Ovvero, come i dati sul carbonio e il calore oceanico ridefiniscono la narrazione del riscaldamento globale.
Premessa
Diverse volte su queste pagine
abbiamo fatto notare
che scienza non è sinonimo di certezza, ma che è innanzi tutto mettere in discussione
continuamente quanto finora appreso. Ecco servito sul famoso piatto
d’argento uno di quei casi che genera una moltiplicazione di domande a cui
andrà data risposta.
E più discussione di quanto sta accadendo a pochi giorni dalla pubblicazione, è difficile trovarne.
| Allan Hills - Antartide |
| Carote di ghiaccio conservate al Coldex |
L’aria intrappolata in bolle di
ghiaccio fornisce informazioni sulla composizione e concentrazione
dell’atmosfera terrestre nel momento in cui cadde la neve, e le tracce chimiche
e altre proprietà fisiche del ghiaccio rivelano informazioni su temperatura,
vento e nevicate che possono essere ricondotte a particolari fluttuazioni
stagionali di migliaia di anni fa. Il ghiaccio può rivelarci quali fossero la
frequenza degli incendi forestali e l’estensione di zone umide e desertiche
tanto tempo fa e in luoghi lontani. Le carote di ghiaccio possono servire a
datare specifiche eruzioni vulcaniche e contribuiscono addirittura a tracciare
il passato percorso della Terra attraverso il sistema solare. L’informazione è
altamente condensata; nel corso di un centinaio di anni circa, un metro di neve
può comprimersi, riducendosi a trenta centimetri di ghiaccio. Si ritiene che la
calotta di ghiaccio della Groenlandia abbia circa 3 milioni di anni; quella
molto più vasta che copre l’Antartide è oltre dieci volte più vecchia, ma
c’è un limite all’età dell’archivio. Il ghiaccio alla base del ghiacciaio, a
volte a parecchi chilometri di profondità, viene deformato dalla pressione e
sciolto dal calore del substrato roccioso, cancellando gran parte delle
informazioni e scombussolando il resto come se qualcuno avesse fatto a pezzi
l’archivio con un paio di forbici.
È dal 1964 che si fa estrazione
(carotaggio) di ghiaccio dalle calotte della Groenlandia prima e dell’Antartide
dopo. E non mancano perforazioni nei ghiacciai continentali, persino sul nostro
Adamello.
Un archivio storico prezioso ed unico.
Punti di attenzione
Innanzitutto, è importante
sottolineare che entrambi gli studi che vedremo utilizzano dati provenienti da
una tecnica di analisi del ghiaccio sviluppata di recente. Le carote di
ghiaccio antartiche convenzionali, che offrono un'elevata risoluzione
temporale, risalgono solo a circa 800.000 anni fa. Esiste ghiaccio più antico,
ma affiora in superficie, e come accennato, è
fortemente deformato e pieno di difetti strutturali che spesso lo
rendono difficoltoso da leggere o del tutto inutile. Non è possibile
tracciare i singoli strati al suo interno, anche se le nuove tecniche possono
ricavare dati da ghiaccio danneggiato risalente addirittura a circa 4 milioni
di anni fa. Questi dati forniscono informazioni sul biossido di carbonio e persino
sul contenuto di calore oceanico, per mezzo di un'altra tecnica innovativa che
si basa sull'assorbimento di gas nobili atmosferici da parte degli oceani, che
a sua volta dipende dalla temperatura. Insomma dati di qualità da ghiaccio di
pessima qualità. La comunità scientifica che conduce questo progetto ha svolto
un lavoro accurato ed è composta da persone di grande talento, ma si tratta di
un campo nuovo e, con le nuove tecniche, c'è sempre spazio per le sorprese man
mano che si approfondisce la loro conoscenza.
I critici che cercano di
minimizzare le prove che si ottengano dall’analisi dell’aria fossile nelle
carote di ghiaccio spesso suggeriscono che siano troppo imprecise per fornire
un resoconto completamente accurato dei livelli dei gas atmosferici e della
temperatura dell’aria. Ma indiscutibilmente sono accurate al punto di offrire
un'ampia visione ciclica. Rimangono la fonte di alcuni dei migliori dati che
abbiamo sul clima passato. Essendo dati misurati direttamente sono
indubbiamente più accurati della maggior parte degli altri dati
proxy.
Ricostruzione della
temperatura media globale e della concentrazione di CO2 in atmosfera per gli
ultimi 68 milioni di anni. Nel grafico è riportata per confronto la
proiezione per i futuri 100 anni nel caso di diversi scenari di emissione di
gas serra in futuro. Sull’asse di sinistra la differenza con la media
termodinamica del pianeta pari a 15 °C. Si notino i cambi di scala nell’asse
dei tempi. (fonte) |
In altre parole la ricerca rileva
che i livelli di biossido di CO2 e CH4 sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi tre milioni di anni mentre,
e qui sta il punto, le temperature globali, nello stesso periodo, hanno subito
cambiamenti significativi, inclusi quelli che alternavano grandi ere glaciali e
cicli di riscaldamento. Oscillazioni di temperatura indipendenti dai livelli di
CO2? Qualcosa di completamente diverso dalla narrazione climatica tradizionale,
e che negazionisti e climascettici
non hanno tardato a far propria.
L'autrice principale dello
studio, Julia Marks-Peterson, ha riconosciuto che i risultati erano
inaspettati: «Siamo rimasti sicuramente un po' sorpresi». E ha aggiunto
con cautela che i risultati «potrebbero suggerire che anche piccoli
cambiamenti nei livelli di gas serra potrebbero innescare grandi cambiamenti
climatici». Cautela, certamente, ma i dati rilevati dalle analisi dei
carotaggi suggeriscono che un ruolo più importante dei gas serra potrebbero
averlo avuto i cambiamenti nella circolazione oceanica o altri fattori, più
determinanti di altri. Forse la chiave
di lettura migliore è che se anche il CO2 non fosse la causa
principale o una delle principali del riscaldamento, l’introduzione di gas
serra di origine antropica non può che peggiorare lo scenario. La correlazione
tra aumento della temperatura e tenore in CO2 è provata fin dalla metà del XIX
secolo, a cominciare dagli studi di
Eunice Newton-Foote.
Stesso ghiaccio, altro studio
Sempre su Nature, a fare il paio
con il primo studio ce n’è un altro, di poco
successivo e realizzato con le stesse carote di
ghiaccio del precedente che ci racconta qualcosa di analogo.
L'epoca del Pleistocene è stata
caratterizzata da un raffreddamento globale e da un aumento dell'intensità e
della durata dei cicli glaciali. Le registrazioni regionali della temperatura
oceanica superficiale e subsuperficiale mostrano andamenti distinti in questo
intervallo, suggerendo cambiamenti dinamici nel trasporto di calore e nella
circolazione oceanica, rendendo ancor più complicato determinare l'evoluzione
del contenuto totale di calore oceanico. A partire da misurazioni del contenuto
di gas nobili (Xe/Kr) nelle carote di ghiaccio, sempre dopo aver normalizzato
parecchie complicazioni, gli autori riscontrano un raffreddamento
pronunciato che coincide approssimativamente con la transizione tra Pliocene e Pleistocene
(circa 2,7 milioni di anni fa) e temperature stabili durante la transizione del
Pleistocene medio (da 1,2 a 0,8 milioni di anni fa). I confronti con una
recente raccolta di dati globali sulla temperatura superficiale del mare mostrano un'ampia
coerenza nel raffreddamento a lungo termine, ma anche importanti differenze
nelle transizioni Plio-Pleistocene e Medio-Pleistocene. Secondo gli autori le
diverse tendenze nella temperatura superficiale e nella temperatura media
dell'oceano durante questi intervalli sono correlate a una ridistribuzione del
calore tra la superficie e le parti più profonde per mezzo di fenomeni di
risalita (upwelling) e cambiamenti nella formazione di acque profonde. Unendo
questi con altri dati proxy si confermano i grandi cambiamenti climatici
nonostante si sia evidenziata la stabilità del tenore dei due
principali gas serra. Ovvero, causa principale un raffreddamento oceanico a
lungo termine piuttosto che un grande cambiamento nel CO₂.
Negazionismo in agguato
Argomento appetitoso per i negazionisti.
Innanzi tutto si noti che, entrambi gli articoli, non stanno riscrivendo il ruolo del CO2 , ma più semplicemente sottolineano quanto sia sensibile il sistema climatico, ecco perché l'andamento delle emissioni a partire dall’era industriale deve continuare ad essere considerato allarmante.
Inoltre confondere quanto dovuto
agli innegabili cicli orbitali con il forcing radiativo è un errore fisico fondamentale. I dati di Allan Hills confermano
infatti che allora, privi della componente antropogenica, il ciclo del carbonio
era stabile, e modulava le oscillazioni naturali della temperatura all'interno
di un sistema ciclico, per intere ere geologiche. Le emissioni
antropiche hanno ora aumentato il tenore in CO2 a 430 ppm – oltre il
50% sopra quella linea di stabilità del ciclo naturale e con un’accelerazione
evidente negli ultimi decenni - creando un enorme squilibrio termico. La fisica
ignora i passati cambiamenti della circolazione oceanica e oggi reagisce solo
all'energia intrappolata dal carbonio in eccesso. Dire che il CO2
non è la manopola di controllo è come dire che i freni non funzionano perché
un'auto una volta ha rallentato in salita.
Questi studi, ancora una volta, dimostrano che siamo usciti dal confine stabile del Pleistocene in un nuovo regime energetico planetario. La Terra saprà ritrovare l’equilibrio, con o senza l’umanità.
Abbaimo l'opportunità, rara, di osservare le transizioni climatiche degli ultimi 3 milioni di anni grazie all'utilizzo di ghiaccio antartico eccezionalmente antico. I dati sono interessanti, ma il ghiaccio è molto compresso e discontinuo, il che significa che le registrazioni riflettono principalmente le tendenze a lungo termine piuttosto che le ampie oscillazioni di CO₂ tra periodi glaciali e interglaciali che sappiamo essersi verificate.
Il messaggio chiave è che
variazioni relativamente piccole nella forzante climatica possono spingere il
sistema terrestre oltre determinate soglie, alterando il volume dei ghiacci, la
circolazione oceanica e l'immagazzinamento di calore negli oceani. Questo
concetto non è nuovo, ma le ricostruzioni della temperatura a partire dai
tenori in gas nobili del secondo studio contribuiscono a rafforzarlo,
dimostrando che la transizione climatica Plio-Pleistocene è stata accompagnata
da un raffreddamento oceanico a lungo termine piuttosto che da un grande
cambiamento nella CO₂.
Inoltre le transizioni climatiche
sono sempre associate a un cambiamento nel contenuto di calore oceanico,
ma è importante notare che nessuno, tanto meno gli autori, propongono questa
come una connessione causale. Il contenuto di calore oceanico è di
per sé una misura del cambiamento climatico generale, e il massimo che si può
affermare da questi dati è che la tendenza generale al raffreddamento dal
Pliocene (con un emisfero settentrionale non interessato dalle glaciazioni)
all'era dei cicli glaciali-interglaciali del Pleistocene è correlata al
contenuto di calore oceanico.
Un altro mondo
Ma il contenuto di CO₂ attuale, e
la velocità con cui si è concentrato, è enormemente superiore ai livelli
osservati nei cicli glaciali naturali degli ultimi milioni di anni e, come
ampiamente trattato su questo blog, molteplici prove dimostrano che è un fatto
indiscutibile che l'aumento dei gas serra stia attualmente riscaldando il
nostro clima.
Attenzione massima quindi alla nuova corrente climascettica in arrivo. Studi come questi, se rilanciati con veemenza a partire dai loro titoli (Broadly stable atmospheric CO2 and CH4 levels over the past 3 million years e Global ocean heat content over the past 3 million years) sono ghiottonerie per affermare quella del riscaldamento globale causato dall’attività umana è una storiella politica, che la Panda della nonna è la causa e l’auto elettrica la panacea di tutti i mali. O peggio, che i ricercatori cavalcano l’onda del catastrofismo per ottenere continui finanziamenti e, per finire, che la decarbonizzazione è di sinistra, estrema sinistra. Roba che Giorgio Gaber ci avrebbe riscritto una canzone.
Le cose stanno come le ho raccontate tante volte su queste pagine. Basta leggere.
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