01 novembre 2025

Ciò che tutti dovrebbero capire - Prima parte

Introduzione

La prossima settimana, come anticipato nel mio post precedente, i leader mondiali si riuniranno in Brasile per la COP30, il vertice annuale delle Nazioni Unite sul clima. Un'opportunità per riformulare il modo in cui pensiamo al cambiamento climatico, visto il modo in cui è stato fatto finora, in maniera complessivamente poco efficace.

Per decenni, il mondo ha misurato i progressi climatici in gradi di riscaldamento e tonnellate di carbonio. Sono numeri importanti, ma non ci dicono nulla sulla qualità della vita delle persone.

È facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, la parte difficile è ricordare che quel cambiamento climatico non è la causa, ma è sempre l'effetto. Le cause sono i nostri sistemi energetici, alimentari e produttivi, e principalmente le fonti fossili di energia. Una qualità della vita che ha penalizzato la maggior parte del mondo.

Le famiglie sono in grado di coltivare abbastanza cibo? Le comunità sono sane? Tutti hanno accesso a un'energia affidabile?

Ed ecco che già a partire da un’immagine come la precedente questa resta soltanto un concetto, un processo teorico, non un’azione.

L’obiettivo finale è quello di migliorare il benessere umano e assicurarci che le persone di tutto il mondo possano vivere una vita sana e produttiva in un pianeta che si sta riscaldando. Ciò significa investire in soluzioni che migliorino la vita di oggi e riducano le emissioni di domani: energia pulita a prezzi accessibili, colture resilienti e sistemi sanitari più forti. Significa anche ripensare al modo in cui consumiamo le risorse, di per sé limitate, indirizzandole verso obiettivi di efficienza economica e allontanandole da quelle che non lo fanno.

Anticipando le conclusioni lo sviluppo non dipende dall'aiutare le persone ad adattarsi a un clima più caldo: lo sviluppo È adattamento.

Non mi stancherò mai di ripetere che il cambiamento climatico è innanzi tutto un problema di ordine sociale, con implicazioni drammatiche per una parte gigantesca dell’umanità, come ho già evidenziato un anno fa in occasione della COP29. Quella parte da sempre ignorata dell’umanità. Ciò che una volta veniva chiamato sud (globale) del Mondo e che ora, a comprendere minoranze che non necessariamente vivono a sud dell’Equatore ed altre comunità emarginate, è stato chiamato MAPA, Most Affected People and Areas.

Insostenibile è il fatto che l’1% più ricco della popolazione mondiale (rapporto Oxfam “Climate Equality”, novembre 2023) è responsabile del 16% delle emissioni globali di carbonio. Lo stesso quantitativo prodotto dal 66% più povero dell’umanità.

Le parole rivolte ai partecipanti alla COP29 da parte del Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, ne amplificano la portata: «Quando si parla di finanziamenti per il clima, è importante ricordare che il debito ecologico e il debito estero sono due facce della stessa medaglia, che ipotecano il futuro». E ancora, ricordando le parole del Papa: «Le nazioni più ricche riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia, aggravata oggi da una nuova forma di iniquità di cui ci siamo resi consapevoli: c’è infatti un vero ‘debito ecologico’, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi».

Sarebbe ora di istituire una sorta di patrimoniale climatica!

C’è spazio per l’ottimismo?

«L’ottimismo è il sale della vita» era il tormentone di un vecchio spot pubblicitario. Vediamo se riesco stavolta ad essere ottimista analizzando la cosa da un altro punto di vista, nonostante non lo sia stato diverse volte su queste pagine, e soprattutto proprio nel post dedicato a COP30.

Più volte ho messo in evidenza come quello del cambiamento climatico sia un problema strettamente legato ad una visione d’insieme globale, planetaria, e fatto soprattutto di aspetti legati al sociale e all’economia: una vera e propria sfida strategica da gestire. Gestione della crisi e nuove tecnologie dovranno procedere di pari passo, integrate, esattamente sulla linea di mitigazione adattamento di cui ho recentemente trattato.

Il cambiamento climatico è una questione seria, ma abbiamo fatto grandi progressi. Occorre continuare a sostenere le innovazioni che aiuteranno il mondo a raggiungere zero emissioni. La mitigazione.

  • Al tempo stesso vanno mantenuti e potenziati, non tagliati, come più spesso accade, i finanziamenti per la salute e lo sviluppo, i programmi che aiutano le persone a reagire fronte al cambiamento climatico. L’adattamento.
  • È tempo di mettere il benessere umano al centro delle nostre strategie climatiche, includendo l’azzeramento del sovrapprezzo da pagare e il miglioramento dell'agricoltura e della salute nei paesi poveri. La coscienza.

Nonostante vada diffondendosi, la visione apocalittica e catastrofica è sbagliata, fortunatamente per tutti noi. Sebbene il cambiamento climatico avrà gravi conseguenze, in particolare per le popolazioni dei paesi più poveri, non porterà alla fine dell'umanità. Le persone potranno vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro. Le proiezioni sulle emissioni sono diminuite e, con le giuste politiche e investimenti, l'innovazione ci consentirà di ridurle ulteriormente. Ma occorre agire, e in fretta, come ho recentemente sottolineato nel post dedicato alla COP30, rispondendo con esempi concreti sia a coloro i quali affermano che nulla servirà a cambiare le cose, sia a quelli che confidano in una sorta di manzoniana provvidenza: non c’è differenza tra loro perché non portano soluzioni utili. L’unica cosa che occorre fare è rimboccarsi le maniche e agire, evitare l’inazione.

Sia chiaro: il cambiamento climatico è un problema fondamentale. Deve essere risolto, alla stessa stregua di problemi come la malaria e la malnutrizione. Ogni decimo di grado di riscaldamento che impediamo è un successo, perché implica una stabilità climatica che rende più facile migliorare la vita delle persone.

Purtroppo le prospettive apocalittiche stanno inducendo gran parte della comunità climatica a concentrarsi troppo sugli obiettivi di emissione a breve termine, distogliendo risorse dalle azioni più efficaci da intraprendere per migliorare la vita in un mondo che si sta riscaldando.

Non è troppo tardi per adottare una visione diversa e adattare le nostre strategie per affrontare il cambiamento climatico. Il vertice globale sul clima in Brasile è un ottimo punto di partenza, soprattutto perché la leadership brasiliana del vertice sembra stia mettendo l'adattamento climatico e lo sviluppo umano in cima all'agenda. Notevole ad esempio la notizia che Secondo l'Osservatorio sul clima brasiliano, una rete di ONG ambientaliste, le emissioni lorde del Paese più grande dell'America Latina sono diminuite del 16,7% su base annua.

È un'opportunità per tornare a concentrarci su un parametro che dovrebbe contare ancora di più delle emissioni e del cambiamento climatico: migliorare la vita. Il nostro obiettivo principale dovrebbe essere quello di prevenire la sofferenza, in particolare per coloro che vivono nelle condizioni più difficili, nei paesi più poveri del mondo.

Il cambiamento climatico colpirà i poveri più di chiunque altro, che sono paradossalmente quelli che contribuiscono minimamente o per niente al cambiamento, e per la stragrande maggioranza di loro non sarà l'unica minaccia, né la più grande, per la loro vita e il loro benessere. I problemi più grandi sono la povertà e le malattie, proprio come lo sono sempre stati. Comprendere questo ci permetterà di concentrare le nostre limitate risorse su interventi che avranno il maggiore impatto sulle persone più vulnerabili.

La COP30 si svolge in un momento in cui è particolarmente importante ottenere il massimo valore da ogni centesimo speso per aiutare i più poveri. La riserva di denaro disponibile per aiutarli – che già al suo livello più alto rappresentava meno dell'1% dei bilanci dei paesi ricchi e che il più delle volte è rimasta solo una promessa non onorata – si sta riducendo sotto la scure dei tagli che i paesi ricchi effettuano a fronte del contemporaneo aumento del debito da parte dei paesi poveri. Sappiamo con certezza che nemmeno gli sforzi fatti per la fornitura di vaccini salvavita per tutti i bambini del mondo non vengono completamente finanziati. Il fondo per l’acquisto dei vaccini Gavi avrà il 25% di fondi in meno per i prossimi cinque anni rispetto ai cinque anni trascorsi. Possiamo immaginare che valore possa essere attribuito a fondi che serviranno per migliorare un tempo futuro o uno spazio che nessuno vede o tocca con mano, quello legato alle condizioni dovute al cambiamento climatico: il valore del futuro di cui ho scritto. Eppure è proprio da esempi come quello dei vaccini che viene l’insegnamento migliore: sono i campioni indiscussi di vite salvate per ogni dollaro speso; vaccini che diventano ancora più importanti in un mondo che si riscalda, perché i bambini che non muoiono di morbillo o pertosse avranno maggiori probabilità di sopravvivere quando un'ondata di calore colpirà o una siccità minaccerà le riserve alimentari locali.

A fronte di fondi destinati al clima a questo punto ci si deve chiedere: vengono spesi per le azioni giuste? Probabilmente no.

Sembra che, nella confusione operativa e fortemente rallentata da un eccesso di burocrazia, nel labirinto di leggi e sovranità nazionali indipendenti, nella mancanza di azione globale, il mondo si comporti come se ogni sforzo per combattere il cambiamento climatico fosse valido quanto qualsiasi altro. Uno vale uno anche qui: e non è vero! Di conseguenza, progetti meno efficaci distolgono fondi e attenzione da iniziative che avrebbero un impatto maggiore sulla condizione umana, quali ad esempio rendere accessibile l'eliminazione di tutte le emissioni di gas serra e ridurre la povertà estrema attraverso miglioramenti in agricoltura e salute.

Cambiamento climatico, malattie e povertà sono tutti problemi gravi. Ma andrebbero affrontati in proporzione alla sofferenza che causano. E dovremmo utilizzare i dati per massimizzare l'impatto di ogni nostra azione.

L’innovazione ci salverà?

Nella ipotesi peggiore, adottando solo misure moderate per frenare il cambiamento climatico, l'opinione oggi più diffusa è che entro il 2100 la temperatura media della Terra sarà probabilmente tra 2 e 3 °C più alta rispetto all’era preindustriale.

Ben al di sopra dell'obiettivo di 1,5 °C che i paesi si erano impegnati a raggiungere alla COP di Parigi nel 2015. Di fatto, da qui al 2040, in un attimo pari a 15 anni soltanto, saremo ben lontani dagli obiettivi climatici mondiali. Perché?

Ovvio, la domanda mondiale di energia è in aumento, e sarà più che doppia dell’attuale entro il 2050. Soprattutto da parte dei paesi definiti, con termini abusatissimi, in via di sviluppo, e che ci pongono la domanda: ma come, voi paesi ricchi avete finora sfruttato fonti energetiche economiche infischiandovene dell’ambiente e adesso non possiamo farlo noi?

Comunque stiano le cose dal punto di vista del miglioramento della vita, un maggiore consumo di energia è positivo, perché è strettamente correlato alla crescita economica: insomma, più energia pro-capite si consuma maggiore sono benessere e prosperità.

Purtroppo, in questo caso, ciò che è positivo per la prosperità è negativo per l'ambiente. Sebbene le cosiddette energie rinnovabili siano diventate più economiche e migliori, non disponiamo ancora di tutti gli strumenti necessari per soddisfare la crescente domanda di energia senza aumentare le emissioni di carbonio e, amara considerazione, la stragrande maggioranza delle nuove fonti alternative attivate sono servite a coprire ulteriori richieste d’energia, non a sostituire quanto prodotto col fossile.

Ma, concentrandoci sull’innovazione, avremo gli strumenti. Con gli investimenti e le politiche giuste, nei prossimi dieci anni saranno disponibili nuove tecnologie a zero emissioni di carbonio, accessibili e pronte per essere implementate su larga scala. Se a ciò si aggiunge l'impatto dei miglioramenti di quanto già abbiamo, entro la metà di questo secolo le emissioni saranno inferiori, e il divario tra paesi poveri e paesi ricchi sarà notevolmente ridotto, nonostante l’atteso incremento demografico. Tutti i paesi potranno costruire edifici con cemento e acciaio a basse emissioni di carbonio, quasi tutte le nuove auto saranno elettriche o alimentate a idrogeno o biocarburanti, le aziende agricole saranno più produttive e meno impattanti in termini ambientali, utilizzando fertilizzanti prodotti senza generare emissioni; non ultimo, le reti elettriche saranno in grado di fornire elettricità da fonti rinnovabili in modo affidabile e con reti di distribuzione più efficienti, riducendo i costi energetici.

Un bel sogno? Forse, o forse no.

Nonostante queste innovazioni, però, le emissioni cumulative e l’ineluttabile inerzia termica del pianeta causeranno un riscaldamento globale, anche se smettessimo oggi – e non lo stiamo facendo - di immettere in atmosfera gas serra, e molte persone ne saranno colpite. Assisteremo ad una sorta di incremento della latitudine: la Sicilia, ad esempio, somiglierà al nord Africa e la Pianura Padana alla Sicilia. Le migrazioni climatiche saranno estremamente diffuse, ma la maggior parte delle popolazioni equatoriali non potrà trasferirsi subendo quindi più ondate di calore, eventi atmosferici più intensi e incendi più estesi. Alcuni lavori all'aperto dovranno essere sospesi durante le ore più calde della giornata (persino da noi la scorsa estate numerose regioni hanno emesso ordinanze in tal senso) e i governi dovranno investire da un lato in migliori sistemi di allerta precoce per il caldo estremo e gli eventi meteorologici e dall’altro in strutture in grado di offrire pubblico refrigerio.

Ma allora da dove viene l’ottimismo di poco fa?

Da grafici come il seguente.

Una decina d’anni fa, l'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) prevedeva che entro il 2040 il mondo avrebbe emesso 50 Gton di biossido di carbonio l’anno. Ora, appena un decennio dopo, la previsione di questa autorevole fonte è scesa a 30 Gton (qui la situazione storica) e si ritiene che le emissioni nel 2050 potrebbero essere ancora più basse.

Se negli ultimi 10 anni abbiamo ridotto le emissioni previste di oltre il 40 percento lo dobbiamo all’innovazione, al progresso tecnologico.

Abbiamo sempre pagato per l’energia, per averne, ma fino a non molto tempo fa non pagavamo per le conseguenze del rilascio del CO2 in atmosfera; e non pagare non è un’opzione. Se non lo facciamo adesso lo faranno le generazioni future, a caro prezzo. E la domanda è: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il Green Premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti.

A quanto pare, si è iniziato a farlo seriamente più o meno a partire dal 2010. La differenza di costo tra metodi puliti e metodi inquinanti, non solo per produrre l’energia ma per fare qualsiasi cosa, ha raggiunto lo zero o è diventato negativo per l'energia solare, eolica, l'accumulo di energia e i veicoli elettrici: nel complesso, sono altrettanto economici, se non addirittura più economici, delle loro controparti basate sui combustibili fossili.

Naturalmente, per raggiungere l'obiettivo zero emissions abbiamo bisogno di ulteriori innovazioni e ciò diventerà ancora più importante se nuove prove dimostreranno che il cambiamento climatico sarà molto più grave di quanto previsto dall'attuale generazione di modelli climatici, perché dovremo ridurre più rapidamente il sovrapprezzo e accelerare la transizione verso un'economia a zero emissioni.

Fortunatamente, la capacità degli esseri umani di inventare è non solo inalterata ma migliorata.

Non finisce qui, ecco la seconda parte.

23 ottobre 2025

COP30. Dal processo all'azione?


La COP30 è alle porte: quest’anno si terrà a Belém, in Amazzonia, Brasile, location altamente simbolica. E quest’anno anticipo il mio commento, sentendomi abbastanza sicuro del fatto che, anche stavolta, sarà stato bello argomentare e fare accademia intorno a parentesi e virgole…dopo tutto se saltaste alle ultime due righe potrebbe essere amaramente divertente.

Con l’avvicinarsi della COP30 l'attenzione deve spostarsi dal processo all'azione, all’impatto che questa dovrà avere: occorre definire non una mera dichiarazione d’intenti, le solite linee guida che da anni stanno accompagnando senza efficacia le annuali conferenze delle parti. Serve una risposta credibile per contrastare gli attacchi ai molteplici aspetti del cambiamento climatico, per silenziare le voci negazioniste e per promuovere azioni volte a ridurre le emissioni, a definire l'adattamento, la mitigazione, a contenere le perdite e i danni, soprattutto in termini finanziari.

Non dovrà essere solo il solito vertice, ma una dichiarazione sulla nostra serietà nell'affrontare la crisi climatica.

Per avere successo questa COP, tutte le COP, non hanno bisogno, non soltanto, della definizione dei programmi tradizionali, ancorché importanti, e nemmeno solo dei risultati attesi o conseguiti in tema di adattamento, transizione, mitigazione, o di implicazioni economiche: tutto ciò è definito, misurabile e controllabile in quanto presente nel cosiddetto Global Stocktake (GST), il bilancio globale, ovvero il meccanismo di valutazione dei progressi ottenuti a livello globale nella risposta alla crisi climatica e nell’implementazione delle contromisure. Mitigazione, adattamento, mezzi economici di attuazione e sostegno, ripetiamolo, sono conosciuti e definiti, ma questi, privi del necessario supporto, portano e hanno portato rapidamente ad una gestione che non ho esitato a definire fallimentare.

Indubbiamente sono tutte tematiche importanti ed essenziali, ma anche tutte insieme, non costituiscono il “grande obiettivo” di cui questa COP ha bisogno per avere successo.

Non retorica, ma credibilità

Occorre in primo luogo una cover decision: un documento chiave alla fine della conferenza internazionale sul clima che delinea i principali obiettivi e traguardi politici, un accordo primario, basato sul consenso, che stabilisca l'agenda e tenga traccia dei progressi per le azioni future, come fu per il Patto di Glasgow della COP26 o prima ancora l’Accordo di Parigi della COP21; rappresentare una strategia volta a colmare le significative carenze complessivamente riscontrate, soprattutto quelle legate ai piani ambiziosi di azioni riguardanti il cambiamento climatico. Continuerò ad usare la sua definizione inglese, noi lo chiameremmo documento programmatico: lo so, richiama subito alla mente tante belle chiacchiere nostrane[1]

La credibilità della COP30 si basa proprio sul come affronterà tutto questo. I tentativi di spacciare, ancora una volta la COP30 per un successo, senza una risposta del genere, sembrano vani, soprattutto dopo le precedenti edizioni piuttosto scarse in termini di risultati, e a volte paradossali, almeno in termini di sede. Se la COP30 deve colmare il vuoto decisionale lasciato dopo tante belle dichiarazioni d’intenti, ecco che emerge ancora più forte l’esigenza di una cover decision.

All'ultima COP, si è assistito ad un gran parlare di mitigazione e adattamento, senza però affiancarci un serio programma di provvedimenti economici e finanziari legati al cambiamento climatico. Ed è questo è il punto più critico. I paesi in via di sviluppo e quelli più vulnerabili esigono meccanismi di finanziamento più solidi e concreti. Sarà cruciale definire come sbloccare i flussi di capitale per l'adattamento agli impatti e per la mitigazione delle emissioni, superando le promesse generiche. La finanza climatica è la chiave per costruire fiducia tra le nazioni.

Un’azione climatica davvero efficace deve introdurre e partire dalla più grande delle emergenze: le disuguaglianze economiche. Omettere dal quadro generale tutti gli aspetti di giustizia sociale e redistribuzione delle risorse non porta da nessuna parte. Se l’umanità non capirà che la transizione energetica è innanzi tutto un problema sociale non sarà mai davvero conscia della gravità del cambiamento climatico. E, amara considerazione, dei fondi stanziati, a chiacchiere, non un solo dollaro finora è realmente giunto nelle casse dei paesi più bisognosi.

Senza impegni concreti – in particolare nuovi finanziamenti credibili da parte dei paesi ricchi – la storia rischia di ripetersi. Il processo da solo non è garanzia di successo, ma un processo mal gestito è la ricetta per il fallimento.

La COP30 dovrebbe chiudere il ciclo di ambizioni del Global Stocktake, lanciato alla COP28, e non basta affatto inquadrare queste velleità o buoni propositi che sia, in termini di temperatura media globale da non superare.

La COP30 è considerata una tappa cruciale, arrivando a 10 anni di distanza dall'Accordo di Parigi. L'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale a 1.5 °C è ancora lontano. C'è l'urgente necessità che paesi presentino i loro piani relativi agli obiettivi di riduzione delle emissioni, in linea con le indicazioni scientifiche, ma finora, quasi il 95 percento dei paesi non ha rispettato la data di presentazione! Il Brasile, come ospite, cercherà di posizionarsi come leader di questa spinta, possibilmente tutt’altro che nudging.

Tra i paesi che hanno fatto i compiti a casa ci sono gli Emirati Arabi Uniti, il Brasile, la Svizzera, il Regno Unito, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, il cui piano però dovrebbe essere abbandonato dal presidente Trump che vuole uscire dall'Accordo di Parigi a partire dal 2026. Nella lista figurano anche Uruguay, Andorra, Ecuador e Santa Lucia, Isole Marshall, Singapore e Zimbabwe. Anche il Canada si è aggiunto, nonostante le critiche. 

Cina, Unione Europea e India non hanno ancora presentato i loro piani climatici, paesi tra i principali responsabili della crisi climatica. I segnali politici sull’azione climatica globale non sono positivi.

Dalle parole ai fatti?
Ciò nonostante, una cover decision potrebbe non essere il mezzo più efficace, per lo meno non da sola. È tempo che la COP vada oltre la negoziazione continua, a volte una vero e proprio conflitto, sulla formulazione delle decisioni, e si dedichi davvero a sostenere e facilitare l'attuazione. Ovviamente una COP, ma nemmeno UNFCCC, non sono organi decisionali, legislativi, ma non devono nemmeno essere ridotti al ruolo di portavoce, più o meno ufficiale e ascoltato, dei problemi legati al cambiamento climatico: quelli sono sotto gli occhi di tutti. Facendo inoltre attenzione all’aspetto, in un certo qual modo, burocratico: una cover decision non fornisce necessariamente una migliore panoramica dei risultati, né facilita il raggiungimento di un equilibrio tra diverse priorità.

In secondo luogo, mentre la giustificazione iniziale a Glasgow nel 2021 era la valida necessità di affrontare gli ambiziosi (irrealizzabili?) processi di mitigazione (argomento validissimo anche a Belém), proporre una cover decision inevitabilmente apre la porta all'inserimento di una serie di altri argomenti: il dibattito si amplia e rischia rapidamente di trasformarsi in un ginepraio. Anche se c’è chi vede tutto ciò come un modo per garantire l'equilibrio tra gli argomenti, man mano che i problemi si moltiplicano il prezzo da pagare sale. Un esempio? Dopo la COP27 del 2022 a Sharm el-Sheikh, in Egitto, fu presentato un documento conclusivo (cover decision) contenente ben 17 sezioni! Tutte rimaste lettera morta. Non ci credete? Leggete voi stessi, al primo punto stiamo ancora al ringraziamento e al riconoscimento del contributo scientifico. E qui potete trovare, in italiano, quanto prodotto a Glasgow alla COP26.

In terzo luogo, le cover decision spesso danno origine a mandati mal preparati. Il programma di lavoro sulla mitigazione di Glasgow e il programma di lavoro sulla giusta transizione di Sharm El Sheikh avevano buone ragioni, ma la loro portata e i loro obiettivi sono stati poco discussi prima dell'adozione delle decisioni, e da allora le parti hanno faticato a trovare un accordo su come attuarli. Lettera morta, ancora.

Occorre invece razionalizzare e migliorare i mandati già esistenti, assicurando l’istituzione di processi che facciano la differenza e non che li ostacolino ulteriormente.

Allora, cos’altro opporre, o affiancare, ad una cover decision tutta da realizzare?

Argomenti principali della Action Agenda della COP30

Action! Agenda! Forum!
La cosa migliore sembra quella di realizzare un forum di attuazione, passare all’azione, all’impatto, come ho scritto in apertura. A parte le descrizioni di sintesi, molto utili per approfondire, di ciò che dovrebbe essere e fare un forum del genere a Belém sembra si sia già un bel pezzo avanti, perché esiste già una Action Agenda, che mobilita azioni volontarie per il clima in tutte le economie e le società, fornendo proprio lo strumento di cui abbiamo bisogno per raggiungere questo obiettivo, con il grande vantaggio di non richiedere risultati consensuali. La presidenza brasiliana si sta già muovendo nella giusta direzione, con la riorganizzazione dell'agenda d'azione.

Obiettivi della Action Agenda della COP30, 2025
Un attivista di Extinction Solution alla COP29, 2024


Troppi galli a cantar non fa mai giorno...
Ma ecco che il grillo parlante inizia a frinire: osservando le due immagini precedenti sembra proprio che anche stavolta si voglia fare di tutto per realizzare il solito ginepraio, un coro stonato e disarmonico di mille voci, tante chiacchiere e nulla di fatto. Per essere accettabile, un forum di attuazione deve correggere la debolezza principale dell'agenda d'azione finora adottata: non deve moltiplicare gli annunci ma garantire un seguito credibile e un'attuazione concreta. Questa tendenza deve cambiare.

Proteste alla COP29 contro la proposta di un accordo sui finanziamenti per il clima, chiedendo "trillions not billions" e gridando "nessun accordo è meglio di un cattivo accordo". 2024.

Perché di problemi sul tavolo ce ne sono già tanti, a cominciare dalle proteste degli attivisti dei paesi del cosiddetto “sud globale” (oggi meglio definiti come MAPA, Most Affected People and Areas) che, giustamente, protestano e invitano a disertare COP30. 

Gli ultimi giorni della COP non dovranno essere come in molte delle precedenti edizioni: un'ulteriore e tesa negoziazione su un ennesima cover decision che non avrà molto impatto. Dovrebbero invece essere il momento in cui viene presentato un piano di attuazione, con la garanzia del suo forum. 

Questo piano chiarirebbe come andranno avanti tutti i lavori messi in opera, specificando chi, cosa e quando, con risultati chiari nel giro di uno o due anni. Indicherebbe dove e quando si riunirà un forum di attuazione già nel 2026, per supervisionare i progressi. Tale processo dovrebbe essere guidato dalla presidenza della COP30, dai promotori e, auspicabilmente, entro quella data, dalla presidenza entrante della COP31.

Massimizzare l'azione nel mondo reale

Un piano di questo tipo sarebbe inclusivo, coinvolgendo non solo le parti in causa, ma anche altre organizzazioni internazionali, istituzioni finanziarie, imprese, governi subnazionali e la società civile. Fondamentalmente, potrebbe comunque catturare messaggi politici chiave – sugli obiettivi di mitigazione, adattamento, finanza, perdite e danni – ma in termini di risultati da raggiungere attraverso l'azione, non con la solita retorica.

Cambiare l'abitudine della UNFCCC di negoziare le decisioni sarà difficile. Anche se il risultato dovrà includere una sorta di testo decisionale questo dovrà essere breve e mirato, ma dovrà sicuramente essere affiancato da un forum di attuazione parallelo per conferirgli credibilità.

Il vertice dei leader, che si terrà poco prima dell'apertura della COP30, potrebbe offrire ulteriori opportunità per raccogliere richieste di intervento più incisive e da quello si capiranno molte cose.

Partire dal presupposto che una (ennesima) cover decision a Belém sarebbe sufficiente e prova di successo non è soddisfacente, poiché comporterebbe un alto rischio di fallimento in seguito. Alla COP30 si dovrà puntare più in alto a rappresentare il momento in cui il mondo sposterà la propria attenzione per garantire una maggiore credibilità e, soprattutto, iniziare a massimizzare il proprio impatto nel mondo reale.

Come dite? Un bel discorsetto anche questo? Un altro gallo che canta?
Sono d’accordo…


Il ministro dell'Ambiente brasiliano Marina Silva interviene alla cerimonia di apertura pre-COP a Brasilia, 13/10/2025

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[1] Chissà, riuscirebbe forse meglio in questo compito uno di quei software di AI specializzati? Ce ne sono in grado di tener traccia di quel che si dice in qualsiasi riunione, realizzando un abstract, uno schema per punti chiave, mappe concettuali e addirittura un'agenda del chi fa cosa e quando. Certo, da usare con attenzione, visto quel che davvero fanno questi software.

 

12 ottobre 2025

La Terra dopo di noi

Sto rileggendo, saltellando di pagina in pagina, il libro “La Terra dopo di noi”, di Telmo Pievani, il noto filosofo della biologia, che insieme al fotografo Frans Lanting, ci invita ad immaginare, in una sorta di esperimento mentale, una Terra priva di noi: un esercizio sia chiaro, non un augurio. Come apparirebbe il nostro pianeta senza i sedicenti sapiens.

Lo scopo di ciò, che definirei più proiezioni che fantasie, è portarci umilmente a riconsiderare il nostro ruolo e la nostra posizione nell’immenso panorama evoluzionistico, geologicamente e biologicamente parlando. Le bellissime foto di Frans Lanting ci propongono scenari, tutti belli e spesso angoscianti, del nostro pianeta senza traccia umana. Non c’è molta superficie terrestre che possiamo considerare priva dell’impronta ecologica antropogenica – forse il 15-20% -, che sia considerabile incontaminata; ma è ancora possibile scattare foto del genere, che aiutano a realizzare l’esercizio proposto da Telmo Pievani e che invito a vedere.

Nel corso della sua lunga storia, circa 4.500.000.000 anni (l'espressione in anni è voluta), la Terra è stata ed è andata tranquillamente avanti senza Homo sapiens, che è apparso sul pianeta solo 200.000, o forse 300.000 anni fa – in 4,5 miliardi di anni di periodi da 200.000 ce ne stanno circa 20.000!

Un esercizio piuttosto facile quindi.

Se l’intera storia del pianeta fosse racchiusa in un giorno, noi sapiens saremmo apparsi solo alle 23:37 e avremmo inventato l’agricoltura e l’allevamento solo un minuto e qualche secondo prima della mezzanotte. La Terra è quindi stata pressoché sempre priva…e prima di noi, cavandosela sempre egregiamente nonostante abbia subito fenomeni geologici che definire cataclismi è poco (un esempio) ed estinzioni di massa di portata tale d’aver cancellato la quasi totalità delle forme di vita, sulle terre emerse così come negli oceani.

Tutto ciò senza emozione alcuna: il pianeta non è dotato di alcuna sensibilità, nulla lo turba, di ciò che noi umani abbiamo categorizzato come bene o male. Al pari degli altri pianeti, che siano o no quelli del sistema solare, la Terra ha un lungo passato alle spalle e un lungo futuro davanti (più o meno altrettanto tempo di quanto ne è trascorso finora, circa 5 miliardi di anni). Altro che carpe diem! Prima e dopo l’attimo presente, è stata e sarà del tutto indifferente alle umane vicende. Ricorda da vicino la visione del tipo che non temeva la morte perché, dopo tutto, nel prima e nel dopo della sua infinitesima esistenza, era sempre stato morto.

Una cosa è però certa, e per quanto ci è dato sapere l’unica che conosciamo: su questo pianeta, circa 3,5 miliardi di anni fa, è comparsa la vita, dando luogo alla formazione di una delle sue sfere: la biosfera, che insieme a litosfera, atmosfera, criosfera e idrosfera, costituiscono quel blue pale dot di cui scrisse Carl Sagan. La biosfera: un ambiente piccolissimo rispetto alle dimensioni del pianeta ma così incredibilmente ricco in termini di esseri viventi. Se riducessimo le dimensioni della Terra a quelle di una palla di biliardo (circa 6 cm di diametro), non riusciremmo ad apprezzare la rugosità dovuta ad esempio all’Himalaya, con le sue cime, né alle più profonde fosse oceaniche; l’atmosfera, considerata nei suoi primi 10 chilometri, sarebbe appena qualche centesimo di millimetro e qualche goccia d’acqua di gran lunga superiore al quantitativo ridotto a questa scala. Eppure in così poco spazio così tanta vita, diversità, infinite bellissime forme ebbe a dire Charles Darwin.

Al contrario della Terra nella sua interezza la biosfera non è affatto indifferente alla nostra presenza: nonostante si sia su questo pianeta da un battito di ciglia su questa biosfera abbiamo lasciato e stiamo lasciando un’impronta marcata e ben visibile. Probabilmente già prima della rivoluzione neolitica, circa diecimila anni fa, col controllo del fuoco, ma sicuramente allora, in diverse parti del mondo più o meno in simultanea i nostri avi hanno smesso la loro economia fondata sulla raccolta e sulla caccia per abbracciare un’economia fondata sull’agricoltura e sull’allevamento. Un’impronta così marcata da aver indotto alcuni ad etichettare così una nuova epoca geologica: l’Antropocene che, pur non trovando accordo sul momento storico esatto da cui farla partire, e quale sia l’evidenza che la certifica, rende molto bene l’idea. Un’epoca il cui fattore determinante e distinguente è Anthropos, l’essere umano.

Homo sapiens allora iniziò ad alterare il territorio con incendi e disboscamenti, a costruire città e monumenti, a regimentare le acque, adattandosi ai climi più freddi con i vestiti, e la popolazione crebbe da pochi, decine di migliaia forse, a centinaia di milioni.

E da allora di tutto ciò il pianeta, o meglio la biosfera, se ne accorse.  Il genere umano divenne un attore ecologico globale, in grado di interferire con i grandi cicli biogeochimici del pianeta, con la sua tipica capacità arrogante di pretendere il ruolo di protagonista, all’apice di una scala di progresso che veda Homo fine ultimo.

Indubbiamente il percorso ha avuto successo, altrettanto va detto del progresso compiuto. Con le sue migliaia di contraddizioni la condizione del genere umano è decisamente migliorata nel suo complesso, ma con gli effetti collaterali sotto gli occhi di tutti: talmente tanti che offuscano la dimensione di progresso.

Tutti dovrebbero conoscere il biologo americano Paul Ehrlich che nel 1968 scrisse un libro (in realtà fu scritto a quattro mani insieme alla moglie), The Population Bomb, in cui dipingeva a tinte fosche il futuro, prevedendo centinaia di milioni di morti per fame e con l'India che non sarebbe sopravvissuta oltre il 1980. Nulla di tutto ciò accadde. Un esempio: in India la popolazione è raddoppiata rispetto al 1968, superando di recente la Cina, ma è anche il paese che ha più che triplicato la propria produzione di grano e riso e la sua economia è cresciuta di cinquanta volte. 

Ancora, nel 1990, meno della metà della popolazione della Terra aveva accesso a sistemi di distribuzione idrici centralizzati; oggi questi sistemi raggiungono il 60 percento della popolazione, un successo enorme se si tiene conto che nel frattempo siamo passati da 5,3 a 8 miliardi di persone. I miglioramenti inoltre sono ovunque: una famiglia media oggi spende per il cibo una percentuale minore del proprio budget di quanto non accadesse trenta anni fa.

Attenzione, ciò non significa che sia partita una inesorabile marcia verso il progresso e il benessere per tutti né voglio sostenere con questo che la malnutrizione o l’accesso a fonti d’acqua pulita, ad esempio, non siano un problema serio o drammatico in alcune zone del mondo.

E anche se non possiamo liquidare Ehrlich dandogli del catastrofista la sua previsione era sbagliata.

Non aveva tenuto conto della forza dell'innovazione, comprese le varie rivoluzioni agricole che hanno consentito di produrre una quantità di cibo per ettaro maggiore, un aumento di resa con la selezione artificiale di nuove varietà.

Nonostante ciò, nonostante queste premesse in apparenza virtuose, la strada della crescita senza sviluppo è stata imboccata. Mai l’umanità ha prodotto tanta ricchezza, e mai la distribuzione di questa ricchezza è stata così disuguale, prepotentemente ingiusta: quel famoso 1% più ricco del mondo che detiene una quota sproporzionata di ricchezza ed emette una quota di gas serra pari a circa il 66% del totale. Mala tempora currunt. Mai l’impronta umana sull’ambiente è stata così marcata. Stiamo assistendo e vivendo in prima persona un cambiamento climatico e la distruzione della biodiversità, spesso legata al primo. Le più grandi crisi globali, oltre a un numero incalcolabile di crisi locali, della biosfera indotte dall’uomo.

E la crisi sociale si intreccia a quella ambientale.

Fin dell’Earth Summit delle Nazioni Unite, nel 1992, e prima ancora, nel 1987, il rapporto della Commissione Brundtland delle Nazioni Unite, Our Common Future, che è poi diventato la base della Conferenza di Rio de Janeiro sull’ambiente e lo sviluppo in cui sono state varate la Convenzione sui cambiamenti del clima e la Convenzione sulla biodiversità, si afferma che potremo passare dalla crescita allo sviluppo solo se ci sarà sostenibilità sociale ed ecologica. Non ci può essere sviluppo sostenibile a livello sociale se non c’è sviluppo sostenibile a livello ambientale. E viceversa.

Pievani, nel suo libro, ci sollecita a immaginare una Terra senza di noi per aiutarci a costruire un percorso verso un futuro desiderabile. Grazie a numerosi studi scientifici è facile dimostrare come le diverse impronte umane sulla biosfera resterebbero per tempi medi, lunghi e lunghissimi dopo una nostra eventuale scomparsa improvvisa. Passati quei tempi, il pianeta ci dimenticherebbe.

Ma, sempre secondo l’autore, questo della scomparsa improvvisa (in termini geologici) di Homo sapiens non è uno scenario plausibile. Non a breve e medio periodo, almeno. Noi sulla Terra ci resteremo: il problema è come (nel bel libro di Alfonso Lucifredi c’è uno degli aspetti in gioco: la crescita demografica).

Se il modello di crescita senza sviluppo continuerà vivremo tempi di lacerazione del tessuto sociale accompagnata da condizioni climatiche sempre più estreme. L’umanità non scomparirà ma vivrà in condizioni sempre peggiori. Non me ne voglia Alessandro Barbero ma sarebbe una sorta di nuovo Medioevo.

Possiamo fare qualcosa per scongiurare questo scenario non desiderabile? Possiamo far leva su una nostra caratteristica peculiare, ovvero sapere che siamo l’unico fattore di forte perturbazione della biosfera che ha coscienza di esserlo? 

La consapevolezza che il pianeta ha fatto a meno di noi in passato e potrebbe fare a meno di noi in futuro è dunque il primo atto di umiltà evoluzionistica, assumere piena cognizione delle conseguenze delle nostre azioni. Fondare un nuovo ambientalismo, critico e lucido: basato sulla scienza e informato di umanesimo. 

Ma siamo in grado di cambiare il nostro modello economico fondato sulla crescita illimitata dei consumi individuali? Siamo in grado di accettarlo, e passare da crescita senza sviluppo a uno sviluppo senza crescita che, attenzione, non è la utopica e inapplicabile decrescita felice? Come intenderci su cosa intendiamo per crescita da portare a termine che non comporti la crescita del nostro benessere? 

Invertire la crescita continua dei consumi di materia e di energia da fonti fossili che liberano carbonio è possibile, persino per un piccolo paese come il nostro. Ma siamo disposti a pagarne il sovrapprezzo sapendo che dovremmo per forza di cose caricarci anche i costi della transizione dei paesi poveri o delle economie emergenti? 

Dobbiamo passare a un modello democratico di sviluppo fondato sulla conoscenza. Ma siamo in grado di valutare i benefici futuri senza ridurre le necessità attuali? Che valore ha il futuro? 

E se probabilmente l’ambientalismo del futuro sarà la forma più alta di umanesimo, i segnali di cambiamento che ancora oggi, e siamo in tremendo ritardo, abbiamo a disposizione, sono inequivocabili.

La gestione del cambiamento climatico, IMHO, è, ad oggi, fallimentare. Tanto da avergli dedicato una serie di tre post, legati ad altrettanti aspetti (qui il primo)

[Edit del 13/10/2025]. Oggi è stato assegnato il Nobel per l'Economia. Nemmeno a farlo apposta, tra le motivazioni del Comitato si legge: «I vincitori ci hanno insegnato che una crescita sostenibile non può essere data per scontata. La stagnazione economica, non la crescita, è stata la norma per gran parte della storia umana. Il loro lavoro dimostra che dobbiamo essere consapevoli e contrastare le minacce alla crescita continua»; e ancora «per aver identificato i prerequisiti per una crescita sostenibile attraverso il progresso tecnologico e per meta».