02 ottobre 2024

La Regina Rossa. Cosa c'entrano le pandemie con la crisi climatica?

Mers, Sars, Ebola, Marburgh, Nipah, Hendra, Sars-CoV-2: i nomi di altrettanti virus che evocano scenari pandemici che l’intera umanità, in questo mondo altamente globalizzato, ha sperimentato sia di recente che più di una volta in passato, con conseguenze disastrose.

Le pandemie sono conseguenze di processi globali molto grandi, 
non lineari, lenti e progressivi, e che nascono come risultato concentrato nel tempo e nello spazio, come possono altresì esserlo il riscaldamento climatico e la crisi ambientale, o il clima stesso. La mente umana, evolutasi per favorire l’adattamento con reazioni legate soprattutto al qui e ora, fatica ad afferrare questi processi. E la loro manifestazione è di solito improvvisa, con potente, devastante, provocando numeri enormi di vittime, che in apparenza sembrano inevitabili, imprevedibili. Ma non è così.

Fenomeni di questo tipo, così come un disastro ambientale, un’inondazione, un evento atmosferico estremo, un terremoto, il crollo di un ghiacciaio o una frana, non possono certamente essere predetti in termini di tempo e luogo esatti, ma possiamo calcolare il rischio, la probabilità di verificarsi di un evento avverso.  E nonostante ci siano i mezzi per effettuare questo calcolo piuttosto bene, non lo facciamo quasi mai (qui un approfondimento sul calcolo dei rischi). L’esempio migliore viene proprio dal calcolo del rischio sismico: non sappiamo quando ci sarà il prossimo, ma sappiamo che in alcune regioni il rischio sismico è elevato e dunque la prevenzione deve essere realizzata al meglio delle possibilità.

Non sono calamità, emergenze, sciagure o fenomeni paranormali e al di fuori della nostra portata e controllo, o quanto meno al di fuori della nostra capacità di conoscere. 

E soprattutto non sono né ribellioni della natura avversa, né punizioni divine. La Natura non è un ente morale che giudica e reagisce, argomento approfondito qui.

Aumentare l'aspettativa di vita non è sostenibile. Una pandemia, come fu quella di Covid-19, è assolutamente prevedibile (e in effetti David Quammen lo fece). In ogni ecosistema si tende al punto di equilibrio tra prede e predatori, se aumentano gli uni calano gli altri e viceversa. Chi preda l'essere umano? Oltre a sé stesso ovviamente, le malattie rappresentano il nostro predatore, con una ricerca del punto di equilibrio interrotto o alterato dalla medicina e dalla farmacologia, oltre che dalle maggiori o minori condizioni generali di vita.

Così anche la malattia non è un'imperfezione o un imprevedibile evento, ma fa parte della natura stessa agendo come un meccanismo in grado di mantenere il sistema complessivamente in equilibrio.

Ma la malattia non è un predatore naturale, non si muore ovunque nello stesso modo. I paesi ricchi possono guarire facilmente dalla polmonite un bambino, ma in altre parti del mondo si muore così, soffocati, a pochi mesi di vita. Non si può avere tutto da una parte quando dall'altra si muore per una sciocchezza.

Per quanto possa sembrare strano vale lo stesso per le pandemie o meglio, per il rischio pandemico. La recente pandemia da Sars-CoV-2, infatti, non è stata solo un problema scientifico e sanitario, affrontato come un'emergenza o una calamità, ma anche un problema ecologico.

Da un punto di vista evoluzionistico, la pandemia non è che l'ultimo capitolo di una storia molto più lunga iniziata circa tre miliardi di anni fa con la comparsa dei primi virus sul pianeta è segnata da alcune svolte decisive. La prima, circa 600 milioni di anni fa, quando dopo oltre due miliardi e mezzo di anni passati a lottare contro i batteri (un approfondimento qui), i virus si sono evoluti in modo tale da infettare anche gli organismi multicellulari come piante e animali. La seconda risale a poco più di 200.000 anni fa e coincide con la comparsa dei nostri primi antenati Homo sapiens in Africa. Infine la terza, la cosiddetta transizione neolitica che, al termine dell'ultima glaciazione 11.700 anni fa, portò alla domesticazione di alcuni animali e alla nostra sempre più stretta convivenza con loro e con i loro agenti patogeni.

Le traiettorie evolutive dei virus e della nostra specie si sono intrecciate in modo sempre più profondo, tanto che oggi sappiamo che ben l'8% del nostro DNA è di origine virale. In passato, infatti, alcuni retrovirus hanno infettato le cellule germinali dei nostri antenati, che sopravvivendo hanno trasmesso questo materiale genetico alle generazioni successive. Grazie a questi inserimenti dall’esterno di nuove componenti genetiche (questo meccanismo, utilizzato da miliardi di anni dai batteri, è stato raccontato qui), ha consentito col tempo a far sì che i virus diventassero parte di noi: alcuni geni di origine virale sono stati nel corso dell'evoluzione persino riutilizzati su funzioni essenziali per la nostra sopravvivenza, come ad esempio per lo sviluppo della placenta.

Ovviamente le differenze tra noi e i virus restano profonde aiutando a spiegare alcune dinamiche osservate anche durante l'ultima pandemia.

I virus, a differenza di animali complessi come Homo sapiens, sono «macchine darwiniane» quasi perfette. Devono fare una sola cosa nella vita: moltiplicarsi usando le cellule degli altri come veicoli di diffusione, hanno una struttura semplice ed efficiente, quale ad esempio una semplice capsula proteica che racchiude un filamento di RNA, e ciò permette loro di minimizzare le risorse biologiche necessarie per riuscire a infettare e replicarsi. I virus, in quanto parassiti obbligati, obbediscono a una sola e semplice logica: fare più copie possibili di se stessi utilizzando le cellule di altri organismi come mezzi. Il sogno di tutti i virus è fare il cosiddetto «salto di specie», Riuscire a infettare le cellule di nuovi ospiti, aprendo così una prateria sconfinata di nuove possibilità di replicazione.

Nel caso di Sars-CoV-2, Il salto di specie in Homo sapiens, molto probabilmente è avvenuto in un grande e promiscuo wet market, luoghi dove la promiscuità è altissima e le condizioni igieniche pessime; anche se non ancora del tutto chiarito ha avuto diversi passaggi e ricombinazioni a partire da un coronavirus di pipistrello. Il passaggio al genere umano ha permesso al virus di diffondersi in pochissimo tempo in tutto il mondo, ottenendo così un grande successo evolutivo fra quasi 8 miliardi di potenziali ospiti.

Inizia quindi a delinearsi il concetto di «rischio pandemico», continuamente presente e da non sottovalutare, come di recente visto nel caso dei contagi dal cosiddetto «vaiolo delle scimmie».


Come qualsiasi organismo sottoposto ad evoluzione per selezione naturale, ogni errore di copiatura del materiale genetico può determinare l'emersione di una nuova variante in grado di aumentare la capacità del virus di infettare nuove cellule, di replicarsi in modo più veloce ed efficiente, oppure di aggirare le nostre difese, portando così un nuovo ceppo al diffondersi e a sostituire gli altri; esattamente quanto visto nel caso delle numerose varianti del Sars-CoV-2. Grazie al processo darwiniano di mutazione casuale e selezione i virus possono continuare ad adattarsi per eludere le difese delle specie. Ogni nuova difesa introdotta dalla specie ospite produce infatti a sua volta una «pressione selettiva» sui virus, creando le condizioni affinché le mutazioni casuali che portano a una maggiore resistenza del virus abbiano successo e si diffondano.

Colgo l'occasione per ribadire un concetto: è del tutto errato dire e scrivere, come purtroppo hanno fatto anche alcuni scienziati, che il virus evolve strategie adattative «per» eludere i vaccini, o che i vaccini «causino» direttamente le mutazioni di resistenza. Nel primo caso si tratterebbe di un'evoluzione direzionata e intenzionale, cioè di una concezione finalistica del processo che è estranea alla scienza. Nel secondo caso si tratterebbe di un processo lamarckiano in cui la mutazione ereditabile è indotta direttamente dal cambiamento ambientale (il vaccino, rispetto al virus), ma così non è. Ciò che avviene è invece un classico processo darwiniano «variazionale», cioè di selezione e filtraggio ambientale di mutazioni spontanee.

Questo continuo gioco di mosse e contro mosse, adattamenti e contro-adattamenti tra una specie ospite e un patogeno, in biologia evoluzionistica è nota come «corsa della Regina Rossa» (la incontrammo anche qui) o corsa agli armamenti evolutiva.

Il fenomeno prende il nome da un passaggio del secondo capitolo di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll, dove Alice osserva che, nonostante lei e la Regina Rossa abbiano corso parecchio, in realtà non si sono affatto spostate. La Regina Rossa, per nulla stupita, le risponde che è normale: «Qui, come vedi, correndo finché puoi, resti nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche parte, devi correre almeno due volte più veloce di così!». Chi rimane fermo indietreggia, chi corre rimane fermo e per avanzare occorre correre il doppio.

La corsa della Regina Rossa racchiude un concetto importante: in un sistema dinamico bisogna muoversi per mantenere la posizione. Biologicamente parlando due specie antagoniste che vivono nello stesso ambiente (una pianta e il suo insetto impollinatore, ospiti e parassiti) tendono a co-evolvere per mantenere la propria posizione, ovvero «corrono» in senso evolutivo, sviluppando co-adattamenti reciproci solo per «rimanere ferme» l’una rispetto all’altra, e sopravvivere.

Ebbene, in questa corsa contro i virus, siamo noi mammiferi partire svantaggiati. Non solo i virus mutano assai più velocemente, ma quella umana è diventata a tutti gli effetti una specie ospite perfetta per i virus. Come i pipistrelli, anche noi siamo mammiferi molto mobili e sociali. Ma i pipistrelli i pipistrelli hanno evoluto una straordinaria capacità di bilanciare in modo efficace le reazioni di difesa e tolleranza ai virus e raramente il loro sistema immunitario eccede nella risposta.  Noi Homo sapiens non abbiamo invece la stessa capacità di modulare le crisi infiammatorie provocate da patogeni come un coronavirus, e possiamo subire una crisi sistemica. Per questo motivo, quando questi animali vengono infettati da virus per noi terribili come Mers, Sars, Ebola, Marburgh, Nipah, Hendra o Sars-CoV-2, difficilmente si ammalano in modo grave. E ciò non deve sorprendere: la corsa dei pipistrelli è in atto da ben 64 milioni di anni, distribuita su 1400 specie, contro la nostra unica specie presente sulla terra da appena 200.000 anni.

Oltre alle caratteristiche biologiche del virus, alla sua biodiversità (almeno 5.000 coronavirus diversi nella sola Cina) e alla sua estrema velocità di mutazione, se guardiamo alla nostra corsa contro gli agenti patogeni in generale, e non solo contro un determinato virus, vi sono diversi altri elementi a nostro discapito che non possiamo ignorare.

Questa è la ragione evolutiva profonda del rischio pandemico.

Negli ultimi due secoli la popolazione umana sul pianeta è cresciuta a ritmi vertiginosi e nel 2022 ha superato gli 8 miliardi di esseri umani, il doppio di quanti ce n'erano negli anni Settanta e più del quadruplo di quanti ce n'erano quando l'umanità fu colpita dalla precedente grande pandemia, quella dell'influenza spagnola, un secolo fa. Oggi la maggioranza assoluta di questa popolazione (54%) vive in centri urbani densamente popolati connessi tra loro a livello globale. Se da una parte questo consente di scambiare idee bene in come mai prima nella storia, dall'altra permette ai virus di diffondersi a grande velocità, imbarcandosi con i loro ospiti sui voli intercontinentali. Homo sapiens rappresenta quindi l'ospite ideale per i virus, sia perché mette a disposizione miliardi di individui tra loro vicini da infettare, ma anche perché, unica tra tutte le specie, è in grado di cambiare emisfero in pochissime ore.

La trasformazione dell’ambiente operata in modo drammatico nel corso degli ultimi secoli rappresenta un altro fattore di rischio cruciale. Ciò che i biologi chiamano «costruzione di nicchia», ovvero la modificazione dell’ambiente circostante da parte di una specie per adattarlo alle proprie esigenze, per Homo sapiens ha portato a trasformare il mondo in un posto meno ostile e più adatto alla nostra sopravvivenza: dal Neolitico in poi non abbiamo mai smesso di farlo, a livello planetario, pressoché ovunque, al punto che se escludiamo i ghiacciai, i quattro quinti delle terre emerse mostrano i segni più o meno profondi dell'influenza umana: appena il 20% del pianeta non presenta (ancora) segni di presenza umana. Siamo come castori fuori controllo. Come questi animali che, costruendo dighe, alterano in modo significativo l’ambiente circostante, creando specchi d’acqua ferma e generando nuove nicchie ecologiche per altri organismi, anche noi siamo ingegneri ecosistemici, non gli unici ovviamente, che trasmettono alle generazioni seguenti molto più che geni e culture: lasciamo loro anche un’eredità ecologica sotto forma di un ambiente alterato e diverso.

Ma i vantaggi a breve termine delle trasformazioni ambientali possono essere una trappola perché possono trasformarsi in svantaggi molto più significativi sul medio e lungo periodo a danno delle generazioni future. L’evoluzione non prevede il futuro: agisce solo sul presente e su ciò che ha a disposizione. Questo, ad esempio, è proprio il caso della crisi climatica in corso. La costruzione di una nicchia modellata esclusivamente sui bisogni presenti è pericolosa, anche dal punto di vista epidemiologico. Col clima che cambia, e con esso la statistica degli eventi meteorologici, infrastrutture e istituzioni atte gestire la variabilità del clima e progettate per rispondere alle diverse esigenze storiche, non sono più calibrate per ciò che ci aspetta. La distruzione miope dell’ambiente non solo inoltre costituisce un contributo al riscaldamento globale ma avvicina pericolosamente le specie animali portatrici di virus in grado di effettuare il «salto di specie», la zoonosi, cioè malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Esiste una relazione profonda tra crisi ambientale e pandemie.

La distruzione sistematica delle foreste pluviali, a cominciare dall’Amazzonia, che continua a perdere foresta al ritmo di almeno 12.000 kmq l’anno (l’equivalente di 4.000 campi da calcio ogni giorno!), ha ridotto in modo drastico gli habitat di animali amplificatori di virus costringendoli a cercare cibo nelle zone abitate, e ogni volta che uno di questi animali selvatici entra in contatto con un essere umano esiste la possibilità che un virus finora ignoto faccia il temuto salto di specie. È già successo in Africa, dove tra il 2014 e il 2017 numerosi focolai di Ebola si ebbero proprio a causa del disboscamento progressivo.

La concentrazione di miliardi di animali in allevamenti intensivi, per soddisfare il bisogno di prodotti animali a basso costo, ha creato le condizioni ideali per la diffusione dei virus, ingaggiando una corsa della Regina Rossa sempre più veloce e competitiva.

Ciò vale anche per gli altri microbi: i batteri. A causa dell’abuso degli antibiotici questi stanno sviluppando forme di resistenza anche a cocktail di antibiotici, un rischio questo estremamente sottovalutato.

Infine, ma non la fine, altri comportamenti pericolosi sono legati al quarto traffico illegale più lucroso al mondo, dopo armi, droga ed esseri umani: quello della cattura e commercializzazione di animali esotici, destinati al consumo o all’utilizzo di loro parti per cosiddette medicine alternative o legati a riti e superstizioni altrettanto primitive.

In definitiva, un avversario già di suo estremamente pericoloso, corre ancora più veloce grazie alla costruzione di nicchie ecologiche antropiche, e ci costringe a correre ancora più velocemente per non perdere terreno, un terreno che è stato trasformato da noi stessi.

Le mutazioni sono casuali e si accumulano in modo direttamente proporzionale alla quantità di virus in circolazione. Appare ovvio che l’ultima cosa che va permessa è lasciare che il virus circoli liberamente in mezzo mondo. E’ quel che invece sta accadendo con Sars-CoV-2: nelle zone più povere del mondo miliardi di persone non hanno avuto accesso nemmeno alla prima dose, rendendo vane le promesse di equità vaccinale che vede i paesi progrediti fare scorta di vaccini che potrebbero rivelarsi inutili viste le continue variazioni. Ecco perché quest’ultima crisi pandemica si protrarrà per anni.

E tornando a quanto si diceva all’inizio, l’arma vincente in nostro possesso da opporre a questo quadro evolutivo ed ecologico, è ancora una volta la prevenzione. Proprio come quella antisismica, che nel nostro paese sembra esprimere finalmente i primi vagiti, come quella climatica, che continuiamo ad ignorare. Investire oggi per evitare problemi domani, con notevole risparmio economico: è stato dimostrato che fare prevenzione primaria in campo epidemiologico costerebbe un ventesimo rispetto ad un intervento tardivo su un agente patogeno che abbia già fatto il salto di specie.

La prevenzione non è un costo, ma un investimento per pagare molto meno dopo, impegnandosi eticamente a non scaricare sulle prossime generazioni il nostro debito ambientale. L’evoluzione non riguarda solo età remote di dinosauri e libellule giganti, ma più spesso parla al nostro presente.

Se sappiamo cosa sta succedendo, lo possiamo prevenire, e al resto possiamo adattarci. 

Che si tratti di rischio ambientale o rischio pandemico non ha importanza...anche perché i due aspetti, sono più legati di quanto si pensi

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Riferimento bibliografico
Telmo Pievani - La natura è più grande di noi









27 settembre 2024

Dissipare. Dilapidare. Sprecare. Sperperare. Sciupare. Scialacquare.

Un antico proverbio Navajo dice: «non ereditiamo la terra dai nostri antenati, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli».


La Global Footprint Network, società senza scopo di lucro, dal 2003 svolte innumerevoli attività in campo ecologico, a cominciare dal calcolo e dalle valutazioni dell’impronta ecologica che l’umanità lascia, con tutte le sue attività, sul nostro pianeta; tra le tante cose si occupa anche di calcolare un curioso parametro, il cosiddetto “Earth Overshoot Day”.

Immaginate che abbiate vinto alla lotteria o, visto come la penso, che abbiate ricevuto una cospicua eredità che vi fornisca un budget annuale con gli interessi che matura. Però ai primi di maggio lo avete già speso tutto e vi tocca andare a lavorare oppure intaccare il capitale, o dovrete fare debiti. L’anno successivo accadrà lo stesso, e i debiti si accumuleranno inesorabili, debiti che a un certo punto qualcuno dovrà saldare, e anno dopo anno quella data si avvicina sempre più all’inizio dell’anno finché, uno di questi a venire, sarete già indebitati al 1° gennaio.

E’ quanto sta accadendo in Italia e nel mondo nel rapporto tra le attività umane e le risorse naturali.

Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il 1° di agosto. I dettagli sul calcolo sono disponibili qui. Nel 1972 era il 10 dicembre, negli anni Ottanta è passato da novembre a ottobre e nel 2000 cadde il 22 settembre per poi velocemente galoppare fino al 1° agosto attuale. Questo è il giorno in cui, sui 365 giorni totali, l’umanità raggiunge la soglia di consumo di risorse naturali pari alla capacità della Terra di rigenerarle. Segna cioè la data in cui la domanda di risorse e servizi ecologici dell'umanità in un dato anno supera ciò che la Terra può rigenerare in quell'anno. Per sostenere questo deficit, proprio come l’ereditiero spendaccione, si liquidano le scorte di risorse ecologiche e si accumulano rifiuti, principalmente anidride carbonica nell'atmosfera.


Il termine «sostenibile», oggi abusato, aveva in origine un significato legato al mondo forestale: gestire una foresta tagliando soltanto quanto possa rigenerarsi nella stagione successiva. In breve, se mettiamo su un piatto della bilancia le risorse che la Terra è in grado di rigenerare ogni anno, la cosiddetta biocapacità, e se l’umanità consumasse ogni anno la stessa quantità di risorse, allora questa capacità planetaria sarebbe sostenibile. Purtroppo da oltre mezzo secolo non è più così e ci si allontana sempre di più dal punto di equilibrio.

Al passaggio di quella data si inizia ad andare oltre, a fare debiti che graveranno soprattutto sulle generazioni successive; da quel giorno viviamo al di sopra delle nostre possibilità. E siccome la mente umana è scarsamente preparata a gestire sistemi complessi, in senso metaforico e matematico, e non è affatto facile valutare l’impatto di tutte le attività umane, le retroazioni e gli effetti moltiplicativi del consumo e della distruzione delle risorse, c’è qualcuno che sostiene che quei calcoli siano addirittura sottostimati. E tutto questo nonostante il produrre per uno e consumare per quasi due possa essere squilibrato dal fatto che ci sono paesi che consumano fino a dieci volte più di altri.


E che questo parametro sia concreto è dimostrato dalla retrocessione del 2020, causata dalla pandemia di Covid-19, quando fu risospinto in avanti fino al 22 agosto, tre settimane dopo rispetto al 2019. Per soddisfare le nostre esigenze è stato calcolato che avremmo bisogno di 1,7 pianeti Terra e prima del 2050 saremo a 2 pianeti interi. Ma ne abbiamo uno solo, e le colonizzazioni marziane lasciamole agli scrittori di fantascienza come Bradbury o Weir.

Ovviamente sono medie, come il famoso un pollo e mezzo a testa in cui una delle teste si chiede che fine abbia fatto il mezzo pollo non pervenuto affatto sulla sua tavola.


Ci sono paesi che mostrano fortissime disparità con altre nazioni, tra questi l’Italia, in preoccupante settima posizione e con il suo overshoot day a metà maggio, addirittura sopra la Cina (che ha comunque un territorio enormemente maggiore in grado di assorbire gas serra). Pur tenendo in considerazione le osservazioni correttive fatte da alcuni scienziati, questa data non è un giochino per statistici, ma ha conseguenze nefaste sulle inevitabili conseguenze sulle inconsapevoli ed incolpevoli generazioni future.

All’insicurezza climatica se ne aggiunge una anche più pericolosa: l’insicurezza strutturale. Le maggiori riviste scientifiche mondiali, da quando è scattata l’infame guerra di aggressione contro l’Ucraina, stanno segnalando che il consumo crescente di risorse non rinnovabili aumenta la dipendenza da paesi inaffidabili, destabilizza intere regioni, genera conflitti e, ovviamente, fa aumentare i prezzi.

Il ritardo ormai trentennale nella transizione verso risorse rinnovabili, verso la riduzione dei consumi evitando gli sprechi dovuti all’apparente sontuosità del budget, dovrebbe condurci a rimarcare di più nel dibattito pubblico le gravi responsabilità di chi per tutto questo tempo, in buona o cattiva fede, ha contribuito a tale lentezza con argomenti speciosi e confusivi.

A quanto pare il dibattito pubblico in tal senso è amaramente assente. Forse perché argomenti come questo comportano scenari di processi troppo vasti e complicati per la nostra mente, tra l’altro per nulla abituata a ragionare in termini di benefici futuri lontani nel tempo, avidamente attaccata all’egoismo dell’oggi e subito. Dovremmo ripensare chi siamo e non vogliamo farlo, soprattutto in alcuni paesi estremamente ricchi di risorse naturali al punto da poterne sprecare a scapito del resto del mondo. Ed è proprio in questi contesti che si lascia la strada aperta ai negazionisti, ai complottisti, agli scettici del no a tutto che sbandierano i loro «va tutto bene!».

Certo, e ne scrissi qui, non deve mancare la speranza nel progresso, nel miglioramento delle capacità della Terra di rigenerare risorse, con nuove tecnologie in grado di moltiplicare l’efficienza di sfruttamento delle energie rinnovabili, nel perfezionamento di specie vegetali e animali e soprattutto nella ridistribuzione della ricchezza e nella drastica riduzione degli sprechi.

O forse ha ragione il grande naturalista David Attenborough, che con pessimismo disse: «chi crede nella crescita infinita su un pianeta fisicamente finito o è un pazzo o è un economista».

Personalmente resto ottimista, la creatività umana riuscirà prima o poi a trovare la soluzione che consentirà ad Homo sapiens di soggiornare ancora un po’ sulla Terra. Purché non si arrivi a quel punto già piuttosto malridotti come un ottantenne che potrà vivere fino a cento anni grazie ai progressi della medicina e della farmacologia…ma completamente rimbambito.

Ripeto, «non ereditiamo la terra dai nostri antenati, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli».



16 settembre 2024

Siamo un paese (bio)diverso

 

biodiversità

È di questi giorni la notizia che la Giunta Regionale abruzzese ha votato una delibera che prevede, a partire dal prossimo ottobre, l’abbattimento di 500 cervi, per contenere l’espansione di questi animali che furono appositamente reintrodotti in alcune zone della regione molti anni fa, talmente diffusi che li si può incontrare a volte tranquillamente a spasso di giorno nelle strade di alcuni paesi.

Non entro nel merito della decisione per non andare fuori tema, (personalmente non concordo, comunque occorre fare chiarezza sulla scarsa applicabilità delle alternative) ma ho voluto scrivere qualcosa sul difficile rapporto tra la ricerca del ritorno alle origini, del selvatico, e il necessario equilibrio con le esigenze territoriali mirate alla nostra stessa presenza, territori giunti fino a noi non tanto nonostante, quanto grazie alle trasformazioni attuate dalla nostra specie.

orso a spasso in abruzzo

Orsi, lupi, cinghiali, gatti selvatici, lontre, sciacalli dorati, linci, castori, cervi e immancabili volpi. Come fantasmi a quattro zampe si aggirano di notte, diffidenti e territoriali, scendono dai boschi verso le periferie di paesi e persino città, attratti dalla disponibilità e dall’abbondanza di cibo, pur temendo l’uomo

cinghiali per roma

Eppure ci sono più animali selvatici nelle favole che nel mondo. Il grado di antropizzazione è talmente elevato che se pesassimo tutti i mammiferi della Terra scopriremmo che oltre il 60 percento è rappresentato da animali da allevamento e un altro 30 percento abbondante è dato dal genere umano: quel che resta, solo il 4 percento, è dato dalla fauna selvatica, minacciato dalla caccia indiscriminata, dalla frammentazione degli habitat, da barriere rappresentate da strade senza attraversamenti per animali, da coltivazioni e urbanizzazioni pressoché infinite come ad esempio in Pianura Padana.

lontra
Ciò nonostante, siamo il paese che in Europa può vantare, quasi miracolosamente, la più alta biodiversità di piante e animali. Grazie alla conformazione irregolare del suo territorio, alla diversità degli ambienti e alla sua posizione di corridoio mediterraneo, in Italia vivono qualcosa come 10.000 specie di piante vascolari e 60.000 specie di animali. Da millenni siamo un laboratorio di biodiversità che si riflette anche della diversità culturale, linguistica e gastronomica del nostro paese.


Ma è una biodiversità a
rischio continuo.

È così che l’Italia selvatica non è ancora scomparsa del tutto, e addirittura rispunta, anche sottoforma di mandrie di cervi insostenibili. 

Consentitemi una divagazione. RaiPlay propone da anni diverse stagioni di una serie bellissima: Wild Italy, scritta, diretta, gestita e raccontata dal grandissimo Francesco Petretti, membro del comitato scientifico del WWF. Ne vedrete di incredibili...

La legge dichiara che la fauna selvatica è «patrimonio indisponibile dello Stato», i ripopolamenti selettivi sono stati voluti in numerose regioni (si pensi all’orso bruno in Trentino e in Alto Adige), l’abbandono delle montagne ha causato l’espansione dei boschi a favorire la diffusione delle specie selvatiche molto interessate ai nostri cervi, caprioli e camosci, e così piccoli branchi di lupi si sono ormai insediati stabilmente lungo tutta la penisola, dall’arco alpino fino alle Murge passando per la Maremma, sono stati visti persino sulle spiagge della Tenuta di San Rossore, l’isola ecologica protetta dal suo stato di tenuta riservata della Presidenza della Repubblica, oltre ad essere una splendida azienda agricola.

Oltre agli ormai residenti cervi, gli orsi marsicani, unici al mondo ed esclusivi di quelle zone d’Abruzzo, curiosi e golosi, passeggiano nelle strade dei piccoli paesi, e sono a rischio di estinzione dato l’esiguo numero di femmine adulte.

lupo appenninico

Dalla Slovenia sono arrivati, al pari dei lupi, gli splendidi, furtivi e opportunisti, sciacalli dorati del Balcani. Anche se sono meno di cento esemplari sparpagliati tra Nord Est, Emilia e Lombardia, qualcuno già sente i loro ululati serali.

Se le lontre scarseggiano resistendo nel Meridione, sono tornate a pescare nei torrenti alpini. Tornare è il verbo corretto, perché queste specie, come tante altre, erano autoctone nel territorio italiano molto prima della nostra presenza, e sono tornate inoltre a svolgere un prezioso ruolo di regolazione degli ecosistemi.

Ci sono specie con cui mantenere l’equilibrio è piuttosto difficile. I cinghiali, anche questi più o meno sciaguratamente e incoscientemente introdotti dall’uomo, sono voracissimi e dilagano ovunque, con avvistamenti di gruppi di madri e cucciolate a spasso per centralissime vie romane! Purtroppo spesso si ibridano con maiali al pascolo, e si ammalano mettendo a rischio la salute dei suini da allevamento.

Abbiamo anche gatti selvatici, schivi e timidissimi, ma comunque presenti con un migliaio di esemplari, e per restare tra i felini, addirittura una decina di linci italiane cacciano dal Friuli alla Val d’Aosta.

castoro europeo
Il castoro europeo, assente sul nostro territorio fin dal XVI secolo, è tornato, soprattutto nei boschi del Tarvisio, e un singolo maschio in cerca di una compagna, che troverà, è arrivato dall’Austria. Sono stati recentemente avvistati persino nella valle del Tevere in Umbria, e anche in Maremma. Certo, laddove presenti, qualche albero verrà abbattuto per le loro esigenze ingegneristiche, ma i loro sbarramenti contribuiscono ad accrescere la biodiversità, perché questi animali diversificano gli ecosistemi.

Tutte prove della sorprendente adattabilità della vita selvatica, che però non giustifica dover prenderla a fucilate per contenerla. Vedi i cervi di cui sopra...

Sono tornati gli animali così frequentemente rappresentati nelle opere medievali, nella saga del santo che parlava coi lupi. Ma non è una vittoria. Non ancora. L’antropizzazione in Italia resta schiacciante, con un incremento nel consumo di suolo che appare inarrestabile, con corsi d’acqua ingabbiati e coste cementificate.

E’ la vita selvatica che resiste e che dimostra come basti cessare le persecuzioni per vederla ripopolare gli angoli lasciati liberi dall’uomo, così come le piante tornano ad occupare qualsiasi interstizio non sia più sottoposto a controllo umano.

L’orso bruno trentino non sta invadendo le zone occupate e frequentate dall’uomo, sta tornando a casa sua, nelle vallate che abitava fino a metà Ottocento. Non è un alieno arrivato dallo spazio, va cercata la convivenza. E lo stesso dicasi per altre specie. 

Il nostro è un passato evolutivo ancora non del tutto scomparso, con la paura di essere predati e l’euforia della caccia, rito collettivo, il selvatico è un retaggio.

Le storie di questi animali migranti ci confermano ancora una volta che non siamo indispensabili.

Se per una qualche misteriosa ragione gli umani sparissero dalla nostra penisola, in pochissimo tempo la biodiversità si riprenderebbe i suoi spazi, fortunatamente.

Siamo un paese quindi diverso da molti altri, anzi, bio-diverso, manteniamolo.