20 febbraio 2021

Perseveranza

La recente missione marziana ha tirato fuori ancora una volta la folle idea che vede riservata all'umanità una via di fuga su altri pianeti.

Ovvio che le missioni come Perseverance hanno tutto il mio sostegno: le ricadute tecnologiche della ricerca scientifica a quei livelli sono sempre positive e dopo tutto la spesa, anche pubblica, per finanziare le missioni spaziali è davvero ridicola se paragonata a ben altri sprechi.

Lasciamo perdere eventuali pianeti esterni al sistema solare e ci vorrebbe un capitolo a parte per raccontare cosa davvero "vedono" da qui gli astronomi, quando annunciano di aver scoperto un
pianeta "terrestre" chissà dove. Sono deduzioni e inferenze, piuttosto probabili e serie ma non pensate che abbiano fotografie di mari azzurri e sconfinate praterie. Inoltre abbiamo sì e no la tecnologia per
mandare qualche sonda, e a conti fatti gli anni luce di mezzo sono così tanti che ci vorrebbe qualche secolo per scambiare messaggi (pensate alla fatica fatta dall'astronauta del film "The martian" per comunicare, con "solo" una dozzina di minuti luce da coprire!).

Va da sé quindi che Marte è da sempre l'obiettivo più prossimo oggetto di grandi attenzioni, soprattutto perché, e questo è sicuro, qualche miliardo di anni fa aveva un'atmosfera più ricca e tanta acqua. Ci sono anche alcuni satelliti di Giove e Saturno piuttosto interessanti ma Marte è nell'immaginario dell'umanità, sarà forse per via di Bradbury e del suo bellissimo "Cronache marziane"?

Marte dunque. Dopo un viaggio di mesi esposti a letali radiazioni cosmiche gli astronauti metterebbero quindi piede su un deserto rosso spazzato da tempeste di vento furiose, bombardato da meteoriti, cotto da raggi mortali, senza ossigeno né acqua. Condurrebbero una vita d'inferno, nascosti in caverne, buchi o crepacci come insetti, oppure chiusi in cupole maleodoranti, assumendo farmaci contro il panico da isolamento: «My first look at my forever home»...casa per sempre "scrive" Perseverance.

Gli sforzi di questi astronauti sarebbero essenzialmente tesi a proteggersi, coltivando una nostalgia per la cara vecchia Terra tale da far rimpiangere persino i dibattiti politici!

Ma l'ambizione ingegneristica di "terraformare" Marte è vecchia come la voglia di arrivarci. Ci stanno lavorando e, tornando alle ricadute di prima, hai visto mai dovessero scoprire qualcosa di utile ad alleviare l'atavico problema del nostro sovrappopolato pianeta? La fame. Si sa che la serendipità è sempre in agguato.

Però in tutto questo c'è una deliberata follia umana: con quale diritto l'umanità dovrebbe trasformare Marte? Con quali norme di diritto aerospaziale? (e qui ricordo un compagno d'università che per rimorchiare le studentesse di Giurisprudenza, edificio accanto a Geologia a "La
Sapienza" si spacciava per laureando in quella materia nei lontanissimi primi anni '80!).

Diritto divino come un novello Colombo a piantar bandiera in nome del pianeta Terra o di chissà quale nazione tra le solite (USA, Russia, Cina...)? Se dopo tutto l'umanità è riuscita a contenere le proprie ambizioni devastanti per l'Antartide perché Marte dovrebbe essere stravolta?

E comunque sia portare la vita su altri sistemi non è mica un obbligo, tanto meno morale e per  cominciare, visto il sospetto che Marte non sia un pianeta sterile, non mi sembra il caso di andare ad alterare un eventuale ecosistema: sappiamo bene cosa l'umanità riesce a fare da millenni
sradicando e sterminando flora e fauna autoctone pur di portare ciò che fa più comodo, in quel momento: un comportamento da alga infestante che colonizza un lago, ammazza tutto il resto privandolo dell'ossigeno, e va incontro a suicidio. Lo ammetto, sto esagerando, parlare di flora e fauna marziane è un tantinello eccessivo.

Ma il punto principale è che comunque, ad oggi, ci vorranno ancora diverse generazioni umane per ottenere un risultato minimo e anche qualora fossero solo 4 stiamo parlando di 100 anni; un'enormità per una specie che è affatto priva di lungimiranza e capacità di programmazione così a lungo
termine, soprattutto in coloro che guidano: i politici. Figuriamoci. E' follia il solo pensarlo e già questo basterebbe a chiudere il capitolo. 

E chi dovrebbe iniziare la colonizzazione? Già nelle premesse la cosa somiglia troppo a qualcosa di decisamente elitario. Ma il gioco infine non vale la candela: senza contare quanto tempo  impiegheremmo per "terraformare" Marte, l'aspettativa di vita per questo pianeta sarebbe di poco superiore a quella della Terra. Se tra un miliardo di anni la temperatura media del Sole sarà, come sappiamo essere, aumentata quanto basta per cancellare ogni traccia di vita sulla Terra, a Marte toccherà poco dopo. Tutto quello sforzo per guadagnare qualche millennio in più? E coordinato così lungamente nel tempo da chi? 

Ah! Ovviamente senza dare per scontato che Homo cosiddetto Sapiens ben prima di quel miliardo di anni avrà già bell'e fatto quanto serve ad autoestinguersi.

E quindi che si fa? Di pianeta in pianeta ci si allontana per evitare l'inevitabile? E' solo un diversivo del tutto inefficace rispetto alla mortalità del destino terrestre.

Morale? Facile.

Al di fuori della Terra tutto è ostile, persino qui ci sono posti ricchissimi di vita ma completamente ostili al genere umano. Lasciamo perdere quindi e cerchiamo di tenerci e goderci più a lungo possibile questo
unico, fragile, preziosissimo e bellissimo sassolino verde-azzurro a spasso per l'Universo.

Dopo tutto Treccani alla voce "perseveranza" recita così. «Costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai proprî propositi, nel proseguire sulla via intrapresa o nella condotta
scelta». 

Cambiamo condotta e cerchiamo di mantenerla!



 

14 maggio 2017

Ma quale energia pulita?

Aggiornamento dell'ottobre 2024. Le affermazioni riportate in questo articolo potevano avere un certo grado di valenza nel 2017, data di pubblicazione originale, ma nel frattempo la tecnologia e la necessità di risposta concreta all'emergenza climatica, hanno fatto enormi progressi. Ad esempio la Cina da sola, nel 2023 ha installato rinnovabili in misura doppia al resto del mondo messo assieme (qui i dati). In generale l’energia elettrica prodotta grazie al vento e al sole è passata dallo 0,2% del 2000 al 13,4% del 2023, consentendo alle rinnovabili di coprire il 30% del fabbisogno mondiale nel 2023.
Alcune asserzioni restano tuttavia valide, soprattutto quelle legate all'occupazione di suolo per ogni kW generato dall'eolico o dal solare, alla discontinuità ed ai limiti fisici legati a talune tecnologie.




L’energia eolica non è né pulita né verde e fornisce energia complessiva pari a zero. Le posizioni ambientaliste estreme vanno fermate ed occorrono invece maggiori investimenti nel campo degli idrocarburi gassosi e nel nucleare, con particolare attenzione agli investimenti nella ricerca sulla fusione.


Nell’ultimo rapporto del Global Wind Energy Council vengono enfatizzati da un lato la proliferazione dell’energia eolica nel mercato della potenza globale, a ritmi forsennati addirittura, e dall’altro i più di 54 gigawatt di energia eolica, pulita e rinnovabile si dice, installati e ricavati lo scorso anno attraverso il mercato globale.

Immagini di turbine eoliche, onnipresenti in ogni reportage sull’ambiente, pubblicità su come ogni aeroporto inglese ricavi energia dal vento, sono molto impressionanti e danno l’idea che l’eolico stia dando un grande contributo al fabbisogno attuale di energia. E invece, dopo decenni di sviluppo –direi secoli se pensiamo all’invenzione dei mulini a vento- il suo contributo è tuttora banalmente piccolo al punto di essere del tutto irrilevante.

Facciamo un quiz, senza discutere. Approssimando all’intero, quale percentuale del consumo energetico mondiale è stata fornita dall’eolico nel 2014, ultimo anno per il quale esistono dati attendibili? Era il 20, il 10 od il 5 percento? Ebbene, nessuno dei valori precedenti: era lo 0 percento. Ovvero, al numero intero più vicino, non esiste tuttora energia eolica sulla Terra.

Anche mettendo insieme eolico e fotovoltaico questi stanno fornendo meno dell'1 percento del fabbisogno energetico globale. I dati 2016 “Key Renewables Trends” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia si legge che l’eolico ha fornito lo 0,46 percento del consumo globale di energia nel 2014 e, combinando insieme solare e mareale un altro minuscolo 0,35 per cento. Voglio ribadire che stiamo parlando di  energia totale, non solo di energia elettrica che è meno di un quinto di tutta l'energia finale, con i combustibili solidi, gassosi e liquidi che rappresentano il nucleo per la fornitura di  energia per fornire calore, trasporto ed i fabbisogni industriali.

Anche se questi numeri non sono difficili da trovare non appaiono mai nei rapporti in tema di energia che arrivano dalle inattendibili lobbies del solare e dell’eolico. Barano nascondendosi dietro l’affermazione che circa il 14 percento dell’energia mondiale è rinnovabile, dando per scontato ed implicito che questa sia data da eolico e solare. In realtà di quel 14 percento la stragrande maggioranza, i tre quarti, sono dati da biomassa, principalmente legna, e la gran parte è infine “biomassa tradizionale”, ovvero i tronchi, gli arbusti e lo sterco bruciato dai poveri nelle loro case per cucinare. Queste persone hanno bisogno di energia pagando un prezzo elevato in termini di danni alla salute causati dalla inalazione del fumo.

Anche nei paesi ricchi che giocano con energia solare ed eolica sovvenzionata, una quota enorme della loro energia rinnovabile proviene da legno ed idroelettrico, le uniche fonti rinnovabili affidabili. Nel frattempo, la domanda mondiale di energia è cresciuta di circa il 2 percento l'anno per quasi 40 anni! Tra il 2013 ed il 2014, sempre utilizzando i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, il fabbisogno è cresciuto di circa 2.000 terawatt per ora (TWh).

Se questo fabbisogno avesse dovuto essere realizzato tutto con turbine eoliche quante se ne sarebbero dovute costruire ogni anno?  La risposta è quasi 350.000, dal momento che una turbina da due megawatt può produrre circa 0,005 TWh all'anno. Questo numero è pari ad 1,5 volte la quantità di turbine costruite in tutto il mondo dai primi anni 2000, ovvero dal momento in cui i governi hanno iniziato ad usare le tasse dei cittadini per finanziare questa industria nascente.

Ad una densità di, molto approssimativamente, 20 ettari per megawatt, valore tipico per i parchi eolici, il calcolo ci porta ad un fabbisogno di superficie pari all’estensione dell’intero arcipelago britannico(*). Ogni anno. Se estendiamo il calcolo ad un periodo di 50 anni avremmo dovuto ricoprire di parchi eolici ogni chilometro quadrato di una superficie delle dimensioni della Russia. E ricordo che tutto questo servirebbe semplicemente a soddisfare la nuova domanda di energia e non sostituire l’enorme contributo esistente dai combustibili fossili, che attualmente forniscono l'80 percento del fabbisogno energetico mondiale.

E non serve neanche rifugiarsi nell’idea che in futuro le turbine eoliche potrebbero rivelarsi più efficienti. C’à un limite a quanta energia si può estrarre da un fluido in movimento e le turbine eoliche lo hanno già raggiunto (limite di Betz).

La loro efficacia è determinata dal vento che è disponibile e che varia di secondo in secondo, di giorno in giorno e di anno in anno. Come altre macchine le turbine eoliche sono già piuttosto buone; il problema è la risorsa vento e non possiamo cambiare la situazione. E’ un flusso fluttuante di energia a bassa densità. L'umanità ha smesso di usarlo per il trasporto e per fornire potenza meccanica molto tempo fa, e per buone ragioni.

Per quanto riguarda il consumo di risorse e l'impatto ambientale, gli effetti diretti delle turbine eoliche sono già abbastanza gravi senza trascurare l’uccisione di uccelli e pipistrelli e le profonde fondazioni in calcestruzzo. Ma ciò che non si vede ad esempio è l'inquinamento profondo generato in quei paesi dove si estraggono i metalli delle terre rare per i magneti delle turbine(1). Questo genera rifiuti tossici e radioattivi su scala epica, che è il motivo per cui parlare di energia pulita è un ossimoro da evitare assolutamente.

Ma c’è di peggio. Le turbine eoliche, a parte le pale in fibra di vetro, sono realizzate per lo più in acciaio, con fondazioni imponenti. Hanno bisogno di circa 200 volte più materiale di qualità per per ognuna di esse rispetto ad una moderna turbina a gas a ciclo combinato. L’acciaio è fatto col carbone addizionato al ferro, e carbone per  fornire il calore per la fusione dei minerali. Insomma tutta l’attrezzatura per produrre energia pulita deriva da combustibili fossili di cui soprattutto carbone. (NdA: in cambio di una quantità di energia prodotta praticamente pari a zero rispetto a quella necessaria per costruire la struttura)

Una turbina eolica due megawatt pesa circa 250 tonnellate e, complessivamente, ci vuole circa mezza tonnellata di carbone per fare una tonnellata di acciaio. Occorre aggiungere altre 25 tonnellate di carbone per la produzione del cemento e si sta parlando di 150 tonnellate di carbone per turbina. Ora, tornando all’esempio del solo fabbisogno annuale in aumento, se vogliamo costruire 350.000 turbine eoliche, solo per tenere il passo con la crescente domanda di energia, occorreranno 50 milioni di tonnellate di carbone all'anno. E questa quantità è pari alla metà di tutto il carbone estratto nella UE. (2)

Questi grandi numeri rappresentano è che l’aritmetica smentisce clamorosamente le posizioni delle cosiddette rinnovabili, che si ritrova essere invece inaffidabili. Pensare che l’energia eolica possa dare un contributo significativo al fabbisogno mondiale è ridicolo senza contare le enormi emissioni inquinanti date dall’approvvigionamento di altre risorse necessarie a costruire le pale eoliche.

Se si vuole soddisfare il fabbisogno energetico della civiltà riducendo le emissioni di gas serra ci si deve concentrare su come spostare la produzione di energia, calore e mezzi di trasporto verso il gas naturale le cui riserve sono molto più abbondanti di quanto si possa sognare con effetti collaterali che sono i più bassi dell’intera catena energetica a vantaggio della salute.

E cercare infine di usare un po’ di questa ricchezza crescente nel nucleare, fissione e fusione, in modo che possa prendere il posto del gas nella seconda metà di questo secolo. Questo è un futuro pulito indirizzabile ed ingegnerizzabile. Tutto il resto è ingerenza politica in tematiche che non le competono o più semplicemente propaganda politica, la più controproducente politica climatica e, peggio ancora, una politica che deruba vergognosamente i poveri per rendere i ricchi ancora più ricchi.


Liberamente tradotto ed estratto da Matt Ridley che discute di energia eolica.

Link all’originale qui:
https://www.spectator.co.uk/2017/05/wind-turbines-are-neither-clean-nor-green-and-they-provide-zero-global-energy/#

(*) NdA – L’autore nel suo originale commette un errore di calcolo molto grossolano. Che l’impatto ambientale in termini di fabbisogno spaziale sia molto grande è cosa nota, ma che sia inimmaginabile è ben altra. Le 350.000 turbine dichiarate (derivate dal calcolo 2.000/0.005 dei TW/h approssimati, non approssimando sono 400.000) ipotizzando circa 1 ha per turbina, o 2 acri più o meno, non possono occupare l’intero arcipelago britannico, che è grande poco meno di 300.000 kmq, ovvero 30.000.000 di ettari!

 

(1) Soprattutto in aree minerarie mongole e cinesi grandi come regioni e devastate da tenori di metalli pesanti tali da creare dei veri e propri disastri ambientali a lento ma inesauribile progresso.

(2) L’impatto ecologico (ecological footprint) di un campo eolico o solare, è ben lungi dall'essere verde: riduce solo un po’ la produzione complessiva di gas serra ma questa potrebbe essere tagliata già del 50% convertendo da carbone a metano e spostando altrove, dove non ci sono impedimenti ambientali e dove la popolazione non ha strumenti per intervenire sulla gestione del territorio, il peso ambientale della produzione. La chimera dell’eolico ha distolto ingenti energie alla ricerca vera, ovvero quella sulla fusione nucleare.

25 agosto 2016

Un terremoto italiano

Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones – Qui la traduzione)

Tre erano i tipi di terremoto secondo Seneca. Ne aggiungo un quarto: il terremoto italiano.

Ancora una volta mi trovo a scrivere su queste pagine di terremoti e delle loro conseguenze, ma soprattutto delle conseguenze dell’inettitudine umana, unico elemento prevedibile in tutto questo o quanto meno misurabile. Come è possibile tollerare oltre questo terribile deja vu di chiacchiere e promesse? Com’è possibile definire moderno un paese che si straccia le vesti piangente e che si consola dietro la grande umanità, la enorme solidarietà, l’unità dimostrata nel momento del bisogno?

Si dice, ed è molto probabilmente vero, che l’Italia abbia la migliore Protezione Civile del mondo, che sia stata inventata qui, all’indomani del devastante terremoto friulano del 1976: in un paese civile che si rispetti la Protezione Civile dovrebbe passare la maggior parte del tempo a girarsi i pollici perché in un paese civile tutto dovrebbe essere demandato alla prevenzione. Ma nonostante la prevenzione sia suo mandato fondamentale accade invece che quella dai danni causati da eventi naturali -frane, terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche- si rivela ahimé, ad ogni loro verificarsi, pressoché inesistente.

Un terremoto da solo non uccide, ciò che uccide sono i manufatti umani, le abitazioni inadatte a dare a chi le occupa quanto meno il tempo e la possibilità di uscire di casa soprattutto se si rapporta all’intensità di quest’ultimo evento.

Il terremoto di suo è un evento naturale e la cosa si ferma qui: non esiste la catastrofe naturale del tutto indifferente alla nostra presenza, esiste solo la nostra incapacità di convivere in un territorio geologicamente giovane e proprio per questo ad altissimo rischio. Dobbiamo quindi assumercene la responsabilità, una responsabilità che finora non è stata presa da nessuno e che viene riciclata periodicamente (statisticamente l’Italia subisce un terremoto distruttivo ogni 5 anni) parlandone per qualche mese, reiterando la solita sequela di polemiche sterili e che ben presto viene dimenticata con la labilità della memoria umana che tende a rimuovere i traumi rapidamente, spesso anche da parte delle vittime stesse che quando non abbandonano il territorio si affidano ad un macabro fatalismo.

I geologi, categoria di professionisti che appare dal nulla ad ogni catastrofe del genere, lo ricordano sempre. Purtroppo sempre dopo visto che nei periodi di intervallo restano inascoltati o peggio, loro stessi tacciono crogiolandosi nel benessere momentaneo della quotidianità.

Il terremoto che ha colpito la zona appenninica tra i Monti della Laga ed i Sibillini è un tipico terremoto italiano: avviene in una zona rurale, marginale e tra collina e montagna, dove si è costruito, anche in tempi recenti, male e senza progettazione antisismica moderna, dove spesso si sono usati materiali di risulta, dove non si è posta mano né al risanamento né alla ristrutturazione e poi, quando il terremoto arriva, ed arriva , tutti cascano dal pero sbalorditi come se il terremoto fosse una fatalità inevitabile.

Centri abitati con numero di residenti invernali diversi ordini di grandezza inferiori a quelli estivi, con piccole frazioni di qualche decina di abitanti e paesi da uno a poche migliaia di abitanti. Dove molte vecchie case destinate alla villeggiatura estiva, laddove non ereditate da genitori o nonni, sono state comprate a prezzo di realizzo, e ristrutturate negli interni, con nuovi impianti di riscaldamento, bagni ed infissi alla moda ma senza la cura minima per l’aspetto strutturale antisismico, con nemmeno una verifica di tetti, solai, scale e vie di uscita. Negli anni vecchie stalle ristrutturate come appartamenti, strutture turistiche di tipo bed & breakfast ed agriturismi sorti dal nulla ogni poche centinaia di metri, migliaia di euro spesi per fare una piscina e neanche uno per ancorare un solaio ma che dico, per ancorare a muro un armadio che ti crolla sul letto alla prima scossa intrappolandoti!

Ed a questo si aggiunge quella sorta di fatalismo ignorante che fa dimenticare di vivere in un territorio classificato ad elevato rischio sismico, il massimo.

Sono zone sismiche, come tantissime altre in Italia, non definibili tali da qualche secolo, ma fin dai tempi di Cicerone e Tacito le cronache di raccontano di episodi sismici importanti, tali da essere annotati anche allora: stiamo parlando quindi di una delle zone più tipicamente sismiche dell’Appennino e chi, come me, ha studiato geologia, sa bene che da quelle parti esistono linee tettoniche note a livello mondiale e che coincidono con i piani di scivolamento e stiramento di una parte dell’Appennino centro meridionale rispetto a quella nord-orientale. Rimando al blog di Aldo Piombino per gli approfondimenti.

Ma se anche un ospedale, come quelli di Amatrice e di Amandola, e come già successo all’Aquila, una caserma dei Carabinieri, una prefettura, non reggono ad una scossa sismica del genere, mi convinco che la modernità ostentata dal mio paese sia solo apparenza e che in realtà vivo in un paese rimasto al medioevo degli scongiuri e delle processioni. Scosse queste ultime tutto sommato non così forti come si potrebbe pensare a giudicare dalla distruzione che ha seminato. E un albergo che si sbriciola come un biscotto, una scuola che poteva essere piena di bambini o di ragazzi e che si scopre persino andata soggetta a ristrutturazione e di recentissima inaugurazione (Amatrice, 2012)!

E’ stato un terremoto che da punto di vista energetico, rispetto a quello de L’Aquila del 2009, molto meno intenso: ricordando che la magnitudo Richter esprime un valore su scala logaritmica, nel passare dal 6.9 de L’Aquila al 6.0 di Accumoli, la differenza non è solo quello 0,9, ovvero quasi 1 punto, ma in termini di potenza significa decine di volte meno distruttivo ma che però ha prodotto un danno che a vederlo sembra più grave di quello subito da L’Aquila stessa, se si basasse l’analisi sul numero di vittime considerando la maggior densità abitativa della cittadina abruzzese.

Un terremoto del genere, in paesi dove prevenzione antisismica e costruzione adeguata sono all’ordine del giorno come Giappone o California, avrebbe provocato al massimo un gran polverone con successiva spazzolata via, da noi invece contiamo i morti.

Come è possibile che si possa continuare a tollerare e sopportare questa oscenità? Si dice che in questi momenti, quando ancora potrebbero esserci persone sopravvissute da tirare fuori dalle macerie, le polemiche debbano esser messe da parte. E invece secondo me è proprio questo il momento di fare polemica con chi e contro chi non ascolta i moniti, gli avvisi, le raccomandazioni ma soprattutto nei confronti di chi continua a crogiolarsi nell'ignavia e nella presunzione e molto di più contro chi non è stato in grado, in oltre settant'anni di Repubblica, di far valere le posizioni che potrebbero salvare vite.

Quante volte è stato detto che cose del genere non si dovevano ripetere più? E quante volte invece ci siamo trovati davanti alla replica dei medesimi episodi con le medesime parole nelle orecchie? Ancora una volta ad estrarre sopravvissuti e morti da sotto le macerie, a diffondere immagini strazianti di chi ha perso tutto in qualche decina di secondi. Evidentemente chi sta sul territorio non fa quel che deve fare, come minimo mettere sotto controllo le strutture pubbliche più importanti e chiedersi se reggeranno o meno ad un terremoto; anche i cittadini dovrebbero essere indotti, magari con sgravi fiscali se non obbligati per legge, a ristrutturare in maniera antisismica le loro abitazioni.

Ad ogni terremoto così tipicamente italiano, nella sua tragicità e nei suoi effetti, vediamo sempre i medesimi effetti sulle abitazioni: pareti con crepe incrociate ad x da cui non si scampa, una struttura così lesionata è condannata. Solai staccati dalle pareti che crollano uno sull’altro in un tragico effetto quando sarebbero bastate chiavi di ferro infilate nel muro ad evitarlo.

Ricordiamo che molti centri dell’Appennino ristrutturati di recente a seguito di terremoti precedenti, e persino in epoca medievale reggono egregiamente ai terremoti perché fatti bene! Non è necessario il cemento armato, si può fare anche con la muratura e Santo Stefano di Sessanio (AQ) ne è un esempio che ha retto benissimo al terremoto del 2009 e Cerreto Sannita (BN) regge a qualsiasi terremoto da oltre 400 anni. Ed attualissimo il caso di Norcia che è stata epicentro di una delle scosse maggiori ma che ha saputo trarre insegnamenti importanti dai terremoti precedenti, soprattutto da quello del 1979.

Si possono fare bene queste cose risparmiando vite e denaro sapendo inoltre che in Italia finora si è speso molto di più a riparare i danni dei terremoti di quanto sarebbe stato necessario per prevenirli.

Ed è un terremoto italiano soprattutto perché uccide e distrugge quando altrove non avrebbe avuto i medesimi effetti.

E’ paradossale ma proprio quando sembra che le forze dell’ordine stiano lavorando bene ad evitarci un attentato terroristico, questo sì davvero imprevedibile come un terremoto e altrettanto impreventivabile, ce ne stiamo inerti in attesa di questi suicidi di massa periodici. O dovrei dire omicidi?

Arrivederci tra un quinquennio.