LLM, intelligenza artificiale e miti dell’emergenza
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| da "Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo" di Ian Stewart, 2012 |
Gli LLM sono tecnologie
straordinariamente potenti, ma la loro potenza non autorizza automaticamente ad
attribuire loro comprensione, coscienza, intenzionalità o altre proprietà emergenti
che non siano state dimostrate. Il punto decisivo diventa quindi la differenza
fra generare e verificare.
Guarda caso, proprio in questi giorni, la quasi totalità dei roboanti annunci di soluzioni straordinarie di complicatissimi problemi matematici è stata clamorosamente ridimensionata se non del tutto smentita: in una parola, l’AI non ha risolto un tubo! A titolo di esempio, tra i più acclamati, ricordo la sicumera e la pomposità con cui OpenAI aveva annunciato, grazie al proprio software, la soluzione di uno dei cosiddetti “Problemi del Millennio” inerente alla famosa formula di Navier-Stokes.
A seguire, ovviamente, montature e fesserie, spesso a scopo pubblicitario a favore del mondo delle big AI come, parafrasando le industrie petrolifere o del tabacco: una pioggia di commenti, da parte di esperti o sedicenti tali, e non, e tutte tese ad evidenziare che ormai, l’AI fa cose che voi umani…
Nonostante riviste del calibro del "Le Scienze" abbiano seguito l'hype, c'era chi per fortuna e sottovoce, come si addice a ricercatori serio, che metteva in guardia dall’eccitarsi con manifestazioni di giubilo tipo tifoserie allo stadio. La secchiata d’acqua gelata avvisava che gli LLM possono trovare cose ragguardevoli ma che devono sempre essere verificate dall’esterno con imparzialità, che insomma mentono con la stessa indifferenza con cui affermano e generano cose. Le chiamano macchine euristiche, che non significa andare a casaccio, ma esplorare a velocità impensabili anche per il miglior gruppo di menti messe assieme, un mondo fatto di un numero altrettanto inimmaginabile di soluzioni. E una volta trovata LA soluzione non è nemmeno detto che sia corretta!
Come ripetuto più volte nel post
precedente tutto dipende dal controllo e, a complicare il tutto, occorre essere
certi che «il verificatore stia verificando davvero la cosa che pensate stia
verificando».
Così è e così è stato. Un recentissimo lavoro mostrerebbe che il controllo effettuato usando Lean (ne abbiamo scritto nel post precedente) ha confermato la correttezza…ma di tutt’altro. Non una semplice risposta errata, ma un risultato che acquista grande credibilità grazie a una verifica formalmente impeccabile, la quale certifica però qualcosa di diverso da ciò che il pubblico crede. Siamo al limite della truffa se non fosse, per fortuna, che si sta operando in un mondo aperto e controllato (credo…).
Vi ricorda qualcosa vero? Risposta: Epistemia.
Provo a fare un esempio.
Un sistema di IA genera una dimostrazione matematica e la invia a Lean per il
controllo. Lean certifica che la dimostrazione è formalmente corretta, ma il
teorema verificato non corrisponde esattamente al problema originario: magari
riguarda un caso semplificato o parte da ipotesi diverse.
Quindi Lean non ha sbagliato:
ha controllato perfettamente ciò che gli è stato sottoposto. L’errore sta nel
collegamento tra il verificatore e l’obiettivo reale.
In sintesi: è come usare una
bilancia precisissima per controllare il peso di un pacco, quando il dato che
serviva verificare era il suo contenuto: la misura è corretta, ma riguarda la
cosa sbagliata.
Validità formale locale non
significa affidabilità epistemica globale.
La notizia davvero clamorosa è che, oltre al caso Navier-Stokes, molti altri risultati attribuiti alle capacità matematiche aliene degli LLM, stanno cadendo: e tutto ciò dimostra che gli LLM non sono in grado di rendere l’affidabilità una loro caratteristica operativa. Loro operano, quel che producono non è certezza: soprattutto, e qui sta la preoccupazione intrinseca del loro uso incontrollato, nel caso in cui l’ambito in cui operano non sia formalizzabile in senso matematico. Un’analisi storica, una valutazione geopolitica, una ricerca sociologica o, più semplicemente, un compito a casa: le fesserie prodotte senza averle capite saranno deleterie per l’acquisizione delle capacità cognitive minime, che già sono assai scarse.
Generare non significa saper giudicare; verificare non garantisce affidabilità; essere plausibili non equivale ad avere ragione.
Perché OpenAI si è lanciata a testa bassa in ciò che poi è risultato una colossale brutta figura? Basta guardare questo grafico. E che ci metta in guardia da quanto segue.
LLM, intelligenza artificiale
e miti dell’emergenza: quando la plausibilità diventa conoscenza
Come abbiamo visto nel post
precedente la caratteristica, abbastanza curiosa, dello sviluppo tecnologico in
corso è che, mentre gli strumenti di IA sono diventati straordinariamente
potenti, contemporaneamente li descriviamo e ne parliamo in modo sempre più sbagliato
e approssimativo.
Ogni nuovo risultato viene
rapidamente tradotto in una nuova proprietà mentale: se un modello produce un
testo convincente, allora comprende; se risolve un problema complesso,
allora ragiona; se organizza una sequenza di azioni, allora pianifica;
se utilizza strumenti esterni, diventa un agente; se riesce a fare
qualcosa che prima non riusciva a fare, ecco comparire la parola magica: emergenza.
Stanno aumentando, in maniera preoccupante, le narrazioni che attribuiscono ai
modelli semantici proprietà appartenenti al mondo, biologico o semplicemente
filosofico, della coscienza.
Il problema non è che queste macchine siano poco interessanti. Tutt’altro! Sono interessantissime, e proprio per questo sarebbe il caso di smettere di raccontarle attraverso metafore che trasformano ogni miglioramento ingegneristico in una rivoluzione ontologica, come nell’elenco in figura.
Un LLM resta un LLM
Richiamiamo e partiamo da una
cosa apparentemente banale. Un LLM è un sistema addestrato a modellare le
regolarità presenti nei dati e a generare sequenze sulla base del contesto
disponibile. Nel caso degli LLM autoregressivi, il sistema produce
progressivamente le occorrenze successive (i cosiddetti token, si veda qui
per un approfondimento), utilizzando rappresentazioni interne estremamente
ricche e una quantità enorme di parametri. Ciò non rende il modello semplice,
tutt’altro: la computazione interna è sofisticata, le rappresentazioni possono
essere astratte, le dipendenze possono essere molto lunghe e il comportamento
può risultare sorprendentemente complesso (per approfondire suggerisco il libro
di Anil Ananthaswamy
citato nel primo post).
Complessità non significa
automaticamente natura diversa.
Il fatto che una distribuzione
statistica possa produrre combinazioni nuove non dimostra che quelle
combinazioni siano state pensate. Un modello può generare un sonetto mai
scritto prima senza che questo costituisca, da solo, una prova di comprensione
poetica, intenzionalità o creatività nel senso umano del termine. Come abbiamo
visto anche il termine “stocastico” viene spesso utilizzato in modo errato,
spesso denigratorio: non significa casuale o privo di struttura.
Descrive invece il fatto che il modello opera su distribuzioni di probabilità
condizionate dal contesto e apprese attraverso procedure di ottimizzazione
statistica.
Il punto è importante perché da
qui nasce una delle principali confusioni del dibattito pubblico: si osserva
un comportamento sofisticato e si deduce che debba esserci dietro una facoltà
mentale equivalente a quella umana. Ma la prestazione e il meccanismo che
la produce sono due cose diverse. Voglio ricordare che, quando i PC iniziavano
ad essere a disposizione del grande pubblico, i non addetti ai lavori spesso sobbalzavano
sorpresi, a volte anche spaventati, di fronte al risultato di un’elaborazione programmata
prodotto da un PC.
Oggi, ancora una volta di fronte
a simulazioni di umanità torna il grande equivoco dell’emergenza,
parola diventata una specie di lasciapassare linguistico.
Ciò non toglie che quando un
sistema, soprattutto se con fenomeni nuovi e persino inattesi, aumentando
dimensioni, dati o capacità computazionale, manifesta prestazioni nuove o molto
migliori, è perfettamente legittimo studiare il fenomeno e chiedersi perché
accada. Il problema nasce quando da questo fatto si passa direttamente a
un’altra affermazione: è comparsa una nuova proprietà mentale.
Non è la stessa cosa: ma soprattutto il problema non è soltanto capire come funziona, ma sapere se possiamo fidarci, vista la facilità con cui ci si trova di fronte a risultati ingannevoli.
Questa ambizione, tuttavia,
incontra una difficoltà fondamentale: trovare una struttura apparentemente
significativa non dimostra automaticamente che essa corrisponda a un meccanismo
realmente utilizzato dal modello.
Se i metodi statistici e i
controlli sperimentali non sono sufficientemente rigorosi, anzi, più che
rigorosi, si possono ottenere correlazioni apparentemente interessanti ma del
tutto errate. Un esempio classico proviene dalle neuroscienze.
Alcuni studi hanno mostrato che
strumenti utilizzati per individuare caratteristiche interpretabili possono
produrre risultati convincenti anche su modelli con parametri casuali, che non
hanno appreso le informazioni che si vorrebbero identificare. In queste
condizioni, una valutazione positiva non garantisce che sia stato scoperto
qualcosa di significativo.
Ulteriori ricerche hanno
evidenziato un secondo limite: i risultati possono dipendere sensibilmente dal
procedimento impiegato per ottenerli. Gli sparse autoencoder, per esempio, cercano di scomporre l'attività interna di
una rete in caratteristiche più semplici da analizzare. Ma applicando lo stesso
metodo allo stesso modello, con una diversa inizializzazione dello strumento,
si possono ricavare insiemi di caratteristiche differenti. In uno degli
esperimenti descritti, soltanto una parte minoritaria delle caratteristiche
individuate trovava una corrispondenza tra esecuzioni indipendenti.
Un esempio
Si immagini di usare uno sparse autoencoder per analizzare un modello linguistico e di individuare una caratteristica che sembra rappresentare il concetto di “mezzo di trasporto”.
Nella prima esecuzione, la caratteristica si attiva con parole come automobile, treno, aereo e bicicletta.Ripetendo però l’analisi sullo stesso identico modello, vengono cambiati soltanto i valori casuali iniziali dello sparse autoencoder.Nella seconda esecuzione non compare più quella stessa caratteristica: automobile e treno finiscono in un gruppo, mentre aereo viene associato a volo, cielo e uccello.Il modello linguistico non è cambiato; è cambiato soltanto lo strumento usato per interpretarlo. Questo suggerisce che la presunta caratteristica “mezzo di trasporto” potrebbe non essere una struttura stabile realmente presente nel modello, ma una delle diverse scomposizioni matematiche che lo sparse autoencoder riesce a costruire.
È un po’ come scomporre la stessa fotografia in gruppi di colori: un programma può distinguere colori chiari e scuri, un altro colori caldi e freddi. Entrambe le classificazioni sono possibili, ma non significa che la fotografia sia stata originariamente costruita secondo una di esse.
Anche l'identificazione di presunte strutture associate al ragionamento richiede cautela. Una caratteristica che si attiva durante una sequenza argomentativa potrebbe infatti reagire a determinate parole, anziché al ragionamento in quanto tale. Per verificare questa possibilità, i ricercatori possono costruire testi privi di autentici passaggi inferenziali, ma contenenti gli elementi linguistici sospettati di attivare quella caratteristica. Se l'attivazione persiste, l'interpretazione iniziale diventa meno convincente.
Questi risultati non dimostrano che l'interpretabilità sia inutile. Indicano, piuttosto, la necessità di distinguere tra una struttura matematicamente individuabile e un meccanismo del modello identificato in modo affidabile. Per sostenere una conclusione robusta occorrono controlli su modelli casuali, verifiche della stabilità dei risultati, prove capaci di escludere spiegazioni alternative e, quando possibile, esperimenti d'intervento che mostrino conseguenze causali coerenti con l'ipotesi formulata.
Il rischio più concreto
dell'IA: produrre risultati senza garantirne l'affidabilità
I modelli generativi possono
elaborare testi, programmi, analisi, spiegazioni e soluzioni matematiche in
tempi molto brevi. Questa produttività offre opportunità importanti, ma non
coincide necessariamente con la capacità di verificare ciò che viene prodotto.
Una risposta ben scritta, coerente e tecnicamente sofisticata può contenere
errori difficili da riconoscere, soprattutto quando chi la esamina non possiede
competenze sufficienti per valutarla.
Il problema emerge con
particolare chiarezza nei settori in cui la correttezza è essenziale. Un
programma generato automaticamente può richiedere una revisione approfondita;
una valutazione medica deve essere confrontata con le evidenze cliniche; un
parere giuridico necessita di controlli sulle fonti e sull'interpretazione
delle norme. Analogamente, una dimostrazione matematica deve essere verificata
rispetto a ciò che intende dimostrare.
Abbiamo già visto come gli esempi
più significativi vengono dalla formalizzazione delle dimostrazioni matematiche
mediante strumenti di verifica automatica. Un sistema può controllare
rigorosamente che una dimostrazione formalizzata rispetti le regole previste,
ma questo non garantisce che la formalizzazione rappresenti fedelmente il
problema iniziale. Il controllo può essere impeccabile e, nello stesso tempo,
riguardare un enunciato diverso da quello che si voleva dimostrare. E, come
abbiamo visto di recente, moltissimi lavori realizzati con IA in ambito
matematico sono stati ritirati dopo una verifica accurata.
Quando l'automazione non
riduce il lavoro di verifica
Il vantaggio, però, dipende dalla
possibilità di selezionare le proposte valide. Se ogni risultato richiede un
controllo completo da parte di uno specialista, una parte consistente del
beneficio dell'automazione rischia di andare perduta. La produzione diventa più
veloce, ma il lavoro necessario a distinguere le risposte affidabili da quelle
errate rimane considerevole.
La difficoltà potrebbe persino
aumentare con il miglioramento dei modelli. Gli errori grossolani sono
relativamente facili da riconoscere; quelli inseriti in testi eleganti,
argomentazioni plausibili e risultati corredati da apparenti garanzie tecniche
sono molto più insidiosi. La qualità della presentazione può indurre a
sovrastimare la solidità dei contenuti.
Esiste inoltre il rischio di
indebolire progressivamente le competenze necessarie a valutare questi sistemi.
Se le persone delegano sempre più attività cognitive all'intelligenza
artificiale, potrebbero ridurre proprio l'esercizio delle capacità specialistiche
indispensabili per controllarne i risultati. Si creerebbe così una dipendenza
da strumenti la cui affidabilità non può essere data per scontata.
La vera rivoluzione: esplorare
spazi enormi
Il ridimensionamento della narrazione tendente
al mitologico non significa affatto negare la che ci sia una vera e
propria rivoluzione tecnologica in atto: significa individuarla meglio.
Una delle capacità più
interessanti degli attuali sistemi generativi è la possibilità di esplorare
rapidamente spazi enormi di possibilità.
Un LLM può generare programmi,
ipotesi, strategie, dimostrazioni candidate, configurazioni matematiche e molte
altre soluzioni in quantità e velocità che un essere umano difficilmente
potrebbe eguagliare. Quando a questa capacità vengono aggiunti memoria,
ricerca, strumenti esterni, esecuzione del codice, sistemi di valutazione e
verificatori, il risultato può diventare straordinariamente potente.
Soltanto così potrà essere utilizzato
al meglio il valore LLM: un sistema capace di cercare in luoghi nei quali un
essere umano non avrebbe materialmente il tempo di cercare.
Conclusione: sviluppare anche la capacità di giudicare
Individuare una correlazione non
significa aver scoperto una causa; estrarre una caratteristica da una rete non
equivale ad aver identificato un concetto realmente utilizzato dal modello;
ottenere una risposta formalmente corretta non garantisce che essa risponda
alla domanda originaria.
La ricerca deve quindi
accompagnare le nuove capacità generative con procedure di verifica altrettanto
solide, controlli indipendenti e competenze umane adeguate. L'obiettivo non è
negare l'utilità dell'intelligenza artificiale, ma definire con maggiore precisione
quando e a quali condizioni i suoi risultati possono essere considerati
affidabili.
La sfida decisiva non consiste
soltanto nel produrre risposte sempre più rapidamente. Consiste nel disporre
dei metodi, delle conoscenze e degli strumenti necessari per distinguere quelle
fondate da quelle soltanto plausibili.







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