A poche ore dal disastro in Nepal ecco un caso concreto di ciò che ho cercato di spiegare e che in questo secondo di due post cercherò di approfondire, non la singola prova del cambiamento climatico. L'incertezza non cancella il rischio, e i sistemi complessi producono eventi interconnessi che non sono frutto del caso, ma percorsi contingenti che finiscono per incontrarsi. Incertezza scientifica e rischio quantificabile/probabile vanno distinti: non serve dire che il cambiamento climatico ha causato direttamente questo evento per mostrare che il riscaldamento rende più instabili ghiacciai, permafrost e versanti d’alta quota. Questi ultimi sono aspetti noti.
Riporto comunque due analisi recenti e dettagliate degli eventi, la prima pubblicata su "Il Dolomiti" e la seconda, riferita allo studio USGS, su "The Guardian"
Il Nepal non dimostra da solo il cambiamento climatico, così come non lo dimostra una singola ondata di calore. Ma mostra in modo tragicamente concreto come un sistema montano già fragile possa reagire a nuove condizioni climatiche: ghiacciai che arretrano, pareti rocciose debolmente cementate dal ghiaccio, laghi glaciali più instabili, pendii più esposti, fiumi capaci di trasformare un collasso locale in una catastrofe a valle.
Il disastro avvenuto tra Nepal e
Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio
non sia un esercizio accademico: dalle prime ricostruzioni emerge una sequenza
di collasso glaciale, frana, detriti e piena improvvisa, cioè proprio quel tipo
di pericolo a cascata che i sistemi montani riscaldati e resi più instabili
possono rendere più probabile. Non significa attribuire ogni singolo evento, in
modo semplicistico, al cambiamento climatico; significa però riconoscere che
ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili,
infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più
rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui
che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili
sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora
una volta a scegliere l’inazione.
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Dopo aver trattato nella prima parte la complessità della scienza che c'è dietro le ricerche sul cambiamento climatico vediamo qui come questo sia spesso raccontato come una disputa tra opinioni in apparenza equivalenti, ma il quadro scientifico è molto più solido di quanto suggerisca il rumore mediatico. Le incertezze esistono, perché il clima è un sistema complesso e interdisciplinare, ma non cancellano le evidenze: le attività umane hanno aumentato i gas serra, alterando atmosfera, oceani, ghiacci e cicli naturali. Proviamo dunque a separare il dubbio scientifico legittimo dalla negazione usata per rinviare le scelte. I modelli non sono perfetti, ma indicano con coerenza una tendenza al riscaldamento e rischi crescenti. Attendere una certezza assoluta significa trasformare l’incertezza in immobilismo. Capire la scienza del clima, i suoi limiti e la sua forza, è oggi essenziale per pretendere decisioni più tempestive e responsabili.
Le incertezze scientifiche sul clima non negano le evidenze: spiegano la complessità e smontano lo scetticismo.
Controversie sul cambiamento climatico – scientifiche!
Argomenti controversi
Anche se le
evidenze empiriche fossero compatibili con l’assenza di un riscaldamento
antropico, queste mostrano comunque un andamento coerente con l’esistenza di un
reale problema di riscaldamento globale. Il paradosso sta nel fatto che la tesi
scientifica sul cambiamento climatico potrebbe non essere confermabile solo per
via empirica. Tuttavia, il log delle temperature non è l’unica prova:
esistono anche solide ragioni teoriche di preoccupazione, fondate su meccanismi
fisici e chimici ben compresi che possono produrre riscaldamento globale.
Non potendo comunque negare il
riscaldamento in atto, e questa estate abbiamo visto tutti come anche i più
accesi scettici radicali abbiano ammesso l’incremento palese, il principale
dibattito scientifico riguarda l’aumento della temperatura globale e il
possibile ruolo delle attività umane. Le registrazioni sistematiche delle
temperature globali iniziano nel 1860, mentre le misurazioni satellitari sono
disponibili solo dal 1979. Benché i satelliti forniscano prove dirette del
recente riscaldamento, alcuni scienziati sostengono che tali dati non coincidano
con le rilevazioni superficiali, non dimostrino chiaramente il riscaldamento e manchino
di una linea di base definita. È vero che gli ultimi due decenni sono stati i
più caldi della storia umana, ma questi scienziati affermano che il clima mostra
anche una forte variabilità a breve termine e, dalla fine dell’ultima
glaciazione circa 10.000 anni fa, appare sorprendentemente stabile rispetto ai
100.000 anni precedenti. Di studi verificati
e sottoposti a revisione paritaria però non è che ce ne siano così tanti…
Ci sono invece studi autorevoli che
concludono che il cambiamento climatico potrebbe essere in larga parte irreversibile: con l’aumento delle emissioni di CO2,
i cambiamenti ambientali di lungo periodo cresceranno e i danni potrebbero
persistere anche dopo un eventuale controllo delle emissioni. Ciò vale per
alcuni gas serra come CH4 e N2O, ma soprattutto per il CO2:
interromperne le emissioni non fermerebbe subito il riscaldamento. Il
cambiamento potrebbe durare oltre mille anni, perché gli oceani, dopo aver
assorbito calore e CO2, continueranno a rilasciare calore per
secoli. Nel frattempo i decisori politici tacciono quando invece dovrebbero
mostrare maggiore cautela e interventi tempestivi, nonostante le ormai timide
voci provenienti dalle COP annuali, come l’ultima COP30.
L’aumento della temperatura globale è coerente con le previsioni scientifiche relative
all’incremento di CO2 e altri gas serra atmosferici. Alcuni
scienziati sostengono però l’ipotesi opposta: l’aumento di CO2
sarebbe conseguenza del riscaldamento, non la sua causa. Un autorevole centro
di ricerca (Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change) ha
infatti affermato, nelle sette maggiori transizioni termiche dell’ultimo mezzo
milione di anni, le variazioni di CO2 atmosferico non hanno
preceduto quelle della temperatura, ma le hanno seguite di centinaia o migliaia
di anni.
A prescindere dalla validità dello studio,
smentito da più parti, questa è una vecchia domanda: ma fa più caldo perché c’è
più CO2 o c’è più CO2 perché fa più caldo? La risposta breve sarebbe che i polli non
fanno le uova, perché nascono dalle stesse. La relazione
tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, da parte del
fisico anglo-irlandese John Tyndall, definitivamente consacrata dal lavoro di
Svante Arrhenius del 1896 e senza dimenticare il ruolo dell’americana Eunice
Newton-Foote già nel 1856. Che specifici incrementi di CO2 possano
seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2
intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità
del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di
temperatura.
È vero che i cicli
glaciale-interglaciale storicamente noti furono innescati da variazioni
dell’orbita terrestre, e che queste modificarono anche i livelli atmosferici di
CO2: i carotaggi nel ghiaccio mostrano infatti che, in diversi casi,
l’aumento della temperatura precedette quello del CO2 di alcuni
secoli. Le cause dipendono in parte dal fatto che gli oceani rilasciano CO2
quando si riscaldano e la assorbono quando si raffreddano, mentre i suoli
emettono gas serra con l’aumento della temperatura. L’incremento dei gas serra
amplificò poi il riscaldamento tramite un feedback positivo.
Ma, per quanto riguarda le variazioni
riscontrate a partire dall’era industriale IPCC non ha dubbi: il recente rapido
aumento della CO2 è dovuto soprattutto, se non esclusivamente, ad
attività umane, in particolare all’uso dei combustibili fossili, che hanno
liberato in un paio di secoli, una quantità di carbonio che ha impiegato
milioni di anni per accumularsi; e avverte che il riscaldamento antropico può a
sua volta stimolare ulteriori emissioni naturali di gas serra, rafforzando il
feedback positivo.
Abbiamo già accennato al fatto che gli
scienziati sostengono che l’aumento dei gas serra riscaldi la troposfera, dove essi
sono più concentrati, e la superficie terrestre, mentre la stratosfera
inferiore dovrebbe raffreddarsi. Le prime stime delle temperature troposferiche,
basate su satelliti e palloni meteorologici, non mostravano però lo stesso
aumento rilevato in superficie; per questo alcuni studiosi sostennero che tali
osservazioni non confermassero la teoria del riscaldamento globale. Ma erano in
errore perché le discrepanze sono state poi ricondotte soprattutto a problemi di
raccolta e analisi dei dati: i satelliti rallentavano e scendevano leggermente di
quota, mentre differenze tra strumenti satellitari e palloni sonda introducevano
ulteriori incongruenze. Corretti questi e altri errori, il riscaldamento della
troposfera risulta in sostanziale accordo con le tendenze osservate alla
superficie.
Ancora sul ruolo del sole. Alcuni studiosi sostengono un forte legame tra aumento delle temperature terrestri e cicli solari. Le variazioni dell’emissione solare sono associate alle macchie solari, regioni più fredde e scure della superficie del Sole che seguono cicli di circa 11 anni. Quando l’attività solare cresce, il Sole emette leggermente più luce e calore, influenzando il clima terrestre. Tuttavia, pur esistendo indizi di un contributo solare al riscaldamento dell’inizio del Novecento, le misurazioni satellitari mostrano che negli ultimi 30 anni l’attività solare è cambiata pochissimo, con persino segnali di lieve declino. Ciò non basta a spiegare il recente aumento delle temperature globali, che richiede di considerare insieme fattori naturali e antropici.
E c’è chi ha persino chiamato in causa i
raggi cosmici, nel tentativo di negare il ruolo umano, particelle provenienti
dallo spazio che ionizzano l’atmosfera. Esperimenti di laboratorio suggeriscono
che possano favorire la formazione di particelle coinvolte nello sviluppo delle
nubi, che in genere raffreddano riflettendo la radiazione solare. Poiché un
Sole più attivo ha un campo magnetico più forte, devia più raggi cosmici
lontano dalla Terra: ne deriverebbero meno nubi e quindi un pianeta più caldo.
Tuttavia, anche se questo meccanismo fosse rilevante, l’attività solare ha
mostrato variazioni troppo deboli negli ultimi decenni per spiegare il recente
aumento delle temperature.
Nello scenario medio di previsione, l’IPCC
prevede che la temperatura globale potrebbe aumentare di 2-3 °C in questo
secolo, un cambiamento superiore a quelli sperimentati negli ultimi 10.000 anni
e difficile da gestire per molte società ed ecosistemi. Alcune aree potrebbero
inizialmente trarre benefici dall’aumento del CO2, per il suo
effetto fertilizzante sulle piante, ma con l’avanzare del cambiamento climatico
gli impatti negativi tenderebbero a prevalere quasi ovunque. Diversamente, un’esegua
minoranza di scienziati ritengono che l’IPCC sopravvaluti tali effetti e che
non sia necessaria un’azione urgente: sottolineo che la maggior parte di
costoro operano in campi di studio che nulla hanno a che fare con la scienza
del cambiamento climatico.
Dal dibattito alla negazione, passando per lo
scetticismo
La scienza del clima è così da anni al
centro di un acceso dibattito sulle cause del cambiamento climatico e sulle
azioni che i governi dovrebbero adottare. Le incertezze residue e la
complessità del sistema climatico rendono la discussione difficile, ma nel
tempo è emerso che entrambe le parti ricorrono spesso a modalità proprie del confronto
politico per trarre conclusioni su un campo scientifico complesso. Scienziati
di discipline diverse dovrebbero condividere linguaggio e ipotesi di partenza;
nella pratica, però, ciò avviene raramente. Non ultima, un certo grado di
ideologia si sovrappone al dibattito, schierando i cosiddetti conservatori per
lo più dalla parte di chi nega l’origine antropica.
L’IPCC sostiene - non da sola ma assieme a
dozzine di altri enti internazionali che si occupano di scienza del clima - che
vi sia consenso, nei suoi gruppi scientifici
multidisciplinari, sul ruolo principale delle emissioni umane di CO2
nel cambiamento climatico, affermando che l’influenza umana sul sistema
climatico è chiara, che il riscaldamento è inequivocabile e che, dagli anni Cinquanta,
molti cambiamenti osservati non hanno precedenti per decenni o millenni:
atmosfera e oceani si sono riscaldati, neve e ghiaccio sono diminuiti e il
livello del mare è salito. Al contrario, alcuni scienziati negano l’impatto
antropico, accusano l’IPCC di allarmismo e sostengono che il mondo non sia oggi
più caldo di prima, che sia iniziata una fase di raffreddamento nonostante
livelli record di CO2, e che il clima sia sempre cambiato per cause
naturali, rendendo inutili azioni preventive. Posizioni queste, al limite della
negazione più radicale, e che sono state via via smontate col passare del
tempo.
Ma dure a
morire.
C’è ancora chi ammette che il CO2
possa contribuire al riscaldamento futuro, ma sostiene che ciò non giustifichi
allarmismi né provi la responsabilità umana per il lieve riscaldamento
osservato e ritiene inoltre che i modelli debbano essere errati se vengono
usati per giustificare costose politiche climatiche. E chi afferma invece
che il CO2 è alimento per le piante, ricordando che la vita
si è evoluta con livelli molto più alti degli attuali, concludendo che
l’aumento di CO2 favorisca biosfera e rese agricole.
Gli storici osservano che, quando la
vita esplose sulla Terra oltre 500 milioni di anni fa, il CO2 era
più di dieci volte superiore a oggi e la vita prosperava, ricordandoci inoltre
che, 450 milioni di anni fa, nonostante livelli di CO2 analogamente elevati,
si ebbe un’era glaciale. Non a caso costoro sono anche coloro i quali, pur
ammettendo alcune correlazioni ma poche prove di un rapporto causale diretto
tra CO2 e temperatura globale su scala millenaria, concludono che
climi caldi e glaciazioni avvenuti con concentrazioni molto alte di CO2
contraddicano l’idea che le emissioni antropiche siano la causa principale del
riscaldamento globale.
Molte argomentazioni scettiche richiamano
prove geologiche secondo cui in passato il CO2 costituiva una quota
molto maggiore dell’atmosfera, mentre la vita prosperava su terre e oceani: ad
esempio, si sostiene che gli attuali livelli di circa 400 ppm siano bassi
rispetto alla storia geologica e all’evoluzione vegetale, che le previsioni dei
modelli sul riscaldamento antropico siano esagerate e che un maggior tenore in
CO2, lungi dall’essere un inquinante, possa favorire piante, animali
ed esseri umani.
Altre posizioni, più o meno argomentando
allo stesso modo, sostengono che l’aumento di CO2 antropico non
abbia causato il riscaldamento, ma sia parte di cicli naturali degli ultimi 500
anni, valore che sembra uscito a caso: il riscaldamento globale dell’ultimo
secolo, pari a circa 0,8 °C, sarebbe modesto rispetto ad almeno dieci grandi
cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 15.000 anni, nessuno dei quali
imputabile alle emissioni umane perché precedente all’era industriale.
Sulla base di dati satellitari, c’è chi conclude
che il clima sarebbe meno sensibile ai gas serra di quanto indichino i modelli
IPCC e che le emissioni umane di CO2 non basterebbero a spiegare il
riscaldamento dell’ultimo secolo; e si arriva a respingere l’idea che gli eventi
meteorologici estremi, come le inondazioni, provino l’impatto umano sul clima,
accusando questa interpretazione di indurre politiche
energetiche e ambientali dannose.
E ancora, chi nega a sua volta un ruolo
antropico rilevante, attribuendo gran parte dei cambiamenti osservati a
variazioni pluridecennali e plurisecolari delle correnti oceaniche profonde, considera
non pericolosi i cambiamenti finora osservati, richiama i possibili benefici
(ancora!) del CO2 sulla vegetazione e giudica i modelli climatici
incapaci di riprodurre pienamente la complessità atmosfera-oceano. Tombola!
Altri
sostengono che le variazioni dell’insolazione, dovute a fattori orbitali e solari,
abbiano avuto un ruolo più rilevante del tenore di CO2 e CH4
nelle transizioni da periodi glaciali a interglaciali, e che mancano prove
quantitative sufficienti per attribuire ai gas serra minori gran parte delle
variazioni di temperatura e volume dei ghiacci negli ultimi 650.000 anni.
Chissà come mai la prestigiosa Royal Society osserva invece, a nome di centinaia di suoi membri, che i gas
intrappolati nei ghiacci polari mostrano livelli attuali di CO2 superiori
di circa il 35% rispetto ad almeno gli ultimi 650.000 anni e attribuisce questo
aumento soprattutto alla combustione di combustibili fossili, alla produzione
di cemento e alla deforestazione.
Andando a fondo nella ricerca delle basi
scientifiche di queste posizioni, pur espresse da scienziati, si scopre che,
nel più frequente dei casi, sono state nel tempo smentite e confutate, ma anche
che provengono da persone già note per le loro posizioni conservatrici,
filogovernative e tese a fornire ai politici una scusa per non approvare
politiche energetiche che comporterebbero, a breve termine, un aggravio di
spesa, nonostante i loro vantaggi a lungo termine per le future generazioni. Oltre
che, nella massima parte e come già detto, espresse da chi non s’è mai occupato
di clima.
Altro argomento questo, trattato diverse volte su queste pagine.
Conclusioni
Nonostante la loro
sofisticazione, i modelli climatici globali restano approssimazioni della
realtà: nemmeno i supercomputer più potenti possono descrivere ogni dettaglio
del sistema climatico, e molti processi non sono ancora pienamente compresi. A
una data concentrazione di gas serra la radiazione futura può essere stimata
con buona precisione, ma l’impatto sul clima resta più incerto, anche perché
parte del riscaldamento può essere mascherata da fattori come solfati e
aerosol, che riflettono la radiazione solare e modificano le proprietà delle nubi.
Non vi è controversia
sostanziale sul fatto che, dalla rivoluzione industriale, le attività umane
abbiano aumentato in modo significativo la concentrazione atmosferica di gas
serra, né sul fatto che tali gas trattengano più calore e riducano la dispersione
di energia verso lo spazio. A parità di condizioni, quindi, un rafforzamento
dell’effetto serra aumenta al di là di ogni ragionevole dubbio le temperature
globali. Restano però discussioni su tempi, modalità e intensità della risposta
climatica, poiché il ritardo tra emissioni, impatti e possibile inversione
degli effetti può durare da decenni a secoli. Per questo le decisioni politiche
di oggi avranno conseguenze di lungo periodo.
Ed ecco il punto da
contrastare: l’incertezza delle previsioni climatiche viene spesso usata come
motivo per rinviare l’azione in attesa di ulteriori ricerche. Tuttavia,
nonostante limiti di misurazioni e teoria, le decisioni
devono basarsi sulle conoscenze disponibili oggi, non attendere, forse
invano, una soluzione migliore.
La maggior parte della
comunità scientifica invita quindi ad agire con maggiore tempestività di fronte
al cambiamento climatico antropico.
Riprendendo qui quanto anticipato all’inizio il disastro avvenuto tra Nepal e Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio non deve essere un esercizio accademico: la sequenza degli eventi appartiene al campo delle probabilità che determinate condizioni possano scatenarne altre. Non deve essere l’attribuzione di un singolo evento al cambiamento climatico ma riconoscere che ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili, infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora una volta a scegliere l’inazione.
Aspetti che tutti
dovrebbero sapere perché riguardano tutti noi.
La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.
Concludo con questa infografica (via Meteo Comiche Catastrofiche). Domande e dubbi, scientifici, legittimi. Cavalli di battaglia dei negazionisti titolati, argomenti da cherry picking, leve importanti per cercare di instaurare un dibattito laddove non c'è. Ma che invece devono invitare alla riflessione, alla ricerca, alla fiducia che va riposta nella scienza e che servono proprio ad aumentarla. E che riassumono quanto finora scritto.