12 novembre 2024

COP29 - Petrolio e gas sono un dono di dio

Post amareggiato, già a partire dalla sede, dalle dichiarazioni d’apertura, e dall’aria che tira.
Questa COP parte come atteso: malissimo. E finirà peggio.


«Petrolio, gas e materie prime sono un dono di dio», queste le parole del presidente azero; ed ha aggiunto che hanno arricchito il suo paese.  Ilham Aliyev nel suo intervento di apertura alla COP29 di Baku (capitale dell’Azerbaigian), ha sottolineato ricordandolo che l'Unione Europea gli aveva chiesto di fornire più gas, dopo la crisi energetica del 2022. «Qualsiasi risorsa naturale, petrolio, gas, eolico, solare, oro, argento, rame: queste sono risorse naturali e i paesi non dovrebbero essere incolpati di averle e di fornirle ai mercati, perché i mercati ne hanno bisogno»; e ci ha messo il carico dicendo che «I fake news media degli Stati Uniti, il principale produttore mondiale di combustibili fossili, farebbero meglio a guardarsi allo specchio».

Touché?

Il Segretario delle Nazioni Unite António Guterres, che non ha mai nascosto d’essere fortemente schierato affinché vengano urgentemente rinforzate le politiche di transizione energetica, quando addirittura ancora non avviate, ha potuto rispondere con un timido vagito che «la transizione non è un’opzione».

E tutte le associazioni, pubbliche e private, Onlus, ONG, comitati e movimenti, che hanno chiesto da mesi di depennare dalle COP i paesi produttori di petrolio? Non pervenute perché censurate.

E i più grandi tra i grandi assenti, Cina e Stati Uniti?

Ricordo brevemente cos’è una COP, che sta per Conference of the Parties. La Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC in inglese, United Nations Framework Convention on Climate Change), fu firmata nel 1992 ed è a tutt’oggi il punto di riferimento per la regolamentazione giuridica sovranazionale in ambito climatico. È un trattato che fa da strumento operativo per il contrasto al cambiamento climatico, così come definito appunto da UNFCCC: "attributed directly or indirectly to human activity that alters the composition of the global atmosphere and which is in addition to natural climate variability observed over comparable time periods". Sono 197 i paesi che hanno, ad oggi, ratificato il trattato.

A proposito, sul cambiamento climatico ho scritto di tutto e di più.

La Convenzione non è un accordo legalmente vincolante ma ogni paese firmatario ha degli obblighi sanciti, alcuni validi per tutti ed altri solo per i paesi più sviluppati. Ogni COP, riunita annualmente, è l’organo supremo di controllo delle parti che hanno ratificato tale accordo, eche lo esercita esaminando l’attuazione della convenzione. Alle COP possono partecipare come osservatori anche altre agenzie delle Nazioni Unite, rappresentanti di organizzazioni internazionali, enti, agenzie e ONG.

Le negoziazioni relative al tema del cambiamento climatico si svolgono in seno e durante ogni COP. La più famosa delle conferenze fu COP21, del 2015, che si chiuse con il famoso Accordo di Parigi, quello che prevedeva un impegno collettivo per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C…a chiacchiere, perché a quanto pare già quest’anno siamo andati sopra.

Ed ecco pronta un’altra COP ospitata da un paese la cui economia è fondata sui combustibili fossili. 

Di male in peggio quindi.

Panorama azero

L’anno scorso avevo sottolineato che anche la COP 28 a Dubai era fortemente inquinata (l’allusione è voluta) dal fatto che il paese ospitante fosse uno dei principali produttori di petrolio al mondo, e soprattutto che la strategia dei paesi arabi mira chiaramente a massimizzare lo sfruttamento delle considerevoli riserve petrolifere, rappresentanti oltre la metà delle risorse globali, finché il mercato del greggio mantiene la sua rilevanza e prima che sia gradualmente sostituito. La COP28 finì quasi in clamoroso fiasco, nonostante le dichiarazioni che furono annunciate entusiasticamente; e cosa ci fu allora di meglio a provarlo se non le parole dall'emiro Sultan Al Jaber, leader degli Emirati Arabi Uniti? «Torneremo alle caverne» disse, e sottintendeva se non si continuerà ad usare combustibili fossili, a cominciare dai paesi arabi a cui resterebbe solo la sabbia da vendere.

Gli Stati Uniti, assenti e con Trump neo(ri)eletto, sono già in odore di uscire da qualsiasi accordo climatico. Per il presidente USA il cambiamento climatico è una bufala. E ho detto tutto.

Sulla Cina, presente con circa 1000 delegati, andrei più cauto. È vero che è attualmente il maggior produttore di CO2 (non storicamente, lì il triste primato è tutto americano) ma è altrettanto vero che il grande paese ha un piano ambizioso di decarbonizzazione che, per quanto se ne sa, ha avviato da tempo e intende rispettare


Storico delle emissioni di biossido di carbonio di Cina e USA comparati col resto del mondo.
Grafico interattivo.

Insomma, a Baku è un deja vu: allarmi, promesse, ipocrisie e il solito capro espiatorio. Mentre ancora contavano i voti in Minnesota, Trump era già indicato come uno dei colpevoli del fallimento della COP29. È vero, il predecessore e il successore di Biden ha promesso che, come ho scritto poco fa, farà uscire gli USA dall’Accordo di Parigi, ma è un pezzo ormai che le COP ostentano autolesionismo e si sabotano da sole.

Con uno schema ripetuto e collaudato si passerà attraverso le previsioni catastrofiche, e lungi da me dal fare appunto catastrofismo, di esempi ne abbiamo a iosa, al messaggio in stile last generation con ultimatum alla Terra tirando in ballo i soliti tipping points (e anche su questo ne ho scritto a iosa) fino ad arrivare alle grandi promesse durante le discussioni che quasi H24 terranno impegnati i presenti. Un accordo ci sarà, sarebbe troppo vergognoso uscirne senza, ma sarà, ancora una volta al ribasso, tanto si avrà modo di tornarci su, si diranno. E questo la dice lunga su quel che davvero pensano i leader mondiali del cambiamento climatico.

Almeno fino alla prossima COP, perché come avevo detto per la COP26 nel 2022, prendendola forse troppo seriamente, ce ne sarà un’altra. Purtroppo?

Ci sono altri grandi assenti. Joe Biden, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Narendra Modi, Olaf Scholz e Xi Jinping non presenzieranno e Giorgia Meloni farà un passaggio obbligato dal suo momentaneo ruolo di capo del G7. Assente persino Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Brasile che ospiterà la prossima COP. Le banche? Assenti. I petrolieri? Tutti presenti!

 

La via del petrolio e del gas azeri

Il presidente della COP, Mukhtar Babayev, risiede stabilmente da decenni nella compagnia petrolifera statale azera Socar, e molti osservatori sostengono che l’obiettivo dell’Azerbaigian in questi giorni è trovare accordi per aumentare le proprie esportazioni di gas all’estero; grottesco vero? Ma già visto l’anno scorso a Dubai. E come dimenticare il dettaglio, non è un segreto per nessuno, che  l’Azerbaigian sta ospitando la COP per ripulirsi l’immagine a livello internazionale, dopo l’invasione del Nagorno-Karabakh e numerose violazioni dei diritti umani denunciate anche dal Parlamento Europeo? (sull’eterno conflitto tra armeni e azeri suggerisco il bel video di Stefano Tiozzo).

Ma fare promesse, tutte in odore di greenwashing è facile. A proposito di verde, avete notato la scelta strategica del colore dato all’evento azero? Un bel verde…verde petrolio o speranza!




Tanto sarà stata colpa di Trump, almeno per i prossimi quattro anni.  Mai sostenuto il tycoon e la sua politica, ma qualcuno si è accorto che durante il suo primo mandato presidenziale le emissioni di carbonio pro capite degli Stati Uniti sono scese dalle 16,1 tonnellate a persona del 2016 alle 14,9 del 2021? E che il suo principale sponsor elettorale, Elon Musk, sia uno dei più importanti produttori di auto elettriche al mondo? Ancora una volta, grottesco.


Emissioni 2017-2021 pro capite di cittadini statunitensi comparati con altri paesi.
Grafico interattivo.

Con il disimpegno americano dall’Accordo di Parigi  sarà chiaro a tutti quello che già è noto: nel mondo quasi nessuno ha intenzione di sacrificare la crescita economica e industriale per raggiungere obiettivi totalmente arbitrari con mezzi costosissimi.

Questa COP era un fallimento certificato prima ancora di iniziare.

AP/Peter Dejong

Il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità.

Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

[Edit del 13/11/2024] Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole del Papa: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi». [fine]

Volete la prova? L’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità. Un altro indicatore dello stile di vita insostenibile, come quando si dice che uno svizzero consuma 10 volte più di un eritreo.

[Edit del 14/11/2024] Nel suo intervento odierno, intervento di prammatica in quanto momentaneo capo del G7, Giorgia Meloni ha detto, tra le varie cose «dobbiamo proteggere la natura con l'uomo al suo centro». Niente di peggio. È proprio l'antropocentrismo che crea la non esistente antitesi uomo-natura alla radice dell'atteggiamento di superiorità degli esseri umani sul resto della natura; che invece non è altro da noi, ma ne siamo parte, ricordando con umiltà che siamo qui solo da 200.000 anni e che per tutto il resto del tempo, 4 miliardi di anni, ovvero almeno 20.000 volte di più, la natura ha fatto a meno di noi. [fine]

Ricordando da quanti decenni si parla, e basta, di cancellazione del debito dei paesi poveri il sillogismo con lo squilibrio delle responsabilità ambientali e climatiche sarà chiaro. 

Così come finora i paesi ricchi, che sono anche i più inquinanti, non hanno pagato nessun extra per tentare di ridistribuire la ricchezza e migliorare la vita della maggioranza dell’umanità, questi stessi paesi non hanno realmente intenzione di pagare quel che anni fa, nel suo libro sul clima, Bill Gates (molto più esperto ed attento di quanto si ritenga) ha definito Green Premium.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico.

Concedetemi un’ultima amarezza: le rinnovabili? Nonostante i 3870 GW (IRENA, marzo 2024) di energia prodotta da fonti esclusivamente rinnovabili, laddove il fotovoltaico da solo rappresenta quasi i tre quarti del totale, la quota di energia da combustibili fossili è ancora superiore all’80%, appena cinque punti in meno che nel 2015, ai tempi dell’Accordo di Parigi. E non perché non stiamo aggiungendo rinnovabili (500 GW solo nel 2023), ma perché non le usiamo per sostituire le fonti fossili, ma vengono aggiunti al fabbisogno energetico complessivo. Un grafico ostentato con orgoglio che rappresenti un aumento delle rinnovabili, privo di contesto, è narrare di una lotta al cambiamento climatico inesistente.

Non è energia che ha sostituito le fonti fossili, ma energia che si è aggiunta allo status quo. E ciò non significa transizione.

Scetticismo, delusione e rammarico crescono.
Non servirà a niente quel minimo di impegno che qua e là emerge.
Come fare la differenziata e buttare tutto in discarica.

AP/Rafiq Maqbool

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Pubblicato anche su Protectaweb

10 novembre 2024

Imperfetti per fortuna

 

Giorni fa pubblicavo un post sulla potenza dell’anormalità. E come non scrivere anche dell’imperfezione, una delle caratteristiche della vita e motore dell’evoluzione?

Un ghepardo in corsa. Bellissimo, potente, velocissimo, nato per uccidere direbbe qualcuno. Una macchina da guerra perfetta. Perfetta? Mica tanto.

Trovate qualche documentario in cui mostrano, su un certo numero di tentativi di predazione, quante volte fallisce. Un minuto dopo ha il fiatone e deve sdraiarsi all’ombra: anche oggi si mangia domani.

Per cacciare il ghepardo si è specializzato sulla velocità immediata, trascurando altro. Specializzarsi significa anche rinunciare, fare un compromesso, purché funzioni.

Qualsiasi prodotto della natura non è finito: è un processo in corso. Perché gli scienziati non sono riusciti per lo meno ad imitare soluzioni naturali come la policromia del polpo o la fotosintesi clorofilliana? Perché quelli che ci appaiono, e lo sono, come prodigi, sono il risultato di miliardi di anni di tentativi ed errori.

Le caratteristiche di ogni specie, le variazioni individuali, si evolvono senza uno standard prefissato, esplorando le possibilità presenti innumerevoli, utilizzando il materiale a disposizione, riciclandolo e riadattandolo senza inventare dal nulla niente: purché funzioni, proprio come il compromesso del ghepardo.

L'imperfezione è ovunque

L'imperfezione è ovunque.

Rita Levi-Montalcini diceva che il nostro cervello è un accrocco di parti vecchie e nuove, riciclate e riadattate, altro che meraviglia dell’universo. I cloroplasti, organelli specializzati delle cellule vegetali all’interno dei quali avvengono le reazioni fotosintetiche, erano in origine batteri specializzati fagocitati e diventati parti simbionti di altri batteri. Il mal di schiena, i dolori del parto? Retaggi del bipedismo, riutilizzo di qualcosa che andava benissimo quando stavamo a quattro zampe come gli altri mammiferi. Persino il DNA, l’origine di tutto (più o meno) è un accrocco che contiene ridondanze e ripetizioni.

Sempre il solito (...) Charles Darwin scrisse che «la natura gronda di inutilità e l’imperfezione è il segno della storia». Ed è qui che il grande naturalista colse nel segno della sua rivoluzione: le specie non sono qualcosa a cui si mira idealmente, termine di processi finalistici, magari governati da entità metafisiche. Le specie sono popolazioni di individui concreti, ognuno diverso dagli altri, ciascuno portatore di piccole differenze che fanno la differenza. Inutile anelare a canoni ottimali di perfezione, di efficienza, di purezza, di bellezza formale.

Inutile e sbagliato, per quanto attraente per la maggior parte degli esseri umani. Se continuiamo a guardare il mondo, umano e non, attraverso la lente deformante dei tipi ideali, automaticamente salta fuori la diversità che assume connotati negativi, perché diverso viene inteso come deviazione dalla norma (ne ho scritto qui), qualcosa da interpretare come imperfetto rispetto al canone. Ciò comporta gerarchie di valori e persino in società apparentemente ugualitarie ci sarà qualcuno che si sentirà più uguale degli altri. 

Si è scritto come il mondo del web sia l’espressione prima del conformismo, dell’appiattimento, dell’omogeneizzazione, con tantissimi esempi di gruppi che nascono apposta per consentire a determinate individualità di sentirsi accolti: l’aspetto drammatico in tutto questo è che gli algoritmi e le piattaforme della rete, per nulla neutrali, sono progettati sulla base di precisi preconcetti che hanno come obiettivo quello di creare canoni di consenso, bolle di autoconvincimento e comunità digitali fondate sul pregiudizio, di modo che ogni «tribù» abbia un profilo sfruttabile commercialmente. Con l’aggravante che il tutto è ammantato da un’aura di libertà informativa e di democrazia dal basso. 

E così la mente umana, predisposta a certe scelte, fa sentire appagati coloro i quali si chiudono in queste comunità protettive, in piccoli e asfissianti «noi» digitali, ciascuno organizzato secondo standard propri di perfezione a cui conformarsi, nel look, negli idiomi, nei gusti o nei comportamenti.

La perfezione ha comunque un potere seduttivo notevole, e non è nemmeno corretto elogiare la morale o l’estetica dell’imperfezione perché, pur essendo naturale, non è positivo, né giusto di per sé, e men che meno piacevole.

Ciò che occorre, per evitare sofferenza, ansia, scarsa autostima e disagio da imperfezione, è sradicare gli stereotipi di perfezione socialmente indotti, vere e proprie fabbriche di pregiudizi e sensi di colpa, per eliminare una causa contestuale che aggrava quel disagio.

Non dovendo più corrispondere a pressioni esterne indebite ci sentiremmo consapevoli di essere diversi in molti modi. L’evoluzione si nutre sia delle differenze individuali ma anche delle diversità multiple: se gli altri seguono canoni di perfezione ognuno ha comunque il diritto di emanciparsene.

La natura non è un’autorità morale e non può essere invocata strumentalmente per condannare come «contro natura» tutto ciò che non piace.

Il nostro corpo imperfetto non è normale in quanto naturale. E non è solo un diritto da rivendicare contro pregiudizi e condanne sociali. È qualcosa di più profondo: è l’espressione della diversità individuale, che non può essere eliminata o soffocata nell’appiattimento sociale.

 Sono le ragioni evolutive di quell’imperfezione che ci hanno reso umani.

 


07 novembre 2024

Normale a chi? La Natura non è un ente morale.

Recentemente ho ricordato come la natura non sia un ente morale, come aveva già ben capito il grande filosofo scozzese David Hume, ed è per questo che non è nella natura che vanno ricercati il bene e il male. Insomma, prima di mettere la N, maiuscola, pensiamoci bene.

L’immagine appena inserita è del tutto arbitraria. Avrei potuto metterci qualsiasi cosa per rappresentare la natura come viene spesso immaginata, persino una di quelle pubblicità di prodotti “bio” che ti connettono con la natura.

Ciò nonostante, ci viene istintivo pensare che, se qualcosa è naturale allora è anche normale e giusto. Eppure in natura potremmo fare centinaia di esempi di eventi naturali che possono risultare disgustosi, o inaccettabili, se visti con il metro dell’etica e della morale umane.

Innanzi tutto che vuol dire normale? Chi non si conforma allo standard, alla norma appunto, è quindi deviante? Quanti pregiudizi e discriminazioni si sono avuti e si hanno tuttora adottando questa metrica?

E, di contro, non sono forse state le idee e le azioni di chi, persino da dentro una cella, non ha mai smesso di credere in idee che non seguivano la normalità di quelle che hanno portato a tirannie e schiavitù? Di chi non seguiva alcun «ordine naturale delle cose».

Le forme di normalità connesse alla natura possono essere distinte in tre forme diverse.

Normalità è la frequenza statistica di un certo comportamento o di un tratto morfologico o fisiologico. I lupi formano branchi e in branco cacciano. È normale: così facendo hanno maggiori probabilità di successo ed accesso a più carne. Ma non è affatto normale per altri predatori. E questo è vero in un determinato momento di qualcosa che è invece un processo in continuo svolgimento. Se cambiano le condizioni ambientali ciò che era stato normale fino ad un determinato momento potrebbe non esserlo più. Quali sono infatti le specie che soccombono per prime ai cambiamenti ambientali? Quelle che erano perfettamente adattate.

Ogni individuo è portatore di unicità a causa delle mutazioni, e sono queste che nutrono l’evoluzione, se la normalità diventa eccessiva in biologia non è mai una buona idea. Meglio tollerare un margine di devianza. 







Un’altra forma di normalità è quella che pretende di vedere da qualche parte
essenze naturali o genetiche. Quelle famose caratteristiche scritte nel DNA che diventano luoghi comuni fasulli: c’è di tutto, da chi afferma che è la mente l’espressione vera del DNA a chi usa il DNA per affermare che no, il male non è scritto. Peccato che nel DNA non c’è scritto un bel niente perché è una molecola sensibile all’ambiente in cui è immessa; tra l’altro la famosa “metafora del libro” applicata al codice genetico ha da tempo perso parecchi colpi: un famoso genetista ha scherzosamente detto che l’ambiente potrebbe essere considerato una sorta di terza elica da affiancare alla più famosa doppia elica del DNA. Qui c’è un articolo molto bello per approfondire.

Tornando in tema, ciascun organismo è un insieme di diversità multiple e stratificate, compresa la diversità di origine geografica. Ci sono e abbiamo degli universali biologici comuni a tutti, peculiarità individuali, influssi ambientali e storie contingenti. L’evoluzione biologica e culturale poi è talmente intrecciata che sappiamo ad esempio che era ben poco «naturale» l’adozione dei feroci vincoli patriarcali dai quali, con fatica e solo in alcune parti del mondo, ci stiamo lentamente affrancando, altro che sostenere che «fanno parte della cultura».

E infine, la terza e più insidiosa forma con cui si cerca la normalità in natura. Le cose anormali, o «contro natura», quindi da inappropriato ad immorale, passando per inaccettabile; da azioni da biasimare a comportamenti che non piacciono. Pensate al settore dell’alimentazione. È in atto da alcuni anni una vera e propria corsa all'alimentazione naturale, eppure le nostre idee sul tema non sono così chiare come vogliamo credere. Sempre più spaventati e confusi dai messaggi allarmistici dei media, ci siamo convinti che la manipolazione del cibo sia uno dei tanti mali della società odierna, dimenticando che l'intervento umano sulle specie vegetali è antico quanto l'invenzione dell'agricoltura stessa. La Natura, con la maiuscola, qui diventa un’entità astratta e generalizzata. Ma, come già aveva ben capito Charles Darwin, la natura non deve essere personalizzata, non è un agente intenzionale, ma un insieme di fenomeni regolati da leggi, e soprattutto non è un’autorità morale. L’aggettivo «naturale» non è sinonimo di buono, saggio e armonioso, che sia dato a un cibo, a un dentifricio o ad un modello familiare. 

Sono forse buoni e giusti il cannibalismo o l’infanticidio, di cui la natura abbonda, o le più atroci malattie, i virus? Fu proprio Darwin, osservando il comportamento di alcune vespe, a dire che non c’era nulla di più orribile se osservato con la metrica umana, nel vedere questo insetto paralizzare col suo veleno il corpo di un bruco, iniettarci le uova e lasciare che queste si schiudano dentro quel corpo e inizino a nutrirsene mentre è ancora vivo. L’omosessualità è il tema più scottante. Spesso questo comportamento sessuale è definito «contro natura»: nulla di più sbagliato, visto che l’omosessualità maschile e femminile è registrata stabilmente in oltre 200 specie.

Volete un altro esempio di ciò che etichetteremmo come anormale e che invece è del tutto normale in natura? Aumentare l'aspettativa di vita non è sostenibile. Una pandemia, come fu quella di Covid-19, è assolutamente prevedibile (e in effetti David Quammen lo fece). In ogni ecosistema si tende al punto di equilibrio tra prede e predatori, se aumentano gli uni calano gli altri e viceversa. Chi preda l'essere umano? Oltre a sé stesso ovviamente, le malattie rappresentano il nostro predatore, con una ricerca del punto di equilibrio interrotto o alterato dalla medicina e dalla farmacologia, oltre che dalle maggiori o minori condizioni generali di vita.

La malattia non è un'imperfezione o un imprevedibile evento, ma fa parte della natura stessa agendo come un meccanismo in grado di mantenere il sistema complessivamente in equilibrio.

Ma la malattia non è un predatore naturale, non si muore ovunque nello stesso modo. I paesi ricchi possono guarire facilmente dalla polmonite un bambino, ma in altre parti del mondo si muore così, soffocati, a pochi mesi di vita. Non si può avere tutto da una parte quando dall'altra si muore per una sciocchezza.

Fateci caso. A seconda del momento o dell’opportunità la natura viene vista con struggente solidarietà o estremamente brutale: in essa ci si mette di tutto e il suo contrario. E contemporaneamente  una vera e propria biofilia (letteralmente “passione per la vita”) si manifesta col nostro bisogno fisico, psicologico ed emotivo di venire in contatto con gli altri esseri viventi, di apprezzarne le forme e ricrearle, di adattare ad essi le nostre vite e culture.

Soprattutto oggi, nel mezzo della «sesta estinzione di massa» (qui e qui), si manifesta con crescente urgenza  la necessità di una sorta di «etica della Terra» e di nuovi modi di vivere nel mondo: l’esistenza e il benessere della nostra specie dipendono dalla sopravvivenza del nostro ancestrale legame con la natura, e dall’umana esigenza di amare, temere e semplicemente convivere con tutte le altre forme di vita.

La natura è il dominio delle possibilità e non delle necessità, è in antitesi quindi con la normalità. Anche se la diversità si misura a livello individuale ciò non deve giustificare come naturali atteggiamenti egoistici o le disuguaglianze, sfruttate da sedicenti liberali che vorrebbero riportare in auge le teorie del cosiddetto «darwinismo sociale», locuzione coniata nel 1879, con intento peggiorativo, per applicare allo studio delle società umane i principi darwiniani della «lotta per la sopravvivenza»  e della selezione naturale del più adatto, sostenendo che questi debbano essere la regola delle comunità umane, e inoltre con intento e significato polemico per indicare le teorie razziste usate anche nel periodo del colonialismo.

Se siamo tutti diversi allora nemmeno l’uguaglianza è un dato di natura in senso stretto, ma possiamo decidere che l’uguaglianza di diritti e opportunità sia un principio a cui attenersi anche se non prescritto dalla natura. Un’uguaglianza male interpretata ci massifica nel conformismo, la cui patria di elezione è oggi rappresentata dai social. Il branco ci difende ma oltre un certo limite ci acceca.

La capacità di innovazione deriva direttamente dalla devianza, dall’uscita dalla normalità, fin dagli albori dell’evoluzione del genere Homo, in più specie umane. La creatività è sorta in questo modo.

Se Homo sapiens non avesse sfidato, più volte, consuetudini e regolarità consolidate, non sarebbe andato sulla Luna. E continua. Ciò che oggi ci sembra normale e naturale verrà presto messo in discussione dagli sviluppi al seguito del progresso e soprattutto delle biotecnologie.

Le giustificazioni per le nostre idee di normalità non vanno cercate nella natura.