Restiamo in tema ghiacciai, come nel precedente post ma, anziché parlare di ghiacciai che resistono, torniamo, come fatto altre volte, su quelli che lentamente ma inesorabilmente stanno perdendo massa: le cronache di questa torrida estate 2026 ci hanno più volte raccontato della (...) situazione sulle Alpi, ed è qui che ci concentreremo. Sostituite ai puntini un aggettivo a piacere, personalmente userei "tragica", ma c'è chi ci mette "normale".
Premessa
Sappiamo tutti che sono le cose
che diamo per scontate a mancarci di più quando le perdiamo. E sta accadendo
persino per i ghiacciai: chiunque ne abbia visto anche solo uno dal vivo, sa di
cosa parlo. Come contemplando i ghiacciai e pensando che ciò che fino a poco
tempo fa sembrava eterno, troppo grande per venire a mancare, appare oggi fragile
e sconfitto. Nel breve video una carrellata del Bernina dal versante svizzero ripreso
dal sottoscritto qualche anno fa.
L’intera criosfera, inclusi
Antartide e Groenlandia, copre solo il 10 per cento della superficie
terrestre, ma contiene due terzi dell’acqua dolce del mondo. C’è chi ha
calcolato che se fondessero solo i ghiacciai montani e le calotte minori il
livello degli oceani aumenterebbe di circa mezzo metro: abbastanza per mettere
a mollo
un numero enorme di città costiere.
Se fondessero tutti i ghiacciai presenti sulla terraferma, il livello medio del
mare si innalzerebbe di circa 65-70 metri.[1]
I ghiacciai scendono dalle vette
sotto il proprio peso e impressionano per la loro imponenza: una massa poderosa
che sembra quasi leggera. Appaiono immobili, ma quella bellezza fragile, delicata
come un petalo, inganna. Da vicino emergono le tensioni enormi che li
attraversano, in superficie e in profondità, insieme alla loro antichità
vertiginosa. Sono acqua congelata, ma anche l’espressione del tempo reso
solido: sembrano vive presenze, eppure la loro immobilità colossale ci richiama
a un passato remoto, quasi impossibile da concepire.
Il ghiaccio ha proprietà
particolari. Se è sottile si spezza facilmente, come il vetro; quando è spesso,
invece, diventa plastico, cioè flessibile, e molto resistente e, meravigliosa
proprietà della molecola H2O, se sottoposto a pressione fonde: l’acqua
è infatti l’unico composto noto che ha la sua fase solida meno densa di quella
liquida, se così non fosse i fondali oceanici conterrebbero ghiaccio anziché
acqua liquida. Nei ghiacciai il movimento è più rapido nella parte centrale,
dove si concentra gran parte del peso: la gravità li trascina verso valle,
mentre l’acqua che scorre nelle fratture ne facilita lo scorrimento. In
superficie il ghiaccio appare bianco, ma quando l’aria al suo interno viene
espulsa assume un brillante colore azzurro.
L’aumento delle temperature, responsabile della fusione dei ghiacciai nel mondo, riduce il deflusso dell’acqua di fusione: meno massa, meno acqua di fusione, e così facendo minaccia anche le dighe da cui molte di esse dipendono. Le conseguenze sono evidenti. Le precipitazioni più abbondanti potranno continuare ad alimentare i fiumi, ma senza il regolatore naturale che trattiene l’acqua sotto forma di ghiaccio, dighe e ghiacciai diventeranno meno affidabili. Così le centrali idroelettriche, un tempo viste come un’alternativa alla geopolitica inquinante dei combustibili fossili, sono oggi minacciate proprio dal riscaldamento globale che avrebbero dovuto contribuire a contrastare. Se i serbatoi si prosciugassero, le turbine si fermerebbero.
L’acqua e la sua disponibilità infine, ovunque essa si trovi, sarà uno dei motivi in grado di scatenare conflitti globali: non più contese sul petrolio ma sull’acqua.
La comunità scientifica ricorda
che, nel complesso, la Terra non si sta inaridendo, ma l’acqua dolce resta una
risorsa preziosissima. Il 97 per cento dell’acqua del pianeta è salata e, di
quel che resta, due terzi sono inquinati: alla fine, solo l’1 per cento è davvero
disponibile per noi, oltretutto distribuito in modo molto diseguale. Il Medio
Oriente, per esempio, ospita il 5 per cento della popolazione mondiale ma dispone
appena dell’1 per cento delle risorse idriche.
Evidentemente, in alcune aree l’accesso all’acqua può diventare un fattore di crisi.
Fondono, hai voglia se fondono
Nelle immagini che seguono potete
vedere per cominciare un fotogramma dal film "007 missione Goldfinger",
del 1963.
Si vede bene sullo sfondo l'Hotel
Belvedere, costruito da un imprenditore svizzero che, in età vittoriana, seppe
cogliere il momento propizio per sfruttare il nascente turismo alpino, facendo
dell’accoglienza in Svizzera il suo fiore all’occhiello. Quell’albergo offriva
agli ospiti una visione ravvicinata del ghiacciaio del Rodano (sulla strada per
il passo della Furka): e nell’immagine è evidente come la massa glaciale,
seracchi e crepacci, siano lì, a portata di mano. A partire dal 1870 c’è
persino un tunnel nel ghiaccio per far vivere ai turisti un’emozione in più. Da
allora viene scavato ex novo ogni anno per star dietro all’arretramento del
fronte.
Nella foto a fianco, con una
prospettiva simile, si può vedere la situazione di pochi anni fa. A lato infine, una locandina dell’epoca (1895).
L'albergo è abbandonato e in disuso da moltissimi anni: la sua ragion d'essere
si è fusa come il ghiaccio...
Questo a seguire è un altro
raffronto della situazione del ghiacciaio del Rodano alla fine del XIX secolo e
oggi. L’Hotel Belvedere non si vede ma è lassù, su uno dei tornanti più alti.
Le implicazioni e le conseguenze sono
preoccupanti, a dir poco. Ogni idilliaco torrente che, scintillando sotto il
sole e gorgogliando con forza, scenda tra le rocce delle montagne, è alimentato
dalla fusione di neve e ghiaccio.
All’aumentare delle temperature
aumenta di conseguenza il rilascio delle riserve accumulate da parte dei ghiacciai.
Ad ogni ondata di calore aumenta la quantità di acqua dolce e fredda che si riversa nel reticolo
idrografico fino a raggiungere i corsi d’acqua principali, proprio quando è più
necessario ristabilire una sorta di equilibrio termico. In inverno invece nevai
e ghiacciai trattengono le precipitazioni, riducendo il rischio di inondazioni
e, in un certo qual modo, immagazzinano ghiaccio per l’anno seguente.
Questa è termoregolazione eseguita dai ghiacciai, proprio come fossero termostati ambientali.
La scomparsa dei ghiacciai non è solo estetica, qualcosa che contribuisce al fallimento del turismo montano estivo o invernale che sia: così come i vulcani non stanno dove stanno per abbellire il paesaggio, ma per eruttare, un ghiacciaio esiste come conseguenza di complesse relazioni climatiche, meteorologiche e morfologiche, che si influenzano l’un l’altra.
Innegabilmente, sotto gli occhi di tutti, stiamo andando incontro come, se non ci fosse un domani, al prosciugamento delle fonti che da tempo immemorabile, dalla fine dell’ultima glaciazione almeno (circa 12.000 anni fa), stanno fornendo acqua ai fiumi europei, per cominciare da ciò che ci riguarda più da vicino. I rubinetti si stanno esaurendo.
Per quanto gli irriducibili
scettici radicali neghino, ma sono rimasti in pochi, i loro tentativi
annegano nel ridicolo di fronte alle eloquenti immagini del passato e del
presente.
Il ritmo del disgelo è
drasticamente aumentato negli ultimi anni. Nel solo biennio tra il 2022 e il
2023, i ghiacciai svizzeri hanno perso il 10% del loro volume totale, mentre in
Italia aree simbolo come il ghiacciaio della Marmolada mostrano un ritiro
drammatico che rischia di portarle alla totale scomparsa entro il 2040. Dall'inizio del XXI secolo, i ghiacciai alpini
dell'Europa centrale hanno perso circa il 39% della loro massa ed estensione
complessiva e, se non verrà rallentato il riscaldamento globale il ghiaccio
alpino, la cui perdita accelera esponenzialmente, rischia l’esaurimento totale
entro la fine del secolo.
Ed è solo una parte: dal 2000 a oggi abbiamo perso ogni anno, solo nei
ghiacciai continentali - esclusi quindi quelli di Artico e Antartide - 273
miliardi di tonnellate di ghiaccio, una quantità d'acqua pari a quella
consumata dall'intera popolazione umana in 30 anni. Nel 2023, i dati del
satellite europeo CryoSat hanno mostrato che, tra il 2010 e il 2020, i 200.000
ghiacciai terrestri, concentrati soprattutto nelle regioni polari, hanno perso 2.720
miliardi di tonnellate di ghiaccio: una quantità d’acqua enorme, capace non
solo di alimentare i fiumi, ma anche di farli esondare.
Non starò a ritornare sulla la causa principale di tutto ciò, ovvero il riscaldamento globale e le sue origini innegabilmente antropogeniche.
Nelle Alpi centrali, soprattutto in Svizzera, le temperature medie sono aumentate più che altrove, con incrementi fino al 2% negli ultimi anni. L’aumento è stato favorito da una particolare configurazione meteorologica legata alle alte montagne, che ha reso ad esempio la valle del Rodano eccezionalmente soleggiata: qui si contano trecento giorni l’anno di cielo azzurro e una vegetazione tropicale, cactus compresi, insolita a questa latitudine. Uno scenario suggestivo per i turisti, ma tutt’altro che favorevole al ghiaccio.
Degrado...degradante
Fino a poco tempo fa ritenevamo i
ghiacciai eterni, ma con la rapidità del loro ritiro siamo di fronte alla
necessità di riflettere sulla loro importanza. Hanno modellato le valli
meravigliose lungo le quali scorrono i fiumi ma il loro ruolo non è concluso. I
corsi d’acqua che nascono dalle cime ghiacciate sono non solo alimentati ma
regolati dalla loro presenza. La scomparsa dei ghiacciai ha, ad oggi,
conseguenze imprevedibili.
Ovviamente sappiamo bene che ogni fiume non è alimentato soltanto dai ghiacciai e quindi, i corsi d’acqua non sono destinati a scomparire nel breve periodo. Le decine, se non centinaia, di affluenti di ogni grande fiume, continueranno a fornire il loro apporto, pur sapendo – lo vediamo già oggi – che il cambiamento climatico che minaccia i ghiacciai riempie i corsi d’acqua con precipitazioni più intense, che si manifestano spesso in fenomeni estremi, esondazioni, rotture di argini, ridisegno delle vallate, distruzione e morte. Le immagini dal Nepal sono state più che eloquenti.
C’è una speranza legata alla loro
lunga storia: precipitazioni e acque da disgelo scorrono nei pendii e nelle
valli di ogni reticolo idrografico da un insondabile tempo geologico,
resistendo a tettonica, ere glaciali, siccità e inondazioni, cambiando il loro
corso più volte.
Certamente il riscaldamento globale ha provocato danni ormai pressoché irreversibili, ma il ciclo dell’acqua sopravviverà al nostro sabotaggio, con o senza di noi.
Nella storia geologica di questo
pianeta, ancorché limitata a qualche milione di anni, quel che appare ai
nostri occhi come una crisi senza via d’uscita, è solo un episodio transitorio,
un battito di ciglia, e sarebbe quasi presunzione immaginare che le nostre
azioni possano fermare un fenomeno così immenso.
Sperare, altro non possiamo fare.
[1] La
fusione della calotta artica, o dei ghiacci marini delle banchise, non
provocherebbe nessun innalzamento: è acqua che già sta lì, in un’altra forma
(per provarlo basta misurare il livello di acqua in un bicchiere contenente dei
cubetti di ghiaccio, non cambia dopo che si saranno sciolti).
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