L’eredità invisibile: rifiuti nucleari e responsabilità verso i discendenti
«Come conducenti inesperti ma troppo sicuri di sé, acceleriamo in paesaggi
ed ecosistemi senza avere idea dei loro consolidati schemi di traffico, e poi
reagiamo con sorpresa e indignazione quando affrontiamo le sanzioni per aver
ignorato le leggi naturali».
«Noi non ereditiamo la terra dai nostri padri ma la prendiamo in prestito
dai nostri figli»
«Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri»
Premessa
La capacità di scindere l’atomo e
liberarne l’energia può sembrare il culmine dell’ingegno umano. Secondo un
racconto diffuso, dopo la prima detonazione nucleare ad Alamogordo Robert
Oppenheimer citò una roba induista: «Ora
sono diventato morte, il distruttore di mondi». Ma l’episodio è
probabilmente apocrifo e nasconde una verità meno trionfale: dominare l’energia
dell’uranio non ci ha resi simili a dei, ma dipendenti dai nuovi immortali che
abbiamo creato.
Il 16 luglio 1945 il Trinity
Test inaugurò l’era atomica nel deserto del New Mexico. Il calore
dell’esplosione fuse la sabbia, trasformando il terreno in materiale vetroso.
Da quel momento la sperimentazione nucleare si intensificò rapidamente: le
prove termonucleari su vasta scala iniziarono nel 1952 e raggiunsero la massima
frequenza nei primi anni Sessanta. Nell’arco di circa quarant’anni furono fatti
esplodere nel mondo più di milleseicento ordigni,
con una media vicina a un test ogni dieci giorni. Ecco la lista:
- Stati Uniti d'America: tra 1.032 e 1.054 test (il primo in assoluto il 16 luglio 1945 con il test Trinity nel New Mexico)
- Unione Sovietica/Federazione Russa: 715 test
- Francia: 210 test
- Regno Unito: 45 test
- Cina: Ha condotto 45 test
- India: tra 2 e 6 test ufficiali
- Pakistan: tra 2 e 6 test ufficiali (nel 1998).
- Corea del Nord: 6 test riconosciuti (dal 2006 in poi)
Uno degli episodi più gravi fu il
test Castle Bravo, condotto dagli Stati Uniti il 1° marzo 1954
sull’atollo di Bikini. L’ordigno, della potenza di 15 megatoni, distrusse
alcune piccole isole, aprì un enorme cratere e disperse materiale radioattivo
su un’area molto più ampia del previsto. Il fallout contaminò l’ecosistema
marino e raggiunse luoghi lontani; la sua diffusione, ampia e uniforme,
potrebbe costituire una delle tracce
più durature dell’Antropocene. A Rongelap, circa 140 chilometri più a est, gli
abitanti videro una luce paragonabile a un secondo sole e scambiarono per neve
la polvere bianca che ricoprì l’isola: era corallo polverizzato mescolato a
residui radioattivi. Dopo pochissimo tempo gli abitanti di Rongelap
manifestarono ustioni, caduta dei capelli e altri sintomi dell’esposizione alle
radiazioni. Furono evacuati nel 1954, ma tre anni dopo vennero ricondotti
sull’atollo nonostante la contaminazione persistente. Negli anni seguenti
aumentarono tumori, soprattutto alla tiroide, e gravi problemi riproduttivi.
Gli effetti non si limitarono quindi alla generazione direttamente esposta, ma
investirono anche i suoi discendenti.
Nel 1995 Lijon Eknilang riferì
alla “Corte Internazionale di Giustizia” le conseguenze osservate nella
comunità, comprese gravissime malformazioni neonatali descritte dagli abitanti
con immagini tratte dalla loro esperienza quotidiana. Nel 1985 Rongelap fu
evacuata definitivamente e considerata inadatta a un insediamento umano stabile
per un periodo paragonabile all’emivita del
plutonio-239: circa 24.000 anni.
Semplificando, per emivita
si intende il periodo di tempo occorrente affinché una data quantità di un
elemento radioattivo, o comunque di particelle soggette a decadimento, si
riduca alla metà della quantità iniziale.
La struttura non fu però isolata
completamente dal terreno sottostante. Oggi l’acqua marina può penetrare nel
deposito, mentre la superficie della cupola mostra segni di deterioramento. La
sua posizione, quasi al livello del mare, la espone inoltre all’innalzamento
delle acque e alle tempeste. Il sito dimostra così che una soluzione pensata
come contenimento duraturo dipende comunque da condizioni ambientali mutevoli.
Prima del Trattato del 1963 che
limitò gli esperimenti nucleari nell’atmosfera furono effettuati circa
cinquecento test in atmosfera. Nel periodo di massima attività la
concentrazione di carbonio radioattivo nell’atmosfera raddoppiò; tracce di questo incremento resteranno rilevabili per
decine di migliaia di anni. Anche il plutonio-239, quasi assente in
natura e caratterizzato da un’emivita di 24.100 anni, è ormai presente in
quantità residue su scala globale. Il fallout è stato individuato nei ghiacci
polari, nei sedimenti, negli anelli degli alberi e nei tessuti viventi, tanto
da essere considerato un possibile indicatore geologico dell’Antropocene.
Alle conseguenze delle esplosioni
si aggiungono le scorie[1]
prodotte dal ciclo dell’energia nucleare. L’uranio naturale è composto quasi
interamente da U-238, isotopo non fissile la cui emivita è di circa 4,5 miliardi di anni; la quota di U-235 è invece
inferiore all’1%. Per alimentare un reattore, l’U-235 deve essere concentrato
in genere fino al 3,5-5%, mentre gli impieghi militari richiedono percentuali
molto superiori. L’arricchimento consuma grandi quantità di risorse e genera
residui: da una tonnellata di uranio naturale si ricavano circa 130 chilogrammi
di combustibile e 870 chilogrammi di materiale di scarto. Anche il combustibile
esaurito contiene uranio e plutonio; una parte può essere recuperata, ma il
riprocessamento riduce il volume senza eliminare la pericolosità di lungo
periodo.
Le scorie obbligano quindi a
considerare conseguenze che superano la vita delle
persone, delle istituzioni e persino delle civiltà oggi esistenti: i
loro effetti riguarderanno individui non ancora nati e ambienti che nel
frattempo saranno profondamente cambiati. Sotto l’apparente normalità
quotidiana permane così una realtà invisibile, costituita da materiali capaci di restare attivi per tempi che sfuggono
alla nostra esperienza storica.
Il disastro di Cernobyl’ rese improvvisamente visibile questa dimensione nascosta. Il 26
aprile 1986 l’esplosione del reattore numero 4 liberò circa cinquanta milioni
di curie (Ci) di radioattività. Il Ci è stato sostituito nel sistema
internazionale delle unità di misura dal becquerel (Bq). Henri Becquerel
scoprì la radioattività naturale nel 1896 e Marie Curie ne approfondì,
insieme al marito Pierre, le caratteristiche: tutti e tre Nobel per la fisica
nel 1903 con lei prima donna a riceverlo.
Tanto per capirci 1 Ci = 3,7 x 1010
Bq, quindi 50x106 Ci = 1,85x1018 Bq. Ogni Bq corrisponde
ad un decadimento al secondo, quindi circa 1018 decadimenti al
secondo, e ogni decadimento
può essere, a seconda del tipo di isotopo e delle modalità, una particella
“alfa”, un elettrone (in questo caso “beta”), un raggio “gamma”, insomma
particelle o radiazione elettromagnetica (che poi il dualismo la rende anche
particella, ma non divaghiamo) ad altissima energia: roba che se trova
materia organica sulla sua strada fa danni, parecchi.
L’ambiente intorno alla centrale
in Ucraina conservava un aspetto ordinario, ma aria, suolo, vegetazione e
alimenti erano contaminati da sostanze impercettibili. Gli aghi dei pini
cambiarono colore, le foglie furono danneggiate e il fallout si diffuse
rapidamente oltre i confini dell’Unione Sovietica, raggiungendo entro pochi
giorni l’India e il Nord America. Il pericolo maggiore derivava proprio dalla
difficoltà di distinguere a vista un luogo familiare da uno divenuto letale.
L’esplosione uccise
immediatamente due persone e, nei giorni successivi, ventinove soccorritori.
Questi decessi rappresentano soltanto la parte più evidente del bilancio: le
stime sugli effetti oncologici a lungo termine arrivano fino a decine di
migliaia di casi. L’area più contaminata potrebbe restare inadatta alla vita umana per circa 20.000 anni: la
civiltà post neolitico nasce circa 10.000 anni fa, un intervallo quindi più lungo dell’intera storia documentata. Il
disastro unisce così due scale temporali opposte: l’istante dell’incidente e la
persistenza plurimillenaria delle sue conseguenze. Il reattore racchiuso nel
sarcofago resta, simbolicamente, fissato al momento dell’esplosione, mentre il
rischio continua a estendersi nel futuro.
Nonostante la loro pericolosità,
non esiste un inventario globale preciso delle scorie radioattive. Nel 2007 l’AIEA
stimò 2,2 milioni di tonnellate di uranio
arricchito e 220 milioni di tonnellate di residui minerari radioattivi. Le
circa 450 centrali nucleari operative conservano ancora gran parte del
combustibile esaurito in depositi superficiali, soluzioni temporanee e vulnerabili
rispetto alla durata del rischio.
Lo stoccaggio definitivo del
combustibile esausto resta irrisolto: i trattati vietano il deposito sotto il
mare o nella calotta antartica, mentre il lancio nello spazio (c’è chi lo
propose, davvero…) comporterebbe rischi inaccettabili. Per questo vari paesi
hanno investito in depositi geologici profondi, con risultati difficili e
costosi. Il progetto di Yucca Mountain, destinato ad ospitare 70.000
tonnellate, fu abbandonato nel 2011 dopo che le stime raggiunsero quasi 100 miliardi di dollari. Il WIPP
(Waste Isolation Pilot Plant, si noti “pilot”), aperto nel Nuovo Messico nel
1999 per rifiuti transuranici militari, dovrebbe essere sigillato dopo il 2030
e protetto dalle intrusioni per almeno 10.000 anni. Il WIPP sorge nella
formazione salina Salado, uno strato spesso tra 200 e 400 metri formatosi circa
250 milioni di anni fa. Il sale limita il passaggio delle acque, assorbe i
movimenti tettonici e, deformandosi lentamente, dovrebbe richiudere eventuali fratture
e avvolgere le scorie.
Resta però il rischio
dell’intrusione umana, accentuato dalla presenza di una riserva di combustibili
fossili a circa un chilometro dal sito. La
difficoltà senza precedenti è trasmettere un avvertimento leggibile ed efficace
a generazioni lontane migliaia di anni, oltre la durata delle città, delle
lingue e della scrittura.
1. Un’eredità che dura più della nostra civiltà
Una delle contraddizioni più profonde dell’età nucleare è che abbiamo
prodotto rifiuti estremamente pericolosi, la cui gestione richiede orizzonti
temporali che superano l’intera storia conosciuta dell’umanità. Le barre di
combustibile nucleare esaurito, generate sia dai programmi militari sia dalla
produzione civile di elettricità, resteranno radioattive e pericolose per oltre
100.000 anni. Il plutonio-239, creato dall’essere umano nel 1940, ha un’emivita
superiore a 24.000 anni e può rappresentare un rischio per centinaia di
migliaia di anni.
Non si tratta semplicemente
di “smaltire rifiuti”. Stiamo lasciando ai nostri discendenti, spesso senza che
possano scegliere o anche solo conoscere appieno la questione, una presenza
tossica nel sottosuolo. È un’eredità imposta: le generazioni future non hanno
partecipato alla decisione di produrre queste sostanze, ma dovranno convivere
con i loro rischi, vigilare sui siti, interpretare eventuali segnali di
pericolo e, in caso di fallimento, subirne le conseguenze.
È una rottura del rapporto normale tra presente e futuro. Le società umane hanno sempre tramandato patrimonio, conoscenze, istituzioni e, purtroppo, danni ambientali; ma le scorie nucleari introducono una scala nuova, non quella dei decenni o secoli, percorribili con la memoria storica di generazione in generazione, bensì centinaia di secoli. Il tempo necessario per garantire la sicurezza supera il tempo intercorso dalla nascita dell’agricoltura, della scrittura, delle religioni storiche e, in prospettiva, della stessa civiltà industriale.
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| Piscina di combustibile nucleare esaurito in Svezia (foto: Curt-Robert Lindqvist) |
2. La situazione attuale: stoccaggio temporaneo, smaltimento rimandato
Dopo la
rimozione dai reattori, il combustibile esaurito viene collocato in piscine di
raffreddamento, spesso all’interno delle centrali stesse. L’acqua, mantenuta
sotto costante circolazione e trattata con materiali che assorbono i neutroni,
protegge gli operatori dalle radiazioni e raffredda lentamente le barre. Solo
dopo almeno tre anni, e più frequentemente dopo sei-dieci anni, il combustibile
può essere trasferito in contenitori secchi in acciaio.
Il dato più
significativo è che, dopo oltre 70 anni di tecnologia nucleare, quasi tutto il
combustibile esaurito del mondo resta ancora in stoccaggio temporaneo: nelle
piscine oppure in fusti a secco. Negli Stati Uniti, ad esempio, circa il 70%
del combustibile nucleare esaurito si trova ancora nelle piscine, in alcuni
casi da decenni.
Questo
significa che la cosiddetta “soluzione definitiva” non è ancora una realtà
consolidata. Il deposito geologico del WIPP, di cui ho scritto, è
destinato tuttora solo a scorie militari; ma nessun combustibile nucleare
esaurito è stato finora depositato in modo permanente. Il WIPP stesso, nel suo
primo decennio di attività, ha registrato crolli strutturali, incendi,
esplosioni ed emissioni di radiazioni.
3. Forsmark e Onkalo: i progetti più avanzati
I due
progetti più avanzati per lo smaltimento permanente del combustibile nucleare
esaurito sono in Svezia e in Finlandia. La Svezia sta realizzando il deposito
di Forsmark, sul Mar Baltico; la Finlandia sta completando Onkalo, presso
Olkiluoto, nell’isola di Eurajoki: il deposito finlandese non è ancora
ufficialmente partito con il conferimento definitivo delle scorie, ma
l'operatività dell'impianto è stata ufficialmente autorizzata.
Entrambi i
progetti si basano sul metodo svedese KBS-3.
Il principio è quello delle “barriere multiple”:
- il combustibile viene racchiuso in contenitori di rame;
- i contenitori sono inseriti in buche scavate nella roccia, a circa mezzo chilometro di profondità;
- gli spazi vengono riempiti con argilla bentonitica, che si espande a contatto con l’acqua e dovrebbe sigillare ulteriormente il sistema;
- la roccia circostante, granito, costituisce la terza barriera naturale;
Il
principio è semplice: nessuna barriera può garantire da sola la sicurezza per
centinaia di migliaia di anni; combinandone diverse e indipendenti, però, la
probabilità di un guasto simultaneo si riduce a livelli ritenuti accettabili.
Come in una Matrioska, le famose bamboline russe una dentro l’altra, una serie
di contenitori uno dentro l’altro, ciascuno con la propria funzione e le
proprie caratteristiche di resistenza.
La Svezia
ha già accumulato circa 6.500 tonnellate di combustibile esaurito nell’impianto
temporaneo Clab, vicino a Oskarshamn, con una capacità massima prevista di
11.000 tonnellate. Il combustibile dovrebbe poi essere trasferito via mare
verso Forsmark.
La Finlandia, invece, conserva attualmente il combustibile presso i siti delle centrali di Olkiluoto e Loviisa. Onkalo è progettato per contenere circa 2.500 tonnellate di combustibile esaurito e, secondo il documento, sarebbe il primo deposito permanente di combustibile nucleare esaurito al mondo a essere vicino al completamento. I contenitori dovrebbero essere collocati per circa un secolo prima della chiusura definitiva del sito.
Faccio notare la pochezza rispetto a quelle 2,2 milioni di tonnellate stimate.
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| Le barriere di contenimento multiplo del metodo KBS-3 (immagine: SKB) |
Ipotizziamo che la scelta tecnica sia adeguata, quello che viene contestato da più parti riguarda la scelta dei siti e la loro sicurezza. In molti hanno messo in discussione le logiche con cui sono stati scelti i luoghi: sia Forsmark che Olkiluoto si trovano vicino a centrali nucleari già esistenti, su terreni già controllati dalle aziende del settore e in comunità abituate da decenni alla presenza dell’industria nucleare.
Questa scelta
ha vantaggi evidenti: riduce i trasporti, evita l’acquisizione di nuovi terreni
e sfrutta rapporti sociali ed economici già consolidati. Ma questi criteri sono
in gran parte legati alle esigenze del presente:
la comodità operativa, i costi, l’accettazione locale e la dipendenza economica
delle comunità.
Il paradosso è
che decisioni prese sulla base di interessi contemporanei - trasporti più
brevi, terreni già disponibili, consenso locale - produrranno effetti che
dureranno per 100.000 anni. Per chi vivrà
tra 10.000 anni, la vicinanza di una centrale, la proprietà del terreno o la
familiarità di una comunità con l’industria nucleare non avranno più alcun
significato. Eppure quelle condizioni avranno determinato dove è stato sepolto
il pericolo.
Per
assurdo, un contadino della Mesopotamia di 10.000 anni fa avrebbe scelto dove
seminare pensando alla fertilità del suolo, alla vicinanza dell’acqua e alla
sicurezza del raccolto: interessi perfettamente razionali nel suo presente, ma
ormai irrilevanti per noi. Allo stesso modo, tra 10.000 anni la vicinanza di
una centrale, la proprietà dei terreni o il consenso locale non avranno più
significato; eppure sono criteri contemporanei come questi a determinare oggi
dove seppellire un pericolo destinato a durare molto più a lungo.
5. Il teatro della competenza
Le istituzioni
nucleari presentano i progetti come se fosse possibile controllare con certezza
fenomeni per tempi immensi. In realtà questa certezza è in parte una
costruzione culturale e comunicativa che ha lo scopo di rendere gestibile,
finanziabile e socialmente accettabile un’impresa che, se guardata nella sua
interezza, appare piena di incertezze.
Gli esperti
possono testare contenitori, studiare la geologia, analizzare la corrosione del
rame e simulare scenari futuri. Ma pur ammettendo la validità tecnica, oggi, non
possono verificare sperimentalmente che un sistema rimarrà integro per 100.000
anni. Possono soltanto estrapolare dal passato geologico e da esperimenti di
durata molto più breve.
Ci sono
state in passato civiltà che costruivano con l’ottica della durata lunghissima
nel tempo. I Romani e i loro acquedotti, per esempio, che ancora oggi dopo
oltre 2.000 anni svolgono il ruolo per cui furono costruiti. Ma a parte
l’enorme differenza tra 2.000 e 10.000, o addirittura 100.000 anni, queste
opere in primo luogo non rappresentavano o contenevano un pericolo da cui star
lontani, ma le generazioni che si sono succedute, a parte brevi intervalli, ne
hanno curato la manutenzione proprio allo scopo di mantenere l’utilità pubblica
di trasportare acqua.
Pur se la scienza
e la tecnologia, sua diretta derivazione, o l’ingegneria, non sono prive di
valore, restano comunque attività umane, condizionate da paradigmi, interessi
istituzionali, necessità di finanziamento e bisogni di legittimazione. La
competenza tecnica diventa così anche una forma di rassicurazione: permette
alle istituzioni di dichiarare di aver “adempiuto” al proprio dovere, anche
quando l’esito reale non potrà essere conosciuto per millenni.
6. Le incertezze geologiche e materiali
Le fragilità
comunque non mancano.
Il primo
riguarda la stabilità della roccia. I pianificatori osservano che i siti scelti
si trovano in formazioni geologicamente stabili da oltre un miliardo di anni e
ne deducono che lo saranno anche nei prossimi 100.000 anni. Ma l’Antropocene, o
comunque si voglia definire il periodo industriale dell’umanità, ha
cambiato le regole: l’attività umana è diventata essa stessa una forza
geologica. Fracking, guerre, bombardamenti, estrazione mineraria e altre
attività possono alterare paesaggi e sottosuolo in modi non prevedibili sulla
base della sola storia naturale. E la crisi climatica
può trasformare regioni aride in monsoniche e viceversa.
Anche se il cambiamento climatico ne ritardasse l’arrivo, non è
possibile escludere che una nuova era glaciale possa ricoprire l’Europa
settentrionale con chilometri di ghiaccio, esercitando
un’enorme pressione sul substrato roccioso. Il progetto di Onkalo considera questa eventualità, ma le strutture in superficie
resterebbero esposte: nel tempo potrebbero essere sommerse da un mare poco profondo o sottoposte agli agenti atmosferici. Ancora oggi, dopo il ritiro
dell’ultima calotta glaciale, l’area di Olkiluoto continua a sollevarsi di
circa 6 millimetri l’anno e dovrebbe continuare a farlo ancora per millenni. La
stima è che quindi, fra 10.000 anni, Onkalo si troverà
nell’entroterra, fino a 15 chilometri dalla costa.
Poi ci sono i materiali. Per
valutare la durabilità del progetto e dei materiali, gli ingegneri finlandesi
hanno cercato analoghi storici e naturali. Un cannone di bronzo della nave
svedese Kronan, affondata nel 1676, aveva subito meno del 4% di
corrosione dopo circa quattro secoli nei sedimenti saturi d’acqua, offrendo un
riferimento per i contenitori di rame. A Littleham, nel Devon, lastre di rame
naturale erano rimaste quasi inalterate per 170 milioni di anni; a Inchtuthil,
in Scozia, chiodi romani intatti dopo 2.000 anni indicavano la resistenza
dell’inserto di ferro. L’efficacia protettiva dell’argilla trovava invece
riscontro nelle sequoie di Dunarobba, conservate per due milioni di anni nei sedimenti
lacustri, e nel corpo di una donna cinese di 2.100 anni fa, preservato con
organi integri e articolazioni ancora mobili grazie allo spesso strato
argilloso attorno alla bara. Nel complesso, queste verifiche trasmettevano
un’impressione di metodo e concretezza, in netto contrasto con l’atmosfera più
fantasiosa che circondava i progetti dello statunitense WIPP.
Quindi, secondo
le valutazioni della SKB, (l’azienda che gestisce lo smaltimento dei rifiuti nucleari in Svezia) in
assenza di ossigeno la corrosione del rame sarebbe limitata a pochi millimetri
in un milione di anni. Altri ricercatori, tra cui il chimico svedese Peter
Szakálos, hanno sostenuto invece che tali stime sottovalutano il rischio di
corrosione. Il dibattito scientifico è aperto, ma le decisioni progettuali
devono comunque essere prese ora, anzi, sono già state prese.
O basterà richiamare la famosa affermazione dell’ex segretario della difesa Donald Rumsfeld.
(…) ci sono
cose note note; ci sono cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono
cose note incognite; vale a dire che sappiamo che ci sono alcune cose che non
sappiamo. Ma ci sono anche cose note incognite, quelle che non sappiamo di
non sapere.[*]
7. Avvisare chi non potrà capire: la semiotica nucleare
Anche le parole hanno una sorta di emivita: in genere sopravvivono da circa 750 anni fino, in casi eccezionali, a oltre 10.000. L’uso ne consuma
o trasforma il significato, una sorta di erosione che può riguardare il
significato o i suoni. Pensate alla “Commedia” di Dante, in appena una manciata
di secoli quanti termini a noi del tutto estranei! Alcuni termini possono conservarsi nei toponimi e poche parole a lunga conservazione, come i pronomi
e numerali, parole che indicano una quantità numerica
precisa o la posizione in una serie, sembrano durare molto più a lungo: si
ritiene che gli inglesi I, you, not, here
e how risalgano a 20.000 anni fa. Sono però frammenti insufficienti
per una comunicazione efficace. Secondo uno
studio sulla trasmissione di messaggi al futuro profondo, fra 10.000 anni
l’inglese, se ancora esisterà, conserverà appena il 12% del lessico di base
odierno.
Da questo
problema nacque la «semiotica nucleare»,
disciplina sviluppata dal semiologo statunitense Thomas Sebeok. In due parole semiotica (o semiologia) è la disciplina che studia i segni, i simboli e i
modi in cui questi producono significazione (il processo attraverso cui
qualcosa acquista un senso e comunica un messaggio). In un saggio del 1984,
Sebeok propose di affidare la conservazione del messaggio a una «casta sacerdotale atomica»: un gruppo
interdisciplinare di fisici, esperti di radiazioni, antropologi, linguisti,
psicologi e semiologi. La casta avrebbe custodito la conoscenza dei materiali
sepolti e alimentato, intorno a siti come il WIPP, miti, rituali e
superstizioni capaci di evocare malattia e pericolo, scoraggiando così la
curiosità dei non iniziati. Per limitare il deterioramento linguistico, il
messaggio sarebbe stato aggiornato e trasmesso a staffetta ogni tre
generazioni, in modo da restare comprensibile ai pronipoti di ciascun gruppo di
custodi e adattarsi gradualmente all’evoluzione della lingua.
Sarà sicuramente materia più che seria, ma a me ricorda il famoso film “L’altra faccia del pianeta delle scimmie” e quella comunità sotterranea di umani mutanti sopravvissuti
all'olocausto nucleare, adoranti "la bomba".
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| Fotogramma dal film |
Un problema
enorme perché le lingue cambiano, le civiltà scompaiono, i simboli perdono
significato e i messaggi possono essere fraintesi. Non è affatto ovvio che una
scritta, un monumento o un simbolo di pericolo siano compresi tra 10.000 o
50.000 anni. Le più antiche tradizioni religiose e culturali note non hanno
mantenuto un significato coerente per più di poche migliaia di anni. Quanto significato hanno realmente le opere scritte in
passato?
Comunque sia
questa casta qualcosa ha prodotto. Le proposte elaborate negli Stati
Uniti dalla Human Interference Task Force, attivata dal
Dipartimento dell’Energia nel 1981 (c’è da preoccuparsi se si tratta dello
stesso DoE di cui scrivevo), vanno da marcatori monumentali
a messaggi in più lingue, fino a idee più fantasiose: creare rituali, leggende,
miti o persino un sacerdozio atomico (ecco che torna lo stupito Charlton
Heston del citato film) incaricato di trasmettere il pericolo di generazione in
generazione. Alcune proposte prevedevano persino l’allevamento di gatti
geneticamente modificati che cambierebbero colore in presenza di radiazioni,
accompagnati da miti popolari sul loro significato. Giuro…
Queste
soluzioni rivelano un’ammissione implicita: non
sappiamo davvero come comunicare con il futuro. E c’è un rischio
ulteriore: i segnali di pericolo potrebbero non
allontanare le persone, ma attirarle. Nella storia umana, tombe
sigillate, tesori nascosti e luoghi tabù hanno spesso stimolato esplorazione,
saccheggio e curiosità.
Questo posto è un messaggio...e fa parte di un sistema di messaggi...Prestateci attenzione. Mandare questo messaggio era importante per noi. Lo ritenevamo importante per voi. Non cercate di aprire questo posto. Questo posto non è un luogo d’onore...non è commemorato nessun atto lodevole...niente di valore è qui. Quello che c’è qui è pericoloso e repellente per noi. Questo messaggio è un avvertimento riguardante il pericolo.
8. Un’asimmetria rivelatrice: 100.000 anni di contenimento, 10.000 di
messaggio
Uno degli
elementi più critici evidenziati è la discrepanza tra i due orizzonti
temporali. Il contenimento fisico è progettato per 100.000 anni, ma molti piani
di comunicazione del pericolo considerano sufficiente una durata di soli 10.000
anni. E dopo?
La
giustificazione ufficiale è che la radioattività diminuisce nel tempo: i
prodotti di fissione decadono più rapidamente nei primi mille anni, mentre gli
elementi transuranici si avvicinerebbero ai livelli di radiazione naturale dopo
10.000-30.000 anni. Ma allora perché il contenimento fisico viene considerato
necessario per dieci volte più a lungo del messaggio che dovrebbe avvisare del
pericolo?
Questa
incoerenza mostra quanto la responsabilità verso il futuro sia già stata
ridimensionata. Non si tratta solo di un problema tecnico: è una scelta etica. Le generazioni future riceveranno un rischio materiale di
lunghissima durata, ma potrebbero ricevere informazioni inadeguate, incomplete
o del tutto illeggibili. A me suona come un colossale fantozziano machissenefrega!
9. Il peso dell’eredità: decisioni prese senza il consenso dei destinatari
L’antico
proverbio Navaho, che adoro, citato in apertura, dice tutto. Il cuore morale
del saggio è che le scorie nucleari rappresentano un’eredità
non scelta. Le persone che vivranno tra mille, diecimila o centomila
anni non hanno votato per l’energia nucleare, non hanno deciso di produrre
plutonio, non hanno scelto di seppellire rifiuti sotto la propria terra. Eppure
erediteranno sia il rischio sia l’onere di gestirlo. Qualcuno osserverà che le generazioni future non avranno nemmeno
scelto sul continuare ad emettere gas serra come se non ci fosse un domani,
problema ad impatto molto più prossimo nel tempo che quello dei rifiuti
nucleari. A maggior ragione: se sembra interessare così poco, quasi per nulla,
il valore di un futuro così
prossimo, perché dovrebbe essere ancor più alta l’attenzione per un danno
maggiore ma così lontano nel tempo?
In modo piuttosto violento il presente impone al futuro non solo un pericolo materiale, ma anche un compito impossibile. Le generazioni future dovranno:
- riconoscere l’esistenza dei depositi;
- comprendere i segnali di allarme;
- evitare intrusioni accidentali o intenzionali;
- mantenere istituzioni, memorie e conoscenze per tempi straordinari;
- subire le conseguenze di eventuali guasti, intrusioni o perdite;
10. L’invisibilità come problema morale
Proprio qui
è il nodo centrale. Le scorie vengono sepolte per renderle invisibili: lontane
dalla vista, dalla vita quotidiana, dal dibattito pubblico. Ma questa
invisibilità è ingannevole.
Dovremmo
invece presumere che l’eredità nucleare diventerà visibile: attraverso perdite,
corrosione, intrusioni umane, eventi naturali o contaminazioni. Se non possiamo
garantire l’invisibilità del pericolo, non possiamo nemmeno pretendere di
averlo “risolto”.
Se la vedessimo al contrario, invece di costruire un “teatro della competenza”, dovremmo ammettere la nostra incompetenza rispetto a scale temporali così profonde. Non servirebbero soltanto avvertimenti minacciosi o miti artificiali, ma forse anche una forma di scusa rivolta alle generazioni future: la dichiarazione onesta che abbiamo prodotto un pericolo senza sapere davvero come garantirne la sicurezza per sempre.
11. Le implicazioni per l’energia nucleare
L’aspetto
quasi paradossale è che comunque stiano le cose, oggi o in futuro, dobbiamo farlo, dobbiamo fare qualcosa per eliminare i rischi legati alla produzione e al contenimento di rifiuti radioattivi. Volenti o
nolenti l’umanità ha prodotto rifiuti nucleari, e di vario tipo, tra cui gli HLW i più
pericolosi (si veda la tabella in fondo). Non si tratta di definire
tecnicamente i depositi geologici, le soluzioni ingegneristiche, ma soprattutto
di sottoporre a critica costruttiva il modo in cui le società moderne
gestiscono le conseguenze a lungo termine delle proprie scelte energetiche e
militari. E, per estensione, di come gestiscono qualunque cosa possa avere
impatti profondi sulle generazioni future. La produzione di energia nucleare e
di armi nucleari ha creato materiali che sopravviveranno a stati, lingue,
confini, istituzioni e probabilmente alla stessa
memoria della loro origine.
Questo non
significa necessariamente che ogni uso dell’energia nucleare sia equivalente o
che ogni scelta politica debba essere identica. Ma implica che nessuna valutazione dell’energia nucleare può ignorare il
problema delle scorie: e non potendo ignorare il problema presente deve
assolutamente preoccuparsi di quello futuro. Il costo non è soltanto economico
o ambientale nel breve periodo: è anche intergenerazionale.
Evitare, finché si è in tempo, di gestire il problema nel pessimo modo con cui,
finora, si è gestito un altro problema intergenerazionale: quello della crisi climatica.
Non basta
chiedersi se siamo in grado di costruire un deposito sicuro. Ma la domanda
principale dev’essere: “Abbiamo il diritto di lasciare ai nostri discendenti un
rischio che non potranno conoscere, controllare o rimuovere?”.
Resta
aperto un punto altrettanto cruciale, che riguarda il presente e il futuro
prossimo dell’umanità in continua crescita. Abbiamo bisogno di energia,
soprattutto in quei paesi che da non molti decenni sono entrati nel novero del
gruppo di paesi industrializzati. Per quanto ad oggi sia condivisibile il
pensiero che il contributo
del nucleare alla transizione, nei paesi che ne dispongono, abbia un ruolo
importante, per quanto esistano di contro studi piuttosto autorevoli su scenari
di transizione energetica privi del contributo del nucleare (compreso il nostro paese), l’energia è fondamentale, che si tratti di crescita o
contenimento di un certo status quo.
Volenti o
nolenti, l’umanità dovrà scegliere se ridurre
drasticamente la produzione di energia, scegliere cosa spegnere, o
lasciare che cresca, possibilmente smettendo di emettere gas serra e di
disseminare il pianeta di rifiuti nucleari (e non solo) che, ad oggi, oltre a non conoscerne la quantità, non si ha nemmeno la più pallida idea di dove metterli.
Nel nostro paese,
dopo decenni di ricerche e un catalogo pronto, non esiste ancora un sito unico ufficiale per lo smaltimento dei
rifiuti radioattivi, nemmeno quelli a bassa attività. Attualmente le scorie
sono custodite in 32 depositi temporanei sparsi in 14 regioni (gestiti da SOGIN), oltre che in
impianti all'estero. Nel nostro paese l'atteggiamento NIMBY ha compromesso e compromette progetti molto meno impattanti. E non entro nel merito dei reattori di ultima generazione, degli SMR, e men che mai nel tema della fusione nucleare.
Sono altre storie più o meno tristi.
12. Conclusione: un patto mancante con il futuro
Forsmark e
Onkalo, o il WIPP e qualunque sito del genere che verrà realizzato, non sono
soltanto progetti ingegneristici, ma esperimenti etici senza precedenti.
Rappresentano il tentativo di trasformare un problema creato dalla civiltà
industriale in un compito affidato alla geologia, alla tecnologia e alla
fortuna.
L’eredità che lasciamo ai nostri discendenti è quindi doppia:
- una eredità materiale: milioni di tonnellate di rifiuti radioattivi, alcuni dei quali
pericolosi per centinaia di migliaia di anni;
- una eredità conoscitiva: la necessità di capire, ricordare e rispettare avvertimenti che potrebbero non essere più comprensibili;
La vera
responsabilità non consiste nel dichiarare di aver risolto il problema, ma
nell’ammetterne la portata. Le generazioni future non hanno chiesto questa
eredità ma, tuttavia, dovranno conviverci. Per questo, più che assicurare loro
che tutto è sotto controllo, dovremmo riconoscere di aver lasciato loro un
debito immenso, difficile da estinguere e forse impossibile da comunicare.
C'è stato un tempo in cui sono stato nuclearista.
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| Tabella di classificazione dei rifiuti radioattivi |
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Riferimenti bibliografici
The Visible and the
Invisible when Considering Northern European Permanent Spent Fuel Storage:
Forsmark and Onkalo, di Robert Jacobs. Hiroshima Peace Institute, 2018
Le forze invisibili. Il
sottosuolo tra energia, rischi e futuro di Luca Dal Zilio. Mondadori, 2026
Tracce. Alla ricerca dei fossili di domani di David Farrier. Mondadori, 2023
[1]
I puristi, ovviamente nuclearisti convinti, rifiutano sia l’uso di "scorie" che di "rifiuti nucleari": il termine tecnico è "rifiuti radioattivi": dicono
che altrimenti non è scientifico. Sarà, ma nella monografia de “Le Scienze” dal titolo
“Energia oggi e domani”, del 1977, il termine scorie è ampiamente usato. E
allora non si parlava di giornalai pennivendoli e men che mai di social
media polarizzanti. Inoltre il termine scorie, anche se occasionalmente, è
usato anche in inglese (“slag” o “nuclear slag”), insieme a radioactive
waste o nuclear waste. Quindi la critica al termine è solo un
bizantinismo.
[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.






