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16 dicembre 2023

E come disse l'emiro, torneremo alle caverne (*)

Cambiamento climatico e global warming: c'è ancora chi sostiene che non tutto il male viene per nuocere? Direi che dopo lo scarso risultato (oserei dire un fiasco, nonostante le entusiastiche dichiarazioni, capolavoro di bizantinismo) ottenuto col documento di accordo dell'ultima COP, una trattazione del genere potrebbe anche diventare interessante.

Introduzione

Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Senza ardire a proclamarne la verità assoluta per non incomodare lo spirito di Popper, di contro la voce scientifica, è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni fino al consenso scientifico. Fortunatamente le prime sembrano avviarsi infine ad essere sempre più flebili e arroccate sulle loro posizioni sbagliate tanto quanto e tanto per iniziare, quanto quelle degli astrologi che credono che ancora oggi tra gennaio e febbraio la Terra sia in Acquario[1].

Proprio grazie al convincimento che è in atto un cambiamento climatico, in questo post, arriverò al paradosso della negazione o peggio, dell’accettazione che tutto sommato non è così grave, indirizziamo i nostri sforzi altrove, i problemi sono altri! Dopotutto, di paradossi ne ho già trattato.

Con cambiamento climatico intendo quanto ribadito nel documento UNFCCC, Art. 1, punto 2, cambiamento con forzante antropogenica, distinguendolo dalla naturale variabilità climatica che ha segnato da sempre la storia della Terra, di cui ad esempio ho trattato qui.

Le certezze hanno origini antiche

Fin dai primi decenni dell’Ottocento c’erano scienziati interessati a capire i meccanismi del riscaldamento dell’atmosfera, ben consci che questa da un lato è a contatto con lo spazio esterno, gelido, e dall’altro con la superficie calda della Terra; e per capire i meccanismi delle dinamiche atmosferiche occorreva innanzi tutto capire come il calore venga assorbito e trasportato in due direzioni: dal Sole verso la Terra e dalla superficie terrestre verso lo spazio esterno.

Questa comprensione risultava inoltre necessaria per capire come fosse stato possibile che nel passato geologicamente anche recentissimo le ben note aree temperate europee ed americane avessero vissuto lunghissimi periodi glaciali, di decine di migliaia di anni ciascuno, ricoperte da migliaia di metri di ghiaccio e le cui prove andavano accumulandosi proprio in quel periodo[2]. La paura di un possibile ritorno di quei periodi era figlia di quei tempi, visto che il ricordo della piccola era glaciale, che aveva interessato l’Europa dalla metà del XIV secolo fino alla metà del XIX, nella memoria storica, era, freschissimo!



Si andava quindi alla ricerca delle prove che potessero giustificare un simile cambiamento climatico.
 

Entro le prime decadi del XIX secolo, Jean-Baptiste Fourier, notissimo, e il meno noto Claude Pouillet, erano giunti a comprendere a sufficienza i meccanismi della termodinamica dell’atmosfera, su basi analitiche, ed i relativi processi di irraggiamento, nel 1822 il primo e nel 1838 il secondo. Fourier arriverà a sviluppare strumenti matematici potentissimi, lo sviluppo in serie per le funzioni periodiche, e la trasformata che porta il suo nome, per normalizzare le funzioni non periodiche: strumenti che nascono proprio per rispondere ad una questione termodinamica relativa al clima terrestre, proprio come Newton, in lite con Leibnitz, inventò il calcolo infinitesimale per supportare la sua visione del mondo[3].

Pouillet va oltre: riprendendo l’opera di Fourier scopre che la temperatura superficiale della Terra è influenzata dal diverso grado di assorbimento che l’atmosfera ha nei confronti delle due fonti di calore, ovvero quello che viene essenzialmente dal Sole e quello che arriva invece dalla superficie stessa; allo scopo di comprendere i motivi di questa differenza si spinge a fare delle ipotesi sul ruolo che hanno il biossido di carbonio o il vapore acqueo.

 


Nel 1856 Eunice Newton Foote, la cui storia merita di essere conosciuta, degna figlia di un omonimo del grande Isaac, a seguito di esperimenti mirati[4], scopre che il biossido di carbonio provoca un riscaldamento maggiore dell’aria e scrive: «Un’atmosfera carica di gas acido carbonico[5] darebbe alla nostra Terra una temperatura elevata; e se, come alcuni suppongono, in un periodo della sua storia l'aria fosse stata mescolata con esso in una proporzione maggiore di quella attuale, ne sarebbe derivata una temperatura necessariamente più alta».

Verso la fine del XIX secolo, John Tyndall e Svante Arrhenius, rispettivamente nel 1861 e nel 1896, vanno oltre ed iniziano a misurare gli effetti concreti di alcuni componenti dell’atmosfera, componenti che Tyndall chiama radiativamente attivi e che da soli bastano a giustificare i cambiamenti climatici del passato della Terra. Rifà i calcoli centinaia di volte ma deve arrendersi di fronte all’evidenza: anche piccolissime quantità di biossido di carbonio hanno un fortissimo potere riscaldante.

Arrhenius, che era svedese e temeva particolarmente gli effetti di un periodo glaciale sul suo paese, già naturalmente esposto a climi freddi, riesce a calcolare gli effetti proporzionali tra presenza di biossido di carbonio e tasso di riscaldamento e si sofferma in particolare sugli aumenti della concentrazione di CO2 derivante dalle attività umane, sia come emissione diretta insieme ad altri cosiddetti “gas serra” (come vapore acqueo o metano) capendo che persino attività quali la deforestazione hanno l’effetto di incrementare il tasso di biossido di carbonio e ovviamente deducendone un aumento crescente delle temperature medie.

 




Guarda il lato positivo…

Ma quello che colpisce di più è ciò che emerge in Arrhenius a seguito delle sue ricerche: una visione tutto sommato positiva del futuro dell’umanità a seguito del riscaldamento dell’atmosfera. Se l’obiettivo è evitare un ritorno a periodi glaciali allora ben venga non tanto il ruolo naturale del CO2 in atmosfera ma soprattutto il ruolo dell’umanità nell’emetterne notevoli quantità addizionali, causare quindi un innalzamento globale delle temperature. Scrive:

«Spesso sentiamo lamentarci che il carbone immagazzinato nella terra è sprecato dalla generazione presente senza alcun pensiero per il futuro, e siamo terrorizzati dalla terribile distruzione di vite e proprietà che ha seguito le eruzioni vulcaniche dei nostri giorni. Possiamo trovare una sorta di consolazione nella considerazione che qui, come in ogni altro caso, c'è del bene mescolato al male. Per l'influenza della crescente percentuale di acido carbonico nell'atmosfera, possiamo sperare di godere di epoche con climi più equi e migliori, specialmente per quanto riguarda le regioni più fredde della Terra, epoche in cui la terra produrrà raccolti molto più abbondanti che nel presente, a beneficio di una rapida propagazione dell'umanità»

E ancora:

«Benché il mare, assorbendo l'acido carbonico, agisca come regolatore di grandi capacità, incorporando fino a 5/6 dell'acido carbonico prodotto dobbiamo riconoscere che la piccola percentuale di acido carbonico in atmosfera potrebbe, con l'avanzamento dell'industria, cambiare notevolmente nel corso di pochi secoli

Questa visione, molto comune e piuttosto diffusa fino ai primi decenni del XX secolo è, ribadiamolo, figlia del suo tempo, del timore del ritorno delle grandi glaciazioni.

In maniera non dissimile nel 1938 Guy Callendar calcola molto accuratamente gli effetti del riscaldamento. Con delle proiezioni fino al 2200 (!) l’ingegnere ed inventore inglese stima le emissioni umane di biossido di carbonio pari a circa 5 miliardi di tonnellate l’anno (Gt); siamo in realtà quasi a 40! Calcola per l’anno 2000 335 parti per milione (ppm) di CO2 e per il 2100 fino a 400 ppm; siamo a 420 (anno 2023), in anticipo di quasi un secolo. E, considerando inequivocabile il rapporto causa-effetto della concentrazione di CO2 sul riscaldamento, scrive:

«Si può supporre che la produzione artificiale di questo gas incrementerà considerevolmente nei prossimi secoli. E’ probabile che si dimostrerà benefico per l'umanità in molti modi, oltre che per la produzione di calore elettricità. Ma in ogni caso, grazie all'incremento delle temperature, il ritorno dei mortali ghiacciai dovrebbe essere ritardato indefinitamente.» 

La paura del raffreddamento globale torna ancora, e riecheggia fino gli anni ’70 del XX secolo, quando c’era una certa tendenza, nel mondo accademico, a prevedere un forte raffreddamento della temperatura media nonostante, fin dal 1958, le ricerche (vedi il più recente post) di Charles D. Keeling (nella foto a sinistra, lo abbiamo già incontrato, qui), chimico e pioniere della nascente climatologia, avesse raccolto dati che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo[6] con cicli periodici di varia natura, influenzandone direttamente gli assorbimenti di calore e con una netta tendenza ad aumentare nel tempo.
 
E ancora nel 1975, Wallace Smith Broecker, (a destra) da molti considerato il padre della terminologia global warming[7], apparsa allora per la prima volta in una rivista scientifica, pubblica un articolo in cui mette nero su bianco che «entro un decennio, l’attuale tendenza al raffreddamento, lascerà il posto ad un pronunciato riscaldamento indotto dal biossido di carbonio (…) Una volta che ciò accadrà l’aumento esponenziale del biossido di carbonio atmosferico tenderà a diventare un fattore significativo e all’inizio del prossimo secolo avrà portato la temperatura planetaria media oltre i limiti sperimentati negli ultimi mille anni.»[8]




Meglio caldo che freddo?

Ma torniamo a quella visione benevola, quella di Arrhenius che appunto da buon svedese, era oltremodo preoccupato da un ritorno di climi freddi, anzi freddissimi. Visione condivisa da molti suoi contemporanei. 

È paradossale, e di paradossi tratteremo adesso, ma i negazionisti, in malafede, ricordano a volte e da vicino talune posizioni di quei primi ricercatori, che già a cavallo tra XIX e XX secolo, avevano provato, oltre ogni ragionevole dubbio, il rapporto diretto di causa-effetto tra concentrazione di gas serra, in particolare biossido di carbonio, e aumento delle temperature. Un punto di vista per nulla preoccupato e anzi benevolo, perché si sosteneva che tutto sommato un aumento delle temperature medie avrebbe evitato il ritorno ad un periodo glaciale come nei millenni passati. Meglio caldo che freddo insomma.

Con riferimento alle popolazioni che vivono in quella fascia del pianeta che ricade nella cosiddetta “zona temperata boreale”, o poco più a nord, (più o meno la fascia verde nell’immagine), questo ragionamento potrebbe anche andar bene. E a ben vedere è quella fascia del pianeta che ha assistito per prima alla nascita dell’agricoltura e delle prime civiltà, spandendosi in seguito a macchia d’olio ed impiegando per farlo qualche millennio, restando sempre più o meno alle stesse latitudini, dai territori della Mezzaluna Fertile fino agli estremi occidentali dell’Europa e a quelli orientali del continente asiatico, come ci racconta Jared Diamond nel suo bel libro “Armi, acciaio e malattie”. Tuttavia, quando si tratta di civiltà umane, non ci si può accontentare delle sole cause climatiche per giustificare determinate evoluzioni. L’esempio dell’ascesa e del declino dei vichinghi in Groenlandia tra X e XIII secolo è uno dei tanti; quando il clima si fece più freddo la cosa non diede particolarmente fastidio alle popolazioni indigene degli inuit, che provenivano da nord. Questi traevano sussistenza da una cultura basata su caccia e pesca, ed erano usi a vestire di pelliccia; i vichinghi erano agricoltori e pastori, non abbandonarono mai la tradizione di vestire di stoffe, inadatte al clima artico. Un altro esempio di imprevedibilità dovuta all’adattamento umano ci viene da un recente studio del CNR. 

Secondo i ricercatori, le comunità archeologiche della Mezzaluna Fertile erano molto più versatili di quanto si potesse immaginare; la variabilità climatica, che porta a un aumento dello stress o al miglioramento delle condizioni ambientali di fondo, sembra solo modulare le dinamiche culturali e di sussistenza esistenti, che tuttavia non sono direttamente attribuibili al cambiamento climatico stesso. Le variazioni climatiche giocano un ruolo limitato nel governare le dinamiche delle comunità complesse, che dimostrano capacità di adattamento e di reazione ai cambiamenti e con grandi abilità di resistere a condizioni apparentemente avverse. In altre parole, le variazioni climatiche agirebbero solo come spinta per accelerare processi culturali già in atto.

Alla via così…

E allora facciamo finta che non esistano eventuali (e certissime) turbative che il cambiamento climatico può indurre pressoché ovunque in termini di fenomeni estremi, causa diretta o indiretta del riscaldamento[9]; così facendo quella ristretta fascia di territorio potrebbe addirittura trarre beneficio dal riscaldamento, con buona pace dell’industria turistica dello sci ovviamente (…)[10]. Pensate su quanti milioni di ettari per nuove coltivazioni cerealicole potrebbero contare i russi dopo lo scioglimento del permafrost, e chi se ne frega (…) se centinaia di centri abitati dovranno essere ricostruiti chissà dove dopo il crollo delle fondamenta basate su terreni che si suppongono sempre gelati: accade già oggi. Anzi, il gas serra dieci volte più assorbente del CO2, il metano contenuto nei terreni gelati, verrebbe liberato in atmosfera con retroazione positiva (…) a riscaldare ulteriormente l’atmosfera di quelle zone. Ma tutto quel grano, a chi lo venderanno visto che gran parte della fascia compresa tra i due tropici sarà stata pressoché desertificata e spopolata (…)?
Il ricco Occidente ne uscirà tutto sommato ancora una volta vittorioso: dopo tutto abbiamo i mezzi e la tecnologia necessari per adattarci al cambiamento climatico e un riscaldamento è meglio di un raffreddamento; meno territorio sottoposto ai rigori di inverni sempre più rigidi. Quindi se il riscaldamento globale significa più terre da coltivare perché sottratte al ghiaccio o comunque a climi estremi, maggiori risorse, meno problemi di salute perché col caldo non ci si ammala come col freddo, ci si lava di più e si è meno soggetti ad epidemie[11], allora la cosa può anche giustificare certe posizioni negazioniste (…). E poi vuoi mettere quanta benzina e gasolio risparmiati in Yakutia d’inverno che oggi sono impiegati per tenere accesi i motori delle auto e dei camion 24 su 24 che altrimenti congelerebbero all’istante (…)?

Non facciamo dunque nulla perché tanto non c'è nessuna emergenza e al massimo andremo a star meglio (…). 

L’Italia, o la Grecia e persino la Spagna o il sud della Francia, meriterebbero un discorso a parte. Innanzi tutto la linea di costa dovrà essere spostata sempre più verso l’interno a causa dell’innalzamento del livello medio del Mediterraneo: crescita non compensata dall’aumentato tasso di evaporazione che renderà il mare sempre meno pescoso tra acidificazione e aumento della salinità complessiva. Non basta? 

Potremmo comunque adattarci? Ma sì, tutto sommato non abbiamo la potenza economica degli Emirati Arabi Uniti per trasformare Roma in una novella Abu Dhabi ma sicuramente il Grande Raccordo Anulare sopravviverebbe alla trasformazione della capitale in una città in stile marocchino. E nel frattempo il turismo rivierasco romagnolo si sarà spostato sui fiordi norvegesi (…).

 

Pronti all’accoglienza?

E’ di queste ore la notizia che un miliardo e mezzo di persone sono pronte a migrare dal sud del mondo verso il nord del mondo, e questo siamo noi: l’Occidente di cui scrivevo. Anzi, entro la fine del secolo il cambiamento climatico potrebbe portare, tra siccità da un lato e paradossalmente inondazioni dall’altro, qualcosa come tre miliardi e mezzo di persone a migrare o cercare di farlo. Un quinto della superficie terrestre potrà subire un incremento significativo di gravi inondazioni della durata di settimane, costringendo gli abitanti a spostarsi; e in opposizione all’abbondanza d’acqua centinaia di milioni di persone che dipendono dall’acqua dei ghiacciai resteranno letteralmente a bocca asciutta.

 

Quindi, se tutto sommato il nord del mondo potrebbe adattarsi ad un cambiamento climatico così come già fecero le popolazioni europee durante la piccola era glaciale, con una bella sfoltita[12] dovuta a carestie, epidemie, malattie e chi più ne ha più ne metta, va ancora bene.

Ma è pronto il nord del mondo a riconoscere ed accettare le conseguenze di un cambiamento climatico di tale portata? Centinaia di milioni se non miliardi di esseri umani destinati a morire e miliardi di altri esseri umani in migrazione continua dal sud del mondo che diventerà sempre più arido e invivibile, verso il nord del mondo, ovvero noi.

L’atteggiamento che paesi come gli Stati Uniti e la pressoché totale compagine europea hanno nei confronti dei flussi migratori non promettono né premettono nulla di positivo; e proprio in questi giorni le richieste di essere accoglienti vengono respinte al mittente inequivocabilmente.

Siete disposti ad accettare uno scenario del genere? Se sì, accomodatevi perché il futuro è già qui.

Dimenticavo, l’Europa si scalda al doppio della velocità con cui lo fa il resto del mondo (…)

Bibliografia:

Gianluca Lentini. La Groenlandia non era tutta verde
Jared Diamond. Armi acciaio e malattie
Ian Stewart. Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo
Wolfgang Behringer. Storia culturale del clima


[1] E ci fanno persino calcoli!
[2] Già a metà Ottocento lo svizzero Louis Agassiz ne aveva fornito prove.
[3] Vedi qui.
[4] Un paio di tubi di vetro per contenere aria o suoi miscugli, una pompa per fare il vuoto, un giardino assolato od ombreggiato, un paio di termometri. E tanto ingegno.
[5] Acido carbonico era il nome dato allora al biossido di carbonio, CO2, (noto anche come anidride carbonica, definizione comunque non in linea con la nomenclatura chimica ufficiale).
[6] Si veda anche un mio precedente post.
[7] Essere così definito non gli fu mai cosa gradita. Personalmente non amo questa terminologia, quel warm potrebbe anche ricordare qualcosa di gradevole, un caminetto acceso, scene romantiche.
[8] Su questo blog ho scritto numerosi post in relazione alle evidenze del cambiamento climatico in atto: oltre a quanto indicato nella nota 4 ad esempio qui, e qui.
[9] Si pensi agli affetti de El Niño. Ne ho scritto qui.
[10] (…) indica ironia e paradosso.
[11] Il già citato Behringer lo racconta chiaramente: dato che col freddo ci si veste di più e l’igiene tende a scarseggiare, pulci e pidocchi stanno invece benissimo. I tedeschi il pidocchio del corpo umano lo chiamano Kleiderlaus, pidocchio dei vestiti.
[12] Nella tabella il grande collasso demografico a cavallo del XIV ha le sue origini dirette nelle epidemie e nella catastrofica carestia di quel periodo. Entrambi causati in parte anche dalle pessime condizioni climatiche.

(*) Il riferimento ironico è a quanto dichiarato dall'emiro Sultan Al Jaber, leader degli Emirati Arabi Uniti, paese ospitante la COP28.

01 aprile 2026

La nuova era del clima: tra cicli naturali, squilibri antropogenici e miti climascettici

Ovvero, come i dati sul carbonio e il calore oceanico ridefiniscono la narrazione del riscaldamento globale.

Premessa
Diverse volte su queste pagine abbiamo fatto notare che scienza non è sinonimo di certezza, ma che è innanzi tutto mettere in discussione continuamente quanto finora appreso. Ecco servito sul famoso piatto d’argento uno di quei casi che genera una moltiplicazione di domande a cui andrà data risposta.

E più discussione di quanto sta accadendo a pochi giorni dalla pubblicazione, è difficile trovarne.

Allan Hills - Antartide

Uno studio appena pubblicato su Nature, rivista scientifica peer-reviewed tra le più prestigiose al mondo, ha portato un po’ di scompiglio ed anche qualche disagio ai sostenitori del cosiddetto “Net Zero”, ovvero la decarbonizzazione totale, zero emissioni di gas serra di origine antropica. La causa dello scompiglio proviene dai risultati delle analisi della cosiddetta aria fossile contenuta nelle carote di ghiaccio (il cosiddetto blue ice, ghiaccio estremamente denso e antico, caratterizzato da una colorazione azzurra o bluastra) estratte nella regione delle Allan Hills in Antartide, in grado di fornire indicazioni su alcuni parametri climatici fondamentali e che risalgono fino a circa tre milioni di anni fa. Il cuore operativo è l’impianto del COLDEX, Center for Oldest Ice Exploration, appartenente alla National Science Foundation, che a sua volta è una costola dello US Geological Service.

Carote di ghiaccio conservate al Coldex

Il principio è semplice: un ghiacciaio è il prodotto di alcuni semplici ingredienti – acqua, temperatura, pressione e tempo – che però lavorando insieme hanno la capacità di ricordare dettagli di una precisione straordinaria. Il ghiaccio nasce come fiocco esagonale che cadendo si fonde con altri esagoni, compattandosi poi con il peso di ogni successiva nevicata e stabilendosi in strati annuali simili agli anelli di un albero. Gli strati più in alto contengono tra gli esagoni depositi di aria ma, scendendo in profondità, quasi tutta l’aria viene espulsa a mano a mano che la neve si trasforma dapprima in firn, neve allo stato granulare, e alla fine in ghiaccio solido. La pressione costringe i fiocchi esagonali a ricristallizzarsi, intrappolando piccole quantità di aria in bolle, che sembrano una fascia di latte che attraversa il ghiaccio e possono servire per farsi un’idea di com’era il mondo durante la formazione di ogni singolo strato.

L’aria intrappolata in bolle di ghiaccio fornisce informazioni sulla composizione e concentrazione dell’atmosfera terrestre nel momento in cui cadde la neve, e le tracce chimiche e altre proprietà fisiche del ghiaccio rivelano informazioni su temperatura, vento e nevicate che possono essere ricondotte a particolari fluttuazioni stagionali di migliaia di anni fa. Il ghiaccio può rivelarci quali fossero la frequenza degli incendi forestali e l’estensione di zone umide e desertiche tanto tempo fa e in luoghi lontani. Le carote di ghiaccio possono servire a datare specifiche eruzioni vulcaniche e contribuiscono addirittura a tracciare il passato percorso della Terra attraverso il sistema solare. L’informazione è altamente condensata; nel corso di un centinaio di anni circa, un metro di neve può comprimersi, riducendosi a trenta centimetri di ghiaccio. Si ritiene che la calotta di ghiaccio della Groenlandia abbia circa 3 milioni di anni; quella molto più vasta che copre l’Antartide è oltre dieci volte più vecchia, ma c’è un limite all’età dell’archivio. Il ghiaccio alla base del ghiacciaio, a volte a parecchi chilometri di profondità, viene deformato dalla pressione e sciolto dal calore del substrato roccioso, cancellando gran parte delle informazioni e scombussolando il resto come se qualcuno avesse fatto a pezzi l’archivio con un paio di forbici.

È dal 1964 che si fa estrazione (carotaggio) di ghiaccio dalle calotte della Groenlandia prima e dell’Antartide dopo. E non mancano perforazioni nei ghiacciai continentali, persino sul nostro Adamello.

L'evidenza è una una chiara correlazione positiva tra aumento di CO2 e incremento della temperatura. Questa relazione è robusta, statisticamente significativa, confermata da molteplici fonti indipendenti e coerente con i principi fisici dell’effetto serra. Cosa già nota da tempo, molto tempo.

Un archivio storico prezioso ed unico.

Punti di attenzione

Innanzitutto, è importante sottolineare che entrambi gli studi che vedremo utilizzano dati provenienti da una tecnica di analisi del ghiaccio sviluppata di recente. Le carote di ghiaccio antartiche convenzionali, che offrono un'elevata risoluzione temporale, risalgono solo a circa 800.000 anni fa. Esiste ghiaccio più antico, ma affiora in superficie, e come accennato, è fortemente deformato e pieno di difetti strutturali che spesso lo rendono difficoltoso da leggere o del tutto inutile. Non è possibile tracciare i singoli strati al suo interno, anche se le nuove tecniche possono ricavare dati da ghiaccio danneggiato risalente addirittura a circa 4 milioni di anni fa. Questi dati forniscono informazioni sul biossido di carbonio e persino sul contenuto di calore oceanico, per mezzo di un'altra tecnica innovativa che si basa sull'assorbimento di gas nobili atmosferici da parte degli oceani, che a sua volta dipende dalla temperatura. Insomma dati di qualità da ghiaccio di pessima qualità. La comunità scientifica che conduce questo progetto ha svolto un lavoro accurato ed è composta da persone di grande talento, ma si tratta di un campo nuovo e, con le nuove tecniche, c'è sempre spazio per le sorprese man mano che si approfondisce la loro conoscenza.

I critici che cercano di minimizzare le prove che si ottengano dall’analisi dell’aria fossile nelle carote di ghiaccio spesso suggeriscono che siano troppo imprecise per fornire un resoconto completamente accurato dei livelli dei gas atmosferici e della temperatura dell’aria. Ma indiscutibilmente sono accurate al punto di offrire un'ampia visione ciclica. Rimangono la fonte di alcuni dei migliori dati che abbiamo sul clima passato. Essendo dati misurati direttamente sono indubbiamente più accurati della maggior parte degli altri dati proxy

Ricostruzione della temperatura media globale e della concentrazione di CO2 in atmosfera per gli ultimi 68 milioni di anni. Nel grafico è riportata  per confronto la proiezione per i futuri 100 anni nel caso di diversi scenari di emissione di gas serra in futuro. Sull’asse di sinistra la differenza con la media termodinamica del pianeta pari a 15 °C. Si notino i cambi di scala nell’asse dei tempi. (fonte)


Lo studio
Finora le carote di ghiaccio provenienti dall'Antartide documentano con precisione le variazioni continue dei gas serra atmosferici negli ultimi 800.000 anni, delineando i cicli glaciali-interglaciali che caratterizzano il medio e tardo Pleistocene. A gennaio 2025 fu estratto un campione che portava a circa 1,2 milioni di anni fa la data dei campioni più antichi. Nonostante sullo stesso sito COLDEX si affermi che, nell’area del blue ice delle Allan Hills, l’età massima raggiunta è di 1,5 milioni di anni (da aggiornare?), lo studio dichiara di aver esteso la ricerca con registrazioni ancora più antiche. Sono stati utilizzati i dati di carote di ghiaccio che coprono un intervallo che va da 3,1 a 0,5 milioni di anni fa, e pur trattandosi di istantanee con un certo grado di discontinuità, fatte le debite correzioni e normalizzazioni, quel che è emerso è che in quel periodo non si registra nessuna variazione significativa nella media del metano (CH4), e oscillazioni di circa 20 ppm per il biossido di carbonio (CO2). Dati che non si discostano significativamente da altre misure e modellazioni operate con i dati di altri campionamenti, anche in aree diverse del pianeta e relative soprattutto agli ultimi 800.000 anni.

In altre parole la ricerca rileva che i livelli di biossido di CO2 e CH4 sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi tre milioni di anni mentre, e qui sta il punto, le temperature globali, nello stesso periodo, hanno subito cambiamenti significativi, inclusi quelli che alternavano grandi ere glaciali e cicli di riscaldamento. Oscillazioni di temperatura indipendenti dai livelli di CO2? Qualcosa di completamente diverso dalla narrazione climatica tradizionale, e che negazionisti e climascettici non hanno tardato a far propria.

L'autrice principale dello studio, Julia Marks-Peterson, ha riconosciuto che i risultati erano inaspettati: «Siamo rimasti sicuramente un po' sorpresi». E ha aggiunto con cautela che i risultati «potrebbero suggerire che anche piccoli cambiamenti nei livelli di gas serra potrebbero innescare grandi cambiamenti climatici». Cautela, certamente, ma i dati rilevati dalle analisi dei carotaggi suggeriscono che un ruolo più importante dei gas serra potrebbero averlo avuto i cambiamenti nella circolazione oceanica o altri fattori, più determinanti di altri.  Forse la chiave di lettura migliore è che se anche il CO2 non fosse la causa principale o una delle principali del riscaldamento, l’introduzione di gas serra di origine antropica non può che peggiorare lo scenario. La correlazione tra aumento della temperatura e tenore in COè provata fin dalla metà del XIX secolo, a cominciare dagli studi di Eunice Newton-Foote.

Stesso ghiaccio, altro studio
Sempre su Nature, a fare il paio con il primo studio ce n’è un altro, di poco successivo e realizzato con le stesse carote di ghiaccio del precedente che ci racconta qualcosa di analogo.

L'epoca del Pleistocene è stata caratterizzata da un raffreddamento globale e da un aumento dell'intensità e della durata dei cicli glaciali. Le registrazioni regionali della temperatura oceanica superficiale e subsuperficiale mostrano andamenti distinti in questo intervallo, suggerendo cambiamenti dinamici nel trasporto di calore e nella circolazione oceanica, rendendo ancor più complicato determinare l'evoluzione del contenuto totale di calore oceanico. A partire da misurazioni del contenuto di gas nobili (Xe/Kr) nelle carote di ghiaccio, sempre dopo aver normalizzato parecchie complicazioni, gli autori riscontrano un raffreddamento pronunciato che coincide approssimativamente con la transizione tra Pliocene e Pleistocene (circa 2,7 milioni di anni fa) e temperature stabili durante la transizione del Pleistocene medio (da 1,2 a 0,8 milioni di anni fa). I confronti con una recente raccolta di dati globali sulla temperatura superficiale del mare mostrano un'ampia coerenza nel raffreddamento a lungo termine, ma anche importanti differenze nelle transizioni Plio-Pleistocene e Medio-Pleistocene. Secondo gli autori le diverse tendenze nella temperatura superficiale e nella temperatura media dell'oceano durante questi intervalli sono correlate a una ridistribuzione del calore tra la superficie e le parti più profonde per mezzo di fenomeni di risalita (upwelling) e cambiamenti nella formazione di acque profonde. Unendo questi con altri dati proxy si confermano i grandi cambiamenti climatici nonostante si sia evidenziata la stabilità del tenore dei due principali gas serra. Ovvero, causa principale un raffreddamento oceanico a lungo termine piuttosto che un grande cambiamento nel CO₂.

Negazionismo in agguato

L’aspetto che sembra emergere soprattutto dal primo studio, non certamente rigorosamente scientifico, è che ci sia una sorta di doppiopesismo nell’interpretazione di questi dati. Ora, se le oscillazioni in tenore di biossido di carbonio sono rimaste più o meno intorno a 250 ± 20 ppm per praticamente tutto il Pleistocene, mentre il pianeta viveva diversi periodi glaciali e relativi interglaciali, soprattutto a partire da circa 2,7 milioni di anni fa, perché uno degli autori afferma che i risultati suggeriscono una sensibilità climatica maggiore dell'effetto riscaldante del CO2? In breve, se per un’epoca si applicano fisica e chimica con rigore, ciò non sembra estendersi ad un’altra. Ovvero, se i gas serra non erano così fondamentali allora, perché dovrebbero esserlo oggi?

Argomento appetitoso per i negazionisti.

Innanzi tutto si noti che, entrambi gli articoli, non stanno riscrivendo il ruolo del CO2 , ma più semplicemente sottolineano quanto sia sensibile il sistema climatico, ecco perché l'andamento delle emissioni a partire dall’era industriale deve continuare ad essere considerato allarmante.

Inoltre confondere quanto dovuto agli innegabili cicli orbitali con il forcing radiativo è un errore fisico fondamentale. I dati di Allan Hills confermano infatti che allora, privi della componente antropogenica, il ciclo del carbonio era stabile, e modulava le oscillazioni naturali della temperatura all'interno di un sistema ciclico, per intere ere geologiche. Le emissioni antropiche hanno ora aumentato il tenore in CO2 a 430 ppm – oltre il 50% sopra quella linea di stabilità del ciclo naturale e con un’accelerazione evidente negli ultimi decenni - creando un enorme squilibrio termico. La fisica ignora i passati cambiamenti della circolazione oceanica e oggi reagisce solo all'energia intrappolata dal carbonio in eccesso. Dire che il CO2 non è la manopola di controllo è come dire che i freni non funzionano perché un'auto una volta ha rallentato in salita.

Questi studi, ancora una volta, dimostrano che siamo usciti dal confine stabile del Pleistocene in un nuovo regime energetico planetario. La Terra saprà ritrovare l’equilibrio, con o senza l’umanità.

Abbaimo l'opportunità, rara, di osservare le transizioni climatiche degli ultimi 3 milioni di anni grazie all'utilizzo di ghiaccio antartico eccezionalmente antico. I dati sono interessanti, ma il ghiaccio è molto compresso e discontinuo, il che significa che le registrazioni riflettono principalmente le tendenze a lungo termine piuttosto che le ampie oscillazioni di CO₂ tra periodi glaciali e interglaciali che sappiamo essersi verificate.

Il messaggio chiave è che variazioni relativamente piccole nella forzante climatica possono spingere il sistema terrestre oltre determinate soglie, alterando il volume dei ghiacci, la circolazione oceanica e l'immagazzinamento di calore negli oceani. Questo concetto non è nuovo, ma le ricostruzioni della temperatura a partire dai tenori in gas nobili del secondo studio contribuiscono a rafforzarlo, dimostrando che la transizione climatica Plio-Pleistocene è stata accompagnata da un raffreddamento oceanico a lungo termine piuttosto che da un grande cambiamento nella CO₂.

Inoltre le transizioni climatiche sono sempre associate a un cambiamento nel contenuto di calore oceanico, ma è importante notare che nessuno, tanto meno gli autori, propongono questa come una connessione causale. Il contenuto di calore oceanico è di per sé una misura del cambiamento climatico generale, e il massimo che si può affermare da questi dati è che la tendenza generale al raffreddamento dal Pliocene (con un emisfero settentrionale non interessato dalle glaciazioni) all'era dei cicli glaciali-interglaciali del Pleistocene è correlata al contenuto di calore oceanico.

Un altro mondo

Misurazioni e tecniche più avanzate dimostrano che le variazioni dei gas serra non sono state il fattore principale dell’antico raffreddamento globale. È certamente un risultato importante, ma non del tutto inaspettato, dato che in questo sistema climatico passato il Nord e il Sud America si erano appena uniti con la formazione dell’istmo di Panama, alterando in maniera radicale la circolazione oceanica: i modelli meteorologici e le circolazioni oceaniche funzionavano in modo molto diverso. Una volta che il mondo ha dato il via alla presenza di ghiaccio nell'Artico e nei continenti settentrionali, le bolle di aria fossilizzata intrappolate in altre carote di ghiaccio più profonde dimostrano che i gas serra hanno invece svolto un ruolo di primo piano nell'amplificare le più recenti oscillazioni climatiche naturali, guidate dai cambiamenti periodici dell'orbita terrestre attorno al sole nell'arco di decine o centinaia di migliaia di anni.

Ma il contenuto di CO₂ attuale, e la velocità con cui si è concentrato, è enormemente superiore ai livelli osservati nei cicli glaciali naturali degli ultimi milioni di anni e, come ampiamente trattato su questo blog, molteplici prove dimostrano che è un fatto indiscutibile che l'aumento dei gas serra stia attualmente riscaldando il nostro clima.

Attenzione massima quindi alla nuova corrente climascettica in arrivo. Studi come questi, se rilanciati con veemenza a partire dai loro titoli (Broadly stable atmospheric CO2 and CH4 levels over the past 3 million years e Global ocean heat content over the past 3 million years) sono ghiottonerie per affermare quella del riscaldamento globale causato dall’attività umana è una storiella politica, che la Panda della nonna è la causa e l’auto elettrica la panacea di tutti i mali. O peggio, che i ricercatori cavalcano l’onda del catastrofismo per ottenere continui finanziamenti e, per finire, che la decarbonizzazione è di sinistra, estrema sinistra. Roba che Giorgio Gaber ci avrebbe riscritto una canzone.

Le cose stanno come le ho raccontate tante volte su queste pagine. Basta leggere.

28 agosto 2026

Incertezze scientifiche e scetticismo climatico - Seconda parte

A poche ore dal disastro in Nepal ecco un caso concreto di ciò che ho cercato di spiegare e che in questo secondo di due post cercherò di approfondire, non la singola prova del cambiamento climatico. L'incertezza non cancella il rischio, e i sistemi complessi producono eventi interconnessi che non sono frutto del caso, ma percorsi contingenti che finiscono per incontrarsi. Incertezza scientifica e rischio quantificabile/probabile vanno distinti: non serve dire che il cambiamento climatico ha causato direttamente questo evento per mostrare che il riscaldamento rende più instabili ghiacciai, permafrost e versanti d’alta quota. Questi ultimi sono aspetti noti.

Riporto comunque due analisi recenti e dettagliate degli eventi, la prima pubblicata su "Il Dolomiti" e la seconda, riferita allo studio USGS, su "The Guardian"

Anche se impossibile attribuire con certezza il coinvolgimento del cambiamento climatico,  c'è un'elevata probabilità che sia una delle concause. Il Nepal non dimostra da solo il cambiamento climatico, così come non lo dimostra una singola ondata di calore. Ma mostra in modo tragicamente concreto come un sistema montano già fragile possa reagire a nuove condizioni climatiche: ghiacciai che arretrano, pareti rocciose debolmente cementate dal ghiaccio, laghi glaciali più instabili, pendii più esposti, fiumi capaci di trasformare un collasso locale in una catastrofe a valle.

Il disastro avvenuto tra Nepal e Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio non sia un esercizio accademico: dalle prime ricostruzioni emerge una sequenza di collasso glaciale, frana, detriti e piena improvvisa, cioè proprio quel tipo di pericolo a cascata che i sistemi montani riscaldati e resi più instabili possono rendere più probabile. Non significa attribuire ogni singolo evento, in modo semplicistico, al cambiamento climatico; significa però riconoscere che ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili, infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora una volta a scegliere l’inazione.

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Dopo aver trattato nella prima parte la complessità della scienza che c'è dietro le ricerche sul cambiamento climatico vediamo qui come questo sia spesso raccontato come una disputa tra opinioni in apparenza equivalenti, ma il quadro scientifico è molto più solido di quanto suggerisca il rumore mediatico. Le incertezze esistono, perché il clima è un sistema complesso e interdisciplinare, ma non cancellano le evidenze: le attività umane hanno aumentato i gas serra, alterando atmosfera, oceani, ghiacci e cicli naturali. Proviamo dunque a separare il dubbio scientifico legittimo dalla negazione usata per rinviare le scelte. I modelli non sono perfetti, ma indicano con coerenza una tendenza al riscaldamento e rischi crescenti. Attendere una certezza assoluta significa trasformare l’incertezza in immobilismo. Capire la scienza del clima, i suoi limiti e la sua forza, è oggi essenziale per pretendere decisioni più tempestive e responsabili.

Le incertezze scientifiche sul clima non negano le evidenze: spiegano la complessità e smontano lo scetticismo.

Controversie sul cambiamento climatico – scientifiche!

Argomenti controversi

Le controversie scientifiche hanno a che fare soprattutto con l’elevata complessità del sistema climatico globale, e in particolare con i meccanismi che potrebbero mitigare il riscaldamento globale. Il nodo è capire se esistano feedback negativi capaci di ridurre o annullare gli effetti dell’aumento dei gas serra, o persino di diminuirne la concentrazione atmosferica. Nel sistema climatico agiscono però anche feedback positivi: una Terra più innevata, ad esempio, riflette più energia solare nello spazio e favorisce ulteriore raffreddamento, così come la fusione del ghiaccio delle banchise polari espone le acque più scure, che si scaldano ulteriormente, accelerando la fusione stessa.

I modelli attuali indicano che molti fattori, come vapore acqueo, neve e ghiaccio, tendono probabilmente ad amplificare il riscaldamento, mentre altri, come nubi e correnti oceaniche, hanno effetti misti e ancora incerti. Questa incertezza, da sola, non giustifica però lo scetticismo verso l’azione climatica: non esistono motivi solidi per presumere forti retroazioni negative più di quanto ve ne siano per temere feedback positivi più intensi del previsto. Alcune voci contrastanti seppur autorevoli sostengono invece che i modelli usati dall’IPCC assumano ampi feedback positivi legati al raddoppio del CO2 atmosferico e che cambiamenti in correnti oceaniche, nubi e venti d’alta quota possano spiegare meglio il ritiro di ghiacciai e ghiaccio marino rispetto ai gas serra. Inoltre, argomento cavallo di battaglia sia degli scettici che dei negazionisti, l’IPCC sottovaluterebbe le teorie sulle variazioni dell’attività solare, pur riconoscendo che perfino la comunità scettica è divisa sul ruolo primario del Sole nelle recenti variazioni climatiche. Volendo approfondire quanto accennato in precedenza basti dire che è provato che negli ultimi 40 anni, mentre le temperature medie aumentavano con regolarità, l’attività solare è rimasta pressoché costante. Inoltre, se l'aumento della produzione solare fosse la causa principale dell'attuale riscaldamento, ci aspetteremmo di vedere un riscaldamento in tutta l'atmosfera, compresa l'atmosfera superiore (stratosfera). Invece, le osservazioni mostrano il riscaldamento nella bassa atmosfera (troposfera) e il raffreddamento nella parte superiore dell'atmosfera. A comprovare quindi il riscaldamento dovuto ai gas serra, in cui il calore è intrappolato più vicino alla superficie terrestre, mentre la stratosfera, che in genere irradia calore, si raffredda a causa della minore fuoriuscita di calore dal basso.

Le conclusioni sui feedback restano discutibili perché persistono incertezze sulle prestazioni dei modelli, soprattutto nel confronto con i dati passati: un limite prevedibile, dato che il clima è un sistema molto complesso e non ancora pienamente compreso. Rimane incerta anche la distribuzione geografica del cambiamento climatico. Infine, che ruolo assegnare ad enti, fondamentalmente think tank di stampo conservatore, come il George C. Marshall Institute? Questo ad esempio, si è dotato di un gruppo di scienziati piuttosto scettici sulle cause antropogeniche del riscaldamento climatico, sostenendo che i flussi naturali di CO2 tra superficie terrestre e atmosfera siano in media circa venti volte superiori al contributo umano e che le previsioni climatiche derivino da modelli informatici incompleti, quindi da ipotesi più che da fatti scientifici; concludendo che, qualunque sia la minaccia climatica per l’umanità, essa sarebbe molto probabilmente naturale e non antropica.

Anche se le evidenze empiriche fossero compatibili con l’assenza di un riscaldamento antropico, queste mostrano comunque un andamento coerente con l’esistenza di un reale problema di riscaldamento globale. Il paradosso sta nel fatto che la tesi scientifica sul cambiamento climatico potrebbe non essere confermabile solo per via empirica. Tuttavia, il log delle temperature non è l’unica prova: esistono anche solide ragioni teoriche di preoccupazione, fondate su meccanismi fisici e chimici ben compresi che possono produrre riscaldamento globale.

Non potendo comunque negare il riscaldamento in atto, e questa estate abbiamo visto tutti come anche i più accesi scettici radicali abbiano ammesso l’incremento palese, il principale dibattito scientifico riguarda l’aumento della temperatura globale e il possibile ruolo delle attività umane. Le registrazioni sistematiche delle temperature globali iniziano nel 1860, mentre le misurazioni satellitari sono disponibili solo dal 1979. Benché i satelliti forniscano prove dirette del recente riscaldamento, alcuni scienziati sostengono che tali dati non coincidano con le rilevazioni superficiali, non dimostrino chiaramente il riscaldamento e manchino di una linea di base definita. È vero che gli ultimi due decenni sono stati i più caldi della storia umana, ma questi scienziati affermano che il clima mostra anche una forte variabilità a breve termine e, dalla fine dell’ultima glaciazione circa 10.000 anni fa, appare sorprendentemente stabile rispetto ai 100.000 anni precedenti. Di studi verificati e sottoposti a revisione paritaria però non è che ce ne siano così tanti…

Ci sono invece studi autorevoli che concludono che il cambiamento climatico potrebbe essere in larga parte irreversibile: con l’aumento delle emissioni di CO2, i cambiamenti ambientali di lungo periodo cresceranno e i danni potrebbero persistere anche dopo un eventuale controllo delle emissioni. Ciò vale per alcuni gas serra come CH4 e N2O, ma soprattutto per il CO2: interromperne le emissioni non fermerebbe subito il riscaldamento. Il cambiamento potrebbe durare oltre mille anni, perché gli oceani, dopo aver assorbito calore e CO2, continueranno a rilasciare calore per secoli. Nel frattempo i decisori politici tacciono quando invece dovrebbero mostrare maggiore cautela e interventi tempestivi, nonostante le ormai timide voci provenienti dalle COP annuali, come l’ultima COP30.

L’aumento della temperatura globale è coerente con le previsioni scientifiche relative all’incremento di CO2 e altri gas serra atmosferici. Alcuni scienziati sostengono però l’ipotesi opposta: l’aumento di CO2 sarebbe conseguenza del riscaldamento, non la sua causa. Un autorevole centro di ricerca (Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change) ha infatti affermato, nelle sette maggiori transizioni termiche dell’ultimo mezzo milione di anni, le variazioni di CO2 atmosferico non hanno preceduto quelle della temperatura, ma le hanno seguite di centinaia o migliaia di anni.

A prescindere dalla validità dello studio, smentito da più parti, questa è una vecchia domanda: ma fa più caldo perché c’è più CO2 o c’è più CO2 perché fa più caldo?  La risposta breve sarebbe che i polli non fanno le uova, perché nascono dalle stesse. La relazione tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, da parte del fisico anglo-irlandese John Tyndall, definitivamente consacrata dal lavoro di Svante Arrhenius del 1896 e senza dimenticare il ruolo dell’americana Eunice Newton-Foote già nel 1856. Che specifici incrementi di CO2 possano seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2 intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di temperatura. 

È vero che i cicli glaciale-interglaciale storicamente noti furono innescati da variazioni dell’orbita terrestre, e che queste modificarono anche i livelli atmosferici di CO2: i carotaggi nel ghiaccio mostrano infatti che, in diversi casi, l’aumento della temperatura precedette quello del CO2 di alcuni secoli. Le cause dipendono in parte dal fatto che gli oceani rilasciano CO2 quando si riscaldano e la assorbono quando si raffreddano, mentre i suoli emettono gas serra con l’aumento della temperatura. L’incremento dei gas serra amplificò poi il riscaldamento tramite un feedback positivo.

Ma, per quanto riguarda le variazioni riscontrate a partire dall’era industriale IPCC non ha dubbi: il recente rapido aumento della CO2 è dovuto soprattutto, se non esclusivamente, ad attività umane, in particolare all’uso dei combustibili fossili, che hanno liberato in un paio di secoli, una quantità di carbonio che ha impiegato milioni di anni per accumularsi; e avverte che il riscaldamento antropico può a sua volta stimolare ulteriori emissioni naturali di gas serra, rafforzando il feedback positivo.

Abbiamo già accennato al fatto che gli scienziati sostengono che l’aumento dei gas serra riscaldi la troposfera, dove essi sono più concentrati, e la superficie terrestre, mentre la stratosfera inferiore dovrebbe raffreddarsi. Le prime stime delle temperature troposferiche, basate su satelliti e palloni meteorologici, non mostravano però lo stesso aumento rilevato in superficie; per questo alcuni studiosi sostennero che tali osservazioni non confermassero la teoria del riscaldamento globale. Ma erano in errore perché le discrepanze sono state poi ricondotte soprattutto a problemi di raccolta e analisi dei dati: i satelliti rallentavano e scendevano leggermente di quota, mentre differenze tra strumenti satellitari e palloni sonda introducevano ulteriori incongruenze. Corretti questi e altri errori, il riscaldamento della troposfera risulta in sostanziale accordo con le tendenze osservate alla superficie.

Ancora sul ruolo del sole. Alcuni studiosi sostengono un forte legame tra aumento delle temperature terrestri e cicli solari. Le variazioni dell’emissione solare sono associate alle macchie solari, regioni più fredde e scure della superficie del Sole che seguono cicli di circa 11 anni. Quando l’attività solare cresce, il Sole emette leggermente più luce e calore, influenzando il clima terrestre. Tuttavia, pur esistendo indizi di un contributo solare al riscaldamento dell’inizio del Novecento, le misurazioni satellitari mostrano che negli ultimi 30 anni l’attività solare è cambiata pochissimo, con persino segnali di lieve declino. Ciò non basta a spiegare il recente aumento delle temperature globali, che richiede di considerare insieme fattori naturali e antropici.

 

E c’è chi ha persino chiamato in causa i raggi cosmici, nel tentativo di negare il ruolo umano, particelle provenienti dallo spazio che ionizzano l’atmosfera. Esperimenti di laboratorio suggeriscono che possano favorire la formazione di particelle coinvolte nello sviluppo delle nubi, che in genere raffreddano riflettendo la radiazione solare. Poiché un Sole più attivo ha un campo magnetico più forte, devia più raggi cosmici lontano dalla Terra: ne deriverebbero meno nubi e quindi un pianeta più caldo. Tuttavia, anche se questo meccanismo fosse rilevante, l’attività solare ha mostrato variazioni troppo deboli negli ultimi decenni per spiegare il recente aumento delle temperature.

Nello scenario medio di previsione, l’IPCC prevede che la temperatura globale potrebbe aumentare di 2-3 °C in questo secolo, un cambiamento superiore a quelli sperimentati negli ultimi 10.000 anni e difficile da gestire per molte società ed ecosistemi. Alcune aree potrebbero inizialmente trarre benefici dall’aumento del CO2, per il suo effetto fertilizzante sulle piante, ma con l’avanzare del cambiamento climatico gli impatti negativi tenderebbero a prevalere quasi ovunque. Diversamente, un’esegua minoranza di scienziati ritengono che l’IPCC sopravvaluti tali effetti e che non sia necessaria un’azione urgente: sottolineo che la maggior parte di costoro operano in campi di studio che nulla hanno a che fare con la scienza del cambiamento climatico.

Dal dibattito alla negazione, passando per lo scetticismo

Molte discipline scientifiche contribuiscono allo studio del riscaldamento globale e del cambiamento climatico, ed è proprio l’interdisciplinarietà che ha portato alla nascita di due gruppi di scienziati: quello decisamente maggioritario e che gode del famoso 97 percento minimo di consenso, che attribuisce le variazioni climatiche soprattutto alle attività umane, e l’altro che le spiega, o meglio tenta di spiegarle prevalentemente con fenomeni naturali. Di conseguenza, le pubblicazioni sul tema tendono spesso a polarizzarsi tra l’attribuzione agli impatti antropici, talvolta associati a scenari catastrofici, e la negazione del ruolo delle emissioni umane di gas serra, spesso fondata sulla critica del contesto scientifico opposto. Entrambe le posizioni, tuttavia, quando in buona fede, richiamano metodi scientifici e fatti selezionati a sostegno delle proprie tesi.

La scienza del clima è così da anni al centro di un acceso dibattito sulle cause del cambiamento climatico e sulle azioni che i governi dovrebbero adottare. Le incertezze residue e la complessità del sistema climatico rendono la discussione difficile, ma nel tempo è emerso che entrambe le parti ricorrono spesso a modalità proprie del confronto politico per trarre conclusioni su un campo scientifico complesso. Scienziati di discipline diverse dovrebbero condividere linguaggio e ipotesi di partenza; nella pratica, però, ciò avviene raramente. Non ultima, un certo grado di ideologia si sovrappone al dibattito, schierando i cosiddetti conservatori per lo più dalla parte di chi nega l’origine antropica.

L’IPCC sostiene - non da sola ma assieme a dozzine di altri enti internazionali che si occupano di scienza del clima - che vi sia consenso, nei suoi gruppi scientifici multidisciplinari, sul ruolo principale delle emissioni umane di CO2 nel cambiamento climatico, affermando che l’influenza umana sul sistema climatico è chiara, che il riscaldamento è inequivocabile e che, dagli anni Cinquanta, molti cambiamenti osservati non hanno precedenti per decenni o millenni: atmosfera e oceani si sono riscaldati, neve e ghiaccio sono diminuiti e il livello del mare è salito. Al contrario, alcuni scienziati negano l’impatto antropico, accusano l’IPCC di allarmismo e sostengono che il mondo non sia oggi più caldo di prima, che sia iniziata una fase di raffreddamento nonostante livelli record di CO2, e che il clima sia sempre cambiato per cause naturali, rendendo inutili azioni preventive. Posizioni queste, al limite della negazione più radicale, e che sono state via via smontate col passare del tempo.


Ma dure a morire.


C’è ancora chi ammette che il CO2 possa contribuire al riscaldamento futuro, ma sostiene che ciò non giustifichi allarmismi né provi la responsabilità umana per il lieve riscaldamento osservato e ritiene inoltre che i modelli debbano essere errati se vengono usati per giustificare costose politiche climatiche. E chi afferma invece che il CO2 è alimento per le piante, ricordando che la vita si è evoluta con livelli molto più alti degli attuali, concludendo che l’aumento di CO2 favorisca biosfera e rese agricole.

Gli storici osservano che, quando la vita esplose sulla Terra oltre 500 milioni di anni fa, il CO2 era più di dieci volte superiore a oggi e la vita prosperava, ricordandoci inoltre che, 450 milioni di anni fa, nonostante  livelli di CO2 analogamente elevati, si ebbe un’era glaciale. Non a caso costoro sono anche coloro i quali, pur ammettendo alcune correlazioni ma poche prove di un rapporto causale diretto tra CO2 e temperatura globale su scala millenaria, concludono che climi caldi e glaciazioni avvenuti con concentrazioni molto alte di CO2 contraddicano l’idea che le emissioni antropiche siano la causa principale del riscaldamento globale.

Molte argomentazioni scettiche richiamano prove geologiche secondo cui in passato il CO2 costituiva una quota molto maggiore dell’atmosfera, mentre la vita prosperava su terre e oceani: ad esempio, si sostiene che gli attuali livelli di circa 400 ppm siano bassi rispetto alla storia geologica e all’evoluzione vegetale, che le previsioni dei modelli sul riscaldamento antropico siano esagerate e che un maggior tenore in CO2, lungi dall’essere un inquinante, possa favorire piante, animali ed esseri umani.

Altre posizioni, più o meno argomentando allo stesso modo, sostengono che l’aumento di CO2 antropico non abbia causato il riscaldamento, ma sia parte di cicli naturali degli ultimi 500 anni, valore che sembra uscito a caso: il riscaldamento globale dell’ultimo secolo, pari a circa 0,8 °C, sarebbe modesto rispetto ad almeno dieci grandi cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 15.000 anni, nessuno dei quali imputabile alle emissioni umane perché precedente all’era industriale.

Sulla base di dati satellitari, c’è chi conclude che il clima sarebbe meno sensibile ai gas serra di quanto indichino i modelli IPCC e che le emissioni umane di CO2 non basterebbero a spiegare il riscaldamento dell’ultimo secolo; e si arriva a respingere l’idea che gli eventi meteorologici estremi, come le inondazioni, provino l’impatto umano sul clima, accusando questa interpretazione di indurre politiche energetiche e ambientali dannose.

E ancora, chi nega a sua volta un ruolo antropico rilevante, attribuendo gran parte dei cambiamenti osservati a variazioni pluridecennali e plurisecolari delle correnti oceaniche profonde, considera non pericolosi i cambiamenti finora osservati, richiama i possibili benefici (ancora!) del CO2 sulla vegetazione e giudica i modelli climatici incapaci di riprodurre pienamente la complessità atmosfera-oceano. Tombola!

Altri sostengono che le variazioni dell’insolazione, dovute a fattori orbitali e solari, abbiano avuto un ruolo più rilevante del tenore di CO2 e CH4 nelle transizioni da periodi glaciali a interglaciali, e che mancano prove quantitative sufficienti per attribuire ai gas serra minori gran parte delle variazioni di temperatura e volume dei ghiacci negli ultimi 650.000 anni.

Chissà come mai la prestigiosa Royal Society osserva invece,  a nome di centinaia di suoi membri, che i gas intrappolati nei ghiacci polari mostrano livelli attuali di CO2 superiori di circa il 35% rispetto ad almeno gli ultimi 650.000 anni e attribuisce questo aumento soprattutto alla combustione di combustibili fossili, alla produzione di cemento e alla deforestazione.

Andando a fondo nella ricerca delle basi scientifiche di queste posizioni, pur espresse da scienziati, si scopre che, nel più frequente dei casi, sono state nel tempo smentite e confutate, ma anche che provengono da persone già note per le loro posizioni conservatrici, filogovernative e tese a fornire ai politici una scusa per non approvare politiche energetiche che comporterebbero, a breve termine, un aggravio di spesa, nonostante i loro vantaggi a lungo termine per le future generazioni. Oltre che, nella massima parte e come già detto, espresse da chi non s’è mai occupato di clima.

Altro argomento questo, trattato diverse volte su queste pagine.

Conclusioni

La comunità scientifica concorda in larga parte sul fatto che il cambiamento climatico non possa essere affrontato con metodi semplici, ma richieda approcci multidisciplinari complessi. Per ottenere risultati affidabili, gli scienziati devono condividere assunti di base su come le conclusioni climatiche siano prodotte e validate nei diversi campi coinvolti. La scienza del clima, infatti, usa metodi diversi da quelli delle discipline fondate su esperimenti di laboratorio controllati, impossibili da replicare per l’intero sistema climatico. Senza questa consapevolezza, il dibattito scientifico rischia di trasformarsi in confronto politico, regolato da logiche diverse da quelle della scienza.

Nonostante la loro sofisticazione, i modelli climatici globali restano approssimazioni della realtà: nemmeno i supercomputer più potenti possono descrivere ogni dettaglio del sistema climatico, e molti processi non sono ancora pienamente compresi. A una data concentrazione di gas serra la radiazione futura può essere stimata con buona precisione, ma l’impatto sul clima resta più incerto, anche perché parte del riscaldamento può essere mascherata da fattori come solfati e aerosol, che riflettono la radiazione solare e modificano le proprietà delle nubi.

Non vi è controversia sostanziale sul fatto che, dalla rivoluzione industriale, le attività umane abbiano aumentato in modo significativo la concentrazione atmosferica di gas serra, né sul fatto che tali gas trattengano più calore e riducano la dispersione di energia verso lo spazio. A parità di condizioni, quindi, un rafforzamento dell’effetto serra aumenta al di là di ogni ragionevole dubbio le temperature globali. Restano però discussioni su tempi, modalità e intensità della risposta climatica, poiché il ritardo tra emissioni, impatti e possibile inversione degli effetti può durare da decenni a secoli. Per questo le decisioni politiche di oggi avranno conseguenze di lungo periodo.

Ed ecco il punto da contrastare: l’incertezza delle previsioni climatiche viene spesso usata come motivo per rinviare l’azione in attesa di ulteriori ricerche. Tuttavia, nonostante limiti di misurazioni e teoria, le decisioni devono basarsi sulle conoscenze disponibili oggi, non attendere, forse invano, una soluzione migliore.

La maggior parte della comunità scientifica invita quindi ad agire con maggiore tempestività di fronte al cambiamento climatico antropico.

 

Riprendendo qui quanto anticipato all’inizio il disastro avvenuto tra Nepal e Tibet mostra, tragicamente, perché questa distinzione fra incertezza e rischio non deve essere un esercizio accademico: la sequenza degli eventi appartiene al campo delle probabilità che determinate condizioni possano scatenarne altre. Non deve essere l’attribuzione di un singolo evento al cambiamento climatico ma riconoscere che ghiacciai in ritiro, permafrost indebolito, versanti più fragili, infrastrutture esposte e comunità cresciute lungo corsi d’acqua sempre più rischiosi trasformano una vulnerabilità naturale in una catastrofe umana. È qui che l’incertezza smette di essere un alibi: quando le conseguenze possibili sono così gravi, attendere la prova assoluta del nesso causale equivale ancora una volta a scegliere l’inazione.


Aspetti che tutti dovrebbero sapere perché riguardano tutti noi.


La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.


Concludo con questa infografica (via Meteo Comiche Catastrofiche). Domande e dubbi, scientifici, legittimi. Cavalli di battaglia dei negazionisti titolati, argomenti da cherry picking, leve importanti per cercare di instaurare un dibattito laddove non c'è. Ma che invece devono invitare alla riflessione, alla ricerca, alla fiducia che va riposta nella scienza e che servono proprio ad aumentarla. E che riassumono quanto finora scritto.