10 novembre 2024

Imperfetti per fortuna

 

Giorni fa pubblicavo un post sulla potenza dell’anormalità. E come non scrivere anche dell’imperfezione, una delle caratteristiche della vita e motore dell’evoluzione?

Un ghepardo in corsa. Bellissimo, potente, velocissimo, nato per uccidere direbbe qualcuno. Una macchina da guerra perfetta. Perfetta? Mica tanto.

Trovate qualche documentario in cui mostrano, su un certo numero di tentativi di predazione, quante volte fallisce. Un minuto dopo ha il fiatone e deve sdraiarsi all’ombra: anche oggi si mangia domani.

Per cacciare il ghepardo si è specializzato sulla velocità immediata, trascurando altro. Specializzarsi significa anche rinunciare, fare un compromesso, purché funzioni.

Qualsiasi prodotto della natura non è finito: è un processo in corso. Perché gli scienziati non sono riusciti per lo meno ad imitare soluzioni naturali come la policromia del polpo o la fotosintesi clorofilliana? Perché quelli che ci appaiono, e lo sono, come prodigi, sono il risultato di miliardi di anni di tentativi ed errori.

Le caratteristiche di ogni specie, le variazioni individuali, si evolvono senza uno standard prefissato, esplorando le possibilità presenti innumerevoli, utilizzando il materiale a disposizione, riciclandolo e riadattandolo senza inventare dal nulla niente: purché funzioni, proprio come il compromesso del ghepardo.

L'imperfezione è ovunque

L'imperfezione è ovunque.

Rita Levi-Montalcini diceva che il nostro cervello è un accrocco di parti vecchie e nuove, riciclate e riadattate, altro che meraviglia dell’universo. I cloroplasti, organelli specializzati delle cellule vegetali all’interno dei quali avvengono le reazioni fotosintetiche, erano in origine batteri specializzati fagocitati e diventati parti simbionti di altri batteri. Il mal di schiena, i dolori del parto? Retaggi del bipedismo, riutilizzo di qualcosa che andava benissimo quando stavamo a quattro zampe come gli altri mammiferi. Persino il DNA, l’origine di tutto (più o meno) è un accrocco che contiene ridondanze e ripetizioni.

Sempre il solito (...) Charles Darwin scrisse che «la natura gronda di inutilità e l’imperfezione è il segno della storia». Ed è qui che il grande naturalista colse nel segno della sua rivoluzione: le specie non sono qualcosa a cui si mira idealmente, termine di processi finalistici, magari governati da entità metafisiche. Le specie sono popolazioni di individui concreti, ognuno diverso dagli altri, ciascuno portatore di piccole differenze che fanno la differenza. Inutile anelare a canoni ottimali di perfezione, di efficienza, di purezza, di bellezza formale.

Inutile e sbagliato, per quanto attraente per la maggior parte degli esseri umani. Se continuiamo a guardare il mondo, umano e non, attraverso la lente deformante dei tipi ideali, automaticamente salta fuori la diversità che assume connotati negativi, perché diverso viene inteso come deviazione dalla norma (ne ho scritto qui), qualcosa da interpretare come imperfetto rispetto al canone. Ciò comporta gerarchie di valori e persino in società apparentemente ugualitarie ci sarà qualcuno che si sentirà più uguale degli altri. 

Si è scritto come il mondo del web sia l’espressione prima del conformismo, dell’appiattimento, dell’omogeneizzazione, con tantissimi esempi di gruppi che nascono apposta per consentire a determinate individualità di sentirsi accolti: l’aspetto drammatico in tutto questo è che gli algoritmi e le piattaforme della rete, per nulla neutrali, sono progettati sulla base di precisi preconcetti che hanno come obiettivo quello di creare canoni di consenso, bolle di autoconvincimento e comunità digitali fondate sul pregiudizio, di modo che ogni «tribù» abbia un profilo sfruttabile commercialmente. Con l’aggravante che il tutto è ammantato da un’aura di libertà informativa e di democrazia dal basso. 

E così la mente umana, predisposta a certe scelte, fa sentire appagati coloro i quali si chiudono in queste comunità protettive, in piccoli e asfissianti «noi» digitali, ciascuno organizzato secondo standard propri di perfezione a cui conformarsi, nel look, negli idiomi, nei gusti o nei comportamenti.

La perfezione ha comunque un potere seduttivo notevole, e non è nemmeno corretto elogiare la morale o l’estetica dell’imperfezione perché, pur essendo naturale, non è positivo, né giusto di per sé, e men che meno piacevole.

Ciò che occorre, per evitare sofferenza, ansia, scarsa autostima e disagio da imperfezione, è sradicare gli stereotipi di perfezione socialmente indotti, vere e proprie fabbriche di pregiudizi e sensi di colpa, per eliminare una causa contestuale che aggrava quel disagio.

Non dovendo più corrispondere a pressioni esterne indebite ci sentiremmo consapevoli di essere diversi in molti modi. L’evoluzione si nutre sia delle differenze individuali ma anche delle diversità multiple: se gli altri seguono canoni di perfezione ognuno ha comunque il diritto di emanciparsene.

La natura non è un’autorità morale e non può essere invocata strumentalmente per condannare come «contro natura» tutto ciò che non piace.

Il nostro corpo imperfetto non è normale in quanto naturale. E non è solo un diritto da rivendicare contro pregiudizi e condanne sociali. È qualcosa di più profondo: è l’espressione della diversità individuale, che non può essere eliminata o soffocata nell’appiattimento sociale.

 Sono le ragioni evolutive di quell’imperfezione che ci hanno reso umani.

 


07 novembre 2024

Normale a chi? La Natura non è un ente morale.

Recentemente ho ricordato come la natura non sia un ente morale, come aveva già ben capito il grande filosofo scozzese David Hume, ed è per questo che non è nella natura che vanno ricercati il bene e il male. Insomma, prima di mettere la N, maiuscola, pensiamoci bene.

L’immagine appena inserita è del tutto arbitraria. Avrei potuto metterci qualsiasi cosa per rappresentare la natura come viene spesso immaginata, persino una di quelle pubblicità di prodotti “bio” che ti connettono con la natura.

Ciò nonostante, ci viene istintivo pensare che, se qualcosa è naturale allora è anche normale e giusto. Eppure in natura potremmo fare centinaia di esempi di eventi naturali che possono risultare disgustosi, o inaccettabili, se visti con il metro dell’etica e della morale umane.

Innanzi tutto che vuol dire normale? Chi non si conforma allo standard, alla norma appunto, è quindi deviante? Quanti pregiudizi e discriminazioni si sono avuti e si hanno tuttora adottando questa metrica?

E, di contro, non sono forse state le idee e le azioni di chi, persino da dentro una cella, non ha mai smesso di credere in idee che non seguivano la normalità di quelle che hanno portato a tirannie e schiavitù? Di chi non seguiva alcun «ordine naturale delle cose».

Le forme di normalità connesse alla natura possono essere distinte in tre forme diverse.

Normalità è la frequenza statistica di un certo comportamento o di un tratto morfologico o fisiologico. I lupi formano branchi e in branco cacciano. È normale: così facendo hanno maggiori probabilità di successo ed accesso a più carne. Ma non è affatto normale per altri predatori. E questo è vero in un determinato momento di qualcosa che è invece un processo in continuo svolgimento. Se cambiano le condizioni ambientali ciò che era stato normale fino ad un determinato momento potrebbe non esserlo più. Quali sono infatti le specie che soccombono per prime ai cambiamenti ambientali? Quelle che erano perfettamente adattate.

Ogni individuo è portatore di unicità a causa delle mutazioni, e sono queste che nutrono l’evoluzione, se la normalità diventa eccessiva in biologia non è mai una buona idea. Meglio tollerare un margine di devianza. 







Un’altra forma di normalità è quella che pretende di vedere da qualche parte
essenze naturali o genetiche. Quelle famose caratteristiche scritte nel DNA che diventano luoghi comuni fasulli: c’è di tutto, da chi afferma che è la mente l’espressione vera del DNA a chi usa il DNA per affermare che no, il male non è scritto. Peccato che nel DNA non c’è scritto un bel niente perché è una molecola sensibile all’ambiente in cui è immessa; tra l’altro la famosa “metafora del libro” applicata al codice genetico ha da tempo perso parecchi colpi: un famoso genetista ha scherzosamente detto che l’ambiente potrebbe essere considerato una sorta di terza elica da affiancare alla più famosa doppia elica del DNA. Qui c’è un articolo molto bello per approfondire.

Tornando in tema, ciascun organismo è un insieme di diversità multiple e stratificate, compresa la diversità di origine geografica. Ci sono e abbiamo degli universali biologici comuni a tutti, peculiarità individuali, influssi ambientali e storie contingenti. L’evoluzione biologica e culturale poi è talmente intrecciata che sappiamo ad esempio che era ben poco «naturale» l’adozione dei feroci vincoli patriarcali dai quali, con fatica e solo in alcune parti del mondo, ci stiamo lentamente affrancando, altro che sostenere che «fanno parte della cultura».

E infine, la terza e più insidiosa forma con cui si cerca la normalità in natura. Le cose anormali, o «contro natura», quindi da inappropriato ad immorale, passando per inaccettabile; da azioni da biasimare a comportamenti che non piacciono. Pensate al settore dell’alimentazione. È in atto da alcuni anni una vera e propria corsa all'alimentazione naturale, eppure le nostre idee sul tema non sono così chiare come vogliamo credere. Sempre più spaventati e confusi dai messaggi allarmistici dei media, ci siamo convinti che la manipolazione del cibo sia uno dei tanti mali della società odierna, dimenticando che l'intervento umano sulle specie vegetali è antico quanto l'invenzione dell'agricoltura stessa. La Natura, con la maiuscola, qui diventa un’entità astratta e generalizzata. Ma, come già aveva ben capito Charles Darwin, la natura non deve essere personalizzata, non è un agente intenzionale, ma un insieme di fenomeni regolati da leggi, e soprattutto non è un’autorità morale. L’aggettivo «naturale» non è sinonimo di buono, saggio e armonioso, che sia dato a un cibo, a un dentifricio o ad un modello familiare. 

Sono forse buoni e giusti il cannibalismo o l’infanticidio, di cui la natura abbonda, o le più atroci malattie, i virus? Fu proprio Darwin, osservando il comportamento di alcune vespe, a dire che non c’era nulla di più orribile se osservato con la metrica umana, nel vedere questo insetto paralizzare col suo veleno il corpo di un bruco, iniettarci le uova e lasciare che queste si schiudano dentro quel corpo e inizino a nutrirsene mentre è ancora vivo. L’omosessualità è il tema più scottante. Spesso questo comportamento sessuale è definito «contro natura»: nulla di più sbagliato, visto che l’omosessualità maschile e femminile è registrata stabilmente in oltre 200 specie.

Volete un altro esempio di ciò che etichetteremmo come anormale e che invece è del tutto normale in natura? Aumentare l'aspettativa di vita non è sostenibile. Una pandemia, come fu quella di Covid-19, è assolutamente prevedibile (e in effetti David Quammen lo fece). In ogni ecosistema si tende al punto di equilibrio tra prede e predatori, se aumentano gli uni calano gli altri e viceversa. Chi preda l'essere umano? Oltre a sé stesso ovviamente, le malattie rappresentano il nostro predatore, con una ricerca del punto di equilibrio interrotto o alterato dalla medicina e dalla farmacologia, oltre che dalle maggiori o minori condizioni generali di vita.

La malattia non è un'imperfezione o un imprevedibile evento, ma fa parte della natura stessa agendo come un meccanismo in grado di mantenere il sistema complessivamente in equilibrio.

Ma la malattia non è un predatore naturale, non si muore ovunque nello stesso modo. I paesi ricchi possono guarire facilmente dalla polmonite un bambino, ma in altre parti del mondo si muore così, soffocati, a pochi mesi di vita. Non si può avere tutto da una parte quando dall'altra si muore per una sciocchezza.

Fateci caso. A seconda del momento o dell’opportunità la natura viene vista con struggente solidarietà o estremamente brutale: in essa ci si mette di tutto e il suo contrario. E contemporaneamente  una vera e propria biofilia (letteralmente “passione per la vita”) si manifesta col nostro bisogno fisico, psicologico ed emotivo di venire in contatto con gli altri esseri viventi, di apprezzarne le forme e ricrearle, di adattare ad essi le nostre vite e culture.

Soprattutto oggi, nel mezzo della «sesta estinzione di massa» (qui e qui), si manifesta con crescente urgenza  la necessità di una sorta di «etica della Terra» e di nuovi modi di vivere nel mondo: l’esistenza e il benessere della nostra specie dipendono dalla sopravvivenza del nostro ancestrale legame con la natura, e dall’umana esigenza di amare, temere e semplicemente convivere con tutte le altre forme di vita.

La natura è il dominio delle possibilità e non delle necessità, è in antitesi quindi con la normalità. Anche se la diversità si misura a livello individuale ciò non deve giustificare come naturali atteggiamenti egoistici o le disuguaglianze, sfruttate da sedicenti liberali che vorrebbero riportare in auge le teorie del cosiddetto «darwinismo sociale», locuzione coniata nel 1879, con intento peggiorativo, per applicare allo studio delle società umane i principi darwiniani della «lotta per la sopravvivenza»  e della selezione naturale del più adatto, sostenendo che questi debbano essere la regola delle comunità umane, e inoltre con intento e significato polemico per indicare le teorie razziste usate anche nel periodo del colonialismo.

Se siamo tutti diversi allora nemmeno l’uguaglianza è un dato di natura in senso stretto, ma possiamo decidere che l’uguaglianza di diritti e opportunità sia un principio a cui attenersi anche se non prescritto dalla natura. Un’uguaglianza male interpretata ci massifica nel conformismo, la cui patria di elezione è oggi rappresentata dai social. Il branco ci difende ma oltre un certo limite ci acceca.

La capacità di innovazione deriva direttamente dalla devianza, dall’uscita dalla normalità, fin dagli albori dell’evoluzione del genere Homo, in più specie umane. La creatività è sorta in questo modo.

Se Homo sapiens non avesse sfidato, più volte, consuetudini e regolarità consolidate, non sarebbe andato sulla Luna. E continua. Ciò che oggi ci sembra normale e naturale verrà presto messo in discussione dagli sviluppi al seguito del progresso e soprattutto delle biotecnologie.

Le giustificazioni per le nostre idee di normalità non vanno cercate nella natura.

04 novembre 2024

L'Italia (che) affoga - Prima parte

[Nota] – Questo post nasceva nei giorni immediatamente precedenti alla immane tragedia che ha colpito la Spagna. Pur cercando di restare su temi di carattere generale gli eventi di Valencia non possono essere ignorati, soprattutto per il seguente preciso motivo.

Le condizioni geografiche e geomorfologiche di buona parte del nostro paese non sono poi così diverse da quelle della costa meridionale spagnola. Come quella abbiamo rilievi montuosi, bacini idrografici relativamente corti e stretti e con corsi d'acqua principali che si riversano a mare lungo brevi tratti di pianura costiera, a stretto intervallo l’uno dall’altro. Urbanizzazione altissima, consumo di suolo a livelli drammatici. Oltre che, come qui cerco di trattare, una serie di azioni non fatte, spesso nemmeno mai immaginate né pianificate, aggravate invece da quanto fatto. Nessuna regione italiana è immune al rischio idrogeologico.

E le condizioni dettate ormai dal cambiamento climatico non ci esentano dal subire anche noi eventi estremi analoghi a quello spagnolo, le cui prove generali sono già state fatte, più volte.

Nel frattempo da ben tre legislature si cerca di far approvare una legge che fermi il consumo di suolo.

E ricordiamo sempre che anche se è molto facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, questo non è la causa, ma l'effetto. Le cause vanno cercate nelle nostre abitudini energetiche, produttive, alimentari. E prima ancora nelle tre principali fonti di energia: carbone, gas naturale e petrolio.

Il post sarà articolato in due parti: in questa, la prima, ci saranno considerazioni generali, e sarà utile soprattutto a collegare i messaggi e gli ammonimenti che la comunità scientifica manda continuamente, colpevole forse di non essere in grado di farsi ascoltare come dovrebbe. La seconda sarà invece più specifica, sugli effetti dell’insieme degli interventi di trasformazione e alterazione che l'uomo compie sul territorio allo scopo di adattarlo ai propri interessi e alle proprie esigenze; in una parola, antropizzazione.

Al solito

“Indi la valle, come 'l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse di nebbia;
e 'l ciel di sopra fece intento,
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;”
Dante (Purgatorio V, 118-120)


La tempesta Ciaràn nell'ottobre 2024
Arriva la stagione delle alluvioni, puntualissima. Tant’è che commentando tempo fa un altro evento alluvionale, avevo messo in evidenza come i bimestri autunnali a cavallo del mese di novembre e quelli primaverili di aprile-maggio fossero statisticamente i periodi più piovosi del nostro paese. Nel lontanissimo 2010, con tutt’altro stile e stesso titolo, lamentavo le stesse cose. È il cambiamento climatico che sta rendendo questi fenomeni sempre più frequenti, più violenti ed estremi. Stazioni pluviometriche che registrano ora 100, ora 150, addirittura 200 e oltre millimetri di pioggia in poche ore, a volte appena solo un paio, con zone che raggiungono e superano persino i 400 mm: normale.

In Italia in un anno riceviamo tra 250 e 300 miliardi di metri cubi d’acqua, il che, come ci dice la media 1961-2017, fa qualcosa come 935 mm/anno, più o meno come in Gran Bretagna (si veda anche qui). Solo che ormai da parecchi anni ne arriva troppa tutta insieme, troppo velocemente, devastante e inutile per il prezioso lavoro di ricarica delle falde freatiche, coinvolgendo località che, a memoria d’uomo, non hanno mai annoverato eventi meteorici e alluvionali di portata disastrosa, come accaduto giusto qualche giorno fa a Civitavecchia e sul litorale tirrenico tra la cittadina e l’Aurelia, qualche decina di chilometri appena a nord di Roma. Nella regione spagnola colpita dalla catastrofe climatica è caduta in poche ore la quantità di pioggia che cade in un anno, qualcosa come mezza tonnellata d’acqua per ogni metro quadro di superficie.

Quadro sinottico eventi estremi in Italia

I numeri parlano chiaro: è la nuova (a)normalità climatica permanente. In pochi anni un aumento del 400% degli eventi meteoclimatici estremi, strettamente collegato all’aumento delle temperature medie, effetti dello squilibrio termico planetario che abbiamo prodotto bruciando combustibili fossili; 2.360 eventi di precipitazioni intense e grandinate solo nel 2023, catalogati come estremi, con un balzo del 22% in più rispetto al 2022. E di rapporti simili ce n’è per tutti i gusti: ad esempio il Rapporto Cresme “Stato di rischio del territorio italiano nel 2023” e, da Legambiente, “2023, anno da bollino rosso per il clima”.

Appena un anno fa, tanto per non perdere l’abitudine, mi cimentavo nel ricordarlo ai tanti smemorati in mala fede.

La situazione nell’alto Tirreno alla mezzanotte del 25 ottobre 2024

Un aumento termico che comporta un’enorme quantità di energia intrappolata nell’atmosfera, che a sua volta alimenta fenomeni meteorologici sempre più violenti e imprevedibili: per ogni incremento di 1 °C nella temperatura, l'atmosfera può contenere circa il 7% in più di vapore acqueo, con conseguente aumento della probabilità di eventi meteo estremi e, non ultimo, innescando inoltre un classico feedback di rinforzo, visto che il vapore acqueo è esso stesso un gas serra.

Di conseguenza, alluvioni che in passato si verificavano ogni 10 o 20 anni ora si ripresentano con una cadenza sempre maggiore. L’aumento di 1,5 °C da non superare in base a quanto sancito nel famoso Accordo di Parigi,  già da solo è sufficiente per far sì che le alluvioni considerate eccezionali diventino il 50% più frequenti. E con un aumento di 2 °C questa frequenza potrebbe crescere fino al 70%.


Persino il fenomeno che ha scatenato l’alluvione di Valencia e delle regioni limitrofe riguardava fenomeni noti e tutto sommato piuttosto frequenti; che lo si etichetti come DANA, un termine piuttosto specifico e comunque non tecnico, molto in uso in Spagna o, com’era da sempre conosciuto, la cosiddetta “goccia fredda”, più informale e meno specifico per quanto riguarda le cause e le conseguenze del fenomeno stesso. Resta comunque una sorta di bolla di aria fredda proveniente dalle correnti a getto che si stacca e muove autonomamente verso sud. 

Anomalia termica del Mediterraneo il 25 ottobre 2024

Ma se questa zona concentrata e fredda, e quindi più densa, muove verso sud e inizia a scendere di quota, incontra aria calda e umida sottostante, molto calda se, come in questo periodo il Mediterraneo è 3-4 °C sopra la media ecco pronta la ricetta per il disastro: temporali autorigeneranti dove l'aria viene come risucchiata dalle basse quote e, salendo, si raffredda rapidamente, facendo condensare il vapore acqueo che va a rifornire continuamente di nuovo materiale la cella temporalesca man mano che l'acqua viene scaricata al suolo sotto forma di precipitazioni, intensissime e che possono durare ore concentrate su una regione ristretta.

Numeri e fenomeni quindi li conosciamo, possiamo approfondire quanto si vuole, ma il risultato non cambia. Perdita di vite umane, danni catastrofici, intere comunità bisognose di tutto per anni, migliaia di sfollati, territori devastati e soprattutto uno sperpero di miliardi di denaro pubblico per intervenire dopo che il danno è fatto, a costi di diversi ordini di grandezza superiori a quanto occorrerebbe spendere in prevenzione e manutenzione e, forse peggio, impiegando anni per ripristinare, o più spesso tentare di farlo e in modo parziale, quanto perduto in termini di infrastrutture e risorse, a cui aggiungere anche danni ambientali e paesaggistici, alla faccia dell’Art. 9 della Costituzione.

La storia
E’ vero: trovare bacini idrografici e fiumi adeguati a reggere al concentrarsi nel tempo e nello spazio di 200, 300 o più millimetri è rarissimo, pressoché impossibile: con questi valori non c’è terreno che tenga, ma ciò non deve essere utilizzato come alibi riparandosi dietro l’ineluttabilità dell’evento forse imprevedibile, ma sicuramente prevenibile in una certa qual misura. E da questo punto di vista trovano ampia umana giustificazione le immagini dei valenciani lanciare palate di fango al re e al primo ministro giunti in visita.

Tanto per avere un ordine di grandezza e fare un po’ di storia ricordo che è indelebile il ricordo della tragica alluvione di Firenze del 1966, che nell’immaginario collettivo resta la più disastrosa di sempre. Ebbene, negli eventi alluvionali del novembre 2023 che interessarono essenzialmente il bacino del Bisenzio in Toscana, una stazione idrometrica registrò circa 600 m3/s e un livello di massima dell’onda di piena di quasi 6 metri di altezza, il doppio di quanto registrato nel 1966.

Le acque che hanno allagato da poco Genova, o ancora una volta l’Emilia, stanno ancora defluendo e si sta ancora spalando il fango nelle case e nelle strade. A breve ricorrerà il trentennale della disastrosa alluvione del Tanaro che, tra il 5 e 6 novembre 1994 coinvolse le province di Cuneo, Torino, Asti e Alessandria, pesantemente colpite da un violento evento alluvionale, e un anno appena è passato dagli eventi che colpirono la valle del Bisenzio in Toscana, di cui persino Giacomo Leopardi aveva tracciato gli effetti devastanti nella sua opera “Dialogo della Natura e di un islandese” quando, nel 1828, scriveva: «per l’abbondanza delle piogge, la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata sotto i piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria».

Storicità alluvionale della regione emiliana colpita dagli eventi del maggio 2023
Ed è doveroso citare il disastro che ha colpito Valencia (Spagna) pochi giorni fa, aggravato dalla perdita di oltre 200 persone, bilancio ancora provvisorio: anche in questo caso, in un secolo, non s’era mai vista una tempesta così violenta.

Cronaca ordinaria ormai, indipendentemente dalla frequenza, perché prevedibile conclusione di una serie di eventi meteorologici estremi che da nord a sud colpiscono il nostro paese con devastazioni del territorio e frequenza tali da mettere a dura prova la tanto abusata parola: resilienza.

Cronaca e storia confermano che non c’è alibi che tenga. 

La cosa fa ancora più rabbia, sia per la memoria corta dell’essere umano con questa mentalità fatalistica dell’ineluttabile, sia perché, sapendo che i fenomeni si vanno intensificando in vari modi, nulla è stato fatto.

Così come avevo scritto tempo fa, evidenziando una certa statistica della regione emiliana colpita dagli eventi alluvionali nel maggio 2023, e ancora recentemente nel settembre 2024, molto spesso la storia ci racconta che alcune regioni sono più o meno da sempre andate soggette ad eventi alluvionali importanti, spesso gravi e a volte catastrofici, nonostante una minor quantità di pioggia caduta, le cui registrazioni sono per lo più iniziate nel XX secolo. 

E allora, forti delle cronache passate, con le aggravanti dell’intensificarsi in frequenza e intensità dei fenomeni a causa del cambiamento climatico, col peggiorativo dato dalla impermeabilizzazione di aree sempre più vaste del territorio critico, perché non attrezzarsi adeguatamente in termini di prevenzione, di disposizione di meccanismi di allerta delle popolazioni efficaci, di esercitazioni di protezione civile che insegnino come comportarsi, a cominciare dal non cercare di recuperare la propria automobile da box e garage sotto il piano stradale! Rabbrividisco a quanto emergerà al termine delle operazioni di drenaggio del parcheggio interrato del centro commerciale valenciano.

Anche la regione valenciana ha una storia, importante e dimenticata, di alluvioni importante. Qui la triste cronologia.




Quindi?
Ma, dopo le asettiche e datocratiche ricostruzioni quantitative, dopo aver reso in un certo qual modo prevedibile quali e quanti potranno essere i danni ed altre conseguenze, la domanda è: cosa fare e cosa non fare?

Ogni volta che avremo avuto un’esondazione, una tracimazione e un sormonto di argini, crollo di ponti, colate detritiche da 7-8 m/s che travolgono ogni cosa e via discorrendo, questi saranno solo gli ultimi di una lunga serie cronologica di  eventi estremi che si stanno verificando sempre più spesso in Italia. Per quanto la non linearità della dinamica meteorologica di questi fenomeni possa rendere imprevedibili alcuni di essi, il gravissimo bilancio in termini di vittime e danni non è solo una conseguenza della quantità di pioggia caduta in poche ore, ma un esempio diretto dello scempio del territorio che è stato fatto in Italia, definirlo scorretto è un eufemismo; un paese nel quale non solo si fanno cose che non avrebbero mai dovute esser state fatte, ma che vengono in seguito addirittura condonate! E di contro, molto poco di quel che avrebbe dovuto essere fatto è accaduto.

Restringere, rettificare e spesso intubare i corsi d’acqua impedisce loro di esondare facilmente, di depositare i sedimenti nelle pianure che prima allagavano, come gli egizi ben sapevano attendendo ogni anno che il prezioso limo fertilizzasse i loro campi. Se a qualsiasi corso d’acqua togli l’area su cui scorrere tornerà a farlo prima o poi, e nel frattempo lo farà altrove aumentando i danni. Quel che di antropico è stato fatto nel territorio di un corso d’acqua sarà sempre successivo, e quasi sempre dannoso, al fiume stesso che sta lì da molto tempo prima della presenza umana. Emblematiche le immagini di acque impetuose che travolgono ogni cosa lungo le strade urbane ed extraurbane, scelte come percorso di minor resistenza e quindi maggior energia.

Molti anni fa l’amico Aldo Piombino ci ricordava che se la geologia e la geografia aggiungono sempre l’aggettivo “alluvionale” dopo il termine “pianura” il motivo è presto detto:  una pianura è una «zona sulla quale un po’ di tempo fa un fiume, esondando dal suo alveo, ha depositato i sedimenti che trasportava».

La chiave di lettura principale, spesso unica, per capire quanto e perché accade durante un’alluvione, è la scarsa o del tutto assente capacità di reazione del territorio a causa di un reticolo fluviale talmente trasformato dall’azione antropica che non è più in grado di assorbire le precipitazioni e se, a parità di altre condizioni e fatte le debite distinzioni locali, queste aumentano e si inaspriscono nel tempo, la crisi non può far altro che peggiorare di anno in anno.

Qui la seconda parte.