08 ottobre 2026

Molecole allo specchio. Il Nobel e l’asimmetria della vita

Una domanda vecchia quasi due secoli: perché la vita ha scelto di essere asimmetrica?

A ben vedere, la vita si fonda su simmetrie imperfette. Molte molecole biologiche, come gli amminoacidi delle proteine, esistono in due forme speculari: una destrorsa e una sinistrorsa, proprio come i guanti. Eppure la vita utilizza soltanto la forma sinistrorsa.

Perché? Non lo sappiamo. È come se, a un certo punto, l’universo avesse prodotto una copia storta e, invece di scartarla, l’avesse usata per costruire la biologia.

La simmetria è uno specchio che ci consente di capire il mondo com’è e perché non è in altro modo. Ci inganna con la perfezione apparente e invece basta spostare un dettaglio per rivoluzionare tutto. Per non parlare delle rotture di simmetria che hanno creato…tutto! Tanto care ai fisici. Ma non divaghiamo.

Il 7 ottobre l'Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il Nobel per la chimica 2026 a Henri B. Kagan e Kenso Soai, per la scoperta degli effetti non lineari e dell'autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica. Ciò che ha portato alle scoperte che hanno consentito loro di vincere il Nobel è stato definito: «l’esperimento più bello della chimica organica. Nel loro insieme, le scoperte rivoluzionarie di Henri Kagan e Kenso Soai hanno ridefinito la nostra comprensione della chiralità molecolare: come nasce, si amplifica e si trasmette». Un pezzetto in più per iniziare a rispondere a quel socratico “non lo sappiamo”. Dietro una formula così tecnica e oscura si nasconde una questione quasi filosofica: perché gli esseri viventi sono costruiti con molecole che hanno tutte la stessa mano? Per capire il valore del premio conviene partire da lontano, dai cristalli di acido tartarico che si depositano nelle botti di vino.

Destra e sinistra, ma in versione molecolare
Un indizio nella luce polarizzata. La luce vibra in tutte le direzioni possibili, ma speciali filtri, semplificando, possono lasciar passare soltanto le onde che oscillano su un unico piano: è quel che fanno le lenti Polaroid. Già all’inizio dell’Ottocento un fisico francese, Jean-Baptiste Biot, notò che alcune sostanze, solide o in soluzione, fanno ruotare quel piano di un certo angolo. Sostanze come queste le chiamiamo otticamente attive. Se state pensando alla celebre copertina del celebre album dei Pink Floyd state sbagliando: non si tratta di dispersione e rifrazione, bensì di polarizzazione.

In seguito, nel 1844, il tedesco Eilhard Mitscherlich si trovò davanti a un rompicapo. Due sali derivati dall'acido tartarico, ancora lui, il tartrato e il racemato, avevano la stessa composizione, lo stesso comportamento chimico e perfino la stessa struttura cristallina. Eppure il primo deviava la luce polarizzata e il secondo no. Perché?

Modelli molecolari di due
enantiomeri di un generico amminoacido

Nel 1848 Louis Pasteur[1] era solo un giovane dottorando in cristallografia e, studiando le proprietà ottiche di un composto molto noto agli enologi, l’acido tartarico, scopre la chiralità, caratteristica delle molecole organiche che contengono un atomo di carbonio legato a quattro sostituenti diversi. Un sostituente, in chimica organica, è un atomo o un gruppo di atomi che prendono il posto di un atomo di idrogeno (o di un altro elemento) sulla struttura principale di una molecola.

Una molecola si dice chirale quando non può essere sovrapposta alla propria immagine allo specchio. L'esempio di tutti i giorni sono le mani: la destra e la sinistra sono identiche nella forma, ma nessuna rotazione le fa coincidere se sovrapposte. Nel mondo organico il caso più comune è quello di un atomo di carbonio legato a quattro gruppi diversi tra loro. Le due versioni speculari di una stessa molecola si chiamano enantiomeri e, in un ambiente che non possa influenzarli, si comportano in modo quasi indistinguibile. Quasi: c'è un modo per scoprire la differenza, e riguarda la luce.


Pasteur con le pinzette
Il lavoro di Pasteur fu grandioso. Osservando i cristalli al microscopio, si accorse che quelli del sale otticamente attivo erano tutti uguali, mentre quelli dell'altro erano di due tipi, uno l'immagine speculare dell'altro, presenti in parti uguali. Armato di pazienza e di pinzette, li separò a mano, uno per uno. Ciascun mucchietto, sciolto in acqua, deviava la luce con la stessa intensità ma in senso opposto. Insieme, i due effetti si cancellavano: ecco perché il miscuglio sembrava inerte. Pasteur aveva appena scoperto la chiralità molecolare e, con questa, aperto il cammino alla stereochimica, la parte della chimica che studia come le molecole si dispongono nello spazio. L'idea che gli atomi abbiano un ordine tridimensionale non nasceva dal nulla (Auguste Laurent ne aveva già parlato nel 1836), ma da quel momento diventò un terreno di ricerca vero. Pochi decenni dopo, grazie a nomi come van't Hoff e Le Bel, e all'italiano Emanuele Paternò tra i protagonisti dell'epoca, si arrivò a capire che il carbonio forma legami disposti a tetraedro e che proprio questa geometria è all'origine dell'attività ottica. 

Quando la forma decide tutto
Oggi sappiamo che la forma tridimensionale di una molecola ne governa quasi sempre il comportamento. Una proteina diventa un enzima solo grazie al modo in cui le sue catene di amminoacidi si ripiegano, ed è quella sagoma a farle riconoscere il proprio partner molecolare, come una chiave con la sua serratura.

Qui arriva la sorpresa. In ambiente controllato di laboratorio gli amminoacidi possono esistere in due forme speculari, L e D, lettere che stanno per levogira e destrogira. In tutti gli organismi viventi, però, troviamo praticamente solo la forma L. Gli zuccheri biologici, a loro volta, appartengono a una sola famiglia, e di conseguenza anche gli acidi nucleici, DNA e RNA. La natura ha rotto la simmetria e ha scelto una mano sola. Questa proprietà tra l’altro potrebbe rappresentare una sorta di firma della vita, tant’è che ci sono ricerche tese a determinare i rapporti L/D nella nascente astrobiologia.

Ma tornando sulla Terra, per chi lavora con i farmaci o con i nuovi materiali questo ha conseguenze concrete. Il corpo umano è un ambiente chirale: un enantiomero può calzare perfettamente nel suo bersaglio, mentre il suo gemello speculare può risultare inattivo o, nei casi peggiori, dannoso. Non sorprende che gli enti che si occupano dei controlli, a partire dalla statunitense FDA, richiedano di produrre i farmaci in forma enantiomericamente pura oppure di dimostrare che entrambe le forme siano sicure. E la stereochimica conta anche fuori dalla biologia: la plastica nota come polipropilene isotattico, che valse il Nobel al nostro Giulio Natta nel 1963, deve le sue proprietà proprio all'ordine spaziale della catena. Cos’è il polipropilene isotattico? Ma è il Moplen (!), tanto caro a noi bambini negli anni Sessanta del secolo scorso, per via dei divertenti spot pubblicitari con Gino Bramieri! E mo’? Moplen!

La "scelta"
Resta però un enigma di fondo. Primo: come si fa a produrre in laboratorio uno solo dei due enantiomeri, invece di un miscuglio al cinquanta per cento? Secondo, e più profondo: come può un'asimmetria minuscola, magari dovuta al puro caso, crescere fino a diventare dominio totale di una sola forma?

È qui che entrano in scena i due premi Nobel di quest’anno.

Henri Kagan ha mostrato che negli esperimenti di sintesi asimmetrica le cose non vanno sempre in modo proporzionale. Usando un catalizzatore (un composto chimico che attiva o accelera una reazione altrimenti improbabile ad avverarsi) chirale non perfettamente puro, ci si aspetterebbe un prodotto con una purezza altrettanto sbiadita. In certi sistemi, invece, la relazione è non lineare: le due forme del catalizzatore interagiscono tra loro e il risultato può essere sorprendentemente migliore, o peggiore, di quanto la semplice proporzione lasci prevedere. La non linearità è quel che normalmente si osserva nei sistemi complessi, e se c’è un mondo complesso è proprio quello dei triliardi (e son pochi) di possibilità della chimica organica. Resta il fatto che questa osservazione che ha cambiato il modo di progettare e di interpretare questo tipo di reazioni.

Kenso Soai è andato ancora oltre. Negli anni Novanta ha messo a punto una reazione in cui il prodotto agisce da catalizzatore della propria stessa formazione, ripetendo la propria mano. Partendo da una differenza appena percettibile tra le due forme, il processo la amplifica ciclo dopo ciclo fino a lasciare quasi soltanto un enantiomero. Una piccola sbilanciatura iniziale, insomma, si trasforma in una scelta netta.
Questo non dice quale sia stata la scintilla originaria sulla Terra primordiale, e sarebbe scorretto sostenere il contrario. Dimostra però che un meccanismo chimico in grado di far crescere da solo un lieve squilibrio fino all'asimmetria completa è possibile, e che la rottura di simmetria della vita non richiede per forza eventi straordinari.

Riconoscere la mano giusta

Avere a che fare con enantiomeri significa anche saperli riconoscere. Il metodo più antico è proprio quello di Biot, basato sulla rotazione della luce polarizzata. Oggi si usano tecniche più raffinate come la risonanza magnetica nucleare e la cromatografia chirale, mentre la ricerca lavora su sensori e biosensori sempre più selettivi, capaci di distinguere gli enantiomeri direttamente nelle soluzioni dove si trovano.

E fu grazie alla cristallografia e alla stereochimica Rosalind Franklin fornì il suo fondamentale e rivoluzionario: in particolare per la determinazione della struttura tridimensionale degli acidi nucleici e dei virus. Sebbene storicamente il suo nome sia legato alla celebre Foto 51, i suoi rigorosi calcoli cristallografici hanno fornito i parametri geometrici e stereochimici esatti che hanno permesso di risolvere il mistero della struttura a doppia elica del DNA. Un contributo riconosciutole soltanto da relativamente poco tempo perché il nome della Franklin fu oscurato dal sessismo del mondo scientifico di allora e dalla brama di successo dei più noti James Watson e Francis Crick. Una storia che merita di essere letta perché la Franklin purtroppo morì molto giovane e non fu quindi in grado di dimostrare il suo ruolo fondamentale. 

Un'asimmetria che ci riguarda da vicino

Da un cristallo di tartrato osservato nel 1848 a un Nobel assegnato pochi giorni fa, il filo conduttore è lo stesso: la natura non è speculare, e noi ne siamo la prova. Ogni proteina del nostro corpo è fatta con mattoncini di una sola mano. Che questa scelta sia nata dal caso o da qualche amplificazione silenziosa, come quelle che Kagan e Soai hanno imparato a controllare in provetta, resta una delle domande più belle che la chimica abbia davanti.



[1] Proprio lui, quello della pastorizzazione, e la cui prima applicazione fu in campo enologico e su richiesta di Napoleone III: trovare un modo per evitare che il vino andasse in aceto! Ma Pasteur usò i suoi esperimenti soprattutto per mettere definitivamente la parola fine alla teoria della generazione spontanea: “Omne vivum ex vivo” diceva e, ancora “nella scienza, il caso favorisce (solo) le menti preparate”.

22 settembre 2026

Ghiacciai: il lento collasso dei termostati naturali

Restiamo in tema ghiacciai, come nel precedente post ma, anziché parlare di ghiacciai che resistono, torniamo, come fatto altre volte, su quelli che lentamente ma inesorabilmente stanno perdendo massa: le cronache di questa torrida estate 2026 ci hanno più volte raccontato della (...) situazione sulle Alpi, ed è qui che ci concentreremo. Sostituite ai puntini un aggettivo a piacere, personalmente userei "tragica", ma c'è chi ci mette "normale".

Premessa
Sappiamo tutti che sono le cose che diamo per scontate a mancarci di più quando le perdiamo. E sta accadendo persino per i ghiacciai: chiunque ne abbia visto anche solo uno dal vivo, sa di cosa parlo. Come contemplando i ghiacciai e pensando che ciò che fino a poco tempo fa sembrava eterno, troppo grande per venire a mancare, appare oggi fragile e sconfitto. Nel breve video una carrellata del Bernina dal versante svizzero ripreso dal sottoscritto qualche anno fa.

L’intera criosfera, inclusi Antartide e Groenlandia, copre solo il 10 per cento della superficie terrestre, ma contiene due terzi dell’acqua dolce del mondo. C’è chi ha calcolato che se fondessero solo i ghiacciai montani e le calotte minori il livello degli oceani aumenterebbe di circa mezzo metro: abbastanza per mettere a mollo un numero enorme di città costiere.
Se fondessero tutti i ghiacciai presenti sulla terraferma, il livello medio del mare si innalzerebbe di circa 65-70 metri.[1]

I ghiacciai scendono dalle vette sotto il proprio peso e impressionano per la loro imponenza: una massa poderosa che sembra quasi leggera. Appaiono immobili, ma quella bellezza fragile, delicata come un petalo, inganna. Da vicino emergono le tensioni enormi che li attraversano, in superficie e in profondità, insieme alla loro antichità vertiginosa. Sono acqua congelata, ma anche l’espressione del tempo reso solido: sembrano vive presenze, eppure la loro immobilità colossale ci richiama a un passato remoto, quasi impossibile da concepire.

Il ghiaccio ha proprietà particolari. Se è sottile si spezza facilmente, come il vetro; quando è spesso, invece, diventa plastico, cioè flessibile, e molto resistente e, meravigliosa proprietà della molecola H2O, se sottoposto a pressione fonde: l’acqua è infatti l’unico composto noto che ha la sua fase solida meno densa di quella liquida, se così non fosse i fondali oceanici conterrebbero ghiaccio anziché acqua liquida. Nei ghiacciai il movimento è più rapido nella parte centrale, dove si concentra gran parte del peso: la gravità li trascina verso valle, mentre l’acqua che scorre nelle fratture ne facilita lo scorrimento. In superficie il ghiaccio appare bianco, ma quando l’aria al suo interno viene espulsa assume un brillante colore azzurro.

L’aumento delle temperature, responsabile della fusione dei ghiacciai nel mondo, riduce il deflusso dell’acqua di fusione: meno massa, meno acqua di fusione, e così facendo minaccia anche le dighe da cui molte di esse dipendono. Le conseguenze sono evidenti. Le precipitazioni più abbondanti potranno continuare ad alimentare i fiumi, ma senza il regolatore naturale che trattiene l’acqua sotto forma di ghiaccio, dighe e ghiacciai diventeranno meno affidabili. Così le centrali idroelettriche, un tempo viste come un’alternativa alla geopolitica inquinante dei combustibili fossili, sono oggi minacciate proprio dal riscaldamento globale che avrebbero dovuto contribuire a contrastare. Se i serbatoi si prosciugassero, le turbine si fermerebbero.

L’acqua e la sua disponibilità infine, ovunque essa si trovi, sarà uno dei motivi in grado di scatenare conflitti globali: non più contese sul petrolio ma sull’acqua.

La comunità scientifica ricorda che, nel complesso, la Terra non si sta inaridendo, ma l’acqua dolce resta una risorsa preziosissima. Il 97 per cento dell’acqua del pianeta è salata e, di quel che resta, due terzi sono inquinati: alla fine, solo l’1 per cento è davvero disponibile per noi, oltretutto distribuito in modo molto diseguale. Il Medio Oriente, per esempio, ospita il 5 per cento della popolazione mondiale ma dispone appena dell’1 per cento delle risorse idriche.
Evidentemente, in alcune aree l’accesso all’acqua può diventare un fattore di crisi.

Fondono, hai voglia se fondono

Rivedendo un vecchio film di “007” ho pensato di prendere quanto si vede come esempio, ma ce ne sono a dozzine.

Nelle immagini che seguono potete vedere per cominciare un fotogramma dal film "007 missione Goldfinger", del 1963.
Si vede bene sullo sfondo l'Hotel Belvedere, costruito da un imprenditore svizzero che, in età vittoriana, seppe cogliere il momento propizio per sfruttare il nascente turismo alpino, facendo dell’accoglienza in Svizzera il suo fiore all’occhiello. Quell’albergo offriva agli ospiti una visione ravvicinata del ghiacciaio del Rodano (sulla strada per il passo della Furka): e nell’immagine è evidente come la massa glaciale, seracchi e crepacci, siano lì, a portata di mano. A partire dal 1870 c’è persino un tunnel nel ghiaccio per far vivere ai turisti un’emozione in più. Da allora viene scavato ex novo ogni anno per star dietro all’arretramento del fronte.

Nella foto a fianco, con una prospettiva simile, si può vedere la situazione di pochi anni fa. A lato infine, una locandina dell’epoca (1895).

L'albergo è abbandonato e in disuso da moltissimi anni: la sua ragion d'essere si è fusa come il ghiaccio...


Questo a seguire è un altro raffronto della situazione del ghiacciaio del Rodano alla fine del XIX secolo e oggi. L’Hotel Belvedere non si vede ma è lassù, su uno dei tornanti più alti.


Le implicazioni e le conseguenze sono preoccupanti, a dir poco. Ogni idilliaco torrente che, scintillando sotto il sole e gorgogliando con forza, scenda tra le rocce delle montagne, è alimentato dalla fusione di neve e ghiaccio.

All’aumentare delle temperature aumenta di conseguenza il rilascio delle riserve accumulate da parte dei ghiacciai. Ad ogni ondata di calore aumenta la quantità di acqua dolce  e fredda che si riversa nel reticolo idrografico fino a raggiungere i corsi d’acqua principali, proprio quando è più necessario ristabilire una sorta di equilibrio termico. In inverno invece nevai e ghiacciai trattengono le precipitazioni, riducendo il rischio di inondazioni e, in un certo qual modo, immagazzinano ghiaccio per l’anno seguente.

Questa è termoregolazione eseguita dai ghiacciai, proprio come fossero termostati ambientali.

La scomparsa dei ghiacciai non è solo estetica, qualcosa che contribuisce al fallimento del turismo montano estivo o invernale che sia: così come i vulcani non stanno dove stanno per abbellire il paesaggio, ma per eruttare, un ghiacciaio esiste come conseguenza di complesse relazioni climatiche, meteorologiche e morfologiche, che si influenzano l’un l’altra.

Innegabilmente, sotto gli occhi di tutti, stiamo andando incontro come, se non ci fosse un domani, al prosciugamento delle fonti che da tempo immemorabile, dalla fine dell’ultima glaciazione almeno (circa 12.000 anni fa), stanno fornendo acqua ai fiumi europei, per cominciare da ciò che ci riguarda più da vicino. I rubinetti si stanno esaurendo.


Per quanto gli irriducibili scettici radicali neghino, ma sono rimasti in pochi, i loro tentativi annegano nel ridicolo di fronte alle eloquenti immagini del passato e del presente.

Il ritmo del disgelo è drasticamente aumentato negli ultimi anni. Nel solo biennio tra il 2022 e il 2023, i ghiacciai svizzeri hanno perso il 10% del loro volume totale, mentre in Italia aree simbolo come il ghiacciaio della Marmolada mostrano un ritiro drammatico che rischia di portarle alla totale scomparsa entro il 2040. Dall'inizio del XXI secolo, i ghiacciai alpini dell'Europa centrale hanno perso circa il 39% della loro massa ed estensione complessiva e, se non verrà rallentato il riscaldamento globale il ghiaccio alpino, la cui perdita accelera esponenzialmente, rischia l’esaurimento totale entro la fine del secolo.
Ed è solo una parte: dal 2000 a oggi abbiamo perso ogni anno, solo nei ghiacciai continentali - esclusi quindi quelli di Artico e Antartide - 273 miliardi di tonnellate di ghiaccio, una quantità d'acqua pari a quella consumata dall'intera popolazione umana in 30 anni. Nel 2023, i dati del satellite europeo CryoSat hanno mostrato che, tra il 2010 e il 2020, i 200.000 ghiacciai terrestri, concentrati soprattutto nelle regioni polari, hanno perso 2.720 miliardi di tonnellate di ghiaccio: una quantità d’acqua enorme, capace non solo di alimentare i fiumi, ma anche di farli esondare.

Non starò a ritornare sulla la causa principale di tutto ciò, ovvero il riscaldamento globale e le sue origini innegabilmente antropogeniche.

Nelle Alpi centrali, soprattutto in Svizzera, le temperature medie sono aumentate più che altrove, con incrementi fino al 2% negli ultimi anni. L’aumento è stato favorito da una particolare configurazione meteorologica legata alle alte montagne, che ha reso ad esempio la valle del Rodano eccezionalmente soleggiata: qui si contano trecento giorni l’anno di cielo azzurro e una vegetazione tropicale, cactus compresi, insolita a questa latitudine. Uno scenario suggestivo per i turisti, ma tutt’altro che favorevole al ghiaccio.

Degrado...degradante
Fino a poco tempo fa ritenevamo i ghiacciai eterni, ma con la rapidità del loro ritiro siamo di fronte alla necessità di riflettere sulla loro importanza. Hanno modellato le valli meravigliose lungo le quali scorrono i fiumi ma il loro ruolo non è concluso. I corsi d’acqua che nascono dalle cime ghiacciate sono non solo alimentati ma regolati dalla loro presenza. La scomparsa dei ghiacciai ha, ad oggi, conseguenze imprevedibili.

Ovviamente sappiamo bene che ogni fiume non è alimentato soltanto dai ghiacciai e quindi, i corsi d’acqua non sono destinati a scomparire nel breve periodo. Le decine, se non centinaia, di affluenti di ogni grande fiume, continueranno a fornire il loro apporto, pur sapendo – lo vediamo già oggi – che il cambiamento climatico che minaccia i ghiacciai riempie i corsi d’acqua con precipitazioni più intense, che si manifestano spesso in fenomeni estremi, esondazioni, rotture di argini, ridisegno delle vallate, distruzione e morte. Le immagini dal Nepal sono state più che eloquenti.

C’è una speranza legata alla loro lunga storia: precipitazioni e acque da disgelo scorrono nei pendii e nelle valli di ogni reticolo idrografico da un insondabile tempo geologico, resistendo a tettonica, ere glaciali, siccità e inondazioni, cambiando il loro corso più volte.

Certamente il riscaldamento globale ha provocato danni ormai pressoché irreversibili, ma il ciclo dell’acqua sopravviverà al nostro sabotaggio, con o senza di noi.

Nella storia geologica di questo pianeta, ancorché limitata agli ultimi milioni di anni, quel che appare ai nostri occhi come una crisi senza via d’uscita, è solo un episodio transitorio, un battito di ciglia, e sarebbe quasi presunzione immaginare che le nostre azioni possano fermare un fenomeno così immenso.

Sperare, altro non possiamo fare.



[1] La fusione della calotta artica, o dei ghiacci marini delle banchise, non provocherebbe nessun innalzamento: è acqua che già sta lì, in un’altra forma (per provarlo basta misurare il livello di acqua in un bicchiere contenente dei cubetti di ghiaccio, non cambia dopo che si saranno sciolti).

 


09 settembre 2026

L’anomalia del Karakorum: i ghiacciai che resistono, per ora

Il Gilgit-Baltistan, che si estende per quasi 73.000 kmq, è una regione nota per contenere all'interno dei suoi confini alcune tra le montagne più alte del mondo: ben 5 dei 14 rilievi che superano gli 8000 metri. Una di queste montagne è il Nanga Parbat, una delle cime più ardue da scalare e tristemente nota in Italia perché fu il luogo dove il nostro Reinhold Messner perse il fratello Günther durante la spedizione a cui parteciparono nel 1970.
Il Gilgit-Baltistan è la quarta tra le zone più sismiche del mondo, è sede di collisione di due placche tettoniche e la giunzione di quattro catene montuose: Karakorum, Hindu Kush, Himalaya e Pamir.

Il Karakorum è la sub catena montuosa a nord ovest dell'Himalaya, e che contiene il K2, la seconda montagna più alta al mondo. A dividere questi due sistemi montuosi colossali, tuttora in sollevamento a ritmi geologici notevoli, c’è la valle dell'Indo, fiume che con il suo corso delimita inoltre per 450 km il confine tra Kashmir e Cina. Nel Karakorum si trova anche uno dei ghiacciai più lunghi al mondo, il Siachen, escludendo ovviamente quelli groenlandesi e antartici.

Come la maggior parte dei ghiacciai del nostro pianeta, anche i ghiacciai di queste regioni non fanno eccezione, e quindi anche in Pakistan abbiamo una tendenza netta che comporta la regressione delle masse glaciali nel corso del tempo, fenomeno che, in prima battuta, si traduce in un aumento della portata dell'Indo: le previsioni indicano che, intorno al 2050 si raggiungerà un picco nell’aumento della portata, per poi andare incontro ad un processo di progressiva riduzione. Inoltre, per quanto è già accaduto e potrà ripetersi, questo aumento della portata può determinare un aumento anche del rischio di fenomeni climatici estremi quali inondazioni o alluvioni, particolarmente grave se si verifica in concomitanza con il manifestarsi del monsone o di condizioni di circolazione e temperatura anomale riguardanti il fenomeno noto come ENSO (El Niño Southern Oscillation), come raccontato in questo mio vecchio post.

L'ENSO del 2010 provocò fenomeni meteorologici estremi pressoché contemporaneamente negli Stati Uniti centro-occidentali (Tennessee e Kentucky) e Pakistan, a dimostrazione che il sistema climatico della Terra non ha compartimenti stagni: un'origine nel Pacifico Equatoriale con effetti così lontani. Un quinto del Pakistan finì sott'acqua. Il 29 luglio di quell’anno la situazione aveva raggiunto una gravità senza precedenti. Il 31 luglio l'ONU dichiarò quelle inondazioni le più gravi a memoria d'uomo. Nella prima parte di agosto, quando le acque si ritirarono, fu possibile valutare l'entità del disastro. Erano morte quasi 2000 persone, e in venti milioni avevano bisogno di un rifugio, di cibo e di cure, più che durante lo tsunami indiano nel 2004, i terremoti del Kashmir nel 2005 e di Haiti nel 2010 e il ciclone Nargis del 2008 messi insieme.

E’ di pochi giorni fa l’allarme lanciato da più parti riguardanti le proporzioni di El Niño di quest’anno: mai visto niente di simile negli ultimi 50 anni. Da quando il fenomeno è stato dichiarato ufficialmente iniziato, a giugno, i climatologi di tutto il mondo ne osservano con preoccupazione l’intensificarsi: un’oscillazione climatica ciclica del Pacifico australe, con intervalli di 3-7 anni, associata a un aumento generale delle temperature globali.

Qui per un approfondimento.

Ma esiste anche qualcos’altro, come se il già contorto mondo del negazionismo non desse abbastanza grattacapi a chi cerca di dimostrare che il cambiamento climatico non è una truffa con dati manipolati.


Quasi per paradosso esistono alcuni ghiacciai del Karakorum che mostrano un comportamento differente. Il bilancio di massa di questi ghiacciai, infatti, anziché diminuire nel tempo rimane stabile o addirittura aumenta: a questo singolare fenomeno è stato dato il nome di anomalia del Karakorum. Si è iniziato a studiarla intorno agli inizi degli anni 2000, avanzando diverse ipotesi per spiegarla: dalla particolare conformazione del territorio, al verificarsi frequente di valanghe fino alla grande quantità di detriti presente sulle masse glaciali e che, evento noto e valido per tutti i ghiacciai, creando cioè una sorta di mantello protettivo ostacolerebbe la fusione causata dalla radiazione solare.

Ma ad oggi la spiegazione più plausibile sembrerebbe da ricercarsi nella fonte e nel tipo di alimentazione, inteso come apporto meteorico, che hanno questi ghiacciai e che risulta particolarmente importante nel periodo invernale. I venti occidentali molto intensi e carichi di umidità che arrivano dall'Oceano Indiano, se non talvolta addirittura dal Mediterraneo alimentano un apporto nevoso che non si interrompe del tutto nemmeno nel periodo estivo, grazie proprio all'influenza dei monsoni. Infine, un contributo legato al vasto sistema di circolazione atmosferica che immetterebbe nei bassi strati una grande quantità di umidità, favorendo quindi la formazione di copertura nuvolosa che contribuisce  mantenere su valori più contenuti le temperature (qui un mio post in qualche modo legato al tema). In definitiva da una parte abbondanti precipitazioni e dall'altra temperature più contenute sarebbero all'origine di questa anomalia, che però non durerà per sempre. Se infatti le temperature continueranno ad aumentare con l’ormai evidente tendenza, entro qualche decennio probabilmente l'anomalia si annullerà.


Le conseguenze saranno disastrose: a cominciare dalle risorse idriche del Pakistan, inevitabilmente, e indirettamente sulla stessa stabilità sociale e geopolitica dell'intero continente asiatico. Solo dal bacino del fiume Indo dipendono direttamente 300 milioni di persone e la storia può insegnarci qualcosa.

Col cessare del colonialismo britannico emerse immediatamente come la suddivisione più o meno netta, e artificiosa, del bacino dell’Indo tra Pakistan e India, creasse non pochi problemi avendo lasciato, in pratica, la maggior parte della terra irrigata al Pakistan e le infrastrutture, i rubinetti, all’India. Questa cosiddetta «partizione del 1947» scatenò forse la più grande migrazione umana del XX secolo: qualcosa come 15 milioni di persone attraversarono i confini in un verso o nell’altro affiancati da migliaia di vittime causate da operazioni di pulizia etnica. Solo negli anni ’60 si ebbe un trattato, imperfetto ma rispettato, e che ha resistito al divenire di entrambi i paesi potenze nucleari e ad una serie di conflitti grandi e piccoli.

Se queste sono le conseguenze di trattati redatti dall’uomo, e quindi modificabili almeno in teoria, come potremmo fronteggiare eventi naturali, ad oggi inevitabili?