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| Combinando lo stato di tutti e nove Limiti Planetari in un unico numero diagnostico, il risultato del Planetary Health Check 2026 è in zona pericolo. E cresce anno dopo anno. |
Lo so, già in passato si è trattato
del ritorno…dei punti di non ritorno (tipping point), ma questa è un’analisi che parte da un punto di vista diverso.
E sarebbe il caso di evitare di ritornarci…
C’è un profondo legame tra lo stato di salute del pianeta Terra e quello umano: un’interconnessione esplicitata attraverso sistemi complessi e adattativi.
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| Si veda oltre per i dettagli |
La civiltà umana ha preso forma e
si è sviluppata durante l’Olocene,
un’epoca geologica iniziata 11.700 anni che coincide, approssimativamente, con
la fine dell’ultima fase glaciale che interessò l’emisfero boreale: un’epoca di
stabilità climatica, un punto di riferimento per condizioni operative adeguate
alle esigenze dell’umanità. Rimanere entro questo spazio è essenziale sia per
la resilienza ecologica sia per il conseguimento degli Obiettivi
di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG), che dipendono dalla stabilità del sistema
terrestre.
Nonostante la Terra presenti
ancora retroazioni autoregolanti, dette anche «negative» e sembrano offrire una
finestra d’azione limitata ma decisiva per invertire la rotta, sappiamo oggi purtroppo
che la capacità della biosfera di regolare il clima è gravemente minacciata: senza
interventi urgenti per ripristinare e proteggere la natura e i suoi serbatoi
naturali di carbonio, persino la completa decarbonizzazione entro il 2050
potrebbe non bastare a prevenire crisi sistemiche.
I self-dampening feedbacks
sono infatti meccanismi in cui l’esito di un processo contribuisce a
stabilizzarlo, rallentarlo o contrastarlo, mantenendo l’equilibrio (ne abbiamo
scritto di recente);
agiscono quindi in modo opposto ai cosiddetti feedback positivi,
auto-rinforzanti.
Soltanto riconoscendo lo stato di salute del nostro pianeta come fondamento del benessere umano e della giustizia, che sia quella climatica o quella legata alla necessaria ridistribuzione delle risorse, possiamo valutare, persino annualmente, il percorso da percorrere.
Introduzione
C'è una connessione importante tra
la salute delle persone e quella del pianeta, entrambe comprensibili come
sistemi complessi adattivi che interagiscono. Come la Terra, anche un sistema
sanitario è complesso e adattivo: comprende
persone, strutture, istituzioni e ambiente, le cui interazioni possono
amplificare o attenuare una crisi. Allo stesso modo, la scienza descrive il
pianeta come un sistema adattivo complesso, composto da componenti biologiche e
geologiche interconnesse: alle famose cinque sfere, litosfera,
idrosfera, biosfera, criosfera e atmosfera, insieme alle loro interazioni
fisiche, chimiche, geologiche e biologiche, dovremmo aggiungere secondo molti
una cosiddetta antroposfera, che non tanto distingue biologicamente Homo
sapiens dalle altre entità viventi, quanto culturalmente per il suo profondo
impatto.
Con una visione certamente al di
fuori della concretezza e del rigore del metodo scientifico (gli stessi autori
precisavano il carattere metaforico delle loro affermazioni), nel 1979 James Lovelock e Lynn Margulis (ne
scrissi qui)
elaborarono la cosiddetta “Teoria di Gaia”, espressione estrema di un certo tipo di pensiero ecosistemico del
XX secolo: una Terra vista come entità vivente, che si autoregola per
rimanere in uno stato di sano equilibrio allo scopo di attenuare il disturbo.
Se il pianeta si scalda per effetto della pressione antropica (sotto forma di
emissioni di gas serra) il pianeta deve raffreddarsi per controbilanciare lo
squilibrio energetico (cioè il calore in eccesso) creato dalle pressioni
antropiche sotto forma di emissioni di gas serra, ecco che deve raffreddarsi con degli opportuni cicli di feedback
negativo. Ma se il pianeta, come accade, viene lasciato troppo poco curato,
potrebbe intraprendere un percorso malsano, allontanandosi dalla sua capacità
di autoregolarsi (cioè attenuare lo stress).
Metafora o no, per la prima volta
nell’esistenza umana sul pianeta Terra, abbiamo prove ampie e inequivocabili
che la Terra paziente è in una condizione critica.
E tornando al paragone iniziale un sistema sanitario resiliente non può limitarsi a curare i pazienti: deve contribuire a proteggere le condizioni ambientali che rendono possibile la salute. Occorrono controlli sanitari regolari e va definito scientificamente uno spazio operativo sicuro sulla Terra entro cui sia possibile l'equità, la prosperità e sistemi sanitari funzionali per gli esseri umani.
La posta in gioco? L’umanità.
Ricordando un antico proverbio Navaho che recita che «noi non ereditiamo la terra dai nostri padri ma la
prendiamo in prestito dai nostri figli» ribadisco che siamo la prima generazione nella storia del genere umano
ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri
posteri.
Stato
attuale della salute della Terra
Sia il “Gruppo intergovernativo
sul cambiamento climatico” (IPCC), che
il “Panel internazionale sulla biodiversità e i servizi ecosistemici” (IBPES) riconoscono che non sarà possibile
raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile senza un pianeta sano. L’obiettivo siglato più di un decennio
fa a Parigi
sembra essere già saltato. E tutto questo perché finora non si è stati in grado
di definire politiche globali che comprendano e affrontino l’interezza del
problema.
È di ieri la notizia che l’assemblea
internazionale di IPCC si è conclusa
senza una decisione sui tempi del prossimo rapporto
mondiale, e questo stallo favorisce ovviamente i governi meno
interessati alla decarbonizzazione che, guarda caso, sono i più grandi
emettitori di gas serra. Dopo gli ultimi fallimenti inoltre, dalla prossima COP non
c’è molto da attendersi se non…le solite chiacchiere.
Anche eliminando carbone, petrolio
e gas e raggiungendo emissioni nette zero entro il 2050, il pianeta
continuerebbe a perdere stabilità. La decarbonizzazione, infatti, non basta se
non proteggiamo le funzioni complesse del sistema Terra, soprattutto quelle
svolte dagli organismi viventi della biosfera. È
questa la sfida cruciale del nostro tempo.
Secondo l’IPCC, abbandonare i
combustibili fossili non è sufficiente: per rispettare l’Accordo di Parigi,
occorre anche preservare la capacità della biosfera terrestre e marina di
assorbire circa il 50% della CO₂ che emettiamo. Ciò richiede di mantenere intatta
fino alla metà delle terre emerse e di conservare entro intervalli stabili la
fisica, la chimica e la biologia degli oceani. Da qui la necessità di definire
e misurare uno «spazio operativo sicuro» per i processi biofisici che
sostengono la resilienza, la stabilità e la vita sulla Terra. L’obiettivo è salvaguardare l’abitabilità del pianeta,
preservandone la capacità di autoregolarsi.
Stabilità, resilienza e capacità
di sostenere la vita definiscono, nel loro insieme, la salute del pianeta: la
possibilità per il sistema Terra di garantire nel tempo le funzioni da cui
dipende l’umanità. Oggi questa stabilità è minacciata, perché le pressioni
umane hanno già raggiunto i limiti dei processi naturali che regolano il pianeta.
Allo stesso tempo, i progressi
scientifici ci consentono di giungere ad alcune conclusioni fondamentali:
- Abbiamo oggi un punto di riferimento che ci consente di definire lo stato di salute del pianeta.
- Sappiamo riconoscere i segnali di un pianeta in sofferenza e individuare quelli da monitorare per valutare il rischio di superare i punti di non ritorno.
- Indipendentemente dalle osservazioni della International Commission on Stratigraphy dobbiamo riconoscere che siamo ormai nell’Antropocene, dove noi, esseri umani nel mondo attuale, siamo la forza dominante del cambiamento sul pianeta Terra e dove i rischi di cambiamenti irreversibili si avvicinano rapidamente.
Nella Figura 1 seguente, «Viaggio dell’umanità sulla Terra», c’è la sintesi delle evidenze che definiscono lo stato di riferimento da cui dipende la salute del pianeta e dell’umanità.
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| Figura 1 - Il viaggio dell'umanità sulla Terra – Dimensione della popolazione umana e temperatura globale da 500.000 anni fa e fino al 2100. La figura è un insieme composto di diversi set di dati, inclusi stime di dati paleocliimatici, proxy data, misurazioni recenti e proiezioni future. |
La Figura 1 (qui
per una visione più nitida) mostra la base scientifica su cui sono definiti i
limiti planetari, e serve a comprendere l’evoluzione del pianeta Terra negli
ultimi 400.000, a comprendere quindi un periodo compreso tra 200.000 e 300.000
anni fa, parallelamente al viaggio di Homo sapiens su di essa.
La temperatura media globale della
superficie è già aumentata
di 1,2 °C rispetto all’epoca preindustriale. Se l’attuale degrado ambientale e l’uso
dei combustibili fossili continueranno al ritmo attuale, entro la fine del
secolo il riscaldamento potrebbe raggiungere almeno 2,7 °C. Sono passati circa tre
milioni di anni da quando la Terra aveva temperature del genere: un cambiamento
di questa portata potrebbe segnare la fine del Quaternario. Una traiettoria che
porti ai 2,7 °C è quindi estremamente pericolosa, perché non sappiamo se il
pianeta riuscirebbe ancora a garantire condizioni di vita dignitose a otto,
presto nove, o ai dieci miliardi di persone attesi
per la fine del secolo.
Il dato più sorprendente è che,
dalla nascita
delle prime civiltà circa 12.000 anni fa, la temperatura media della Terra è
rimasta entro l’intervallo eccezionalmente ristretto di 14 ± 0,5 °C,
caratteristico dell’Olocene, una stabilità affermatasi dopo il raggiungimento
del culmine glaciale e l’avvio della fase di riscaldamento, circa 18.000 anni
fa. In precedenza, per gran parte dei suoi circa 2-300.000 anni di storia, Homo
sapiens contava al massimo pochi milioni di individui, organizzati in comunità
di cacciatori-raccoglitori, e attraversò due glaciazioni e due periodi
interglaciali. Con l’uscita dall’ultima era glaciale ebbe inizio la rivoluzione neolitica: l’umanità divenne sedentaria, sviluppò agricoltura e allevamento
e avviò il percorso verso le civiltà odierne.
L’ingresso nell’Olocene offrì
all’umanità una stabilità climatica senza precedenti: stagioni e piogge
divennero abbastanza regolari da consentire la pianificazione agricola; nelle
savane la prevedibilità delle precipitazioni rese possibile seminare e conservare
acqua fino al raccolto; nelle zone temperate le temperature primaverili intorno
ai 15 °C garantivano circa 120 giorni utili prima della raccolta autunnale. Questa regolarità sostenne lo sviluppo delle società
moderne. Oggi, però, ci stiamo allontanando proprio da quelle
condizioni, che rappresentano il riferimento climatico favorevole all’umanità.
Che cosa ci sta spingendo fuori dall’Olocene, ovvero fuori dal punto di equilibrio?
Nella Figura 2, rappresentando
l’Olocene come una zona di equilibrio a minor dispendio energetico, la Terra ha
intrapreso un percorso (Antropocene) che la vede attualmente in bilico
sull’orlo di due possibilità. Per adesso abbiamo normali variazioni naturali,
includendo tutto ciò che ha a che fare con il vulcanismo e la sismicità del
pianeta, o con i processi climatici o le tempeste solari, ma, per ora, la resilienza
del sistema è tale che anche urtato, il sistema non traboccherà oltre il
bordo di questa coppa.
Le evidenze indicano però che questa depressione si sta facendo meno profonda: basteranno forzanti sempre più deboli per spingere il sistema Terra oltre la soglia. Il pianeta potrebbe così passare a un nuovo stato di equilibrio, una «Terra-serra», dalle conseguenze profondamente incerte per l’umanità.
L’Olocene è lo stato di riferimento favorevole all’umanità: il sistema Terra è però complesso e adattivo, i suoi principali organi, gli elementi che contribuiscono alla stabilità del clima e che possono assumere stati diversi, separati da soglie critiche, sono in stato di disequilibrio. Se le pressioni superano tali soglie, i meccanismi di autoregolazione possono trasformarsi da feedback stabilizzanti in processi auto-rinforzanti, accelerando il cambiamento. Come quando la fusione del ghiaccio delle banchise polari espone le sottostanti acque più scure diminuendo fortemente il potere riflettente della superficie: l’aumento della temperatura aumenta la fusione che espone le acque scure che aumentano la temperatura che…
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| Figura 3- Il sistema di tipping points relazionati all’aumento della temperatura globale media, al di sopra del quale ciascun punto di non ritorno è probabile che si inneschi. (via Potsdam Institute) |
Tipping point – punto di non ritorno
Le cause, ancora una volta, sono
da ricercare nei tipping points: ogni volta che uno di essi viene
raggiunto e superato lo stato di salute generale del pianeta peggiora in
maniera irreversibile e indebolisce lo stato di salute e le possibilità di
ripresa, ecco perché l’Olocene rappresenta dunque lo stato di riferimento
favorevole da cui dipendiamo. L’interazione continua tra le cinque sfere rende
il sistema Terra complesso, reattivo e adattivo. Facendo riferimento a quanto
illustrato nella Figura 3, è possibile individuare 16 tipping points, alcuni
dei quali contribuiscono a regolare il clima e possono assumere stati stabili
diversi, separati da soglie critiche. Di questi 6 si trovano nell’Artico dove
la calotta glaciale della Groenlandia svolge un ruolo centrale ed è collegata,
attraverso l’Atlantico settentrionale e la circolazione AMOC,
ad altri sistemi come la foresta amazzonica e la calotta antartica. Sono
componenti fisiche e biologiche interconnesse, nelle quali l’oceano agisce come
il sistema circolatorio del pianeta, integrando anche i cicli biologici. Se le
pressioni superano le soglie di criticità i meccanismi di retroazione possono
passare dall’attenuare lo stress all’amplificarlo.
Mettendo dunque in relazione tutti
questi fattori emergono due aspetti fondamentali.
Una volta individuati i processi ambientali che regolano la salute del pianeta occorre conoscerne quantitativamente i limiti, per ciascuno di essi, superati i quali è dimostrato che la condizione della Terra possa deteriorarsi al punto di generare cambiamenti irreversibili e tali da compromettere i sistemi di supporto alla vita.
Ogni volta che si parla aumento del livello medio dei mari a causa del cambiamento climatico si fa spesso riferimento solo alla fusione dei ghiacciai continentali, delle calotte polari e della Groenlandia. In realtà la causa principale dell’innalzamento del livello del mare in tempi recenti è dovuto all’espansione termica seguita all’aumento della temperatura degli oceani.
Nel grafico gli scenari. Più tardi si smette di riscaldare più alta sarà la crescita del livello, ma crescerà comunque. E se 1 m o 1,5 m vi sembrano pochi vi ricordo quel che ho scritto in questo post, prendendo ad esempio il delta del Mekong. Più della metà dell’effetto di innalzamento registrato ad oggi è causato dall’espansione termica e, mentre possiamo avere incertezze sulle modalità e le tempistiche che riguardano la fusione dei ghiacci, non ce ne sono in questo caso. Anche molto tempo dopo la cessazione delle emissioni di gas serra il livello del mare continuerà a salire. Questo è un tipping point, e questi altri.
- Il ghiaccio galleggiante
della banchisa, o quello continentale dei ghiacciai, fonde a causa del
cambiamento climatico. Ma questo espone le acque o le terre sottostanti, più
scure, che quindi riflettono meno luce solare e ne assorbono di più, causando
un ulteriore scioglimento del ghiaccio, e così via. Sta succedendo nell'Artico.
- Il ghiaccio delle
calotte fonde e riduce l'altezza della calotta, ma la temperatura a quote più
basse è più alta, dunque la sommità del ghiaccio scende di livello, si riscalda
ancora di più e si scioglie più velocemente. Sta
succedendo in Groenlandia.
- Le acque calde causano l'erosione delle piattaforme glaciali galleggianti e le frantumano, ma queste ultime facevano da contrafforte a enormi ghiacciai, che ora sono liberi di riversarsi in mare destabilizzando ulteriormente la calotta retrostante. Sta succedendo in Antartide.
La base teorica per la definizione dei limiti planetari c’è ed è quel che porta a definire e quantificare uno spazio operativo sicuro per l’umanità sulla Terra, uno spazio di salute planetaria.
Qui
potete accedere al report completo del Potsdam Institute per l’anno 2026.
Infine, in Figura 4, sono
rappresentati i nove sistemi biofisici, nove limiti
planetari: cambiamento climatico, sovraccarico con entità nuove[1],
esaurimento dello strato di ozono stratosferico, accumulo di aerosol
atmosferici, acidificazione degli oceani, interferenza nei flussi
biogeochimici, cambiamento delle acque dolci, cambiamento dei sistemi terrestri
e cambiamento nell'integrità della biosfera.
L’inquinamento atmosferico è un
esempio concreto di relazione tra salute planetaria e salute umana. Oltre ad
interferire col regime monsonico, il tasso di inquinamento atmosferico provoca la
perdita di circa 8 milioni di persone ogni anno. 7–8 milioni di persone
all'anno. È di questi giorni la drammatica situazione in Indonesia.
Nel 2023, per la prima volta, è
stato possibile quantificare tutti e nove i limiti planetari e definire per
ciascuno una soglia di sicurezza. Superarla aumenta il rischio di allontanare
la Terra dalle condizioni che hanno sostenuto lo sviluppo umano. Sei limiti
sono già stati oltrepassati. Nella Figura 4, la zona gialla rappresenta
l’incertezza scientifica e segnala una condizione di pericolo: entrarvi non
comporta necessariamente un collasso immediato, ma indica rischi crescenti.
Nella zona rossa, invece, aumenta la probabilità di cambiamenti irreversibili.
Il cambiamento climatico vi è già entrato, mentre anche i limiti della biosfera
sono ampiamente fuori dallo spazio sicuro. Questo rivela un duplice errore umano: stiamo generando uno
squilibrio energetico che minaccia la stabilità e l’abitabilità della Terra e,
allo stesso tempo, indeboliamo la biosfera, cioè la capacità del pianeta di
attenuarne gli effetti. Si noti invece come l’aver risolto il problema noto come
“buco dell’ozono” abbia fatto rientrare il limite planetario in zona verde.
Nella Figura 5, il verde indica la
zona sicura, mentre il giallo e l’arancione rappresentano condizioni di
incertezza e pericolo. Sei dei nove limiti planetari risultano ancora oltre la
soglia di sicurezza e le frecce mostrano che continuano a peggiorare. Non solo ci
troviamo quindi in una zona di pericolo, ma non abbiamo ancora invertito la
tendenza. Occorre cambiare rapidamente rotta per rientrare nello spazio sicuro
per l’umanità. La figura all’inizio sintetizza la situazione riassumendo
l’intero intervallo dei limiti planetari e mostra che la Terra si trova nella
zona di pericolo, avvicinandosi rapidamente alla fascia rossa.
Sappiamo ormai che la foresta amazzonica, il bioma terrestre più ricco, non assorbe più carbonio nella sua vasta regione sud-orientale, divenuta una fonte netta di emissioni: è questo un grave segnale d’allarme. Anche la calotta glaciale della Groenlandia fonde più rapidamente del previsto. E la maggior parte dello squilibrio energetico alla base dell’attuale crisi climatica viene assorbito dal sistema Terra: nonostante rimanga in atmosfera solo l’1% del calore in eccesso prodotto dalle attività umane, che causano le emissioni di gas serra, ciò ha già contribuito a un aumento della temperatura media globale che ha ormai superato 1,5 °C, per tre anni di fila. Il resto è assorbito soprattutto dagli oceani, 89%, mentre il 4% alimenta la fusione dei ghiacci e il 5% riscalda il suolo. Come un organismo sotto stress, il pianeta attiva quindi meccanismi che ne attenuano gli effetti, ma la loro capacità non è illimitata. La salute planetaria non è separabile alla cosiddetta giustizia climatica, perché il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità. Dove collocare i limiti dei confini planetari per non superare i livelli massimi tollerabili di danno significativo alle persone?
Considerando anche la salute e la giustizia sociale, lo spazio operativo sicuro si restringe. Il pianeta può tollerare concentrazioni di inquinanti e aumenti di temperatura superiori a quelli sopportabili dagli esseri umani, è già accaduto nel passato geologico, con temperature che oggi sarebbero letali per gli esseri umani, ma che hanno consentito la permanenza della vita in continua mutazione e adattamento. Con un riscaldamento globale di 2 °C, circa due miliardi di individui potrebbero essere esposti a condizioni di calore letale: lo abbiamo toccato con mano durante la torrida estate 2026 e le ondate di calore che hanno interessato l’Europa.
Poiché molti vivono già nelle aree più vulnerabili, questa prospettiva rappresenta una grave minaccia fisica e morale per il futuro dell’umanità.
[1]
Consistono nell’introduzione o nella messa in circolo di elementi nuovi. C’è un
po’ di tutto, possono essere di natura umana o causati da mobilizzazione
chimico-fisica. Per esempio inquinanti organici, micro e macroplastiche,
elementi radioattivi, pesticidi, PFAS. Sono per lo più impattanti la biosfera
ma non esclusivamente.
Adattamento e rielaborazione da Diagnosing earth's tipping points: where we stand in the Anthropocene.








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