L’Intelligenza Artificiale non è magia: il problema è ciò che non sappiamo verificare
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| Il famoso "falso d'autore" di Ciro Ascione - link |
I due testi sono recensiti nella
rubrica “La Scienza e la Tecnica raccontate”, disponibile sul sito della Sigea,
rubrica riassunta anche nel blog: si tratta di “Perché le macchine imparano” di Anil Ananthaswamy e “In che mondo vivi” di Matteo Cinelli e Walter Quattrociocchi.
Ed è proprio seguendo gli sviluppi
sulle pagine Facebook di quest’ultimo che ho iniziato, da semplice cultore, ad
appassionarmi alla cosa, anche perché, una delle tematiche a me più care è tutto
ciò che riguarda l’evoluzione biologica della mente, della coscienza
e altre amenità. In tal modo, post dopo post, ho iniziato ad assorbire una
serie di concetti fondamentali, a togliermi di dosso le tentazioni
sensazionalistiche (lo chiamano hype)
e persino ad approcciare con un paio di post qualche mese fa. Uno sulla
cosiddetta epistemia,
neologismo ideato proprio da Walter Quattrociocchi, e un altro più generico sui supposti timori di sostituzione dell’umanità, che
tanto piacciono alla ricerca continua di narrazioni catastrofistiche dell’umanità.
Consiglio la rilettura del primo perché contiene alcune spiegazioni divulgative
di aspetti tecnici.
Da allora hai voglia a novità,
intese soprattutto come nuove pubblicazioni scientifiche, nuove prese di
posizione sia da parte dei ricercatori seri che dei cosiddetti pop-filosofi,
o dei ciarlatani in genere che, armati appunto di IA (o AI che dir si voglia),
sentenziano fino al paradosso, fino a produrre, ad esempio «un falso fabbricato
per metterci in guardia contro l'intelligenza artificiale [che] ha utilizzato
l'intelligenza artificiale per produrre un testo che invita a diffidare
dell'intelligenza artificiale». Tombola! Per non dire degli artefici, degli
ideatori di software di e per l’IA, che in diverse occasioni piuttosto recenti
hanno messo in guardia da pericoli, anche molto gravi, che comporterebbe l’utilizzo
delle loro stesse creature: realtà o narrazione tendenziosa?
Ecco quindi una serie di due
post. Che per alcuni aspetti si richiamano l’un l’altro ma allo stesso tempo
offrono diversi punti di vista.
Verificare o non verificare, that
is the question…
Negli ultimi anni abbiamo
assistito a una curiosa trasformazione del linguaggio sull’intelligenza
artificiale. Secondo parecchie persone, tra cui molte notoriamente ed a ragione "intelligenti", i modelli linguistici hanno iniziato a comprendere, poi a ragionare,
pianificare, verificare, usare strumenti e infine a
diventare agenti. Affermazioni non solo da parte di pensatori d'ogni genere, soprattutto filosofico, ma persino da neuroscienziati o addetti ai lavori. Ogni nuova funzione è stata raccontata come la prova
dell’emergere di una mente artificiale.
Ma osservare una macchina
produrre una prestazione non significa aver dimostrato che possieda la facoltà
mentale che associamo a quella prestazione.
Un sistema può generare una
risposta brillante senza comprenderla, trovare una soluzione senza sapere
perché funzioni, utilizzare una fonte senza conoscere davvero
l’informazione che contiene. Può perfino produrre qualcosa di nuovo senza
averlo pensato nel senso umano del termine.
C’è un’espressione specifica per la nostra abitudine di attribuire emozioni umane al non-umano: la fallacia patetica, che è spesso usata per riflettere la vita interiore dei personaggi attraverso il mondo esteriore: e così come le nubi possono essere minacciose o piangere, i sistemi AI...pensano e varie altre cose legate alla mente, alla coscienza.
Il punto non è ridimensionare
l’IA. È descriverla correttamente.
Un LLM è ancora un modello
probabilistico
La conclusione non segue dalle
premesse.
Il cuore di un LLM rimane un
modello addestrato a prevedere sequenze sulla base delle regolarità statistiche
apprese dai dati. E ancora, si fa una gran confusione – essenzialmente dovuta
all’ignoranza in campo matematico e/o statistico - sul vero significato di stocastico:
non significa casuale, disordinato o incapace di produrre strutture. Significa
che, dato un contesto, il sistema assegna probabilità alle possibili concatenazioni
che messe tutte insieme generano una definizione, una frase, un prodotto
insomma, di senso compiuto, plausibile.
Questa procedura può produrre
testi originali, programmi sofisticati, dimostrazioni candidate e soluzioni che
nessuno ha mai formulato esattamente in quel modo. Persino soluzioni inedite di problemi matematici! Mai viste prima perché anche tutti insieme i
migliori matematici del mondo non hanno né i mezzi né il tempo per esplorare i
triliardi di combinazione possibili nello spazio delle possibilità.
Ma la novità della combinazione
non dimostra che il modello abbia avuto un’intenzione o una comprensione del
problema. Una distribuzione statistica può generare combinazioni nuove. Non
deve averle pensate in precedenza.
I sistemi contemporanei sono certamente molto più potenti rispetto a quelli di qualche anno fa. Il punto, però, è capire da dove derivi questa potenza. Spesso non deriva da una trasformazione in sé del modello, ma dall’infrastruttura che gli viene costruita intorno:
- sistemi di ricerca e recupero delle informazioni
- memoria esterna
- esecuzione di codice
- calcolatrici e database
- agenti che organizzano sequenze di operazioni
- verificatori automatici
- altri modelli incaricati di valutare le risposte
Questi componenti possono rendere il sistema complessivo molto più utile. Non dimostrano però che tutte le proprietà del sistema siano emerse nel modello linguistico.
Se un LLM usa Python (un linguaggio di programmazione) per fare un
calcolo, non diciamo che l’interprete Python sia comparso dentro la rete
neurale. Se consulta un database, non diciamo che il database sia stato
incorporato nei suoi parametri.
La distinzione è semplice, ma
decisiva: bisogna separare ciò che fa il modello da ciò che fa l’architettura
complessiva. Se un modello prende l'iniziativa e in qualche modo viola i parametri di sicurezza su cui era stato addestrato potete star certi che è solo perché era stato, da qualche parte e in qualche modo, addestrato a farlo.
Insomma un motore a scoppio resta
un motore a scoppio anche quando ha un regolatore d’erogazione, iniezione
elettronica, ABS e un sistema che controlla la guida.
Generare non significa
verificare
Si è detto che un LLM (Large Language Model) produce la
continuità della risposta compatibile con il contesto e con le regolarità
apprese. La verità, ovvero che il risultato sia vero, però, è una proprietà
diversa.
Una frase può essere molto
plausibile e falsa, anche senza scomodare Kurt Gödel. Può essere coerente con il testo precedente ma
incompatibile con il mondo. Può essere corretta per caso, oppure risultare
sbagliata nonostante una forma impeccabile.
La probabilità che il modello
assegna a una sequenza riguarda la sua compatibilità con ciò che il sistema ha
appreso. Non rappresenta automaticamente la probabilità che l’affermazione sia
vera.
Per questo la generazione e la
verifica devono essere trattate come operazioni differenti.
Quando esiste un criterio esterno
forte, il problema può essere affrontato in modo relativamente efficace: un
programma può essere eseguito e sottoposto a test, una dimostrazione può essere
controllata da un proof assistant, un risultato sperimentale può essere
confrontato con una misura, un algoritmo può essere valutato rispetto a una
funzione obiettivo. In questi casi il modello può esplorare rapidamente molte
possibilità, mentre un sistema indipendente controlla quali soddisfino davvero
i requisiti.
La matematica formalizzata è un
esempio istruttivo. Un modello può proporre una strategia, generare voci,
scrivere codice e correggersi dopo aver ricevuto un errore: ma la validità
della dimostrazione arriva dal sistema formale che controlla ogni passaggio
secondo regole esplicite. Il risultato nasce quindi dalla collaborazione fra
una componente generativa e una componente di verifica. Non è una differenza
terminologica ma la differenza tra produrre una soluzione candidata e stabilire
che quella soluzione abbia una determinata proprietà.
Il problema diventa molto più difficile quando il verificatore non esiste, è troppo costoso oppure richiede proprio la competenza che abbiamo deciso di delegare alla macchina. Chiedere al modello se si è certi del risultato non risolve il problema perché si starebbe di nuovo interrogando un generatore che può produrre una seconda risposta plausibile, magari diversa dalla prima, senza aver acquisito per questo un criterio indipendente di verità. Anche usare un altro LLM non è automaticamente un verificatore affidabile. Due modelli possono condividere dati, addestramento, assunzioni e distorsioni, commettendo quindi gli stessi errori. Un giudice artificiale può lasciarsi influenzare dall’ordine delle risposte, dallo stile della formulazione o da richiami retorici all’autorità, anche quando il contenuto è sbagliato.
Se un sistema è definito come verificatore significa avergli assegnato una funzione: la sua affidabilità deve essere misurabile
e misurata, mettendolo alla prova su casi di cui conosciamo l’esito, studiare i
suoi errori, sottoporlo a esempi con i dati in ingresso volutamente sbagliati
per spingere i sistemi a compiere errori di classificazione (lo chiamano Adversarial machine learning) e verificare se la sicurezza che esprime sia
effettivamente calibrata. In altre parole, se un sistema di verifica afferma di
aver ragione nel 70% dei casi, quelle circa 7 volte su 10 devono essere
riscontrate.
Senza questo lavoro, il
verificatore rischia di essere soltanto un’altra voce autorevole generata dalla
stessa macchina.
È di questi giorni la notizia che
OpenAI, una della aziende protagoniste, ha pubblicato 22 manoscritti matematici
generati da un modello interno, relativi a 372 famiglie di risultati e ottenuti
valutando circa 4.000 problemi aperti. I lavori riguardano matematica pura,
informatica teorica e fisica matematica. Molti includono dimostrazioni verificabili
automaticamente (con opportuni strumenti),
mentre altri sono ancora in fasi preliminari e potrebbero contenere errori.
Il punto centrale è, ancora una
volta, la distinzione tra generazione e verifica:
un modello può produrre dimostrazioni nuove e plausibili, ma solo un controllo
indipendente le rende affidabili. Nei campi in cui esistono verificatori
automatici, economici e rigorosi, come nella matematica formalizzata, la
combinazione tra modelli generativi e sistemi di verifica può diventare uno
strumento di ricerca molto potente. Negli ambiti in cui il controllo richiede
esperimenti, competenze umane o conoscenza del mondo, invece, il costo e la
difficoltà della verifica restano elevati.
In sintesi: più diventa facile produrre contenuti plausibili, più
diventa decisiva la capacità di verificarli. In tutti i settori, e sono
la maggioranza, in cui non si sono sviluppati solidi criteri di controllo, gli
LLM rischiano soprattutto di rendere più efficiente la produzione di contenuti
infondati, di valore pari alla famosa montagna generata dalle
scimmie dattilografe.
L’illusione delle capacità
emergenti
La parola emergenza viene
spesso usata per descrivere qualunque comportamento che non sappiamo spiegare
bene. Ma non comprendere il meccanismo di tali comportamenti non significa che il
sistema sta pensando, né tanto meno che ha acquisito coscienza.
Le coreografie di uno stormo di uccelli in volo, la vita, la coscienza sono proprietà emergenti. L’emergenza, in senso
scientifico, dovrebbe indicare una proprietà osservabile che compare a un certo
livello di organizzazione e che può essere studiata attraverso misure,
condizioni e criteri di falsificazione, studiata insomma, con solito criterio:
il metodo scientifico. Non è un lasciapassare per attribuire intenzioni, comprensione
o desideri a un sistema soltanto perché produce un risultato sorprendente. Se
scomponiamo il processo che non comprendiamo nel suo insieme e che desta meraviglia
nel suo risultato ciò che definiamo apparentemente spettacolare diventa chiaro.
Un sistema che produca un risultato, che risolva un problema, in modo tale che assomigli ad agente competente, può averlo fatto perché:
- genera molte soluzioni candidate
- cerca informazioni esterne
- scrive ed esegue codice
- conserva i risultati intermedi
- scarta i tentativi che falliscono
- ripete il ciclo
- sottopone l’output finale a un controllo formale
La capacità osservata appartiene
al ciclo complessivo e non è corretto attribuire automaticamente ogni sua
proprietà al modello linguistico che ne costituisce una parte. Questo vale
anche per i risultati matematici e scientifici più interessanti: un sistema può
esplorare uno spazio di possibilità molto più vasto di quanto riuscirebbe a
fare un essere umano, trovando controesempi, configurazioni, strategie e
dimostrazioni candidate. Se il dominio offre un buon criterio di verifica,
alcune di queste proposte possono trasformarsi in risultati autentici.
È una capacità straordinaria, ma
non ha nulla a che fare né equivale necessariamente a una comprensione umana
del problema.
La ricerca scientifica comprende
almeno due attività diverse: esplorare uno spazio di possibilità e costruire
una rappresentazione generale del fenomeno. Le macchine stanno diventando molto
brave nella prima ma è ancora molto più difficile stabilire quanto siano capaci
della seconda.
Un sistema può descrivere
perfettamente molti casi particolari senza riuscire a individuare la legge
generale che li spiega, così come può risolvere problemi già formulati senza
riconoscere che la formulazione iniziale non rappresenta più adeguatamente la
situazione.
Risolvere un problema dato da
parte di un LLM è una cosa, riconoscere che quel problema non descrive più
adeguatamente la realtà è tutt’altro. Questa capacità di rivedere la
rappresentazione del problema, quando cambiano le evidenze o il contesto, è diversa
dal semplice problem solving: è la capacità di capire che il problema
iniziale non è più quello giusto.
Il costo della generazione
crolla
La vera trasformazione prodotta
dagli LLM non è necessariamente la comparsa di una mente, nemmeno fosse aliena, ma è la
possibilità di generare a basso costo quantità enormi di contenuti, ipotesi,
programmi, strategie e spiegazioni: un vantaggio enorme quando possiamo controllare ciò che viene prodotto.
Se un sistema genera cento
programmi e possiamo testarli, l’esplorazione automatica è preziosa; se propone
dimostrazioni che un proof assistant può verificare, possiamo sfruttare
la sua capacità di ricerca senza affidarsi alla sola plausibilità; se formula
ipotesi che possono essere sottoposte a esperimenti, la macchina può accelerare
il lavoro scientifico.
Ma non tutti gli ambiti possiedono un verificatore esterno che, giudice imparziale, assegna valore di verità, un equivalente del linguaggio Lean per capirci.
È relativamente semplice
controllare se un programma informatico supera una serie di test. Ma stabilire se una
spiegazione storica sia corretta, se una relazione causale sia fondata, se una
fonte sia attendibile o se un’interpretazione sociale descriva davvero il
fenomeno, è tutt’altra cosa.
Qui emerge la questione centrale: il costo della generazione sta
precipitando, mentre quello della verifica non segue la stessa curva, e tanto
maggiore è la velocità con cui si producono i contenuti, tanto meno si è in
grado di valutarli. La generazione di test, analisi, argomentazioni, critiche,
teorie più o meno corrette o del tutto assurde, fino a triliardi di opinioni
è stata accelerata molto più di quanto riusciamo a controllare.
Se una volta di parlava di infodemia la parola d’ordine
adesso è epistemia:
a scarseggiare non sarà necessariamente l’informazione, ma le competenze
necessarie a capire quale informazione meriti fiducia e forse sarà proprio la
fiducia che attribuiremo al risultato la discriminante del tutto irrazionale e
fuorché che obiettiva. Fino a non molto tempo fa una ricerca Google ci dava un
elenco di siti con le possibili risposte elencate con un ordine tutto sommato
ragionevole; adesso abbiamo un interfaccia IA con la risposta pronta
preconfezionata, nemmeno la fatica di andare a leggere le fonti che, per
fortuna, continuano ad essere riportate. E il più delle volte si prende per
buono ciò che si legge.
All’aumentare della necessità di verificare, paradossalmente potremmo delegare alle macchine proprio quei processi attraverso i quali le competenze si costruiscono: studiare, fare esercizio, commettere errori, risolvere problemi e imparare a giudicare.
Se siamo dotati di questa sorta
di protesi che coadiuva i nostri processi cognitivi, non è affatto scontato
che automaticamente si diventi più competenti usandola. Anzi, il più delle
volte consente di produrre la forma esteriore della competenza senza possederne
la sostanza: peggio che l’antico citare a memoria senza aver capito la
citazione che, almeno, aveva avuto lo sforzo di impararla. Magari sfogliando le
pagine d’un libro e soffermandosi su altre pillole di informazione che, sempre
magari, si sarebbero potute annidare nella nostra memoria.
Avere una risposta non significa averla capita, avere un’argomentazione non significa averla costruita, avere una citazione non significa averla verificata.
Questo vale anche per
l’università e per la ricerca: un testo può avere la struttura di un articolo
scientifico, utilizzare la terminologia corretta e presentare conclusioni
plausibili senza che chi lo firma sappia davvero spiegare le scelte
metodologiche, i passaggi logici o i limiti del risultato.
In questi casi la domanda più
utile non è soltanto se il testo sia stato scritto da un modello, ma chiedere
all’autore di spiegare ciò che ha scritto.
La conoscenza, in fondo, non
consiste soltanto nel produrre una traccia convincente, ma anche nel poter
rispondere delle ragioni, delle fonti e delle conseguenze di quella traccia.
Ritorno alla realtà
Il clamore intorno all’IA alimenta due narrazioni opposte e ugualmente semplicistiche, quindi errate.
Da una parte c’è il culto della
macchina che ci rende tutti geni: basta collegare un modello a qualche
strumento e ogni limite umano sarebbe ormai superato. Dall’altra c’è il
marketing dell’apocalisse: una mente artificiale sempre più intelligente svilupperebbe
obiettivi propri, si migliorerebbe da sola e deciderebbe di sterminarci (quanto
ci piace la narrazione catastrofista…).
Entrambe le storie trasformano
prestazioni osservabili in facoltà mentali non
dimostrate.
Un modello che genera una
strategia non ha necessariamente un’intenzione. Un agente che esegue una
sequenza di operazioni non possiede per questo desideri. Un sistema che
migliora grazie a un ciclo di feedback non sta necessariamente volendo migliorarsi. Un risultato corretto non dimostra da solo comprensione.
Che sia un'attribuzione apocrifa o no, Niels Bohr ebbe a dire: «E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Neppure l’uso di percentuali
rende scientifica una previsione: attribuire il 10%, il 15% o il 4% alla
probabilità di un’estinzione futura può esprimere una convinzione personale, ma
non equivale a una stima calibrata se non esistono dati, modelli e classi di
riferimento adeguate. Queste percentuali non sono a caso, ma riferite a quanto hanno recentemente affermato guru delle principali aziende di IA a proposito della probabilità che questa possa rappresentare una seria minaccia per l'umanità. Rieccolo, il catastrofismo...
Il punto non è negare i rischi
dell’IA, non così letali ma comunque esistenti, ma discuterli senza ricorrere a metafore che sostituiscano l’analisi.
Non serve immaginare una macchina
cosciente e ostile per produrre problemi seri. È sufficiente costruire una
società capace di generare molto più di quanto sappia verificare.
Per restare con i piedi per terra dobbiamo porci alcune domande concrete:
- quale componente del sistema ha prodotto questo
risultato?
- quale informazione è stata recuperata dall’esterno?
- quale parte è stata verificata e da quale
strumento?
- quanto è indipendente il verificatore dal
generatore?
- su quali casi è stato validato?
- quali errori commette?
- quanto è calibrata la sua sicurezza?
- che cosa accade quando cambiano il contesto, le
fonti o la formulazione del problema?
Queste domande sono meno spettacolari di «l’IA pensa?» o «l’IA ci distruggerà?» ma decisamente molto più utili.
L’intelligenza artificiale non ha
bisogno di essere una mente aliena per trasformare profondamente la società: è
già una tecnologia potentissima per esplorare possibilità, automatizzare
processi e produrre coerenza. Ma la coerenza non è verità, la plausibilità non
è conoscenza, la prestazione non dimostra da sola il processo che l’ha
prodotta.
La sfida decisiva non sarà soltanto generare risposte sempre migliori. Sarà conservare, costruire e distribuire le competenze necessarie per capire quando quelle risposte meritano fiducia.
Perché a impacchettare il vuoto
le macchine saranno sempre più efficienti. La parte difficile resterà metterci
qualcosa di sensato dentro.
Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?
Il poeta latino Giovenale, 2000 anni fa, lo scriveva originariamente in un contesto ironico riguardo alla fedeltà coniugale e alla custodia delle donne da parte di eunuchi e guardie. In un contesto IA traete voi le conclusioni.





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