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08 ottobre 2024

Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

 


No, non è un post contro il tabagismo, su cui ho già avuto modo di portare la mia testimonianza diretta, ma partendo dal comportamento suicida del fumatore cercherò ancora una volta di entrare nelle teste dei negazionisti climatici, soprattutto i pochissimi in buona fede (lo so, è un ossimoro…).

Di fronte ad una minaccia incombente a nessuno piace sentirsi dire, di primo acchito, che occorre cambiare radicalmente le proprie abitudini, che il presente consolidato non è più adeguato. Di fronte agli scenari che il cambiamento climatico prospetta sapere che occorre cambiare il sistema economico e comportamentale fa ancora più paura, e in molti, scatta lo spettro del complotto in atto, che dietro tutto ciò ci sia qualcuno che paventa situazioni pro domo sua. Nella sua lectio magistralis del 2015 Umberto Eco aveva ben inquadrato il problema. 

Se tutto ciò da un lato è psicologicamente normale, d’altra parte in realtà è ancora più insidioso il fatto che porti ad una specie di dissociazione cognitiva verso le conseguenze temporali delle nostre azioni, quello che è comunemente chiamato bias, una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio, condizionati da concetti preesistenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi.

Più o meno quel che accade nella testa di un fumatore che, nonostante su ogni pacchetto ci sia scritto che fumare uccide, o che provoca malattie invalidanti, continua a farlo imperterrito, e se glielo fai notare ti guarda male dandoti come minimo dello iettatore (per esperienza, da ex fumatore, confermo); anche qualora il fumatore sia conscio, in un lampo di razionalità, dei pericoli che sta correndo il fastidio viene immediatamente soppresso dietro lo schermo della mancata percezione del problema causata dall’intervallo temporale anche molto lungo che gli si prospetta davanti: la dissociazione permette di distinguere tra il morire subito causato dall’ingestione di una capsula di cianuro, e il morire lentamente, magari ammalandosi, tra 30 o 40 anni, o peggio, con un velo di complottismo, trincerandosi dietro il sillogismo personale, che come noto non fa statistica, che mio nonno fumava come un turco ed è campato 100 anni!

Ebbene, e torniamo in tema, Il bias cognitivo che affligge le menti intorpidite dei negazionisti climatici (o negazionisti in genere, come quelli che affermano che l’uomo non è mai stato sulla Luna o che la Terra è piatta), è come quello dei fumatori, che nonostante vedano scritto ovunque 'il fumo uccide' (e lo sappiano benissimo) continuano imperterriti a fumare, con la tosse mattutina, iniziando a vedere qualche problema senza nemmeno immaginare quelli che potranno essere i problemi veri.

Più volte su queste pagine è stato scritto che la mente umana non è preparata a gestire problemi e sistemi complessi, e soprattutto non riesce a ragionare in termini temporali che riguardino un futuro lontano; non ha, per dirla con una metafora, la mentalità dei costruttori di cattedrali che, progettandole e realizzandole, sapevano che sarebbero dovute durare secoli o addirittura millenni!

Così come il fumo è inequivocabilmente e scientificamente provato sia letale, in tema di cambiamento climatico legato alle attività umane a partire da un paio di secoli a questa parte, ci sono più di cento anni di verifiche scientifiche, tutte estremamente autorevoli, e che sono già state discusse nei decenni precedenti ad oggi, rendendo inutile tornarci su; quindi, chi continua a proporre e rispondere con le tesi che definiamo negazioniste non ha fondamentalmente accettato le acquisizioni della ricerca precedente. Avere dubbi nel 1950 poteva andar bene, al limite anche nei primi anni Settanta quando, soprattutto uno stimato ricercatore, a causa di un modello climatico incompleto, prospettò un raffreddamento.

Ma oggi questi dubbi sono stati tutti confutati e addirittura, a voler essere precisi, sono stati fugati, tant'è che il primo rapporto di consenso scientifico sul cambiamento climatico di origine antropogenica, generato cioè dalle attività umane, è del 1979, un rapporto di consenso siglato dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti.

E già allora inizia a germogliare la gramigna del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil» (il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili).  Per ovvi motivi quindi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in dibattito tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»?

Ma nonostante le grandi manovre della negazione da allora in poi non si è fatto altro che acquisire nuovi dati e nuove conferme: e purtroppo le tesi negazioniste prosperano rilanciate dalla grancassa che i social forniscono e alimentate da un rumore di fondo, da un disturbo, generato essenzialmente dalla paura di cambiare, di affrontare qualcosa di diverso. Basta seguire una qualsiasi pagina social che si occupi di cambiamento climatico e leggere i molti commenti di stampo negazionista. Ma al peggio non c’è mai fine si dice.  

C'è tuttora una parte di mondo scientifico che nega questa acquisizione scientifica, facendo proseliti disinformati. Ad esempio ho trovato quanto meno curiosa l’attenzione che si è rivolta al Nobel per la fisica John Clauser (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera), mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellizzato il riscaldamento globale antropogenico.

L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

E qui sta il punto. Le voci discordanti, ancorché da parte di persone acculturate scientificamente, vengono da un mondo che non appartiene alla climatologia ma occupano altre categorie di discipline scientifiche che purtroppo si inseriscono in questo dibattito o per motivi di interesse economico o semplicemente per motivi ideologici, e quindi remano contro usando la scienza, ma non quella della climatologia. Se ci addentriamo nel variegato settore delle scienze del sistema Terra, che sono ormai molto più ampie della climatologia in sé, comprendendo come minimo anche l'oceanografia, la glaciologia, la biologia e la geologia, tutte stanno riscontrando gli effetti dell'aumento di temperatura e c'è consenso totale sulla responsabilità dell'uomo di questo aumento di temperatura; chi si inserisce a gamba tesa, spesso forzatamente cercando di creare dibattito dove non c’è, negando le evidenze consolidate molto spesso non appartiene all'ambito disciplinare delle scienze del sistema terra, della meteorologia e del clima. E figuriamoci quanto possa contare l’opinione non suffragata da fatti di tutti coloro i quali non hanno nemmeno quelle conoscenze scientifiche minime per affrontare gli argomenti. Dopo tutto, se i fumatori riescono a negare a loro stessi quanto ormai evidente in fatto di rischi sulla salute nell’immediato delle loro stesse vite (e altrui, considerati anche i danni da fumo passivo) è, per quanto assurdo, comprensibile che possano negare quanto non riescono a materializzare, nemmeno di fronte a record continui di temperature in crescita o ad un aumento esponenziale dei fenomeni meteorologici estremi.

Il negazionismo del clima da 70 anni trova il modo per inquinare la scienza e screditare la comunità scientifica seria e purtroppo, la cosa è spesso guidata: una ricerca pubblicata su Nature pochi anni fa svelò come i gruppi di interesse e dell'industria dell'energia fossile ostacolano le politiche ambientaliste. E la disinformazione si adatta ai tempi.

Ma quali sono gli argomenti che, come un disco rotto, i negazionisti climatici cavalcano, spesso scimmiottando il sentito dire per puro spirito di contrapposizione?

Il fattore CO2 – Tesi negazionista #1
Innanzi tutto tutte le tesi negazioniste fanno leva sul non accettare la correlazione tra tenore di biossido di carbonio (CO2) in atmosfera e aumento della temperatura. Per approfondire suggerisco la rilettura di questo post, e di quest’altro.


Da 800.000 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una concentrazione di CO2 in atmosfera così alta (siamo poco sopra le 420 ppm) e il valore attuale è di circa il 30% superiore a quello massimo registrato andando indietro nel tempo (circa 300 ppm durante l’interglaciale di 300.000 anni fa), di poco inferiore a quanto si aveva nel 1960, seguito da una crescita vertiginosa. Questo 30 per cento in più che abbiamo oggi in atmosfera deriva da un fattore esterno: l’attività dell’uomo che in un tempo enormemente breve ha liberato il carbonio trattenuto dei depositi di petrolio, gas naturale, carbone che hanno impiegato milioni di anni per formarsi, o che è stato liberato dall’abbattimento e dalla distruzione di dozzine di milioni di ettari di foreste, alterando pesantemente il ciclo di questo elemento chimico, sia quello atmosferico più veloce che quello geologico, lentissimo. Ed è questa la causa principale che sta creando l'aumento di temperatura che osserviamo. 

Quando un negazionista in grado di capirlo, osserva un grafico come quello precedente tendenzialmente tende a invertire il rapporto causa-effetto con cui fenomeni si verificano. Se da un lato si afferma, correttamente, che all’aumentare del tenore di CO2  la temperatura aumenta, loro dicono che è invece l'aumento della temperatura dovuto un fattore esterno ad aumentare il quantitativo di questo gas; ma, come ha ben detto qualcuno, “I polli non fanno le uova, perché nascono dalle stesse”. La relazione tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, ed è stata definitivamente consacrata dal lavoro di Svante Arrhenius del 1896. Che specifici incrementi di CO2 possano seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2 intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di temperatura. 

Quindi, la risposta da dare a questo tipo di negazione è che, cosa nota appunto fin dal XIX secolo, il CO2 è un cosiddetto fattore forzante dell’aumento di temperatura, una specie di interruttore del riscaldamento globale. In passato, in alcune situazioni innescate da fenomeni completamente naturali, in assenza del genere umano in definitiva, il CO2 è stato emesso come elemento di feedback che ha amplificato la forzante originale. Ad esempio, durante certi cicli interglaciali l’aumento di temperatura sul pianeta è stato inizialmente innescato da un cambiamento di intensità della radiazione solare, e questo aumento ha favorito la degassazione degli oceani per evaporazione, la liberazione di gas serra e la fusione dei ghiacci, soprattutto quelli contenuti nel permafrost. A questo punto il sistema Terra è entrato in risonanza: più caldo, più CO2, più biossido di carbonio più caldo…

Nella situazione attuale non abbiamo invece avuto nessuna forzante esterna al pianeta ad iniziare l’aumento di temperatura, ma è stata proprio la quantità in eccesso di CO2 liberata in atmosfera dalle attività umane ad iniziare la crescita delle temperature. E la fonte di questo eccesso è dovuta, lo ribadiamo, all’utilizzo di combustibili fossili, prodotti, in misura diversa per i vari comparti, dalle attività umane. Non ha tutto sommato molta importanza avere una causa giustificante il primo inizio di riscaldamento, l’importante è comprendere e accettare che l’accelerazione ha la sua causa nell’immissione in eccesso di gas serra, governandone l’andamento futuro, innescando altri feedback positivi (solo un paio di esempi: la fusione dei ghiacci innesca un lento ma inesorabile aumento dei livelli medi dei mari e l’immissione di acqua dolce può alterare i cicli delle correnti oceaniche in maniera drammatica). E si tenga inoltre conto che mentre ne parliamo si continua ad immettere in atmosfera gas serra ad un tasso praticamente uguale a quanto fatto finora ed avendo già attivato quel che chiamiamo tipping point, punti di non ritorno. Il passaggio da quel circa 300 ppm all’attuale 420 ha la sua causa principale nelle attività umane.

Cherry picking  - Fattore negazionista #2
Questa colorita espressione inglese altro non è che un modo popolare di descrivere una fallacia logica, caratterizzata dall'attitudine da parte di un individuo volta ad ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore. Insomma, il suddetto nonno fumatore che è campato 100 anni…

Sulla pagina Wikipedia dedicata al cherry picking c’è giusto un bel grafico con didascalia applicato al negazionismo climatico basato su questi errori logici.

Ad esempio, alle nostre latitudini, dopo anni di temperature decisamente sopra la media, anche in inverno, quest’anno, con l’autunno piovoso e addirittura nevoso fin dai primi di settembre sulle Alpi, i negazionisti si sono scatenati. Che poi, fateci caso, se le temperature sono decisamente sopra la media, come nella torrida estate appena trascorsa, costoro tacciono; ma basta un po’ di tramontana, figuriamoci una nevicata inattesa, e subito si fanno sentire gridando a gran voce la loro negazione.

Proprio questo è un altro argomento su cui mediamente fanno leva i negazionisti. Occasionalmente capita in questi anni di aver avuto ondate di freddo anomalo (paradossalmente causate dal riscaldamento globale), molto intense e fuori stagione, e questi episodi vengono amplificati e rilanciati come prove che non c’è affatto nessun riscaldamento della Terra in atto, anzi: un giorno freddo automaticamente serve a cancellare centinaia di giorni caldi, basta un giorno freddo per farlo diventare tendenza climatica di lungo periodo.

Un classico: una confusione inestricabile tra eventi meteorologici, concentrati nel tempo e nello spazio, e tendenze climatiche che, per essere tali, devono essere durevoli su una scala ultradecennale. Se volessimo semplificare, il clima è la media ultradecennale delle condizioni meteorologiche, e queste sono quanto quotidianamente si verifica.

Così come speranza e aspettativa anche meteo e clima sono due cose completamente diverse, e lo si è ribadito spesso. Il famoso matematico e meteorologo Edward Lorenz diceva che “Il clima è ciò che ti aspetti, il meteo è ciò che ottieni”.

Gli eventi meteorologici sono localizzati nel tempo e nello spazio: una nevicata in giugno non significa che si sta andando verso un’era glaciale, né una giornata particolarmente calda a fine gennaio è prova di riscaldamento globale. In altre parole è come un’analisi sociologica in grado di mediare su grandi numeri di esseri umani pur sapendo che, presi singolarmente, potrebbero comportarsi imprevedibilmente.

Ma persino un qualche tipo di evento meteorologico, come la temperatura in una determinata ora del giorno, la quantità di millimetri di pioggia caduta o il valore della pressione atmosferica, se cumulati a formare una base di dati sufficientemente grande da poter applicare la cosiddetta legge dei grandi numeri, sono stati in grado di fornire un’evidenza statisticamente significativa del cambiamento climatico in atto, a partire da dati giornalieri.

A quanto pare, scalzare questo pregiudizio è di una difficoltà quasi insormontabile, a nulla vale rendergli la cosa semplice con un esempio del genere: nel 2023 sono stati battuti quasi mille record di caldo in altrettanti luoghi della Terra, mentre i record di freddo sono stati qualche decina. Vorrà pur dire qualcosa?

L’uomo non c’entra niente, dipende tutto dal Sole – Tesi negazionista #3
Ma ecco infine l’argomento principale dei negazionisti, accecati, letteralmente, dal Sole: come un mantra ripetono ossessivamente che la temperatura della Terra è determinata essenzialmente, se non esclusivamente, dall'intensità della radiazione solare, che può aumentare a seconda dell'attività del Sole, o dai cambiamenti di orbita dell’asse terrestre. E stendiamo il famoso velo pietoso sulle cause dovute alle attività vulcaniche o, nel peggiore dei casi, a segretissimi esperimenti di geoingegneria, talmente segreti che tutti (tutti i negazionisti) però conoscono.

Ma la Terra non è soltanto un sasso al Sole, come ho scritto tempo fa.

Da non molto tempo una voce ricorrente tra i negazionisti dice che sta per arrivare un grande minimo solare, un periodo di ridotta attività che provocherebbe, come realmente accaduto in passato (Minimo di Maunder), un generale raffreddamento dell’atmosfera. A nulla valgono le smentite da parte di voci autorevoli e ufficiali.

Ammettiamo pure che le cose stiano così. Ci sono stati e ci saranno periodi di attività solare ridotta, diciamo per 40 o anche 100 anni di seguito, a provocare un generale raffreddamento, forse più intenso in alcune zone che non in altre della Terra, ma in ogni caso parliamo di eventi estremamente puntuali, passati i quali il riscaldamento riprenderà la sua corsa, e senza contare che nel frattempo avremo continuato ad emettere gas serra, magari più intensamente che prima! Non si nega ovviamente l’importanza fondamentale dell’attività solare sull’andamento del clima terrestre, ci mancherebbe altro. Comunque, a guardare il grafico precedente, se fosse dipeso solo dall’attività solare, le temperature dovrebbero essere scese, anziché salite.


La climatologia è materia estremamente complicata e multifattoriale, e che coinvolge rami della scienza spesso estremamente distanti tra loro, e in tutto questo enorme calderone di gas serra, radiazioni solari, spostamenti orbitali, meccanismi a feedback positivo, padroneggiarne le basi è piuttosto difficile.

Sono passati ormai anni a sufficienza per avere prove dirette raccolte e tramandate dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basta arrivare al tempo dei nostri nonni, un paio di generazioni, per ascoltare dai loro stessi racconti di come fosse il clima allora, per vedere fotografie di ghiacciai o verdi colline di un tempo sostituite oggi dai loro depositi morenici o da aride distese.

Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

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Edit 10 novembre 2024
. L'amico Aldo Piombino ha oggi pubblicato un interessantissimo post che traccia il quadro su chi siano esattamente i climascettici, cosa cerchino di spacciare per scienza consolidata e soprattutto come confutarne gli argomenti. Qui il lavoro.

06 agosto 2025

Quando non è il momento...è proprio il momento di far polemiche!

Recentemente il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti ha pubblicato un documento intitolato “A Critical Review of Impacts of Greenhouse Gas Emissions on the U.S. Climate”. Un rapporto che rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico; un documento ostentatamente contrapposto a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) nata per confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che ha costituito, finora?, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Non entriamo nel merito di quel che è stato scritto, rimandandolo a quest’ottimo post apparso su Climalteranti.it. Le differenze tra AR6 e il rapporto del DoE sono emblematiche fin dal principio: a fronte delle centinaia di autori, decine di migliaia (migliaia, sì!) di revisori del processo di peer review e delle indiscusse competenze di ognuno di questi, il rapporto DoE non solo seleziona con cura gli argomenti a loro favore (cherry picking) e presenta solo quelli, ma il gruppo di autori è una manciata di nomi noti, senza competenze specifiche nei temi trattati, che rappresentano bene i negazionisti a tavolino, direttamente stipendiati dall’industria e dagli imprenditori del settore fossile. È una delle tante conseguenze del secondo mandato Trump. E andando anche solo a confrontare gli argomenti principali, quanto il DoE cerca di ammantare di veridicità scientifica si scopre infine essere i soliti argomenti ripetuti fino alla nausea e facilmente confutabili.

Un ulteriore approfondimento sul rapporto del DoE è disponibile in quest'altro mio post.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è però un altro. Perché la comunità scientifica, a parte poche voci isolate, tutto sommato non reagisce come ci si attenderebbe? Qualche voce c’è, per lo più dei soliti nomi, che magari si sentono direttamente coinvolti perché, come vedremo, in passato furono oggetto di attacchi diretti, ma per resto è silenzio.

E soprattutto, perché la gente comune riceve le menzogne dei negazionisti da innumerevoli fonti mediatiche, amplificate dai social, mentre le smentite e le posizioni scientifiche sono lette dai soliti pochi convertiti perché diffuse su poche testate specialistiche?

Quanti leggono Nature o National Geographic a fronte dei miliardi che leggono Facebook o X?

Con l’uso della radio, della televisione, e ora di Internet, si ha l’impressione che ciascuno possa far sentire la propria voce e possa essere sicuro che sarà riferita e citata, che dica il vero o il falso, cose sensate o ridicole, ben intenzionate o malevole. Internet ha creato un’informazione che assomiglia a una sala degli specchi, in cui ogni affermazione non importa quanto assurda, può essere moltiplicata all’infinito. E su Internet la disinformazione non muore mai, una vera e propria barbarie elettronica, un ambiente in cui tutti navigano e non esiste un porto sicuro. Un pluralismo impazzito.

Ma perché gli scienziati non protestano?

Se le argomentazioni riportate nel rapporto DoE, o in dozzine di altre pubblicazioni ammantate di un’aura di scientificità, erano politica camuffata da scienza, posizioni ideologiche, opinioni non suffragate da fatti, perché gli scienziati tacciono così come in passato tacevano quando attacchi ben congegnati e costruiti negavano i danni da tabagismo o il cosiddetto buco nell’ozono? Perché la comunità scientifica è rimasta immobile?

Ci sono alcune eccezioni, come la presa di posizione del climatologo Michael Mann su questo caso, che ha dichiarato trattarsi di «una narrazione antiscientifica, basata su argomentazioni ingannevoli e dati travisati» o, in passato, la totalità dei climatologi che difese un loro notissimo rappresentante; ma i casi di scienziati che combatterono sono davvero pochi. Sono voci, sfortunatamente, isolate. 

Ci fu persino chi vide rovinata la propria vita e la propria carriera perché non aveva i mezzi per affrontare cause giudiziali a seguito di querele ricevute da potenti esponenti dell’industria o scienziati corrotti al soldo di questa.

Ovviamente, gli scienziati sanno, e sapevano, che molte delle affermazioni dei negazionisti erano false. Perché non hanno fatto di più per respingerle? Perché gli scienziati non hanno cercato di smantellare l’artificiosa falsità dell’industria della menzogna?

Una delle ragioni ha a che fare con il complicato e particolare ruolo dei rapporti tra individui e gruppi della comunità scientifica. Gli scienziati sono fortemente motivati dagli elogi e dal prestigio personale che consegue da una scoperta importante ma, al tempo stesso, non amano esporsi alla mondanità. In primo luogo perché la scienza moderna è innanzi tutto frutto di un lavoro di gruppo, e nessuno dei membri di un gruppo di ricerca, fosse anche composto soli due individui, vorrebbe rivaleggiare in termini di presenze o citazioni. Ma soprattutto perché è il consenso degli altri, degli esperti, che conferisce alla conoscenza, alle nuove scoperte, il bollino di scienza, anche se scaturita dal genio o dalla creatività di un singolo. Nel mondo moderno, ogni scoperta scientifica quasi sempre è il risultato di uno sforzo collettivo che comprende diverse dozzine, in qualche caso centinaia, di ricercatori. E sono proprio enti come l’IPCC che, come in questo caso, cercano di sintetizzare il lavoro di migliaia di studiosi, che fa da loro portavoce, sotto forma di ente ufficiale di rappresentanza. Nessuno scienziato serio, per timore di essere censurato e per innata modestia, si sogna di esporsi parlando a nome dei suoi colleghi, anche per evitare che si pensi che voglia attirare su di sé l’attenzione. Fa parte dei principi di comunicazione scientifica di cui abbiamo parlato.

Le società scientifiche hanno cercato di risolvere questo problema preparando delle dichiarazioni formali sul cambiamento climatico che riflettono il sapere collettivo dei loro membri. Queste dichiarazioni, per usare un eufemismo, tendono a essere molto asciutte e risultano spesso indecifrabili per una persona normale. Chi di noi ha letto o leggerebbe centinaia di pagine di sommario, men che mai le migliaia di pagine del rapporto completo? Se pochissimi sanno dell’esistenza di enti come UNFCCC o il WMO, l’EPA o il DoE è già grasso che cola. Sulle pagine dei loro siti web ci si può già fare un’idea delle loro posizioni sul cambiamento climatico.

È quindi fondamentale che qualcuno o, meglio, un qualcosa in forma di ente rappresentativo, riassuma e provveda a comunicare. Come già ben sapevano i fondatori del primo ente di rappresentanza della comunità scientifica inglese, la famosissima Royal Society, fondata nel 1665 e inventrice della procedura della peer review.

Occorre inoltre tener conto che gli scienziati lavorano per produrre conoscenze in ambiti molto specifici, ma di solito non sono preparati a comunicarle, specie al pubblico più vasto, e sono ancor meno preparati a difendere i loro lavori scientifici contro avversari determinati e ben finanziati. Spesso, non hanno né la predisposizione né la voglia di farlo. Fino a poco tempo fa la maggior parte degli scienziati non era particolarmente desiderosa di comunicare. Pensavano che il loro lavoro fosse quello di produrre conoscenza, non quello di divulgarla, e molti considerano queste attività come inconciliabili tra loro. Non sono stati pochi i casi di scienziati che hanno preso in giro dei colleghi che facevano divulgazione.

La dedizione degli scienziati nei confronti della competenza e dell’obiettività li pone in una posizione delicata quando si tratta di respingere affermazioni palesemente false. Devono inoltre evitare di entrare in discussioni che li portino su argomenti politici, per non rischiare di essere accusati di politicizzare la scienza e di mancare di obiettività. Si crea un paradosso comunicativo: la richiesta di essere obiettivi suggerirebbe di tenersi fuori da argomenti controversi ma, se lo fanno, nessuno potrebbe conoscere qual è la versione obiettiva e scientifica dell’argomento in questione. E ancora, amaramente, evitano come la peste di vedersi invitati a confrontarsi col tuttologo di turno, del tutto ignorante in materia, nel tentativo mediatico di creare l'illusione che esista un dibattito.

Gli scienziati temono di essere coinvolti perché hanno visto che cosa può succedere loro, come nel caso del già citato climatologo. Nel 2005, Michael Mann, ricercatore presso la Pennsylvania State University, ha subito un attacco furibondo da parte di un membro del Congresso americano, Joe Barton del Texas, che chiedeva che Mann fornisse informazioni dettagliate sulle fonti di supporto alle sue ricerche, sui server dove erano memorizzati tutti i suoi dati e molto altro: nonostante i lavori scientifici oggetto dell’indagine erano già stati pubblicati in riviste peer review, e non c’erano prove che Mann avesse fatto qualcosa di sbagliato, fornendo una delle prove inoppugnabili che la Terra si stava riscaldando rapidamente. 

Attacchi come questi hanno un effetto paralizzante. Alcuni scienziati, durante le discussioni che si tengono nelle sessioni dell’IPCC, sono riluttanti a presentare affermazioni troppo nette sulle evidenze scientifiche disponibili per paura che i negazionisti possano attaccarli. In un articolo comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza o uno dei pilastri del metodo scientifico, non un sinonimo di ignoranza? Altri preferiscono riportare stime per difetto perché ciò li fa sentire più sicuri. 

Le campagne di intimidazione, evidentemente, funzionano.

L’incertezza c’è, va detto con chiarezza, ma riguarda solo alcuni aspetti della scienza del clima. Non riguarda le cause – ormai largamente comprese – ma piuttosto gli scenari futuri, influenzati dalla grande complessità del sistema climatico. È per questo motivo che i rapporti IPCC si basano su decine migliaia di studi scientifici, dando molta importanza alla interconnessione tra vari elementi, all’esplorazione di scenari poco probabili e alla comunicazione delle incertezze.

Ma l’incertezza non dovrebbe spingerci all’immobilità, al contrario dovrebbe stimolarci all’azione su ciò che possiamo controllare, ovvero le nostre emissioni di gas serra. Perché è proprio sulla strumentalizzazione dell'incertezza, motore primo del metodo scientifico, che i costruttori della menzogna, i mercanti di dubbi come li definirono Oreskes e Conway nel loro libro del 2010, basano le loro strategie,

Forse il motivo più comprensibile per cui gli scienziati non vogliono essere coinvolti nelle polemiche è perché amano la scienza, e pensano che la verità alla fine avrà il sopravvento. È il loro lavoro, un lavoro davvero eccezionale, quello di capire quale sia la verità. Qualcun altro è senz’altro più bravo a divulgarla ed a comunicarla con maggiore efficacia. E se c’è chi va in giro a seminare spazzatura, che se ne occupi qualcun altro. È comprensibile che gli scienziati trovino anomalo perdere tempo per occuparsi di questioni del genere. Fin dal 1983, in tema di cambiamento climatico, o di numerosi altri temi d'interesse universale, gli scienziati sapevano che i tentativi di negazione erano spazzatura, e per questo li ignorarono. Disgraziatamente, la spazzatura non se ne va da sola e qualcuno deve occuparsene: i giornalisti in primo luogo, coloro che danno notizia delle scoperte scientifiche, supportati dagli organi professionali che rappresentano i diversi campi della scienza, e infine ognuno di noi può e deve contribuire a lasciare il giusto messaggio, opponendosi allo scetticismo radicale, alla negazione e soprattutto all’idiozia.

Non è vero, come da tempo immemore sostiene la propaganda negazionista, che il problema del riscaldamento globale non può essere risolto e possiamo solamente adattarci. Le soluzioni esistono. Il riscaldamento globale è un problema enorme, ma per risolverlo dobbiamo per prima cosa smettere di prestare ascolto alla disinformazione e di trastullarci in attesa di chissà cosa. Personalmente non posso fare molto, e considero questi miei post in tema di cambiamento climatico, il mio contributo minimo alla confutazione della negazione. 

Abbiamo bisogno di una conoscenza più precisa di ciò che è la scienza, dobbiamo sapere come riconoscere la vera scienza quando la incontriamo, e come dobbiamo fare per separarla dalla spazzatura.


 

 


15 novembre 2025

Il mito dell'oggettività. Il debunking è una battaglia persa

«se provi a far cambiare idea a qualcuno che ha già deciso cosa pensare, non solo non ci riesci, spesso lo irriti pure» (Walter Quattrociocchi)

Potete saltare a piè pari le citazioni seguenti, magari rilette alla fine risuoneranno ancora più intensamente.

Per quasi 400 milioni di anni moltissime specie animali di grandi dimensioni (indicativamente dai 10 chilogrammi in su) si sono evolute sulla terraferma e hanno finito per estinguersi venendo rimpiazzati dai loro discendenti. Quante di queste specie sono comparse e quante si sono estinte? Proviamo a fare una stima plausibile. Se, come si deduce dalla documentazione fossile, la durata media della vita di una specie sommata a quella delle sue specie sorelle è nell'ordine di un milione di anni e se, con un calcolo prudenziale, supponiamo che nello stesso periodo sia esistito un migliaio di specie di tali dimensioni, allora (forse!) possiamo dire che nel corso dell'intera storia della Terra è vissuto nel complesso circa mezzo miliardo di specie con queste caratteristiche. Ma soltanto la nostra specie, tra tutte, ha raggiunto il livello di intelligenza e organizzazione sociale che oggi ci contraddistingue. Questo evento singolare cambiò ogni cosa sul pianeta. Da quel momento non ci fu nessun altro candidato e nessun'altra ulteriore contesa. La specie vincitrice straordinariamente fortunata fu quella di un primate del Vecchio Mondo; il luogo d'origine l'Africa, orientale e meridionale; l'habitat una vasta fascia di savana tropicale, prateria e semideserto; il tempo da 300.000 a 200.000 anni fa.

Eccoci dunque qui a camminare e, qualche volta, a correre disordinatamente lungo una linea di discendenza lunga 3,8 miliardi di anni e priva di uno scopo certo al di là del continuare a portare avanti i capricci delle mutazioni e della selezione naturale, come fossimo grandi borse piene di acqua di mare, erette, bipedi, sostenute da ossa, guidate da sistemi la cui base ingegneristica risale all'età dei rettili. Molte delle sostanze chimiche e delle molecole che circolano nella nostra porzione liquida (che corrisponde all'80 percento in peso del corpo) sono indicativamente le stesse che esistevano nel mare primordiale. La nostra capacità di ragionare e di scrivere ciò che pensiamo però continua a trarre energia dalla convinzione diffusa per cui ogni tappa della Preistoria e della storia, inclusa ogni grande transizione, in qualche modo sia servita a metterci sulla Terra. Tutto, è stato affermato, fin dall'origine della vita 3,8 miliardi di anni fa, venne pensato per noi. La diffusione di Homo sapiens fuori dall'Africa e in tutto il mondo abitabile fu in qualche modo preordinata. Ogni cosa venne intesa per stabilire il nostro dominio sul pianeta con l'inalienabile diritto di trattarlo come più ci piace.


Questo è l'errore, sintesi perfetta della condizione umana. 
(Edward O. Wilson, 2019)



Ma il debunking serve davvero a fermare la diffusione delle fake news?

Forse un po’ col senno di poi, ma i risultati delle ricerche che Walter Quattrociocchi racconta in un suo post recente, non mi sorprendono più di tanto. Per esperienza diretta sostengo spesso che ci si ritrova a predicare ai convertiti, e che in una sorta di cherry picking al contrario, le persone che frequentiamo e che ci seguono sono quelle disposte non solo ad ascoltarci quanto a cambiare idea. Tutto sommato, anche la nostra, una tribù.

In un commento a quel post ho citato Edward O. Wilson, un gigante della biologia e dell'evoluzionismo, i cui lavori hanno contribuito a ridurre questa sorpresa. Ed ecco perché.

Uno dei suoi contributi maggiori è stato fornire una spiegazione biologica, condivisa dagli scienziati e di larghissimo consenso, dell'evoluzione della socialità, a partire dal concetto di specie eusociale (letteralmente che hanno una buona condizione sociale), a comprendere innanzi tutto chi lo è da decine se non centinaia di milioni di anni, come termiti, formiche, api e vespe (ma non solo!), fino ovviamente a noi, Homo sapiens, da appena qualche milione di anni se proprio vogliamo arrivare alla linea evolutiva che divise "homo" da gorilla, scimpanzé, oranghi e bonobo.

I membri di un gruppo eusociale appartengono a generazioni multiple e si dividono il lavoro in un modo che, almeno esteriormente, sembra altruistico. Occorre che una serie di eventi dominati da percorsi contingenti si verifichi affinché ciò possa verificarsi, ecco perché i processi che hanno portato alla comparsa di specie eusociali sono avvenuti dopo moltissimo tempo e sono estremamente rari. Uno di questi è dato dalla comparsa di caratteristiche tali da favorire la condivisione di luoghi e/o risorse. Un nido, ad esempio, quale potrebbe essere un alveare o un formicaio per api, vespe e formiche o un accampamento, una grotta, magari intorno ad un fuoco, per i primati ominini già a partire da almeno un milione di anni.

Il tribalismo è un tratto umano fondamentale. Formare gruppi, ricavandone conforto viscerale e orgoglio dallo spirito cameratesco che s’instaura, e difendere a spada tratta il proprio gruppo dal gruppo di rivali. Sono tratti universali della natura umana, e quindi della cultura.
Psicologicamente i gruppi moderni equivalgono alle tribù della storia antica e della preistoria e in questo senso discendono in linea diretta dalle bande dei pre-umani primitivi. L’istinto che li unisce è il prodotto della selezione di gruppo.

La gente deve avere una tribù. In un mondo caotico la tribù le assegna un nome in aggiunta al proprio e le assegna un ruolo sociale. L’umano moderno vive in un sistema di tribù interdipendenti. Moderni esperimenti sociali hanno dimostrato che le persone si dividono rapidamente e decisamente in gruppi, e poi parteggiano per quello che scelgono. Persino quando i ricercatori creavano gruppi arbitrari e con interazioni prescritte banali il pregiudizio prende piede in fretta. Addirittura quando i soggetti venivano informati che il gruppo “esterno” e quello “interno” erano stati scelti arbitrariamente, che si giocasse a tombola o si parteggiasse per un pittore piuttosto che un altro!

La tendenza potente e universale a formare gruppi ha il marchio dell’istinto. E “istinto” è biologia, frutto di evoluzione per selezione naturale. Apprendimento predisposto, come il linguaggio, l’acquisizione di talune fobie e il tabù dell’incesto.

La pulsione elementare a modellare un’appartenenza di gruppo e a ricavarne piacere si trasforma facilmente a livello superiore in tribalismo. La gente è naturalmente portata al cosiddetto “etnocentrismo”. È sconsolante, ma anche quando possono scegliere senza sentirsi in colpa gli individui preferiscono la compagnia di altri individui della stessa razza, nazione, tribù, religione. Si fidano di più, si accompagnano più volentieri a loro sul lavoro e nel tempo libero e li preferiscono quasi sempre come sposi. Si arrabbiano più facilmente quando è evidente che un gruppo esterno si comporta slealmente o riceve vantaggi immeritati, e osteggiano ogni gruppo esterno che sconfini nel territorio del proprio gruppo d'appartenenza o ne insidi le risorse. Letteratura e storia sono piene di esempi.

Sintetizzando parecchio, ciò è avvenuto grazie all’opera della selezione naturale a più livelli, selezione multilivello, e già lo stesso Darwin lo aveva genialmente intuito. La selezione multilivello è fatta dall’interazione fra le forze selettive che prendono di mira i tratti dei singoli membri di una popolazione e quelle che riguardano i tratti di tutto il gruppo. Una teoria che ha rimpiazzato quella basata sulla parentela o su una sorta di “egoismo” del gene e che ha dimostrato, anche con modelli matematici oltre che osservazioni sul campo, che nei gruppi la parentela stretta non precede, ma segue, la formazione del gruppo, ne è conseguenza.

Già i nostri precursori formavano gruppi ben organizzati che si disputavano a vicenda territori e risorse. La competizione tra gruppi diversi ma formati da elementi della propria stessa specie, influenza l’adattamento genetico di ogni membro del gruppo, interagendo con la competizione che questi ha con coloro i quali formano il suo stesso gruppo.
Il risultato della competizione tra gruppi sarà in gran parte determinato di volta in volta dai dettagli del comportamento sociale in ogni gruppo. A cominciare dalla grandezza e dalla coesione del gruppo, dalla qualità della comunicazione e dalla divisione del lavoro fra i suoi membri.
Se per assurdo un gruppo fosse formato da soli egoisti e furbacchioni la competizione tra loro potrebbe paradossalmente permetterne la sopravvivenza a ranghi ridotti ma sarebbe certamente perdente nei confronti di altri gruppi socialmente cooperativi. La bontà della prestazione di un gruppo dipende dalla coesione dei suoi membri, indipendentemente dal grado in cui ogni membro del gruppo è individualmente sfavorito o favorito.

Anche se è la selezione naturale a livello individuale che ha prevalso e prevale in tutta la storia della vita, occorre tenere presente che l’adattamento genetico di un essere umano (o di qualsiasi altro appartenente a specie eusociali) dev’essere una conseguenza sia della selezione individuale sia di quella di gruppo. Ma l’unità ultima interessata è l’intero codice genetico dell’individuo. Se il vantaggio adattativo di appartenere a un gruppo è inferiore a quello di una vita solitaria, l’evoluzione favorirà l’allontanamento o il tradimento da parte di un individuo. Estremizzando, la società si disgregherà. Negli esseri umani, tutti potenzialmente in grado di riprodursi, c’è un eterno conflitto tra selezione naturale a livello di gruppo e selezione naturale a livello individuale.

Ma la competizione fra gruppi favorisce la permanenza nel proprio. L’uomo è così diventato un animale sociale, tribale, con un senso di appartenenza forte, sempre teso a distinguere il “noi” da “altro da noi”, rafforzato dalla diffusione di miti, soprattutto della creazione, credenze, imposizioni e adesioni di tipo religioso, di leggende o tabù di inviolabilità. In un continuo tumulto endemico radicato nei processi evolutivi che ci hanno portato ad essere ciò che siamo. Il peggio della nostra natura convive con il meglio, e sarà sempre così. Cancellare il lato peggiore, ammesso che sia possibile, ci renderebbe meno umani.

Le ricerche del team di Walter Quattrociocchi hanno dimostrato, forti della generalizzazione dei risultati, basata su modelli matematici alimentati da miliardi di dati (due spunti di lettura in tema potete trovarli qui e qui), che le informazioni non si diffondono in base a criteri di verità o di plausibilità, perché sono vere o false, ma solo perché sono in linea col credo delle tribù e delle loro degenerazioni, le cosiddette echo chambers. Il tribalismo, ancora una volta agisce come fa da centinaia di migliaia di anni, e determina la traiettoria di un contenuto, non il suo valore. Generando pregiudizi pronti a collidere, anche ferocemente, con quelli altrui.

Ricerche che hanno inoltre dimostrato che anche i modelli matematici di Wilson e di chi ha voluto verificarli adottandoli, corroborati da ricerche sul campo, avessero ragione.  Quanto oggi la recentissima data science mette a disposizione scientificamente, indica che i motivi per cui fare debunking, tutto sommato, sono una colossale perdita di tempo quando diretti a chi sostiene la menzogna, e si unisce a quanto la moderna biologia dimostra e indica da anni.

Ancora una volta, è la prova che le strade della ricerca scientifica, qualunque sia il settore da cui si parte, si ritroveranno sempre a incrociarsi da qualche parte.
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Il paragrafo a seguire, in chiusura, è solo un commento personale; forse stato meglio metterlo all’inizio. Se non l’ho fatto è per non distrarre dall’obiettivo che spero di aver centrato.

Come ho avuto modo di scrivere tempo fa, non mi rassegno comunque, a non confrontarmi nel solito stancante dibattito con taluni laddove dibattito non c’è. Citando me stessofluctuat nec mergitur, non mollo, e continuerò incaponito, a cercare di contrastare le voci del dissenso ignorante, anche se il risultato fosse ricondurre sulla via della ragione, uno solo delle dozzine di inutili idioti che si incontrano quotidianamente.

17 agosto 2025

Le menzogne di Trump

 Factcheck: il rapporto di Trump sul clima include più di 100 affermazioni false o fuorvianti

Immagine della mappa interattiva a disposizione sul sito di Carbon Brief: le pagine evidenziate in rosso contengono affermazioni false, mentre quelle evidenziate in arancione contengono affermazioni fuorvianti. Le pagine possono contenere più di un'affermazione falsa o fuorviante. Le pagine non colorate rappresentano parti del rapporto che sono state dichiarate accurate dall'autore citato o che non hanno ricevuto alcun commento dagli esperti invitati. 

No. Non è un commento dei fatti recenti e relativi all'incontro con Putin; ma potrà comunque servire a capire con chi il mondo ha avuto e avrà a che fare.

Fin dall’inizio del suo secondo mandato, con diversi segnali fin dalla campagna elettorale, in tema ambientale s’era capito dove stesse andando a parare Trump, e ne avevo scritto lo scorso gennaio. Immediatamente a seguire una serie di colpi, definiti mortali non a caso, alla stragrande maggioranza delle agenzie federali, soprattutto quelle che si occupano di ambiente, agli istituti di ricerca, alle università, e via dicendo.

Ultima tra le azioni dell’amministrazione attuale quella di aver incaricato il Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti di redigere e pubblicare un rapporto intitolato "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate” a cui ho fatto riferimento in un mio recente post, anche se per introdurre tutt’altro. In sintesi, il rapporto rivede radicalmente il cosiddetto consenso scientifico in tema di cambiamento climatico, contrapponendosi a quanto, pressoché quotidianamente, viene confermato dalle sintesi di migliaia di pubblicazioni scientifiche, e soprattutto al contenuto del Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6), la sintesi più autorevole, completa e condivisa della letteratura scientifica sul clima.

La pubblicazione del DoE è volta a sostenere la recente iniziativa dell’EPA (Environmental Protection Agency) che prova a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che la CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresenta quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici della CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

In altre parole l’amministrazione Trump ha commissionato ciò che ritiene essere una “valutazione critica” che giustifichi l’inversione di tendenza delle normative statunitensi sul clima.

Il documento DoE contiene almeno 100 affermazioni false o fuorvianti.

Fact-checking
Ebbene, ad appena un mese dalla pubblicazione del documento del DoE, su incarico di “Carbon Brief”, un ente britannico specializzato nell'analisi e nella comunicazione di questioni legate al clima, alla scienza e alla politica energetica, un gruppo costituito da decine di scienziati del clima, ha prodotto un ricco ed ampiamente documentato documento di fact-checking, ovverosia di controllo delle affermazioni e delle dichiarazioni, effettuando un vero e proprio processo peer review. Il documento, in modalità interattiva, è disponibile sul sito di Carbon Brief e accessibile con il link ripetuto qui sotto.

Nota importante: in seguito agli attacchi dell'amministrazione Trump alla scienza , alcuni collaboratori hanno chiesto di rimanere anonimi.

In un mio successivo post mi occuperò di analizzarlo in parte, lasciando gli approfondimenti all’originale.

Factcheck: Trump’s climate report includes more than 100 false or misleading claims

Questo rapporto, di ben 140 pagine, guarda caso è stato pubblicato dal DoE  il 23 luglio scorso, pochi giorni prima che il governo presentasse i piani per revocare qualsiasi provvedimento che sia basato sulla certezza scientifica che il riscaldamento climatico in atto è di origine antropica e causato dalle emissioni di gas serra, in primo luogo di CO₂. Revocare quindi quanto attinente al controllo delle emissioni, in perfetta linea, tanto per fare un esempio, con lo slogan drill, baby drill! di entrambe le campagne elettorali di Trump.

Il riassunto esecutivo del controverso rapporto afferma, erroneamente, che il «riscaldamento indotto dal CO2 potrebbe essere meno dannoso dal punto di vista economico di quanto comunemente si creda». Afferma inoltre, in modo fuorviante che «politihe di mitigazione [delle emissioni] eccessivamente aggressive potrebbero rivelarsi più dannose che benefiche».

Redatto, in soli due mesi, da cinque ricercatori indipendenti selezionati personalmente dal segretario all'energia statunitense Chris Wright, un noto scettico nei confronti del cambiamento climatico, e altrettanto noto imprenditore nel settore dei combustibili fossili. Fin dall’inizio il documento ha scatenato aspre critiche da parte degli scienziati del settore, che hanno evidenziato errori di fatto, travisamenti della ricerca, citazioni disordinate e una selezione accurata dei dati (il cosiddetto cherry picking). Il documento inoltre somiglia in moltissime sue parti ad una memoria legale prodotta per difendere l’imputato: in questo caso il biossido di carbonio.

Come più volte spiegato, è un errore basilare ritenere che nella scienza incertezza significhi ignoranza, e usare l’incertezza come scusa per l’inazione o per la negazione; al contrario, affidarsi all’incertezza per rimandare interventi in grado di rallentare cambiamenti così veloci, o di limitarne le conseguenze, è pericoloso. La storia della scienza del clima insegna che le proiezioni fatte in passato si sono rivelate molto spesso ottimiste, e l’iniziale incertezza si è risolta in maggiori motivi di preoccupazione: l’incertezza prepara ad affrontare gli scenari peggiori.

Sul ruolo del dubbio nella ricerca scientifica ne ho scritto tempo fa qui.

Il gruppo di lavoro di Wright, inoltre, sostiene che il rapporto, attualmente aperto al commento pubblico nell'ambito di una revisione di 30 giorni, è stato sottoposto al peer review…da parte di personale interno al DoE: insomma, come si dice, se la sono suonata e ora se la cantano. A sottolineare questo aspetto l'analisi di Carbon Brief rileva, inoltre, che dei 350 riferimenti inclusi nel documento, quasi il 10% è opera degli stessi autori del rapporto.

Il rapporto, come anticipato, è stato concepito per fornire un fondamento scientifico a uno dei piani dell'amministrazione Trump di revocare le disposizioni “Endangerment finding” dell’EPA, che costituiscono il prerequisito legale per la regolamentazione federale delle emissioni, oltre a mettere in dubbio che l’EPA possa avere l’autorità legale sulla regolamentazione delle stesse. Anche questo è un deja vu. Quando le industrie produttrici di tabacco da fumo decisero di chiamare il fumo passivo fumo ambientale, pensando di mitigare l’impatto psicologico, si diedero la zappa sui piedi, perché entrò nella questione proprio l’EPA: se è ambientale è di loro competenza, si disse. Da quel momento partì una campagna di negazione e decostruzione delle evidenze scientifiche note che l’EPA avrebbe poi usato per ergersi ad ente federale di controllo, limitazione e divieto.

Tornando al rapporto, questa constatazione di pericolo,  emanata dall’amministrazione Obama nel 2009, afferma che esistono ben sei gas serra che contribuiscono agli impatti netti negativi del cambiamento climatico e che, quindi, mettono in pericolo la popolazione.

Ed ecco invece che, con un comunicato stampa del 29 luglio scorso, l'agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha affermato che «studi e informazioni aggiornati hanno messo in discussione le precedenti ipotesi», quanto fu dichiarato nel 2009. Si noti l’uso del termine ipotesi, ad indicare che già allora solo di questo si trattava, nulla di certo: il dubbio…

Carbon Brief ha chiesto a un'ampia gamma di climatologi, compresi tutti quelli che gli autori della revisione critica hanno citato, di verificare i fatti a sostegno delle varie affermazioni e delle dichiarazioni contenute nel rapporto.

Fonte Climalteranti.it

Difetti evidenti del rapporto DoE
Nella tabella precedente sono riportate le principali differenze macroscopiche tra le affermazioni contenute nel rapporto del DoE e quanto presente invece nel documento IPCC AR6. Per non appesantire troppo la lettura in un mio post successivo esaminerò qualcuna delle considerazioni fatte dal gruppo di Carbon Brief, a ribadire ed ampliare quanto ho già esposto di recente in un altro mio post.

Per un approfondimento ovviamente rimando al sito Carbon Brief.

[Edit del 20/8/2025] - Una selezione degli argomenti del rapporto DoE, e la loro confutazione, è disponibile qui.
[Edit del 4/2/2026] - L'intervento di un giudice federale sul rapporto DoE, disponibile qui.