L'affascinante e oscuro mondo dell'economia, ogni tanto ci faccio un'incursione, anche se alla lontana.
Fin dai tempi del cosiddetto "Toto nero", conosciuto anche come picchetto, visti i soldi in gioco e l'illegalità del tutto, la possibilità che le partite potessero essere truccate era quasi una certezza. E guarda caso, il mondo del calcio italiano fu interessato negli anni da ben quattro episodi clamorosi di cosiddetto calcioscommesse, che coinvolsero giocatori e intere squadre, con squalifiche e retrocessioni famose.
È noto, truccare i dati, o nascondere l'asso nella manica, è nella natura umana, una deformazione della nostra visione finalistica del mondo, fino a voler forzare gli eventi casuali a nostro vantaggio.
Ma la manipolazione di quantità inimmaginabili di dati, la loro analisi dettagliatissima con sofisticate tecniche di AI, consente di realizzare un vero e proprio mercato della previsione, dove la verità ha un prezzo, imposto dal mercato.
Una delle conseguenze l'ha direttamente vissuta di recente un cronista di guerra israeliano, per aver pubblicato una breve striscia in cui si dava notizia di un missile iraniano caduto in un'area aperta senza far danni. Ma dietro questa notizia, c'erano in gioco milioni di dollari scommessi sulla possibilità che un missile iraniano colpisse Israele proprio quel giorno. Da qui una valanga di insulti e minacce gravi al malcapitato cronista.
Se negli ultimi mesi vi è quindi capitato di vedere screenshot di gente che fa trading sulle elezioni americane o sulla prossima guerra, con grafici colorati e percentuali al centesimo, molto probabilmente quelle informazioni venivano da Polymarket, o siti del genere. Non la classica piattaforma di gaming, di cui ho avuto modo di scrivere di recente, o un casinò online, almeno non nel senso tradizionale: è un mercato di previsioni,dove si possono investire soldi veri sull’esito di eventi reali, dalla politica al gossip internazionale, persino su ipotesi di atterraggi alieni o cadute di asteroidi, e perché no, sulla seconda venuta del Messia! L'idea affascinante che ne nasce è che se abbastanza persone ben informate scommettono sul futuro, magari il prezzo che ne esce è una sorta di verità statistica, più affidabile dei sondaggi e delle opinioni da talk show. Micidiale e pericoloso. Altro che il tormentone del gioca responsabile che tenta miseramente di dare un aspetto rispettabile al gioco d'azzardo.
Il problema è che, una volta che le cifre iniziano a diventare grosse, e con milioni di utenti si fa presto, il passaggio da “prevedere il futuro” a “spingere il futuro in una certa direzione” è molto più breve di quanto sembri e considerano i limiti che gli LLM hanno nel comporre, valutare ed esprimere un giudizio, la manipolazione può anche essere involontaria quando non decisamente in malafede.
Il giudizio espresso da un essere umano, è modulato dall'incertezza, alla necessità di giustificare una decisione e al costo potenziale di sbagliare: se le evidenze sono incomplete o ambigue, tendono a sospendere il giudizio o a ridurre il livello di confidenza. I modelli linguistici, invece, tendono a produrre una risposta plausibile e linguisticamente coerente anche quando le evidenze sono scarse o contraddittorie. Se adesso accoppiamo i bias che ogni singolo giocatore ha, con la deriva che milioni di questi possono imporre, la situazione può rapidamente sfuggire di mano. Anzi, lo ha già fatto.
In altre parole: quando azzardare sul mondo diventa un business miliardario, c’è sempre qualcuno che si chiede se non convenga, invece di indovinare l’esito, provare ad aggiustarlo.
Cos’è Polymarket
Polymarket è una piattaforma cripto dove si comprano e vendono “azioni” su eventi futuri – elezioni, guerre, prezzi di asset, perfino pettegolezzi sul mondo politico. L’utente medio la vede come una borsa delle notizie: compri “Sì” o “No” su una domanda, aspetti che il mondo faccia il suo corso e, se hai indovinato, incassi. I volumi, sommati a quelli di altri mercati simili come Kalshi, sono ormai nell’ordine dei miliardi di dollari a settimana.
Il problema strutturale: interessi a truccare la realtà
In teoria, un prediction market dovrebbe allineare informazione e denaro: più sei informato, più hai incentivi a puntare sull’esito giusto. In pratica, quando la posta in gioco è alta, la tentazione diventa un’altra: non solo prevedere l’evento, ma intervenire sull’evento stesso. Anche se lo strumento in sé è neutrale nei confronti dei suoi possibili utilizzi, può essere comunque deviato a lavorare in modo fraudolento.
Insider e attori con accesso a informazioni riservate hanno già sfruttato eventi geopolitici e militari per scommettere su colpi di stato, catture e attacchi, piazzando puntate concentrate poco prima che quegli eventi avvenissero. Insomma, è come possedere l'Almanacco sportivo della fortunata saga di "Ritorno al futuro".
Su mercati come Polymarket sono stati segnalati account, spesso protetti dall'anonimato, che hanno guadagnato oltre 1,2 milioni di dollari puntando su uno specifico attacco degli USA all’Iran, con il sospetto che fossero stati pagati per farlo o che avessero informazioni privilegiate.
Se sai che un determinato raid, un annuncio politico o una decisione di governo stanno per arrivare, il mercato delle “previsioni” smette di essere un banco di prova per ipotesi collettive, sagge o malsane che siano, e diventa un circuito parallelo di monetizzazione nascosto e illegale: è come fare insider trading. E se la posta in gioco è sufficientemente grande, il rischio è ancora più allarmante: c’è un incentivo economico diretto a influenzare decisioni politiche, strategie militari, campagne mediatiche, pur di far verificare l’esito “giusto” per il proprio portafoglio. Proprio quel che la criminalità organizzata, collusa con i soliti insospettabili, faceva, in questo caso con contatti diretti, corrompendo giocatori e dirigenti di squadre di calcio.
Non solo si scommette sul mondo; ma si stanno pagando persone perché, se possono, lo pieghino dalla parte della loro puntata.
Manipolazione dei prezzi e dei mercati
La manipolazione non riguarda solo la realtà del mondo esterno, ma anche il modo in cui il contratto viene regolato sulla piattaforma. Molti mercati fissano le regole in modo che il contratto si chiuda guardando solo al prezzo su un singolo exchange o a un’unica fonte dei dati; questo significa che basta alterare brevemente quel punto preciso per inquinare l’esito finale e incassare su un mercato truccato. In questo caso per exchange si intende una piattaforma online dove si comprano e si vendono criptovalute (o altri asset) facendo incontrare domanda e offerta, una borsa valori in versione digitale. Se il regolamento di un mercato dipende da un solo parametro, basta alterare quel parametro – anche per un breve intervallo – per far risultare “vera” una previsione che sul resto del mercato non avrebbe mai retto.
Ricordate il mercato delle arance nel divertente film "Una poltrona per due"?
Questo non è un difetto marginale della struttura, ma una conseguenza diretta di come molti di questi mercati sono disegnati: se l'esito dipende da un solo termometro, basta truccare il termometro.
Identità, legalità, etica e zona grigia Un altro nodo è dato dalla differenza tra piattaforme più regolamentate e piattaforme che vivono in una zona grigia.
Kalshi, ad esempio, opera sotto supervisione CFTC, obbliga all’identificazione degli utenti e impone paletti su cosa si può mettere in gioco: ad esempio niente guerre, assassinii, eventi intrinsecamente contrari all’interesse pubblico.
Polymarket, invece, è nata in un contesto molto meno regolamentato, si appoggia alle criptovalute e in passato non ha richiesto verifiche d’identità paragonabili, rendendo più semplice il gioco di insider anonimi e attori opachi.
Nel 2022 la CFTC ha sanzionato Polymarket per aver offerto swap su eventi senza la dovuta registrazione, imponendo la chiusura di contratti non conformi e una multa da 1,4 milioni di dollari; solo nel 2025 la piattaforma ha ottenuto il permesso per rientrare nel quadro legale USA con condizioni più chiare. L'idea di base degli swap è simile a quella dei derivati: sono entrambi contratti il cui valore dipende da un evento o da un prezzo futuro.
La zona grigia non è solo giuridica; è etica: chi può scommettere su guerre, catastrofi o decisioni politiche cruciali, spesso senza lasciare il proprio nome in chiaro, si trova in una posizione di potere che nessun sondaggio tradizionale aveva mai previsto.
Rischi sistemici: dalla democrazia al giornalismo Quando miliardi di dollari si appoggiano su elezioni, guerre e crisi, il passaggio dalla previsione alla pressione diventa sottilissimo.
I mercati di previsione sulle elezioni possono diventare uno strumento in più per orientare l’opinione pubblica: se “il mercato” assegna poche chance di successo a un candidato, all'esito di un referendum o ad un qualsiasi partito durante un turno elettorale, quel numero entra nel ciclo mediatico e può influenzare proprio l’esito che dovrebbe solo descrivere.
La crescita delle scommesse o la creazione di veri e propri mercati basati su atti di guerra e decisioni di sicurezza nazionale ha portato alcuni esperti a definirli una minaccia alla sicurezza: esiste il rischio che attori con interessi finanziari spingano per escalation violente o per ritardare accordi di pace.
Così come non mancano episodi di intimidazione collegati a questi ambienti, come abbiamo visto in apertura: giornalisti e ricercatori che indagano sui prediction market sono stati presi di mira da trader e influencer, in un clima che mescola puntate ad alto rischio e campagne di odio.
In questo scenario, Polymarket e affini non sono solo “strumenti di previsione”. Sono infrastrutture che legano il destino di persone reali – in guerra, in campagna elettorale, nei palazzi del potere – a schemi e modelli probabilistici in tempo reale da cui qualcuno spera di trarre profitto, spesso in modo quanto meno scorretto.
E il rischio più grande, forse, è proprio questo: abituarci all’idea che la realtà, prima di essere vissuta o compresa, possa essere quotata.
No, non è un post
sui Led Zeppelin o i Deep Purple…
Alla fine del
2024 ho pubblicato un lungo e dettagliato post
sulla Quaise Energy, azienda statunitense
che sta portando avanti ricerca e test sul campo, per una tecnologia che sfrutti
il calore pressoché inesauribile, alla scala umana, del nostro pianeta; se
quanto questa azienda promette, fondato su solide basi scientifiche e tecniche,
potrà essere realizzato, si inizierà
concretamente a parlare di indipendenza energetica a disposizione di qualsiasi
paese al mondo. Non si tratta di geotermia tradizionale, disponibile in poche aree del pianeta, geologicamente caratteristiche
e piuttosto rare, ma di sfruttamento del calore che è sotto i piedi di ognuno
di noi, prima di quanto si pensi: iniziare quindi davvero ad operare
contromisure adatte a contrastare gli effetti negativi del cambiamento
climatico.
Recentemente, la Quaise ha donato
750.000 dollari alla Oregon State University, per potenziare la ricerca di base
in atto, volta essenzialmente a ricreare in laboratorio le condizioni presenti
a chilometri di profondità, tipiche delle cosiddetta roccia super-calda.
La fonte energetica cosiddetta Superhot Rock Energy (SHR) è appunto una forma
avanzata di energia geotermica che mira a sfruttare il calore delle rocce a
temperature superiori a circa 400 °C (374 °C, come vedremo) per produrre
energia rinnovabile 24 ore su 24, tutti i giorni.
Perforando in profondità la crosta terrestre, in tempi estremamente ridotti
grazie alla tecnologia Quaise, sarà possibile iniettare acqua che verrà
scaldata a temperature tali da generare vapore ad alta energia: una fonte
pulita e onnipresente, potenzialmente in grado di rivoluzionare il settore
energetico. È in questa seconda parte che interviene Quaise, con la loro
tecnologia basata su girotrone e onde millimetriche, come ampiamente raccontato nel
già citato post
del 2024. Una fonte tale che, se sfruttata, potrebbe fornire energia al mondo
intero. Approfondire la conoscenza di questa risorsa geotermica, non facile da
studiare sul campo, è l’obiettivo in corso.
Perché ci interessa? Perché la
geotermia SHR sfrutta il calore della roccia a temperature superiori a 400 °C
per generare da cinque a dieci volte più energia per
pozzo rispetto agli attuali sistemi geotermici convenzionali. Se
sviluppata con successo, la SHR potrebbe fornire oltre 60
TW di energia elettrica costante e priva di emissioni di carbonio,
sfruttando solo l'1% delle risorse SHR mondiali, ovvero più di otto volte l'attuale produzione globale di elettricità.
Oltre al suo vasto potenziale,
l'SHR offre un altro vantaggio cruciale: la flessibilità di localizzazione.
Mentre la geotermia tradizionale si basa su rari sistemi di acqua calda in
superficie, l'SHR può essere sviluppata anche in regioni lontane dall'attività
vulcanica, consentendo a tutti i paesi di accedere potenzialmente a energia
pulita affidabile e sempre disponibile.
Poiché le tendenze globali in
materia di elettrificazione, crescita dei data center e decarbonizzazione industriale aumentano rapidamente nel
tempo la domanda di energia elettrica, la necessità di energia pulita come quella
derivante dall’SHR è fondamentale.
Per maggiore chiarezza ricordo
che la potenza installata mondiale di
energia elettrica (ovvero la capacità totale) è stimata intorno agli 8 TW alla
fine del 2024, includendo tutte le fonti (rinnovabili, fossili e nucleare). Valore
che deriva dalla somma di capacità rinnovabili (da 3,4 a 5 TW), fossili (oltre
4.5 TW) e altre fonti, con dati aggiornati al 2024-2025.
Potenza installata di energia elettrica - Dati per fonte (2024)
Recentemente le rinnovabili hanno
raggiunto circa 3,4 TW nel 2024, con proiezioni a 5 TW entro fine 2025 e 11,2
TW nel 2035. La crescita è trainata da solare (+33% nel 2024) ed eolico, mentre
il totale mondiale cresce di ~300-500 GW/anno. Dati precisi variano per agenzie
(IEA, IRENA, Ember), ma il totale è coerente intorno agli 8 TW.
La buona notizia è che la
produzione elettrica da fonti rinnovabili ha superato i 4,4 TW con una crescita
annuale, +15%, da record: le fonti elettriche rinnovabili sono economicamente
sostenibili e facilmente implementabili. E la transizione e l’indipendenza
energetiche sono raggiungibili, persino in Italia.
Per tornare in tema, se a tutto
ciò si potrà associare la geotermia SHR i risultati saranno ancor più
straordinari.
Proprio per raggiungere la profondità necessaria, in tempi brevi e con risorse
economiche contenute rispetto alle perforazioni tradizionali, ovvero
raggiungere quelle temperature, è proprio ciò che promette di poter fare la tecnologia
della Quaise.
Sul sito del Clean Air Task Force è disponibile una mappa estremamente dettagliata delle
potenzialità mondiali della geotermia SHR.
La maggior potenzialità
energetica dell’acqua riscaldata a quelle temperature è data dal raggiungimento
di uno stato che la maggior parte delle persone non conosce: l'acqua pompata
attraverso piccole fessure permeabili in tali rocce diventerebbe supercritica, (per approfondire) una
fase in cui lo stato liquido e quello gassoso non esistono più separatamente. I
fluidi supercritici si generano in condizioni estreme, a temperature e
pressioni elevate, al di sopra del punto critico della sostanza di cui sono
composti. Il punto critico, in sintesi, è una particolare situazione di
pressione e temperatura oltre le quali una sostanza si presenta come un'unica
fase – una sorta di mix fra liquido e gas con proprietà intermedie fra i due.
Ogni sostanza chimica ha un proprio un solo punto critico: nel caso dell'acqua
questo si trova appunto a 374 ºC e 218 atmosfere (circa 225 kg/cm2),
ovvero 200 volte la pressione esistente sulla superficie terrestre.
L'acqua supercritica può
trasportare fino a cinque volte più energia dell'acqua calda normale, il che la
renderebbe una fonte di energia estremamente efficiente se potesse essere
pompata in superficie fino a turbine che la convertano in energia elettrica.
Le ricerche in corso alla Oregon
State University riguardano, tra le molte cose, anche quella di sviluppare un reattore
a flusso continuo che consenta di far passare dei fluidi attraverso tipi di
roccia in condizioni di altissima temperatura e pressione, cioè quanto si
incontrerebbe scendendo in profondità nella crosta terrestre, consentendoci al
contempo di osservare come i sistemi cambiano in tempo reale. Un reattore,
realizzato su misura, progettato per resistere a temperature fino a 500 °C e
500 atmosfere di pressione. Questa ricerca è fondamentale perché la geotermia
SHR opera in un regime in cui i modelli esistenti falliscono e solo esperimenti
di flusso controllato possono generare dati affidabili sul comportamento dei
fluidi, sulla scalabilità e sulle interazioni roccia-fluido, necessari per
progettare pozzi e serbatoi durevoli (per i dettagli rimando sempre al solito post
precedente). Quaise sostiene questa ricerca perché l'accesso tempestivo a
questi dati ridurrà significativamente il rischio tecnico e finanziario legato
allo sviluppo dei loro progetti di geotermia SHR.
L’origine
dell’energia geotermica SHR si trova normalmente tra i 3 e i 20 chilometri (si
veda la mappa citata in precedenza) sotto la superficie terrestre delle aree
continentali, a seconda delle caratteristiche strutturali e tettoniche della litosfera. Raggiungerla è normalmente
al di là della portata, economicamente utile, delle tecnologie di perforazione
tradizionali a disposizione dell’industria petrolifera o del gas. La profondità
media di un pozzo petrolifero varia solitamente tra 2 e 5
km sotto la superficie terrestre o marina, sebbene in contesti complessi
si possa arrivare a oltre 6-7 km. La maggior parte delle trivellazioni
commerciali sfrutta giacimenti in questo intervallo, anche se le tecnologie sono
in continua evoluzione per raggiungere profondità maggiori.
Proprio per questo la Quaise sta
lavorando per accedere alla risorsa SHR con una tecnologia rivoluzionaria, la
prima innovazione nel campo delle trivellazioni in 100 anni. Dopo aver svolto
con successo test sul campo, che hanno dimostrato soprattutto la straordinaria
velocità di questo tipo di perforazione, uno degli obiettivi per il 2026 è
quello di raggiungere e superare 8 km di profondità.
Ricerca di frontiera Le ricerche di laboratorio sono
molteplici: una riguarda il comportamento della roccia, pressoché disomogenea
ovunque, in condizioni di altissima temperatura e pressione, soprattutto in
relazione ai fluidi caldi che la attraversano. Ad esempio quarzo, silice o
altri minerali potrebbero crescere nello spazio attraversato dal fluido, fino
ad impedirne i flusso necessario a mantenere l'energia in superficie. In un
secondo filone di ricerca, il laboratorio mira a esplorare un importante
sottoprodotto della tecnica di perforazione Quaise: il rivestimento vetrificato
che si forma attorno ai lati del foro, rivestimento che potrebbe impedire il
collasso del foro, tra gli altri vantaggi. Infine, si approfondisce la conoscenza
di come altri materiali fondamentali per la produzione di energia geotermica
reagiscono in condizioni di SHR.
Al momento, l'SHR è ricerca di frontiera.
Conclusioni In definitiva, il modo giusto per
pensare alla geotermia è riferirsi alla possibilità di generare acqua allo
stato supercritico sfruttando il calore che, ovunque, viene dall’interno della
superficie terrestre, quei circa 400 °C citati in precedenza. Se si intende
utilizzare l'acqua per estrarre calore dal sottosuolo, quella è la temperatura
ideale: qualsiasi temperatura al di sopra generebbe rendimenti decrescenti,
qualsiasi temperatura al di sotto ne impedirebbe i vantaggi.
Come predetto la profondità dipende
da dove ci si trova sul pianeta: in alcuni punti è a profondità paragonabili a
quelle dell’industria petrolifera, circa 5 km, altrove è quattro volte più
profonda. Ma il punto è che, tra i 5 e i 20 chilometri di profondità è dappertutto.
Va fatto notare che comunque, tecnologicamente parlando, il vero divario tra le
profondità tipiche dell’industria petrolifera e la tecnologia Quaise non è la
distanza raggiungibile, ma la temperatura a cui si opera. Ci sono pozzi
petroliferi che lavorano
anche a 8-10 km di profondità, ma non a quelle temperature: le differenze
fondamentali si iniziano a delineare in base alla temperatura a cui si può
perforare. Il motivo per cui petrolio e gas vengono estratti mediamente tra i 2
e i 5 km di profondità dipende proprio da questo: scendere oltre significa
trovare ambienti troppo caldi. Qui inizia la frontiera geotermica ed il blocco
del petrolifero. Quindi, la fine di uno è l'inizio dell'altro.
Raggiungere i 400 °C di
temperatura è energeticamente vantaggioso, una potenza 10 volte superiore a
quella ottenibile con acqua a temperatura di ebollizione, e non a caso è in
Islanda che si iniziò a parlare dello stato supercritico dell’acqua: fondamentalmente
densità più elevate e viscosità più basse che aumenta l'efficienza di
conversione termodinamica tra calore e quanto necessario a produrre
elettricità.
Lo stesso pozzo, con un diametro
standard di 20 cm, trasferirà da uno a dieci MW di energia elettrica
equivalente se utilizza acqua a 90-100 °C, e dieci volte tanto se l’acqua è a
400 °C: quattro volte la temperatura ma dieci volte la potenza.
Le sfide tecniche sono notevoli,
ma lo stato di avanzamento della ricerca e delle prove sul campo promette bene.
Un altro differenziale importante
è la velocità con cui si raggiunge la profondità necessaria, fa parte
dell’economica complessiva derivante dal rapporto tra costi degli impianti e
benefici della produzione energetica.
Quando si pensa alle perforazioni
meccaniche tradizionali si nota subito che la maggioranza del tempo è impiegata
non a perforare, ma a sostituire la punta e a far entrare e uscire il tubo dal
foro. Quaise dimostra che la loro tecnologia non è straordinaria tanto per
velocità di perforazione incredibili, quanto perché ha tempi improduttivi molto
bassi, e indipendenti da temperatura e profondità. Scendere comunque con
velocità che vanno da 3 a 5 metri l’ora, significa raggiungere 10 km di
profondità in 100 giorni!
A titolo comparativo in Cina è
stata realizzata
recentemente una perforazione da 11 chilometri: per i primi 10 hanno impiegato
un anno, per l’ultimo chilometro, un altro anno.
Il fattore di perforazione,
basato soprattutto su tempi improduttivi pressoché ridotti a zero, è il
differenziale importante per Quaise.
È proprio il caso di dirlo.
Occorre andare…più a fondo!
Modulare
vs Unitario Nel post precedente ci si era lasciati ragionando intorno al concetto di esperienza,
se fosse più o meno attribuibile al mondo vegetale e perché. Le piante hanno
sicuramente sensibilità e rispondono, segnalano attivamente, ma ciò non è
sufficiente per parlare di esperienza sentita nemmeno nelle sue forme più
semplici. E tutto questo in parte è dovuto al fatto che una pianta È un tipo di creatura particolare.
Esiste un modo
di essere animale diverso rispetto a quello di altri tipi di forme di vita.
Questo modo comparve grazie allo sviluppo del corpo e dell’azione, insieme a
nuovi tipi di sensibilità che accompagnano quelle azioni e sono da esse
alimentati. Attenzione a non semplificare troppo: ci sono state anche altre
strade evolutive esplorate da altri tipi di animali così come dalle piante.
Se un
aumento di dimensioni può dare maggior beneficio evolutivo, un piccolo animale
ha due modi per ottenerlo. Il primo, ovviamente, è cercare di costruire quello
stesso corpo su scala maggiore, conservando la stessa forma: e questo comporta
nuove esigenze per la circolazione dei materiali e per la coordinazione delle
parti. L’altro modo è invece dato al limitarsi a replicare la forma esistente,
aggiungendo al proprio corpo una sorta di gemello che resti attaccato, e poi un
altro, e ancora, finché possibile. Una colonia insomma. I biologi lo chiamano
«piano corporeo modulare», mentre
l’altro è detto «unitario».
La modularità ricorda il processo con cui le cellule si
dividono ripetutamente per generare un organismo complesso come il nostro;
tuttavia, in questo contesto, le unità che si ripetono sono animali interi
oppure altri elementi analoghi. I coralli
funzionano così, e in larga misura, anche le piante. Durante l'analisi di un organismo modulare, risulta spesso
complesso determinare se debba essere considerato come singolo individuo il corallo ramificato nel suo
insieme oppure i singoli polipi che lo costituiscono; analogamente, tale
ambiguità si presenta per una pianta fiorita. Le unità costitutive più piccole
presentano frequentemente un elevato grado di autonomia: sono in grado di
riprodursi autonomamente, pur continuando a dipendere, per la loro sopravvivenza,
dall'organismo aggregato.
Gli
organismi modulari spesso producono strutture ramificate, arboriformi. Una volta intrapresa questa strada, lo stile di vita, per
quanto riguarda il comportamento, tende a rimanere semplice o addirittura a
semplificarsi ulteriormente. I coralli, pur sviluppandosi verso l’esterno e
dotati di motilità, restano comunque fermi e saldamente ancorati al substrato. Ci
sono poi casi più estremi, come quello dei briozoi (significa «animali
muschio» e sono sulla Terra da mezzo miliardo di anni!). Questi organismi presentano un piano corporeo che consente
di distinguere i lati destro e sinistro e possiedono un sistema nervoso. Si
sono adattati a uno stile di vita collaborativo, spesso formando colonie che
assumono strutture complesse simili a cespugli o muschi. La morfologia di tali
animali risulta altamente variabile e non segue un numero prestabilito di
appendici, analogamente alle piante come la quercia, riconoscibile per la sua
forma complessiva ma priva di una disposizione fissa dei rami, cosa comune nei
vegetali, salvo rarissime eccezioni.
Non a caso
gli esseri umani, un gambero, un polpo o un pesce sono invece organismi unitari. Abbiamo forma definita, ripetuta da
una generazione all’altra, e non siamo costituiti da unità in parte
autosufficienti. La forma del corpo unitario è importante per l’evolvere
dell’azione: con una forma corporea di base, si sviluppano schemi d’azione, dato
un corpo quel che può fare dipende dalla sua forma.
Gli
organismi modulari, essendo generalmente sessili, non sono in grado di compiere
azioni complesse; questa caratteristica li rende simili alle piante che, pur
essendo sensibili e capaci di rispondere agli stimoli, sfruttano queste abilità
in maniera diversa rispetto agli animali. Le piante utilizzano le loro capacità
per modellare il proprio corpo, la cui struttura riflette la storia degli
stimoli percepiti: dove hanno trovato luce, gli ostacoli incontrati e altro
ancora. Possedendo un corpo meno integrato, la forma può essere modificata in
modo più vario e adattarsi liberamente alle condizioni ambientali.
Comunità
Le piante
quindi, i funghi e anche alcuni animali, hanno percorso la via del disegno
modulare. Un organismo di questo tipo ha un’individualità meno chiara; più che
un organismo individuale, in una certa misura è una comunità o una colonia.
In un
albero o in qualcosa di simile l’unità fondamentale è, per certi versi, un
modulo costituito da un singolo segmento di ramo, una foglia e una gemma:
l’albero è una colonia organizzata formata da tali unità. Questo lo sapevano un
altro Darwin, Erasmus,
il nonno di Charles, e Wolfgang Goethe
che è stato, tra le tante cose, un grande ed eccellente naturalista. E lo sa
anche chiunque si sia soffermato ad osservare le singole foglioline di faggio
che crescono alla base dei loro simili, o abbia avuto a che fare con le talee e
la rigenerazione.
Un dato
interessante: le radici non sono modulari nel modo in cui lo sono le parti che
si trovano sopra il terreno.
Per certi
aspetti, più che un singolo individuo, una pianta è una comunità, al cui interno c’è segnalazione e coordinazione, più
o meno come restano distinti due o più esseri umani nonostante tra loro ci sia
una fitta comunicazione: interagire socialmente non fonde le singole
soggettività. Ma attenzione! Il fatto che ci sia segnalazione non implica che
ciò formi un sé integrato, fuso: i singoli individui di una colonia di
briozoi hanno ciascuno il loro sistema nervoso e comunicano
elettrochimicamente, ma ciò non li unifica, proprio come la fitta comunicazione
tra umani non crea entità diverse.
Pur essendo
per certi versi comunità, a differenza di altri organismi modulari, nelle
piante resta difficile separare le unità. Una pianta ha meno aspetti di un sé
osservato negli animali. Essere coinvolti nel mondo come un sé e ricevere
particolari impressioni dalle cose, creano la soggettività. Ognuno con la
propria, io con la mia e tu con la tua. Le piante non sembra
abbiano un tu, piuttosto un loro fatto di fusti e germogli, con
segnali tra le parti. Ma anche questa è una semplificazione: le piante in
realtà sono in parte comunità e in parte individuo.
Barbalbero (Tolkien)
Alternativa alla soggettività animale Le piante
non sono «animali molto lenti» come ha detto un biologo, o «animali verdi» come
intitola Marco Ferrari il suo interessante libro. Non sono tenute insieme come gli animali, che sono i nostri consueti
modelli quando pensiamo a interi organismi. Lavorando in giardino o potando un
albero si è liberi di pensare che si sta separando un’unità vivente da un
insieme di altre, o anche visualizzare l’intero come un singolo organismo, ma
non è questa la prospettiva giusta.
Tuttavia,
le parti delle piante sono più legate di quanto lo sia una colonia di esseri
viventi distinti. Lungo il suo cammino affiancato a quello degli animali, la
vita vegetale ha sviluppato un tipo di organizzazione diverso.
Poiché una pianta non è compiutamente un sé, per quanto riguarda l’esperienza
vegetale il problema non è limitato alla mancanza di un sistema nervoso, ma al
fatto che una pianta è un tipo di essere diverso.
Nelle piante, a livello cellulare, esiste un certo tipo di agentività, e anche a livello del fusto o del
singolo modulo, nonché dell’intero arbusto o albero – e in certi casi anche a
livello di clone, vale a dire un insieme di piante derivanti da un unico seme e
connesse dalle radici.
Poiché le
piante non hanno sistema nervoso, manco anche degli schemi elettrici su ampia
scala da esso generati. Nelle piante esiste una grande abbondanza di attività
elettrica, e se ne scoprono continuamente di nuove. Ma l’esistenza di qualcosa
di elettrico da solo non dimostra che le piante abbiano esperienze. Gli
schemi elettrici che esistono e si formano nel nostro cervello si integrano e
formano uno strato di attività che viene poi modificato e perturbato dagli
eventi rilevati dai sensi.
Dimostrare
che le piante hanno sensazioni sarebbe davvero una grandiosa scoperta della
moderna elettrobotanica.
Vedere gli
alberi – enormi, fermi, silenziosi – come soggetti con esperienza che procedono
al proprio passo mentre noi brulichiamo intorno ad essi, è molto evocativo.
L’idea di esperienza vegetale porta con sé qualcosa di impressionante e basta
poco per rianimare la questione. Osservare gli alberi di una foresta, magari
plurisecolari se non millenari, e pensare che sono stati testimoni dei secoli,
toglie il fiato, anche sapendo benissimo che non si sta osservando individui
unificati.
Ricordando
l’esperimento che dimostra che una foglia ferita segnala alle altre il
suo stato, se ci atteniamo agli standard animali, il rilevamento e la
segnalazione del danno sono processi semplici: tuttavia, quel che si è
osservato in quella piantina era inatteso, ha aperto una porta che lascia
intravedere le piante diversamente.
Per un
minimo di cognizione Ma non
basta dimostrare che le piante rilevano quanto accade intorno a loro e
rispondono: questo lo fanno persino i batteri. Certo che, in una pianta, con il
suo enorme numero di cellule e le loro sintesi chimiche, quest’attività avviene
in maggior misura rispetto a un organismo unicellulare,
batterio o protozoo che sia, e in biologia, quella «maggior misura» può fare
un’enorme differenza. Ma deve essere una «maggior misura» del tipo giusto, non
basta scatenare una valanga di reazioni elettrochimiche.
Col
progresso della ricerca sulla sensibilità e sulla segnalazione in organismi
vegetali si è introdotto il termine di «cognizione
minimale», terminologia molto controversa, vale la pena approfondire qui. La
cognizione minimale è un pacchetto che comprende sensibilità, risposte e forse
anche la capacità di far confluire passato e presente nel calcolo del da farsi
(una cosa che sia i batteri che le piante possono fare), riflettendo
l’importanza dell’informazione per i progetti vitali dell’organismo. A
quanto pare sembra che ogni forma di vita – compresi funghi, piante e organismi
unicellulari – possa utilizzare tutto ciò per farne qualcosa. Quindi la
cognizione minimale è strettamente legata all’incalcolabile traffico di segnali
e reazioni, un complicatissimo va-e-vieni essenziale per la vita.
Va
specificato che questa idea non è un concetto astratto vuoto, non è applicabile
a qualsiasi cosa. Per esempio, sia il sale in un cucchiaino che le radici di
una pianta reagiscono all’acqua: le radici modificano la direzione in cui
crescono, il sale si scioglie. Entrambi, in un certo senso rispondono,
ma la reazione della pianta va oltre il semplice accadimento: cambia in
relazione a ciò che l’acqua rappresenta per i progetti vitali della pianta, per
la sopravvivenza e la riproduzione; viene cioè tracciata una via in cui sono
coinvolti geni e ormoni, affinché il rilevamento dell’acqua produca un
particolare effetto. Nel caso del cucchiaino di sale non c’è nessuna cognizione
minimale.
Essere in
possesso di cognizione minimale corrisponde ad avere un «punto di vista». Ma è questa esperienza, o
esperienza esperita, che cioè induce a mettere in atto, a reagire o, in altre
parole, è senzienza?
Se svanisce la cognizione, viene meno anche l’esperienza?
Sono idee
affascinanti, ma troppo semplicistiche. Alcuni tipi di cognizione minimale
possono aver luogo anche senza che vi sia molto di riconducibile a un sé, e in
quei casi non esiste la configurazione corretta per un’autentica soggettività.
Una pianta potrebbe essere un’utilizzatrice di informazione sensoriale, un
essere sintonizzato con gli eventi e in grado di rispondere ad essi, senza che
però vi sia alcuna forma di esperienza sentita.
Tra il
tutto e il niente c’è sicuramente una zona di confine, il gradualismo
dell’evoluzione la implica necessariamente: esistono esseri che hanno i più
vaghi accenni di qualcosa di simileall’esperienza. Ma chi
troveremo laggiù? Sono in molti a dubitare che possa trattarsi di
piante, e il motivo è evoluzionistico: non perché ciò che esse fanno sia
semplice rispetto a ciò che fanno gli animali, ma perché hanno imboccato una
via diversa.
Le piante
rappresentano un modo alternativo di mettere
a frutto le risorse intrinsecamente presenti nelle cellule complesse,
un’alternativa che dà luogo a una certa sensibilità e intelligenza, ma non
all’esperienza sentita. Ma le piante continuano a sorprenderci: in questa mia
playlist su YouTube troverete dei documentari sorprendenti e affascinanti!
Parafrasando il titolo del forse più famoso libro del compianto Frans De Waal, se non siamo nemmeno così intelligenti da capire l’intelligenza di un animale, potremo mai scoprire se esista davvero un’intelligenza vegetale? Se poi definiamo l’intelligenza come la capacità di affrontare problemi ambientali e di adattare il comportamento in risposta a essi, allora ogni essere vivente può essere considerato intelligente: persino protozoi e batteri mostrano comportamenti che li aiutano a evitare aree pericolose o illuminate, e a dirigersi verso fonti di cibo, o verso la luce se sono fotosintetici.
Ma grazie a
queste sorprese sono d’accordo con chi sostiene che qualcosadi lontanamente simile alle emozioni c’è. Se si
pensa agli straordinari progressi compiuti nel campo della conoscenza degli
insetti e della loro sensibilità possiamo dire che nel caso delle piante
siamo ancora molto lontani da quel punto, ma abbiamo fatto un bel pezzo di
strada in quella direzione. ___________________________________________________________
Premessa L'espressione «dare del vegetale» (o dire a qualcuno «sei un vegetale») è una metafora in genere offensiva e denigratoria,
utilizzata per descrivere una persona che, a causa di una malattia, un
incidente o un grave deterioramento cognitivo, non è più in grado di
comprendere la realtà, interagire con l'ambiente o muoversi autonomamente.
Espressione che andrebbe
completamente rivista.
Paradossalmente la necessaria chiarezza è simile a quanto occorre nel mondo della cosiddetta Intelligenza Artificiale, che tutto è tranne che...intelligente!
In un post
recente si è raccontato di come il passaggio dagli ambienti acquatici a quelli
terrestri ha segnato svolte cruciali, aprendo la strada a nuove forme di vita e
strategie evolutive.
In tutto ciò le piante furono una
parte importantissima, ma che si tende sempre a mantenere sullo sfondo: quando
si parla di evoluzione si pensa quasi sempre soltanto a forme animali.
L’energia che alimenta la vita e
consente la produzione di materia vivente proviene quasi interamente dal sole
ed è imbrigliata dalla fotosintesi.
Le prime forme di vita che la adottarono furono alcuni batteri marini (cianobatteri), tuttora
presenti, così come in altri tipi di microbi e più tardi nelle alghe che
assorbirono al proprio interno i batteri, trasformandoli in organelli cellulari
specializzati: i cloroplasti.
E fin dalle elementari sappiamo che i vegetali sono alla base della catena
alimentare.
Circa
450 milioni di anni fa, alla fine dell'Ordoviciano, alcune alghe verdi d'acqua dolce iniziarono il processo di colonizzazione della terraferma, evolvendosi
successivamente in muschi, felci e altre forme vegetali fino a originare alberi
di grandi dimensioni. Le praterie e le foreste che vediamo oggi usato, per così dire, la stessa cassetta degli attrezzi genetica, che usavano allora quelle alghe: più riciclo di così! Solo dopo l'inizio di questa colonizzazione da parte
delle piante fu possibile per gli animali – inizialmente invertebrati come
artropodi, millepiedi e ragni – stabilirsi sulla terraferma, evento che si
verificò più tardi, verso la fine del Siluriano, circa 425 milioni di
anni fa. Le piante furono fondamentali nel creare le condizioni necessarie per
la vita animale terrestre: modificarono l'atmosfera incrementando il livello di
ossigeno e permisero la formazione dei primi suoli.
Schema cellulare semplificato
A livello cellulare, animali e piante hanno risorse
simili, salvo per quelle vestigia batteriche che consentono alle seconde di
effettuare la fotosintesi (per approfondire si veda questo
mio post). Ciò nonostante le piante intrapresero una via evolutiva propria, che
prevedeva soprattutto immobilità, oltre che crescita: assorbire acqua (problema
tutt’altro che semplice), aria e luce mentre simultaneamente si protendono
verso l’alto e verso il basso, per captare contemporaneamente energia dal Sole
e umidità dal terreno.
Avrebbero
potuto le cose andare diversamente? Sarebbe stato possibile avere un organismo
che pur crogiolandosi al Sole avesse potuto muoversi attivamente, anche
strisciando, in cerca di luce e acqua?
Alcuni
organismi animali ci hanno provato, ottenendo qualcosa di simile: i coralli, ad esempio, sfruttano la fotosintesi
grazie alla simbiosi che hanno stabilito con alcune alghe, altri hanno
trafugato alcune componenti vegetali e, nonostante la maggioranza viva ancorata
al substrato, alcuni sono dotati di movimento corporeo. Ma sono tutti animali
marini per i quali la componente energetica derivata direttamente dal Sole è usata
meno, accessoriamente. Gli organismi che invece hanno iniziato come vegetali
non hanno mai tentato di acquisire mobilità intesa in senso animale[1].
In altre parole stili di vita che associno fotosintesi e movimento sono
pressoché sconosciuti negli organismi pluricellulari. Intraprendendo la via
della fotosintesi sulla terraferma le difficoltà di movimento poste dal nuovo
ambiente, a cominciare dalla gravità e dall’evaporazione, hanno selezionato
adattamenti a restare in un sito e a costruire strutture in grado di
raccogliere la luce.
Ciò non
significa che in questa loro vita più lenta e fisicamente vincolata, non
abbiano però un loro versante attivo: spostando acqua e modificando la rigidità
delle proprie parti queste possono essere mosse visibilmente (si pensi alle
piante carnivore). Ma sono casi rari.
Tuttavia, le
cellule vegetali hanno tutto ciò che occorre per essere sensibili e reattive,
oltre ad avere apparati cellulari in grado di generare potenziali d’azione
di natura elettrochimica. Ma nelle piante non c’è nulla di simile ai sistemi
nervosi intesi nel loro senso comune.
Eppur si
muove
A questo
punto potreste osservare che anche la crescita conta come azione, lenta
ma reale. Ma allora anche le sintesi chimiche lo sono. Questo è il punto di
vista di coloro i quali attribuiscono ai vegetali qualità…animali, quando
invece sono i modi in cui le piante fanno gran parte di ciò che fanno.
Se
dovessimo chiedere ad un botanico quali siano le piante più intelligenti,
molti di loro risponderebbero: le piante rampicanti. Soprattutto quelle dotate
di viticci che vengono direzionati e mossi per agganciarsi saldamente alle
strutture su cui crescono.
Che dire
allora della enorme quantità di azione vegetale che ha luogo sottoterra, a
causa del continuo sondaggio esplorativo che effettuano le radici? Charles Darwin,
da osservatore geniale
qual era, lo aveva capito e disse che il luogo dove si potrebbe trovare una
sorta di «cervello» delle piante era proprio là sotto, e non in alto alla luce
del Sole.
Tornando in
superficie e alle rampicanti, queste devono prendere molte più decisioni delle
altre piante e non a caso esistono bellissimi esperimenti corredati da filmati
in time-lapse (questo qui incorporato è bellissimo, 83 giorni condensati in un
paio di minuti).
Non a caso,
nell’evoluzione le volubili (un tipo di rampicante, con fusti erbacei o legnosi
deboli e flessibili) e le rampicanti in senso stretto, sono le ultime arrivate:
sono quasi tutte angiosperme,
ossia appartenenti ad un gruppo dotato di un metabolismo
molto efficiente, comparso più o meno nell’era dei dinosauri (230-240 milioni
di anni fa) e che, in molti ambienti, sostituì le gimnosperme, conifere ed
affini, comparse molto tempo prima (360-380 milioni di anni fa).
Insomma,
tra le piante, le rampicanti sembrano particolarmente sveglie con
capacità di riscoprire capacità latenti nelle loro cellule: capacità rimaste
per un certo tempo come nascoste o impedite in forme ancestrali più tranquille.
Si diceva
prima del potenziale d’azione. All’interno di una pianta ha luogo anche una
gran quantità di segnalazione chimica.
Sembrerà
strano, ma un’anonima e pressoché onnipresente piantina, arabetta comune,
è il punto di riferimento principale per ogni botanico perché rappresenta
l’organismo modello per eccellenza.
Arabetta comune
Un esperimento del 2018 ha dimostrato che
se un bruco si mette a masticarne una foglia, o se un umano la strappa via, parte
rapidamente un segnale alle foglie vicine, preparandole ad organizzare una
difesa chimica. Con una tipica reazione a catena di eventi, molto simile a
quanto avviene negli animali, una sostanza ampiamente usata nella segnalazione
chimica (glutammato) viene liberata da una cellula e influenza i canali ionici
delle altre, agendo come molecola segnale e neurotrasmettitore. Una foglia non
danneggiata che si trovi a una certa distanza dalla lesione riceve il segnale e
può prepararsi nell’arco di qualche minuto.
È esperienzaquesta?
Come si collocano le piante nell’evoluzione di questo attributo tipicamente
animale?
Lo sviluppo
dell’attività vivente è innanzi tutto un sé
con una sua
prospettiva e, alla base di quel sé l’attività integrata dei sistemi
nervosi.
In molte
piante permangono – nei gameti – vestigia di motilità: nelle felci e nelle
cicadi ci sono gameti maschili mobili che nuotano nell’acqua per realizzare la
fecondazione, rendendo mobile una piccolissima parte del ciclo vitale. Resta il
fatto che nelle piante, una maggiore motilità sarebbe anche ostacolata dalle
spesse pareti cellulari, un bel problema da superare durante la loro evoluzione.
Se quindi,
per avere esperienza, tutto ciò è quel che conta, allora le piante difettano parecchio in tal senso: sono certamente sensibili e rispondono, segnalano
attivamente, ma molto probabilmente questo non basta per avere un’esperienza
sentita nemmeno nelle sue forme più semplici. E tutto questo in parte è dovuto
al fatto che una pianta è un tipo di
creatura particolare.
Dove si sta
andando a parare lo vediamo nella prossima parte.
[1]
Da segnalare come eccezione alcune alghe verdi di acqua dolce, Volvox, che formano
colonie mobili sferiche che nuotano verso la luce.