17 maggio 2026

Se la crisi climatica fosse una bufala, i militari se ne occuperebbero?

Non è mai troppo tardi e serve sempre ricordare anche cose passate nel tempo ma tuttora presenti con la loro importanza.

È palese e documentato che per i militari la crisi climatica è una realtà di cui tener conto. Per loro, così come per le agenzie di intelligence globali, come la NATO Climate Change and Security Centre of Excellence (CCASCOE), il cambiamento climatico è un moltiplicatore di minacce. Essi basano la propria strategia e pianificazione sui fatti concreti e sui rischi oggettivi per la sicurezza nazionale e globale. Il fatto stesso che, parte della NATO, esista un organismo specifico dedicato, ricco di eccellenze ed esperti, ne è prova indiscutibile, al di là della pluralità delle dimostrazioni basate su fatti scientifici.

L'articolo, a partire da considerazioni generali ma arricchito dall'analisi di casi concreti, mette inoltre in evidenza le tematiche di giustizia ambientale e di ridistribuzione delle responsabilità storiche di cui molte volte si è trattato sulle pagine di questo blog.

Ancora in tema di correlazioni tra sicurezza e cambiamento climatico ne scrissi l'anno scorso in quest'altro post, a seguito di una sorta di confutazione, punto per punto, degli aspetti salienti e ricorrenti del negazionismo climatico.

Allo scopo di dare spazio alla voce originale e per non commettere errori, riporto integralmente il contenuto dell'articolo di Gianfranco Pino, Ten. Col. dell'Arma dei Carabinieri, Head of Standardization, Concept Development and Experimentation Branch al CCASCOE. L'articolo a cui faccio riferimento è apparso per la prima volta su Silvae, rivista tecnico scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri, e pubblicato al seguente link il 5 giugno 2025. Le immagini ed una parziale reimpaginazione sono di mia iniziativa.


Riassunto
Il cambiamento climatico è ormai un fattore strategico che ridefinisce le priorità e i modelli della difesa moderna. Questo articolo nasce dall’esperienza diretta maturata nel corso “Climate Security & Defence”, tenuto dal NATO CCASCoE presso il Collège Militaire Royal de Saint-Jean, in Quebec, e propone una riflessione critica sul ruolo della sicurezza climatica all’interno della NATO. A partire da casi concreti - dal Sud Sudan al Myanmar - si evidenziano le complesse interazioni tra dati climatici e instabilità geopolitica, sottolineando la necessità di integrare scienza, analisi strategica e contesto operativo. L’obiettivo è promuovere un approccio realistico e interoperabile che, senza rincorrere slogan ecologici, metta le Forze Armate in condizione di operare efficacemente in uno scenario sempre più segnato da eventi estremi, pressioni migratorie e trasformazioni ambientali profonde.

Introduzione
Raramente reinventiamo la ruota, eppure quando si tratta di sicurezza climatica, ci troviamo di fronte a una sfida che richiede un cambiamento radicale del nostro modo di concepire la sicurezza e la difesa. Il cambiamento climatico non è semplicemente un ulteriore elemento da aggiungere alla lunga lista delle minacce globali; è un problema sistemico che trasforma profondamente gli ambienti geopolitici e strategici, imponendo una revisione complessiva delle priorità, degli strumenti e dei modelli operativi.

Questi i temi affrontati dal 20 al 23 maggio ultimi scorsi, presso il Collège Militaire Royal de Saint-Jean, in Québec (CAN), dove il Centro di Eccellenza della NATO per il Cambiamento Climatico e la Sicurezza (CCASCoE) ha tenuto il suo primo corso ufficiale: il “Climate Security & Defence Course”, al quale hanno partecipato oltre 30 rappresentanti delle Forze Armate e dei Ministeri della Difesa e degli Affari Esteri di diversi Paesi membri della NATO, insieme a delegati dell’Unione Europea, dello Stato d’Israele e di regioni del Sud globale particolarmente colpite dagli effetti del cambiamento climatico (come i Caraibi, l’Africa occidentale e la regione MENA, Middle East and North Africa).

Il programma, che ha visto tra i relatori anche esperti della Missione ONU in Sud Sudan (UNMISS), del Quartier Generale della NATO, dell’Università della British Columbia e del Council on Strategic Risks (USA), ha rappresentato un passaggio fondamentale per rafforzare la capacità militare e civile di anticipare, adattarsi e rispondere alle minacce legate al clima.

Le sessioni hanno affrontato temi cruciali: eventi meteorologici estremi, vulnerabilità delle infrastrutture critiche, migrazioni forzate e pressioni ambientali sui conflitti armati.

Ampio spazio è stato dedicato anche all’integrazione tra esercitazioni strategiche (wargaming) e fondamenti scientifici del cambiamento climatico, a supporto della pianificazione operativa.

L’Italia ha preso parte al corso con la presenza di un Ufficiale Superiore dell’Arma dei Carabinieri, designato dallo Stato Maggiore della Difesa in rappresentanza delle Forze Armate italiane. Una partecipazione che ha rappresentato un naturale punto di raccordo con l’esperienza e le competenze degli oltre 7.000 Carabinieri Forestali, da anni impegnati nella tutela dell’ambiente, in Italia e all’estero.

L’articolo che segue esplora le complesse interazioni tra clima, sicurezza e difesa, illustrando come le forze armate, e in particolare la NATO, devono ripensare le proprie strategie alla luce dei rischi e delle opportunità imposti da un mondo in rapido cambiamento ambientale.

Il cambiamento climatico come fattore di trasformazione strategica

Il primo punto da sottolineare è che il cambiamento climatico non è un rischio statico o un problema isolato: è un driver di trasformazione geopolitica e strategica. Le competizioni globali non si limitano più solo ai tradizionali ambiti militari o economici, ma si intrecciano con le risorse naturali, le migrazioni di massa e l’instabilità derivante da eventi climatici estremi.

Più che un "altro problema nella lista" di minacce di sicurezza, il cambiamento climatico trasforma la lista stessa, richiedendo una riconsiderazione approfondita e continua di cosa significhi sicurezza. Questo implica che le istituzioni della difesa e i decisori politici devono re-analizzare e re-identificare le priorità di sicurezza in chiave climatica, inserendo il cambiamento ambientale come fattore critico nelle valutazioni e nelle pianificazioni strategiche.

La riflessione dovrebbe partire dal presupposto che la sicurezza climatica è profondamente contestuale e varia da luogo a luogo. Il Canada non è la Finlandia, né gli Stati Uniti sono l’Africa. Gli effetti del cambiamento climatico si manifestano con intensità e modalità diverse, influenzati da condizioni sociali, politiche ed economiche uniche in ciascun territorio. Questo richiede un approccio multilivello e adattativo che tenga conto delle specificità regionali e nazionali.

Un approccio locale e regionale alla sicurezza climatica
Nel discutere la sicurezza climatica, l’esperienza locale e regionale diventa cruciale. Le soluzioni e le valutazioni non possono essere monolitiche o uniformi; devono invece basarsi su studi di caso concreti e contestualizzati. Per esempio, dalla collaborazione con colleghi esperti provenienti da contesti molto diversi - Canada, Finlandia, Africa e altri - è emersa chiaramente la necessità di comprendere come le condizioni climatiche e le dinamiche di sicurezza interagiscano in modi unici e spesso imprevedibili.

Questa prospettiva si basa su una combinazione di scienza, politica e analisi militare, dove la sicurezza climatica si presenta come un campo interdisciplinare e intersettoriale. Sebbene la scienza climatica fornisca dati essenziali, la politica di sicurezza e le decisioni militari devono adattarsi a un livello di incertezza elevato, dove molte azioni e strategie rimangono ancora da definire.

Scienza, politica e sicurezza: un’intersezione complessa

La sicurezza climatica è un punto d’incontro tra la scienza e la politica, tra i dati oggettivi e le decisioni strategiche. Molte delle conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico sono avanzate, ma come queste si traducano in politiche efficaci e azioni militari concrete è ancora una sfida aperta.

Questo perché spesso non sappiamo esattamente quali misure adottare o come implementarle efficacemente nel breve e medio termine. La sfida è dunque quella di costruire ponti tra il rigore scientifico e la flessibilità politica, tenendo conto della complessità sociale e operativa dei contesti militari.

Un’immagine efficace per descrivere questo scenario è quella dei “polsi e polifichi” dove ogni elemento – come un nodo, un’articolazione, un giunto – svolge un ruolo essenziale per il funzionamento dell’insieme. In questo contesto, i “polsi” (punti di connessione e snodi di movimento) possono rappresentare le decisioni politiche, i dati scientifici, le priorità operative che muovono l’azione, mentre i “polifichi” richiamano componenti meno visibili ma strutturali, come le assunzioni metodologiche, le infrastrutture cognitive e le reti di scambio informativo che sostengono e rendono coesa la struttura. Applicata alla sicurezza climatica, questa immagine vuole rappresentare un sistema dinamico e integrato, dove scienza climatica, analisi dei dati, decisioni strategiche, strutture politiche, operazioni militari, aspetti sociali ed economici devono necessariamente funzionare insieme, in modo coordinato e adattivo. Si tratta di un sistema estremamente complesso ed interconnesso di elementi che devono essere coordinati adeguatamente per produrre degli effetti che possano dirsi efficaci nel lungo termine.

Dati e metodologie per l’analisi della sicurezza climatica
Uno degli aspetti più delicati e cruciali della sicurezza climatica è la gestione dei dati e delle metodologie analitiche. La costruzione di un quadro realistico e operativo dipende infatti dalle scelte metodologiche adottate, dalle fonti di dati adottate, dagli indicatori selezionati e dagli strumenti di analisi utilizzati.

Durante la recente sessione di lavoro in Quebec, sono stati presentati casi concreti che mostrano come dati di natura climatica e dati di conflitti armati possano essere integrati per fornire una visione più globale e utile ai decisori militari.

  • Caso 1: Sud Sudan, integrazione di dati climatici e di conflitto
    Nel primo esempio, lo studio si è concentrato sul Sud Sudan, dove dati satellitari sul flusso massimo di acqua sono stati sovrapposti a database di conflitti relativi al 2023. L’immagine risultante ha mostrato come le zone di maggiore flusso idrico - un indicatore di eventi climatici estremi - coincidano in alcune aree con un incremento degli incidenti di sicurezza. 

Questa sovrapposizione permette di comprendere meglio l’interconnessione dinamica tra stress ambientale e instabilità politica, offrendo strumenti per anticipare le crisi e pianificare interventi più mirati. Si tratta di un primo passo fondamentale per trasformare dati complessi in analisi operative. Gap di questo case study è rivelato essere il fatto che i dati raccolti non avrebbero tenuto in debita considerazione gli aspetti legati agli storici dissapori etnici esacerbatisi in epoca coloniale e che producono tutt’oggi i loro effetti. Il Sud Sudan è stato teatro di due lunghe guerre civili (1955-1972 e 1983-2005) tra il Governo del Sudan (dominato dal nord) ed i gruppi di resistenza del sud che rivendicavano la propria indipendenza territoriale, e questo aspetto ha serie implicazioni sull’odierno assetto culturale della regione.
 

  • Caso 2: Myanmar, ciclone Mocha e conflitti armati
    Un secondo esempio riguarda l’evento del ciclone Mocha nel 2023 in Myanmar. La mappa ha mostrato la traiettoria del ciclone con la velocità dei venti sovrapposta a dati di conflitti armati tra diversi gruppi militari.

L’analisi ha indicato come l’evento climatico abbia aggravato le tensioni preesistenti, innescando nuovi conflitti e spostamenti di popolazioni civili. Questo caso ha invece concretamente dimostrato la complessità dell’interazione tra fattori climatici e dinamiche di sicurezza, sottolineando l’importanza di una valutazione integrata e multidimensionale.

Terminologia e strumenti per la sicurezza climatica
Per muoversi efficacemente nel campo della sicurezza climatica è necessario definire chiaramente ed in maniera standardizzata la terminologia e i concetti fondamentali:

  • database: raccolte sistematiche di dati che possono includere osservazioni climatiche da satelliti, indicatori di sicurezza e dati socio-economici.
  • metriche e indicatori: misure costruite e validate da modelli per quantificare fenomeni come la sicurezza alimentare o il rischio di conflitto.
  • strumenti e framework: applicazioni e piattaforme, spesso interattive e basate sul web, che permettono di visualizzare, analizzare e interpretare i dati.

La corretta comprensione e gestione di questi elementi è indispensabile per sviluppare analisi robuste e affidabili, che siano in grado di supportare decisioni strategiche di alto livello.

Impatti operativi del cambiamento climatico sulle forze armate
Il cambiamento climatico non impatta solo a livello strategico o di pianificazione, ma produce effetti concreti e immediati sulle capacità operative delle forze armate. Alcuni di questi impatti includono:

  • riduzione delle finestre di addestramento: eventi meteorologici estremi, come incendi boschivi o inondazioni, riducono il tempo disponibile per l’addestramento del personale, influendo sulla prontezza operativa;
  • usura accelerata delle attrezzature: condizioni climatiche severe aumentano la manutenzione e l’obsolescenza dei materiali e dei mezzi militari.
  • salute e benessere del personale: le nuove condizioni ambientali pongono sfide per la salute fisica e mentale degli operatori, richiedendo nuove forme di supporto e adattamento.
  • riprogettazione della forza: le forze armate devono ripensare la loro organizzazione e la distribuzione delle risorse in funzione delle nuove realtà ambientali e geografiche.

Questi fattori combinati rendono necessario un aggiornamento continuo dei modelli operativi e un’attenzione crescente alla resilienza delle forze armate. 

La NATO di fronte alla sicurezza climatica: una sfida di interoperabilità e innovazione

Per un’organizzazione come la NATO, che basa la sua efficacia sull’interoperabilità tra forze alleate, la sfida climatica assume una dimensione ancora più complessa. La standardizzazione degli equipaggiamenti e dei processi diventa uno strumento essenziale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e garantire la prontezza delle forze.

Tuttavia, non si tratta semplicemente di “verdeggiare la difesa” (Greening Defense) o di introdurre misure ecologiche superficiali: la mitigazione è una conseguenza diretta di una interoperabilità efficiente, che permette di ridurre costi, sprechi e vulnerabilità.

La NATO deve dunque guidare un percorso di innovazione e adattamento che integri scienza, tecnologia e strategia militare, sviluppando capacità nuove e flessibili per affrontare un futuro incerto ma inevitabilmente influenzato dal clima.

Per concludere, la sicurezza climatica rappresenta una sfida senza precedenti per la difesa e le forze armate. Richiede un cambio di paradigma che va ben oltre l’aggiunta di nuovi rischi nella lista delle minacce, ma che investe le fondamenta stesse della strategia, della pianificazione e delle operazioni militari.

L’analisi critica dei dati e delle metodologie, l’attenzione al contesto locale e la capacità di integrare scienza, politica e azione militare sono gli elementi chiave per costruire una sicurezza climatica efficace. Solo così sarà possibile garantire alle forze armate la resilienza necessaria per proteggere cittadini e nazioni in un mondo in rapida evoluzione.


08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


06 maggio 2026

Quando tornano le rondini. Friuli 1976: memorie di un terremoto

 «Il 1976 è un anno denso di avvenimenti. Ricordarne alcuni serve a restituire il contesto di quel tempo. […] Di gran parte di questi fatti, i friulani non si accorgono. Mentre il mondo continua ad andare avanti, per molti di loro tutto si ferma alle nove di sera del 6 maggio.Di quel giovedì notte, resta il ricordo della polvere, del buio e della paura.» 
Giada Messetti

Un avvenimento raccontato da una sola persona riguarda il destino di questa persona, raccontato da molti è già storia.
Svetlana Aleksievič ‘Preghiera per Černobyl’

Il mio paese era piccolo ma era molto bello.
Adesso non c’è nessuna casa, sono tutte cadute dopo il 6 maggio.
Però i nostri monti fanno lo stesso bella figura.
Giovanna, bambina del Friuli

6 maggio 1976 - 6 maggio 2026

Cinquant'anni.

Ripropongo la lettura di questo bellissimo libro di Giada Messetti



6 maggio 1976. In Friuli la terra trema: 13 secondi dopo le 21 un terremoto di magnitudo momento 6,5 (Mw, dati INGV), di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli (fonte INGV), colpisce un’area di 5.700 chilometri quadrati. La scossa principale dura 59 tragici secondi. Cinquantanove secondi. Provate a seguire la lancetta del vostro orologio per quel lunghissimo minuto. Provate ad immaginare di provare a camminare nel corridoio di casa verso l’uscita, su quel che è diventato un tagadà impazzito, e non riuscirci. L’estensione dell’area fu tale da colpire 137 comuni. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, 75.000 danneggiate. I morti furono 989 (anzi, 990 ci ricorda l’Autrice), 2607 feriti. Quasi 200.000 persone persero la casa. Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono a oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza, l’11 e il 15 settembre 1976, con magnitudo pari a 5,7 e 6,1 rispettivamente, analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.

A cinquant’anni dal terremoto l’Autrice ce lo racconta raccogliendo le voci di gemonesi, tutti conosciuti personalmente fin da bambina: persone che lo vissero e che ne portano i segni sulla pelle. Allo scopo di preservare una memoria che, a livello nazionale, sembra lontana e dimenticata, ma che segnò un passaggio cruciale per l’Italia. Come ci dice uno dei testimoni, il nostro è un Paese sismico: ce lo dimentichiamo, ma il terremoto torna sempre.

Con un incedere commovente ma sereno e avvincente nonostante la tragicità degli eventi, l’Autrice narra quelle ore e le enormi conseguenze nel tempo e nello spazio, con tredici storie, a partire dalla sua. Un libro di memorie personali e collettive allo stesso tempo, da condividere, che va dritto al cuore, inteso sia come centro emozionale che centro dei problemi che ogni volta che una calamità naturale, un terremoto in particolare, sconvolge il nostro bel Paese, richiama immediatamente le stesse inadeguatezze, le incompetenze, quella sensazione di emergenza continua che ben conosciamo. Ma è soprattutto un racconto dei racconti di ciò che solo una catastrofe del genere può provocare: spezzare letteralmente le vite di chi sopravvive, con una profonda insanabile frattura tra il prima e il dopo del sisma, perdere tutto, azzerarsi, ripartire. Memorie intime, direttamente dagli occhi di chi le ha vissute. Come quel che traspare da frammento che segue.

Un vecchio servizio televisivo in bianco e nero del 1976 raccoglie le voci di bambini friulani, scampati alla devastazione. Uno di loro, Vittorio, dichiara perentorio: «Lis sisilis nus bandonin» («Le rondini ci abbandonano»). Fuori campo, una voce di donna chiede: «Perché ci abbandonano? Sono venute le rondini a Gemona quest’anno?». Lui risponde: «Sì, sono venute, ma non hanno trovato i nidi perché le case sono cadute». E nella risposta ad una successiva domanda la speranza, che tornino le rondini e ritrovino le case ricostruite per dar loro modo di costruire i nidi. Per anni, a Gemona, le rondini non s’erano più viste.

Il libro illumina un’esperienza politica straordinaria, forse irripetibile, quella che fu chiamata fin da subito “Modello Friuli”. Una politica responsabile, capace di superare le barriere ideologiche per unirsi al servizio della popolazione. La figura di Giuseppe Zamberletti, tratteggiata più volte,  un uomo illuminato, al posto giusto al momento giusto, con poteri davvero eccezionali al limite della costituzionalità. Ad evitare il dramma del terremoto del Belice, avvenuto pochi anni prima e con i sopravvissuti ancora costretti nelle baracche.

E da tutti questi racconti la speranza è che si gettino le basi, soprattutto per i giovani, per chi nemmeno conosce quella tragedia, per ispirare curiosità per la straordinaria solidarietà e collaborazione nate da quella catastrofe. Sarebbero disposte le odierne generazioni di genitori a lasciare che i loro figli si rechino volontariamente in una zona disastrata, rischiando di persona, per aiutare gli altri? L’Autrice non ne è sicura, e concordo. L’iperprotettività dell’odierna società è tale da spegnere sul nascere ogni volontà di quel tipo.

Il 6 maggio 1976 l’Autrice non era ancora nata. Ma fu in quel tragico contesto che i percorsi contingenti delle vite portarono a conoscersi i due che sarebbero divenuti i suoi genitori. E dalla forza di chi volle e seppe ricominciare nonostante tutto quel dolore. E aggiunge: «Per quanto queste mie parole possano suonare spiacevoli, senza il terremoto che quella sera ha spezzato tante vite e ne ha cambiate altrettante, non sarei qui. Sono figlia del terremoto

E quella stessa forza di volontà pervade indissolubilmente la straordinaria reazione di una terra che rifiutò di arrendersi. «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» era il motto di allora (formulato da monsignor Alfredo Battisti, l’allora arcivescovo di Udine); e così la ricostruzione divenne modello virtuoso di efficienza e partecipazione dal basso, che impedì lo spopolamento delle valli.

Una raccolta preziosa di testimonianze, a ricordare che la rinascita è possibile anche dopo la più totale delle distruzioni, affinché le rondini tornino a nidificare dove prima c’erano solo macerie e perché, come conclude il libro: «No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini

Ma soprattutto un monito ad evitare tragedie come questa spingendo forte, fortissimo, sulla prevenzione, la grande assente in questo nostro paese, a ribadire gli appelli e la necessità più e più volte espressa sulle pagine del nostro sito.

Selezione di emozioni
Dal cap. I
«Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti.»

Dal cap. II
«Può sembrare assurdo, ma a me vivere in baracca in fondo piaceva. Mi rilassava stare seduta fuori dalla porta e osservare la vita della baraccopoli. La normalità tornava, piano piano. Quello che ricordo con più piacere è che eravamo tutti uguali. Chi riusciva a costruire un piccolo riparo dal vento davanti alla porta del suo prefabbricato sembrava più fortunato degli altri, ma per il resto non c’erano altre differenze. Tutto era livellato. Non sapevi più chi fosse ricco e chi fosse povero. Anche perché, per mesi, i soldi non si erano più usati. Si mangiava nelle mense dei militari e ci si vestiva con gli indumenti distribuiti nei magazzini dove lavoravo anch’io. C’era solo un po’ di invidia per chi viveva nelle Krivaja. Erano i prefabbricati più belli: le “baracche-chalet”, così le chiamavamo, perché assomigliavano a delle piccole baite in legno. Venivano concesse a chi possedeva un terreno privato su cui poterle installare, quindi erano sparse qua e là.

Un altro aspetto bellissimo di quel periodo era la tolleranza per la diversità. Ho lavorato per oltre venticinque anni in ambito psichiatrico: credo che, per chi viveva un po’ ai margini, quello sia stato un momento positivo. Nessuno aveva nulla, ma si condivideva tutto.»

«(…)una cosa è percepire un tremito, un’altra è la terra che si apre e inghiotte tutto, compresa la tua vita precedente.»

Dal cap. III
«I jeans che la mattina del 6 maggio non riusciva ad abbottonare, il giorno dopo le cadranno. Per la paura, quella notte, ha perso tre chili.»

Dal cap. IV
«Di fatti incredibili, attorno al terremoto, ne sono successi davvero tanti. Una cosa che mi ha sempre colpito è il grande aiuto che io e la mia famiglia abbiamo ricevuto, sia da conoscenti sia da perfetti sconosciuti.»

Dal cap. V
«È il primo caso nella storia in cui un disastro naturale assume la dimensione di una vera e propria tragedia mediatica, seguita e raccontata senza sosta dai mezzi di informazione. L’8 e il 9 maggio la RAI decide di modificare i suoi palinsesti e – oggi può sembrare incredibile – blocca la trasmissione di inserti pubblicitari in segno di lutto per i quasi mille morti del Friuli

«Tutti gli inviati non possono fare a meno di sottolineare lo stesso dato di fatto: i friulani non piangono, non gridano, non si lamentano.»

«È difficile trovare un angolo nel mondo in cui i friulani non siano arrivati negli ultimi secoli. Ancor più difficile trovare un luogo in cui il loro passaggio abbia lasciato un cattivo ricordo.»

Dal cap. VI
[Quelli post sisma – NdR] «Sono stati anni di grande solidarietà e condivisione. Il rovescio della medaglia è che, con il tempo, tutto è tornato come prima, forse persino peggio. A volte mi chiedo cosa accadrebbe se arrivasse un terremoto altrettanto devastante oggi. Credo sarebbe più complicato reagire allo stesso modo.»

«Dopo qualche giorno, qualcuno mi ha avvisato che avevano recuperato i corpi dei miei cari. Mi sono messo in testa che volevo vederli. Sono arrivato nella via del cimitero. C’erano una fila interminabile di bare aperte e un odore insopportabile di disinfettante e di morte. A cinque metri da loro, per fortuna, ho avuto un momento di lucidità. Mi sono fermato e ho pensato che non era vero che volevo vederli. Non volevo vedere mio fratello con il volto tumefatto dall’asfissia o mia madre priva di un braccio perché la pala meccanica gliel’aveva portato via. Volevo ricordare come erano, uguali a quando li avevo salutati.»

Dal cap. VII
«”NON ABBIAMO BISOGNO DI COMPASSIONE!”, scritto tutto maiuscolo.»

«Per noi il Friuli è al primo posto, non possiamo sbagliare. Il Belice non si deve ripetere». Giulio Andreotti nel settembre 1976.

Dal cap. VIII
«…nelle fasi critiche è fondamentale che qualcuno, a un certo punto, prenda in mano la situazione.»

Dal cap. IX
«Il numero totale degli sfollati sarà di oltre 32.000 persone.»

«Sebbene rari, si registrano casi di persone che svuotano gli alloggi [per gli sfollati, NdR] per renderli inutilizzabili, li fanno risultare occupati anche se non è vero o si rifiutano di concederli.»

[Per consentire a chi ha deciso o è costretto a restare, di affrontare l’inverno – NdR] «tutte le roulotte italiane in produzione, comprese quelle nei magazzini delle ditte costruttrici, vengono requisite

Dal cap. X
«Entro il 30 marzo 1977, quasi tutti gli abitanti sono rientrati a Gemona. Era la scadenza che aveva fissato il commissario.

Da lì in poi è iniziata la ricostruzione vera e propria. Lo Stato ha delegato i suoi poteri alla Regione e la Regione ha nominato i sindaci “funzionari delegati” con facoltà di firma. I progetti sono rimasti in Friuli, non sono transitati per Roma, come era successo dopo il terremoto del Belice.(…)Ci sono voluti dieci anni perché la ricostruzione fosse completata al 90 per cento.»

«Per conservarne la memoria è necessario che i nonni ne parlino ai nipoti, i genitori ai figli, e così via. È inutile far finta di niente: il Friuli Venezia Giulia, come l’Italia, è una terra sismica. Il terremoto torna.»

Dal cap. XI
«Il primo problema da affrontare in tutte le aree colpite dal sisma è disfarsi delle tonnellate di macerie che il terremoto e la successiva demolizione dei fabbricati pericolanti hanno prodotto.» I resti del centro storico di Gemona hanno formato una collinetta. Passeggiandoci si nota come [NdR] «sul terreno si possano ancora riconoscere piccoli pezzi di mattone, cocci di vasi, frammenti di piastrelle. Chissà cos’altro c’è là sotto. Solo provare a immaginarlo mi fa venire i brividi

Dal cap. XII
«(…)la decisione dello Stato di affidare la responsabilità di gestire l’emergenza e la ricostruzione ai Comuni è stata ciò che ha fatto la differenza rispetto alle altre situazioni post-terremoto nel nostro Paese.»

Dal cap. XIII
«No jè mai stade ploe che il bon timp nol sedi tornât. Non c’è mai stata pioggia dopo la quale non sia tornato il sereno. E con il sereno, si sa, tornano anche le rondini