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24 settembre 2025

No! Il cambiamento climatico non è una truffa con dati manipolati

Sommario

Introduzione
Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica
La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico
Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione
Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica
Conclusioni

Introduzione

In linea con le dichiarazioni di gennaio scorso, con la richiesta di redazione di un rapporto pieno di imprecisioni e falsità, ecco il recentissimo intervento di Trump all'ONU, che se non fosse tragico sarebbe esilarante. Questo sì che è un esempio evidente di manipolazione!

L'affermazione che il cambiamento climatico sia una montatura  è quasi diventata un luogo comune, un inganno perpetuato dagli scienziati al soldo di chissà quali poteri occulti, che manipolano dati e informazioni allo scopo di favorire ora una cosa ora l’altra. Tuttavia, questa affermazione si sgretola sotto il peso di prove schiaccianti e di rigorosi processi scientifici che hanno reso la realtà del cambiamento climatico in atto pressoché inequivocabile, al di là di ogni ragionevole dubbio. La verità è che i dati climatici sono solidi, credibili e meticolosamente verificati, e le accuse di manipolazione sono infondate. Per cambiamento climatico[1] si intende qui quanto indicato dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, nata nel 1992): «(…) si intende un cambiamento del clima attribuito direttamente o indirettamente all'attività umana che altera la composizione dell'atmosfera globale e che si aggiunge alla variabilità climatica naturale osservata in periodi di tempo comparabili.». Ed è questo, uno dei processi che può condizionare fortemente la rivalità e la competizione tra le grandi potenze del pianeta, oltre ai nuovi equilibri che gli assetti geopolitici globali stanno vedendo nascere.

Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Con metodo, ovviamente scientifico, senza ardire a proclamarne la verità assoluta, di contro la voce scientifica è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni fino al cosiddetto consenso scientifico. Fortunatamente le prime sembrano avviarsi infine ad essere sempre più flebili e arroccate sulle loro posizioni sbagliate tanto quanto, e tanto per iniziare, quanto quelle degli astrologi che credono che ancora oggi, tra gennaio e febbraio, la Terra sia in Acquario.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: e nonostante non sia la famosa supercazzola, il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che si tratti di clima, virus, danni da inquinamento o da tabagismo, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

In fondo, tutti vorremmo sperare che i negazionisti climatici abbiano ragione. Se per caso venisse fuori che, veramente, è stato tutto un abbaglio, che il clima non sta cambiando così velocemente come sembra o che, perlomeno, l’uomo non c’entra nulla…sarebbe come risvegliarsi da un incubo: il mostro che ti stava rincorrendo non esiste. Ma così non è.

Origine dei dati climatici: raccolta, elaborazione e verifica

Classifica mensile di temperatura media globale per il periodo 2001-oggi. Conoscendo le temperature globali medie per ogni mese, è stata ricostruita la classifica dei mesi più caldi a partire dal 1880. Per vedere quale sia stato il marzo più caldo, o il secondo agosto più caldo, o il terzo novembre più caldo, si deve far riferimento al numero corrisponde alla posizione in classifica. Quindi ad esempio  1  sulla riga del mese di aprile indica l'anno dall'aprile più caldo,  2  l'anno del secondo aprile più caldo,  20  l'anno del ventesimo aprile più caldo, e così via. Il cromatismo rosso-blu più o meno intensi indicano dal più caldo al più freddo, rosso e blu scuri rispettivamente. Dal grafico si nota come i mesi più vicini ai nostri giorni siano effettivamente tra i più rossi, e quindi più caldi. Notiamo anche come non serva andare troppo indietro negli anni per trovare il mese più caldo mai misurato. Questo ancora una volta mostra che il nostro pianeta si sta scaldando come mai sia stato registrato fino ad ora. (@galselo su chpdb.it)

Per comprendere l'integrità della climatologia, la scienza del clima, è fondamentale definire cosa intendiamo per dati, informazioni e manipolazione. I dati si riferiscono a fatti e cifre grezze, come le letture della temperatura e della pressione, il livello del mare e le concentrazioni dei gas componenti l’atmosfera. Quando questi dati vengono analizzati, interpretati e contestualizzati, diventano informazioni che otteniamo sulle tendenze climatiche. Questa cospicua parte del lavoro dei climatologi o di altri scienziati è una noiosissima normalizzazione e omogeneizzazione di milioni (!) di valori. E laddove manchino dati derivanti da misurazioni dirette esistono gli annuari, i diari, gli appunti ed altri documenti tramandatici dalla storia e realizzati, fin da quando furono inventati termometri e barometri. E prima? Ci sono i cosiddetti proxy data, dati per procura, indiretti, come quelli relativi al polline dei vegetali o alla presenza (o assenza) di determinati microrganismi fossili, testimoni di condizioni climatiche particolari, i rapporti isotopici di alcuni elementi chimici, fino all’analisi della composizione delle bolle d’aria rimaste intrappolate nel ghiaccio accumulatosi migliaia o decine di migliaia di anni fa, estratto dalla profondità dei ghiacciai o delle calotte polari (paleoclimatologia).

Ed ecco che già si delinea un quadro in cui la manipolazione, in questo contesto, che implica l'alterazione deliberata di dati o informazioni per presentare una falsa narrazione diventa qualcosa di assai improbabile, dovendo essere coordinata e normalizzata a livello globale. La raccolta di dati climatici è uno sforzo globale e collaborativo, fatto da migliaia di scienziati provenienti da diverse istituzioni in tutto il mondo, che raccolgono queste enormi quantità di dati utilizzando metodi standardizzati e strumenti calibrati, dalle stazioni meteorologiche e dai satelliti alle boe oceaniche e alle carote di ghiaccio. Dati quindi sottoposti a rigorosi controlli di qualità, tra cui la verifica indipendente, il cosiddetto peer review[2] e l'accessibilità pubblica, rendendo praticamente impossibile qualsiasi manipolazione coordinata su larga scala. Infine, molto spesso, gli scienziati contribuiscono alla ricerca volontariamente e gratuitamente, azzerando qualsiasi sospetto di interesse.

La realtà innegabile: la scienza del cambiamento climatico

Le prove del cambiamento climatico non sono aneddotiche; sono un arazzo tessuto da innumerevoli linee di indagine indipendenti. Organizzazioni come l'IPCC, che sintetizza il lavoro di migliaia di scienziati in tutto il mondo, riportano costantemente una chiara tendenza al riscaldamento, strettamente associato all’attività umana, con una sovrapposizione più che evidente della crescita di quest’ultima, a partire dalla rivoluzione industriale, su quella del quantitativo di gas cosiddetti climalteranti (il più famoso dei quali è il biossido di carbonio, più noto come anidride carbonica).  Assistiamo all'aumento delle temperature globali, alla fusione dei ghiacciai e delle calotte glaciali, all'innalzamento del livello del mare e a eventi meteorologici estremi più frequenti e violenti. Il consenso scientifico sui cambiamenti climatici causati dall'uomo è schiacciante, con studi che dimostrano che oltre il 97% degli scienziati del clima che pubblicano attivamente concordano sul fatto che le tendenze del riscaldamento climatico nell'ultimo secolo sono pressoché inequivocabilmente dovute alle attività umane, a partire da quelle legate al consumo di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas naturale. Questo consenso non si basa su un singolo studio, ma su decenni di prove accumulate in varie discipline. Il 97%, e forse anche più, concorda: risulta abbastanza difficile ipotizzare che anche in questo caso abbiano ragione coloro che soffrono di paranoia da complotto, come diceva Umberto Eco, e che vede noi italiani un po’ più ossessionati dall’idea che in qualche modo esista un potere che menta continuamente; idea che nasce soprattutto dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti dati preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non lo fanno perché ci fa male accettarle. Certamente, lo insegna la scienza col suo metodo, ogni conclusione scientifica è vera fino a prova contraria, soprattutto sulle ricerche più recenti occorre sempre mantenere un atteggiamento di cautela e gli scienziati devono continuamente, in un certo qual modo, generare dubbi, persino sul loro stesso operato, ai dubbi seguono nuove ipotesi, nuovi modelli, nuove verifiche e, laddove necessario, un cambio di paradigma. Ma sull’argomento in oggetto i modelli realizzati, gli scenari futuri previsti, sembra proprio non abbiano bisogno di ulteriori conferme, e sono ormai passati diversi decenni da quando furono impostate le prime ricerche sul cambiamento climatico, tristemente confermate dalle evidenze osservate.

Nella figura sopra l'andamento della variazione media di temperatura rispetto alla media globale: si è modellato uno scenario dovuto alla sole attività naturali, solare e vulcanica, rispetto ad uno dove la forzante antropogenica si somma alle tendenze naturali. I dati osservati, cioè misurati, concordano col secondo modello. (ResearchGate, agosto 2023)

Sfatare i miti: affrontare le accuse di manipolazione

Le accuse di manipolazione dei dati emergono spesso. Una delle, se non la più famosa fu quella chiamata controversia sul bastone da hockey. Nel 1998, sulla base dell’analisi di migliaia di proxy data, fu presentato e discusso un diagramma - la cui forma ricorda appunto una mazza da hockey su ghiaccio - che presentava la temperatura media dell’emisfero settentrionale dell’ultimo millennio. Le ricostruzioni evidenziano costantemente mostrato una lenta tendenza al raffreddamento a lungo termine di raffreddamento a lungo termine, che si è improvvisamente trasformato in un riscaldamento accelerato a partire dalla fine del XIX secolo e impennatosi a metà del XX. Oggi sappiamo che le cose sono andate proprio così, se non peggio in termini di valori. Ma già allora era una prova del riscaldamento globale in atto e del conseguente cambiamento climatico.

La ricostruzione del 1998 fu subito messa in discussione da parte di alcuni critici, non molti, ma spesso fonti autorevoli perché famosi in altri campi della scienza. Alcuni in buona fede e operanti con spirito scientifico ma la maggior parte si scoprì a breve legati a gruppi di pressione finanziati dall'industria dei combustibili fossili, nel tentativo di mettere in dubbio nemmeno solo quei risultati, ma addirittura tutta la climatologia. In sostanza i critici ritenevano che i dati fossero stati manipolati per dare alla curva questa forma. Tuttavia, numerosi studi indipendenti, compreso uno del nostro CNR, utilizzando diverse metodologie e insiemi di dati anche diversi furono in grado di replicare il modello del bastone da hockey, convalidando i risultati iniziali.

Un altro degli esempi più frequentemente citati di su presunte manipolazioni fu la controversia sul Climategate del 2009, parafrasando il famoso scandalo presidenziale americano del Watergate. Furono sottratte con l’inganno, ad opera di hacker prezzolati, dozzine di messaggi di posta elettronica dall'Università dell'East Anglia, selezionate e travisate per suggerire che gli scienziati stavano complottando per sopprimere i veri dati o esagerare il tasso del riscaldamento. Diverse indagini indipendenti sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito hanno successivamente scagionato gli scienziati da qualsiasi illecito, concludendo che i dati non furono manipolati e che furono seguite correttamente tutte le pratiche scientifiche standard.

Questo tipo di accuse spesso selezionano i dati ad hoc, quelli che fanno comodo, travisano i metodi scientifici o ignorano il più ampio corpo di prove. I climatologi, non diversamente da altri scienziati, sono trasparenti riguardo ai loro dati e alle loro metodologie, anzi lo fanno proprio in cerca di conferme, e il loro lavoro è sottoposto a un esame approfondito, rendendo incredibilmente difficile perpetrare inganni diffusi.

Nella figura sopra la curva smussata mostrata in blu con il suo intervallo di incertezza in azzurro, è sovrapposta a punti verdi che mostrano la media globale trentennale data da una ricostruzione del 2013. La curva rossa mostra la temperatura media globale misurata con dati dal 1850 al 2013. (Wikipedia)

Il pericolo della sfiducia: conseguenze per la politica e la percezione pubblica

La libertà d'opione è libertà di mentire? Il persistente tentativo di indebolimento della climatologia ha gravi implicazioni. La sfiducia nei dati scientifici può paralizzare l'azione politica, ostacolando la nostra capacità di affrontare una crisi che richiede un'urgente cooperazione globale. Quando il pubblico è indotto a credere che i dati climatici siano fabbricati, erode la fiducia nelle istituzioni scientifiche e rende difficile l'attuazione di strategie efficaci di mitigazione e adattamento. Affidarsi ad affermazioni non verificate e disinformazione, piuttosto che a ricerche peer-reviewed e al consenso degli esperti, crea un ambiente pericoloso in cui le decisioni critiche si basano sull'ideologia piuttosto che sui fatti.

E spesso, in buona o cattiva fede che sia, il clima di sfiducia, che sfoga spesso in violenza verbale o derisione, è scatenato da appartenenti al mondo scientifico che, pur non avendo competenze specifiche né esperienza in materia di climatologia o geofisica, si dilettano di interessarsi al tema. Curiosa, ad esempio, fu l’attenzione che si rivolse a un Nobel per la fisica (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera) che esprimeva dubbi profondi sui risultati delle ricerche climatiche, mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellato il riscaldamento globale originato dalle attività umane. L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

Per non parlare di quei casi in cui la montatura e la manipolazione sono costruiti e diffusi da manipoli di scienziati al soldo dell’industria o della politica, da comitati think tank o da organizzazioni sovranazionali con interessi soprattutto economici: sono qui i veri manipolatori, come hanno ottimamente raccontato, fin dal 2015, Oreskes e Conway nel loro libro “Mercanti di dubbi” (a breve sarà disponibile qui la mia recensione).

Senza tra l'altro dimenticare il danno causato da quella sorta di catastrofismo climatico che va diffondendosi, e che genera un pericolo altrettanto serio, quello dell'inazione o, ancora più gravemente, una gestione fallimentare del cambiamento climatico, che ho trattato in una serie di tre post; quadro già molto ben tratteggiato, purtroppo.

Conclusioni

In definitiva, le affermazioni sulla manipolazione dei dati e delle informazioni riguardanti il cambiamento climatico sono palesemente false. La natura robusta, trasparente e collaborativa a livello globale della scienza del clima, unita a prove schiaccianti e al consenso degli esperti, confuta fermamente queste accuse. Fidarsi di dati scientifici credibili non è un'opzione ma una necessità per prendere decisioni informate e salvaguardare il nostro futuro. Dobbiamo valutare criticamente le fonti di informazione e sostenere l'azione per il clima, guidati dalle prove innegabili fornite da una rigorosa indagine scientifica.

Il cambiamento climatico va affrontato con una sfida relativa alla gestione complessiva, che va spiegata ai cittadini perché ciò che oggi definiamo emergenza rappresenta qualcosa che sarà molto più comune in futuro.

Il dibattito odierno è tuttavia ancora bloccato su posizioni pressoché dogmatiche, inutili e sterili. Da una parte c'è chi dice che l'agire deve avvenire solo in risposta al rischio evidente di catastrofe climatica, posizione stupida perché, quando e se coloro che la sostengono avranno avuto ragione, sarà troppo tardi per le reazioni; d'altra parte, gli oppositori non esprimono più che far finta di nulla, accusando di catastrofismo i primi. Possiamo discutere sull'utilità, soprattutto politica, di una narrazione catastrofista, ma non possiamo negare che, se non verrà posto un freno o un limite alle emissioni di gas che alterano il bilancio termico del pianeta, le conseguenze saranno disastrose.

La scienza ovviamente non deve legittimare le scelte politiche, perché la tecnologia, sua derivazione, è fonte di potere; ma è indiscutibile che deve fornire i mezzi per supportarle, per guidarle, e la politica al tempo stesso deve innanzitutto fare in modo che il linguaggio scientifico sia reso accessibile alla cittadinanza, sia capito in modo che questa possa sostenere e legittimare le scelte politiche, affinché le scelte condivise siano sottoposte al vaglio della comunità.

I risultati scientifici sono comunque chiari: il clima sta cambiando, rapidamente. Resta da capire quanto e con quali impatti anche se le idee in proposito sono già parecchio chiare.

Questi risultati non derivano da domande poste da ambientalisti in cerca di conferme alle loro tesi particolari ma da interrogativi che nacquero quando si cercava di capire come funziona il sistema, senza scopi politici reconditi, quando la climatologia muoveva i primi passi.

Veicolare questi risultati al grande pubblico è fondamentale, soprattutto perché bombardato continuamente dalla diffusione di false notizie amplificate dalla cassa di risonanza dei social e realizzate perlopiù per strumentalizzare, in un'epoca di incremento del disinteresse e dell'ignoranza generalizzata.

La climatologia ha già fatto la sua parte, occorrono adesso scelte che non siano solo basate su principi di precauzione, notoriamente inutili in questi casi perché non indicano una strada univoca.




[1] Anche se numerose sono le fonti che utilizzano il concetto di “cambiamenti climatici” al plurale, perché ritenuto più inclusivo e accurato a sottolineare la complessità del fenomeno, personalmente preferisco il singolare “cambiamento climatico”, derivata dall’originale Climate Change introdotta nel 1992 con la nascita di UNFCCC. Il termine era in origine utilizzato come riferimento al riscaldamento globale; è mia opinione che il cambiamento, per quanto complesso, sia unico come causale di molteplici conseguenze.

[2] Pratica indispensabile nel mondo della ricerca, permette di discriminare un articolo con fondamenta scientifiche da uno che non ne ha, accreditando il primo e screditando il secondo. Questo lavoro viene svolto dalle riviste scientifiche, che con i propri revisori, operano una valutazione critica (revisione) del lavoro che verrà pubblicato. I revisori sono protetti dall'anonimato e generalmente privi di qualsiasi conflitto di interesse.



17 agosto 2025

Le menzogne di Trump

 Factcheck: il rapporto di Trump sul clima include più di 100 affermazioni false o fuorvianti

Immagine della mappa interattiva a disposizione sul sito di Carbon Brief: le pagine evidenziate in rosso contengono affermazioni false, mentre quelle evidenziate in arancione contengono affermazioni fuorvianti. Le pagine possono contenere più di un'affermazione falsa o fuorviante. Le pagine non colorate rappresentano parti del rapporto che sono state dichiarate accurate dall'autore citato o che non hanno ricevuto alcun commento dagli esperti invitati. 

No. Non è un commento dei fatti recenti e relativi all'incontro con Putin; ma potrà comunque servire a capire con chi il mondo ha avuto e avrà a che fare.

Fin dall’inizio del suo secondo mandato, con diversi segnali fin dalla campagna elettorale, in tema ambientale s’era capito dove stesse andando a parare Trump, e ne avevo scritto lo scorso gennaio. Immediatamente a seguire una serie di colpi, definiti mortali non a caso, alla stragrande maggioranza delle agenzie federali, soprattutto quelle che si occupano di ambiente, agli istituti di ricerca, alle università, e via dicendo.

Ultima tra le azioni dell’amministrazione attuale quella di aver incaricato il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti di redigere e pubblicare un rapporto intitolato "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate” a cui ho fatto riferimento in un mio recente post, anche se per introdurre tutt’altro. In sintesi, il rapporto rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico, contrapponendosi a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) che prova a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

In altre parole l’amministrazione Trump ha commissionato ciò che ritiene essere una “valutazione critica” che giustifichi l’inversione di tendenza delle normative statunitensi sul clima.

Il documento DoE contiene almeno 100 affermazioni false o fuorvianti.

Fact-checking
Ebbene, ad appena un mese dalla pubblicazione del documento del DoE, su incarico di “Carbon Brief”, un ente britannico specializzato nell'analisi e nella comunicazione di questioni legate al clima, alla scienza e alla politica energetica, un gruppo costituito da decine di scienziati del clima, ha prodotto un ricco ed ampiamente documentato documento di fact-checking, ovverosia di controllo delle affermazioni e delle dichiarazioni, effettuando un vero e proprio processo peer review. Il documento, in modalità interattiva, è disponibile sul sito di Carbon Brief e accessibile con il link ripetuto qui sotto.

Nota importante: in seguito agli attacchi dell'amministrazione Trump alla scienza , alcuni collaboratori hanno chiesto di rimanere anonimi.

In un mio successivo post mi occuperò di analizzarlo in parte, lasciando gli approfondimenti all’originale.

Factcheck: Trump’s climate report includes more than 100 false or misleading claims

Questo rapporto, di ben 140 pagine, guarda caso è stato pubblicato dal DoE  il 23 luglio scorso, pochi giorni prima che il governo presentasse i piani per revocare qualsiasi provvedimento che sia basato sulla certezza scientifica che il riscaldamento climatico in atto è di origine antropica e causato dalle emissioni di gas serra, in primo luogo di CO₂. Revocare quindi quanto attinente al controllo delle emissioni, in perfetta linea, tanto per fare un esempio, con lo slogan drill, baby drill! di entrambe le campagne elettorali di Trump.

Il riassunto esecutivo del controverso rapporto afferma, erroneamente, che il «riscaldamento indotto dal CO2 potrebbe essere meno dannoso dal punto di vista economico di quanto comunemente si creda». Afferma inoltre, in modo fuorviante che «politihe di mitigazione [delle emissioni] eccessivamente aggressive potrebbero rivelarsi più dannose che benefiche».

Redatto, in soli due mesi, da cinque ricercatori indipendenti selezionati personalmente dal segretario all'energia statunitense Chris Wright, un noto scettico nei confronti del cambiamento climatico, e altrettanto noto imprenditore nel settore dei combustibili fossili. Fin dall’inizio il documento ha scatenato aspre critiche da parte degli scienziati del settore, che hanno evidenziato errori di fatto, travisamenti della ricerca, citazioni disordinate e una selezione accurata dei dati (il cosiddetto cherry picking). Il documento inoltre somiglia in moltissime sue parti ad una memoria legale prodotta per difendere l’imputato: in questo caso il biossido di carbonio.

Come più volte spiegato, è un errore basilare ritenere che nella scienza incertezza significhi ignoranza, e usare l’incertezza come scusa per l’inazione o per la negazione; al contrario, affidarsi all’incertezza per rimandare interventi in grado di rallentare cambiamenti così veloci, o di limitarne le conseguenze, è pericoloso. La storia della scienza del clima insegna che le proiezioni fatte in passato si sono rivelate molto spesso ottimiste, e l’iniziale incertezza si è risolta in maggiori motivi di preoccupazione: l’incertezza prepara ad affrontare gli scenari peggiori.

Sul ruolo del dubbio nella ricerca scientifica ne ho scritto tempo fa qui.

Il gruppo di lavoro di Wright, inoltre, sostiene che il rapporto, attualmente aperto al commento pubblico nell'ambito di una revisione di 30 giorni, è stato sottoposto al peer review…da parte di personale interno al DoE: insomma, come si dice, se la sono suonata e ora se la cantano. A sottolineare questo aspetto l'analisi di Carbon Brief rileva, inoltre, che dei 350 riferimenti inclusi nel documento, quasi il 10% è opera degli stessi autori del rapporto.

Il rapporto, come anticipato, è stato concepito per fornire un fondamento scientifico a uno dei piani dell'amministrazione Trump di revocare le disposizioni “Endangerment finding” dell’EPA, che costituiscono il prerequisito legale per la regolamentazione federale delle emissioni, oltre a mettere in dubbio che l’EPA possa avere l’autorità legale sulla regolamentazione delle stesse. Anche questo è un deja vu. Quando le industrie produttrici di tabacco da fumo decisero di chiamare il fumo passivo fumo ambientale, pensando di mitigare l’impatto psicologico, si diedero la zappa sui piedi, perché entrò nella questione proprio l’EPA: se è ambientale è di loro competenza, si disse. Da quel momento partì una campagna di negazione e decostruzione delle evidenze scientifiche note che l’EPA avrebbe poi usato per ergersi ad ente federale di controllo, limitazione e divieto.

Tornando al rapporto, questa constatazione di pericolo,  emanata dall’amministrazione Obama nel 2009, afferma che esistono ben sei gas serra che contribuiscono agli impatti netti negativi del cambiamento climatico e che, quindi, mettono in pericolo la popolazione.

Ed ecco invece che, con un comunicato stampa del 29 luglio scorso, l'agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha affermato che «studi e informazioni aggiornati hanno messo in discussione le precedenti ipotesi», quanto fu dichiarato nel 2009. Si noti l’uso del termine ipotesi, ad indicare che già allora solo di questo si trattava, nulla di certo: il dubbio…

Carbon Brief ha chiesto a un'ampia gamma di climatologi, compresi tutti quelli che gli autori della revisione critica hanno citato, di verificare i fatti a sostegno delle varie affermazioni e delle dichiarazioni contenute nel rapporto.

Fonte Climalteranti.it

Difetti evidenti del rapporto DoE
Nella tabella precedente sono riportate le principali differenze macroscopiche tra le affermazioni contenute nel rapporto del DoE e quanto presente invece nel documento IPCC AR6. Per non appesantire troppo la lettura in un mio post successivo esaminerò qualcuna delle considerazioni fatte dal gruppo di Carbon Brief, a ribadire ed ampliare quanto ho già esposto di recente in un altro mio post.

Per un approfondimento ovviamente rimando al sito Carbon Brief.

[Edit del 20/8/2025] - Una selezione degli argomenti del rapporto DoE, e la loro confutazione, è disponibile qui.
[Edit del 4/2/2026] - L'intervento di un giudice federale sul rapporto DoE, disponibile qui.

06 agosto 2025

Quando non è il momento...è proprio il momento di far polemiche!

Recentemente il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti ha pubblicato un documento intitolato “A Critical Review of Impacts of Greenhouse Gas Emissions on the U.S. Climate”. Un rapporto che rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico; un documento ostentatamente contrapposto a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) nata per confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che ha costituito, finora?, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Non entriamo nel merito di quel che è stato scritto, rimandandolo a quest’ottimo post apparso su Climalteranti.it. Le differenze tra AR6 e il rapporto del DoE sono emblematiche fin dal principio: a fronte delle centinaia di autori, decine di migliaia (migliaia, sì!) di revisori del processo di peer review e delle indiscusse competenze di ognuno di questi, il rapporto DoE non solo seleziona con cura gli argomenti a loro favore (cherry picking) e presenta solo quelli, ma il gruppo di autori è una manciata di nomi noti, senza competenze specifiche nei temi trattati, che rappresentano bene i negazionisti a tavolino, direttamente stipendiati dall’industria e dagli imprenditori del settore fossile. È una delle tante conseguenze del secondo mandato Trump. E andando anche solo a confrontare gli argomenti principali, quanto il DoE cerca di ammantare di veridicità scientifica si scopre infine essere i soliti argomenti ripetuti fino alla nausea e facilmente confutabili.

Un ulteriore approfondimento sul rapporto del DoE è disponibile in quest'altro mio post.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è però un altro. Perché la comunità scientifica, a parte poche voci isolate, tutto sommato non reagisce come ci si attenderebbe? Qualche voce c’è, per lo più dei soliti nomi, che magari si sentono direttamente coinvolti perché, come vedremo, in passato furono oggetto di attacchi diretti, ma per resto è silenzio.

E soprattutto, perché la gente comune riceve le menzogne dei negazionisti da innumerevoli fonti mediatiche, amplificate dai social, mentre le smentite e le posizioni scientifiche sono lette dai soliti pochi convertiti perché diffuse su poche testate specialistiche?

Quanti leggono Nature o National Geographic a fronte dei miliardi che leggono Facebook o X?

Con l’uso della radio, della televisione, e ora di Internet, si ha l’impressione che ciascuno possa far sentire la propria voce e possa essere sicuro che sarà riferita e citata, che dica il vero o il falso, cose sensate o ridicole, ben intenzionate o malevole. Internet ha creato un’informazione che assomiglia a una sala degli specchi, in cui ogni affermazione non importa quanto assurda, può essere moltiplicata all’infinito. E su Internet la disinformazione non muore mai, una vera e propria barbarie elettronica, un ambiente in cui tutti navigano e non esiste un porto sicuro. Un pluralismo impazzito.

Ma perché gli scienziati non protestano?

Se le argomentazioni riportate nel rapporto DoE, o in dozzine di altre pubblicazioni ammantate di un’aura di scientificità, erano politica camuffata da scienza, posizioni ideologiche, opinioni non suffragate da fatti, perché gli scienziati tacciono così come in passato tacevano quando attacchi ben congegnati e costruiti negavano i danni da tabagismo o il cosiddetto buco nell’ozono? Perché la comunità scientifica è rimasta immobile?

Ci sono alcune eccezioni, come la presa di posizione del climatologo Michael Mann su questo caso, che ha dichiarato trattarsi di «una narrazione antiscientifica, basata su argomentazioni ingannevoli e dati travisati» o, in passato, la totalità dei climatologi che difese un loro notissimo rappresentante; ma i casi di scienziati che combatterono sono davvero pochi. Sono voci, sfortunatamente, isolate. 

Ci fu persino chi vide rovinata la propria vita e la propria carriera perché non aveva i mezzi per affrontare cause giudiziali a seguito di querele ricevute da potenti esponenti dell’industria o scienziati corrotti al soldo di questa.

Ovviamente, gli scienziati sanno, e sapevano, che molte delle affermazioni dei negazionisti erano false. Perché non hanno fatto di più per respingerle? Perché gli scienziati non hanno cercato di smantellare l’artificiosa falsità dell’industria della menzogna?

Una delle ragioni ha a che fare con il complicato e particolare ruolo dei rapporti tra individui e gruppi della comunità scientifica. Gli scienziati sono fortemente motivati dagli elogi e dal prestigio personale che consegue da una scoperta importante ma, al tempo stesso, non amano esporsi alla mondanità. In primo luogo perché la scienza moderna è innanzi tutto frutto di un lavoro di gruppo, e nessuno dei membri di un gruppo di ricerca, fosse anche composto soli due individui, vorrebbe rivaleggiare in termini di presenze o citazioni. Ma soprattutto perché è il consenso degli altri, degli esperti, che conferisce alla conoscenza, alle nuove scoperte, il bollino di scienza, anche se scaturita dal genio o dalla creatività di un singolo. Nel mondo moderno, ogni scoperta scientifica quasi sempre è il risultato di uno sforzo collettivo che comprende diverse dozzine, in qualche caso centinaia, di ricercatori. E sono proprio enti come l’IPCC che, come in questo caso, cercano di sintetizzare il lavoro di migliaia di studiosi, che fa da loro portavoce, sotto forma di ente ufficiale di rappresentanza. Nessuno scienziato serio, per timore di essere censurato e per innata modestia, si sogna di esporsi parlando a nome dei suoi colleghi, anche per evitare che si pensi che voglia attirare su di sé l’attenzione. Fa parte dei principi di comunicazione scientifica di cui abbiamo parlato.

Le società scientifiche hanno cercato di risolvere questo problema preparando delle dichiarazioni formali sul cambiamento climatico che riflettono il sapere collettivo dei loro membri. Queste dichiarazioni, per usare un eufemismo, tendono a essere molto asciutte e risultano spesso indecifrabili per una persona normale. Chi di noi ha letto o leggerebbe centinaia di pagine di sommario, men che mai le migliaia di pagine del rapporto completo? Se pochissimi sanno dell’esistenza di enti come UNFCCC o il WMO, l’EPA o il DoE è già grasso che cola. Sulle pagine dei loro siti web ci si può già fare un’idea delle loro posizioni sul cambiamento climatico.

È quindi fondamentale che qualcuno o, meglio, un qualcosa in forma di ente rappresentativo, riassuma e provveda a comunicare. Come già ben sapevano i fondatori del primo ente di rappresentanza della comunità scientifica inglese, la famosissima Royal Society, fondata nel 1665 e inventrice della procedura della peer review.

Occorre inoltre tener conto che gli scienziati lavorano per produrre conoscenze in ambiti molto specifici, ma di solito non sono preparati a comunicarle, specie al pubblico più vasto, e sono ancor meno preparati a difendere i loro lavori scientifici contro avversari determinati e ben finanziati. Spesso, non hanno né la predisposizione né la voglia di farlo. Fino a poco tempo fa la maggior parte degli scienziati non era particolarmente desiderosa di comunicare. Pensavano che il loro lavoro fosse quello di produrre conoscenza, non quello di divulgarla, e molti considerano queste attività come inconciliabili tra loro. Non sono stati pochi i casi di scienziati che hanno preso in giro dei colleghi che facevano divulgazione.

La dedizione degli scienziati nei confronti della competenza e dell’obiettività li pone in una posizione delicata quando si tratta di respingere affermazioni palesemente false. Devono inoltre evitare di entrare in discussioni che li portino su argomenti politici, per non rischiare di essere accusati di politicizzare la scienza e di mancare di obiettività. Si crea un paradosso comunicativo: la richiesta di essere obiettivi suggerirebbe di tenersi fuori da argomenti controversi ma, se lo fanno, nessuno potrebbe conoscere qual è la versione obiettiva e scientifica dell’argomento in questione. E ancora, amaramente, evitano come la peste di vedersi invitati a confrontarsi col tuttologo di turno, del tutto ignorante in materia, nel tentativo mediatico di creare l'illusione che esista un dibattito.

Gli scienziati temono di essere coinvolti perché hanno visto che cosa può succedere loro, come nel caso del già citato climatologo. Nel 2005, Michael Mann, ricercatore presso la Pennsylvania State University, ha subito un attacco furibondo da parte di un membro del Congresso americano, Joe Barton del Texas, che chiedeva che Mann fornisse informazioni dettagliate sulle fonti di supporto alle sue ricerche, sui server dove erano memorizzati tutti i suoi dati e molto altro: nonostante i lavori scientifici oggetto dell’indagine erano già stati pubblicati in riviste peer review, e non c’erano prove che Mann avesse fatto qualcosa di sbagliato, fornendo una delle prove inoppugnabili che la Terra si stava riscaldando rapidamente. 

Attacchi come questi hanno un effetto paralizzante. Alcuni scienziati, durante le discussioni che si tengono nelle sessioni dell’IPCC, sono riluttanti a presentare affermazioni troppo nette sulle evidenze scientifiche disponibili per paura che i negazionisti possano attaccarli. In un articolo comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza o uno dei pilastri del metodo scientifico, non un sinonimo di ignoranza? Altri preferiscono riportare stime per difetto perché ciò li fa sentire più sicuri. 

Le campagne di intimidazione, evidentemente, funzionano.

L’incertezza c’è, va detto con chiarezza, ma riguarda solo alcuni aspetti della scienza del clima. Non riguarda le cause – ormai largamente comprese – ma piuttosto gli scenari futuri, influenzati dalla grande complessità del sistema climatico. È per questo motivo che i rapporti IPCC si basano su decine migliaia di studi scientifici, dando molta importanza alla interconnessione tra vari elementi, all’esplorazione di scenari poco probabili e alla comunicazione delle incertezze.

Ma l’incertezza non dovrebbe spingerci all’immobilità, al contrario dovrebbe stimolarci all’azione su ciò che possiamo controllare, ovvero le nostre emissioni di gas serra. Perché è proprio sulla strumentalizzazione dell'incertezza, motore primo del metodo scientifico, che i costruttori della menzogna, i mercanti di dubbi come li definirono Oreskes e Conway nel loro libro del 2010, basano le loro strategie,

Forse il motivo più comprensibile per cui gli scienziati non vogliono essere coinvolti nelle polemiche è perché amano la scienza, e pensano che la verità alla fine avrà il sopravvento. È il loro lavoro, un lavoro davvero eccezionale, quello di capire quale sia la verità. Qualcun altro è senz’altro più bravo a divulgarla ed a comunicarla con maggiore efficacia. E se c’è chi va in giro a seminare spazzatura, che se ne occupi qualcun altro. È comprensibile che gli scienziati trovino anomalo perdere tempo per occuparsi di questioni del genere. Fin dal 1983, in tema di cambiamento climatico, o di numerosi altri temi d'interesse universale, gli scienziati sapevano che i tentativi di negazione erano spazzatura, e per questo li ignorarono. Disgraziatamente, la spazzatura non se ne va da sola e qualcuno deve occuparsene: i giornalisti in primo luogo, coloro che danno notizia delle scoperte scientifiche, supportati dagli organi professionali che rappresentano i diversi campi della scienza, e infine ognuno di noi può e deve contribuire a lasciare il giusto messaggio, opponendosi allo scetticismo radicale, alla negazione e soprattutto all’idiozia.

Non è vero, come da tempo immemore sostiene la propaganda negazionista, che il problema del riscaldamento globale non può essere risolto e possiamo solamente adattarci. Le soluzioni esistono. Il riscaldamento globale è un problema enorme, ma per risolverlo dobbiamo per prima cosa smettere di prestare ascolto alla disinformazione e di trastullarci in attesa di chissà cosa. Personalmente non posso fare molto, e considero questi miei post in tema di cambiamento climatico, il mio contributo minimo alla confutazione della negazione. 

Abbiamo bisogno di una conoscenza più precisa di ciò che è la scienza, dobbiamo sapere come riconoscere la vera scienza quando la incontriamo, e come dobbiamo fare per separarla dalla spazzatura.


 

 


21 luglio 2025

Sperimentazione, pubblicazione, peer review, patologie e cantonate

 

Sperimentazione
C’è un imperativo, direi un dogma (lo so, suona male parlando di scienza), che guida ogni ricercatore che sa fare il suo mestiere: la riproducibilità dei risultati sperimentali.

Chiunque annunci di aver fatto una «scoperta», non solo si deve aspettare che altri colleghi ripetano l'esperimento nei loro laboratori, cercando di ottenere gli stessi risultati, ma anzi deve auspicare che ciò accada. Ogni articolo scientifico descrive nella sezione «Materiali e metodi» le procedure sperimentali o teoriche usate, inclusi preparazione dei campioni, apparecchiature, protocolli, agenti chimici, metodi statistici, software e autorizzazioni etiche, se richieste. Provare per credere dunque! Se in questa sezione sono presenti evidenti lacune, il lavoro non viene pubblicato e agli autori viene fornito un elenco di modifiche da apportare, a volte accompagnato da commenti anche molto critici. Se ciò che si dichiara non può essere verificato nonostante protocolli formalmente corretti, allora probabilmente da qualche parte c’è un errore, almeno. La riproducibilità dei risultati è un vaglio cieco e spietato, che protegge la scienza dagli errori, a volte vere e proprie ca…ntonate e, soprattutto, aiuta a distinguere, nel marasma delle cose che capitano, quello che scienza non è. Ad esempio, le truffe - tra cui includiamo le fake news - oppure, emotivamente parlando, la suggestione collettiva e la manipolazione inconscia.

E ciò accade perché gli scienziati, prima di esser tali, sono persone, soggette alle stesse distorsioni cognitive degli altri e alle prese con la quotidianità della vita di chiunque, fissazioni da cui faticano a liberarsi e tante belle speranze comprese: la speranza prima è effettuare per primi una scoperta, magari eclatante! Ecco spiegato anche perché studiosi con fior di competenze trascorrano le giornate chiusi in laboratori dentro a una montagna, in un osservatorio in pieno deserto o chiusi in un batiscafo a 2500 metri di profondità negli abissi oceanici; e qui da noi, in cambio di una borsa di studio a quarant'anni con cui a malapena ci si autosostenta e senza nemmeno la possibilità di scaricare le spese mediche. Appare quindi comprensibile che questa ambizione possa intaccare quel sano scetticismo di fondo che è uno dei dispositivi di protezione individuale più importanti per ogni scienziato. Capita cioè che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno, e a furia di arrovellarsi sulla questione arrivi ad affezionarsi ai «suoi» dati sperimentali, addirittura anche se inconsistenti e ben poco riproducibili, nonché alle argomentazioni imbastite strada facendo per inquadrare di tutto un po’ in una cornice pseudorazionale. E se quelle teorie ad hoc vanno contro a saperi consolidati, dimostrati e funzionanti non c’è problema: ci si appella alla rivoluzionarietà dell’idea. Pur di salvare il proprio lavoro, questi scienziati butteranno nel cestino, più o meno inconsciamente, i dati che contraddicono le attese accogliendo solo quelli graditi, attribuiranno effetti del tutto accidentali a cause che non c'entrano niente, vedranno un segno certo in uno spettro fatto solo da rumore di fondo. Infine, per un insieme di motivi, riusciranno a convincere un certo numero di colleghi della bontà delle proprie convinzioni, alimentando così un micidiale autoinganno collettivo. Quella dei “Raggi N” è una storia esemplare davvero notevole.

Scienza patologica…e sovietica
La costruzione di una simile architettura priva di fondamenta ed eretta in totale buona fede, ha un che di patologico: non a caso il premio Nobel per la chimica Irving Langmuir la definì proprio così, scienza patologica, dedicandosi con passione a fare quel che oggi chiamiamo debunking, smascherare le bufale, le false scoperte.

La mente del ricercatore «contagiato», pur accettando a priori le regole fondamentali del metodo scientifico sperimentale, inconsapevolmente se ne allontana e comincia a interpretare i dati in base ai propri desideri. Il bello è che, a prima vista, l'indagine condotta ha una parvenza di ordinaria credibilità - cosa che di solito fa presa non solo sul grande pubblico complottaro, ma anche su vari addetti ai lavori che cadono vittime dell’esaltazione per, ciò che ritengono essere, una grande scoperta. Ma un’indagine obiettiva mostra subito che il fenomeno accade solo in una regione piuttosto limitata dello spaziotempo, cioè sotto gli occhi di chi brama vederlo. Nonostante ci siano prove più che sufficienti a dimostrare l'inconsistenza del tutto i ricercatori colpiti dal male si ostineranno a difendere le proprie teorie iperboliche, controbattendo alle critiche con congetture buttate lì seduta stante. Dopo un po’, nella scienza sana prevale lo scoramento e si riprende il largo abbandonando la fantasiosa scoperta al proprio destino. Ci penserà il tempo a sommergerla nell'oblio o farle toccare terra in altre epoche, regalando eventualmente alle teorie alla deriva una seconda opportunità. Personalmente, ne ho conosciuto uno…

Insomma sembra un po’ il contrappasso del debunking che, stando ad analisi recenti e affidabili, pare non serva a nulla. Il tentativo di smontare le bufale nella speranza che si arresti la diffusione di informazioni false online non funziona insomma. Ci sono evidenze scientifiche che hanno dimostrato chiaramente che questa pratica è utile soltanto per chi già è predisposto a cercare la versione smentita. Si predica ai convertiti.

Ma non attecchisce laddove dovrebbe farlo, e a peggiorare le cose causa un effetto di maggiore polarizzazione dovuto al fatto che chi si vede arrivare delle informazioni a smentita della sua tesi si arrocca sempre più su posizioni difensive reagendo con veemenza.

C’è poi anche ciò che amo definire scienza sovietica. Quanto accadeva nell'URSS decenni fa o dando ascolto a scienziati di comprovata fede politica, tipo Lysenko (si veda qui per la vicenda e la tragica fine di Vavilov), che prese una cantonata genetica clamorosa; o, al contrario, non ascoltando scienziati e teorie valide perché non in linea con la linea del partito.  Un po’ come la cosiddetta identity politics condiziona il pensiero politico qui potremmo parlare di identity science se non fosse che parlarne in tal senso sia un evidente paradosso.

Ciò nonostante, ci sono ancora dozzine di casi di false scoperte e pseudoscienza che continuano a riaffiorare.

Il blog Retraction Watch contiene un database di oltre 40.000 articoli scientifici caduti in disgrazia e ritirati e ritrattati per i più svariati motivi.

C'è inoltre una vergognosa top ten dei 10 articoli ritrattati, sbagliati, più citati. Articoli che dopo essere stati ritrattati e ritirati hanno ricevuto ancora più like, persino dalla comunità scientifica internazionale.

Ancora in lista all’ottavo posto, c'è il famigerato articolo di Andrew Wakefield che suggeriva un legame tra vaccino trivalente e autismo. Quel lavoro venne pubblicato nel 1998 e fu ritirato nel 2010. Le sue conclusioni sono state più volte smentite, la condotta di Wakefield giudicata scorretta e l'intera storia è stata raccontata allo sfinimento. Ciò nonostante, l'articolo continua a galleggiare sull'oblio, anche grazie ad alcuni scienziati forse superficiali, fosse distratti, forse chissà. Ma se loro per primi non si chinano a seppellire i cadaveri, né li riconoscono, non si capisce bene chi dovrebbe farlo.

Di clamorose cantonate prese da fior di scienziati ne è piena la storia, tra le più famose quella della «memoria dell’acqua» (si veda il paragrafo dedicato all’omeopatia in questo mio post) e quella della «fusione fredda» (qui).

Publish or perish

Ma non tutti gli abbagli sono spiegabili in termini di scienza patologica. Fatte salve le ipotesi di frode, si verificano talvolta errori significativi da parte degli scienziati, spesso attribuibili alla pressione di tempi ristretti in un contesto che normalmente richiederebbe pazienza, chiarezza mentale e una riflessione approfondita. Contrariamente a tutto questo, ci si trova immersi in un ambiente frenetico a causa della competitività sfrenata ed esasperata dell'ambiente accademico, con implicazioni anche internazionali, con la penuria di fondi puntata alla tempia e le incerte prospettive di carriera strette al collo. Per non parlare degli interessi industriali legati a molti programmi di ricerca che hanno resto il mondo accademico molto più restio alla condivisione di quanto fosse un tempo. Gli avanzamenti sono inoltre legati al numero di pubblicazioni scientifiche e al loro impatto, misurato in termini di numero di citazioni, ovvero quanto i colleghi hanno preso i tuoi lavori come riferimento, e col famigerato impact factor, un altro numerino aggiornato di anno in anno che quantifica il prestigio di ogni rivista. È chiaro che, se il motivo conduttore diventa publish or perish, «pubblica o muori», le debolezze umane possono saltar fuori, zone d'ombra incluse. Nella migliore delle ipotesi il ricercatore in ansia da prestazione (o da precariato) può essere spinto a pubblicare troppo e troppo presto i propri lavori, trascurando di svolgere i dovuti controlli. Così, succede di sorvolare su quel che appare un’inezia, un miserabile dato che non torna, senza coglierne tutto l'aspetto inquisitorio e approfondire. Altrove, in particolare in ambito medico biologico, la cantonata può arrivare da una inadeguata analisi statistica dei dati, che conduce a conclusioni gravemente errate.

Durante la pandemia da Covid-19 ad esempio, la tendenza a pubblicare rapidamente i risultati delle ricerche sul tema è aumentata parecchio e non sono mancate le ritrattazioni eccellenti, con annesse polemiche, critiche anche feroci da parte di improvvisati tuttologi e cali generalizzati della fiducia da parte dell’opinione pubblica, già soggetta ad un bombardamento continuo di fake news costruite a tavolino.

La ritrattazione avviene quando un articolo viene rimosso dall'archivio della rivista su cui è stato pubblicato, e sostituito con una nota editoriale in cui si spiegano le ragioni del dietro-front.

In genere si tratta di ricerche viziate da gravi errori plagio e frodi accertate o sospette. Il ritiro dell'articolo può essere richiesto dall'autore stesso o da altri ricercatori perché non riescono a riprodurre i risultati del lavoro incriminato seguendone i protocolli. Occorre innanzitutto evitare che un articolo sbagliato funga da base per ulteriori studi, inquinando la letteratura di riferimento; questi dolorosi mea culpa sottolineano la natura auto correttiva e la vocazione alla trasparenza della scienza, i cui risultati ricadono idealmente sulle vite di tutti e ne diventano patrimonio ed eredità.

Peer review
La scienza è, soprattutto oggi, una grande impresa collettiva, e da ciò derivano la sua forza e la capacità di isolare gli errori: lo strumento collettivo utilizzato, in cui ogni ricercatore diventa giudice dei colleghi e da essi viene giudicato si chiama peer review, revisione tra pari. È Il sistema di controllo adottato dalla maggior parte delle riviste scientifiche ed elimina la spazzatura macroscopica. La pratica della peer review venne introdotta nel 1665 col numero inaugurale della rivista «Phylosophical Transactions» della «Royal Society for Improving Natural Knowledge», la prima istituzione scientifica della storia degna di questo nome, citata brevemente come Royal Society.

Una procedura ben consolidata quindi, ma è davvero efficace?

Ovviamente ci sono storie davvero tristi. Un biologo e giornalista scientifico nel 2013 inventò di sana pianta un articolo sulle proprietà antitumorali di una sostanza estratta dai licheni. Infarcì l’articolo di errori così grossolani che anche uno studente delle superiori se ne sarebbe accorto, spedì l’articolo a 304 riviste open-access (ad accesso gratuito, ci sono poi quelle in abbonamento), inventandosi uno pseudonimo davvero improbabile e il nome dell’istituto di ricerca, localizzandolo, a caso, in Eritrea.

Ben 157 riviste pubblicarono quella spazzatura. I valutatori o avevano lavorato coi piedi, meglio dire non lavorato, o proprio non esistevano. Più della metà delle decisioni finali non avevano rapporti di approvazione.

In un altro caso la allora direttrice del British Medical Journal nel 1998 inviò a duecento revisori (referee) un articolo contenente, apposta, ben otto errori di vario tipo. In media gli esperti ne trovarono due, nessuno li scovò tutti, e per qualcuno l’articolo era perfetto.

Tornando alla domanda a monte va detto che l'obiettivo di fondo della procedura di peer review non è garantire la correttezza dei dati riportati facendo così emergere truffe e manipolazioni ma, piuttosto, assicurare la correttezza formale e metodologica del lavoro. Se un revisore ha dubbi sui risultati, può richiedere altri esperimenti. Tuttavia, spesso non è facile valutare la validità delle misure, quindi di solito i risultati vengono accettati.

La procedura pur avendo numerosi limiti tecnici riesce comunque abbastanza bene nel controllo della forma e del metodo del lavoro e nel caso sbagli, il punto di forza della peer review e ancora una volta la capacità di autocorreggersi. Può accadere che un articolo di buona qualità, rifiutato da una rivista prestigiosa, venga poi accettato altrove e venga ampiamente citato, riconoscendone l'effettivo valore. Inoltre, la peer review è solo il punto di partenza di un percorso in cui il tempo giocherà un ruolo fondamentale. Se in un certo lavoro c'è davvero del buono, altri verranno a replicarne i risultati, a costruire sulle conclusioni della scoperta, ritagliandole il posto che merita.

Nota: quanto guadagnano i revisori dalla loro attività? Zero. Operano a titolo gratuito; e ancora, riviste prestigiose in abbonamento, non sono per questo più autorevoli di quelle gratuite.

Concludo citando un caso recente, nato sull’onda del progresso e della potenza elaborativa, inarrestabile ed a crescita esponenziale, dei cosiddetti Large Language Models (LLM), strumenti di AI.

La possibilità offerta da questi di realizzare in modalità pressoché automatica lavori da sottoporre a pubblicazione e peer review è stata, già da qualche anno, oggetto di una levata di scudi da parte della comunità scientifica; ciò nonostante, non sono mancati episodi più o meno eclatanti di ricercatori rivelatisi alla fine non meno peggio di tanti ciarlatani. Ma qui le cose si invertono.

Ci sono ormai evidenze che l’AI sia utilizzata dai revisori, per automatizzare il loro lavoro, generando spesso risultati completamente errati. Ricordo che un LLM segue sempre la stessa metodologia, sia che fornisca risposte corrette che sbagliate (sulla pagina Facebook di Walter Quattrociocchi ci sono numerose informazioni utili).

Ed ecco che non è l'autore della pubblicazione da sottoporre a review che sta barando, ma chi dovrebbe leggerlo, allora il primo non fa che difendersi: questa scelta è stata difesa, con razionalità, sostenendo che i prompt nascosti rappresentano una contromisura contro i revisori pigri che usano l’AI. Secondo il professore, in assenza di regole univoche sull’integrazione dell’AI nel processo di peer review, e sapendo che molte riviste vietano esplicitamente l’uso dell’intelligenza artificiale per valutare i lavori, l’aver inserito dei prompt leggibili solo dalle AI rappresenta un modo per poter controllare questa pratica e smascherarla dove presente.

Ad ogni modo, e lo affermo in maniera asettica, appare probabile che in un futuro non proprio lontano, il ruolo dell’AI nella revisione delle pubblicazioni scientifiche sarà preponderante. La capacità di assorbimento della necessaria letteratura che qualsiasi LLM potrà offrire, e spesso già offre, supera di diversi ordini di grandezza le potenzialità di chiunque, con buona pace di Borges e della sua biblioteca.

Spiccioli di matematica

[NdA] In questo paragrafo non sono stato preciso, me lo hanno fatto notare e ho corretto qui

Fin dalle scuola media abbiamo imparato che un teorema matematico va dimostrato. Insomma non può arrivare un Pitagora qualunque e affermare che «In ogni triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti». Tutti i triangoli rettangoli? Pitagora non avrebbe mai averli potuti disegnare e misurare tutti visto che sono infiniti. Ma veniamo al punto, dando per assodato che ci sono diverse dimostrazioni del famoso teorema.

In ambito scientifico, la dimostrazione matematica è lo strumento più infallibile e potente che si ha per produrre conoscenza. È Verità con la V. Un enunciato di cui viene data dimostrazione matematica vale in qualunque tempo e in qualunque angolo dell’Universo. Un teorema dimostrato è per sempre, altro che diamanti (che tra l’altro non lo sono trattandosi della fase instabile del carbonio…ma non divaghiamo).

Una dimostrazione inizia da una serie di assiomi, asserzioni vere perché evidenti a chiunque (tipo quelle di Euclide e dei suoi fondamenti). Si prosegue poi con logica inoppugnabile passo dopo passo alla necessaria validità della conclusione, che è poi l’enunciato stesso del teorema. Solidità dei blocchi di partenza e correttezza formale del ragionamento. Criteri così scrupolosi e condivisi non esistono in nessun altro campo di indagine.

Quando i matematici dimostrano usano uno strumento molto più affidabile di qualsiasi altra prova scientifica usata da chimici, fisici e via discorrendo, men che mai da medici o psicologi. Nel loro procedere questi ultimi non usano strumenti logici impeccabili ma si affidano ad osservazioni ed esperimenti, che è comunque la base del metodo scientifico fin dal suo ideatore, Galileo Galilei. Studiano un fenomeno, formulano una certa ipotesi e la vagliano alla luce di un esperimento che ne esamina l’efficacia, sia nello spiegare il fenomeno sia nel suo saper predire l’esito di altri fenomeni. Esperimenti non necessariamente fisici, ma anche esclusivamente mentali, come quelli di Einstein. Quelli raccolti man mano sono solo indizi, mai certezze, che costituiranno le fondamenta di una teoria al massimo altamente probabile. Nonostante le tante e solide prove scientifiche a disposizione, concettualmente almeno, nulla che derivi da osservazione e percezione è mai inconfutabile né univoco. Ogni esperimento, per quanto condotto a regola d’arte, è comunque fallibile, parziale e diversamente interpretabile. E tutto ciò nonostante la rivoluzione della Meccanica Quantistica, che ci ha insegnato ad accettare ad esempio fenomeni assolutamente controintuitivi e al limite del paradosso, sui quali però, innegabilmente si basa il funzionamento di tantissima tecnologia.

L’intrinseca debolezza della prova scientifica è comunque il nutriente del progresso scientifico, dei cambiamenti di paradigma; ogni qual volta una teoria, fino ad allora ritenuta valida, per lo meno la più corretta, è stata sostituita da un’altra, con la consapevolezza che qualsiasi spiegazione o modello, anche se decisamente migliore del precedente, rimarranno comunque viziati da qualche elemento di incertezza.

La conoscenza che deriva dalla logica matematica, invece, è ben più assoluta e definitiva di quella di ogni altra disciplina. Perderemo le nostre città, l'ultima delle piramidi d'Egitto si sgretolerà a terra come accadde alle altre meraviglie del mondo antico, dimenticheremo storie, poemi e le opere d'arte verranno inghiottite nella marea dei secoli, ma le intuizioni di Euclide, l'algebra o il calcolo infinitesimale no, quelli ci accompagneranno anche su un altro pianeta.

Per evitare comunque interpretazioni scorrette sulla apparente mancanza di validità (fino a prova contraria) di una teoria scientifica, suggerisco di approfondire tra i miei post ogni qualvolta ho fatto, da profano, un po’ di filosofia della scienza, o quando ho citato e spiegato il falsificazionismo di Popper.


Conclusioni

Sulla base di una sorta di generico principio democratico si assiste spesso a dibattiti dove vengono messi a confronto scienziati con sedicenti esperti o comunque personaggi influenti. Ma dare a tutti lo stesso tempo per esporre opinioni diverse è una cosa che ha senso in un sistema politico bipartitico, ma non funziona nel caso della scienza, perché la scienza non è un’opinione: non è, appunto, democratica. Si basa invece sulle evidenze, e progredisce attraverso affermazioni che possono e debbono essere verificate sperimentalmente, mettendole a confronto con le osservazioni. Le ricerche sono poi, come abbiamo visto, soggette a una revisione critica da parte di una giuria di esperti scientifici. Le affermazioni che non vengono vagliate con questa procedura – o che sono state esaminate e sono state respinte – non possono dirsi scientifiche, e pertanto non meritano lo stesso tempo in un dibattito scientifico.

Un’ipotesi scientifica è come l’accusa di un pubblico ministero: è l’inizio di un processo che può essere molto lungo. La giuria deve decidere non sull’eleganza dell’accusa, ma sull’entità, la forza e la coerenza delle prove che la supportano. Giustamente si chiede che il pubblico ministero fornisca le prove – numerose, solide e coerenti – e che le prove resistano all’esame della giuria, che può prendersi tutto il tempo necessario per portarlo a termine.

Nella scienza avviene all’incirca la stessa cosa. Un’affermazione non viene accettata solo perché proviene da una persona intelligente, o perché un gruppo di persone ne discute, ma quando una giuria di revisori – in rappresentanza della comunità dei ricercatori – ha esaminato le evidenze a sostegno di quell’affermazione e ha concluso che sono sufficienti perché la si possa accettare.

Sappiamo anche che nella ricerca scientifica l'incertezza è costantemente presente, e se qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta: la scienza non si scrive, al massimo si riscrive. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domande.

Il dubbio ha un’importanza cruciale per la scienza – quello che noi chiamiamo curiosità o scetticismo è ciò che spinge la scienza a progredire – ma nel contempo la rende vulnerabile alle rappresentazioni fuorvianti, in quanto è facile decontestualizzare le incertezze e creare l’impressione che ogni cosa sia ancora incerta. Molto negazionismo funziona così: non nega la scienza, non potrebbe perché non potrebbe dimostrarlo, ma usa la normale incertezza scientifica per minare la conoscenza scientifica.

E qui mi contraddico, senza se e senza ma!

Storie dal passato
Sperimentazione Clinica
Esemplare, in campo clinico ed epidemiologico, la storia della sperimentazione legata alla streptomicina, uno dei primi antibiotici derivati da muffe, ovvero da batteri, impiegato nel trattamento delSe qualcuno ci dice che alcune cose sono incerte, tendiamo a pensare che la scienza sia incerta. È un errore. L’incertezza è sempre presente in ogni scienza, perché la scienza è un processo di continua scoperta. Gli scienziati non si fermano quando hanno trovato la spiegazione per qualcosa; cominciano subito a porsi nuove domandela tubercolosi. Dopo averla estratta, verso la metà degli anni Quaranta del XX secolo, negli Stati Uniti si avviò la sperimentazione clinica che inizialmente sembrava fornire risultati mirabolanti. Ma la cosa non convinse l’epidemiologo inglese Bradford Hill che non accettava l’approccio americano se guariscono funziona, sennò amen, non abbiamo perso nulla. Hill voleva dei test specifici e progettò un metodo sperimentale a tavolino, inventando lo «Studio Controllato Randomizzato» (RCT). Lo studio si doveva basare quindi su due gruppi di pazienti, confrontando i risultati statistici di chi ha preso il farmaco e di chi no, un primo gruppo trattato ed un secondo, detto «di controllo» a cui veniva somministrato un placebo. La scelta dei pazienti da assegnare ai due gruppi deve essere assolutamente casuale e se è possibile né i pazienti né i medici devono sapere chi è trattato e con che cosa. Questo è il cosiddetto esperimento in «cieco», che può avere diversi livelli di mascheramento dove solo il paziente ignora o, in «doppio cieco», anche lo sperimentatore; per arrivare al «triplo cieco» dove anche chi analizza statisticamente i dati non sa da quale gruppo provengano evitando qualsiasi tipo di influenza. Gli RCT sono entrati nella ricerca clinica e vengono tutt'ora ritenuti, pur con i loro limiti, la forma più attendibile di evidenza scientifica con cui la medicina ha verificato e verifica regolarmente l’efficacia o meno di un certo farmaco. Ai tempi questo approccio suscitò varie obiezioni. Tra queste, il fatto che l’impressione soggettiva del medico, soprattutto se di lunga esperienza clinica, non fosse poi così meno affidabile della distaccata obiettività della statistica (…); che sarebbe come dire che un novello Commissario Maigret negasse le evidenze molecolari derivanti da un test del DNA che inchioda l’assassino. Inoltre, aspetto ben più importante, bisognava accettare in partenza l'ipotesi che, se alla fine dello studio il farmaco si fosse rivelato efficace, i pazienti casualmente assegnati al gruppo di controllo non ne avrebbero beneficiato, almeno non durante la sperimentazione, e magari qualcuno di loro sarebbe pure morto, mentre a posteriori lo si sarebbe potuto salvare. Ciononostante, il metodo venne accettato, forse grazie anche al fatto che, in quei tempi di magra post-bellica, non ci sarebbe stata abbastanza streptomicina per tutti gli ammalati; quindi, non darla a qualcuno era inevitabile seppur immorale. Se volete approfondire leggete questo intrigante e divertente libro.

Un Nobel sbagliato?
Si diceva all’inizio che capita che uno scienziato, anche di prim'ordine, si convinca erroneamente di aver osservato un nuovo fenomeno.

Il 10 dicembre 1938 l’Accademia delle Scienze di Stoccolma conferiva il premio Nobel a Enrico Fermi con la seguente motivazione: «Per l’identificazione di nuovi elementi radioattivi prodotti dal bombardamento di neutroni e per la scoperta, in relazione a questo studio, delle reazioni nucleari causate dai neutroni lenti». In quegli stessi giorni gli esperimenti di scienziati tedeschi di primordine capovolsero in maniera inoppugnabile le conclusioni del grande fisico italiano: «Non avete ingrossato il nucleo dell’uranio, ma l’avete spaccato in due». Addio ai fascistissimi Ausonio ed Esperio[1]!

Sbarcato sul suo americano, con le leggi razziali e il fascismo alle spalle, Fermi si affrettò a modificare la sua Nobel lecture, ammettendo l’errore e aggiungendo una nota di ritrattazione, il più grande della sua vita ebbe poi a dire, ma andò avanti, grazie comunque all’apertura, con la fissione nucleare, di nuovi campi di ricerca. Sbagliando s’impara, no?


[1] È una lunga storia che provo a riassumere in poche righe. Fermi, all’inizio degli anni Trenta del XX secolo, nel suo lavoro pionieristico sulla radioattività indotta da neutroni, era convinto di aver scoperto nuovi elementi chimici, che furono inizialmente chiamati ausonio (con numero atomico 93) ed esperio (94), oggi noti come nettunio e plutonio, scoperti nel 1940. Sebbene non abbia scoperto la fissione in sé (questo merito va principalmente a Otto Hahn, Lise Meitner e Fritz Strassmann), Fermi e il suo gruppo, i "Ragazzi di via Panisperna", furono i primi a realizzare sperimentalmente la fissione nucleare artificiale di un atomo di uranio, utilizzando neutroni lenti per bombardare il materiale.