Scenari, modelli e implicazioni per il futuro dell’Europa e del pianeta.
Argomento della lettera il collasso dell'AMOC
(Atlantic Meridional Overturning Circulation), ovvero una sorta di blocco della
circolazione a scala planetaria, o quanto meno un suo rallentamento al di sotto
della soglia critica necessaria affinché avvenga la ridistribuzione di acque a
diversa temperatura e salinità, caratteristica quest’ultima, che insieme alla
temperatura governa la densità delle acque, ovvero la loro capacità di muoversi
a maggiori o minori profondità.
Da questo punto di vista l’AMOC è il sistema di circolazione termoalino principale dell'Oceano Atlantico.
Per quanto riguarda la lettera, salvo
le solite poche, pochissime voci fuori dal coro, la cosa pare sia rimasta, è il
caso di dirlo, lettera morta.
Integrando misurazioni molto
granulari con modelli,
selezionando quelli più affidabili e riducendo notevolmente l’incertezza, gli
scienziati hanno confermato quanto studi passati avevano ipotizzato: ovvero che
entro il 2100 si verificherà un rallentamento compreso tra
il 42% e il 58%, una condizione che con ogni probabilità porterà a un
collasso. Se non prima. Come riporta Lorenzo Colantoni nel suo libro “Lungo la corrente”, c’è uno studio dell’Università di Copenhagen che stima che,
se il livello di emissioni di gas serra non cambia - e non è cambiato - il
collasso dell’intero sistema potrebbe accadere tra il 2025 e il 2095, mediato
al 2050: ci siamo dentro.
Come ammonito dai firmatari della lettera le conseguenze aprono a scenari difficili da immaginare e comunque piuttosto drammatici. Il sistema di correnti di cui la Corrente del Golfo fa parte, è noto fin dal 2018 essere già al suo punto minimo di debolezza degli ultimi 1600 anni; l’accelerazione nei tassi di emissione di gas serra e il conseguente riscaldamento hanno dato il colpo di grazia. Se a tutto questo aggiungiamo l’immissione delle acque di fusione provenienti dalla Groenlandia (circa 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno) e dall’Artico, lo stravolgimento degli equilibri termici e salini sono assicurati, e le conseguenze, come ebbe a dire qualcuno, sono scritte nella pietra, uno dei tanti tipping point a ricordarci che il futuro è già qui.
Purtroppo non ci è dato conoscere
cosa accadde in passato quando la circolazione dell’AMOC ebbe dei collassi
analoghi, perché sappiamo che ce ne furono. Ci sono solo ipotesi basate su
interpolazioni, proxy
data e modelli: impatto drammatico sulle precipitazioni alla base
dell’agricoltura, in Africa come in India, alterazioni del già delicato
equilibrio delle piogge amazzoniche o del livello del mare del continente
americano settentrionale e, sicuramente, la fine dell’Europa per come la
intendiamo.
L'AMOC costituisce un elemento
cruciale del sistema climatico globale: consente il trasporto di acqua
tropicale riscaldata verso l'Europa e la regione artica, laddove questa si
raffredda e si inabissa, generando una corrente profonda di ritorno. Un
eventuale collasso comporterebbe uno spostamento della fascia delle
precipitazioni tropicali, su cui milioni di persone dipendono per la produzione
alimentare; inoltre, determinerebbe inverni particolarmente rigidi e estati
secche nell'Europa occidentale, nonché un aumento del livello del mare
nell'area atlantica che è stato stimato essere compreso tra 50 e 100 cm
rispetto ai valori già attuali.
Una scoperta questa definita dagli scienziati come «molto preoccupante»: sappiamo quanto certi aggettivi siano usati con parsimonia nel mondo scientifico, considerando inoltre che i climatologi in genere tendono a…sottostimare.
Ancorché negazionisti e climascettici
si atteggino a competenti, ammonendo che i modelli climatici sono
inaffidabili e non possono prevedere il futuro, (qui
un approfondimento) è invece proprio grazie a questi che i climatologi
ottengono i risultati. Anche se a volte modelli diversi danno risultati molto
diversi (sono utili anche quelli che portano a concludere che non ci sarà
nessun collasso e quelli che parlano di rallentamento pari al 65% del valore
attuale) stavolta gli scienziati hanno avuto la possibilità di integrare e in
un certo qual modo alimentare questi modelli con dati reali,
misurazioni, riducendo notevolmente il grado di incertezza sulla la stima di
rallentamento e la previsione di collasso.
Stefan Rahmstorf, ricercatore presso il ‘Potsdam Institute for Climate Impact Research’ in Germania e uno dei 40 firmatari della lettera, studia l’AMOC da 35 anni, e ha dichiarato: «Il risultato è importante e allarmante. Dimostra che i modelli 'pessimisti', che mostrano un forte indebolimento dell'AMOC entro il 2100 sono, purtroppo, quelli realistici, in quanto concordano meglio con i dati osservati». Ha inoltre aggiunto: «Sono sempre più preoccupato che potremmo superare quel punto per cui il collasso dell’AMOC diventerà inevitabile, a metà di questo secolo, estremamente vicino». Giova ricordare, ancora una volta, che fin dal 2018, anche Rahmstorf aveva previsto e ammonito che un collasso deve essere evitato «a tutti i costi». E allora, pur sostenendo che il rischio fosse comunque troppo alto, date le conseguenze così importanti, la comunità di esperti stimava che la probabilità di un blocco fosse forse del 5%. E adesso quella probabilità è schizzata a più del 50%.
Il rallentamento dell'AMOC è direttamente correlato all’aumento delle temperature dell’aria a causa del riscaldamento globale, soprattutto nell'Artico. A tale proposito ricordo che la fusione di ghiaccio mette allo scoperto ampie aree marine, più scure, che quindi diminuiscono la componente riflessa della radiazione solare e contribuiscono, in un classico feedback positivo, all’aumento ulteriore delle temperature. L'Oceano quindi si raffredda più lentamente: l'acqua più calda è meno densa e quindi scende in profondità più lentamente. Questo rallentamento favorisce inoltre l’aumento delle precipitazioni nelle aree tropicali e subtropicali, interessate da acque superficiali più calde e salate, precipitazioni che le rendono ulteriormente meno dense e rallentando ulteriormente l'affondamento e la chiusura con inversione della circolazione, che dà il nome a questo sistema: un altro feedback positivo.
La nuova ricerca è stata pubblicata il 15 aprile scorso sulla rivista ‘Science Advances’, e riporta nel dettaglio i quattro diversi modi utilizzati per integrare le osservazioni reali nella valutazione dei modelli. L'AMOC risulta complesso da simulare poiché dipende dalle lievi variazioni di densità dell'acqua provocate dai cambiamenti nella salinità e temperatura che avvengono in tutto l'Oceano Atlantico.
Concludendo amaramente, sempre Rahmstorf
ha sottolineato che il rallentamento dell'AMOC entro questo secolo potrebbe
essere ancora più vicino nel tempo: perché i modelli informatici non includono
l'acqua di fusione della calotta glaciale della Groenlandia che sta contribuendo inoltre
direttamente a modificare le caratteristiche delle acque oceaniche. Di male in
peggio, e non è certamente catastrofismo.
Nel frattempo? Continuiamo esattamente come facciamo da almeno 150 anni. Come se non ci fosse un domani, atteggiamento fatalistico di stampo medievale valido forse per le generazioni in corso, ma del tutto inopportuno e drammaticamente menefreghista nei confronti di chi verrà.
Nei grafici a seguire vengono riportati i dati e le relative osservazioni che prevedono un indebolimento del 50% circa dell'AMOC entro la fine di questo secolo. Per i dettagli si rimanda all’articolo di Science già citato.
A sinistra la serie temporale AMOC e a destra la serie temporale della cosiddetta “forza” dell’AMOC rispetto alle medie dal 2005 al 2023. La curva CMIP6 MMM (Multi-Model Mean) è la media dei risultati di numerosi modelli climatici globali sviluppati da diversi centri di ricerca. L’incertezza è rappresentata con diversi tipi di ombreggiatura per diversi scenari. Il numero di modelli (SSP) utilizzati per scenario è indicato tra parentesi. I due scenari futuri condividono gli stessi 18 modelli usati per questo grafico. Ogni serie temporale del modello climatico si ottiene facendo la media di tutti i suoi membri disponibili. La serie temporale in verde rappresenta i dati reali misurati tra il 2005 e il 2023.
| Via Science Advances (link) |
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