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08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


30 agosto 2025

La gestione fallimentare del cambiamento climatico - Terza parte (politiche nazionali)

[Serie di tre post. Prima e seconda parte]

Da tempo sto cercando di studiare ed analizzare il cambiamento climatico non più da un punto di vista scientifico – di prove sulle cause ce n’è a sufficienza – ma da quello più politico e sociale. In questa serie di tre articoli ho provato a mettere nero su bianco idee e considerazioni, e soprattutto riflessioni. La cui conclusione, in coda a quest’ultima parte, è laconicamente piuttosto rassegnata.

Nella prima e nella seconda parte sono state esaminati due aspetti legati al fatto indiscusso che, a livello internazionale e politico, la maggior parte dei paesi al mondo è lontana dalla cosiddetta decarbonizzazione: la cooperazione internazionale vacilla e non sembra si abbiano gli strumenti tecnologici per contrastare il fenomeno con successo a discapito delle attuali conoscenza e tecnologia che già offrono la maggioranza delle risposte al da farsi per iniziare un serio e condiviso processo di mitigazione.  Le difficoltà di gestione non sono solo il risultato di mancati accordi internazionali e scarsa volontà politica, ma rispondono anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema climatico, applicare ad esso ciò che deriva da democrazia e responsabilità, contrastarlo.  Prima ancora di dimostrare volontà condivisa sembra ormai tracciata una duplice natura del fallimento, politica e internazionale da un lato, e domestica, quest’ultima declinata in dozzine di modi tante sono le diverse realtà locali e culturali.

In quest’ultima parte verranno infine esaminati argomenti validi più sul piano domestico e locale. Rivediamo ancora una volta le premesse, che potranno essere saltate da parte di chi abbia già letto i post precedenti, andando direttamente al capitolo “Il fallimento domestico: una premessa”, o a quello “Esercizi di veto”.

L’uso massiccio di combustibili fossili, necessario per sostenere la crescita dei processi industriali a partire da circa due secoli fa, ha riversato in atmosfera quantitativi di gas serra tali da modificare profondamente il clima della Terra; consumo del suolo e deforestazione hanno dato il colpo di grazia con quegli stessi processi industriali che, laddove presenti, hanno consentito e – anche se non ovunque – sostenuto la crescita demografica oggi registrata. Il risultato è un cambiamento climatico con un marcato riscaldamento senza precedenti, a coinvolgere i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta. Ne ho scritto su queste pagine numerose volte e da numerosi punti di vista. 

Il cambiamento climatico, così come definito dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) è innanzi tutto un fenomeno ecologico; causato dall’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera terrestre, o meglio, della sua parte a diretto contatto con la superficie, la troposfera. Tale aumento è già mediamente superiore ad un grado centigrado più alto di quanto non fosse a cavallo tra XVIII e XIX secolo, inizio dell’era industriale, e nel corso di quest’anno si sono sfiorati i 2 °C. Le premesse ecologiche del cambiamento climatico sono un’aumentata concentrazione di gas serra nell’atmosfera e una diminuita capacità da parte dei sistemi naturali di assorbirli. La causa dell’aumento è l’uso massiccio di combustibili fossili allo scopo di fornire l’energia necessaria ai processi industriali che, dal 1800 in poi, hanno permesso più alti livelli di consumi e di benessere alla crescente popolazione mondiale. Nell’arco di un paio di secoli, l’uso intenso di combustibili fossili quali fonti di energia ha alzato la qualità di vita di miliardi di persone, alterando però sistemi naturali che erano stati largamente stabili per migliaia di anni, un cambiamento talmente rapido da meritarsi, per qualcuno, una distinzione in termini di cronologia geologica: l’Antropocene. Le implicazioni ecologiche del cambiamento climatico potrebbero andare da modificazioni di ecosistemi relativamente blande e sparse a massicce catastrofi di portata planetaria, compresa un’estinzione di massa, la sesta, ampiamente documentata. Il cambiamento del clima è un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta e pone minacce multiple, probabilistiche, dirette ed indirette, spesso invisibili e senza limiti spaziali o temporali.

E, come se poi servisse, di recente un nuovo studio conferma che il 99 percento degli studi climatici, sottoposti al processo di peer review, confermano l’origine antropogenica del cambiamento climatico.

L’incertezza principale sugli scenari si lega all’incertezza dell’efficacia delle politiche di mitigazione. O agiamo tutti insieme, a livello globale, o gli sforzi individuali saranno trascurabili. Per quanto lodevole nessuna iniziativa locale o personale fa la differenza. È come trovarsi su una barca che sta imbarcando acqua: l’azione di un singolo che svuota l’acqua con un secchio non serve granché, ma se nessuno inizia affonderanno tutti. Solo uno sforzo collettivo può evitare i danni peggiori del riscaldamento globale.

Anticipando e riassumendo eventuali conclusioni la possibilità che si possa governare il cambiamento climatico, appare sempre più utopica. Una flebile speranza deriva dal riconoscere che moltissimo si è fatto quando si presentò il problema della riduzione dei danni allo strato dell’ozono, e parecchio, anche se non tutto, quando si dovette procedere con urgenza alla limitazione dei danni provocati dalle piogge acide.

Sono esempi virtuosi e importanti che, stabilito che esistono rischi notevoli per la popolazione umana, soprattutto quella già provata da difficoltà aventi altre origini, ci fanno ben sperare, unitamente al ruolo che potranno avere nuove tecnologie.

Tuttavia, di fronte allo stato di fatto delle iniziative globali e delle loro auspicate ricadute sui governi locali, soprattutto quelli dei paesi ricchi, al cospetto dei continui conflitti armati che anziché diminuire aumentano di anno in anno (ad oggi se ne contano 56!), permangono sentimenti di disillusione e sgomento, che certamente non aiutano e inducono, come ho avuto modo di scrivere recentemente, ad una sorta di catastrofismo climatico da un lato, e all’inazione dall’altro. Atteggiamenti entrambi pericolosi e da contrastare.

Il fallimento domestico: una premessa

Il cambiamento climatico è dunque un problema globale le cui conseguenze, dirette o indirette, possono ricadere su ciascun paese al mondo. E ciò riduce l’efficacia delle politiche nazionali, perché ogni paese, pur potendo limitare le emissioni dei propri abitanti con iniziative di vario tipo, anche legislative, programmi educativi e altro, può fare poco o nulla per limitare le emissioni delle popolazioni di altri paesi, ognuno dei quali è politicamente sovrano. Ma la soluzione del cambiamento climatico non può prescindere dalla cooperazione di tutti i paesi del mondo, in particolare di tutti i grandi e medi emettitori, il cui numero cresce al pari del loro sviluppo e, di contro, sono molti i paesi sovrani la cui politica interna è stata, ed è, disfunzionale rispetto al controllo e alla gestione del cambiamento climatico e dei suoi effetti sull’ambiente e sulla salute dei loro stessi territori. Gli Stati Uniti ad esempio, storicamente il maggior emettitore di gas serra con consumi pro capite anche più di dieci volte quelli di un paese in via di sviluppo, ha ostacolato la governance globale del clima per circa trent’anni, ed è tornata a farlo con la recente amministrazione Trump.

Esercizi di veto

Nei paesi democratici, dov’è presente un più alto grado di divisione politica, come logico attendersi e soprattutto a livello legislativo, un sistema dei veti crea pesi e contrappesi al potere legislativo ed esecutivo, allo scopo di prevenire cambiamenti radicali, destabilizzanti, proteggendo gli interessi delle minoranze e difendendo in definitiva, lo status quo: politiche e valori considerati fondamentali anche durante periodi di impopolarità. In breve, il sistema dei veti impedisce a un sistema democratico di divenire troppo fluido e flessibile.

Le democrazie più importanti del mondo, divise al loro interno da forze politiche contrapposte, trovano quindi grandi difficoltà nel produrre legislazione domestica che si discosti significativamente dallo stato di fatto. Quando si parla di cambiamento climatico ciò è ancora più evidente, affiancato da una evidente incapacità nell’affrontare efficacemente anche molte altre pressanti questioni sistemiche e globali, come le migrazioni, la gestione delle diseguaglianze, il terrorismo, il debito pubblico e l’instabilità finanziaria. Tutte caratteristiche di questo periodo storico recente, ottimamente definito col termine Antropocene,

Gli attori di ciò che appare come una disfunzione sono appunto quelli capaci di prevenire deviazioni attraverso l’esercizio di veti in fase di legislazione.  Tali attori possono essere specificati dalle costituzioni (ad esempio il presidente, il congresso e le varie corti negli Stati Uniti, ma anche il nostro presidente della repubblica o la corte costituzionale), possono emergere dal sistema politico (come i partiti membri di una coalizione di governo in molti paesi europei) o dalla società civile (settori industriali potenti, o sindacati o altri gruppi d’interesse).

La presenza di molti attori su più livelli, con forti differenze ideologiche e coesione interna, rende difficili i grandi cambiamenti e limita la produzione di leggi innovative.

Questo è desiderabile quando lo sia anche lo status quo, ma nel momento in cui queste condizioni non si presentano ciò che si richiede è invece proprio fluidità e flessibilità legislativa. È questo il caso del cambiamento climatico così come delle altre questioni menzionate sopra: si richiedono risposte politiche veloci, decise e innovative su cui gli attori in questione dovrebbero rinunciare ad esercitare i loro veti. Su queste pagine ho fatto presente, ad esempio, che l’Italia è, ad esempio, un paese perfettamente adattato…a un clima che non c’è più.

I veti frenano o rallentano quindi l’innovazione legislativa in ogni sistema politico, e laddove esistano numerosi attori che possano esercitarli la democrazia vede aumentato il rischio di vulnerabilità, inteso come rischio di conservatorismo eccessivo o evidente protezionismo. Si spiega ad esempio come un paese potente, ricco e tecnologicamente avanzato come gli Stati Uniti, possa essere sorprendentemente lento e inefficace nel gestire problematiche fondamentali di politica distributiva, equità razziale, immigrazione, bilanciamento fra libertà e sicurezza e, ovviamente il cambiamento climatico (o per lo meno la politica energetica). La costituzione degli Stati Uniti separa e distribuisce poteri all’interno del governo federale, delega diritti e funzioni agli stati e include una carta dei diritti che in alcuni campi fornisce esercizio di veto ai cittadini stessi. In aggiunta, nei decenni si sono stratificate pratiche che inibiscono ulteriormente l’azione come la necessità di maggioranze molto larghe per certe tipologie di deliberazioni. Intorno a tutto ciò fiorisce una intensissima attività di lobby da parte di numerosi attori dell’economia e della società, che esercitano i loro veti indirettamente attraverso i propri referenti politici.  E in alcuni casi, si è visto come le aberrazioni del sistema di veto, abbiano portato alla nascita, su mandato presidenziale o di determinati gruppi di potere, di una vera e propria politica di negazione (come accaduto di recente nel caso del rapporto del Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti).

Gli Stati Uniti sono un esempio estremo ma non sono l’unico. Nella maggior parte delle democrazie europee i veti sono esercitati dai partiti membri della coalizione di governo o dell’opposizione e in alcuni casi, come in Italia, Spagna e Grecia, i partiti hanno legami storici, diretti e forti con industria, sindacati o altri gruppi d’interesse. In questi paesi è difficile raggiungere consenso politico anche su questioni molto meno complesse del cambiamento climatico: sembra in effetti che per ogni possibile svolta legislativa ci sia sempre una corrispondente opzione immobilista, congeniale ad almeno un qualche attore cruciale, spesso paradossalmente all’interno di una coalizione di governo, o frammentata in correnti dello stesso partito, nel nome del pluralismo. 

A volte l’immobilismo risponde a ragionevoli calcoli sui costi di transizione da status quo a nuove politiche e/o riflette l’incertezza riguardo sia i dettagli del processo di transizione che i suoi risultati ultimi. Gli attori che esercitano veti danno voce a queste considerazioni. In alcune circostanze, gli attori possono sostenere tendenze immobiliste irrazionali presenti nelle istituzioni e nella società e sfruttate da gruppi di interesse (si pensi alla miriade di polemiche durante la recente pandemia). Queste includono la razionalizzazione per evitare dissonanze cognitive, il ricorso a stereotipi tipo «ha funzionato finora», la focalizzazione sui costi già sostenuti, la paura del rimpianto per i cambiamenti e il desiderio di mantenere il controllo non riconoscendo il cambiamento. Tali atteggiamenti difendono lo status quo e sono evidenti nei principali paesi democratici, spesso tra i maggiori emettitori di gas serra.

Considerando i meccanismi di veto, l'inefficacia di molte democrazie appare preoccupante. I veti dovrebbero bilanciare la legislazione, ma spesso bloccano il cambiamento per proteggere interessi consolidati, distorcendo il sistema e favorendo disuguaglianze d'accesso e influenza, mentre la qualità normativa risulta compromessa da procedure complesse e pressioni corporative.

Infine, il tutto può infine essere aggravato dai movimenti popolari più o meno organizzati: nostalgici di un passato mitologico quando i politici venivano dalla gente, con le opinioni dei cittadini integrate alle dinamiche di governo e, per finire, movimenti che contestano non solo le proprie istituzioni nazionali ma anche quelle sovranazionali, come l’Unione Europea o gli attori globali della finanza internazionale. Qualunque sia il loro futuro politico, queste reazioni popolari a veti locali e globali divenuti troppo ingombranti ricordano ai governanti che una democrazia è operata da e per i governati e che il potere esercitato dai governanti, per potersi dire legittimo, deve portare benefici ai governati.

La comunità politica

Come abbiamo visto nella prima parte molti paesi democratici sono grandi emettitori di gas serra. In questi paesi i benefici connessi alle emissioni domestiche ricadono soprattutto sui loro abitanti, mentre gli effetti negativi di tali emissioni ricadono, e ricadranno, innanzi tutto e perlopiù su chi da quelle democrazie non è governato: chi vive oltre i loro confini, le generazioni future (senza distinzione di nazionalità), nonché l’ambiente in senso lato. Se le democrazie volessero curarsi di umanità o ambiente (comunque non scindibili) distanti nello spazio e nel tempo, esse dovrebbero estendere la loro responsabilità politica molto oltre i confini tracciati dalle preferenze elettorali dei propri governati. Nella maggioranza dei casi ciò provocherebbe sicuramente dissenso e impopolarità, in quanto, per occuparsi delle generazioni future, di coloro che vivono oltre confine e della natura, i governi democratici dovrebbero in molti casi rinunciare ad apportare benefici ai propri governati, ovvero a chi li mette al potere con il proprio voto, per apportarli invece a chi non ha mai votato perché vive in un altro paese, non è umano o ancora non esiste. O peggio, dovranno essere chiesti ai propri governati dei sacrifici: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il green premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti?

E già a questo punto sorge il problema affrontato nella seconda parte. Come assegnare un valore al futuro. E non solo.

Indipendentemente dalla natura umana che raramente ha sacrificato qualcosa oggi in funzione di benefici futuri molto poco tangibili, e talora in dubbio, questa è una difficoltà molto profonda a livello non solo pratico ma anche di principio. Democrazia è l’idea che i governi debbano agire nell’interesse dei governati piuttosto che in quello dei governanti e per raggiungere tale obiettivo, la strategia democratica è quella di far governare i governati stessi, direttamente o attraverso i loro rappresentanti. La teoria e le pratica democratica si basano sul presupposto che i governati e i governanti siano agenti – in grado cioè di agire - abili e competenti nell’iniziare e condurre azione politica, comunemente detti cittadini. Sono i cittadini e i loro interessi e benessere che contano politicamente in una democrazia: la cittadinanza democratica presuppone capacità di partecipare al processo democratico, la quale a sua volta presuppone che la politica agisca in nome e per conto della cittadinanza stessa. Giulio Andreotti esortava i giovani ad occuparsi di politica perché, diceva, «comunque la politica si occuperà di voi».

La centralità di tale presupposto non deve sorprendere considerando che i principi, le norme e le istituzioni democratiche si sono effettivamente evolute per governare relazioni tra agenti umani che vivevano in prossimità spaziale e temporale l’uno con l’altro e le cui decisioni e azioni politiche avevano impatti relativamente diretti l’uno sull’altro. Gli impatti climatici peggiori, conseguenza di azioni e decisioni prese democraticamente da cittadini con potere d’azione, si abbatteranno invece anche e soprattutto su una vastissima platea di persone impossibilitate ad agire, che include le categorie suddette: tutti coloro i quali siano distanti nello spazio e nel tempo e la natura, nella sua parte non umana. Questi ultimi non possono prendere parte all’attività di governo: non possono discutere, non possono votare, non possono legiferare, non possono protestare; ma subiscono l’impatto degli effetti delle emissioni prodotte da una serie di stati democraticamente governati, di cui non fanno parte e non sono rappresentati (se non in modo molto indiretto, ad esempio attraverso qualche organizzazione non-governativa). In un sistema in cui essere governati corrisponde con il prendere parte all’attività di governo, chi o cosa è escluso da tale attività non è governato, ma dominato

Il presupposto che la cittadinanza democratica partecipi al processo democratico spiega come sia stato possibile, non solo storicamente ma in alcune realtà ancora oggi, che la democrazia sia stata compatibile con l’esclusione dall’attività di governo, anche come semplici votanti, di schiavi, o persone senza possedimenti, delle donne e di membri di altri gruppi etnici o religiosi, nonostante queste impattassero prepotentemente le loro vite, interessi e benessere. Non avevano potere d’azione nel pieno senso della parola ed erano pertanto democraticamente dominati. Col cambiamento climatico la situazione si ripropone su scala molto più vasta: in questo modo la democrazia implica il dominio esercitato da pochi presenti e locali su un vasto universo di persone che si estende oltre i confini dello spazio, del tempo e dell’universalità genetica del genere umano. Laddove i grandi imperi del passato colonizzavano ampie aree del pianeta, l’impero democratico del presente, cambiando il clima, ne colonizza il futuro

In democrazia contano i cittadini, che sono quelli che vogliono che le istituzioni democratiche servano i loro interessi, piuttosto di quelli che vivono oltre i confini dello spazio, del tempo e della troppo spesso considerata tale, purtroppo, diversità genetica. Come potranno la teoria e la pratica democratica rapportarsi al cambiamento climatico?

Responsabilità

La difficoltà principale posta dalla gestione del cambiamento climatico è l’attribuzione di responsabilità. Questo vale per gli stati come per le aziende e gli individui. Il cambiamento climatico causerà danni a cose e persone, eppure nessun agente è singolarmente responsabile per questo. Una ragione per cui è difficile attribuire responsabilità per il cambiamento climatico è la complessità dei meccanismi causali coinvolti. Il cambiamento climatico danneggerà cose e ucciderà persone ma aumentare la concentrazione atmosferica di gas serra non causa automaticamente la morte di nessuno. Vasti sistemi ecologici e sociali (fisici, chimici, biologici, politici, economici) mediano fra l’aumento di concentrazione di gas serra e le morti, rendendo le ricostruzioni e le attribuzioni causali estremamente difficili se non praticamente impossibili. Ciò è vero delle morti come di altri danni – a proprietà, specie, ecosistemi e via dicendo.

Ogni agente è parte della causa del cambiamento climatico perché ogni agente vi contribuisce con le sue emissioni. Ma essere parte della causa non significa esser causa di alcuna specifica parte dei suoi effetti, o di nessuno dei suoi tanti effetti. Le emissioni prodotte da ognuno di noi si aggregheranno a quelle di miliardi di altre persone, e si disperderanno viaggiando nello spazio e nel tempo, nelle dinamiche e nei feedback di vari sistemi fisici e chimici su varie scale e non causeranno mai uno specifico evento meteorologico estremo, una specifica bolla di calore urbana. Questo significa che non causeranno nessuno dei danni che pur occorreranno a cose e persone a causa di specifiche inondazioni, uragani o temperature insostenibili in città. In altre parole non ci sono conseguenze dannose delle mie emissioni - né, ovviamente, di quelle di nessun altro. E questo ragionamento emerge in tutta la sua drammaticità perché si applica tanto agli individui quanto alle aziende e agli stati.

Un’altra ragione è la frammentazione delle cause. Tutti concorrono al vasto problema dell’innalzamento delle temperature per mezzo di un’azione collettiva, a vari livelli: individui, governi, aziende e organizzazioni internazionali. Perfino un cadavere, putrefacendosi sotto terra, emette biossido di carbonio. Questa frammentazione è globale ed è ulteriormente complicata dall’essere anche intergenerazionale: ogni generazione emette una certa quantità di gas serra nell’atmosfera, contribuendo così a un problema di azione collettiva intertemporale che è probabilmente ancora più ostico di quello intra-generazionale, in quanto non ci sono schemi di incentivi che tengano fra attori che non interagiscono fra loro (e se le generazioni non si sovrappongono il problema è chiaramente più grave).

Un terzo motivo per cui è difficile ripartire responsabilità è dato dalla sistematicità e complessità delle forze che causano il cambiamento climatico. La manipolazione del ciclo del carbonio è intrinseca all’economia globale attuale così come guidare una macchina o consumare energia lo sono per ognuno. La Cina estrae direttamente, o addirittura importa carbone dall’Australia, che viene utilizzato per energizzare la produzione di automobili, computer e altri prodotti che vengono poi esportati verso i ricchi mercati europei e statunitensi. Ci si reca al lavoro con auto cinesi, si accende un computer prodotto in Cina, magari per scrivere un post sul cambiamento climatico come questo. Altri fanno la loro versione delle stesse cose con un unico risultato atmosferico: l’emissione di tonnellate di gas serra. Chi è responsabile qui? Australia, Cina, Stati Uniti, Europa, le multinazionali coinvolte, l’Organizzazione Mondiale del Commercio che presiede gli scambi globali di beni e servizi, le reti finanziarie che sponsorizzano tali scambi attraverso i loro investimenti, io, voi che leggete, tutti gli altri, o nessuno? La risposta non è per nulla ovvia e la questione non è soltanto teorica. L’attuale premier indiano Narendra Modi, in carica dal 2014, ha ripetutamente dichiarato che, se le fabbriche in Cina e India sono così numerose e inquinanti, è per rispondere alla domanda di prodotti di consumo dei paesi ricchi, ovvero dei loro cittadini/consumatori. Non ha affatto torto, come non l’avrebbe nessun attore implicato nell’aumento delle temperature globali: è sempre possibile scaricare le responsabilità su altri attori, perché la questione è sistemica, e il sistema è globalmente interconnesso a vari livelli di potere d’azione e organizzazione sociale. 

Inoltre, il sistema è dinamico. Al mutare e riconfigurarsi dell’economia globale l’Australia potrebbe essere rimpiazzata quale fornitore d’energia, la Cina quale luogo di manifattura e gli Stati Uniti e l’Europa (e i loro cittadini) quali consumatori dei prodotti finiti. Climaticamente parlando, tuttavia, questo non fa alcuna differenza. Al di sotto della frammentazione e della complessità causale del cambiamento climatico scorre infatti un unico torrente condiviso di combustibili fossili. Fintanto che l’economia globale sarà energizzata da combustibili fossili, le temperature continueranno ad alzarsi a prescindere da quali attori occupino quali ruoli. E nonostante ci siano esempi virtuosi ancorché teorici, la strada per la decarbonizzazione è lunga e piena di ostacoli.

Infine, sempre in ragione della dilatazione spaziotemporale e della complessità dei meccanismi causali coinvolti, sia prima che dopo che qualcuno muoia o qualcosa venga danneggiato sarà impossibile dire chi o cosa sarà o è stato vittima diretta del cambiamento climatico. Prima, perché non ne conosceremo l’identità in anticipo: guardando avanti vedremo solo probabilità di danni distribuite su insiemi statistici di cose e persone. Dopo, perché non saremo mai sicuri che il colpevole sia il cambiamento climatico e non qualcos’altro, perché il cambiamento climatico danneggia e uccide solo per mano di altri eventi, come inondazioni, uragani, siccità, fame, malattie respiratorie, epidemie e conflitti armati, e uccide anche, molto più lentamente, a causa del progressivo mutamento ambientale che sta causando l’ultima, in corso, estinzione di massa, ancor più intangibile se non ai sensi degli esperti.

In sintesi, contribuendo al cambiamento climatico nessuno in particolare danneggia niente e nessuno in particolare. L’applicazione del principio del danno, un criterio tipico della teoria politica occidentale moderna come di molti sistemi legali contemporanei quando si tratti di attribuire responsabilità, è disabilitata dalla natura del problema e questo significa che assegnare responsabilità morali come legali per il problema risulterà più difficile, anche se non impossibile.

Spesso i nostri giudizi morali sono legati al principio del danno; eppure, molte persone, anche nelle nostre società sono moralmente disgustate da atti che apparentemente non causano alcun danno a nessuno, come rapporti sessuali consensuali fra individui dello stesso sesso o lacerare una bandiera. Fortunatamente ci sono anche considerazioni di reciprocità ed equità, lealtà al gruppo d’appartenenza, autorità e rispetto, purezza e addirittura santità.

Peccato che il cambiamento climatico non pare sollecitare queste altre considerazioni più di quanto solleciti quelle connesse al principio del danno e la cosa è aggravata dal fatto che queste emozioni morali dovrebbero richiamarci all’azione, cosa che spesso non accade, o si esercita una sorta di indignazione differenziale. Sembra paradossale ma nonostante tutte le società umane abbiano regole morali su cibo e sesso, nessuna ha regole riguardo la dinamica atmosferica. Ci indigniamo per un sacco di cose, per ogni violazione di protocollo eccetto quello di Kyoto. E anche qualora si critichi o si definisca il cambiamento climatico come cosa cattiva, non ci fa sentire nauseati o infuriati o disonorati, salvo rare eccezioni che vengono spesso perculate o denigrate ferocemente (un esempio per tutti, l’attivismo di Greta Thunberg o quello di Last Generation). Ecco perché non c’è impulso a condannare o combattere il cambiamento climatico. 

Quando si tratta di cambiamento climatico la stragrande maggioranza delle persone semplicemente non ha lo stesso trasporto viscerale che ha riguardo questioni come l’aborto, i diritti civili o degli animali, le lotte sindacali e il terrorismo. Il cambiamento climatico non solletica la nostra psicologia morale, né lo fa il destino degli spaziotemporalmente distanti e delle entità e sistemi naturali che ne subiscono e subiranno le conseguenze peggiori. Unito alle difficoltà nell’applicare il principio del danno, questo fa sì che nessuno si senta moralmente responsabile per il cambiamento climatico e che nessuno sia ritenuto moralmente (e legalmente) responsabile per esso – il che a sua volta incoraggia disinteresse generale e inazione.

Conclusioni generali

In questa serie di tre post si è cercato di illustrare come le difficoltà riscontrate nella gestione del cambiamento climatico siano la diretta conseguenza di inazione a livello globale, di mancati accordi e scarsa volontà politica da un lato, ma anche a effettive difficoltà nel far proprio il problema, concettualizzarlo, applicare a esso nozioni normative fondanti della teoria politica moderna quali democrazia e responsabilità e soprattutto la difficoltà nel contrastarlo a cause di alcune configurazioni strutturali dei nostri sistemi politici attuali.

Qualsiasi cosa accada in futuro dentro e tra gli stati, le aziende, le organizzazioni sovranazionali e quegli individui che hanno tra le mani il futuro del pianeta, è ormai chiaro che nell’Antropocene ci toccherà convivere con il cambiamento climatico e continuare a dar senso alle nostre vite in un mondo sempre più diverso da quello in cui l’umanità ha sinora recitato il suo spettacolo.

Il problema del cambiamento climatico, almeno nel breve termine, appare sempre più irrisolvibile. L’umanità dovrà configurare necessariamente nuove visioni del nostro posto nei meccanismi, pressoché insondabili del tutto, di questo pianeta. Una parte dell’umanità, minoritaria in termini numerici, potrà mitigarne gli effetti e adattarsi, a scapito di un numero incalcolabile di vittime che subiranno danni più o meno gravi, i cui costi, volenti o nolenti, ricadranno in parte sulla prima. Il cambiamento climatico agirà come catalizzatore di una riconfigurazione massiccia, di una revisione e un abbandono dei nostri sogni di supremazia. E in questa supremazia vanno comunque inclusi anche i tentativi, piuttosto goffi ed inefficaci,  di riconfigurazione del clima da parte dell’umanità.

Ciò ovviamente non significa che il fenomeno ecologico e le sue implicazioni sociali non vadano gestiti e affrontati su base programmatica – tutt’altro: ma significa che quella programmazione dovrà riflettere anche e soprattutto il nostro senso di cosa veramente conti. Un problema ambientale, apparentemente distante e intrattabile, diviene allora l’occasione per guardarci dentro e chiederci, all’alba del terzo millennio, a cosa vogliamo tendere come individui e come collettività.

Il cambiamento climatico e la vita nell’Antropocene più generalmente ci forzeranno a riconsiderare noi stessi. Ora che abbiamo la capacità tecnica di indirizzare l’evoluzione biologica e geologica del pianeta dobbiamo chiederci verso cosa vogliamo indirizzarla. In gioco è la possibilità di negoziare il mondo con grazia e dignità, generando e godendo di sistemi di significato e di valori che ci rendano fieri e sicuri di come viviamo. Il cambiamento climatico, come una storia d’amore finita male, ci regala l’opportunità di riconsiderare chi siamo diventati e chi vogliamo essere d’ora in avanti.

E tutto ciò nonostante la storica sentenza della Corte Mondiale di cui s’è scritto nella prima parte.

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Riferimento bibliografico:
grazie alle lezioni del Prof. Marcello di Paola, Dipartimento di Scienze Politiche. LUISS Roma.



  

09 agosto 2025

La gestione fallimentare del cambiamento climatico - Prima parte (politica internazionale)

[Serie di tre post. Seconda e terza parte]

L’uso massiccio di combustibili fossili, necessario per sostenere la crescita dei processi industriali a partire da circa due secoli fa, ha riversato in atmosfera quantitativi di gas serra tali da modificare profondamente il clima della Terra; consumo del suolo e deforestazione hanno dato il colpo di grazia con quegli stessi processi industriali che, laddove presenti, hanno consentito e – anche se non ovunque – sostenuto la crescita demografica oggi registrata. Il risultato è un cambiamento climatico con un marcato riscaldamento senza precedenti, a coinvolgere i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta. Ne ho scritto su queste pagine numerose volte e da numerosi punti di vista. 

Il cambiamento climatico, così come definito dal punto 2 dell’Art. 1 della costituzione della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) è innanzi tutto un fenomeno ecologico; causato dall’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera terrestre, o meglio, della sua parte a diretto contatto con la superficie, la troposfera. Tale aumento è già mediamente superiore ad un grado centigrado più alto di quanto non fosse a cavallo tra XVIII e XIX secolo, inizio dell’era industriale, e nel corso di quest’anno si sono sfiorati i 2 °C. Le premesse ecologiche del cambiamento climatico sono un’aumentata concentrazione di gas serra nell’atmosfera e una diminuita capacità da parte dei sistemi naturali di assorbirli. La causa dell’aumento è l’uso massiccio di combustibili fossili allo scopo di fornire l’energia necessaria ai processi industriali che, dal 1800 in poi, hanno permesso più alti livelli di consumi e di benessere alla crescente popolazione mondiale. Nell’arco di un paio di secoli, l’uso intenso di combustibili fossili quali fonti di energia ha alzato la qualità di vita di miliardi di persone, alterando però sistemi naturali che erano stati largamente stabili per migliaia di anni, un cambiamento talmente rapido da meritarsi, per qualcuno, una distinzione in termini di cronologia geologica: l’Antropocene. Le implicazioni ecologiche del cambiamento climatico potrebbero andare da modificazioni di ecosistemi relativamente blande e sparse a massicce catastrofi di portata planetaria, compresa un’estinzione di massa, la sesta, ampiamente documentata. Il cambiamento del clima è un problema senza precedenti, che coinvolge i sistemi ecologici fondamentali del nostro pianeta e pone minacce multiple, probabilistiche, dirette ed indirette, spesso invisibili e senza limiti spaziali o temporali.

L’incertezza principale sugli scenari si lega all’incertezza dell’efficacia delle politiche di mitigazione. O agiamo tutti insieme, a livello globale, o gli sforzi individuali saranno trascurabili. Per quanto lodevole nessuna iniziativa locale o personale fa la differenza. È come trovarsi su una barca che sta imbarcando acqua: l’azione di un singolo che svuota l’acqua con un secchio non serve granché, ma se nessuno inizia affonderanno tutti. Solo uno sforzo collettivo può evitare i danni peggiori del riscaldamento globale.

Ciò nonostante, la maggior parte dei paesi al mondo è lontana dalla cosiddetta decarbonizzazione, la cooperazione internazionale vacilla e non sembra si abbiano gli strumenti tecnologici per contrastare il fenomeno con successo a discapito delle attuali conoscenza e tecnologia che già offrono la maggioranza delle risposte al da farsi per iniziare un serio e condiviso processo di mitigazione.  Le difficoltà di gestione non sono solo il risultato di mancati accordi internazionali e scarsa volontà politica, ma rispondono anche a effettive difficoltà nel concettualizzare il problema climatico, applicare ad esso ciò che deriva da democrazia e responsabilità, contrastarlo.  Prima ancora di dimostrare volontà condivisa sembra ormai tracciata una duplice natura del fallimento, politica e internazionale da un lato, e domestica e locale, quest’ultima declinata in dozzine di modi tante sono le diverse realtà locali e culturali.

In questa prima parte tratteremo della prima che condurrà, purtroppo, a dipingere un quadro piuttosto desolante e deludente.

Anticipando e riassumendo eventuali conclusioni la possibilità che si possa governare il cambiamento climatico, appare sempre più utopica. Una flebile speranza deriva dal riconoscere che moltissimo si è fatto quando si presentò il problema della riduzione dei danni allo strato dell’ozono, e parecchio, anche se non tutto, quando si dovette procedere con urgenza alla limitazione dei danni provocati dalle piogge acide.

Sono esempi virtuosi e importanti che, stabilito che esistono rischi notevoli per la popolazione umana, soprattutto quella già provata da difficoltà aventi altre origini, ci fanno ben sperare, unitamente al ruolo che potranno avere nuove tecnologie.

Tuttavia, di fronte allo stato di fatto delle iniziative globali e delle loro auspicate ricadute sui governi locali, soprattutto quelli dei paesi ricchi, al cospetto dei continui conflitti armati che anziché diminuire aumentano di anno in anno (ad oggi se ne contano 56!), permangono sentimenti di disillusione e sgomento, che certamente non aiutano e inducono, come ho avuto modo di scrivere recentemente, ad una sorta di catastrofismo climatico da un lato, e all’inazione dall’altro. Atteggiamenti entrambi pericolosi e da contrastare.

Il fallimento internazionale

Già all’inizio degli anni Novanta del XX secolo, ancora prima per molti aspetti, alla comunità scientifica internazionale era chiaro, oltre ogni ragionevole dubbio e dati alla mano, che il modo migliore per affrontare il cambiamento climatico fosse modificare le nostre fonti di energia, non un’azione drastica ma maledettamente ovvia.

Anche il resto del mondo era di questo parere, e i leader governativi e le ONG decisero di incontrarsi a Rio de Janeiro, in occasione dell’Earth Summit delle Nazioni Unite. Nel giugno del 1992, tutti gli allora 192 stati erano rappresentati, erano presenti 108 capi di stato, 2.400 rappresentanti di organizzazioni non governative e più di 10.000 giornalisti, mentre altre 17.000 persone presero parte a un forum parallelo delle ONG, per affrontare il problema del cambiamento climatico antropogenico. Fu letteralmente la più vasta riunione di capi di stato mai vista. Emblematica la presenza persino dell’allora presidente USA, George H. W. Bush, scettico e condizionato da informazioni manipolate, rinviata di giorno in giorno, ma che lo vide volare a Rio de Janeiro all’ultimo minuto firmare la UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), che impegnava i firmatari a evitare «pericolose interferenze antropiche sul sistema climatico». Bush promise di tradurre il documento in «azioni concrete atte a proteggere il pianeta». Nel marzo del 1994, 192 Paesi avevano siglato la convenzione quadro che entrò così in vigore.

Analogamente alla Convenzione di Vienna (1985) sulla protezione dello strato di ozono, la UNFCCC, non avendone il potere, non stabiliva vincoli o limiti alle emissioni: era un accordo su linee di principio, punto di partenza per qualsiasi altra iniziativa. I limiti effettivi sarebbero stati determinati più avanti, in un protocollo che venne poi firmato a Kyoto, in Giappone, nel 1997. Al crescere della possibilità che fosse necessario attuare delle regolamentazioni, cresceva, assumendo maggior impatto sociale e mediatico, la costruzione a tavolino del negazionismo climatico, talmente forte che nonostante fossero già allora chiarissime cause e contromisure, ancora oggi vengono riciclati gli stessi argomenti, falsi.

L’evento segnò quindi la nascita di una coscienza ambientale globale e definì le linee guida per una transizione condivisa ed efficace verso nuove forme di crescita economica, sostenibili. Un bel sogno: il nord e il sud globale del mondo mano nella mano; quest’ultima parte dell’umanità da sempre ignorata e che oggi, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPAMost Affected People and Areas. Paesi industrializzati, emergenti e in via di sviluppo, uniti per proteggere insieme il pianeta e i suoi abitanti più vulnerabili. Il sogno di una trasformazione globale dei valori, fuori dalle ideologie politiche divisive che avevano segmentato il mondo fino a pochi anni prima e verso comuni obiettivi globali.

Si fantasticava intorno a stati in grado di assumersi obblighi reciproci e vincolanti, in uno sforzo comune teso a proteggere l’ambiente, trasferendo benessere e benefici ai paesi emergenti e in via di sviluppo, ma soprattutto teso a proteggere le generazioni a venire, nel rispetto di un antico proverbio Navajo che dice che «non ereditiamo la terra dai nostri antenati, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli». Un sogno di garanzia di libertà per tutti, per onorare l’uguaglianza di fondo tra ricchi e poveri e promuovere fraternità tra le generazioni. Un bel sogno rimasto tale. Come ebbe a dire il filosofo inglese Isahia Berlin «la libertà dei lupi significa la morte degli agnelli».

Pochi anni dopo, per esempio, il vecchio continente fu risvegliato drammaticamente dal sogno dell’annullamento della contrapposizione est-ovest, ancorché festeggiato con l’unificazione delle due Germanie, dal sanguinoso conflitto nella ex Yugoslavia.

Fin dall’inizio emersero gravi opposizioni e contrasti. Una tra queste e su tutte fu quella che ha caratterizzato, e continua a farlo, ogni tentativo di gestione climatica globale: l’opposizione tra i paesi industrializzati (Stati Uniti, Comunità Europea, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e i paesi emergenti e in via di sviluppo, rappresentati all’interno dell’ONU dal Gruppo dei 77 (G77), nato nel 1964 proprio per promuovere la crescita economica dei propri membri. Le posizioni all’interno di questo gruppo sono molteplici e spesso in contrasto: se ad esempio abbiamo da un lato rappresentati i piccolissimi stati isola dell’Oceania, che magari rischiano di finire sott’acqua per l’inevitabile innalzamento del livello medio dei mari, e che quindi chiedono un’azione istantanea da parte di tutti, d’altra parte abbiamo nello stesso gruppo anche la cordata dei paesi produttori di petrolio, che avversano invece qualsiasi mossa possa intaccare la loro principale fonte di reddito e gettano dubbi sui dati scientifici sul clima; ci sono poi giganti emergenti come Brasile, India e Cina (la quale però non è un membro del G77 ma un osservatore invitato speciale). Senza dimenticare che alcuni di questi hanno creato, in tempi recenti e a complicare parecchio il quadro, il cosiddetto BRICS. Su una cosa sono comunque tutti concordi: la richiesta di aiuti sia finanziari che tecnologici ai paesi industrializzati e il rifiuto di sottoscrivere accordi vincolanti per i propri membri prima che lo avessero fatto i paesi industrializzati. Questa opposizione ha caratterizzato l’intera traiettoria della diplomazia del clima e continua ancora oggi.

Giustificare l’idea che i paesi industrializzati debbano fare di più, contro il cambiamento climatico, di quelli emergenti e in via di sviluppo, è apparentemente abbastanza ovvio: i paesi industrializzati hanno storicamente contribuito all’innalzamento delle temperature molto più di quanto abbiano fatto i secondi. La Cina ad esempio, spesso e non a torto, è annoverata tra i paesi che più contribuiscono all’emissione di gas serra, ma non lo è storicamente rispetto agli Stati Uniti, né come quantitativo pro capite (USA e Canada 15 t/anno pro capite, Cina 8, UE 5). I paesi industrializzati, hanno tratto indiscutibilmente beneficio, in termini di aspettativa e qualità della vita, dalle attività che hanno causato l’innalzamento delle temperature, anche se queste ultime non tendono a rappresentare un beneficio. I paesi emergenti chiedono quindi, richiamandosi a principi di equità, che anche loro possano beneficiare innanzi tutto di energia a costi inferiori a quelli delle cosiddette alternative, a favorire e migliorare le aspettative e la qualità di vita dei loro cittadini, utilizzando gli stessi schemi di sviluppo dei paesi industrializzati: schemi basati essenzialmente su circuiti industriali alimentati da combustibili fossili. Inoltre, i paesi industrializzati hanno a disposizione più fondi e conoscenze di quelli emergenti e in via di sviluppo, e sono dunque quelli più capaci di sostenere i costi delle politiche di contrasto, mitigazione e adattamento. Infine, molti degli abitanti dei paesi emergenti e in via di sviluppo, molti di più che non in quelli industrializzati, sono esposti e vulnerabili agli effetti potenzialmente peggiori del cambiamento climatico, essendo poveri e dunque più direttamente dipendenti dagli ecosistemi per il proprio sostentamento nonché generalmente meno equipaggiati per adattarsi a mutate condizioni.


Sembra ancora maledettamente ovvio: per considerazioni di responsabilità storica, equità, capacità e vulnerabilità sono dunque i paesi ricchi, il nord del mondo, che devono condurre e finanziare la lotta al cambiamento climatico, almeno in una prima fase. I paesi emergenti e in via di sviluppo devono poter avere maggior margine per alzare le aspettative e qualità di vita dei loro cittadini attraverso schemi di sviluppo energizzati da combustibili fossili, considerando il loro contributo proporzionalmente molto ridotto rispetto al resto del mondo; raggiunto quell’obiettivo, però, devono anch’essi mettersi in linea con gli altri - gli industrializzati già decarbonizzati - pena il fallimento dell’intera operazione. Responsabilità comuni quindi, ma differenziate, necessarie a garantire stabilità politica, ambientale e giustizia sociale. Questo, a grandi linee, è il principio di responsabilità comuni ma differenziate, fondamento delle relazioni internazionali sul clima. È un principio che esplicita considerazioni non solo di stabilità politica ed eco-sistemica ma anche e soprattutto di giustizia globale. 

La prova della ovvietà di questa differenziazione? L’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità. Un altro indicatore dello stile di vita insostenibile, come quando si dice che uno svizzero consuma 10 volte più di un eritreo.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico.

Un altro bel sogno?

Fu questo il principio adottato a Rio. Ma ad oggi non si è riusciti nemmeno a definire una realizzazione pratica che soddisfi tutti, peggio che nelle peggiori riunioni di condominio che arrivino a sfiorare la rissa. Financo l’accordo di Parigi del 2015, primo risultato di una delle tantissime COP (di cui ho trattato…) in cui non si cercava una soluzione comune negoziale sul clima ma si lavorava per dare forma alle proposte dei singoli paesi, senza costringere nessuno a fare più di quanto volesse. Ciò nonostante, quell’accordo non fu giudicato equo da alcuni paesi, chi perché lo giudicava troppo blando e chi, guarda caso gli USA che, dopo averlo promosso e sottoscritto, lo hanno rimesso in discussione perché troppo oneroso.  Sono passati decenni e ancora oggi abbiamo ad esempio le posizioni espresse dal secondo mandato Trump.

Problemi pratici

Una lunga parabola fallimentare per la diplomazia del clima. Dalle negoziazioni embrionali di Rio nel 1992 a quelle di Copenhagen nel 2009, la difficoltà in cui continua a trovarsi anche dopo l’accordo di Parigi del 2015, le dichiarazioni d’intenti, altissime e nobilissime che ad ogni COP si ripetono stancamente, illumina alcune difficoltà strutturali in cui si è venuta a trovare la governance globale negli ultimi trent’anni; non solo sul clima ma, con specificità diverse, anche su altri temi come la proliferazione nucleare e le regole del commercio internazionale (e qui nulla di più emblematico che le decisioni attuali di Trump).  Il caso del clima è però particolarmente vivido e dunque istruttivo, nonché il più grave.

Una prima difficoltà è che sulla scena globale ci sono molti nuovi attori di peso, il cui consenso e cooperazione sono oggi non solo desiderabili, come erano nel passato, ma assolutamente imprescindibili. Paesi emergenti come Cina, Brasile, India, Russia, Sudafrica, Indonesia e Messico producono enormi quantità di gas serra e, in assenza di accordi globali efficaci che li limitino, ne produrranno sempre di più in futuro; con un distinguo sulla Cina, perché questo grande paese ha un piano ambizioso di decarbonizzazione che, per quanto se ne sa, ha avviato da tempo e intende rispettare. Ad oggi però non c’è modo di contrastare il cambiamento climatico se questi paesi non collaborano, e più tempo passa più il valore della loro collaborazione aumenta. Questi paesi non collaboreranno se non in termini che siano per loro economicamente e politicamente accettabili. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che la stessa logica si applica anche nei casi dei paesi già industrializzati e di quelli che ancora devono emergere: il cambiamento climatico accresce il valore e dunque il costo della cooperazione di ogni stato.

Inoltre, la gestione del cambiamento climatico non è unicamente nelle mani degli stati. Attori globali come aziende multinazionali, banche d’investimento, WTO, IMF e varie compagini che operano al di sopra dei livelli governativi dei vari stati, tra questi o a loro margine, sono tutte coinvolte nella governance del clima in modi sia diretti che indiretti. Una moltitudine di attori molto diversi fra loro e le cui agende non necessariamente coincidono devono accordarsi su una questione estremamente complessa, che comincia solo ora ad essere compresa e che non è concettualizzata da tutti nello stesso modo.

Se il cambiamento climatico è un problema geopolitico, allora servono nuovi accordi ed istituzioni globali che funzionino. Se è un fallimento di mercato allora ci vogliono tasse sulle emissioni e/o un mercato che assegni loro un prezzo. Se il problema è soprattutto tecnologico allora serve un programma d’energia pulita o forse di geoingegneria. Se il cambiamento climatico è solo l’ultimo modo in cui i ricchi danneggiano e opprimono i poveri allora bisogna rinnovare la lotta per la giustizia globale, e via discorrendo. Il problema è che quanto più aumentano gli argomenti tra loro relazionati e tutti plausibili, tanto più i sistemi politici tenderanno ad evitarli perché sanno già che sarebbe impossibile gestirli, con i diversi attori coinvolti, ognuno con la propria soluzione in ambiti diversi e ognuno con la propria visione di successo o di fallimento.

Una seconda difficoltà è la complessità stessa della questione. In qualunque modo lo si concettualizzi, il cambiamento climatico non è un semplice problema ambientale ma una condizione ecologica dalle innumerevoli premesse e implicazioni politiche, economiche e sociali. È un problema multidimensionale che affonda le sue radici nel modo stesso in cui viviamo e chiama in causa questioni di demografia, sviluppo, investimenti, commercio, uso delle risorse, consumi, urbanistica, mobilità, educazione, salute, sicurezza, migrazione e molto altro. Ognuno di questi domini è competenza di questa o quella organizzazione internazionale, o di questo o quel dipartimento delle Nazioni Unite, o di questo o quel Ministero in questo o quello stato. C’è un alto grado di interconnessione fra questi attori, a cui non corrisponde però un grado egualmente alto di integrazione operativa. Non si riesce a procedere senza consultare ciascuno degli organi che invoca giurisdizione su un dato dominio, ma poiché nessun dominio può essere gestito efficacemente senza che vengano chiamati in causa anche gli altri e senza che si agisca a vari livelli di organizzazione sociale (locale, nazionale, regionale, globale), ciascuno degli organi preposti vede la propria competenza sfumare in quella altrui - e con essa le proprie responsabilità.

Una terza difficoltà deriva dal fatto che le istituzioni, nate per omogeneizzare i loro domini di competenza e dar luogo ad aspetti unitari, hanno rimodellato i domini stessi: appaiono quindi difficoltosi i tentativi futuri di governarli in modi che non siano inquadrati all’interno del percorso già intrapreso. In altre parole, si tende a mantenere lo status quo e questo crea ostacoli a fronte di problemi di nuova generazione. Nuovi problemi richiedono nuove istituzioni con nuove soluzioni e non modellare il nuovo con strumenti e soluzioni già a disposizione. Si pensi a quel che accade, anche solo a livello locale, durante gli eventi di precipitazioni estreme che portano ad inondazioni e dissesto idrogeologico: spesso si è usato e reagito con istituzioni perfettamente adattate…ad un clima che non c’è più.

E c’è un esempio analogo che viene dal passato. Nel 1987, dopo anni di susseguirsi di prove a sostegno che i composti chimici chiamati (oggi impropriamente) “clorofluorocarburi” (CFC) e dopo che nel 1985 fu pubblicato un articolo su Nature (gli scienziati conoscevano il problema fin dagli anni Settanta), a Montreal venne stabilito un protocollo che riuscì a proibire, velocemente e permanentemente, la produzione e l’uso di molti dei clorofluorocarburi, stante le prove che fossero i diretti responsabili dell’assottigliamento e del cosiddetto buco dell’ozonosfera. Fu un trionfo: l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, lo definì: «un esempio di eccezionale cooperazione internazionale; probabilmente l’accordo fra stati più di successo».

Sulla falsa riga del Protocollo di Montreal i primi approcci del 1992 a Rio furono dello stesso tipo. Partendo dal presupposto che, se un fattore individuabile causa il problema (i clorofluorocarburi in un caso, i gas serra e in particolare il biossido di azoto nell’altro), lavorando esclusivamente sull’eliminazione di quel fattore si risolverà il problema.

Per l’ozono è più o meno vero, ma non per il clima.  L’assottigliamento e il buco dell’ozono erano problemi ostici ma con soluzioni definite e definitive. Il cambiamento climatico è invece un problema configurato dall’interazione di una moltitudine di sistemi aperti, dislocati a diversi livelli ecologici e sociali, che operano su scale spaziali e temporali diverse, e che sono conosciuti ognuno in modo solo incompleto. Una seconda differenza tra il caso dell’ozono e quello del clima è che le emissioni di CO2 non sono, come i CFC, un dettaglio prontamente ritrattabile: sono il risultato del nostro attuale modo di vivere. L’intero sistema di infrastrutture di produzione e consumo mondiale è impostato sull’uso di combustibili fossili: per contrastare il cambiamento climatico bisogna ridiscutere modalità e strutture di tutto ciò che facciamo.

Per i CFC l’industria chimica seppe trovare rapidamente (dopo il divieto di produzione e utilizzo) alternative più efficaci e addirittura meno costose e, incredibile ma vero, i consumatori mostrarono estrema sensibilità al problema ambientale, cambiando abbastanza rapidamente le loro abitudini prima ancora che venissero emanate leggi restrittive; per i gas serra invece la cosiddetta transizione energetica, soprattutto a livello industriale, ha mostrato fin dall’inizio, i suoi aspetti più ardui da affrontare.

In uno scenario così complesso e confuso la diplomazia del clima si è occupata di negoziare quante emissioni ogni paese potesse o non potesse produrre. Configurare quote in questo modo, senza ridiscutere e dunque lasciando invariati i metodi stessi con cui l’oggetto quotato viene prodotto, significa inevitabilmente imporre riduzioni. Ridurre le emissioni, dati i metodi attuali di produzione e consumo, significa frenare la crescita economica. Ma soprattutto, con quale autorità se non una sorta di etica sovranazionale, controllare i quantitativi negoziati?

Tra l’altro, ancora dal passato, voglio ricordare che quando si dovette affrontare il problema delle cosiddette piogge acide, l’allora amministrazione USA (Reagan) pensò di utilizzare diritti di emissione trasferibili, col governo che avrebbe potuto determinare la quantità massima di inquinamento ammessa, e quindi assegnare o vendere il diritto a inquinare a soggetti che a loro volta avrebbero potuto usarlo, venderlo o scambiarlo. Qualcosa di simile agli odierni carbon credits. Ma il problema principale con cui il mercato dovette confrontarsi fu questo: che valore ha la natura? Secondo molti economisti i problemi ambientali, come l’inquinamento ad esempio, sono un chiaro esempio di fallimento del mercato: i danni collaterali costituiscono un costo nascosto che non viene riflesso nel prezzo di un dato bene o servizio.

Anziché concentrarsi sui processi necessari a raggiungere determinati risultati si è puntato l’indice su rinunce individuali che nessuno vuole attuare, rendendo ogni nazione antagonista di tutte le altre. Si è dato per scontato, e si continua spesso a farlo, che si potessero costruire accordi efficaci sul clima senza occuparsi anche di questioni più ampie, in particolare quelle connesse alla disuguaglianza globale. Come pensare infine che possa essere possibile mantenere il controllo delle emissioni sia da parte di un utopico organismo centralizzato, quando all’interno delle stesse nazioni si susseguono continuamente cambi della classe dirigente? In breve: nuove distribuzioni globali di potere, la complessità del problema climatico, l’affastellarsi di competenze isolatamente impotenti ma non sistemicamente integrate e la tendenza tipica delle istituzioni ad affrontare problemi nuovi con metodi vecchi hanno concorso a causare uno dei fallimenti politici più evidenti nella storia della governance globale e forse dell’umanità intera.

Problemi concettuali

Stante la validità del principio di responsabilità comuni ma differenziate, fondamenta delle relazioni internazionali sul clima dal loro inizio, si riconosce che il problema climatico è comune e si devono ripartire le responsabilità in modo condiviso ma proporzionale. Questo principio presenta la gestione del cambiamento climatico anche come una questione di giustizia globale (intesa come giustizia fra stati) e implica che i paesi industrializzati, i ricchi, debbano fare di più contro il cambiamento climatico e che debbano farlo prima. Tutto ciò ricorda molto da vicino la giustizia sociale ricercata da chi sostiene la necessità in termini di ridistribuzione delle risorse, della ricchezza. E ne dipinge in anticipo scenari piuttosto utopici.

Ad ogni modo, a fondamento del principio ambientale stanno almeno quattro ordini di considerazioni di giustizia: responsabilità storica, equità, capacità e vulnerabilità.

Questi quattro elementi sono, guarda caso, gli stessi alla base dello stato attuale di moltissimi paesi poveri, giunti al terzo millennio dopo secoli di vicissitudini e sfruttamento causati da colonialismo e neocolonialismo. Forse è per questo che molti accademici credono che pensare il cambiamento climatico come un problema di giustizia fra stati sia teoricamente rassicurante e sufficiente, e dipingono così il fenomeno come un caso speciale a cui applicare schemi teorici consolidati. Il paradigma della giustizia globale è molto apprezzato anche dai politici, particolarmente da quelli che rappresentano i paesi più poveri. Per coloro che sono svantaggiati dall’attuale ordine mondiale il linguaggio della giustizia globale offre una sorta di soft power. Costoro presentano il cambiamento climatico come una ingiustizia che i paesi ricchi infliggono a quelli poveri. A Copenhagen nel 2009, ad esempio, il capo negoziatore dei paesi appartenenti al G77, paragonò l’accordo appena raggiunto all’Olocausto.

La descrizione del cambiamento climatico come un’ingiustizia perpetrata dai paesi ricchi a danno dei paesi poveri non è senza meriti, ovviamente. La maggior parte delle emissioni è prodotta dai paesi ricchi ma la maggior parte dei danni, sofferenze e morti che il cambiamento climatico causerà avrà luogo nei paesi poveri, che hanno meno capacità economiche e tecnologiche per reagire e spesso già soffrono di variabilità climatiche ed eventi meteorologici estremi (a loro volta già causa, quantomeno parziale, della loro povertà). L’Honduras, ad esempio, è naturalmente più esposto agli uragani degli Stati Uniti, l’Etiopia è più esposta alla siccità della Germania e probabilmente nessun paese è più esposto alle inondazioni di quanto lo sia il Bangladesh. Personalmente, pensando all’innalzamento del livello medio dei mari, riporto sempre l’esempio del Delta del Mekong.

Nel 2008 il Bangladesh pubblicò un suo Climate Action Plan, il quale richiedeva un finanziamento di cinque miliardi di dollari per i primi cinque anni. Questa cifra è più della metà del budget annuale del paese. Il Bangladesh semplicemente non può adattarsi al cambiamento climatico senza aiuto finanziario e tecnologico da parte dei paesi ricchi. Esso soffrirà immensamente gli effetti del fenomeno pur avendo avuto un ruolo minuscolo nel causarlo: le sue emissioni totali di biossido di carbonio sono meno dello 0,2% del totale globale; su base pro capite, le sue emissioni sono circa un ventesimo della media globale e un cinquantesimo di quelle degli Stati Uniti. 

Ricordando che anche ciò che non vediamo ci riguarda, sono questo tipo di considerazioni a fornire plausibilità all’idea che il cambiamento climatico sia un atto di ingiustizia dei paesi ricchi a danno dei paesi poveri. Rileggendo le parole del cardinale Pietro Parolin, a margine della recente e ultima COP29 a Baku, sottolineo però che, fin dalle buone intenzioni di Rio nel 1992, non un solo dollaro, di fondi appositamente stanziati, è stato erogato a fronte delle richieste di aiuto da parte dei paesi più poveri, per avviare qualcosa di concreto in termini di decarbonizzazione,.

Giustizia sociale quindi? Non basta. Un istante di riflessione porta alla luce, come se non ce ne fossero già abbastanza, una serie di complicazioni.

Il cambiamento climatico non mostra alcune delle caratteristiche tipiche delle tradizionali ingiustizie fra stati, mentre ne mostra altre che le teorie di giustizia globale tradizionali sembrano male equipaggiate ad affrontare: si tratta davvero di un problema mai affrontato prima dall’umanità: estremizzando, quasi fossero effetti della caduta di un asteroide o di una guerra nucleare.

Vediamo le differenze principali con le tematiche di sola giustizia sociale.


Primo - Una prima differenza è che molte persone, inclusi alcuni leader politici, soprattutto nei paesi industrializzati, sono, o quantomeno si dichiarano, all’oscuro degli effetti del cambiamento climatico. Per non parlare di quelli, sempre inclusi leader politici, che lo negano. Altri paesi ammettono invece che ci siano effetti molto negativi e forniscono (o si dichiarano disposti a fornire) aiuti economici o tecnologici a coloro che ne soffrono. Se il cambiamento climatico è un caso di ingiustizia fra stati, qualcosa non torna. Per chi si dichiara all’oscuro è come se un paese ne invadesse ingiustamente un altro ma senza sapere che lo ha invaso (!), e per chi ammette i rischi è come se un paese cercasse di alleviare i danni che causa ad un altro pur continuando a causarli a livello di politica di base.

Secondo - Le ingiustizie fra stati includono l’imposizione intenzionale di danni e nel caso del cambiamento climatico non è così.  Le emissioni di gas serra sono un effetto delle attività industriali di un paese e il cambiamento climatico è a sua volta un’ulteriore conseguenza. Ammettiamo che non siano volute, anche se ci sarebbe da discutere. Ogni paese aspira ad avere, se non altro per il proprio benessere, ad avere attività industriali senza produrre emissioni; lo stesso si può auspicare per evitare di non causare alcun danno a terzi. Nel caso di una guerra ingiusta o dell’imposizione di un accordo commerciale iniquo, l’intenzione è invece proprio quella di danneggiare gli altri togliendo ciò che è loro (territorio o risorse).

Terzo - L’atmosfera è del tutto indifferente ai confini nazionali e una molecola di biossido di carbonio ha lo stesso effetto sul clima indipendentemente dal luogo in cui viene emessa. Se assumiamo che parte del cambiamento climatico è in realtà un problema causato da persone ricche (quelle che guidano, mangiano carne, usano i computer, fanno lunghe docce calde e via dicendo), in qualsiasi paese esse vivano, e sofferto da persone povere in qualsiasi paese esse vivano, la prospettiva cambia radicalmente rispetto ad un’ingiustizia sociale tradizionale. Sia coloro che causano, che coloro che soffrono il cambiamento del clima, sono distribuiti in tutti i paesi del mondo (anche se in proporzioni diverse).
L’India, ad esempio, è diventata negli ultimi venti anni uno dei principali emettitori mondiali, pur rimanendo anche una delle principali vittime del cambiamento climatico. Le precipitazioni monsoniche sono sempre più abbondanti e concentrate, lo scioglimento dei ghiacciai sull’Himalaya accresce i rischi di inondazioni nella piana del Gange, e i cicloni sulle coste sono sempre più frequenti. I costi economici del riscaldamento del clima per l’India sono valutati attorno al 2% del PIL annuale da qui al 2050, ma i costi sociali e ambientali potrebbero essere ancora più gravi. Il punto è che non sono solo i ricchi americani ma anche quelli indiani (e cinesi o nigeriani, paese africano quest’ultimo che registra la crescita demografica più alta della Terra) a causare danni agli indiani più poveri (come anche agli americani più poveri). Le divisioni per stati non catturano con precisione né i colpevoli né le vittime del cambiamento climatico.

Quarto - Una quarta differenza è che la maggior parte dei casi di ingiustizia fra stati prevedono un paese che si avvantaggia a spese di un altro paese e questo può andare avanti più  meno indefinitamente. I livelli attuali di emissioni di gas serra prodotti dai ricchi della Terra, invece, non possono essere mantenuti indefinitamente, poiché le troppe emissioni di gas serra minacciano di destabilizzare le condizioni stesse che rendono una vita da ricchi possibile anche per i ricchi stessi. Un caso continuato di ingiustizia globale solitamente non indebolisce progressivamente anche chi la causa e mantiene.

Quinto - Laddove i danni, le sofferenze e le morti connesse a guerre ingiuste o altri casi emblematici di ingiustizia fra stati sono, per certi importanti versi, interamente nelle nostre mani, quelle connesse al cambiamento climatico non lo sono. Il cambiamento climatico chiama in scena un nuovo attore: l’insieme di processi e sistemi ecologici, di interazioni e feedback che chiamiamo usualmente natura, spesso ignorata anche da molti teorici della giustizia globale che, impegnati a discutere di diritti e obblighi fra umani tendono a dare per scontato (non credo inavvertitamente) che la natura offra sempre un pasto gratis. Nel caso del cambiamento climatico la natura presenta invece imperiosamente il conto (metaforicamente s’intende) e non accorda particolari dilazioni nel pagamento. Al tavolo di un’osteria i commensali possono negoziare le rispettive quote da pagare, ma c’è ben poco da negoziare quando c’è il conto da pagare. In altre parole, concettualizzando il cambiamento climatico come un problema di giustizia fra stati si tende spesso a fare i conti senza l’oste e a dimenticare che a costui non interessa come il conto viene ripartito fra i commensali, purché lo si paghi. Senza dimenticare quanto si è detto sulle enormi difficoltà che emergono nel cercare di dare un giusto valore economico alla natura.

Sesto - Un’ultima differenza fra il cambiamento climatico e casi tradizionali di ingiustizie fra stati è la natura intergenerazionale del cambiamento climatico. Pur sapendo che anche le ingiustizie globali tradizionali possono danneggiare le generazioni future (una guerra ingiusta o l’imposizione di un trattato commerciale iniquo danneggiano anche i discendenti di chi li subisce) c’è una differenza. Nel caso del cambiamento climatico, invece, la giustizia globale e quella intergenerazionale sono spesso in tensione. Per eliminare le ingiustizie connesse alla povertà globale, ad esempio, bisogna stimolare crescita economica che produrrà emissioni di gas serra che a loro volta contribuiranno a cambiare il clima, a svantaggio delle generazioni future. D’altro canto, gli investimenti finalizzati a proteggere le generazioni future dal cambiamento climatico implicano spesso costi opportunità per le generazioni presenti e in particolare per i loro membri più poveri.


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Riferimento bibliografico:
grazie alle lezioni del Prof. Marcello di Paola, Dipartimento di Scienze Politiche. LUISS Roma.

[Edit] - In queste ore giunge la notizia che la Corte di Giustizia Internazionale ha emesso una storica sentenza. 

L'opinione "storica" della Corte Mondiale sul clima