26 gennaio 2024

Dalla serendipità alla logica investigativa, passando per Conan Doyle

Una delle recensioni recenti a cui mi sono dedicato ha riguardato un curioso e stimolante libro. Un viaggio nella logica e nei meandri delle menti investigative, che siano personaggi letterari ma dannatamente "reali" come Sherlock Holmes o ricercatori e scienziati. E l'autore, trattandosi di un geologo, non può che raccontarci anche della necessità, sulla scena del crimine, oltre che di medici, biologi e chimici, anche dei geologi! Ma il punto che mi ha maggiormente colpito è un altro. Un legame anche con quanto avevo letto tempo fa proposito dell'indagine scientifica e del modus operandi del ricercatore.


«As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.». (D. Rumsfeld)[*]
Alla fine la spiegazione di questa massima...storica!

Siamo nel 1301, in India. Nel ricco e multietnico sultanato di Delhi lavora un poeta di eccelsa bravura, contemporaneo di Dante. Si chiama Amir Khusrau ed è ritenuto il massimo autore di espressione persiana vissuto nell'India musulmana dal 1253 al 1325. Scrive moltissimo, con successo, e intorno al 1301 appare il suo capolavoro: Le otto novelle del paradiso. Tutte le novelle, in un'atmosfera di sensuale erotismo, sono intrise di sotterfugi, magie, ricerche di indizi, stratagemmi, sfide di intelligenza. Ed è nella novella del sabato, che compaiono per la prima volta i tre principi del Regno di Sarandib (antico nome dell’attuale Sri Lanka), che un tempo andava dall’Afghanistan all’Oceano, e le loro storie. Il loro padre, che li ha educati a tutte le arti, cresciuti come bravi ragazzi, li mette alla prova esiliandoli, trovandoli umili e riverenti e per nulla ambiziosi. Fingendosi adirato con loro li caccia affinché, per il loro bene, esplorino il mondo, facciano esperienza, vedano i costumi degli altri e si perfezionino, perché un giorno dovranno regnare.

La novella
Entrando in un mondo vastissimo camminano senza direzione precisa, perlustrandolo come razionalisti, fisiognomici, abili nei ragionamenti di analogia.

Incontrano un cammelliere che ha perso il cammello e i tre gli dicono di averlo visto. Per dimostrarlo gli indicano tre indizi, uno ciascuno: è cieco da un occhio, gli manca un dente, ha una gamba zoppa. Il cammelliere conferma e corre a cercarlo, ma non lo trova. Di ritorno, incontra di nuovo i tre principi, che aggiungono altre tre caratteristiche: porta olio da una parte e miele dall'altra, ha una donna in groppa e costei è gravida.

A questo punto il cammelliere si insospettisce, pensa che abbiano rubato loro la bestia e li denuncia al re. Dinanzi a sua maestà, nel giustificarsi per il cammello, i tre dicono che è stata solo una burla: “senza volere, la bugia che gli diciamo, per caso corrisponde al vero”.  Il re risponde che è improbabile che ben “sei menzogne inconcludenti azzecchino tutte insieme la realtà” (come dargli torto?). Dunque li accusa di furto e li mette in galera; per loro fortuna, poco dopo il cammelliere ritrova donna e animale, e li scagiona. Ora le capacità osservative dei tre principi sono palesi: in effetti hanno azzeccato tutte e sei le caratteristiche della scena, pur non avendo mai visto prima il cammello. Interrogati dal re, i tre giovani spiegano sulla base di quali indizi hanno indovinato i dettagli circa l'animale e la donna incinta.

Il sovrano, soggiogato dalla loro fisiognomica irreprensibile, decide di tenerli con sé e comincia a spiarli per carpire i loro segreti. Mentre sono seduti a banchetto i tre fanno altre speculazioni, che si rileveranno esatte: il vino che stanno bevendo proviene da un vigneto piantato dove un tempo era un cimitero; l'agnello che stanno mangiando è stato allevato con latte di cagna; e il monarca non è di puro sangue nobile, perché in realtà è figlio di un cuoco. Punto sul vivo, soprattutto sull'ultima ipotesi , il re verifica che è tutto vero. La madre da giovane tradì suo padre e lo confessa al figlio. Pentito di quell'inchiesta, il re si fa raccontare un'altra volta dai tre principi come sono riusciti a capire quei fatti nascosti. Gli indizi sulla sua illegittimità erano che gli mancava un segno dinastico, il re parlava sempre del pane, la sua fisiognomica. A quel punto il sovrano, per non uscire dai gangheri per la rabbia, premia i tre volubili giramondo e li spedisce di nuovo a casa, dove trovano il vecchio padre che ringiovanisce dalla gioia nel rivederli e cede il regno al primogenito.

La narrazione
Lo schema narrativo di queste novelle è antichissimo, forse di origine araba. Le sue origini profonde si perdono nelle tradizioni orali diffuse tra la Persia, l'India, le terre di kirghisi e tatari, il Talmud babilonese, Sindbad e i sette visir, fin dal V-VI secolo. Arriva in Occidente e compare a inizio Duecento nella leggenda danese di Amleto ed a fine Trecento In Italia, un secolo dopo le Otto novelle del paradiso di Khusrau. Il tema è sempre lo stesso: il piacere della libera investigazione. Affrontare le incertezze del mondo e provare a interpretarle risalendo da indizi apparentemente trascurabili a realtà nascoste e non immediatamente esperibili con i sensi. I principi non stanno cercando proprio nulla. Vanno a spasso, esercitano il loro spirito acuto, si lanciano in prodezze di osservazione e deduzione, con vantaggi per coloro a cui rendono di volta in volta servigio. La vicenda comincia con una burla al cammelliere, uno sfoggio di capacità investigative per il puro gusto di farlo. Attrice principale della novella è la loro capacità di mettersi sulle tracce di indizi, secondo i dettami della fisiognomica e della semiotica. La capacità non solo di interpretare i caratteri psicologici di una persona dai suoi tratti somatici, ma anche di passare in maniera immediata dal noto all'ignoto, dal visibile all'invisibile, su base indiziaria.

Questo organo del sapere indiziario è associato sia alle intuizioni mistiche che alla divinazione induttiva, rivolta ad un ignoto futuro, sia a forme di sagacia pratiche come la perspicacia visiva dei tre principi che invece indovinano realtà poste nel presente e nel passato.

E il mito continua...
Due secoli e mezzo dopo la diffusione delle splendide novelle di Khusrau, da tutt'altra parte del mondo, a Venezia, un certo Cristoforo Armeno, di cui non si sa molto, nel 1557 pubblica una novella: Il peregrinaggio di tre giovani figlioli del re di Serendippo (…) dalla persiana nell’italiana lingua trapportato.

Di sicuro, la novella è un articolo di importazione, forse con impianto diverso ma con gli stessi ingredienti narrativi di quella di Khusrau. Con un testo bonificato e riadattato alla tradizione cristiana, eliminando tutto il tessuto metaforico e sopprimendo i riferimenti alla tradizione erotica, con un orientalismo temperato e accomodante, pur impoverendo lo stile, anche qui i tre principi dimostrano di avere una scienza fondata sui fenomeni e sul mondo fisico, la loro fisiognomica è volta al bene. I racconti di sagacia interpretativa ora sono centrali e i tre principi diventano l'archetipo del detective: il mondo è pieno di segni polivalenti da interpretare. I tre principi mostrano grandi capacità di osservazione, sagacia, una geniale accuratezza nel raccogliere indizi, ma non trovano ciò che non stavano cercando ma danno semplicemente sfoggio del loro alto ingegno, ingraziandosi il potere. Cristoforo Armeno, ce li presenta insomma, come maestri di “abduzione”, cioè del trovare la spiegazione migliore per i dati a disposizione procedendo a ritroso dagli effetti alle cause, riuscendo così a interpretare il mondo e gli eventi; raccolgono indizi apparentemente casuali interpretando segni e tracce come segugi, ricostruendo scenari possibili.

La novella verrà ritradotta e ristampata costantemente fino al Novecento. L'impianto narrativo del processo di iniziazione della favola dell'eroe, del resto, ammalia da sempre gli esseri umani: il male e il bene, le prove, i fallimenti, l'imminente pericolo di morte, la salvezza arriva solo dopo aver toccato il fondo, il capovolgimento delle sorti, nuove prove e così via.

I tre principi di Serendippo non trovano per caso qualcosa che non stavano cercando. Piuttosto, esibiscono il loro alto intelletto, la prudenza, un sottile avvenimento, molta scienza e creatività. Il caso ha un ruolo del tutto marginale, sia nell'originale persiano sia nella traduzione veneziana. La specialità dei tre protagonisti non è abbandonarsi alla sorte, ma fare le giuste associazioni abduttive.

La sagacia investigativa non è accidentale ma prevista e preparata, coltivata. I principi sono tre investigatori nati che scoprono le realtà più diverse. E la ricerca a suo modo antesignana del romanzo poliziesco: decifrare orme, segni e indizi per giungere alla verità, come fanno i cacciatori e come ancor meglio sanno fare le prede, come fanno da sempre i medici nelle loro anamnesi, e come farà poi Sherlock Holmes o qualsiasi altra figura di detective della finzione letteraria. Si tratta di accertare verità spesso postume come sanno bene tombaroli, archeologi, paleontologi e geologi. Tutto sommato, si scorge qui qualche parentela anche con le verifiche sperimentali e osservative, con la conoscenza per controprova.

Mr. Walpole

E da Venezia saltiamo nel tempo e nello spazio per arrivare nella Londra di metà del XVIII secolo, in un clima che permea tutta l’Europa, Gran Bretagna compresa, di “innamorati” dell’Oriente. In questo paese vive una strana creatura intellettuale, amante di paccottiglie e bizzarrie: Horace Walpole. Era bravo nello stravolgere il significato delle parole e nell’associare con naturalezza idee a prima vista sconnesse. E’ da questa mente abituata ad ardite analogie che nasce la parola “serendipità” e, nemmeno a farlo apposta, nasce come si conviene, da un fraintendimento.

Walpole, dopo aver letto la traduzione inglese della novella di Armeno, scrive ad un amico e gli racconta delle sue indagini retrospettive, senza uno scopo particolare, su intrighi ed omicidi fiorentini del passato, comunicandogli di aver fatto una scoperta decisiva: “questa scoperta, in verità, è quasi di quel genere che io chiamo serendipity, una parola molto espressiva che, giacché non ho niente di meglio da raccontarti, cercherò di spiegarti: la capirai meglio per derivazione più che per definizione. Una volta lessi una sciocca favoletta intitolata The three princes of Serendip: nel corso dei loro viaggi, le loro altezze scoprivano continuamente, per caso e per sagacia, cose che non andavano cercando".

Dunque la parola serendipity nacque come una derivazione casuale giocosa, come un capriccio da collezionisti, l'antico nome dello Sri Lanka non ha nulla a che vedere con il suo significato. Walpole sceglie la parola chiaramente per il suono e per l'effetto che fa. Gli piace la musicalità della parola eufonica anche in inglese con quelle cinque sillabe scandite. Che sia un vezzo è dimostrato dal fatto che non la userà mai più nei suoi scritti! Compare soltanto in questa lettera, con un tocco di autoironia.

Quanto al significato, c'è in effetti qualcosa di snob e di ironico nel pensare che grandi scoperte derivino da circostanze modeste e occasionali, come il fortunato ritrovamento di una meraviglia da parte del collezionista. Il punto dirimente, però, è che Walpole sbaglia completamente l'interpretazione. Nella sua lettera le definizioni chiave sono “sagacia accidentale” e “scoprire qualcosa che non si stava cercando”. In tutte le diramazioni delle novelle orientali che confluiscono nella traduzione di Armeno la parola caso compare una sola volta e i tre principi non scoprono affatto ciò che non stavano cercando. Di sagacia, insomma, ce n'è tanta, ma di caso poco,  giusto quello del peregrinare dei tre giovani e il loro tentare di indovinare quel che capita.

Possiamo dire quindi che la serendipità, grazie a un fraintendimento sviante, è nata in modo ”serendipitoso”.

Il tema della novella di Armeno è l'arte indiziaria, la capacità abduttiva che permette ai tre principi di portare a termine con successo il loro viaggio iniziatico. Non trovano nulla e non incontrano alcun caso fortunato.

Voltaire, persino lui
Un’altra importante reinterpretazione è quella che ne fece Voltaire, in una storia arabeggiante dedicata al destino: quella del babilonese Zadig (saadiq, cioè “saggio” dal nome in arabo ed ebraico) che adotta “lo stile della ragione” per affrontare la vita. Ritroviamo in tutta la storia le abilità nel risolvere enigmi, le prove di prontezza di spirito, i racconti di misteri svelati le interpretazioni di minuzie, dettagli e “mille e ancora mille differenze” dove gli altri vedono solo uniformità.

Ciò che noi oggi chiamiamo abduzione per Voltaire significa appunto apprezzare le piccole differenze nei fenomeni osservati al fine di arrivare a un risultato preciso, che sarà particolarmente importante: descrivere un oggetto mai visto, prevedere l'esistenza di qualcosa che non è mai direttamente finito sotto i nostri sensi, o anche indovinare una serie di eventi del passato che, retrospettivamente, spiegano quegli indizi. In altri termini, esiste un ignoto che va ricostruito a partire dai segni che ha lasciato, da tracce, orme, effetti, spie indirette della sua presenza.

I princìpi o i prìncipi dell'investigazione?
Anche nella scienza è cruciale saper descrivere qualcosa che non si è mai visto prima, persino ciò che non sarà mai visibile ai nostri sensi. Tante scoperte sono state fatte desumendo l'esistenza di entità che nessuno prima aveva osservato: bosoni di Higgs, onde gravitazionali, geometrie che disobbediscono a Euclide. Ci si è arrivati sulla base di indizi, come fanno Zadig e i tre principi di Serendippo, oppure tirando le conseguenze da teorie e modelli, o anche intercettando realtà sia fisiche che rappresentate da entità matematiche inventate dagli scienziati.

I passaggi per arrivare da Zadig a Sherlock Holmes non sono poi tanti. Il grande paleontologo e anatomista francese Georges Cuvier scriverà, per il suo mestiere di indagatore del tempo profondo, proprio come lo Zadig di Voltaire:  “da un'impronta fossile bisogna capire quale animale abbia calcato la sua zampa milioni di anni fa, dalle forme delle ossa pietrificate ridurre le fattezze complete di un animale estinto”. E’ lo stesso mestiere dell'investigatore perché, da pochi indizi il paleontologo capisce con certezza che, per esempio, era un ruminante. Quindi da un singolo dettaglio, da un femore e da un pezzo di cranio, grazie alla sua perizia e al confronto con i resti di altri animali, riesce a ricostruire tutta la creatura estinta e persino i suoi comportamenti.

Da questa citazione di Cuvier partirà, nel 1880, il darwiniano Thomas Huxley nello scrivere un saggio memorabile, sul sapere indiziario e sull'idea che alla base di molte scienze vi siano le profezie. Sì, le profezie, ma non quelle divinatorie sul futuro bensì le profezie rivolte al passato.

E ancora qui il caso non c'entra niente, nonostante le dichiarazioni di alcuni grandi uomini di scienza del passato. Trarre vantaggio dalle osservazioni casuali è la conseguenza più importante dell'avere una mente teorica, se non hai predizioni e aspettative in mente non potrai mai notare che un'osservazione accidentale è incongruente e quindi potenzialmente foriera di serendipità. Louis Pasteur, che di ricerca se ne intendeva parecchio, diceva che nella scienza, il caso favorisce (solo) le menti preparate.

William Whewell, grande amico di Charles Darwin, colui che coniò nel 1834 la parola scienziato, nella sua storia delle scienze induttive del 1837 aveva scritto che nessun ruolo spettava al caso nella scoperta scientifica ma che esiste sempre all'inizio un'idea distinta e ben ponderata da mettere alla prova. È proprio questa idea a rendere l'accidente possibile, ma si tratta solo di un presunto accidente. In realtà è un accidente cercato, preparato, voluto. Insomma, contano poco il contesto e la personalità dello scienziato: ciò che vale nella scienza è l'idea che ti muove. La sagacia, che prevale decisamente sul caso.


(da sinistra: Cuvier, Huxley, Pasteur, Whewell e Darwin)

L'approccio libero e disinteressato dei tre principi di Serendippo, quello in cui non si sta cercando nulla e si va a zonzo per la natura con attitudine curiosa scoprendo fortuitamente qualcosa, non è quello dello scienziato. Questi parte sempre equipaggiato di predizioni e aspettative teoriche, senza le quali non potrebbe notare l'incongruenza di un'osservazione inattesa e “serendipitosa”; è difficile pensare che si possa condurre una ricerca totalmente non mirata, andando a zonzo in quel che la Natura offre e mossi dalla sola curiosità di conoscere. Lo scienziato ha sempre in testa una domanda che apre la ricerca, magari da falsificare al primo esperimento, forse inconsapevole, ma pur sempre una conoscenza teorica di sfondo, un'ipotesi da mettere in gioco, un presupposto. Ogni esperimento è una domanda posta alla natura, una domanda che suppone aspettative teoriche. Proprio come farebbe un detective se l'obiettivo è cercare qualcosa che non si conosce. Non si può partire dall'ignoto, proprio perché non se ne sa nulla: bisogna partire dal noto, da un'ipotesi, almeno da una supposizione. Non è il lampo di illuminazione, che quasi non ha bisogno del pensiero. Ci vuole duro lavoro, sforzo intellettuale, metodo. Si improvvisa e si scopre sbagliandosi, ma da professionisti.

Profezie...sul passato!
Nel 1880, l'evoluzionista amico di Darwin, Thomas Huxley, definì questa capacità ”profezia retrospettiva”. L'espressione è volutamente paradossale: la profezia di solito si riferisce alla previsione di un evento futuro. Come la divinazione, che implicava il saper vedere qualcosa di nascosto nell'avvenire. La profezia retrospettiva mostra invece l'invisibile negli effetti presenti oppure un invisibile riferito a un evento del passato. Il profeta retrospettivo afferma: “in un certo momento del passato, se ci foste stati, avreste visto questo”. In questo modo i limiti della conoscenza sensibile vengono superati, lo scienziato del tempo profondo va oltre le apparenze e si sporge verso l'ignoto. Grazie alla profezia retrospettiva, scrive Huxley, "si comprende ciò che fino a prima andava oltre la sfera della conoscenza immediata, si vede ciò che era invisibile al senso naturale del vedente”.

Da un effetto si può risalire alla causa competente a produrre quell'effetto e tutto questo è supportato e sostenuto dalla fiducia nella costanza dell'ordine della natura. Insomma, come avrebbe detto Holmes "tolto l'impossibile, quel che rimane, per quanto improbabile, dev'essere vero".

Mi pare logico...


Abduzione” significa generare un'ipotesi che, qualora verificata, spiegherebbe l'insieme dei fatti osservati, accrescendo le nostre conoscenze, e lo si fa in base all'osservazione di connessioni tra fatti non teorizzati sul piano generale. Per questo l’abduzione è alla base del ragionamento ipotetico-deduttivo, perno di ogni sapere scientifico: analizzare i dati indiziari, proporre ipotesi probabili, valutarne la verosimiglianza, fare predizioni, metterli alla prova con ulteriori dati. In un gioco senza fine di congetture e aggiustamenti. In sintesi, è la logica della scoperta.

Inferire l'esistenza di qualcosa e descriverlo nei suoi tratti, senza averlo mai visto prima, a partire da indizi, tracce e segni, rientra quindi nell'induzione. Si noti che, anche se le premesse sono vere, la conclusione non è logicamente certa, ma solo probabile. Si naviga comunque nell'incertezza ma con metodo: se un'ipotesi è più economica e parsimoniosa, nel senso che implica meno parametri e fattori in gioco, tenderemo a preferirla perché più probabile. Fino a prova contraria, sempre.

Ad ogni modo le connessioni tra le capacità abduttive e il trovare ciò che non si va cercando restano assai deboli. E, sulla scia di Zadig, a dimostrarlo sono proprio tutti i campioni del sapere indiziario che sono pressoché infallibili. Altro che scienza dell'inatteso.

Devono risolvere un mistero, applicano il metodo indiziario e colgono nel segno. Straordinario, tant’è che pur sapendo che è nella penna dell’autore l’intera storia, che ne conosce ogni dettaglio, svolgimento e conclusione fin dall’inizio, ne restiamo affascinati.

Nei Delitti della Rue Morgue, capolavoro poliziesco di Edgar Allan Poe, estremizzazione letteraria dell’abduzione e che ispirò Arthur Conan Doyle, il detective Auguste Dupin analizza ogni dettaglio, procede per esclusione e riesce persino a leggere nella mente del suo amico, ricostruendo i passaggi del suo ragionamento. Bisogna pensare a ciò che nessuno ha pensato, come lo scienziato dinanzi a un'anomalia, non ritrarsi nemmeno di fronte alle ipotesi più strane, persino che il colpevole sia un orango, ma alla fine comunque, magari con l'aiuto della gloriosa teoria delle probabilità, “l'esperienza rivela sempre la sua vera logica”. Gli avvenimenti collaterali e accidentali sono importanti, ma Dupin li domina rendendoli oggetto di calcolo assoluto, riconducendo l'imprevisto a formula matematica. Il risultato finale, dunque, è negazione della serendipità.

Elementare, mio caro Watson!

Sherlock Holmes non è da meno. Il suo inventore, Arthur Conan Doyle, era medico, allievo e segretario di Joseph Bell, un esperto di semiotica medica, amante dell'induzione, delle connessioni tra indizi, mago delle diagnosi in corsia, che poi il giovane Conan Doyle doveva redigere per iscritto. Conan Doyle scrisse i primi bozzetti del suo personaggio mentre aspettava i pazienti nel suo ambulatorio specialistico, tra un viaggio in nave e l'altro, come medico di bordo. Il detective Holmes è dunque figlio del sapere indiziario in medicina. Da questo, e dall'esempio del detective Dupin di Poe, ne trasse nel 1886 il modello di un poliziotto scientifico con grandi capacità di indagine e che doveva applicare un rigoroso e realistico metodo indiziario, non affidandosi a coincidenze fortunate, ma ad orme nel fango, ceneri di sigaretta, calli sulle mani, usure, piccoli dettagli impercettibili ai più. Il protagonista deve meritarsi il successo con la fatica e con il ragionamento, non scoprire il colpevole grazie a circostanze fortuite. Nella finzione letteraria, Holmes è addirittura autore di cataloghi sistematici e quasi paranoici di indizi quali ceneri di sigaretta e calli sulle mani. Qui c'è ben poca serendipità. I colpi di fortuna non esistono quasi mai nella vita reale, scrisse Conan Doyle in una lettera del 1900 in cui raccontava la nascita del suo personaggio raccontando come trasse ispirazione dal suo vecchio professore di Edimburgo, dalla sua logica implacabile che dagli effetti risaliva alle cause diagnosticando così a colpo d'occhio le malattie.

Holmes dunque è ancor più scienziato di Dupin: razionale e sistematico. La scienza prende il posto del caso e i delitti quello delle malattie.

A ben vedere Sherlock Holmes, quasi disumano, senza cuore ma dotato di una magnifica intelligenza logica, porta l'abduzione a conseguenze così estreme da negarla. Watson fa da contraltare alle sue presunzioni di infallibilità, ma senza grossi risultati. Infatti la scienza di Holmes viene presentata non come abduzione ma come deduzione logica: da premesse generali a conseguenze sottese e inevitabili.

Quella di Holmes è scienza esatta, per dirla in modo più filosofico con una delle massime dello stesso Holmes, ripetiamola: “eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità”. Si tratta nientemeno che del tipico procedimento sperimentale per cui si analizzano, si comparano e si scartano le diverse variabili e ipotesi in gioco, al fine di corroborare una teoria, che sia scientifica o investigativa, scartando le false piste. Il detective, come lo scienziato, è consapevole che questa scienza funziona fino a un certo: cioè solo fin quando sei sicuro di, e hai gli strumenti per, valutare davvero tutte le variabili potenziali. Spesso restano sul tavolo diverse congetture, altrettanto probabili improbabili, perché la natura umana e non umana sa essere contorta.

Il resto allora è calcolo delle probabilità e fortuna, ammette Sherlock Holmes. Quindi non è esattamente una scienza esatta ma l'ambizione è quella.

Ma a questo punto, per chiudere con un sorriso, non posso non pensare alla famosa citazione del fu Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa USA durante la presidenza di Bush jr. Nel tentativo di arrampicata su specchi insaponati, di giustificare il mancato ritrovamento delle famose armi di distru(a)zione di massa, disse ai giornalisti in conferenza stampa.

«As we know, there are known knowns; there are things we know we know. We also know there are known unknowns; that is to say we know there are some things we do not know. But there are also unknown unknowns – the ones we don’t know we don’t know.».

Tradotto alla lettera:
Come sappiamo, ci sono i noti noti, le cose che sappiamo di sapere. Sappiamo anche che ci sono gli ignoti noti, che sarebbe a dire che sappiamo che ci sono cose che non sappiamo. Ma ci sono anche gli ignoti ignoti – le cose che non sappiamo di non sapere.

Appendice geologica

Così come geologo è l'autore che mi ha ispirato questa digressione investigativa, lo sono anch'io, se non altro nel cuore e nell'anima. E allora vi propongo un esempio di abduzione, di inferenza non deduttiva, tratto dalla geologia.

Negli anni Ottanta, Luis e Walter Alvarez iniziarono a sostenere che un enorme meteorite aveva colpito la Terra circa 65 milioni di anni fa, causando un’enorme esplosione e profondi cambiamenti climatici che coincisero con l’estinzione dei dinosauri. Il gruppo di Alvarez sosteneva che il meteorite aveva causato l’estinzione, ma questo lasciamolo da parte, senza entrare nei dettagli che riguardano ipotesi alternative quali quelle dei Trappi del Deccan. Consideriamo solo l’ipotesi che un enorme meteorite abbia colpito la terra 65 milioni di anni fa. Un’evidenza cruciale per questa ipotesi è la presenza di livelli insolitamente elevati di alcuni elementi chimici, come l’iridio, negli strati della crosta terrestre che hanno 65 milioni di anni. Questi elementi sono tendenzialmente presenti nei meteoriti in concentrazioni molto più elevate rispetto a quelle presenti sulla superficie della Terra. Questa osservazione fu considerata una buona evidenza a supporto della teoria che un meteorite avesse colpito la terra grossomodo in quel periodo.

Se costruiamo questo esempio nella forma di un argomento con premesse e conclusione, è chiaro che esso non è né una induzione né una proiezione. Non stiamo inferendo una generalizzazione, ma un’ipotesi su una struttura o un evento che spiegherebbe i nostri dati. In filosofia si usano diversi termini per indicare inferenze di questo tipo. Il filosofo Peirce le chiamava inferenze “abduttive”, in opposizione a quelle “induttive”. Altri le hanno chiamate “induzioni esplicative” o “induzioni teoriche”. L’espressione più comune è “inferenza alla miglior spiegazione”, ma il filosofo della scienza Peter Godfrey-Smith, contemporaneo, ne usa una leggermente diversa: “inferenza esplicativa”.

[*] Anche se spesso attribuite al discorso tenuto da Donald Rumsfeld nel 2002, queste citazioni risalgono a diversi anni prima, alla prefazione di un libro di Robert M. Hazen, "Perché i buchi neri non sono neri?", scritto nel 1997.

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Bibliografia
Roberto Franco. E' sedimentario, mio caro Watson! 2023.
Peter Godfrey-Smith. Teoria e realtà. 2021
Telmo Pievani. Serendipità. 2021


21 dicembre 2023

Per sopravvivere all’ignoranza ci vuole metodo. Scientifico.

Introduzione

Non ci chiediamo per quale utile scopo gli uccelli cantino: lo trovano piacevole, perché sono stati creati per cantare. Similmente, non dovremmo chiederci perché la mente umana si preoccupi di comprendere i segreti dell'universo; la diversità dei fenomeni naturali è così grande, e i tesori nascosti nel cielo così ricchi, proprio perché non venga mai a mancarle fresco nutrimento. (Keplero, Mysterium Cosmographicum, 1596)

Sorvolando sulla vena creazionista, erano altri tempi, Keplero per spiegare quanto la scienza sia parte della natura umana, la paragona ad un’attività artistica quale il canto, forse inutile in senso pratico ma innata. Ci facciamo domande sul mondo perché è parte della nostra natura, non possiamo farne a meno. Ed è la curiosità che muove ogni scienziato, di insaziabile appetito e che ad ogni risposta ottenuta vede aprirsi altre domande.

Non so come potrò apparire al mondo, ma a me sembra di essere stato soltanto un bambino che, giocando sulla riva, si sia divertito a trovare ogni tanto una pietra più liscia o una conchiglia più bella del solito, intanto, il grande oceano della verità si spalanca ancora completamente inesplorato di fronte a me. (Isaac Newton)

Nonostante i successi raggiunti, le straordinarie scoperte, Newton, da vecchio, si descrisse con quella frase vedendosi ancora come uno che guardava il mondo con curiosità, interrogava la natura, trovava cose meravigliose e le ordinava, le interpretava, cercava di capirle e di spiegarle, ben sapendo che non sarebbe mai riuscito a rispondere a tutte le domande. Nessuno può riuscirci.

E allora perché in molti, troppi, esseri potenzialmente dotati di poteri razionali, si scatena il processo contrario, quello del dubbio, della negazione?

Uno degli aspetti paradossali sono i campi di azione in cui questi si cimentano in grottesche imitazioni di dibattito, laddove dibattito non c’è, se non in affermazioni talmente ridicole da scatenare l’ilarità generale della peggior specie. Per esempio, nonostante una buona parte dell’umanità abbia accettato senza battere ciglio teorie scientifiche molto più complesse e spesso controintuitive quali quelle della Relatività Generale e Speciale, o le conclusioni apparentemente assurde della Meccanica Quantistica, sono bersagli preferiti il campo biologico, soprattutto quello darwiniano, quello medico, climatologico e persino paleoantropologico e paleontologico.

Per motivi del tutto diversi da quel che ci si potrebbe attendere, sono persino disposto a prendere sul serio alcune voci di complottismo sul clima, che hanno ragioni sociologiche non trascurabili, ma tollero molto male tutto il resto. Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Senza ardire a proclamarne la verità assoluta, di contro, la voce scientifica, è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni, fino al consenso scientifico.

E, contrariamente a quanto ci si possa attendere, spalancate le porte a legioni di imbecilli, come ebbe a dire Umberto Eco, queste voci urlate dell’ignoranza, non diminuiscono e si amplificano grazie proprio alla cassa di risonanza dei social, arroccate sulle loro posizioni sbagliate.

Frequento sui social molte pagine dedicate alla divulgazione scientifica. E su certe tematiche, tra l’altro molto meno ostiche, come scrivevo poc’anzi, della meccanica quantistica o della matematica dei sistemi complessi, è un fiorire continuo e ripetuto di commenti che ripetono a pappagallo, negazioni e critiche sterili, che saltano di palo in frasca senza criterio e che, se messi all’angolo, cambiano sapientemente argomento dimostrandosi campioni di conoscenza delle leggi sulla stupidità. Persone prive di qualsiasi base cognitiva minima che tentano di aprire dibattiti auto-elevandosi al livello di chi ne sa molto di più, più di persone che ovviamente, prima di aprire un social qualsiasi hanno aperto libri, e parecchi. A volte mi chiedo per quale motivo queste persone frequentino pagine di divulgazione scientifica: masochismo forse? Non credo, la maggior parte sono animati solo da un idiota bastiancontrarismo incurabile.

Ma se masochismo c’è, è il mio, che mi ostino a tentare di spiegare, di commentare costruttivamente, di aggiungere elementi all’argomento, di fornire indicazioni a volte di approfondimento altre volte di semplificazione, di indicare libri o siti in appoggio. E finisco quasi sempre a scontrarmi con terrapiattisti de noantri, negazionisti, neoluddisti, complottisti e ancora altri -isti di ogni tipo e provenienza.


L’argomento più gettonato è la negazione stessa della scienza, quella con la S, e le sue teorie. Lasciamo stare il frequentissimo «è solo una teoria…» espresso da persone che si sentono filosofi della scienza autorizzati a dir la loro; persone che non immaginano nemmeno lontanamente -come potrebbero?- che quegli stessi filosofi (della scienza, gli altri non sono, nella pratica per lo meno, nemmeno presi in considerazione[1]) sono tuttora guardati con un certo sospetto dagli addetti ai lavori e qualche volta tacitati con qualcosa di simile allo «zitto e calcola!» o, peggio ancora, con battute del tipo «La filosofia della scienza è utile agli scienziati più o meno quanto l’ornitologia lo è agli uccelli».


Oppure, in risposta ad un breve excursus storico del progresso scientifico, di qualsiasi argomento, i novelli precursori criticano con affermazioni tipo questa: «La scienza dell’Ottocento si sbagliava su questo, a metà Novecento si scopre che si sbagliava su quello, prima o poi verrà fuori che anche quel che si afferma qui è sbagliato…».

Senza tirare in ballo, per ora, il solito Karl Popper, è ovvio che qualunque affermazione (e già sul termine affermazione potremmo fare nottata a discuterne) può essere errata ma non si tratta di questo. Non è così che vanno le cose nel mondo scientifico. Il punto fondamentale è: non ha affatto senso pensare che tutto ciò che sappiamo oggi è da buttare perché domani salterà fuori qualcosa di nuovo. Anche se plausibile che il progresso scientifico e tecnologico non si accompagnino automaticamente a un avanzamento sociale, il progresso scientifico esiste, e ne faccio un solo esempio tra i tantissimi che lo dimostra: l'allungamento della vita media dall'Ottocento ad oggi[2].

La scienza, ripeto un concetto fondamentale, non può dirci con certezza cosa è vero ma ha un metodo sicuro per dirci cosa è falso.

Questione di metodo

Il metodo scientifico, da Galileo in poi, è piuttosto semplice e lineare: si fanno ipotesi sui motivi che sono alla base di una certa osservazione; queste sono seguite da esperimenti per verificarle e, cosa importante, gli esperimenti sono ripetibili praticamente da chiunque; si accettano, momentaneamente, le ipotesi che sono coerenti con i risultati degli esperimenti, perché potrebbero essere vere, e si scartano quelle che non sono in accordo con i risultati sperimentali, perché sono sicuramente false. Procedendo in questo modo il margine di incertezza si assottiglia rendendo via via più valida la teoria scientifica alla base di tutto ciò.

Ovvio che qualsiasi teoria può essere col tempo abbandonata in favore di una teoria che spieghi meglio un maggior numero di fenomeni. Un paio di esempi: la teoria della gravitazione di Newton è risultato essere un caso particolare di quella della Relatività Generale di Einstein; la genetica ha una spiegazione migliore della trasmissione dei caratteri ereditari che non quella che fornì Lamarck. E così via.

Ed è questo il modo per correggere, un passo alla volta, errori e manchevolezze e si procede sempre verso una maggior comprensione del mondo e dei suoi fenomeni.

Ma nessuna nuova scoperta potrà rendere vera una teoria che si è dimostrata falsa.

Nessuna persona sana di mente tornerà a credere che sia il Sole a ruotare intorno alla Terra nonostante le ricerche in astronomia procedano sempre verso un maggior grado di conoscenza.

Ancora un esempio. Per quanto la ricerca in un determinato settore possa portare dati via via più recenti e diversi, è innegabile l’origine africana dell’umanità: lo provano i dati di cui disponiamo, e di diverso tipo: fossili, archeologici e genetici, e diversificare le fonti contribuisce a ridurre al minimo il rischio di sbagliarsi, tanto più grande quanto più ci si affida ad una sola fonte di informazioni.

 

E per tornare ai social, riporto le parole aneddotiche di un noto genetista italiano, Guido Barbujani, che in appendice ad un suo libro, scrive:

«Vorrei spiegare perché non partecipo alle discussioni sui social. Negli anni Ottanta, una catena americana di fast food, la A&W, decise di fare concorrenza all'hamburger più famoso della McDonald's: il quarter-pounder, ovvero quello con un quarto di libbra di carne (un po’ più di un etto; in Italia si chiama DeLuxe). Avrebbero offerto, per lo stesso prezzo, il third-pound, cioè un panino che conteneva 1/3 di libbra di carne. Fu un fiasco. Un'indagine di mercato scoprì che per la maggioranza degli intervistati siccome 3 è meno di 4, 1/3 è meno di 1/4. Ecco perché non partecipo alle discussioni sui social.»

Popper, ancora lui

A questo punto è doveroso richiamare il solito Popper, che abbiamo incontrato diverse volte e che ha contribuito alla filosofia della scienza in molti modi. Uno dei più importanti e conosciuti è la sua visione della scienza, incentrata su una coppia di idee semplici, chiare e straordinarie.

Innanzi tutto distinguere la Scienza, con la S, dalla pseudoscienza (non necessariamente priva di significato ma comunque non scienza[3]) per mezzo del falsificazionismo, il nome che il filosofo diede alla propria soluzione: un’ipotesi è scientifica se e solo se ha il potenziale di essere confutata da qualche possibile osservazione. Per essere scientifica, un'ipotesi deve correre un rischio, deve mettersi in gioco. Se una teoria non si assume alcun rischio perché è compatibile con ogni possibile osservazione, allora non è scientifica. E fin qui tutto bene. Ma Popper usava l'idea della falsificazione anche in modo più ambizioso. Sosteneva che tutte le verifiche nella scienza hanno la forma di tentativi di confutare delle teorie mediante l'osservazione. Cosa cruciale è che non è mai possibile confermare o dimostrare una teoria mostrando che si accorda con le osservazioni. La conferma è un mito per Popper. L'unica cosa che un test osservazionale può fare è mostrare che una teoria è falsa. Alcuni degli scienziati che considerano Popper un eroe non realizzano che egli credeva che non è mai possibile confermare una teoria nemmeno in parte, indipendentemente da quante osservazioni la teoria ci aiuta a prevedere con successo.

Se il risultato di un qualsiasi esperimento conferma la previsione, l’ipotesi fatta a proposito di una certa teoria, l’unica affermazione possibile è dire di non aver ancora falsificato la teoria. Per Popper, non possiamo concludere che la teoria è vera, né che è probabilmente vera e neppure che è più probabile che sia vera di quanto fosse prima del test. La teoria potrebbe essere vera, ma non possiamo dire più di questo: potrebbero passare anni senza riuscire a falsificare una teoria ma per Popper ciò significherebbe che è semplicemente sopravvissuta ai tentativi di falsificazione. Ciò non significa ovviamente che gli scienziati debbano trascorrere quasi tutto il loro tempo a tentare di falsificare una teoria, ma solo che dovremmo sempre mantenere un atteggiamento di cautela.

Un vero e proprio estremista quindi.

Purtroppo, la cattiva interpretazione, strumentale, del pensiero di Popper, apre le porte ai negazionisti di ogni epoca.

Popper distingueva inoltre le società essenzialmente in due categorie: «società aperta», ovvero una società nella quale è possibile l’esercizio della critica, e «società chiusa», dove questo non è possibile. Esercizio della critica che deve consentire alcune idee e ne soppiantino altre con queste ultime, che dovranno scomparire perché razionalmente si è dimostrato la loro inapplicabilità, la loro irrazionalità, la loro inutilità. Far scomparire le idee con l’esercizio della critica e non far scomparire gli uomini che le sostengono, sia chiaro, e sempre per dirla con Popper «Il metodo critico o razionale consiste nel far morire al nostro posto le nostre ipotesi»: una sorta di parafrasi di Winston Churchill che, quando il suo partito perse le elezioni per la prima volta, disse alla moglie che era contento perché si era battuto tutta la vita per consentire ad altri di imporre democraticamente altre idee alle sue.

L’atteggiamento riportato da Popper è la base stessa del metodo scientifico, della scienza moderna, che ancora una volta si dimostra non solo essere il più efficace metodo per accrescere la nostra conoscenza ma anche un contenitore di valori che personalmente vorrei continuamente vedere applicati anche in altre aree della vita civile. Se c’è un settore dove prevalgono sempre onestà e moralità è quello della ricerca scientifica proprio perché, è sempre Popper a dirlo, la scienza non è un insieme di predicati verificabili ma è al massimo un insieme di teorie complesse che possono essere, al più, falsificate globalmente. Ogni scienziato sa che ogni teoria ha come limite di validità il momento in cui il confronto con la realtà dovesse fornire elementi per ritenerla non più valida, ed è la teoria stessa che offre gli strumenti di verifica, di falsificabilità. Più onesto di chi, innocente, offre ai propri accusatori gli strumenti atti a cercare di dimostrarne la colpevolezza, chi altri? Ciò ricorda molto da vicino il grande Charles Darwin che dedicò un intero capitolo de “L’origine delle specie” a tentativi di confutazione e relative risposte, anticipando quanto avrebbero potuto fare i suoi critici ed oppositori.

Il fatto che le teorie scientifiche sono, anzi, devono essere criticabili, espresse con chiarezza ed indicanti in anticipo quali fatti potrebbero «falsificarle» è una lezione per la democrazia, per la politica, perché la politica democratica non è, contrariamente a quanto si pensi, il governo del popolo (alla faccia dell’etimologia), o della maggioranza, ma deve semplicemente essere la possibilità di eliminare idee sbagliate od un cattivo governo senza spargimenti di sangue, senza eliminare le persone che le sostengono.

Purtroppo la maggioranza irrazionale appare per ora troppa ed imbattibile, e come dice l’adagio, è inutile cercare di discutere con un idiota, per farlo dovresti abbassarti al suo livello e saresti battuto per inesperienza…

Conclusione

Esempio di metodo scientifico nella vita quotidiana: sorprendente! - Web  Leaders Srl

L'universo è un libro aperto, che racconta una storia che chiunque può leggere, con la preparazione adatta. Non ci sono insegnamenti segreti, non ci sono autorità intoccabili: tutti possiamo imparare la lingua della natura e decifrarne i messaggi. Ogni tanto può anche succedere di avere ragione per il motivo sbagliato ed è per questo che ci vuole un metodo affidabile, che funzioni indipendentemente dallo scienziato di turno.

La scienza, in definitiva, è questo: un metodo, un insieme di pratiche affidabili per costruire una mappa veritiera della realtà, una guida per selezionare tra tutte le storie possibili sul mondo, quelle che meglio si avvicinano a raccontare come stanno davvero le cose.

Senza nulla togliere al potere e all'importanza della riflessione, pensare non basta. Certo, col pensiero si possono fare cose meravigliose, inventare storie, mondi, cercare regolarità, ordinare i fatti, produrre astrazioni. Col solo pensiero sono state composte sinfonie, scritti racconti memorabili come l'Odissea, decidere tra ciò che è buono e ciò che è cattivo, o meglio ancora tra ciò che è logico e ciò che non lo è. Col solo pensiero si dimostrano i teoremi. Ma se vogliamo capire come è fatto davvero il mondo, in base a quali meccanismi funziona, usando esclusivamente il pensiero non si arriva molto lontano. Occorre trovare un modo per decidere se quello che si è pensato ha a che fare con la realtà oppure no. Una delle cose più frustranti, ma al tempo stesso più eccitanti, per uno scienziato è rendersi conto che per ogni fenomeno naturale possono coesistere diverse interpretazioni alternative, anche perfettamente logiche e razionali, ma che sicuramente molte di esse, se non tutte, sono sbagliate.

Ed è per questo che a un certo, più o meno quattro secoli fa, la scienza si è separata dalla filosofia mantenendo un'origine comune: il tentativo di capire il mondo.

Questa è la potenza del metodo sperimentale, la sua novità assoluta. Quando esistano spiegazioni diverse è la Natura, che direttamente, attraverso l'esperienza empirica, l'esperimento, decide qual è quella giusta. Un antesignano della figura di scienziato, il filosofo Ruggero bacone, diceva, tre secoli prima di galileo: «Argomentando, possiamo giungere a una conclusione ed essere spinti ad ammetterla: ma questo non ci rende certi, né elimina il dubbio, così che la mente possa acquietarsi nell'intuizione della verità, a meno che essa non trovi tale certezza per mezzo dell'esperienza.»

È un po’ più complicato di quanto appare. Per chiedere alla natura di fare da arbitro, e soprattutto per sperare di avere una risposta sensata, occorrono esperienza e bravura. Va posta la domanda nel modo giusto. Vanno eliminate tutte le complicazioni non necessarie, va minimizzato il rischio che la domanda venga fraintesa. Il fenomeno va isolato da tutti gli altri che potrebbero interferire, ed occorre avere il controllo assoluto di tutti i suoi aspetti che si possano controllare, e contemporaneamente avere un'idea il più possibile accurata degli aspetti non controllabili. Va misurato con precisione quantitativamente tutto il misurabile. Occorre essere analitici e non analogici. Occorre rigore e ricontrollare il tutto milioni di volte. L'ipotesi preferita, la spiegazione logica e razionale che si è elaborata mentalmente e che si voglia mettere alla prova, deve essere formulata in maniera tale che qualsiasi esperimento possa dimostrar la falsa, nel caso essa lo sia. E dopo tutto ciò, ottenuta una risposta da un esperimento, quella risposta va interpretata nel modo corretto. È difficile, la scienza è difficile, ma è rigorosa. Rigore, precisione, metodo, controllo, senso critico, capacità di non ingannare se stessi e gli altri, ricerca spietata dell'errore. Sono solo alcuni dei requisiti richiesti per sperare di strappare qualche risposta alla natura.

È una strada senza scorciatoie ma una volta intrapresa, si arriva molto lontano.

E, per questo, fluctuat nec mergitur, non mollo, e continuerò incaponito, a cercare di contrastare le voci del dissenso ignorante, anche se il risultato fosse ricondurre sulla via della ragione, uno solo delle dozzine di inutili idioti che si incontrano quotidianamente.

Perché occorre fidarsi della scienza e del suo metodo, come già ebbi modo di scrivere.


[1] Lungi da me negare il ruolo fondamentale che la filosofia, nel corso della storia dell’umanità, ha avuto nel progresso culturale. Prima che un certo William Whewell inventasse il termine “scienziato”, nel 1834, persone come Galilei, Linneo, Lamarck, Curier, Newton, persino Darwin all’inizio, erano chiamati “filosofi”, naturali ma pur sempre filosofi.
[2] In entrambe le immagini proposte c’è un trucco, abilmente nascosto, ma c’è. Sono paradossi apparenti e possono essere prese ad esempio dell’ostinazione con cui si cerca di negare l’evidenza. Le spiegazioni dei triangoli qui, e qui quella del puzzle.
[3] Due esempi di pseudoscienza a lui cari: la psicologia di Freud e la visione marxista della società e della storia. Scienza purissima per Popper era d’altro canto il lavoro di Einstein.

16 dicembre 2023

E come disse l'emiro, torneremo alle caverne (*)

Cambiamento climatico e global warming: c'è ancora chi sostiene che non tutto il male viene per nuocere? Direi che dopo lo scarso risultato (oserei dire un fiasco, nonostante le entusiastiche dichiarazioni, capolavoro di bizantinismo) ottenuto col documento di accordo dell'ultima COP, una trattazione del genere potrebbe anche diventare interessante.

Introduzione

Le voci negazioniste hanno forme molteplici, le forme della bugia, dell’imbroglio, della malafede e del complottismo. Senza ardire a proclamarne la verità assoluta per non incomodare lo spirito di Popper, di contro la voce scientifica, è una, chiarissima. La voce dei fatti incontrovertibili, delle evidenze sperimentali, dei risultati matematici della modellizzazione, dei confronti tra posizioni fino al consenso scientifico. Fortunatamente le prime sembrano avviarsi infine ad essere sempre più flebili e arroccate sulle loro posizioni sbagliate tanto quanto e tanto per iniziare, quanto quelle degli astrologi che credono che ancora oggi tra gennaio e febbraio la Terra sia in Acquario[1].

Proprio grazie al convincimento che è in atto un cambiamento climatico, in questo post, arriverò al paradosso della negazione o peggio, dell’accettazione che tutto sommato non è così grave, indirizziamo i nostri sforzi altrove, i problemi sono altri! Dopotutto, di paradossi ne ho già trattato.

Con cambiamento climatico intendo quanto ribadito nel documento UNFCCC, Art. 1, punto 2, cambiamento con forzante antropogenica, distinguendolo dalla naturale variabilità climatica che ha segnato da sempre la storia della Terra, di cui ad esempio ho trattato qui.

Le certezze hanno origini antiche

Fin dai primi decenni dell’Ottocento c’erano scienziati interessati a capire i meccanismi del riscaldamento dell’atmosfera, ben consci che questa da un lato è a contatto con lo spazio esterno, gelido, e dall’altro con la superficie calda della Terra; e per capire i meccanismi delle dinamiche atmosferiche occorreva innanzi tutto capire come il calore venga assorbito e trasportato in due direzioni: dal Sole verso la Terra e dalla superficie terrestre verso lo spazio esterno.

Questa comprensione risultava inoltre necessaria per capire come fosse stato possibile che nel passato geologicamente anche recentissimo le ben note aree temperate europee ed americane avessero vissuto lunghissimi periodi glaciali, di decine di migliaia di anni ciascuno, ricoperte da migliaia di metri di ghiaccio e le cui prove andavano accumulandosi proprio in quel periodo[2]. La paura di un possibile ritorno di quei periodi era figlia di quei tempi, visto che il ricordo della piccola era glaciale, che aveva interessato l’Europa dalla metà del XIV secolo fino alla metà del XIX, nella memoria storica, era, freschissimo!



Si andava quindi alla ricerca delle prove che potessero giustificare un simile cambiamento climatico.
 

Entro le prime decadi del XIX secolo, Jean-Baptiste Fourier, notissimo, e il meno noto Claude Pouillet, erano giunti a comprendere a sufficienza i meccanismi della termodinamica dell’atmosfera, su basi analitiche, ed i relativi processi di irraggiamento, nel 1822 il primo e nel 1838 il secondo. Fourier arriverà a sviluppare strumenti matematici potentissimi, lo sviluppo in serie per le funzioni periodiche, e la trasformata che porta il suo nome, per normalizzare le funzioni non periodiche: strumenti che nascono proprio per rispondere ad una questione termodinamica relativa al clima terrestre, proprio come Newton, in lite con Leibnitz, inventò il calcolo infinitesimale per supportare la sua visione del mondo[3].

Pouillet va oltre: riprendendo l’opera di Fourier scopre che la temperatura superficiale della Terra è influenzata dal diverso grado di assorbimento che l’atmosfera ha nei confronti delle due fonti di calore, ovvero quello che viene essenzialmente dal Sole e quello che arriva invece dalla superficie stessa; allo scopo di comprendere i motivi di questa differenza si spinge a fare delle ipotesi sul ruolo che hanno il biossido di carbonio o il vapore acqueo.

 


Nel 1856 Eunice Newton Foote, la cui storia merita di essere conosciuta, degna figlia di un omonimo del grande Isaac, a seguito di esperimenti mirati[4], scopre che il biossido di carbonio provoca un riscaldamento maggiore dell’aria e scrive: «Un’atmosfera carica di gas acido carbonico[5] darebbe alla nostra Terra una temperatura elevata; e se, come alcuni suppongono, in un periodo della sua storia l'aria fosse stata mescolata con esso in una proporzione maggiore di quella attuale, ne sarebbe derivata una temperatura necessariamente più alta».

Verso la fine del XIX secolo, John Tyndall e Svante Arrhenius, rispettivamente nel 1861 e nel 1896, vanno oltre ed iniziano a misurare gli effetti concreti di alcuni componenti dell’atmosfera, componenti che Tyndall chiama radiativamente attivi e che da soli bastano a giustificare i cambiamenti climatici del passato della Terra. Rifà i calcoli centinaia di volte ma deve arrendersi di fronte all’evidenza: anche piccolissime quantità di biossido di carbonio hanno un fortissimo potere riscaldante.

Arrhenius, che era svedese e temeva particolarmente gli effetti di un periodo glaciale sul suo paese, già naturalmente esposto a climi freddi, riesce a calcolare gli effetti proporzionali tra presenza di biossido di carbonio e tasso di riscaldamento e si sofferma in particolare sugli aumenti della concentrazione di CO2 derivante dalle attività umane, sia come emissione diretta insieme ad altri cosiddetti “gas serra” (come vapore acqueo o metano) capendo che persino attività quali la deforestazione hanno l’effetto di incrementare il tasso di biossido di carbonio e ovviamente deducendone un aumento crescente delle temperature medie.

 




Guarda il lato positivo…

Ma quello che colpisce di più è ciò che emerge in Arrhenius a seguito delle sue ricerche: una visione tutto sommato positiva del futuro dell’umanità a seguito del riscaldamento dell’atmosfera. Se l’obiettivo è evitare un ritorno a periodi glaciali allora ben venga non tanto il ruolo naturale del CO2 in atmosfera ma soprattutto il ruolo dell’umanità nell’emetterne notevoli quantità addizionali, causare quindi un innalzamento globale delle temperature. Scrive:

«Spesso sentiamo lamentarci che il carbone immagazzinato nella terra è sprecato dalla generazione presente senza alcun pensiero per il futuro, e siamo terrorizzati dalla terribile distruzione di vite e proprietà che ha seguito le eruzioni vulcaniche dei nostri giorni. Possiamo trovare una sorta di consolazione nella considerazione che qui, come in ogni altro caso, c'è del bene mescolato al male. Per l'influenza della crescente percentuale di acido carbonico nell'atmosfera, possiamo sperare di godere di epoche con climi più equi e migliori, specialmente per quanto riguarda le regioni più fredde della Terra, epoche in cui la terra produrrà raccolti molto più abbondanti che nel presente, a beneficio di una rapida propagazione dell'umanità»

E ancora:

«Benché il mare, assorbendo l'acido carbonico, agisca come regolatore di grandi capacità, incorporando fino a 5/6 dell'acido carbonico prodotto dobbiamo riconoscere che la piccola percentuale di acido carbonico in atmosfera potrebbe, con l'avanzamento dell'industria, cambiare notevolmente nel corso di pochi secoli

Questa visione, molto comune e piuttosto diffusa fino ai primi decenni del XX secolo è, ribadiamolo, figlia del suo tempo, del timore del ritorno delle grandi glaciazioni.

In maniera non dissimile nel 1938 Guy Callendar calcola molto accuratamente gli effetti del riscaldamento. Con delle proiezioni fino al 2200 (!) l’ingegnere ed inventore inglese stima le emissioni umane di biossido di carbonio pari a circa 5 miliardi di tonnellate l’anno (Gt); siamo in realtà quasi a 40! Calcola per l’anno 2000 335 parti per milione (ppm) di CO2 e per il 2100 fino a 400 ppm; siamo a 420 (anno 2023), in anticipo di quasi un secolo. E, considerando inequivocabile il rapporto causa-effetto della concentrazione di CO2 sul riscaldamento, scrive:

«Si può supporre che la produzione artificiale di questo gas incrementerà considerevolmente nei prossimi secoli. E’ probabile che si dimostrerà benefico per l'umanità in molti modi, oltre che per la produzione di calore elettricità. Ma in ogni caso, grazie all'incremento delle temperature, il ritorno dei mortali ghiacciai dovrebbe essere ritardato indefinitamente.» 

La paura del raffreddamento globale torna ancora, e riecheggia fino gli anni ’70 del XX secolo, quando c’era una certa tendenza, nel mondo accademico, a prevedere un forte raffreddamento della temperatura media nonostante, fin dal 1958, le ricerche (vedi il più recente post) di Charles D. Keeling (nella foto a sinistra, lo abbiamo già incontrato, qui), chimico e pioniere della nascente climatologia, avesse raccolto dati che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo[6] con cicli periodici di varia natura, influenzandone direttamente gli assorbimenti di calore e con una netta tendenza ad aumentare nel tempo.
 
E ancora nel 1975, Wallace Smith Broecker, (a destra) da molti considerato il padre della terminologia global warming[7], apparsa allora per la prima volta in una rivista scientifica, pubblica un articolo in cui mette nero su bianco che «entro un decennio, l’attuale tendenza al raffreddamento, lascerà il posto ad un pronunciato riscaldamento indotto dal biossido di carbonio (…) Una volta che ciò accadrà l’aumento esponenziale del biossido di carbonio atmosferico tenderà a diventare un fattore significativo e all’inizio del prossimo secolo avrà portato la temperatura planetaria media oltre i limiti sperimentati negli ultimi mille anni.»[8]




Meglio caldo che freddo?

Ma torniamo a quella visione benevola, quella di Arrhenius che appunto da buon svedese, era oltremodo preoccupato da un ritorno di climi freddi, anzi freddissimi. Visione condivisa da molti suoi contemporanei. 

È paradossale, e di paradossi tratteremo adesso, ma i negazionisti, in malafede, ricordano a volte e da vicino talune posizioni di quei primi ricercatori, che già a cavallo tra XIX e XX secolo, avevano provato, oltre ogni ragionevole dubbio, il rapporto diretto di causa-effetto tra concentrazione di gas serra, in particolare biossido di carbonio, e aumento delle temperature. Un punto di vista per nulla preoccupato e anzi benevolo, perché si sosteneva che tutto sommato un aumento delle temperature medie avrebbe evitato il ritorno ad un periodo glaciale come nei millenni passati. Meglio caldo che freddo insomma.

Con riferimento alle popolazioni che vivono in quella fascia del pianeta che ricade nella cosiddetta “zona temperata boreale”, o poco più a nord, (più o meno la fascia verde nell’immagine), questo ragionamento potrebbe anche andar bene. E a ben vedere è quella fascia del pianeta che ha assistito per prima alla nascita dell’agricoltura e delle prime civiltà, spandendosi in seguito a macchia d’olio ed impiegando per farlo qualche millennio, restando sempre più o meno alle stesse latitudini, dai territori della Mezzaluna Fertile fino agli estremi occidentali dell’Europa e a quelli orientali del continente asiatico, come ci racconta Jared Diamond nel suo bel libro “Armi, acciaio e malattie”. Tuttavia, quando si tratta di civiltà umane, non ci si può accontentare delle sole cause climatiche per giustificare determinate evoluzioni. L’esempio dell’ascesa e del declino dei vichinghi in Groenlandia tra X e XIII secolo è uno dei tanti; quando il clima si fece più freddo la cosa non diede particolarmente fastidio alle popolazioni indigene degli inuit, che provenivano da nord. Questi traevano sussistenza da una cultura basata su caccia e pesca, ed erano usi a vestire di pelliccia; i vichinghi erano agricoltori e pastori, non abbandonarono mai la tradizione di vestire di stoffe, inadatte al clima artico. Un altro esempio di imprevedibilità dovuta all’adattamento umano ci viene da un recente studio del CNR. 

Secondo i ricercatori, le comunità archeologiche della Mezzaluna Fertile erano molto più versatili di quanto si potesse immaginare; la variabilità climatica, che porta a un aumento dello stress o al miglioramento delle condizioni ambientali di fondo, sembra solo modulare le dinamiche culturali e di sussistenza esistenti, che tuttavia non sono direttamente attribuibili al cambiamento climatico stesso. Le variazioni climatiche giocano un ruolo limitato nel governare le dinamiche delle comunità complesse, che dimostrano capacità di adattamento e di reazione ai cambiamenti e con grandi abilità di resistere a condizioni apparentemente avverse. In altre parole, le variazioni climatiche agirebbero solo come spinta per accelerare processi culturali già in atto.

Alla via così…

E allora facciamo finta che non esistano eventuali (e certissime) turbative che il cambiamento climatico può indurre pressoché ovunque in termini di fenomeni estremi, causa diretta o indiretta del riscaldamento[9]; così facendo quella ristretta fascia di territorio potrebbe addirittura trarre beneficio dal riscaldamento, con buona pace dell’industria turistica dello sci ovviamente (…)[10]. Pensate su quanti milioni di ettari per nuove coltivazioni cerealicole potrebbero contare i russi dopo lo scioglimento del permafrost, e chi se ne frega (…) se centinaia di centri abitati dovranno essere ricostruiti chissà dove dopo il crollo delle fondamenta basate su terreni che si suppongono sempre gelati: accade già oggi. Anzi, il gas serra dieci volte più assorbente del CO2, il metano contenuto nei terreni gelati, verrebbe liberato in atmosfera con retroazione positiva (…) a riscaldare ulteriormente l’atmosfera di quelle zone. Ma tutto quel grano, a chi lo venderanno visto che gran parte della fascia compresa tra i due tropici sarà stata pressoché desertificata e spopolata (…)?
Il ricco Occidente ne uscirà tutto sommato ancora una volta vittorioso: dopo tutto abbiamo i mezzi e la tecnologia necessari per adattarci al cambiamento climatico e un riscaldamento è meglio di un raffreddamento; meno territorio sottoposto ai rigori di inverni sempre più rigidi. Quindi se il riscaldamento globale significa più terre da coltivare perché sottratte al ghiaccio o comunque a climi estremi, maggiori risorse, meno problemi di salute perché col caldo non ci si ammala come col freddo, ci si lava di più e si è meno soggetti ad epidemie[11], allora la cosa può anche giustificare certe posizioni negazioniste (…). E poi vuoi mettere quanta benzina e gasolio risparmiati in Yakutia d’inverno che oggi sono impiegati per tenere accesi i motori delle auto e dei camion 24 su 24 che altrimenti congelerebbero all’istante (…)?

Non facciamo dunque nulla perché tanto non c'è nessuna emergenza e al massimo andremo a star meglio (…). 

L’Italia, o la Grecia e persino la Spagna o il sud della Francia, meriterebbero un discorso a parte. Innanzi tutto la linea di costa dovrà essere spostata sempre più verso l’interno a causa dell’innalzamento del livello medio del Mediterraneo: crescita non compensata dall’aumentato tasso di evaporazione che renderà il mare sempre meno pescoso tra acidificazione e aumento della salinità complessiva. Non basta? 

Potremmo comunque adattarci? Ma sì, tutto sommato non abbiamo la potenza economica degli Emirati Arabi Uniti per trasformare Roma in una novella Abu Dhabi ma sicuramente il Grande Raccordo Anulare sopravviverebbe alla trasformazione della capitale in una città in stile marocchino. E nel frattempo il turismo rivierasco romagnolo si sarà spostato sui fiordi norvegesi (…).

 

Pronti all’accoglienza?

E’ di queste ore la notizia che un miliardo e mezzo di persone sono pronte a migrare dal sud del mondo verso il nord del mondo, e questo siamo noi: l’Occidente di cui scrivevo. Anzi, entro la fine del secolo il cambiamento climatico potrebbe portare, tra siccità da un lato e paradossalmente inondazioni dall’altro, qualcosa come tre miliardi e mezzo di persone a migrare o cercare di farlo. Un quinto della superficie terrestre potrà subire un incremento significativo di gravi inondazioni della durata di settimane, costringendo gli abitanti a spostarsi; e in opposizione all’abbondanza d’acqua centinaia di milioni di persone che dipendono dall’acqua dei ghiacciai resteranno letteralmente a bocca asciutta.

 

Quindi, se tutto sommato il nord del mondo potrebbe adattarsi ad un cambiamento climatico così come già fecero le popolazioni europee durante la piccola era glaciale, con una bella sfoltita[12] dovuta a carestie, epidemie, malattie e chi più ne ha più ne metta, va ancora bene.

Ma è pronto il nord del mondo a riconoscere ed accettare le conseguenze di un cambiamento climatico di tale portata? Centinaia di milioni se non miliardi di esseri umani destinati a morire e miliardi di altri esseri umani in migrazione continua dal sud del mondo che diventerà sempre più arido e invivibile, verso il nord del mondo, ovvero noi.

L’atteggiamento che paesi come gli Stati Uniti e la pressoché totale compagine europea hanno nei confronti dei flussi migratori non promettono né premettono nulla di positivo; e proprio in questi giorni le richieste di essere accoglienti vengono respinte al mittente inequivocabilmente.

Siete disposti ad accettare uno scenario del genere? Se sì, accomodatevi perché il futuro è già qui.

Dimenticavo, l’Europa si scalda al doppio della velocità con cui lo fa il resto del mondo (…)

Bibliografia:

Gianluca Lentini. La Groenlandia non era tutta verde
Jared Diamond. Armi acciaio e malattie
Ian Stewart. Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo
Wolfgang Behringer. Storia culturale del clima


[1] E ci fanno persino calcoli!
[2] Già a metà Ottocento lo svizzero Louis Agassiz ne aveva fornito prove.
[3] Vedi qui.
[4] Un paio di tubi di vetro per contenere aria o suoi miscugli, una pompa per fare il vuoto, un giardino assolato od ombreggiato, un paio di termometri. E tanto ingegno.
[5] Acido carbonico era il nome dato allora al biossido di carbonio, CO2, (noto anche come anidride carbonica, definizione comunque non in linea con la nomenclatura chimica ufficiale).
[6] Si veda anche un mio precedente post.
[7] Essere così definito non gli fu mai cosa gradita. Personalmente non amo questa terminologia, quel warm potrebbe anche ricordare qualcosa di gradevole, un caminetto acceso, scene romantiche.
[8] Su questo blog ho scritto numerosi post in relazione alle evidenze del cambiamento climatico in atto: oltre a quanto indicato nella nota 4 ad esempio qui, e qui.
[9] Si pensi agli affetti de El Niño. Ne ho scritto qui.
[10] (…) indica ironia e paradosso.
[11] Il già citato Behringer lo racconta chiaramente: dato che col freddo ci si veste di più e l’igiene tende a scarseggiare, pulci e pidocchi stanno invece benissimo. I tedeschi il pidocchio del corpo umano lo chiamano Kleiderlaus, pidocchio dei vestiti.
[12] Nella tabella il grande collasso demografico a cavallo del XIV ha le sue origini dirette nelle epidemie e nella catastrofica carestia di quel periodo. Entrambi causati in parte anche dalle pessime condizioni climatiche.

(*) Il riferimento ironico è a quanto dichiarato dall'emiro Sultan Al Jaber, leader degli Emirati Arabi Uniti, paese ospitante la COP28.