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28 agosto 2026

Incertezze scientifiche e scetticismo climatico - Seconda parte

A poche ore dal disastro in Nepal ecco un caso concreto di ciò che ho cercato di spiegare e che in questo secondo di due post cercherò di approfondire, non la singola prova del cambiamento climatico. L'incertezza non cancella il rischio, e i sistemi complessi producono eventi interconnessi che non sono frutto del caso, ma percorsi contingenti che finiscono per incontrarsi. Incertezza scientifica e rischio quantificabile/probabile vanno distinti: non serve dire che il cambiamento climatico ha causato direttamente questo evento per mostrare che il riscaldamento rende più instabili ghiacciai, permafrost e versanti d’alta quota. Questi ultimi sono aspetti noti.

Riporto comunque due analisi recenti e dettagliate degli eventi, la prima pubblicata su "Il Dolomiti" e la seconda, riferita allo studio USGS, su "The Guardian"

Il Nepal non dimostra da solo il cambiamento climatico, così come non lo dimostra una singola ondata di calore. Ma mostra in modo tragicamente concreto come un sistema montano già fragile possa reagire a nuove condizioni climatiche: ghiacciai che arretrano, pareti rocciose debolmente cementate dal ghiaccio, laghi glaciali più instabili, pendii più esposti, fiumi capaci di trasformare un collasso locale in una catastrofe a valle.

Il disastro avvenuto tra Nepal e Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio non sia un esercizio accademico: dalle prime ricostruzioni emerge una sequenza di collasso glaciale, frana, detriti e piena improvvisa, cioè proprio quel tipo di pericolo a cascata che i sistemi montani riscaldati e resi più instabili possono rendere più probabile. Non significa attribuire ogni singolo evento, in modo semplicistico, al cambiamento climatico; significa però riconoscere che ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili, infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora una volta a scegliere l’inazione.

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Dopo aver trattato nella prima parte la complessità della scienza che c'è dietro le ricerche sul cambiamento climatico vediamo qui come questo sia spesso raccontato come una disputa tra opinioni in apparenza equivalenti, ma il quadro scientifico è molto più solido di quanto suggerisca il rumore mediatico. Le incertezze esistono, perché il clima è un sistema complesso e interdisciplinare, ma non cancellano le evidenze: le attività umane hanno aumentato i gas serra, alterando atmosfera, oceani, ghiacci e cicli naturali. Proviamo dunque a separare il dubbio scientifico legittimo dalla negazione usata per rinviare le scelte. I modelli non sono perfetti, ma indicano con coerenza una tendenza al riscaldamento e rischi crescenti. Attendere una certezza assoluta significa trasformare l’incertezza in immobilismo. Capire la scienza del clima, i suoi limiti e la sua forza, è oggi essenziale per pretendere decisioni più tempestive e responsabili.

Le incertezze scientifiche sul clima non negano le evidenze: spiegano la complessità e smontano lo scetticismo.

Controversie sul cambiamento climatico – scientifiche!

Argomenti controversi

Le controversie scientifiche hanno a che fare soprattutto con l’elevata complessità del sistema climatico globale, e in particolare con i meccanismi che potrebbero mitigare il riscaldamento globale. Il nodo è capire se esistano feedback negativi capaci di ridurre o annullare gli effetti dell’aumento dei gas serra, o persino di diminuirne la concentrazione atmosferica. Nel sistema climatico agiscono però anche feedback positivi: una Terra più innevata, ad esempio, riflette più energia solare nello spazio e favorisce ulteriore raffreddamento, così come la fusione del ghiaccio delle banchise polari espone le acque più scure, che si scaldano ulteriormente, accelerando la fusione stessa.

I modelli attuali indicano che molti fattori, come vapore acqueo, neve e ghiaccio, tendono probabilmente ad amplificare il riscaldamento, mentre altri, come nubi e correnti oceaniche, hanno effetti misti e ancora incerti. Questa incertezza, da sola, non giustifica però lo scetticismo verso l’azione climatica: non esistono motivi solidi per presumere forti retroazioni negative più di quanto ve ne siano per temere feedback positivi più intensi del previsto. Alcune voci contrastanti seppur autorevoli sostengono invece che i modelli usati dall’IPCC assumano ampi feedback positivi legati al raddoppio del CO2 atmosferico e che cambiamenti in correnti oceaniche, nubi e venti d’alta quota possano spiegare meglio il ritiro di ghiacciai e ghiaccio marino rispetto ai gas serra. Inoltre, argomento cavallo di battaglia sia degli scettici che dei negazionisti, l’IPCC sottovaluterebbe le teorie sulle variazioni dell’attività solare, pur riconoscendo che perfino la comunità scettica è divisa sul ruolo primario del Sole nelle recenti variazioni climatiche. Volendo approfondire quanto accennato in precedenza basti dire che è provato che negli ultimi 40 anni, mentre le temperature medie aumentavano con regolarità, l’attività solare è rimasta pressoché costante. Inoltre, se l'aumento della produzione solare fosse la causa principale dell'attuale riscaldamento, ci aspetteremmo di vedere un riscaldamento in tutta l'atmosfera, compresa l'atmosfera superiore (stratosfera). Invece, le osservazioni mostrano il riscaldamento nella bassa atmosfera (troposfera) e il raffreddamento nella parte superiore dell'atmosfera. A comprovare quindi il riscaldamento dovuto ai gas serra, in cui il calore è intrappolato più vicino alla superficie terrestre, mentre la stratosfera, che in genere irradia calore, si raffredda a causa della minore fuoriuscita di calore dal basso.

Le conclusioni sui feedback restano discutibili perché persistono incertezze sulle prestazioni dei modelli, soprattutto nel confronto con i dati passati: un limite prevedibile, dato che il clima è un sistema molto complesso e non ancora pienamente compreso. Rimane incerta anche la distribuzione geografica del cambiamento climatico. Infine, che ruolo assegnare ad enti, fondamentalmente think tank di stampo conservatore, come il George C. Marshall Institute? Questo ad esempio, si è dotato di un gruppo di scienziati piuttosto scettici sulle cause antropogeniche del riscaldamento climatico, sostenendo che i flussi naturali di CO2 tra superficie terrestre e atmosfera siano in media circa venti volte superiori al contributo umano e che le previsioni climatiche derivino da modelli informatici incompleti, quindi da ipotesi più che da fatti scientifici; concludendo che, qualunque sia la minaccia climatica per l’umanità, essa sarebbe molto probabilmente naturale e non antropica.

Anche se le evidenze empiriche fossero compatibili con l’assenza di un riscaldamento antropico, queste mostrano comunque un andamento coerente con l’esistenza di un reale problema di riscaldamento globale. Il paradosso sta nel fatto che la tesi scientifica sul cambiamento climatico potrebbe non essere confermabile solo per via empirica. Tuttavia, il log delle temperature non è l’unica prova: esistono anche solide ragioni teoriche di preoccupazione, fondate su meccanismi fisici e chimici ben compresi che possono produrre riscaldamento globale.

Non potendo comunque negare il riscaldamento in atto, e questa estate abbiamo visto tutti come anche i più accesi scettici radicali abbiano ammesso l’incremento palese, il principale dibattito scientifico riguarda l’aumento della temperatura globale e il possibile ruolo delle attività umane. Le registrazioni sistematiche delle temperature globali iniziano nel 1860, mentre le misurazioni satellitari sono disponibili solo dal 1979. Benché i satelliti forniscano prove dirette del recente riscaldamento, alcuni scienziati sostengono che tali dati non coincidano con le rilevazioni superficiali, non dimostrino chiaramente il riscaldamento e manchino di una linea di base definita. È vero che gli ultimi due decenni sono stati i più caldi della storia umana, ma questi scienziati affermano che il clima mostra anche una forte variabilità a breve termine e, dalla fine dell’ultima glaciazione circa 10.000 anni fa, appare sorprendentemente stabile rispetto ai 100.000 anni precedenti. Di studi verificati e sottoposti a revisione paritaria però non è che ce ne siano così tanti…

Ci sono invece studi autorevoli che concludono che il cambiamento climatico potrebbe essere in larga parte irreversibile: con l’aumento delle emissioni di CO2, i cambiamenti ambientali di lungo periodo cresceranno e i danni potrebbero persistere anche dopo un eventuale controllo delle emissioni. Ciò vale per alcuni gas serra come CH4 e N2O, ma soprattutto per il CO2: interromperne le emissioni non fermerebbe subito il riscaldamento. Il cambiamento potrebbe durare oltre mille anni, perché gli oceani, dopo aver assorbito calore e CO2, continueranno a rilasciare calore per secoli. Nel frattempo i decisori politici tacciono quando invece dovrebbero mostrare maggiore cautela e interventi tempestivi, nonostante le ormai timide voci provenienti dalle COP annuali, come l’ultima COP30.

L’aumento della temperatura globale è coerente con le previsioni scientifiche relative all’incremento di CO2 e altri gas serra atmosferici. Alcuni scienziati sostengono però l’ipotesi opposta: l’aumento di CO2 sarebbe conseguenza del riscaldamento, non la sua causa. Un autorevole centro di ricerca (Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change) ha infatti affermato, nelle sette maggiori transizioni termiche dell’ultimo mezzo milione di anni, le variazioni di CO2 atmosferico non hanno preceduto quelle della temperatura, ma le hanno seguite di centinaia o migliaia di anni.

A prescindere dalla validità dello studio, smentito da più parti, questa è una vecchia domanda: ma fa più caldo perché c’è più CO2 o c’è più CO2 perché fa più caldo?  La risposta breve sarebbe che i polli non fanno le uova, perché nascono dalle stesse. La relazione tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, da parte del fisico anglo-irlandese John Tyndall, definitivamente consacrata dal lavoro di Svante Arrhenius del 1896 e senza dimenticare il ruolo dell’americana Eunice Newton-Foote già nel 1856. Che specifici incrementi di CO2 possano seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2 intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di temperatura. 

È vero che i cicli glaciale-interglaciale storicamente noti furono innescati da variazioni dell’orbita terrestre, e che queste modificarono anche i livelli atmosferici di CO2: i carotaggi nel ghiaccio mostrano infatti che, in diversi casi, l’aumento della temperatura precedette quello del CO2 di alcuni secoli. Le cause dipendono in parte dal fatto che gli oceani rilasciano CO2 quando si riscaldano e la assorbono quando si raffreddano, mentre i suoli emettono gas serra con l’aumento della temperatura. L’incremento dei gas serra amplificò poi il riscaldamento tramite un feedback positivo.

Ma, per quanto riguarda le variazioni riscontrate a partire dall’era industriale IPCC non ha dubbi: il recente rapido aumento della CO2 è dovuto soprattutto, se non esclusivamente, ad attività umane, in particolare all’uso dei combustibili fossili, che hanno liberato in un paio di secoli, una quantità di carbonio che ha impiegato milioni di anni per accumularsi; e avverte che il riscaldamento antropico può a sua volta stimolare ulteriori emissioni naturali di gas serra, rafforzando il feedback positivo.

Abbiamo già accennato al fatto che gli scienziati sostengono che l’aumento dei gas serra riscaldi la troposfera, dove essi sono più concentrati, e la superficie terrestre, mentre la stratosfera inferiore dovrebbe raffreddarsi. Le prime stime delle temperature troposferiche, basate su satelliti e palloni meteorologici, non mostravano però lo stesso aumento rilevato in superficie; per questo alcuni studiosi sostennero che tali osservazioni non confermassero la teoria del riscaldamento globale. Ma erano in errore perché le discrepanze sono state poi ricondotte soprattutto a problemi di raccolta e analisi dei dati: i satelliti rallentavano e scendevano leggermente di quota, mentre differenze tra strumenti satellitari e palloni sonda introducevano ulteriori incongruenze. Corretti questi e altri errori, il riscaldamento della troposfera risulta in sostanziale accordo con le tendenze osservate alla superficie.

Ancora sul ruolo del sole. Alcuni studiosi sostengono un forte legame tra aumento delle temperature terrestri e cicli solari. Le variazioni dell’emissione solare sono associate alle macchie solari, regioni più fredde e scure della superficie del Sole che seguono cicli di circa 11 anni. Quando l’attività solare cresce, il Sole emette leggermente più luce e calore, influenzando il clima terrestre. Tuttavia, pur esistendo indizi di un contributo solare al riscaldamento dell’inizio del Novecento, le misurazioni satellitari mostrano che negli ultimi 30 anni l’attività solare è cambiata pochissimo, con persino segnali di lieve declino. Ciò non basta a spiegare il recente aumento delle temperature globali, che richiede di considerare insieme fattori naturali e antropici.

 

E c’è chi ha persino chiamato in causa i raggi cosmici, nel tentativo di negare il ruolo umano, particelle provenienti dallo spazio che ionizzano l’atmosfera. Esperimenti di laboratorio suggeriscono che possano favorire la formazione di particelle coinvolte nello sviluppo delle nubi, che in genere raffreddano riflettendo la radiazione solare. Poiché un Sole più attivo ha un campo magnetico più forte, devia più raggi cosmici lontano dalla Terra: ne deriverebbero meno nubi e quindi un pianeta più caldo. Tuttavia, anche se questo meccanismo fosse rilevante, l’attività solare ha mostrato variazioni troppo deboli negli ultimi decenni per spiegare il recente aumento delle temperature.

Nello scenario medio di previsione, l’IPCC prevede che la temperatura globale potrebbe aumentare di 2-3 °C in questo secolo, un cambiamento superiore a quelli sperimentati negli ultimi 10.000 anni e difficile da gestire per molte società ed ecosistemi. Alcune aree potrebbero inizialmente trarre benefici dall’aumento del CO2, per il suo effetto fertilizzante sulle piante, ma con l’avanzare del cambiamento climatico gli impatti negativi tenderebbero a prevalere quasi ovunque. Diversamente, un’esegua minoranza di scienziati ritengono che l’IPCC sopravvaluti tali effetti e che non sia necessaria un’azione urgente: sottolineo che la maggior parte di costoro operano in campi di studio che nulla hanno a che fare con la scienza del cambiamento climatico.

Dal dibattito alla negazione, passando per lo scetticismo

Molte discipline scientifiche contribuiscono allo studio del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, ed è proprio l’interdisciplinarietà che ha portato alla nascita di due gruppi di scienziati: quello decisamente maggioritario e che gode del famoso 97 percento minimo di consenso, che attribuisce le variazioni climatiche soprattutto alle attività umane, e l’altro che le spiega, o meglio tenta di spiegarle prevalentemente con fenomeni naturali. Di conseguenza, le pubblicazioni sul tema tendono spesso a polarizzarsi tra l’attribuzione agli impatti antropici, talvolta associati a scenari catastrofici, e la negazione del ruolo delle emissioni umane di gas serra, spesso fondata sulla critica del contesto scientifico opposto. Entrambe le posizioni, tuttavia, quando in buona fede, richiamano metodi scientifici e fatti selezionati a sostegno delle proprie tesi.

La scienza del clima è così da anni al centro di un acceso dibattito sulle cause del cambiamento climatico e sulle azioni che i governi dovrebbero adottare. Le incertezze residue e la complessità del sistema climatico rendono la discussione difficile, ma nel tempo è emerso che entrambe le parti ricorrono spesso a modalità proprie del confronto politico per trarre conclusioni su un campo scientifico complesso. Scienziati di discipline diverse dovrebbero condividere linguaggio e ipotesi di partenza; nella pratica, però, ciò avviene raramente. Non ultima, un certo grado di ideologia si sovrappone al dibattito, schierando i cosiddetti conservatori per lo più dalla parte di chi nega l’origine antropica.

L’IPCC sostiene - non da sola ma assieme a dozzine di altri enti internazionali che si occupano di scienza del clima - che vi sia consenso, nei suoi gruppi scientifici multidisciplinari, sul ruolo principale delle emissioni umane di CO2 nel cambiamento climatico, affermando che l’influenza umana sul sistema climatico è chiara, che il riscaldamento è inequivocabile e che, dagli anni Cinquanta, molti cambiamenti osservati non hanno precedenti per decenni o millenni: atmosfera e oceani si sono riscaldati, neve e ghiaccio sono diminuiti e il livello del mare è salito. Al contrario, alcuni scienziati negano l’impatto antropico, accusano l’IPCC di allarmismo e sostengono che il mondo non sia oggi più caldo di prima, che sia iniziata una fase di raffreddamento nonostante livelli record di CO2, e che il clima sia sempre cambiato per cause naturali, rendendo inutili azioni preventive. Posizioni queste, al limite della negazione più radicale, e che sono state via via smontate col passare del tempo.


Ma dure a morire.


C’è ancora chi ammette che il CO2 possa contribuire al riscaldamento futuro, ma sostiene che ciò non giustifichi allarmismi né provi la responsabilità umana per il lieve riscaldamento osservato e ritiene inoltre che i modelli debbano essere errati se vengono usati per giustificare costose politiche climatiche. E chi afferma invece che il CO2 è alimento per le piante, ricordando che la vita si è evoluta con livelli molto più alti degli attuali, concludendo che l’aumento di CO2 favorisca biosfera e rese agricole.

Gli storici osservano che, quando la vita esplose sulla Terra oltre 500 milioni di anni fa, il CO2 era più di dieci volte superiore a oggi e la vita prosperava, ricordandoci inoltre che, 450 milioni di anni fa, nonostante  livelli di CO2 analogamente elevati, si ebbe un’era glaciale. Non a caso costoro sono anche coloro i quali, pur ammettendo alcune correlazioni ma poche prove di un rapporto causale diretto tra CO2 e temperatura globale su scala millenaria, concludono che climi caldi e glaciazioni avvenuti con concentrazioni molto alte di CO2 contraddicano l’idea che le emissioni antropiche siano la causa principale del riscaldamento globale.

Molte argomentazioni scettiche richiamano prove geologiche secondo cui in passato il CO2 costituiva una quota molto maggiore dell’atmosfera, mentre la vita prosperava su terre e oceani: ad esempio, si sostiene che gli attuali livelli di circa 400 ppm siano bassi rispetto alla storia geologica e all’evoluzione vegetale, che le previsioni dei modelli sul riscaldamento antropico siano esagerate e che un maggior tenore in CO2, lungi dall’essere un inquinante, possa favorire piante, animali ed esseri umani.

Altre posizioni, più o meno argomentando allo stesso modo, sostengono che l’aumento di CO2 antropico non abbia causato il riscaldamento, ma sia parte di cicli naturali degli ultimi 500 anni, valore che sembra uscito a caso: il riscaldamento globale dell’ultimo secolo, pari a circa 0,8 °C, sarebbe modesto rispetto ad almeno dieci grandi cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 15.000 anni, nessuno dei quali imputabile alle emissioni umane perché precedente all’era industriale.

Sulla base di dati satellitari, c’è chi conclude che il clima sarebbe meno sensibile ai gas serra di quanto indichino i modelli IPCC e che le emissioni umane di CO2 non basterebbero a spiegare il riscaldamento dell’ultimo secolo; e si arriva a respingere l’idea che gli eventi meteorologici estremi, come le inondazioni, provino l’impatto umano sul clima, accusando questa interpretazione di indurre politiche energetiche e ambientali dannose.

E ancora, chi nega a sua volta un ruolo antropico rilevante, attribuendo gran parte dei cambiamenti osservati a variazioni pluridecennali e plurisecolari delle correnti oceaniche profonde, considera non pericolosi i cambiamenti finora osservati, richiama i possibili benefici (ancora!) del CO2 sulla vegetazione e giudica i modelli climatici incapaci di riprodurre pienamente la complessità atmosfera-oceano. Tombola!

Altri sostengono che le variazioni dell’insolazione, dovute a fattori orbitali e solari, abbiano avuto un ruolo più rilevante del tenore di CO2 e CH4 nelle transizioni da periodi glaciali a interglaciali, e che mancano prove quantitative sufficienti per attribuire ai gas serra minori gran parte delle variazioni di temperatura e volume dei ghiacci negli ultimi 650.000 anni.

Chissà come mai la prestigiosa Royal Society osserva invece,  a nome di centinaia di suoi membri, che i gas intrappolati nei ghiacci polari mostrano livelli attuali di CO2 superiori di circa il 35% rispetto ad almeno gli ultimi 650.000 anni e attribuisce questo aumento soprattutto alla combustione di combustibili fossili, alla produzione di cemento e alla deforestazione.

Andando a fondo nella ricerca delle basi scientifiche di queste posizioni, pur espresse da scienziati, si scopre che, nel più frequente dei casi, sono state nel tempo smentite e confutate, ma anche che provengono da persone già note per le loro posizioni conservatrici, filogovernative e tese a fornire ai politici una scusa per non approvare politiche energetiche che comporterebbero, a breve termine, un aggravio di spesa, nonostante i loro vantaggi a lungo termine per le future generazioni. Oltre che, nella massima parte e come già detto, espresse da chi non s’è mai occupato di clima.

Altro argomento questo, trattato diverse volte su queste pagine.

Conclusioni

La comunità scientifica concorda in larga parte sul fatto che il cambiamento climatico non possa essere affrontato con metodi semplici, ma richieda approcci multidisciplinari complessi. Per ottenere risultati affidabili, gli scienziati devono condividere assunti di base su come le conclusioni climatiche siano prodotte e validate nei diversi campi coinvolti. La scienza del clima, infatti, usa metodi diversi da quelli delle discipline fondate su esperimenti di laboratorio controllati, impossibili da replicare per l’intero sistema climatico. Senza questa consapevolezza, il dibattito scientifico rischia di trasformarsi in confronto politico, regolato da logiche diverse da quelle della scienza.

Nonostante la loro sofisticazione, i modelli climatici globali restano approssimazioni della realtà: nemmeno i supercomputer più potenti possono descrivere ogni dettaglio del sistema climatico, e molti processi non sono ancora pienamente compresi. A una data concentrazione di gas serra la radiazione futura può essere stimata con buona precisione, ma l’impatto sul clima resta più incerto, anche perché parte del riscaldamento può essere mascherata da fattori come solfati e aerosol, che riflettono la radiazione solare e modificano le proprietà delle nubi.

Non vi è controversia sostanziale sul fatto che, dalla rivoluzione industriale, le attività umane abbiano aumentato in modo significativo la concentrazione atmosferica di gas serra, né sul fatto che tali gas trattengano più calore e riducano la dispersione di energia verso lo spazio. A parità di condizioni, quindi, un rafforzamento dell’effetto serra aumenta al di là di ogni ragionevole dubbio le temperature globali. Restano però discussioni su tempi, modalità e intensità della risposta climatica, poiché il ritardo tra emissioni, impatti e possibile inversione degli effetti può durare da decenni a secoli. Per questo le decisioni politiche di oggi avranno conseguenze di lungo periodo.

Ed ecco il punto da contrastare: l’incertezza delle previsioni climatiche viene spesso usata come motivo per rinviare l’azione in attesa di ulteriori ricerche. Tuttavia, nonostante limiti di misurazioni e teoria, le decisioni devono basarsi sulle conoscenze disponibili oggi, non attendere, forse invano, una soluzione migliore.

La maggior parte della comunità scientifica invita quindi ad agire con maggiore tempestività di fronte al cambiamento climatico antropico.

 

Riprendendo qui quanto anticipato all’inizio il disastro avvenuto tra Nepal e Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio non deve essere un esercizio accademico: la sequenza degli eventi appartiene al campo delle probabilità che determinate condizioni possano scatenarne altre. Non deve essere l’attribuzione di un singolo evento al cambiamento climatico ma riconoscere che ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili, infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora una volta a scegliere l’inazione.


Aspetti che tutti dovrebbero sapere perché riguardano tutti noi.


La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.


Concludo con questa infografica (via Meteo Comiche Catastrofiche). Domande e dubbi, scientifici, legittimi. Cavalli di battaglia dei negazionisti titolati, argomenti da cherry picking, leve importanti per cercare di instaurare un dibattito laddove non c'è. Ma che invece devono invitare alla riflessione, alla ricerca, alla fiducia che va riposta nella scienza e che servono proprio ad aumentarla. E che riassumono quanto finora scritto.


08 maggio 2026

Cambiamento climatico. Ci sono ancora speranze?

«La speranza non è un biglietto della lotteria da stringere sul divano, sentendosi fortunati.
La speranza è un’ascia per spaccare le porte durante un’emergenza
» (
Rebecca Solnit)

Qual è la cosa che preoccupa di più: il clima che cambia o l'incapacità dell'uomo di trovare una soluzione vera?

Devo ammetterlo: la rilettura, a distanza di anni, del bel libro di Ferdinando Cotugno “Primavera ambientale”, e la lettura di quello di Matteo Motterlini “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai”, mi hanno messo di malumore, un disagio che sa di tristezza e rassegnazione. La situazione politica ed economica attuale, analizzate nel loro insieme, non aiutano, e richiamano alla mente la situazione fallimentare e le ultime COP di cui ho già trattato. E allora niente di meglio che portare un po’ di ottimismo ripescando i concetti di un articolo uscito, anche questo, diversi anni fa. 

Volenti o nolenti, il mondo come lo conosciamo sta per finire, non cataclismi né asteroidi (almeno non in vista), ma sicuramente un cambiamento epocale a livello economico ed energetico (che ho di recente definito decarbonizzazione infelice); sta a noi decidere come finirà e cosa succederà dopo.

È la fine dell'era dei combustibili fossili, ma se le multinazionali del settore riusciranno nel loro intento, la fine verrà ritardata il più a lungo possibile, immettendo in atmosfera quanto più possibile biossido di carbonio, insieme agli altri noti gas serra, come se non ci fosse un domani. Le speranze che si possa avere la meglio non sono tali da farci pensare però che ridurremo drasticamente il nostro consumo di combustibili fossili entro il 2030, il fam-oso/igerato obiettivo della COP21, né tantomeno di averlo quasi completamente azzerato entro il 2050. Forse in qualche isola felice, nell’Unione Europea, circondata da realtà energivore vecchio stile.

Appena un decennio fa, un periodo lungo abbastanza per evidenziare la notevole accelerazione del cambiamento climatico, molti erano convinti che avremmo affrontato la crisi climatica con un cambiamento reale, teso a sconfiggere l'industria dei combustibili fossili.

Proviamoci ancora. Manteniamo la speranza che le generazioni future guarderanno all'era dei combustibili fossili come a un'era velenosa. I nipoti di coloro che sono giovani oggi sentiranno storie orribili su come un tempo si bruciavano quantità enormi di petrolio, gas naturale, carbone, immettendo ogni anno decine di miliardi di tonnellate di gas serra. Dopo tutto non si è forse riusciti a pulire l’aria delle città che ancora negli anni Ottanta, nel cuore della vecchia Europa, in Germania come in Gran Bretagna, in Italia come in Svezia, inquinavano l’aria, facendo ammalare i bambini, morire gli uccelli, acidificare foreste? E perché non potremmo farcela per ciò che oggi scalda il pianeta a ritmi vertiginosi e veloci come mai accaduto prima in miliardi di anni?

Eppure la pandemia di qualche anno fa prova che, se prendiamo sul serio una crisi, possiamo cambiare il nostro modo di vivere, quasi dall'oggi al domani, in modo drastico e globale, tirando persino fuori dal nulla enormi somme di denaro, investimenti di migliaia di miliardi di euro durante e dopo.

Nel 2021, durante la COP26 a Glasgow (UK), qualcosa era partito in apparenza bene. Persino Boris Johnson, allora premier britannico, e che quando faceva il giornalista aveva deriso le preoccupazioni per il clima, da leader del paese ospitante ebbe a dichiarare: «Siamo nella stessa situazione di un film di James Bond; la tragedia è che questo non è un film, la bomba dell’apocalisse che ci minaccia è reale, l’orologio procede al ritmo furioso di centinaia di miliardi di pistoni, fornaci, motori con cui pompiamo carbonio nell’atmosfera sempre più velocemente». Una dichiarazione bomba! E a seguire Biden, la von der Leyen, il nostro Draghi. Quel vertice né i successivi ci hanno portato al risultato sperato, sebbene allora accaddero molte cose positive e persino notevoli. Prime fra tutte la presa di coscienza dei numerosi movimenti di attivisti e dei leader dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma gli enormi interessi del modello capitalista hanno frenato al solo scopo del mantenimento dello status quo e del profitto derivante dalla continua distruzione. In altre parole, l’India (tanto per dire) non abbandonerà il carbone come fonte energetica primaria fintanto che la politica interna indiana non avrà concluso che ha generato energia abbastanza economicamente proprio come i colonizzatori di un tempo hanno fatto fin dall’inizio.

Già nel 2020 Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), solitamente cauta, aveva chiesto l'interruzione degli investimenti in nuovi progetti basati sui combustibili fossili, dichiarando: «Il mondo ha una strada percorribile per costruire un settore energetico globale a emissioni nette zero entro il 2050, ma è stretta e richiede una trasformazione senza precedenti del modo in cui l'energia viene prodotta, trasportata e utilizzata a livello globale». È consolante sapere che la pressione degli attivisti riuscì spingere con gentilezza l'IEA fino a questo punto e, almeno sulla carta, furono 20 le nazioni che si impegnarono a interrompere i sussidi per i progetti esteri basati sui combustibili fossili.

A distanza di un lustro il già gravoso peso emotivo della crisi climatica è diventato di per sé una crisi nella crisi, più urgente. Sono pochi i modi per affrontarla a cominciare dall’essere sempre ben informati sui fatti, impegnarsi a costruire un futuro dignitoso, riconoscendo al tempo stesso che ci sono validi motivi di paura, ansia e depressione, sia per le incombenze che per l'inazione istituzionale.

Siamo la prima generazione nella storia del genere umano ad avere un’idea piuttosto precisa dell’eredità che toccherà in sorte ai nostri posteri.  

Non sarà la nostra raccolta differenziata a salvare il mondo, ed è bene dircelo con onestà: la scala del problema climatico trascende il virtuosismo del singolo. Tuttavia, ridurre la scelta individuale a una goccia nel mare è un errore di prospettiva. Ogni nostra decisione è un segnale inviato alla comunità, un mattone per costruire una nuova narrazione collettiva. Scegliere consapevolmente è una palestra di coraggio; è la prova che un altro modo di vivere è possibile e, proprio per questo, ha il potere di ispirare e moltiplicare l’azione altrui.

Nella speranza che quanto segue possa portare serenità oltre che indurre ad azioni concrete, con la prima che correda e aiuta le seconde (la COP30 ci ha provato, funzionerà?), ripropongo una serie di strumenti utili.

Anche se, forse, in fondo in fondo, non ci credo più nemmeno io che possano tornare utili.

La bellezza innanzi tutto
Il caos climatico ci fa temere di perdere ciò che di bello c'è in questo mondo. Ma tra 50 anni o 100 anni la Luna sorgerà ancora bellissima e illuminerà il mare con la sua luce argentea, anche se la linea costiera non sarà più dove si trovava prima. La luce sulle montagne e il modo in cui ogni goccia di pioggia rifrange la luce su un filo d'erba saranno ancora meravigliosi. Solo quando sarà finita vedremo veramente la bruttezza di quest'era di combustibili fossili e dilagante disuguaglianza economica. Parte di ciò per cui stiamo lottando è la bellezza, e questo significa dedicare la nostra attenzione alla bellezza del presente.

Se dimentichiamo per cosa stiamo combattendo, rischiamo di diventare infelici, amareggiati e smarriti.

Nonostante decenni di storie horror su ghiacciai, barriere coralline, siccità, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ed eventi meteorologici estremi, per cercare di far capire alla gente che il clima sta cambiando, sembra quasi che questo caos finisca per sembrare inevitabile, persino normale, come la guerra per chi ha vissuto in tempo di guerra.

Sicuramente vanno ora raccontate storie su quanto sia bella, ricca e armoniosa la Terra che abbiamo ereditato, su quanto siano meravigliosi i suoi disegni, e in alcuni luoghi e periodi lo sono ancora, e su quanto possiamo fare per ripristinarli e proteggere ciò che sopravvive. Dobbiamo considerare questa bellezza come un dono e celebrarne il ricordo. Altrimenti rischiamo di dimenticare il motivo per cui stiamo lottando.

Attenersi ai fatti
Avete notato che chi non è informato spesso si dimostra più pessimista e fatalista, tende al catastrofismo e sa essere polarizzato al punto da diventare aggressivo? Attenzione quindi alle emozioni che non si basano su fatti. Le reazioni emotive dovute ad analisi imprecise della situazione vanno evitate. Ascoltate gli esperti: scienziati, attivisti e politici che si addentrano nei dati e nelle dinamiche politiche. Troppe persone tendono a diffondere la disperazione appellandosi al ritardo, all’ininfluenza dell’azione dal basso, alla responsabilità globale come se dentro questa globalità non ci fosse ognuno di noi. Sono tutte scuse. Alibi per non far nulla e denigrare chi si impegna. Dopo tutto si tratta di sapere come evitare le fake news, ne abbiamo già parlato.

Siamo più in ritardo del Bianconiglio ma non così tanto da non avere ancora tempo per scegliere lo scenario migliore. Ma più aspettiamo, più difficile diventa e più drastiche saranno le misure necessarie. Cosa fare è ben noto, da un bel pezzo, e questa conoscenza si affina e si precisa sempre di più. Gli unici ostacoli sono di natura politica e immaginativa.

Attenzione al presente
L’altro luogo comune lamentoso è quello che afferma che «nessuno sta facendo niente al riguardo». Come facile attendersi questo viene detto da chi non guarda davvero a ciò che tanti altri stanno facendo con passione e spesso con efficacia. A cominciare dal movimento per il clima che è cresciuto con forza, sofisticazione e inclusività, e ha vinto molte battaglie. Vero è che il movimento per il clima, dopo il picco del 2019, si è evoluto da grandi manifestazioni di piazza a strategie più radicali e locali; l'effetto Greta iniziale è attenuato, ma l'attivismo persiste attraverso azioni di disobbedienza civile, concentrandosi sulla giustizia climatica e su azioni dirette contro l'inazione politica. Non è scomparso, ma si è frammentato e radicalizzato in risposta alla crescente urgenza climatica e alla percezione di una politica insensibile alle richieste scientifiche. Non focalizzatevi sul cherry picking denigratorio di parecchi media che presentano solo immagini di giovani che imbrattano tele. Non è certo il movimento ignorato all’inizio, quelli che volevano la Toyota Prius per tutti e le lampadine ecologiche.

Una delle vittorie dell'attivismo climatico – e una conseguenza dei gravi eventi climatici – è che molte più persone si preoccupano del clima rispetto a pochi anni fa, dai semplici cittadini ai politici più influenti. Il movimento per il clima – che in realtà comprende migliaia di movimenti con migliaia di campagne in tutto il mondo – ha un impatto enorme. Viste singolarmente le iniziative che portano a compimento possono sembrare poca cosa, ma globalmente sono passi avanti notevoli. Non vanno considerate inutili o peggio ancora fumo negli occhi quelle azioni che portano, che so, la propria università a disinvestire dal fossile, o una città a proteggere una foresta.

Alcune vittorie passate sono difficili da riconoscere, perché non c'è più nulla da vedere: la centrale a carbone che non è mai stata costruita, l'oleodotto che è stato bloccato, le perforazioni che sono state vietate, gli alberi che non sono stati abbattuti.

Non solo negazionisti
Non che le azioni del singolo non siano virtuose o peggio che vadano ostacolate, ma tutto sommato sono sì positive ma anche relativamente insignificanti. Qui non si tratta di smettere di comprare bombolette spray con i CFC (allora il movimento ecologista funzionò fino a tal punto, a partire proprio dagli USA!). Il mondo deve cambiare, ma non accadrà solo perché una persona consuma o non consuma qualcosa – e preferirei che non ci considerassimo principalmente consumatori, come ci dipingono scaricando sui singoli responsabilità non nostre.

Abbiamo però la responsabilità di partecipare. Come cittadini uniti, abbiamo il potere di generare un cambiamento, ed è solo su questa scala che si può ottenere un cambiamento sufficiente. Le scelte individuali possono gradualmente amplificarsi, o talvolta fungere da catalizzatori, ma il tempo per la lentezza è ormai scaduto. Non sono le cose che ci asteniamo dal fare, ma quelle che facciamo con passione e insieme, a contare di più. E il cambiamento personale non è separato dal cambiamento collettivo: in un comune alimentato da energia pulita, ad esempio, tutti sono consumatori di energia pulita.

Movimenti, campagne, organizzazioni, alleanze e reti sono il modo in cui le persone comuni acquisiscono potere – un potere tale da incutere terrore nelle élite, nei governi e nelle multinazionali, che si dedicano a soffocarli e indebolirli. Ma è anche in questi contesti che si incontrano sognatori, idealisti, altruisti: persone che credono in una vita vissuta secondo principi. Valori ed emozioni sono contagiosi, nel bene ma attenzione, anche nel male.

Il futuro è ciò che creiamo
«E’ difficile fare delle previsioni, soprattutto sul futuro». Questa ironica affermazione, quasi paradossale, che l’abbia o meno davvero pronunciata Niels Bohr, uno dei padri fondatori della moderna fisica atomica (pare sia apocrifa), apre comunque a degli scenari da non sottovalutare affatto, anche se forse sarebbe opportuno fare previsioni solo su quel che accadrà tra dozzine di miliardi di anni, quando il cosmo sarà buio e freddo, e soprattutto senza nessuno a controllare la qualità della previsione.

Le persone che proclamano con autorità ciò che accadrà o non accadrà non fanno altro che rafforzare il proprio senso di sé e sabotare la tua fiducia in ciò che è possibile. Secondo il pensiero comune, si possono fare centinaia di esempi politici, sociali, antropologici e altro, di cose che non avrebbero dovuto mai accadere. La storia ci insegna che l'inaspettato accade regolarmente – inaspettato soprattutto per chi pensava di sapere cosa sarebbe successo. Tanto più che tempo fa ho messo in discussione persino il libero arbitrio.

Il futuro non è ancora scritto? Dipende. Per onestà intellettuale, in tema climatico, alcune cose sono ahimé scritte nella pietra.

Le conseguenze indirette contano

Più di cinque anni fa l'Università di Harvard annunciò che avrebbe disinvestito dai combustibili fossili. Ci vollero 10 anni per raggiungere questo obiettivo, e per quasi tutto il tempo sembrò dovesse fallire: ma un movimento globale riuscì a far togliere decine di miliardi di dollari dagli investimenti che avessero a che fare con i combustibili fossili e il loro utilizzo, sollevando tra l’altro interrogativi etici negli investitori. La decisione giunse dopo anni di proteste da parte degli studenti, che sono riusciti a far pressione sui vertici della prestigiosa università affinché agisse in quel modo. E Harvard è sulla strada giusta per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Non ci volle molto per dimostrare che il cosiddetto Capex per i progetti basati su combustibili fossili, un tempo paragonabile a quello per progetti basati su energie rinnovabili, era salito al 20% contro il 3-5% di quello relativo alle rinnovabili. Un ottimo driver che influisce su finanziamenti e investimenti.

La campagna contro l'oleodotto Keystone XL è stata, per molti anni, un susseguirsi di vittorie, sconfitte, stalli e battute d'arresto, fino a quando il progetto non è stato definitivamente bloccato con l'insediamento di Joe Biden. Non si è trattato di un regalo di Biden, bensì di un debito ripagato agli attivisti per il clima che lo avevano reso un obiettivo fondamentale. La pazienza è fondamentale e il cambiamento non è lineare. Si propaga come le onde generate dal lancio di un sasso in uno stagno. Ha un impatto che nessuno può prevedere. Le conseguenze indirette possono essere tra le più importanti.

Un altro esempio. Costruendo coalizioni tra agricoltori, proprietari terrieri nativi, comunità locali e un movimento internazionale, si riuscì a fermare la costruzione di un enorme oleodotto da quasi 2000 km, che avrebbe dovuto trasportare greggio estratto da sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada, fino alle raffinerie della Gulf Coast negli USA. La stessa estrazione è da sempre ritenuta di altissimo impatto ambientale.

L'immaginazione al potere
Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica nel 2021, sostiene che il cambiamento climatico è in realtà un problema secondario rispetto a una difficoltà ancor più profonda: il nostro modo di pensare, bloccato su schemi non sostenibili. Il principale ostacolo nella lotta contro il cambiamento climatico è proprio l’atteggiamento mentale dell’essere umano. Un problema di mancanza di presa di coscienza. Alla radice di questa crisi c'è una triste mancanza di immaginazione. Un'incapacità di percepire sia il terribile che il meraviglioso. Un'incapacità di immaginare come tutte queste cose siano connesse, come ciò che bruciamo nelle nostre centrali elettriche e nei motori delle automobili emetta biossido di carbonio che si disperde nell'atmosfera. Alcuni non riescono a vedere che il mondo, rimasto così stabile per 10.000 anni, è ora destabilizzato e pieno di nuovi pericoli e di pericolosi meccanismi di retroazione. Altri non riescono a immaginare che possiamo effettivamente fare ciò che è necessario, ovvero costruire un mondo nuovo e migliore. Il mondo potrebbe essere molto più ricco, sotto molti punti di vista, se facessimo ciò che questa catastrofe ci impone. I costi sono alti, vero. Ma come in tutti i casi in cui prevenire è meglio che curare il non agire sarà di gran lunga più costoso che farlo.

Verificare i fatti...
...e occhio alle menzogne (un esempio) e all'epistemia! Pensare al futuro richiede immaginazione, ma anche precisione. Per decenni, ondate di menzogne ​​ sul clima hanno travolto l'opinione pubblica. E continua. Anche se ad oggi i negazionisti trovano sempre meno spazio per agire, la realtà viene manipolata e sostituita da distorsioni più sottili dei fatti e da false soluzioni, soprattutto allo scopo di trarne vantaggio.

Le compagnie petrolifere investono ingenti somme in pubblicità che diffondono menzogne ​​spudorate e pubblicizzano progetti di scarsa importanza o soluzioni fasulle. Queste menzogne ​​mirano a impedire ciò che deve accadere, ovvero che il carbonio deve rimanere nel sottosuolo e che tutto, dalla produzione alimentare ai trasporti, deve cambiare.

Si parla molto ad esempio di tecnologie di cattura del carbonio. La migliore tecnologia di cattura del carbonio in assoluto si chiama albero ma, scherzi a parte, nella realtà parlare come se fosse già distribuita su larga scala, serve solo a suggerire che possiamo continuare a produrre emissioni…tanto poi le catturiamo! Non possiamo. Un altro mito tecnologico è quello della geoingegneria, un'altra distrazione cara ai tecnocrati, che riescono a immaginare grandi innovazioni tecnologiche centralizzate, ma non l'impatto di innumerevoli piccoli cambiamenti localizzati.

Già un decennio fa,  Mark Jacobson del Solutions Project dell'Università di Stanford, concluse che quasi tutte le nazioni del mondo possiedono già le risorse naturali necessarie per la transizione verso le energie rinnovabili. Le soluzioni esistono, e sono attuabili: tempo fa anche sulle pagine di questo blog riportai uno studio in cui si dimostrava che la transizione e l’indipendenza energetica sarebbe possibile anche per l’Italia. l’esempio dell’Italia.

La storia può guidarci
Ricordare che le cose erano diverse e come sono cambiate significa essere preparati a realizzare il cambiamento e ad avere speranza, perché la speranza risiede nella possibilità che le cose siano diverse. La disperazione e la depressione spesso derivano dalla sensazione che nulla cambierà, o che non abbiamo la capacità di apportare tale cambiamento. Il futuro non è ancora scritto, non tutto, ma leggendo il passato possiamo individuare degli schemi che ci aiutano ad indirizzarlo.

Viviamo un momento storico straordinario. All'inizio di questo secolo, non avevamo alternative adeguate ai combustibili fossili. L'energia eolica e solare erano relativamente costose e inefficienti, e la tecnologia delle batterie era ancora agli albori. La rivoluzione più inosservata della nostra epoca è una rivoluzione energetica: i costi dell'energia solare ed eolica sono crollati grazie alle innovazioni tecnologiche che le hanno reso sempre più efficienti, e ora sono ampiamente considerati come validissime alternative.

Negli ultimi 50 anni ci sono stati cambiamenti epocali rispetto alla staticità dei decenni precedenti. Pensate soltanto a quanto siano cambiate le società di moltissimi paesi, soprattutto occidentali, in termini di accoglienza e inclusione, di welfare e di cura e rispetto per il prossimo così come per l’ambiente. Ci sono ancora molti pregiudizi da smantellare. E molte alternative devono ancora nascere. 

Lezioni dal passato
Ci sono stati momenti nella storia dell’umanità anche recente che hanno dimostrato che è possibile sopravvivere a condizioni e periodi di minacce inimmaginabili. Pensate ai sopravvissuti dei campi di sterminio, ai migranti che fuggono da fame e guerra, alle popolazioni indigene sudamericane derubate delle loro terre, a tutte le popolazioni colonizzate.

Siamo la prima generazione ad affrontare una catastrofe della portata, della scala e della durata del cambiamento climatico. Ma nonostante non siamo certamente i primi a vivere sotto una qualche forma di minaccia, o a temere ciò che ci aspetta, ce ne stiamo qui a crogiolarsi nel presente senza reagire.

Non a caso la leadership indigena ha avuto un'importanza fondamentale per il movimento ambientalista, sia in specifiche campagne sia come continua testimonianza del fatto che esistono altri modi di concepire il tempo, la natura, il valore, la ricchezza e il ruolo dell'uomo. Un vecchio rapporto dimostrò quanto sia stata potente e cruciale la guida dei nativi americani per il movimento ambientalista: «La resistenza indigena ha fermato o ritardato l'inquinamento da gas serra equivalente ad almeno un quarto delle emissioni annuali di Stati Uniti e Canada».


25 gennaio 2026

Empatia


Le trasformazioni sociali degli ultimi decenni, mettono in luce come molte società siano diventate più attente, razionali ed empatiche. Grazie a dati concreti e riflessioni critiche, la percezione diffusa secondo cui viviamo in tempi peggiori viene sfatata, mostrando invece un netto miglioramento in ambiti come criminalità, abusi e conflitti. Nonostante disinformazione e fake news la facciano spesso da padrone è proprio il ruolo cruciale dell’informazione libera, della ricerca scientifica e del dibattito razionale che guida la crescita morale delle società moderne. Il progresso è reale e tangibile, misurabile, e invita a guardare con fiducia alle potenzialità dell’essere umano. Il cambiamento è possibile e il futuro può essere davvero migliore.

Iniziamo l'anno cercando di viverlo nel migliore dei modi. Con ottimismo.

Una delle qualità umane biologicamente intrinseche è la cosiddetta empatia, ovvero quel particolare stato d’animo che ci consente di immedesimarci in qualche modo in altri esseri viventi e soprattutto in nostri simili. Se volete capire cosa rende un essere umano buono osservatelo nei rapporti che ha con un animale domestico da compagnia, primi fra tutti cani e gatti ma a seguire possiamo citare senza ombra di dubbio tartarughe, conigli ed altri roditori vari, uccelli di ogni taglia finanche rettili ed altri bizzarri animali.

Il rapporto che si crea con i nostri cuccioli è talmente forte da essere assimilabile a quello che abbiamo con i nostri figli. Ci immedesimiamo empaticamente in loro tanto d’esser convinti che quanto noi pensiamo essi pensino, le emozioni che crediamo provino e l’estrema antropomorfizzazione del loro comportamento siano la realtà. Se soffrono o stanno male stiamo in pena per loro e se vediamo qualcuno trattar male un animale reagiamo violentemente, e giustamente, in sua difesa. Tutto questo è quanto definito come empatia.

L’empatia è fondamentale per il comportamento moralmente ed eticamente condivisibile a livello societario perché la regola aurea di qualsiasi comportamento morale implica la necessità di mettersi al posto di un altro per capirlo e non occorrono religione o regole divine per accettarlo perché il comportamento empatico è codificato e le neuroscienza e la biologia sono oggi in grado di tracciare con esattezza quali parti del cervello sono sollecitate e quali ormoni vengono prodotti in associazione ai comportamenti gentili e buoni. Ed è sempre l’empatia, retaggio primitivo e consolidato in ognuno di noi, che ci rende solidali e partecipi alle sofferenze del nostro vicino, che ci commuove di fronte allo stato di singoli o di intere popolazioni, che ci muove e ci spinge a fare donazioni per esempio od a fare volontariato perché abbiamo ereditato l’attitudine a proteggere i membri della nostra stessa specie.

Bontà e gentilezza sono biologicamente codificati e fisiologicamente innati.

Come spiegare allora il male? Le cattive azioni? E come apice massimo le atrocità e gli orrori dei genocidi di intere popolazioni? La ferocia e la crudeltà assolutamente gratuite nei confronti di altri essere umani? Un esempio per tutti le atrocità commesse nei campi di concentramento nazisti già a partire dai primi anni ‘30. 

Perché a coloro i quali sono riusciti da esseri umani contro uomini, donne e bambini ad esercitare tanta crudeltà l’indottrinamento sociale e culturale, politico o religioso, è stato tale da convincerli che si agiva contro esseri non-umani. Ed ogni qual volta che invece negli aguzzini emergeva reagendo con violenza il comportamento empatico essi od esse realizzavano che invece si trattava di essere umani. Il comportamento di un predatore nei confronti di una preda può sembrare, per antropomorfismo, crudelmente gratuito ma in realtà è biologicamente normale in quanto parte dell’economia del sistema che vede i primi agire contro specie diverse e per la protezione della loro ed ovviamente vale il contrario quando le prede diventano via via più specializzate nello sfuggire ai predatori in una continua corsa agli armamenti come ebbe a dire Richard Dawkins.

Ogni qual volta un essere umano arriva alla conclusione che altri esseri umani non appartengono alla loro stessa specie scattano i meccanismi che provocano crudeltà, disgusto e paura e che portano al male e soprattutto nei genocidi del secolo appena trascorso – e l’olocausto ebraico è solo quanto numericamente più concentrato nel tempo e nello spazio sia mai successo nell’intera storia dell’umanità - le motivazioni sono quelle che derivano dalla classificazione in subumani o bestie di esseri umani nei confronti di loro simili e non si tratta quindi di applicare il concetto di nemico ma qualcosa che lo trascende.

Indottrinamento è la parola chiave.

Quanto sta accadendo alle società nel corso degli ultimi decenni, dell’ultimo secolo, è frutto della loro trasformazione che le rende via via più liberali, tolleranti e più aperte all’integrazione e comunque si voglia porre la questione indubbiamente migliori di generazione in generazione. Quanto soltanto pochi decenni fa era assolutamente non dico inaccettabile ma addirittura inconcepibile nella stragrande maggioranza delle culture occidentali ed orientali oggi è l’assoluta normalità. Empatia e condivisione delle informazioni.

Il mio ottimismo sulla natura profonda dell’essere umano deriva dalla mia profonda convinzione che tanto più l’umanità saprà lasciarsi alle spalle la religione in qualsiasi forma, rendersi laica e svincolata da questa, quanto più il miglioramento aumenterà a ritmi esponenziali.

Se siamo quindi condotti biologicamente ad una moralità di origine e tipo non religioso quanto dobbiamo assolutamente contrastare ed evitare è la demonizzazione di altri gruppi di umani che per diversa religione vengono trattati come disuguali; tra le tante altre cose questa è una delle cause prime che provoca un brusco calo del comportamento empatico. Quanto dobbiamo invece fare è aumentare continuamente il diametro del cerchio degli essere umani con cui provare empatia abbattendo qualsiasi forma di barriera che ci divida a cominciare dal tribalismo delle religioni, delle distinzioni di classe ed ideologiche.

La conoscenza scientifica che abbiamo oggi dell’empatia e la memoria di come le cose siano andate tragicamente male nel passato aiuta nell’impresa e la buona notizia è che, volenti o nolenti, lo stiamo già facendo: fino a 200 anni fa era normale ed accettato avere schiavi (persino dalle menti più illuminate come Voltaire) ed oggi sarebbe considerato barbaro. Anche se pesantemente presente e continuamente serpeggiante per il razzismo è lo stesso. Fino a tutti gli anni ‘70 del XX secolo, in moltissime ex colonie inglesi era un’attitudine padronale normale considerare gli indigeni come essere inferiori, nella migliore delle ipotesi come bambini non in grado di far nulla né di badare a sé stessi se non opportunamente guidati (e sfruttati) dai coloni bianchi: oggi questo è inaccettabile ed impensabile.

Oggi si arriva persino al tentativo di manipolazione strumentale dei dati, con l'ausilio di LLM viziati da bias e altri pregiudizi, per tentare di dimostrare la superiorità razziale.

La nostra attitudine all’empatia con una più società sempre più razionale e tollerante credo ci stia rendendo sempre più morali ed etici di quanto sia mai accaduto prima d’ora.

Ed anche se molte fonti d’informazione e parecchi moralisti affermano che la società sta degradando e precipitando peggiorando di anno in anno a ritmi vorticosi i dati oggettivi dimostrano il contrario.



Molti ricercatori hanno analizzato con cura la messe enorme di dati a disposizione in molti archivi di stato compreso quelli del Dipartimento di Giustizia statunitense e britannico scoprendo che quanto più le società occidentali si allontanano dalla religione quanto più aumenta la civilizzazione. Qui c'è un altro post più o meno in tema.

Negli ultimi 40 anni il numero di stupri è diminuito negli Stati Uniti dell’80% ed il tasso di abusi domestici di varia gravità è calato enormemente sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti e per quanto riguarda il primo il dato sorprende ancora di più visto che contemporaneamente è aumentato moltissimo anche il numero di denunce che seguono il reato che prima era molto più spesso taciuto da parte delle stesse vittime. Calano anche gli abusi sui minori e gli atteggiamenti razzisti, omofobici ed addirittura i reati di maltrattamento degli animali sia in laboratorio che nella quotidianità.

La percezione errata, e cioè che le cose stiano andando nella direzione opposta, dipende dal maggior grado di denuncia e diffusione di notizie relative a reati come questi ma soprattutto dall’aumento del grado di interesse, preoccupazione e disapprovazione che l’essere umano prova oggi rispetto al passato; se ognuno di noi ad esempio pensa che ad esempio la pedofilia stia aumentando è solo perché si fa più attenzione ad episodi del genere e si fa di tutto affinché siano denunciati e perseguiti concorrendo indirettamente alla loro riduzione. Inoltre, un certo tipo di (dis)informazione utilizzando tecniche di cherry picking riportano quasi esclusivamente dati negativi per far credere che quella sia la normalità.

Un altro esempio eclatante deriva dalla scomparsa dei conflitti tra paesi sviluppati e non solo. Persino nei paesi emergenti ai quali spesso si pensa come luoghi in perenne conflitto contro qualche altro paese i numeri dimostrano chiaramente che negli ultimi 20 anni la quantità di conflitti e vittime di questi sono collassati dalla fine della guerra fredda con un numero di morti per guerra che ha raggiunto il minimo storico. In un mondo di 8 miliardi di abitanti mai come prima d’ora una minoranza muore per guerra; nonostante gli oltre 50 conflitti tuttora in corso sulla Terra.

Se siano etica e morale che migliorano, biologicamente svincolate dalle etichette e dalle suddivisioni di stampo per lo più religioso ed ideologico, è per me evidente ed altrettanto indiscutibile che c’è qualcosa nelle società dal libero dialogo, arricchite da informazione libera ed aperta e pronte al dibattito razionale che porta prove crescenti che tutto questo ci spinge nella direzione giusta: una direzione radicata nell’essere umano ed indipendente da qualsiasi forma di indottrinamento.

Cinicamente, è affermabile che la moralità religiosa applicata alla natura umana rappresenta un metodo efficace per mantenere allineato il genere umano, magari con la minaccia dell’inferno o la promessa della vita eterna ma le regole scritte sui santi libri appaiono oggi sempre più obsolete e spesso eticamente inapplicabili.

Statistica e ricerca scientifica mostrano invece che siamo governati da regole nascoste piuttosto logiche che hanno a che fare con ragione ed empatia: a gestire qualsiasi comportamento, e gli estremamente complessi ed evoluti sensi umani. Ancora più importante il fatto che si viva in un’epoca governata dalla razionalità che ci consente di guardare indietro nel passato, che ahimé raramente è usato per apprendere e non ripetere gli stessi errori: ma, per ciascunodei periodi in cui l’essere umano ha assunto comportamenti sbagliati c'è la chiave che ci permette di evitarli e questo è, sicuramente, un progresso concreto e reale perché stiamo vivendo in un mondo che diventa ogni giorno più civilizzato ed attento alle esigenze altrui con l’opportunità di sviluppare nuova moralità. 

Questo è quanto di più eccitante possa esserci nell’appartenere al genere umano.