04 gennaio 2026

Microbi. Anche ciò che non vediamo ci riguarda

L’attività umana ha prodotto nei sistemi terrestri cambiamenti che, per proporzioni e importanza, non hanno pari dall’avvento della fotosintesi, e ciò ci ha dato alla testa. Qualcuno l’ha chiamata impronta ecologica. Ma che cosa ha a che fare con batteri e affini? E questi, che c'entrano con bit & byte?

È stato detto «Siamo proprio come dei, quindi tanto vale abituarci all’idea».

Nella seconda metà del Novecento, molti pensavano che i rapidi progressi tecnologici avessero ormai superato ogni limite che ostacolava il controllo umano sul pianeta. Questa visione ottimista, definita «Antropocene buono», si basava sull’idea che il nostro ingegno tecnologico ci avrebbe permesso di mantenere uno stile di vita ad alto consumo energetico gestendo responsabilmente il grande potere acquisito.

«State soffrendo per un bene più grande» si diceva...e allora ditelo alle popolazioni che sono già nella morsa della siccità o dell'innalzamento del livello medio dei mari!

Gli abitanti di Bikini si sentirono dire qualcosa di simile – che evacuare la loro casa sarebbe stato per il bene di tutta l’umanità – dall’esercito americano, e questo particolare esempio di giocare a fare dio ha lasciato un angolo del pianeta inabitabile per oltre 20.000 anni. Assurdo, perfino crudele, quanto appare.

Il fatto che abbiamo alterato i cicli geochimici del pianeta non significa che ne abbiamo il controllo; ma del resto l’Antropocene non riguarda affatto il controllo, piuttosto evidenzia la relazione intima con il futuro del pianeta, strana tanto quanto quella che ci lega alle nostre comunità microbiche.

I rapporti nel tempo recente tra biomasse animali addomesticate, umana e naturali

Questo è il grafico più spaventoso del mondo: la quantità di biomassa rappresentata dal totale di quella umana e degli animali da questa addomesticati supera di diversi ordini di grandezza quella della fauna selvatica. Ma ciò che poche persone capiscono è che descrive anche una catastrofe microbica.

Ogni specie possiede un ecosistema influenzato dall'ambiente e dagli altri animali con cui interagisce. Il leone nella savana entra in contatto con nuovi microbi quando si nutre di carcasse o beve dove altri animali hanno lasciato escrementi. In cattività, mangia solo carne sterilizzata ed è a contatto esclusivamente con persone. Non ci sono separazioni nette, non c’è antitesi tra uomo e natura. Un declino in un livello porta al declino in un altro; quando la biodiversità cala nel macromondo, cala anche in quello microbico. Come le matriosche, ogni estinzione di mammiferi o insetti contiene altre innumerevoli estinzioni o quasi estinzioni, che si verificano a mano a mano che il microbiota animale perde il proprio habitat.

Ciò che rimane è la microbiomassa associata agli esseri umani e a ciò che mangiano.

La biomassa della Terra e un dettaglio della distribuzione di quella animale

Mutare e trasferire
Quanto i microbi siano indispensabili è presto detto. Un grammo di fango negli estuari urbani di città come Shangai o New York, contiene circa un milione di geni resistenti agli antibiotici provenienti dai batteri. Si sono scoperti batteri mangiasale vivi, sopravvissuti dopo essere rimasti intrappolati nei cristalli per 250 milioni di anni. Il principio del cambiamento è il tratto più essenziale del mondo microbico. Le forme di vita unicellulari esistono forse da 4 miliardi di anni, e ogni innumerevole generazione ha prodotto una leggera differenza rispetto alla precedente, un piccolo errore nella copia. È stato ipotizzato che ci siano tante specie diverse quanti sono stati i batteri individuali: idea che è già di per sé notevole prima ancora di considerare che in ogni dato momento sulla Terra sono esistiti qualcosa come 5.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 (5x1030) batteri – espressi in tonnellate di carbonio si stima equivalgano a circa 70x109 tonnellate (Gt). Si pensa che un’altra quantità pari a 1.000.000.000.000.000.000 (1012) viva sulle particelle di polvere nell’atmosfera, e si crede che tra il 50 e il 90 per cento della biomassa oceanica consista di cellule microbiche. Sono numeri pari ad almeno 100 volte il quantitativo di stelle di tutte le galassie dell’universo.

Nel 2016, scienziati giapponesi hanno scoperto un batterio capace di degradare la plastica PET in uno stabilimento di riciclaggio, segnalando come i microbi oceanici si stiano evolvendo per consumare rifiuti plastici. L’origine di questa incredibile diversità risiede nella loro capacità di condividere il proprio DNA: il processo del Trasferimento Genico Orizzontale. Una cellula batterica può scambiare le proprie informazioni genetiche con qualsiasi altra cellula. I microbi che si sfiorano l’un l’altro possono scambiarsi i geni: in alcune specie lo scambio è mutuo e coordinato, altre specie assorbono ciò che trovano, pezzi di DNA, frammenti di virus, altre ancora rubano il patrimonio genetico altrui fagocitando altri microbi (così sono nati organelli specializzati presenti nelle cellule eucariotiche). Oppure scelgono di coabitare e, come coppie sposate da tempo, alla fine si fondono per diventare quasi indistinguibili l’uno dall’altro. Non tutti gli scambi danno luogo a adattamenti significativi: le modifiche inutili spesso vengono spazzate via dalle generazioni successive. Questo processo permette ai microbi di sviluppare processi vitali importanti quali fotosintesi, catabolismo e simbiosi.

Tuttavia, le nostre azioni stanno censurando sempre di più questa libera espressione, frenando l’orgia e costringendo l’evoluzione microbica a seguire la nostra guida. Da quando abbiamo cominciato a usare il fuoco – oltre 500.000 anni fa - per cucinare il nostro cibo, gli uomini influiscono sulla selezione dei geni nelle proprie popolazioni microbiche tramite scelte dietetiche. Questa selezione «morbida», però, è diventata un processo di selezione «dura» tramite l’uso di composti antimicrobici; dapprima con esitazione, da quando abbiamo cominciato a sfruttare gli effetti profilattici del mercurio e dell’arsenico alla fine dell’Ottocento, ma poi con aggressività, da quando si è diffuso l’impiego di antibiotici dopo la seconda guerra mondiale. A titolo di esempio nelle popolazioni mondiali sviluppate, l’abuso di antibiotici è accusato di essere la causa del rapido declino di Helicobacter pylori, un microbo che vive nello stomaco e che si coevolve con gli esseri umani da almeno 100.000 anni per assistere nel regolare la produzione di acido nello stomaco (qui la storia della scoperta della vera natura dell’ulcera). E gli effetti di questa liberalità con gli antibiotici non si notano solo nelle viscere umane.

Antibiotici

Gli antibiotici hanno sicuramente contribuito alla formazione di fossili futuri semplicemente con il loro effetto sui tassi di mortalità, ma hanno anche influenzato in maniera sostanziale la prosperità di batteri che si sviluppano molto lontano dai corpi di esseri umani o animali trattati. Sono comunemente usati per promuovere la crescita del bestiame e, dato che fra il 30 e il 90 per cento degli antibiotici ingeriti sia dagli animali sia dagli esseri umani vengono espulsi immutati nel suolo e nei corsi d’acqua, il mondo microbico in generale viene inondato da composti antimicrobici. Potrebbe risentirne perfino il fondamentale ritmo dell’evoluzione batterica e rischiamo di rendere inefficace una delle maggiori e più benefiche scoperte mai fatte. 

La resistenza agli antibiotici prodotti in laboratorio ebbe inizio negli anni Venti del Novecento, da una singola componente di DNA. Da allora si è diffusa attraverso il trasferimento genico orizzontale a velocità sorprendentemente elevate. Oggi, in ogni grammo di escrementi umani o animali si trovano milioni di copie di quell’elemento originario; ogni giorno circa 100.000.000.000.000.000.000.000 (10²³) copie vengono rilasciate nell’ambiente, riversandosi nei fiumi e negli oceani tramite gli impianti per il trattamento delle acque reflue - veri e propri hotspot di propagazione - oppure tornano al terreno. Questi elementi genici sono stati trovati sia nella foresta pluviale amazzonica che nelle regioni polari. L'emissione di composti nell'atmosfera sta accelerando l'evoluzione microbica e aumentando la diffusione dei geni di resistenza nel pangenoma globale. Molti eventi selettivi che causano resistenza sono temporanei, ma alcuni cambiamenti nelle comunità microbiche saranno permanenti.

Ci sono molti divulgatori sui social che diffondo splendide immagini e video del mondo microscopico, segnalo questa.

Batteri ovunque
Ogni grammo di terreno contiene miliardi di cellule microbiche. Il DNA extracellulare può sopravvivere nel suolo o nell’argilla per migliaia di anni, e date le giuste condizioni, potrà restare nell’humus fino a quando incontrerà un batterio ricettivo, mettendo in moto una nuova linea di evoluzione batterica.

Il dogma centrale della biologia

La regola essenziale della vita biologica è fissata da quasi 4 miliardi di anni: l’informazione biologica scorre dal DNA all’RNA, alla proteina, al fenotipo in una cascata chiusa che gli scienziati chiamano «dogma centrale» (ne ho scritto qui). È immutabile ed esiste fin dal Last Universal Common Ancestor, l’ultimo antenato universale comune di tutta la vita (LUCA). Ma per la prima volta in 3,7 miliardi di anni, le nuove tecniche di conservazione con silicio che memorizzano dati digitali nel DNA hanno superato il tradizionale dogma centrale.

Abbiamo un organismo capace di dirigere la propria evoluzione e l’evoluzione di ogni essere vivente sul pianeta: Homo sapiens. E per quanto se ne dica, spesso con giudizi puramente ideologici, la modifica genetica degli organismi operata dagli umani è antica quanto essi stessi.

Nel 2007 fu sintetizzato chimicamente il primo genoma: il DNA di un batterio fu impiantato nelle cellule di un altro batterio. Il risultato fu che il secondo somigliava e si comportava esattamente come il primo. Alcuni anni dopo, furono sintetizzate alcune cellule viventi di questo batterio basandosi sulle informazioni archiviate elettronicamente. Ciò che fu fatto rappresenta una transizione evolutiva vera e propria.

Fino ad allora, ogni essere vivente aveva bisogno di un antenato (Omne vivum ex vivo, come ebbe a dire Pasteur): adesso non più. In teoria, estendere il dogma centrale potrebbe permettere la ricostruzione di patogeni o specie estinte, perfino la sintesi di organismi nuovi, uno qualunque dei quali, se prosperasse, rappresenterebbe un segno nella sabbia del tempo evolutivo.

Ma per ora, siamo ancora meno che all’inizio. Per fortuna. Personalmente resuscitare specie estinte non mi interessa, mi accontento delle loro rarissime tracce fossili.

Tornando a quella visione divina che molti esseri umani hanno del loro potere, realizzare la de-estinzione sarebbe il più grande trucco divino di tutti, ma non si raggiungerà confezionando in laboratorio specie scomparse. Gli animali non sono semplicemente la somma delle loro parti: ogni caratteristica fisica è il risultato di una serie di adattamenti evolutivi trasmessi attraverso migliaia di generazioni. Fabbricare un nuovo genoma non sarebbe sufficiente. Esistono già elefanti asiatici con pezzi di DNA di mammut ma come gli elefanti, i mammut avranno avuto una struttura sociale complessa. Un nuovo branco esisterebbe in un vuoto sociale, un mondo che ha completamente dimenticato cosa significa essere un mammut. Gli animali devono imparare a essere animali: non si può sintetizzare il comportamento. E ancora, come ebbe a dire il biologo evoluzionista Stephen J. Gould, se potessimo riavvolgere il nastro dell’evoluzione e ripartire da zero, i percorsi e i finali sarebbero del tutto diversi ogni volta.

Anche noi avremmo bisogno di cambiare. Riportare in vita specie perse per l’espansione del dominio umano sarebbe miracoloso, forse perfino un’espiazione per i peccati passati, ma ci richiederebbe anche di imparare a vivere accanto a ciò che un tempo abbiamo espulso dell’esistenza.

I microbi esistono da miliardi di anni grazie alla loro inventiva. Sono i grandi improvvisatori del mondo, e la loro capacità di evolvere oltre i propri limiti apparenti sembra un buon modello da cui imparare a vivere nel mondo che abbiamo creato per noi stessi. I microbi dimostrano che ciò che potremmo essere non è limitato da ciò che siamo, e che accettare collaborazione e adattamento, scrollandoci di dosso le vecchie forme per accettarne di nuove, può portare a un aumento di vita.

Archiviazione

Ma ancora una volta emerge l’antropocentrismo più egoista, una moderna e antica allo stesso tempo, versione del principio antropico che vede il mondo, l’universo intero fatto per il genere umano.

Studi e ricerche da diverso tempo stanno cercando di realizzare un sistema di archiviazione in grado di replicarsi, utilizzando come supporto il DNA dei batteri. Perché?

Dopo la nascita dei servizi di data streaming, dell’intelligenza artificiale, del cloud storage, delle piattaforme di social media e dell’ubiquità degli smartphone e degli smartwatch, ormai ci vogliono solo un paio di giorni per produrre cinque miliardi di gigabyte di contenuto digitale, equivalenti a tutte le informazioni digitali esistenti prima del 2003. Entro il 2025 il totale creato annualmente sarà di oltre 160 zettabyte (ZB = 1021 byte). Se la maggioranza dei dati non venisse cancellata, sovrapponendone di nuovi o eliminandoli, le riserve globali di silicio non sarebbero sufficienti per conservare in modo permanente tutti i dati che produciamo.

Ma il consenso scientifico e le stime attuali indicano che la densità di archiviazione teorica del DNA si avvicina a circa 455 exabyte per grammo, ovvero 455 milioni di gigabyte (1018 byte).

Agli inizi degli anni Duemila si cominciò a pensare al problema dell’archiviazione dei dati. Il problema non è solo l’enorme quantità di informazioni, ma anche il fatto che i mezzi di archiviazione non sono sicuri. Per migliaia di anni abbiamo sconfitto l’entropia lasciando tracce deliberate di ciò che sappiamo. Scrivere ci ha permesso di battere il tempo e di parlare al futuro, ma finora i materiali disponibili sono stati fragili: la pietra si erode, la carta si disintegra e persino la memoria elettronica si degrada. La vita, d’altro canto, è definita nella sua essenza dalla trasmissione sicura di informazioni nel tempo. E allora perché non convertire le quattro basi azotate del DNA in informazione binaria (con Adenina per “00”, Guanina per “01”, Citosina per “10” e Timina per “11”) e racchiuderla al sicuro nel genoma della materia vivente dove, in teoria, la si potrebbe recuperare in eterno? Peccato che, ad oggi, recuperare le informazioni significa anche contemporaneamente distruggerle: si poteva sequenziare il DNA solo una volta per recuperare le informazioni, dopodiché andava tutto distrutto. Si è in grado di leggere i dati, per quanto con qualche sporadico errore, ma così facendo di fatto si cancellano.

È quasi paradossale: c’è un’acuta ironia nel fatto che gli scienziati stiano prendendo in considerazione l’archiviazione nel DNA mentre la biodiversità globale sta crollando. È stato proprio il considerare le altre forme di vita come semplici risorse che ha portato a gran parte del disastro in cui ci troviamo; la nostra cura, con un deciso cambio di direzione e passo, dovrebbe essere diretta a incoraggiare un futuro praticabile per tutti gli esseri viventi, e invece abbiamo cominciato a rivolgerci alla vita per mettere al sicuro le nostre storie. E l’idea di affidare le cose a cui teniamo di più alle cure di microbi è altrettanto inquietante.

Conan the bacterium

Sicuramente ne avrete sentito parlare e visto i Tardigradi, simpatici animaletti pluricellulari che sembra abbiano proprietà magiche, potendo sopravvivere in condizioni inimmaginabili. Ma qui c’è qualcosa che va oltre.

Deinococcus radiodurans fu scoperto nel 1956, in una lattina di carne in scatola, in uno delle migliaia di casi di serendipità nella ricerca scientifica. Alcuni scienziati in Oregon stavano facendo esperimenti sul potenziale di conservazione dei raggi gamma quando individuarono un batterio che non riuscivano a sterilizzare. Il suo nome significa «terrificante cocco resistente alle radiazioni»; anche se  è vero che δεινός, dal greco, significa tremendo o terrificante, significa anche strano, singolare, straordinario. Terrificante o strano che sia può sopravvivere all’essiccazione estrema e a una dose di raggi gamma mille volte superiore a quella letale per gli esseri umani. Con un’esposizione tremila volte superiore a quella che ucciderebbe noi, il batterio risulta indebolito ma ancora vitale. Nel 2002 la NASA ne espose per sei minuti un campione a radiazioni solari ultraviolette a 300 chilometri di altezza, ma D. radiodurans tornò sulla Terra illeso. È sopravvissuto per più di un anno all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale in orbita attorno alla Terra: in un ambiente che sembrava incompatibile con la vita per via dell’esposizione a dosi elevate di raggi UV, del vuoto, di fluttuazioni enormi della temperatura e di infinite altre minacce. C’è chi sostiene che si sia originato su Marte, e che sia arrivato sulla Terra a causa dell’impatto con un meteorite.

Lo hanno soprannominato “Conan the bacterium”, in assonanza col famoso personaggio cinematografico interpretato da Arnold Schwarzenegger.

La sua straordinaria resilienza è dovuta semplicemente alla sua forma. Il batterio consiste di quattro cellule organizzate in un comodo anello e assomiglia un po’ a dei panini. I danni da radiazioni spezzano il DNA, ma la forma ben stretta di D. radiodurans fa sì che il questo sia tenuto assieme anche una volta spezzato, permettendo al microbo di ripararsi in fretta. Per quanto si sa, non lo si può uccidere:  durerà sul pianeta fino a quando il Sole stesso diverrà una stella gigante rossa e qualsiasi forma di vita sulla Terra sarà stata cancellata. C’è tempo…

Tornando in tema. C’è qualcuno che sta cercando di usarlo come supporto biologico eterno per l’archiviazione dei dati di cui s’è scritto.

...e vi do un'altra notizia...
I mineralogisti sono giunti alla conclusione che oltre il quaranta per cento delle specie di minerali sulla Terra è in un modo o nell’altro biogenico, cioè dovuto all’azione diretta o indiretta di organismi viventi. Argomento trattato brevemente da Rober M. Hazen nel suo “Breve storia della Terra”, da me recensito e, più approfonditamente, da Philip Marsden nel suo "Sotto un cielo di metallo" (coming soon).

Post scriptum
Possiamo definire la scienza come l'arte di trovare modelli ricorrenti in natura.
La loro individuazione presuppone attente osservazioni, ovviamente condizionate dai nostri sensi. Da animali visivi basiamo la nostra percezione del mondo su quel che vediamo. E ciò che vediamo è a sua volta legato agli strumenti che abbiamo a disposizione: quindi la storia della scienza è anche la storia delle invenzioni che modificano la nostra percezione delle cose. Tuttavia, paradossalmente, l'invenzione di nuovi strumenti è vincolata a ciò che vediamo. Se non vediamo qualcosa tendiamo a ignorarla.
(Paul G. Falkowski)

Ecco perché per centinaia di anni anche la scienza ha ignorato i microbi.

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Riferimento bibliografico
Tracce. Alla ricerca dei fossili di domani. David Farrier, 2023

17 dicembre 2025

Terno secco sulla ruota del mondo! Tre anni sopra 1,5 °C

[sarcasmo /on]
Ma che ve lo dico a fare? La cosa che mi preoccupa di più è la situazione neve in Trentino a metà gennaio, quando andrò in settimana bianca…
[sarcasmo /off]

Premessa.
Anche se i modelli alla base della climatologia e delle scienze economiche condividono numerosi aspetti matematici, soprattutto in termini di gestione della complessità c’è da fare una distinzione. Nessun economista serio affermerebbe di riuscire a fare delle previsioni sull’andamento anche di un singolo titolo azionario, nemmeno dopo mesi di tendenza certa al ribasso, oserebbe dire che scenderà ancora o che, come dicono, rimbalzerà…L’aleatorietà delle componenti del mercato, troppo legata alle influenze umane, sociali e psicologiche, glielo impedirebbe.

Per gli scienziati del clima le cose stanno diversamente. Se i modelli prevedono una certa tendenza ebbene, quella è praticamente certa, al di là di ogni ragionevole dubbio: e le analisi del passato eseguite a posteriori (hindcasting) lo dimostrano. Qui un approfondimento.

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Si è conclusa circa un mese fa la COP30, confermando alcune aspettative, e deludendone altre. Sul sito di Italian Climate Network è possibile accedere ad un’analisi dettagliata, realizzata osservando da vicino progressi, lacune e compromessi su tutti i principali filoni: dalla mitigazione all’adattamento, passando per giusta transizione, perdite e danni, questioni di genere.

L’auspicio per questa ennesima riunione al vertice era riuscire a spostare l'attenzione dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: definire quindi non la solita dichiarazione d’intenti, le abituali linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Il vertice di Belem avrebbe dovuto dare una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento e la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, definire le responsabilità, soprattutto in termini finanziari.

Non il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

L’importanza di tutto ciò è confermato ulteriormente dai dati climatici più recenti.

I dati forniti dall’Unione Europea mostrano che il 2025 sarà praticamente certo il secondo - o il terzo al massimo - anno più caldo mai registrato. Il collasso climatico continua ad allontanare il pianeta dalle condizioni stabili in cui l'umanità si è evoluta.

Il vicedirettore di Copernicus ha affermato che la media triennale dal 2023 al 2025 è sulla buona strada per superare per la prima volta i famigerati 1,5 °C di riscaldamento, il livello di contenimento dichiarato alla COP21 di Parigi del 2015.

Il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo ed è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici disastrosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche in Asia meridionale e sud-orientale

Il programma dell’UE di osservazione della Terra, ha registrato temperature globali da gennaio a novembre in media di 1,48 °C superiori ai livelli preindustriali. Le anomalie rilevate sono state finora identiche a quelle registrate nel 2023, il secondo anno più caldo mai registrato dopo il 2024.

La promessa di Parigi, impedire cioè al pianeta di riscaldarsi di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali entro la fine del secolo sta diventando sempre più vana. E non consola sapere l’obiettivo di temperatura deve essere interpretato e correlato su una media trentennale, lasciando un barlume di speranza di raggiungere l'obiettivo anche dopo un periodo di superamento, nonostante singoli mesi e anni inizino a superare la soglia. Purtroppo la Terra non è soltanto un sasso al sole, come ho ribadito più volte, che si raffredda non appena lo si mette in ombra.

Il mese di novembre 2025 ha registrato le temperature globali erano di 1,54 °C superiori ai livelli preindustriali, e la media triennale 2023-2025 sta decisamente puntando al superamento, per la prima volta per un periodo così lungo, del limite di 1,5 °C. La temperatura media globale è stata di 14,02 °C, pari a +0,65 °C rispetto alla media climatologica dell'ultimo trentennio 1991–2020. Rispetto al periodo preindustriale (1850–1900), l'anomalia globale sale a +1,54 °C.

I dieci anni più caldi sono stati gli ultimi dieci e la media dell'ultimo triennio sopra 1,5 °C è la soglia oltre la quale cominciano, scusate l’eufemismo, i casini grandi, (cit.) perché finora abbiamo visto solo casini medi.

Il bollettino mensile dell'agenzia ha rilevato che il mese scorso è stato il terzo novembre più caldo a livello globale, con temperature notevolmente più elevate registrate nel Canada settentrionale e nell'Oceano Artico. Il mese è stato caratterizzato da una serie di eventi meteorologici pericolosi, tra cui cicloni e inondazioni catastrofiche che hanno spazzato via vite e case in tutto il sud e il sud-est asiatico.

Eventi che da noi, presi dalla famiglia del bosco e da altre forme di distrAzione di massa, sono passati inosservati. Ma, ribadisco, in termini climatici (e non) anche quel che non vediamo ci riguarda. Ripassino.

Le temperature medie sono aumentate drasticamente a causa della coltre di inquinamento da carbonio che ha ricoperto la Terra, intensificando gli eventi meteorologici estremi, dalle ondate di calore alle forti piogge; e queste continuano a variare di anno in anno in base a fattori naturali. Il riscaldamento dovuto a El Niño ha fatto aumentare le temperature globali nel 2023 e nel 2024, ma ha lasciato il posto a un leggero raffreddamento dovuto a La Niña nel 2025.

Copernicus ha rilevato che il 2025 è stato, a pari merito con il 2023, il secondo anno più caldo mai registrato. Non sono traguardi astratti: riflettono il ritmo accelerato del cambiamento climatico e l'unico modo per mitigare il futuro aumento delle temperature è ridurre rapidamente le emissioni di gas serra. Punti di non ritorno, si dice.

Dall'accordo di Parigi sul clima del 2015, le emissioni che riscaldano il pianeta hanno continuato ad aumentare insieme alle temperature medie e all'intensità degli eventi meteorologici estremi. La crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili ha contribuito a frenarne parzialmente l'aumento, tenendo purtroppo conto che i nuovi impianti alimentati da rinnovabili spesso servono a rispondere a nuove richieste piuttosto che a sostituire il fossile.

In definitiva risultati di Copernicus hanno fatto da eco all'analisi condotta dal WMO (Organizzazione Meteorologica Mondiale) prima della COP30 del mese scorso. Il WMO mise infatti in evidenza che il periodo 2015-2025 ha racchiuso gli 11 anni più caldi mai registrati a partire dal 1850. Ribadisco: i più caldi sono gli ultimi, a confermare che la tendenza è comunque quella di un inquietante rialzo.

Non siamo affatto sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi e diversi altri indicatori climatici continuano a far suonare campanelli d'allarme, e i fenomeni meteorologici più estremi, non solo del 2025, hanno avuto e avranno ripercussioni globali gravi sulle economie e su tutti gli aspetti dello sviluppo sostenibile.

[sarcasmo /on]
E dopo la quaterna, pressoché certa, cosa ci riserverà la tombola?
Altro che giochi da festività natalizie...

[sarcasmo /off]

15 novembre 2025

Il mito dell'oggettività. Il debunking è una battaglia persa

«se provi a far cambiare idea a qualcuno che ha già deciso cosa pensare, non solo non ci riesci, spesso lo irriti pure» (Walter Quattrociocchi)

Potete saltare a piè pari le citazioni seguenti, magari rilette alla fine risuoneranno ancora più intensamente.

Per quasi 400 milioni di anni moltissime specie animali di grandi dimensioni (indicativamente dai 10 chilogrammi in su) si sono evolute sulla terraferma e hanno finito per estinguersi venendo rimpiazzati dai loro discendenti. Quante di queste specie sono comparse e quante si sono estinte? Proviamo a fare una stima plausibile. Se, come si deduce dalla documentazione fossile, la durata media della vita di una specie sommata a quella delle sue specie sorelle è nell'ordine di un milione di anni e se, con un calcolo prudenziale, supponiamo che nello stesso periodo sia esistito un migliaio di specie di tali dimensioni, allora (forse!) possiamo dire che nel corso dell'intera storia della Terra è vissuto nel complesso circa mezzo miliardo di specie con queste caratteristiche. Ma soltanto la nostra specie, tra tutte, ha raggiunto il livello di intelligenza e organizzazione sociale che oggi ci contraddistingue. Questo evento singolare cambiò ogni cosa sul pianeta. Da quel momento non ci fu nessun altro candidato e nessun'altra ulteriore contesa. La specie vincitrice straordinariamente fortunata fu quella di un primate del Vecchio Mondo; il luogo d'origine l'Africa, orientale e meridionale; l'habitat una vasta fascia di savana tropicale, prateria e semideserto; il tempo da 300.000 a 200.000 anni fa.

Eccoci dunque qui a camminare e, qualche volta, a correre disordinatamente lungo una linea di discendenza lunga 3,8 miliardi di anni e priva di uno scopo certo al di là del continuare a portare avanti i capricci delle mutazioni e della selezione naturale, come fossimo grandi borse piene di acqua di mare, erette, bipedi, sostenute da ossa, guidate da sistemi la cui base ingegneristica risale all'età dei rettili. Molte delle sostanze chimiche e delle molecole che circolano nella nostra porzione liquida (che corrisponde all'80 percento in peso del corpo) sono indicativamente le stesse che esistevano nel mare primordiale. La nostra capacità di ragionare e di scrivere ciò che pensiamo però continua a trarre energia dalla convinzione diffusa per cui ogni tappa della Preistoria e della storia, inclusa ogni grande transizione, in qualche modo sia servita a metterci sulla Terra. Tutto, è stato affermato, fin dall'origine della vita 3,8 miliardi di anni fa, venne pensato per noi. La diffusione di Homo sapiens fuori dall'Africa e in tutto il mondo abitabile fu in qualche modo preordinata. Ogni cosa venne intesa per stabilire il nostro dominio sul pianeta con l'inalienabile diritto di trattarlo come più ci piace.


Questo è l'errore, sintesi perfetta della condizione umana. 
(Edward O. Wilson, 2019)



Ma il debunking serve davvero a fermare la diffusione delle fake news?

Forse un po’ col senno di poi, ma i risultati delle ricerche che Walter Quattrociocchi racconta in un suo post recente, non mi sorprendono più di tanto. Per esperienza diretta sostengo spesso che ci si ritrova a predicare ai convertiti, e che in una sorta di cherry picking al contrario, le persone che frequentiamo e che ci seguono sono quelle disposte non solo ad ascoltarci quanto a cambiare idea. Tutto sommato, anche la nostra, una tribù.

In un commento a quel post ho citato Edward O. Wilson, un gigante della biologia e dell'evoluzionismo, i cui lavori hanno contribuito a ridurre questa sorpresa. Ed ecco perché.

Uno dei suoi contributi maggiori è stato fornire una spiegazione biologica, condivisa dagli scienziati e di larghissimo consenso, dell'evoluzione della socialità, a partire dal concetto di specie eusociale (letteralmente che hanno una buona condizione sociale), a comprendere innanzi tutto chi lo è da decine se non centinaia di milioni di anni, come termiti, formiche, api e vespe (ma non solo!), fino ovviamente a noi, Homo sapiens, da appena qualche milione di anni se proprio vogliamo arrivare alla linea evolutiva che divise "homo" da gorilla, scimpanzé, oranghi e bonobo.

I membri di un gruppo eusociale appartengono a generazioni multiple e si dividono il lavoro in un modo che, almeno esteriormente, sembra altruistico. Occorre che una serie di eventi dominati da percorsi contingenti si verifichi affinché ciò possa verificarsi, ecco perché i processi che hanno portato alla comparsa di specie eusociali sono avvenuti dopo moltissimo tempo e sono estremamente rari. Uno di questi è dato dalla comparsa di caratteristiche tali da favorire la condivisione di luoghi e/o risorse. Un nido, ad esempio, quale potrebbe essere un alveare o un formicaio per api, vespe e formiche o un accampamento, una grotta, magari intorno ad un fuoco, per i primati ominini già a partire da almeno un milione di anni.

Il tribalismo è un tratto umano fondamentale. Formare gruppi, ricavandone conforto viscerale e orgoglio dallo spirito cameratesco che s’instaura, e difendere a spada tratta il proprio gruppo dal gruppo di rivali. Sono tratti universali della natura umana, e quindi della cultura.
Psicologicamente i gruppi moderni equivalgono alle tribù della storia antica e della preistoria e in questo senso discendono in linea diretta dalle bande dei pre-umani primitivi. L’istinto che li unisce è il prodotto della selezione di gruppo.

La gente deve avere una tribù. In un mondo caotico la tribù le assegna un nome in aggiunta al proprio e le assegna un ruolo sociale. L’umano moderno vive in un sistema di tribù interdipendenti. Moderni esperimenti sociali hanno dimostrato che le persone si dividono rapidamente e decisamente in gruppi, e poi parteggiano per quello che scelgono. Persino quando i ricercatori creavano gruppi arbitrari e con interazioni prescritte banali il pregiudizio prende piede in fretta. Addirittura quando i soggetti venivano informati che il gruppo “esterno” e quello “interno” erano stati scelti arbitrariamente, che si giocasse a tombola o si parteggiasse per un pittore piuttosto che un altro!

La tendenza potente e universale a formare gruppi ha il marchio dell’istinto. E “istinto” è biologia, frutto di evoluzione per selezione naturale. Apprendimento predisposto, come il linguaggio, l’acquisizione di talune fobie e il tabù dell’incesto.

La pulsione elementare a modellare un’appartenenza di gruppo e a ricavarne piacere si trasforma facilmente a livello superiore in tribalismo. La gente è naturalmente portata al cosiddetto “etnocentrismo”. È sconsolante, ma anche quando possono scegliere senza sentirsi in colpa gli individui preferiscono la compagnia di altri individui della stessa razza, nazione, tribù, religione. Si fidano di più, si accompagnano più volentieri a loro sul lavoro e nel tempo libero e li preferiscono quasi sempre come sposi. Si arrabbiano più facilmente quando è evidente che un gruppo esterno si comporta slealmente o riceve vantaggi immeritati, e osteggiano ogni gruppo esterno che sconfini nel territorio del proprio gruppo d'appartenenza o ne insidi le risorse. Letteratura e storia sono piene di esempi.

Sintetizzando parecchio, ciò è avvenuto grazie all’opera della selezione naturale a più livelli, selezione multilivello, e già lo stesso Darwin lo aveva genialmente intuito. La selezione multilivello è fatta dall’interazione fra le forze selettive che prendono di mira i tratti dei singoli membri di una popolazione e quelle che riguardano i tratti di tutto il gruppo. Una teoria che ha rimpiazzato quella basata sulla parentela o su una sorta di “egoismo” del gene e che ha dimostrato, anche con modelli matematici oltre che osservazioni sul campo, che nei gruppi la parentela stretta non precede, ma segue, la formazione del gruppo, ne è conseguenza.

Già i nostri precursori formavano gruppi ben organizzati che si disputavano a vicenda territori e risorse. La competizione tra gruppi diversi ma formati da elementi della propria stessa specie, influenza l’adattamento genetico di ogni membro del gruppo, interagendo con la competizione che questi ha con coloro i quali formano il suo stesso gruppo.
Il risultato della competizione tra gruppi sarà in gran parte determinato di volta in volta dai dettagli del comportamento sociale in ogni gruppo. A cominciare dalla grandezza e dalla coesione del gruppo, dalla qualità della comunicazione e dalla divisione del lavoro fra i suoi membri.
Se per assurdo un gruppo fosse formato da soli egoisti e furbacchioni la competizione tra loro potrebbe paradossalmente permetterne la sopravvivenza a ranghi ridotti ma sarebbe certamente perdente nei confronti di altri gruppi socialmente cooperativi. La bontà della prestazione di un gruppo dipende dalla coesione dei suoi membri, indipendentemente dal grado in cui ogni membro del gruppo è individualmente sfavorito o favorito.

Anche se è la selezione naturale a livello individuale che ha prevalso e prevale in tutta la storia della vita, occorre tenere presente che l’adattamento genetico di un essere umano (o di qualsiasi altro appartenente a specie eusociali) dev’essere una conseguenza sia della selezione individuale sia di quella di gruppo. Ma l’unità ultima interessata è l’intero codice genetico dell’individuo. Se il vantaggio adattativo di appartenere a un gruppo è inferiore a quello di una vita solitaria, l’evoluzione favorirà l’allontanamento o il tradimento da parte di un individuo. Estremizzando, la società si disgregherà. Negli esseri umani, tutti potenzialmente in grado di riprodursi, c’è un eterno conflitto tra selezione naturale a livello di gruppo e selezione naturale a livello individuale.

Ma la competizione fra gruppi favorisce la permanenza nel proprio. L’uomo è così diventato un animale sociale, tribale, con un senso di appartenenza forte, sempre teso a distinguere il “noi” da “altro da noi”, rafforzato dalla diffusione di miti, soprattutto della creazione, credenze, imposizioni e adesioni di tipo religioso, di leggende o tabù di inviolabilità. In un continuo tumulto endemico radicato nei processi evolutivi che ci hanno portato ad essere ciò che siamo. Il peggio della nostra natura convive con il meglio, e sarà sempre così. Cancellare il lato peggiore, ammesso che sia possibile, ci renderebbe meno umani.

Le ricerche del team di Walter Quattrociocchi hanno dimostrato, forti della generalizzazione dei risultati, basata su modelli matematici alimentati da miliardi di dati (due spunti di lettura in tema potete trovarli qui e qui), che le informazioni non si diffondono in base a criteri di verità o di plausibilità, perché sono vere o false, ma solo perché sono in linea col credo delle tribù e delle loro degenerazioni, le cosiddette echo chambers. Il tribalismo, ancora una volta agisce come fa da centinaia di migliaia di anni, e determina la traiettoria di un contenuto, non il suo valore. Generando pregiudizi pronti a collidere, anche ferocemente, con quelli altrui.

Ricerche che hanno inoltre dimostrato che anche i modelli matematici di Wilson e di chi ha voluto verificarli adottandoli, corroborati da ricerche sul campo, avessero ragione.  Quanto oggi la recentissima data science mette a disposizione scientificamente, indica che i motivi per cui fare debunking, tutto sommato, sono una colossale perdita di tempo quando diretti a chi sostiene la menzogna, e si unisce a quanto la moderna biologia dimostra e indica da anni.

Ancora una volta, è la prova che le strade della ricerca scientifica, qualunque sia il settore da cui si parte, si ritroveranno sempre a incrociarsi da qualche parte.
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Il paragrafo a seguire, in chiusura, è solo un commento personale; forse stato meglio metterlo all’inizio. Se non l’ho fatto è per non distrarre dall’obiettivo che spero di aver centrato.

Come ho avuto modo di scrivere tempo fa, non mi rassegno comunque, a non confrontarmi nel solito stancante dibattito con taluni laddove dibattito non c’è. Citando me stessofluctuat nec mergitur, non mollo, e continuerò incaponito, a cercare di contrastare le voci del dissenso ignorante, anche se il risultato fosse ricondurre sulla via della ragione, uno solo delle dozzine di inutili idioti che si incontrano quotidianamente.