce però ad aprire la porta ad un tema che è, giorno dopo giorno, sempre più presente: fare divulgazione scientifica può condurre a sentirsi accusare di eccesso di politically correct; persino la lotta al riscaldamento globale vede più di qualcuno che cerca di farla passare come un tema del genere.

Sul Corriere della Sera è recentemente comparso un interessante articolo proprio su questo pericolo: «La lotta al riscaldamento climatico è rimasta intrappolata nella categoria del ‘politicamente corretto’, verso la quale vi è una palpabile rivolta. Colpa anche degli eccessi e delle ingenuità dei sostenitori più accesi della transizione». Ma l’argomento è generalizzabile a molti e diversi aspetti della scienza. In altre parole, per paura di pestare qualche callo di troppo si modifica il linguaggio, si interviene sulla forma e non sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare nuove ipocrisie, e la paura di dover dire le cose come stanno, soprattutto di perdita d’immagine, la si percepisce anche in chi dovrebbe fare divulgazione seria distinguendo tra scienza e antiscienza!

Fare divulgazione scientifica è un compito difficile: richiede rigore, attenzione, cautela e precisione, soprattutto nella scelta delle parole; può creare trappole nelle quali non dobbiamo cadere. Un compito molto più difficile e delicato di quel che si pensi e quindi anche molto più importante.
L’esistenza di qualsiasi cosa, oggi come in passato, dipende dai nostri concetti, dai nostri dibattiti e dalle nostre negoziazioni: tutto ciò è basato sulle parole, quelle giuste, che esprimono tutto questo, modellando il nostro modo di comprendere il mondo e governando le azioni che ne scaturiscono. Le parole sono importanti. Lo ripeteva, anzi lo urlava, Nanni Moretti, seduto a bordo piscina in Palombella Rossa, fino a farlo diventare praticamente un mantra, una regola di vita. Importanti perché fanno esistere le cose. Le fanno comprendere, le rendono reali ed utilizzabili, solo nel momento e nel modo in cui le cose sono nominate. Da noi e dagli altri. Lo dicevano Heidegger, Wittgenstein, Pierce e tutti quei filosofi, poeti, scrittori che hanno mostrato come nelle parole e attraverso le parole, avvenga la ricerca e la creazione di noi stessi, degli altri, delle cose, e del mondo.

E sono le parole che consentono la condivisione con chi ci ascolta e che vanno arricchite per completare lo scenario, evitando coloro i quali propongono scorciatoie molto semplici, spesso molto persuasive e consolanti, di quelle che saltano subito evidenti e non necessitano di spiegazioni ulteriori, di un minimo di ragionamento: ovviamente false. Le fake news

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Dunque antiscienza e pseudoscienza, entrambe alimentate e da queste a loro volta nutrite dalle fake news. Queste ultime, come evidenziato nel titolo di questo post, non sono tutte uguali. Alcune, non meno gravi per quanto tutto sommato innocue, sono ciò che in filosofia della scienza è definito come antiscientifico, come quelle delle varie forme di negazionismo (non siamo mai stati sulla Luna è un classico) a quelle che negano apertamente un'evidenza scientifica, come il terrapiattismo, le teorie dei vari alieni manipolatori come quelli che, attraverso tecniche di genetica hanno dato il via all’evoluzione in una sorta di rivisitata versione della panspermia, falsa. Queste sono le frottole antiscientifiche, tutto sommato innocue.  Qualcuno le definirebbe come deliranti supercazzole.

Quelle decisamente pericolose sono invece le posizioni pseudoscientifiche, che riproducono o, meglio, tentano di farlo solo sul piano formale, il linguaggio e i criteri propri della scienza, ma che di scienza non hanno nulla, sono false, prive di contenuti autentici.

Normalmente entrambe le categorie sono sui social, online, e pur non mancando anche casi di editoria classica, è il mondo virtuale del web il loro ambiente naturale: niente censura, niente filtri, nessun controllo. Soprattutto per questo va posta maggior attenzione, perché le bugie pseudoscientifiche e gli atteggiamenti antiscientifici sono un sistema, non un bizzarro modo di porsi di qualche contestatore.

[ironia on] E mentre lo scrivo mi rendo conto di star agendo nello stesso mo(n)do. [ironia off]

Più volte sulle pagine di questo blog il famoso filosofo Karl Popper, probabilmente il fondatore della filosofia della scienza, è stato citato e si è raccontato qualcosa delle sue idee. Uno dei contributi più importanti e conosciuti è la sua visione della scienza, incentrata su una coppia di idee semplici, chiare e straordinarie.

Popper distingueva innanzi tutto la Scienza, con la S, dalla pseudoscienza appunto, qualcosa che si spaccia per scienza ma non lo è. Diciamo subito che per Popper la pseudoscienza non era necessariamente priva di significato ma comunque non considerabile come scienza: due esempi di pseudoscienza a lui cari erano la psicologia di Freud e la visione marxista della società e della storia. Sulla prima va detto che le critiche del filosofo nascevano dalla metodologia allora in uso nella psicanalisi, troppo legata al solo comportamento umano in risposta ad uno stimolo e priva di prove empiriche. Scienza purissima per Popper era d’altro canto il lavoro di Einstein. Ma a parte queste rare eccezioni, non del tutto condannate, pseudoscienza è sinonimo di falso. E pericoloso.

Richard Dawkins
Prendiamo ad esempio la teoria del cosiddetto Intelligent Design (Disegno Intelligente), sul cui contenuto il consenso della comunità scientifica è unanime: falso. Diffusissimo negli Stati Uniti, dove ha preso origine, molto meno da noi, vede in esso sostenitori che pur non negando direttamente l’evidenza scientifica a sostegno della teoria dell’evoluzione, riescono a mettere su una sorta di impalcatura formale che cerca di far passare un contenuto non scientifico come se lo fosse. Sono invece tematiche religiose, filosofiche, metafisiche, che negano tutto ciò che la scienza racconta da oltre un secolo e mezzo, chiamando in causa una sorta di progettista che avrebbe diretto l’evoluzione che quindi non sarebbe dovuta alla selezione naturale, al ruolo delle mutazioni.
(scusate la foto di Richard Dawkins, ma sono memorabili i suoi confronti con un arcivescovo di Westminster...a smontargli il disegno pezzo per pezzo!)

Coloro che costruiscono e mantengono argomentazioni pseudoscientifiche non sono degli sprovveduti, non sono dei buontemponi o degli inutili idioti come i terracazzari, come amo definire i terrapiattisti.

Ci sono siti sull’Intelligent Design, come questo nostrano (non fatevi abbindolare!), che sono bellissimi, fatti molto bene, curati nei dettagli e nelle grafiche, pieni di bellissime fotografie di animali e fossili, di argomentazioni geologiche, fisiche, chimiche, biologiche…ma se si va a scavare nel contenuto cancellando la sovrastruttura formale, ci si accorge che il loro scopo è condurti dentro la loro spiegazione, e sono bravissimi nel farlo, al punto che se si è privi degli strumenti critici la loro persuasività miete vittime facilmente.

Tutto ciò vale per qualsiasi argomento falso, come i diversivi pseudoscientifici che negano il cambiamento climatico, e molto altro ancora. A tale proposito, l’amico Aldo Piombino, ha recentemente scritto un bel post su coloro i quali ha definito molto tempo fa, con sagacia, climascettici. I dati sul riscaldamento globale sono da tempo inequivocabili e inattaccabili, ed allora costoro stanno passando dal negarli alla pura disinformazione. Ed ecco la pericolosità. Anche gruppi di stampo complottista o di estrema destra condividono il climascetticismo, ed a tale scopo hanno messo in pratica la loro abilità nel produrre disinformazione, tipico di qualsiasi pseudoscienza, proprio come la propaganda e le tecniche di denigrazione sono da sempre state usate dai regimi totalitari.

Le fake news quindi, lo ripetiamo, non sono tutte uguali.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

Mettendo da parte la volontà o la necessità di non interagire più di tanto a contrastare le fake news che sono state definite innocue, buttate lì da gente che ha tempo da perdere, come reagire invece a quelle che pretendono di decidere sul comportamento sociale? Vaccini, alimentazione, cure alternative, persino sul cambiamento climatico, inondando la società di fesserie su robaccia come misteriose tecniche di manipolazione climatica, a cominciare dal ricchissimo filone delle cosiddette scie chimiche. Tutto ciò, soprattutto per i primi tre esempi, può nuocere gravemente alla salute altrui. E per restare in tema amo sempre ricordare come, il negazionismo portato avanti per decenni, scientemente e deliberatamente, dalle aziende produttrici di tabacco, abbia direttamente e indirettamente provocato milioni di morti per cancro in tutto il mondo e un numero ancora più alto di disabilità di varia natura, con aggravio incalcolabile della spesa sanitaria nazionale. E quanti quelli imputabili al negazionismo ambientale sui danni da inquinamento della grande industria, al negazionismo ambientale delle cosiddette Big Oil?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Allo scopo di arginare la marea crescente molti gestori dei social si sono impegnati a filtrare e cancellare i contenuti palesemente falsi e pericolosi, ma il lavoro è enorme ed inefficace, eseguito per lo più da fallaci algoritmi automatici. Le segnalazioni dirette sono pochissime e spesso prive di seguito e accompagnate da un laconico messaggio «il contenuto non viola i nostri standard»…Il che mi ricorda una studentessa al suo esame di maturità, che scrisse sul tema, a carattere scientifico, una marea di clamorose fesserie…ma mi dissero che meritava un bel voto, perché scritto in italiano grammaticalmente e sintatticamente ineccepibile.

Qualcuno ha parlato di ricorso a sanzioni per le fake news costruite ad arte. Apriti cielo!

Qui da noi, in Italia, la tematica è tabù, non se ne può nemmeno discutere senza essere accusati di offesa alla libertà di espressione. Ma cos’è oggi la libertà di espressione? Considerando che la scienza non è democratica, semmai datocraticanon c’è nulla di più ostinato di un dato», Bulgakov) è libertà di espressione la licenza di mentire? È diritto d’opinione la licenza di offendere gli altri fino a minacciarli di morte?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

I padri fondatori del liberalismoJohn Stuart Mill, John Locke e il già citato Karl Popper, coloro che hanno fondato l'idea di libertà, in nessuna delle loro opere rendono la libertà priva di ambiti. La libertà di espressione, come tutte le libertà, non potrà mai essere assoluta e incontra dei limiti ben precisi: quando la propria libertà minaccia la salute degli altri in una situazione di contagio non è libertà, non c’è libertà di mentire.  Ma oggi nel dibattito pubblico, e soprattutto negli Stati Uniti, espertissimi in esportazione della loro libertà a scapito di quella altrui, ci si è dimenticati degli insegnamenti ricevuti. E tutto ciò porta, come danno sociale da evitare, a conseguenze paradossali e catastrofiche. Come quella che recentemente ha visto migliaia di abitanti del Nord Carolina che, dopo l’uragano Milton, a seguito anche della diffusione deliberata di menzogne, rifiutare gli aiuti governativi che sono arrivati successivamente, perché credevano a teorie cospirazioniste secondo le quali l'uragano era stato iniettato, prodotto da una sorta di stato sommerso ed eversivo, con il solito Soros di mezzo.

Le teorie complottiste quindi, che alimentano la negazione, ecco che escono dal mondo virtuale e arrivano a condizionare i comportamenti delle persone.

Va urgentemente trovato un modo di combatterle efficacemente, ed il compito è arduo. Difficile perché le fake news hanno molte concause loro alleate: fragilità educativa, scarsa attenzione all'evidenza dei fatti, risentimento, sfiducia generalizzata di una parte della popolazione nelle istituzioni, ed anche la scienza è, giustamente, percepita come un'istituzione; nel nostro paese il tutto è aggravato da una situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e da un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Le fake news inoltre sono costruite in modo tale da essere convincenti, sono realizzate tutte affinché abbiano un certo grado di finalismo (ne ho scritto ampiamente in una serie di tre post): sono strutturate e fatte allo scopo di indurci a credere, alimentando la nostra naturale propensione a farlo, in concetti quali quelli legati alla volontà del mondo scientifico di tenerci all’oscuro ora di questo, ora di quello, allo scopo (il fine…) di mantenere uno status quo di oppressione della minoranza. Parafrasando un bel libro siamo nati per credere, con una mente che produce sistemi di credenze per auto-consolarsi ed evitare contenuti controintuitivi, argomenti da razionalizzare con difficoltà, con un processo logico complicato. Cade un fulmine e incenerisce un malcapitato? Era una punizione divina, ovvio.

È paradossale ma ci sono persone disposte ad accettare senza batter ciglio le stranezze della meccanica quantistica (niente di più controintuitivo al mondo!), la teoria della relatività di Einstein, ma che assumono, spesso per imitazione, posizioni scettiche, anche radicali, su altri settori della scienza, soprattutto quelli che riguardano da vicino il genere umano. Non faccio fatica a pensare che le numerose aggressioni al personale medico e paramedico siano conseguenze estreme del negazionismo, delle menzogne, delle fake news insomma. Dell'ignoranza popperiana citata.

Per spiegare l’evoluzione e la biodiversità cosa c’è di meglio di un progetto divino o di una misteriosa tecnologia aliena al posto di complicate e noiosissime nozioni di statistica, di cose invisibili come il DNA, della struttura delle proteine? Tutte cose che vanno in qualche modo fatte vedere a chi ci ascolta.

E questa è un’ulteriore difficoltà, aggravata dall’essere ormai immersi in questo mondo delle fake news, delle scorciatoie semplificatorie e persuasive, al punto che oggi ha una sua nicchia ecologica perfetta qual è il web, dove è saltata del tutto una serie di controlli, dove a chiunque scriva non viene chiesto di presentare un documento quando esprime commenti osceni, offensivi, persino violenti; dove l’autore o l’autrice di un’affermazione qualsiasi spacciata per scientifica, nel falso ed ipocrita diritto d’opinione, può scrivere qualsiasi cosa senza dover presentare, come accade nella comunità scientifica, le credenziali corrette e la validazione indipendente. Tutti chiusi in bolle di autoconferma e in un mondo che oggi viene definito, non a caso, tribalismo digitale, il luogo delle bolle informative che ci rinchiudono dentro un’unica visione del mondo; l’ambiente dove prendono forma i discorsi d’odio; il contesto in cui circolano teorie cospiratorie; il frame formale che rimanda ad un frame informale, il dark web, dove proliferano illegalismi di ogni genere.

Con il cervello chiuso in una sfera così tecnologica a cercare di nuovo la sua vecchia tribù, la piccola comunità di quelli che la pensano tutti come te e che continuano a confermare i tuoi pregiudizi, che continuano a dire che hai ragione e non ti danno mai torto.  Le tribù, ancorché digitali, sono tornate, ognuna di esse chiusa in un’esclusiva camera dell’eco che rilancia e amplifica, proprio come farebbe una cassa di risonanza, ogni singola parola; selezionando e dando credito solo alle informazioni che sostengono le loro opinioni, ignorando quelle contrarie o sostenendo che la prova contraria sia falsa, o assegnando alle prove ambigue valore di sostegno indiscutibile alle loro teorie esistenti. Circoli esclusivi di persone a cui nuove informazioni, invece di cambiare le loro errate convinzioni (in modo più o meno doloroso), hanno l'effetto di renderle ancor più solide. Tutte cose studiate e catalogate da scienziati e sociologi, bias di conferma, backfire effect e altro ancora. I temi prediletti di queste bolle? Vaccini, cambiamento climatico, evoluzione, alimentazione, prevenzione, virus ingegnerizzati, clima ingegnerizzato…che ve lo dico a fare?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Ecco perché ogni qual volta viene proposto un contenuto antiscientifico o pseudoscientifico, o semplicemente si deve ribattere una fake news, non basta semplicemente smentirla, affermarne la falsità o l’errore, mostrare grafici e dati, chiamare in causa il consenso della comunità scientifica, ribadire il ribadito. Tutto questo non basta e si rischia di generare polarizzazione, convincendone qualcuno ma lasciando molti altri ancor più radicalizzati e contro. Le fake news non vanno soltanto smentite, vanno smontate, pezzo per pezzo, spiegando come sono costruite, quali sono i loro trucchi, quali i modi per identificarne velocemente la fallacia. A cominciare dai giovanissimi perché crescano preparati a proteggersi dalla menzogna deliberata. È dimostrato che le tecniche cosiddette di rebuttal, di confutazione dei contenuti social menzogneri, riescono a mitigare l’influenza del negazionista della scienza.

È un lavoro arduo e complesso, ma occorre fornire gli antidoti. Non basta dire è falso, come in un processo penale la difesa non si limita ad affermare la falsità dell’accusa, ma la smonta e la ricostruisce, con tenacia e pazienza, fino a dimostrarlo inequivocabilmente. E anche se in termini assoluti si potranno convincere una minoranza sarà comunque una vittoria del metodo scientifico. Pur rischiando di predicare ai convertiti. 
Ma, ad evitare che anche il mondo scientifico abbia una sua personalissima bolla, questa è una storia che vedremo in un prossimo post

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

14 luglio 2024

Confutazione dei luoghi comuni sulla scienza – Secondo e terzo

Ultimo dei tre post della serie. Qui il primo e il secondo.

Comprensione

Comprendere o capire qualcosa. Qual è il suo significato? Per un primo tentativo di risposta rivolgiamoci all’etimologia della parola, che si riferisce all’atto concreto di prendere, afferrare, impossessarsi (dal latino capere). Non a caso «afferrare» è un sinonimo di capire, così come quando non riusciamo a com-prendere qualcosa, con un’idea concreta di prendere in mano, diciamo anche che «ci sfugge». E che dire allora, dell’inglese to see usato sia per «vedere» che per «capire»?

E sono le spiegazioni le azioni o i processi che contribuiscono sia al nostro bisogno di controllare il mondo esterno nel modo più efficace possibile, predicendone in parte il corso, sia contemporaneamente a comprenderlo. Qualcuno ha detto che spiegare è trovare l’identico nel diverso, in un processo che unifica le cause comuni.

Né colpa verso se stessi né ostilità verso altri muovono il nostro tentativo di spiegare scientificamente il mondo naturale, ma solo il desiderio nobilissimo e fine a se stesso di capire perché «le cose sono come sono».

Argomenti questi trattati approfonditamente nel primo e nel secondo di questa serie. In quest’ultimo, considerando definitivamente confutato il primo luogo comune (la scienza è al massimo in grado di spiegare il come e il cosa dei fenomeni, ma non il perché), se qualcuno si ostinasse a volerlo difendere dovrebbe necessariamente ridurne la portata, introducendoci al secondo luogo comune (la scienza non spiega tutto).


Cercheremo quindi di capire come questo secondo luogo comune, usato per lo più in modo polemico e antiscientifico, per sminuire il valore della scienza, diventa invece uno dei punti di forza di questa.

clip_image002Se spiegare implica il ricorso a leggi o meccanismi causali prossimi o remoti che siano, e se i fenomeni delle scienze storiche e sociali o di quelle economiche non fossero inquadrabili in leggi o in tali meccanismi le conclusioni appaiono entrambe problematiche: i fenomeni storico-sociali non sono spiegabili o, per dirla in altro modo, nelle scienze umane la spiegazione non è consentita, oppure, che tali fenomeni sono sottratti dalle tecniche esplicative che valgono nelle scienze naturali. E perché mai non dovrebbe essere possibile trattare qualsiasi cosa con il metodo scientifico?

Spiegazione

Insomma i difensori del primo luogo comune sarebbero costretti ad ammettere che, se pure le scienze naturali spiegano tipi di eventi in base a leggi o meccanismi causali, quelle umane non sono passibili di spiegazioni di questo tipo perché hanno come scopo la comprensione o l’interpretazione di eventi o fatti individuali e irripetibili. Il termine interpretazione introduce subito soggettività, quindi relatività, cose poco affini con l’indagine scientifica.

Domanda: esiste una sorta di confine tra scienze naturali e scienze umane, secondo il quale le scienze umane avrebbero una loro autonomia metodologica rispetto a quelle naturali, perché tutt’al più interpretano e comprendono identificandosi con il loro oggetto di studio, anziché spiegare? Ma questo è un corollario del secondo luogo comune, che appunto le scienze non spiegano tutto.

Ovviamente, sapendo che compito principale dello storico è individuare le cause dei processi storici, la tesi procedente non implica affermare che i fenomeni umani o storico-sociali non siano spiegabili affatto.

Come affermato nell’introduzione spiegare innanzi tutto significa comprendere, e una comprensione dei fenomeni la si ottiene semplicemente rispondere ad un «perché?» e quindi non è giustificabile porre una differenza tra spiegare e comprendere o interpretare.

clip_image004Anche fosse vero che la nozione di spiegazione scientifica non può applicarsi alle discipline umane-sociali, o perché le scienze umane sono sottratte al metodo scientifico, non sarebbe comunque consentito di sostenere il luogo comune che la scienza non spiega tutto. Che sia il libro della natura o un passo di un antico manoscritto da interpretare si tratta in ogni caso di cercare di risolvere un problema attraverso una teoria, che poi verrà sottoposta a critica per vedere se regge alla prova dei fatti e se è coerente con le altre teorie o ipotesi considerate già accettate.

Qualcuno osserverà che il fatto che si possa sperimentare nelle scienze naturali e non in quelle storico-sociali rende i due ambiti di ricerca diversi; ma non è forse vero che ci sono ambiti scientifici dove ci si deve accontentare solo di osservazioni e non è possibile effettuare esperimenti diretti, quali l’astronomia per esempio? E forse che la biologia evoluzionistica o la cosmologia non studiano fenomeni storici unici e irripetibili? E ancora, la teoria geologica della tettonica a placche, che ha a corollario numerose evidenze, non è forse basata su altre asserzioni teoriche riguardanti lo stato della materia della e sotto la crosta terrestre? E infine, proprio la fisica viene in soccorso alla validità del metodo anche per le scienze umane e sociali, affermando che le spiegazioni scientifiche non implicano necessariamente l’inquadramento sotto leggi di natura di copertura. Lo stesso Einstein sosteneva che «nessun cammino logico conduce a queste leggi elementari: solo l’intuizione che si fonda sulla immedesimazione con l’esperienza ci può condurre ad esso». I famosi Gedankenexperiment del grande fisico tedesco.

image

Nello spiegare, (si veda il post precedente), il perché della pioggia o la spiegazione funzionale dei riflessi pupillari, non abbiamo introdotto leggi, e benché in quest’ultimo caso esistono leggi elettro-chimiche precise legate alla contrazione dei muscoli, conoscerle non è affatto necessario per comprendere il fenomeno. Ovvio che in un contesto scientifico la parola «causa» presuppone l’esistenza di regolarità, ma la loro conoscenza non è necessaria per la comprensione dei fenomeni.

Così come, al contrario, la presenza di leggi non basta per una spiegazione. Nel caso della diffusione dei diversi tipi di luce è vero che la legge di Rayleigh, premessa che governa il fenomeno dello scattering, ci fa immediatamente capire che la luce blu è mediamente diffusa 12 volte più di quella rossa – (1/7604)/(1/3904) ≈ 12, dove 390 e 760 sono i valori delle lunghezze d’onda espresse in nanometri – ma senza una conoscenza adeguata del meccanismo causale di diffusione, non capiremmo perché ciò avviene.

È più importante capire che luce con lunghezza d’onda minore interagisce di più con le molecole di azoto e ossigeno e viene «sparpagliato» dappertutto, a differenza di quella rossa, con lunghezza d’onda maggiore che passa pressoché indisturbata. È questo il fenomeno che genera comprensione, la deduzione di una legge da sola non basta.

La scienza spiega, senza poter spiegare tutto.

Si può comprendere qualitativamente, così come è stato fatto per le interazioni delle diverse lunghezze d’onda con le componenti dell’atmosfera in analogia all’onda del mare con gli scogli, usata nel post precedente. Ma la comprensione quantitativa delle leggi non è sempre possibile, perché non sempre è possibile derivarle da altre leggi. Perché esiste una proporzionalità con la quarta potenza della lunghezza d’onda e non con la terza? Potrebbe semplicemente essere un fatto bruto (così si definiscono le cose che non possono essere spiegate, e qui potremmo aprire, ma non lo faremo, un dibattito sul perché alcune costanti fondamentali di natura hanno i valori che hanno…). Oppure un de facto, per ora non possiamo spiegarlo, o ancora un de iure, inspiegabile in linea di principio. Lo stesso potremmo fare con la legge di Newton della gravitazione: perché la forza diminuisce col quadrato e non come il cubo della distanza?

La scienza fornisce comprensione, anche se questa è limitata; ma non si può dire che finché non si è compreso tutto non si è compreso nulla.

Non esiste una teoria del tutto

clip_image008Usare il secondo luogo comune per difendere il primo non ha senso: se per comprendere un fenomeno come il congelamento dell’acqua dovessimo ogni volta comprendere la natura delle forze di coesione molecolare quando questa cambia di stato ma, al tempo stesso dovessimo retrocedere di perché in perché o di causa in causa, arrivare alla domanda delle domande, perché esiste l’universo, perché c’è qualcosa piuttosto che nulla, non comprenderemmo mai nulla e l’apprendimento sarebbe impossibile, in un riduzionismo inutile.

Non siamo onniscienti, e quindi esistono limiti alla spiegabilità della natura, il che prova la nostra finitezza cognitiva. Ovvio che un determinato momento storico l’insieme dei fatti e di tutte le leggi esistenti è solo un piccolo sottoinsieme, ma potrebbero esistere anche fatti non spiegabili in linea di principio, a rendere difficile la vita ai sostenitori di un’eventuale teoria fisica del tutto, che ogni tanto riaffiora. Come spiegare le condizioni iniziali dell’Universo se queste sono la base per spiegare ciò che accadde dopo? Come spiegare la coscienza se per farlo altro non abbiamo che il nostro essere coscienti?

Privo di finalità polemiche, il luogo comune in base al quale la scienza non può spiegare tutto, è corretto, ed è uno dei suoi principi cardine.

Scire est scire per causas. Il terzo luogo comune
Conoscere è conoscere attraverso le cause. Se proviamo a spiegare, rivolgendoci alla scienza, ciò che maggiormente ci preme e ci interessa, della serie perché c’è vita, chi siamo, perché esistiamo, perché c’è qualcosa e non il nulla, questa non dà risposte e non spiega niente. Il secondo luogo comune dice che la scienza spiega qualche cosa ma non tutto, e questo tutto implica che la scienza non può nemmeno aspirare a spiegare o arrivare a sfiorare le domande che perché noi contano di più (noi?).

clip_image010Come abbiamo visto, se spiegare è rispondere a una domanda «perché?» dobbiamo innanzi tutto notare che i nostri «perché?» possono assumere significati diversi. Finora sembra siano stati tutti del tipo «a quale scopo?», ma già Aristotele aveva capito che non tutti i perché sottendono la ricerca della stessa causa.

La causa materiale
Innanzi tutto, diceva l’antico filosofo, c’è una causa materiale, che risponde alle domande che chiamano in causa la costituzione di un oggetto. Di cosa è fatto un certo ente fisico o un certo corpo? Reinterpretando il tutto in linguaggio contemporaneo sappiamo che la natura microscopica di un corpo spesso causa le sue proprietà macroscopiche: sappiamo ad esempio che la flessibilità di un filo di rame dipende dalla natura degli atomi di cui è composto e dalle loro interazioni. La meccanica quantistica ha aperto un mondo vastissimo nello stabilire collegamenti tra il mondo invisibile e ciò che appare. Estremizzando, anche il fenotipo di un essere vivente, ciò che appare, dipende dalla composizione microscopica del DNA, del codice genetico di cui è fatto.


La causa formale

clip_image011Aristotele avrebbe detto che se la causa materiale di una statua è il marmo di cui è fatta, la sua causa formale è la forma che ha, la sua…statuità. Un insieme di fenomeni potrà quindi, più modernamente, assumere la forma di un loro modello matematico ad essi riferito, un insieme di leggi che valgono perfettamente solo nel modello. La forma di una molla è condivisa da qualunque sistema meccanico reale rappresentabile da un modello matematico in cui esiste una forza di richiamo direttamente proporzionale alla distanza dal punto di equilibrio. I termini moderni della causa formale di cui parlava Aristotele sono quindi un modello definito da un’equazione matematica che descrive i rapporti tra le grandezze del fenomeno che sono importanti ai fini descrittivi, grandezze che definiscono in modo essenziale il modello matematico stesso. F=-kx è la forma matematica della molla, e una molla reale sarà spiegabile in quanto si avvicina alla forma matematica ideale dell’equazione (per una molla priva di attrito F, la forza di richiamo, k una costante di elasticità che dipende dal materiale e dal tipo di molla, x la distanza dal punto di equilibrio, per una molla a riposo x=0).

La causa efficiente
«Qual è la causa che muove ciò che è mosso?» oppure «Qual è la causa di ciò che è stato fatto e che contiene movimento?» si chiedeva Aristotele nel suo terzo «perché?».

La scienza moderna, dopo la causa materiale, ha conservato questo tipo di causa nella sua metodologia, nel senso che la parola «causa» ha nel linguaggio comune: «perché X si muove?», rimandando al meccanismo nascosto che è responsabile dell’evento da spiegare. Ma ciò vale anche per il batterio che causa la peste, è proprio la causa efficiente della malattia, o l’urto delle molecole sulle pareti interne del recipiente che lo contiene ci fa comprendere la causa efficiente della pressione o, per dirla con Aristotele, «causa di ciò che è stato fatto». Anche se la parola causa non interviene direttamente nel linguaggio della fisica contemporanea, quello in cui le teorie fisiche vengono scritte, è parte insostituibile del linguaggio descrittivo ed esplicativo in cui la teoria viene applicata. La causa efficiente ha infine spesso generato equivoci e scorrette interpretazioni nella teoria biologica dell’evoluzione, perché associata a finalismi o cause metafisiche di vario tipo.

clip_image013

La causa finale

clip_image015L’uomo ha un atteggiamento teleologico nei confronti di moltissimi aspetti di ciò che osserva del mondo in cui vive. Uno dei «perché?» fondamentali è quindi, ancora con Aristotele, «a quale scopo?». E tutte le quattro cause degli altrettanti «perché?» erano di fondamentale importanza per il filosofo.

La causa finale per Aristotele è successiva all’effetto: è la salute che consente la passeggiata, ciò che la spiega. La causa qui è sinonimo di spiegazione: il fine della passeggiata è la salute, che per noi è un suo effetto. Ma tendiamo a rovesciare l’ordine esplicativo. Il precedente desiderio di star bene causa la passeggiata, che ha poi, come suo effetto successivo, la salute.

La causa finale è ormai definitivamente abbandonata, prima dal meccanicismo del XVII secolo, poi dalla scienza successiva. In particolare poi, darwinismo e neodarwinismo, corroborati dalla genetica molecolare, spiegano un certo grado di finalità nella natura per mezzo di un’azione combinata di caso e necessità.

Confutazione del terzo luogo comune

clip_image017Le spiegazioni che stanno a cuore ai sostenitori di questo luogo comune sono proprio quelle finalistiche, quelle che vanno alla ricerca di una causa finale, ultima, sollevando argomenti che sembrano rendere corretto anche il terzo luogo comune, come il secondo.

La scienza non ha a che fare con i fini, che sono soggettivi, umani, antropomorfici. Per dirla con le parole di un premio Nobel per la fisica, Steven Weinberg, autore del bellissimo libro “I primi tre minuti”, «quanto più l’Universo ci appare comprensibile, quanto più ci appare senza scopo», ed era il 1977 quando lo scriveva.

La scienza non potrà mai fornire risposta alle nostre esigenze di trovare un senso o un significato alla vita, o meglio, di dare risposta proprio a quei significati. Se la domanda «perché?» solleva le domande tipiche del terzo luogo comune ecco che mostra ambiguità. Allora la scienza ha solo due modi per affrontare, risolvere o dissolvere le domande che cercano le «cause finali»: o mettendo in luce che la domanda ha dei presupposti errati o evidenziando il meccanismo evolutivo che genera un qualche tipo di finalità nell’organismo vivente in questione.

Non è vero che la scienza non spieghi i perché che alludono a cause finali; spiega le ragioni delle nostre azioni identificandole con cause o meccanismi precisi. Il desiderio di bere, causato da precisi meccanismi fisiologici che coinvolgono l’ipotalamo, le mucose della bocca ed altro ancora, sono causa (efficiente) della sensazione della sete, la quale ci spinge ad agire per soddisfare il desiderio. Alla ricerca delle cause finali in questo caso le ragioni di un’azione sono identiche alle cause efficienti e materiali che ci portano in cucina ad aprire un rubinetto.

Se invece cerchiamo cause finali non riferite alle intenzioni di esser capaci di pianificare, la scienza dissolve le domande: quale sia lo «scopo» o il «senso» di un’epidemia o di un terremoto non avrà mai risposta perché la domanda è completamente priva di presupposti corretti, o meglio, si presuppone che dietro il fenomeno naturale ci sia il piano di un essere cosciente che usa il fenomeno come strumento o un mezzo per raggiungere un suo scopo, quale ad esempio la nostra punizione. Se esistesse un essere del genere, in grado di controllare uragani e pestilenze, la richiesta di causa finale sarebbe lecita; ma non esiste, e quindi tale richiesta è del tutto illegittima.

clip_image019E, per motivi analoghi, per assurdo se la vita non fosse il frutto di un disegno intelligente, di un essere onnipotente, ma si fosse originata per caso (ci sono alcuni miei post in proposito), sarebbero illegittime domande come «Qual è lo scopo della vita?» o «A quale scopo esistiamo?», perché presupponente un fatto non esistente, come chiedere ad un figlio unico perché ha picchiato sua sorella. E, ad oggi, la scienza, la più ragionevole delle ipotesi che ci propone sull’evoluzione delle specie esclude la presenza di un progetto o di un disegno intelligente. E probabilmente, in meno tempo del previsto, la scienza sarà in grado di fornire risposte sull’origine della vita (si vedano i post già citati).

Ricordo che la scienza moderna ha pochi secoli di vita e il fatto che la scienza non spieghi quel che tutti noi o alcuni di noi vorrebbero spiegasse non implica che essa dovrebbe spiegare proprio queste cose; in assenza di un disegno intelligente, la ricerca di cause finali nell’evoluzione biologica sarebbe puramente illusoria. E a quanto sappiamo, l’evoluzione non mostra presenza di disegno intelligente, ma solo di modifiche casuali del patrimonio genetico e di necessità, per parafrasare Jacques Monod, che nel suo splendido saggio “Il caso e la necessità”, del 1970, scrive la sintesi perfetta di quanto meravigliosa possa essere la consapevolezza della nostra responsabilità e la grande umiltà che deve darci la consapevolezza dell’unicità e della preziosità della Vita.

«La probabilità a priori che, fra tutti gli avvenimenti possibili dell’universo, se ne verifichi uno in particolare è quasi nulla. Eppure l’universo esiste; bisogna dunque che si producano in esso certi eventi la cui probabilità (prima dell’evento) era minima. Al momento attuale non abbiamo alcun diritto di affermare, né di negare, che la vita sia apparsa una sola volta sulla Terra e che, di conseguenza, prima che essa comparisse le sue possibilità di esistenza erano pressoché nulle.

Quest’idea non solo non piace ai biologi in quanto uomini di scienza, ma urta anche contro la nostra tendenza a credere che ogni cosa reale nell’universo sia sempre stata necessaria, e da sempre. Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del destino. La scienza moderna ignora ogni immanenza. Il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il nostro non lo era prima della comparsa della specie umana, la sola specie dell’universo capace di realizzare un sistema logico di combinazione simbolica. Altro avvenimento unico che dovrebbe, proprio per questo, trattenerci da ogni forma di antropocentrismo. Se esso è stato veramente unico, come forse lo è stata la comparsa della vita stessa, ciò dipende dal fatto che prima di manifestarsi, le sue possibilità erano quasi nulle. L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?»

E ancora:

«L'antica alleanza è infranta; l'uomo finalmente sa di essere solo nell'immensità indifferente dell'Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno e le tenebre.»

La domanda fondamentale della metafisica
Veloce e scherzosa dimostrazione del perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla, per gente moderna e parecchio impegnata.

«Supponiamo che non ci sia nulla.
Se non ci fosse nulla non esisterebbero le leggi: le leggi, in fin dei conti, sono qualcosa.
Se non ci fossero leggi, tutto sarebbe lecito.
Se tutto fosse lecito, nulla sarebbe proibito.
Quindi, se non ci fosse nulla, nulla sarebbe proibito.

  E dunque, se “nulla” è proibito, dev’esserci qualcosa.
CVD
»

Estratto da “Perché il mondo esiste” di Jim Holt.

La domanda fondamentale per il famoso filosofo Heidegger. Perché c’è qualcosa invece del nulla? Ancora una volta la domanda appare illegittima. In assenza di evidenza per un’ipotesi creazionistica sull’Universo, potrebbe essere illusorio pensare che l’«essere» abbia una finalità o un senso, soprattutto in vista del fatto che l’Universo è composto in prevalenza di idrogeno e, in misura minore di elio. La presupposizione è falsa e la domanda non ha senso quindi.

clip_image021Ma se cerchiamo spiegazioni non finalistiche, considerando soprattutto che ad oggi conosciamo appena il cinque percento di ciò che effettivamente costituisce l’Universo (le cosiddette materia ed energia oscure sono ancora…oscure!), non possiamo escludere che progressi importanti nella cosmologia ci condurranno presto, o quanto meno sempre più vicino, ad una risposta. E la cosa si fa molto interessante sapendo che per i fisici il vuoto, l’unico conosciuto, quello quantistico, è pieno di eventi interessanti, e non ha assolutamente nulla a che fare con il vuoto metafisico, quel horror vacui di cui avevano il terrore gli antichi tanto che Aristotele, sempre lui, soleva dire «natura abhorret a vacuo».

A quanto pare la domanda fondamentale della metafisica rimarrà inevasa sia dalla scienza che dalla filosofia, perché non esiste possibile risposta. Qualsiasi fattore introdotto per spiegare perché c’è qualcosa piuttosto che niente sarò esso stesso parte del qualcosa che deve essere spiegato, cosicché esso (o qualsiasi cosa lo utilizzi) non potrà spiegare tutto di quel qualcosa.

Non è un limite della scienza il non poter rispondere a domande di questo tipo, ma una conseguenza del modo in cui funziona qualunque tipo di spiegazione: dal nulla non si può generare nulla e l’ipotesi di un creatore che crei il mondo dal nulla pone il problema dell’origine del creatore, o del perché il creatore sia increato.

E infine, che vuol dire rispondere a «ciò che più conta per noi» del terzo luogo comune? Per alcuni potrebbe non essere così centrale cercare di capire perché c’è qualcosa invece che nulla e avere altre domande assai più importanti; altri potrebbero aver interessi ossessivi per altri argomenti e così via.

Il terzo luogo comune è comunque importante per ogni teoria della spiegazione scientifica. La scienza, diceva Popper, deve ricercare fatti interessanti e quindi anche la spiegazione deve essere una spiegazione di fatti interessanti per noi. Potremmo aprire una parentesi molto lunga sul concetto popperiano di interessante: ci sono ricercatori che hanno passato una vita a studiare muffe batteriche scoprendo per caso (per caso?) un algoritmo che ottimizza certi tipi di percorsi, con applicazioni notevoli nel campo del reindirizzamento delle comunicazioni di Internet.

Rispettando il pensiero di molti esseri umani che considerano interessante e non priva di senso la domanda fondamentale posta da Heidegger concluderei ricordando che per assicurare un qualche tipo di progresso nella comprensione del nostro posto nell’Universo, conviene certamente partire da domande meno ambiziose.

(s)Conclusione

clip_image023La scienza moderna è frammentata in dozzine di discipline diverse, ambito per ambito a cominciare dalla fisica, ma non meno per chimica, geologia, biologia, matematica, medicina e tanto altro ancora; hanno ambiti di operatività e ricerca tali che chi lavora in uno dei tantissimi settori non ha contezza di quello che fanno altri. Ma non per questo, a maggior ragione nell’era dell’interconnessione digitale, gli ambiti di cooperazione, quando necessario, ne sono limitati.

E per questo non è sbagliato affermare che, contestualizzando una singola teoria o una singola entità a specifici campi di ricerca, queste siano vere e su queste si possono con fiducia basare i calcoli e le applicazioni tecnologiche che portano a risultati concreti e funzionali.

La stessa filosofia della scienza è oggi spostata in ambiti più specialistici e settoriali della filosofia delle singole scienze, tra questi la filosofia della fisica quantistica, la filosofia della biologia o di questa addirittura quella dell’evoluzionismo come ulteriore fondamento. Le conoscenze del filosofo devono diventare molto tecniche.

Ma, per evitare il tecnicismo estremo, per ovviare al pericolo che la filosofia in quanto tale possa scomparire, resta importantissima la tradizione della filosofia della scienza in generale: per evitare una percezione settoriale e per fare da ponte tra le filosofie delle singole scienze e quella tout court.

La speranza è che gli studiosi, ambo i lati, approfittino del periodo in corso, tra i migliori, per realizzare un’auspicata interazione feconda tra scienza e filosofia. Personalmente, in questo, vedo dei limiti: ci sono materie scientifiche affrontabili e comprensibili perché molto più qualitative, e queste non dovrebbero rappresentare un problema per un “filosofo” che voglia aumentare le sue conoscenze, ma altri ambiti in cui le difficoltà sarebbero quasi insormontabili, a meno che questi non volesse cambiar lavoro. Di contro, uno “scienziato”, nonostante la maggior semplicità incontrata nell’affrontare studi filosofici con successo, potrebbe non avere interesse alcuno ad approfondire o ad ascoltare punti di vista non necessari alle sue ricerche se non, appunto, per fare un po’ di filosofia. E sbaglierebbe. Il biologo Ernst Mayr, da tutti considerato un moderno Darwin, sosteneva l’inadeguatezza di una filosofia della scienza generalista, e di coloro che credono che abbia priorità la logica su ogni approccio empirico per risolvere problemi genuini nell’ambito della filosofia della scienza. Scrisse una volta, a proposito di un saggio di filosofia della biologia:

«Il libro (…) è molto più di un lavoro sulla selezione naturale. Non solo si sforza di chiarire anche altri problemi della biologia evoluzionistica, ma si è guadagnato la gratitudine dei biologi per la dettagliata analisi filosofica condotta sui concetti di forza, causalità, caso, spiegazione e correlazione. Questi sono termini che i non-filosofi impiegano di frequente, interpretandoli tuttavia in maniera superficiale, e talvolta errata. (…) dimostra ancora una volta quanto semplice sia cadere in errore in assenza di rigore terminologico».

______________________________________________________________________

Riferimenti bibliografici
Ernst Mayr - L’unicità della biologia. Sull’autonomia di una disciplina scientifica, 2005
Edward O. Wilson – Le origini della creatività, 2017
Peter Godfrey-Smith – Teoria e realtà, 2021
Mauro Dorato – Cosa c’entra l’anima con gli atomi?, 2007
Samir Okasha - Il primo libro di filosofia della scienza, 2006