09 settembre 2026

L’anomalia del Karakorum: i ghiacciai che resistono, per ora

Il Gilgit-Baltistan, che si estende per quasi 73.000 kmq, è una regione nota per contenere all'interno dei suoi confini alcune tra le montagne più alte del mondo: ben 5 dei 14 rilievi che superano gli 8000 metri. Una di queste montagne è il Nanga Parbat, una delle cime più ardue da scalare e tristemente nota in Italia perché fu il luogo dove il nostro Reinhold Messner perse il fratello Günther durante la spedizione a cui parteciparono nel 1970.
Il Gilgit-Baltistan è la quarta tra le zone più sismiche del mondo, è sede di collisione di due placche tettoniche e la giunzione di quattro catene montuose: KarakorumHindu Kush, Himalaya e Pamir.

Il Karakorum è la sub catena montuosa a nord ovest dell'Himalaya, e che contiene il K2, la seconda montagna più alta al mondo. A dividere questi due sistemi montuosi colossali, tuttora in sollevamento a ritmi geologici notevoli, c’è la valle dell'Indo, fiume che con il suo corso delimita inoltre per 450 km il confine tra Kashmir e Cina. Nel Karakorum si trova anche uno dei ghiacciai più lunghi al mondo, il Siachen, escludendo ovviamente quelli groenlandesi e antartici.

Come la maggior parte dei ghiacciai del nostro pianeta, anche i ghiacciai di queste regioni non fanno eccezione, e quindi anche in Pakistan abbiamo una tendenza netta che comporta la regressione delle masse glaciali nel corso del tempo, fenomeno che, in prima battuta, si traduce in un aumento della portata dell'Indo: le previsioni indicano che, intorno al 2050 si raggiungerà un picco nell’aumento della portata, per poi andare incontro ad un processo di progressiva riduzione. Inoltre, per quanto è già accaduto e potrà ripetersi, questo aumento della portata può determinare un aumento anche del rischio di fenomeni climatici estremi quali inondazioni o alluvioni, particolarmente grave se si verifica in concomitanza con il manifestarsi del monsone o di condizioni di circolazione e temperatura anomale riguardanti il fenomeno noto come ENSO (El Niño Southern Oscillation), come raccontato in questo mio vecchio post.

L'ENSO del 2010 provocò fenomeni meteorologici estremi pressoché contemporaneamente negli Stati Uniti centro-occidentali (Tennessee e Kentucky) e Pakistan, a dimostrazione che il sistema climatico della Terra non ha compartimenti stagni: un'origine nel Pacifico Equatoriale con effetti così lontani. Un quinto del Pakistan finì sott'acqua. Il 29 luglio di quell’anno la situazione aveva raggiunto una gravità senza precedenti. Il 31 luglio l'ONU dichiarò quelle inondazioni le più gravi a memoria d'uomo. Nella prima parte di agosto, quando le acque si ritirarono, fu possibile valutare l'entità del disastro. Erano morte quasi 2000 persone, e in venti milioni avevano bisogno di un rifugio, di cibo e di cure, più che durante lo tsunami indiano nel 2004, i terremoti del Kashmir nel 2005 e di Haiti nel 2010 e il ciclone Nargis del 2008 messi insieme.

E’ di pochi giorni fa l’allarme lanciato da più parti riguardanti le proporzioni di El Niño di quest’anno: mai visto niente di simile negli ultimi 50 anni. Da quando il fenomeno è stato dichiarato ufficialmente iniziato, a giugno, i climatologi di tutto il mondo ne osservano con preoccupazione l’intensificarsi: un’oscillazione climatica ciclica del Pacifico australe, con intervalli di 3-7 anni, associata a un aumento generale delle temperature globali.

Qui per un approfondimento.

Ma esiste anche qualcos’altro, come se il già contorto mondo del negazionismo non desse abbastanza grattacapi a chi cerca di dimostrare che il cambiamento climatico non è una truffa con dati manipolati.


Quasi per paradosso esistono alcuni ghiacciai del Karakorum che mostrano un comportamento differente. Il bilancio di massa di questi ghiacciai, infatti, anziché diminuire nel tempo rimane stabile o addirittura aumenta: a questo singolare fenomeno è stato dato il nome di anomalia del Karakorum. Si è iniziato a studiarla intorno agli inizi degli anni 2000, avanzando diverse ipotesi per spiegarla: dalla particolare conformazione del territorio, al verificarsi frequente di valanghe fino alla grande quantità di detriti presente sulle masse glaciali e che, evento noto e valido per tutti i ghiacciai, creando cioè una sorta di mantello protettivo ostacolerebbe la fusione causata dalla radiazione solare.

Ma ad oggi la spiegazione più plausibile sembrerebbe da ricercarsi nella fonte e nel tipo di alimentazione, inteso come apporto meteorico, che hanno questi ghiacciai e che risulta particolarmente importante nel periodo invernale. I venti occidentali molto intensi e carichi di umidità che arrivano dall'Oceano Indiano, se non talvolta addirittura dal Mediterraneo alimentano un apporto nevoso che non si interrompe del tutto nemmeno nel periodo estivo, grazie proprio all'influenza dei monsoni. Infine, un contributo legato al vasto sistema di circolazione atmosferica che immetterebbe nei bassi strati una grande quantità di umidità, favorendo quindi la formazione di copertura nuvolosa che contribuisce  mantenere su valori più contenuti le temperature (qui un mio post in qualche modo legato al tema). In definitiva da una parte abbondanti precipitazioni e dall'altra temperature più contenute sarebbero all'origine di questa anomalia, che però non durerà per sempre. Se infatti le temperature continueranno ad aumentare con l’ormai evidente tendenza, entro qualche decennio probabilmente l'anomalia si annullerà.


Le conseguenze saranno disastrose: a cominciare dalle risorse idriche del Pakistan, inevitabilmente, e indirettamente sulla stessa stabilità sociale e geopolitica dell'intero continente asiatico. Solo dal bacino del fiume Indo dipendono direttamente 300 milioni di persone e la storia può insegnarci qualcosa.

Col cessare del colonialismo britannico emerse immediatamente come la suddivisione più o meno netta, e artificiosa, del bacino dell’Indo tra Pakistan e India, creasse non pochi problemi avendo lasciato, in pratica, la maggior parte della terra irrigata al Pakistan e le infrastrutture, i rubinetti, all’India. Questa cosiddetta «partizione del 1947» scatenò forse la più grande migrazione umana del XX secolo: qualcosa come 15 milioni di persone attraversarono i confini in un verso o nell’altro affiancati da migliaia di vittime causate da operazioni di pulizia etnica. Solo negli anni ’60 si ebbe un trattato, imperfetto ma rispettato, e che ha resistito al divenire di entrambi i paesi potenze nucleari e ad una serie di conflitti grandi e piccoli.

Se queste sono le conseguenze di trattati redatti dall’uomo, e quindi modificabili almeno in teoria, come potremmo fronteggiare eventi naturali, ad oggi inevitabili?